Le dichiarazioni di Alex Soros sull’investimento di 30 milioni di dollari destinati a organizzazioni che combattono “antisemitismo e odio anti-musulmano” aprono una questione molto più ampia del semplice attivismo filantropico.
Open Society Foundations ha annunciato infatti nuovi finanziamenti per sostenere campagne, ONG e iniziative culturali contro discriminazioni religiose ed etniche. Ma dietro la retorica umanitaria emerge un interrogativo cruciale: queste leggi e queste campagne servono realmente a proteggere i popoli perseguitati oppure stanno diventando strumenti politici per ridefinire società, identità e rapporti di potere?
Il paradosso storico: chi sono davvero i “semiti”?
Uno degli aspetti più ignorati nel dibattito contemporaneo riguarda il significato originario del termine semita. Storicamente e linguisticamente, i popoli semiti comprendono non solo gli ebrei, ma anche arabi, assiri, aramei e numerose popolazioni del Medio Oriente.
Eppure, nel linguaggio politico moderno, “antisemitismo” è stato progressivamente trasformato in una categoria quasi esclusivamente riferita all’odio contro gli ebrei. Questa ridefinizione non è neutrale: modifica la percezione collettiva della storia e crea un monopolio morale della sofferenza.
Da qui nasce una critica sempre più diffusa: molte normative contro l’antisemitismo sembrano oggi estendersi fino a proteggere interi apparati ideologici e geopolitici, andando ben oltre la tutela delle comunità ebraiche da reali episodi di odio.
Dalla memoria storica al controllo del discorso
Dopo la Seconda guerra mondiale, l’orrore dell’Olocausto generò in Europa un senso di colpa storico senza precedenti. La necessità di impedire il ritorno del razzismo antiebraico era reale e comprensibile. Tuttavia, col passare dei decenni, il concetto di antisemitismo si è progressivamente ampliato fino a includere:
- critiche a determinate politiche dello Stato di Israele;
- contestazioni del sionismo politico;
- analisi geopolitiche considerate “ostili”;
- persino alcune forme di dissenso accademico.
Secondo molti critici, ciò avrebbe trasformato una tutela legittima contro l’odio in un meccanismo di sorveglianza ideologica.
L’intreccio con l’islamofobia
La dichiarazione di Alex Soros collega apertamente antisemitismo e odio anti-musulmano. È qui che emerge il nodo geopolitico più delicato.
Per decenni, le guerre occidentali in Medio Oriente — dall’Iraq alla Libia fino alla Siria — sono state accompagnate da narrative civilizzatrici che descrivevano il mondo islamico come arretrato, fanatico o incompatibile con i valori europei.
Ma parallelamente, l’Europa ha favorito massicci flussi migratori provenienti proprio da quelle aree destabilizzate anche dalle politiche occidentali.
Nasce così una contraddizione strutturale:
- da una parte si demonizza culturalmente il mondo musulmano;
- dall’altra lo si importa economicamente come forza lavoro;
- infine si costruiscono apparati legislativi per reprimere qualsiasi tensione sociale derivante da tale trasformazione.
La nuova religione civile dell’Occidente
Nel vuoto lasciato dal declino delle identità tradizionali europee, l’antirazzismo e l’antidiscriminazione sono diventati, secondo alcuni sociologi, una nuova religione civile.
Non esiste più un collante culturale comune fondato su:
- storia condivisa,
- appartenenza nazionale,
- tradizione religiosa,
- memoria collettiva.
Al loro posto emerge un sistema morale fondato sulla tutela permanente delle minoranze identitarie.
Chi controlla la definizione di “odio” controlla inevitabilmente:
- il linguaggio;
- il dibattito pubblico;
- i limiti del dissenso;
- la legittimità politica.
Filantropia o governance privata?
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Le Open Society Foundations rappresentano uno degli esempi più evidenti di potere filantropico globale.
I sostenitