Money doesn’t lie: l’organizzazione che combatteva l’odio è accusata di aver finanziato proprio gli estremisti che denunciava

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Il caso Heidi Beirich scuote il Southern Poverty Law Center: milioni di dollari agli informatori infiltrati, conti condivisi e l’accusa federale di aver trasformato la lotta all’estremismo in una macchina capace di alimentarsi da sola

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È una delle regole più semplici del giornalismo investigativo. Ed è proprio seguendo il denaro che emerge una vicenda che, se le accuse formulate dai procuratori federali saranno dimostrate in tribunale, rischia di trasformarsi in uno dei più clamorosi scandali nella storia recente dell’attivismo americano contro l’estremismo.

Per decenni il Southern Poverty Law Center (SPLC) ha costruito una parte fondamentale della propria reputazione pubblica sulla lotta contro Ku Klux Klan, suprematisti bianchi, neonazisti e organizzazioni estremiste.

Oggi, però, il Dipartimento di Giustizia statunitense sostiene qualcosa di molto diverso e molto più grave: secondo l’accusa, milioni di dollari provenienti dai donatori sarebbero stati segretamente indirizzati verso informatori che continuavano a operare all’interno degli stessi ambienti estremisti monitorati dall’organizzazione.

E al centro di una parte dell’inchiesta c’è Heidi Beirich, per anni una delle figure più conosciute dell’Intelligence Project dello SPLC.

Il 12 agosto Beirich è comparsa davanti a un tribunale federale dopo essere stata incriminata nell’ambito della più ampia indagine sul Southern Poverty Law Center. Le accuse comprendono conspiracy to commit wire fraud, cospirazione per presentare false dichiarazioni a una banca assicurata a livello federale e conspiracy to commit concealment money laundering.

È fondamentale precisarlo subito: si tratta di accuse penali, non di una condanna. Beirich contesta le contestazioni e il suo avvocato sostiene che il procedimento abbia motivazioni politiche. Anche lo SPLC nega di avere commesso illeciti.

Ma ciò che i procuratori hanno messo nero su bianco è comunque esplosivo.

Il paradosso dei soldi destinati agli estremisti

Secondo l’accusa federale, tra il 2007 e il 2023 sarebbero stati movimentati oltre 4 milioni di dollari di fondi provenienti dai donatori verso persone infiltrate o comunque coinvolte negli ambienti estremisti monitorati dallo SPLC.

Pagare un informatore, naturalmente, non significa automaticamente finanziare l’organizzazione nella quale è infiltrato.

Polizia, servizi d’intelligence, giornalisti e organizzazioni investigative utilizzano da sempre fonti remunerate. Il punto giuridicamente decisivo è quindi un altro: che cosa facevano quelle persone con il denaro, che cosa sapevano i responsabili dello SPLC e che cosa veniva raccontato ai donatori?

Ed è precisamente qui che l’accusa diventa devastante.

Secondo i procuratori, alcuni informatori non si sarebbero limitati a osservare dall’interno i movimenti estremisti.

Avrebbero continuato a partecipare alle loro attività.

In alcuni casi avrebbero contribuito alla raccolta di fondi e ad altre attività dei gruppi stessi.

L’Associated Press riferisce che l’inchiesta sostiene che oltre 4 milioni di dollari sarebbero stati indirizzati a persone coinvolte in organizzazioni estremiste, mentre l’accusa cerca di dimostrare che una parte del denaro avrebbe finito per sostenere attività che lo SPLC dichiarava pubblicamente di combattere.

Se questa ricostruzione venisse dimostrata, il problema sarebbe enorme.

Perché non parleremmo più semplicemente di:

pagare qualcuno per infiltrarsi nell’estremismo.

Parleremmo della possibilità che il denaro raccolto per combattere l’estremismo abbia contribuito materialmente a mantenerne in vita alcune componenti.

Il caso F-9: circa 1,2 milioni di dollari

La parte più delicata dell’accusa riguarda un informatore identificato negli atti come F-9.

Secondo l’indictment, l’uomo sarebbe stato infiltrato nella National Alliance, storica organizzazione neonazista americana.

Nel corso degli anni avrebbe ricevuto complessivamente circa 1,2 milioni di dollari dallo SPLC.

Ma c’è un particolare che rende la vicenda molto più problematica.

Secondo l’accusa, F-9 non sarebbe stato semplicemente una fonte professionale di Heidi Beirich.

I due avrebbero avuto una relazione sentimentale.

E non solo.

Avrebbero condiviso:

  • un’abitazione;
  • due conti bancari;
  • spese personali.

Secondo i procuratori, tra il 2015 e il 2021 circa 140.000 dollari provenienti dai donatori dello SPLC sarebbero infine confluiti nei conti congiunti detenuti dall’informatore e da Beirich.

Una parte di quel denaro sarebbe stata utilizzata, sostiene l’accusa, per pagare le spese personali della coppia.

Questo cambia radicalmente la natura della questione.

Non si discute più soltanto della legittimità di remunerare una fonte infiltrata.

L’accusa sostiene che una dirigente dell’organizzazione avrebbe avuto contemporaneamente una relazione personale e interessi finanziari condivisi con uno degli informatori che ricevevano somme enormi provenienti dallo SPLC.

Il potenziale conflitto d’interessi è evidente.

E la domanda per i donatori diventa inevitabile:

quando versavano denaro per combattere il neonazismo, sapevano davvero dove sarebbe finita una parte di quei soldi?

L’informatore continuava ad aiutare la National Alliance

C’è poi un secondo livello.

Secondo l’accusa, F-9, mentre riceveva denaro dallo SPLC, avrebbe continuato a raccogliere fondi per la National Alliance e a partecipare alle attività dell’organizzazione estremista.

È qui che nasce l’accusa politicamente più esplosiva: quella secondo cui un sistema nato per infiltrare e documentare l’estremismo avrebbe finito per fornire risorse economiche a persone che contribuivano contemporaneamente alla sopravvivenza di quegli stessi ambienti.

Non significa automaticamente che lo SPLC volesse sostenere il neonazismo.

Questa conclusione andrebbe dimostrata.

Ma significa che i procuratori ritengono di avere elementi sufficienti per sostenere davanti a un tribunale che il sistema dei pagamenti fosse molto diverso da una normale operazione di intelligence attraverso fonti infiltrate.

I 25 scatoloni rubati

Poi arriva una storia che sembra uscita da un film.

Nel 2014, secondo l’indictment, F-9 sarebbe entrato illegalmente nella sede della National Alliance in West Virginia.

Da lì avrebbe sottratto circa 25 scatoloni di documenti.

Il materiale sarebbe stato trasportato dal West Virginia alla Carolina del Nord, copiato e successivamente riportato nella sede originale.

Non è tutto.

Secondo l’accusa, Beirich avrebbe saputo che quei documenti provenivano da un furto.

Le copie sarebbero state utilizzate come materiale per un articolo pubblicato successivamente su Hatewatch, il progetto dello SPLC dedicato al monitoraggio dell’estremismo.

E quello stesso materiale giornalistico sarebbe stato successivamente utilizzato dall’organizzazione anche nelle proprie campagne di raccolta fondi.

Il meccanismo contestato dai procuratori è quindi impressionante:

pagare l’informatore → ottenere clandestinamente documenti → pubblicare un’inchiesta basata sul materiale → utilizzare l’inchiesta per raccogliere nuove donazioni.

Sempre secondo l’accusa.

I 6.000 dollari per assumersi la responsabilità

Ma l’episodio dei documenti contiene un’ulteriore contestazione.

I procuratori sostengono che un secondo informatore avrebbe ricevuto circa 6.000 dollari per assumersi falsamente la responsabilità dell’operazione.

Se dimostrata, non sarebbe più soltanto una controversa gestione delle fonti.

Sarebbe un tentativo deliberato di occultare la reale dinamica dell’operazione e proteggere l’identità del responsabile.

E questo aiuta a comprendere perché l’inchiesta federale non riguardi semplicemente le modalità giornalistiche dello SPLC, ma ipotesi molto più pesanti di frode, false dichiarazioni bancarie e riciclaggio.

Il cortocircuito morale

Qui emerge il problema politico e morale più grande.

Per anni lo SPLC ha esercitato un’enorme influenza nel dibattito americano.

Essere inseriti nelle sue liste o essere associati alle categorie di “hate group” ed estremismo poteva produrre conseguenze reputazionali enormi.

Media, aziende, università, piattaforme digitali e organizzazioni politiche hanno frequentemente utilizzato le analisi dello SPLC come punto di riferimento.

Proprio per questo il livello di trasparenza richiesto a un’organizzazione simile dovrebbe essere altissimo.

Se raccogli denaro dicendo:

“Dateci fondi perché combattiamo i suprematisti bianchi”

non puoi permetterti che una parte di quei soldi finisca, direttamente o indirettamente, nelle attività degli stessi ambienti che dici di combattere senza che i tuoi finanziatori conoscano perfettamente il funzionamento dell’operazione.

E soprattutto non puoi permetterti che chi gestisce gli informatori possa contemporaneamente condividere relazioni sentimentali, abitazioni e conti bancari con uno di essi.

Perché a quel punto il problema non è più ideologico.

È finanziario.

Money doesn’t lie

Ed è probabilmente questo l’aspetto più interessante dell’intera vicenda.

Le dichiarazioni politiche possono essere interpretate.

Le etichette possono essere contestate.

Le classificazioni di “estremista” possono diventare terreno di battaglia ideologica.

I movimenti bancari sono molto meno filosofici.

Chi ha pagato chi?

Quanto?

Attraverso quali società?

Attraverso quali conti?

Dove è finito il denaro?

Chi ne ha beneficiato?

Che cosa faceva contemporaneamente chi lo riceveva?

Sono queste le domande alle quali il processo dovrà rispondere.

Ma attenzione: “informatori pagati” non equivale automaticamente a “finanziare il KKK”

Qui bisogna evitare di trasformare un’inchiesta potenzialmente devastante in uno slogan facilmente contestabile.

Il fatto che lo SPLC abbia pagato persone infiltrate nel KKK, nella National Alliance o in altri gruppi estremisti non dimostra da solo che lo SPLC abbia finanziato intenzionalmente quelle organizzazioni.

Un infiltrato può essere remunerato precisamente allo scopo di raccogliere informazioni contro un’organizzazione.

La tesi dell’accusa è più specifica e molto più seria: i procuratori sostengono che alcuni destinatari avrebbero continuato a contribuire alle attività estremiste mentre ricevevano il denaro, che la reale destinazione dei fondi sarebbe stata occultata attraverso strutture finanziarie e che i donatori sarebbero stati ingannati.

È questa tesi che dovrà superare la prova del tribunale.

La difesa: è una persecuzione politica

Esiste infatti anche l’altra metà della storia.

Beirich nega le accuse.

Il suo avvocato sostiene che il procedimento rappresenti una ritorsione politica dell’amministrazione Trump contro una figura che ha trascorso gran parte della propria carriera professionale combattendo organizzazioni di estrema destra.

Anche il Southern Poverty Law Center respinge le contestazioni e difende l’utilizzo degli informatori come strumento necessario per conoscere dall’interno organizzazioni violente ed estremiste.

Secondo lo SPLC, informazioni ottenute attraverso il programma sarebbero state inoltre condivise con le forze dell’ordine federali.

La questione dovrà dunque essere decisa sulla base delle prove, non delle simpatie politiche.

Ed è precisamente per questo che i conti bancari saranno probabilmente molto più importanti degli slogan.

Se l’accusa regge, il danno sarà devastante

Se i procuratori riusciranno a dimostrare in tribunale la struttura descritta nell’indictment, lo scandalo andrà molto oltre Heidi Beirich.

Perché diventerebbe necessario capire chi sapeva.

Chi autorizzava i pagamenti?

Chi controllava i conti?

Chi verificava gli informatori?

Chi conosceva le attività che continuavano a svolgere dentro le organizzazioni estremiste?

Chi conosceva la relazione tra Beirich e F-9?

Quali dirigenti erano informati?

Quali controlli interni esistevano?

E soprattutto:

che cosa veniva raccontato ai donatori?

Sono domande molto più importanti della battaglia politica tra destra e sinistra.

Riguardano la fiducia.

Il rischio di una macchina che aveva bisogno dell’odio per continuare a esistere

Ed esiste infine una domanda ancora più scomoda.

Una grande organizzazione costruita per monitorare l’estremismo raccoglie denaro perché l’estremismo esiste.

Più grave appare la minaccia, maggiore diventa l’importanza dell’organizzazione che promette di combatterla.

Questo non significa che lo SPLC abbia deliberatamente creato il fenomeno che denunciava.

Ma le accuse federali sollevano un problema strutturale che merita di essere discusso.

Che cosa accade quando l’organizzazione incaricata di combattere un fenomeno sviluppa contemporaneamente un interesse economico nella sua continua esistenza?

E che cosa accade quando gli informatori pagati per documentarlo partecipano contemporaneamente alle organizzazioni osservate?

Se le accuse fossero dimostrate, ci troveremmo davanti a un cortocircuito quasi perfetto:

il donatore paga per combattere l’estremismo;

parte del denaro raggiunge l’informatore dentro l’ambiente estremista;

l’informatore continua a operare nell’ambiente;

le attività dell’ambiente producono materiale investigativo;

quel materiale dimostra quanto sia pericoloso l’estremismo;

e quella pericolosità viene utilizzata per chiedere nuove donazioni.

Un circuito finanziario e narrativo capace, almeno potenzialmente, di autoalimentarsi.

La presunzione d’innocenza resta. Le domande pure.

Heidi Beirich non è stata condannata.

Lo SPLC contesta l’impianto accusatorio.

Sarà un tribunale a stabilire quali accuse siano provate oltre ogni ragionevole dubbio.

Questa distinzione non è un dettaglio: è ciò che separa un’inchiesta seria dalla propaganda.

Ma la presunzione d’innocenza non cancella la rilevanza delle contestazioni contenute negli atti federali.

1,2 milioni di dollari a un informatore.

Circa 140.000 dollari che, secondo l’accusa, arrivano nei conti condivisi con Beirich.

Una relazione sentimentale.

Due conti bancari congiunti.

Circa 25 scatoloni di documenti sottratti.

Un’inchiesta costruita anche utilizzando quel materiale.

Circa 6.000 dollari che sarebbero stati pagati a un’altra fonte affinché si assumesse la responsabilità dell’operazione.

E un’inchiesta federale che sostiene che, nel quadro più ampio, oltre 4 milioni di dollari dei donatori siano stati indirizzati verso informatori legati agli ambienti estremisti.

Sono accuse troppo serie per essere liquidate con uno slogan.

Per anni la domanda posta dallo SPLC al resto dell’America è stata:

chi finanzia l’odio?

Adesso quella domanda si è rovesciata.

E riguarda anche chi sosteneva di combatterlo.

Money doesn’t lie.

Il processo stabilirà se dietro quei movimenti di denaro esistesse davvero una frode.

Ma una cosa è già certa: dopo questa incriminazione, il Southern Poverty Law Center dovrà spiegare non soltanto chi stava combattendo, ma anche chi stava pagando, perché lo stava pagando e dove finivano realmente i soldi dei suoi donatori.


Fonti

Reuters — U.S. Justice Department charges former Southern Poverty Law Center official in fraud scheme
Reuters: l’incriminazione di Heidi Beirich e le accuse federali

Associated Press — Ex-Southern Poverty Law Center official charged in broader criminal case against group
Associated Press: il procedimento federale contro Beirich e SPLC

The Wall Street Journal — Former Southern Poverty Law Center Official Arrested for Alleged Financial Fraud
Wall Street Journal: arresto e contestazioni sui pagamenti agli informatori

JNS — U.S. Justice Dept indictment alleges former SPLC official steered $1.2 million to neo-Nazi informant
JNS: i circa 1,2 milioni di dollari e i conti congiunti

Supreme Court of the United States — documentazione giudiziaria relativa a SPLC e Heidi Beirich
Documentazione giudiziaria presso la Corte Suprema USA

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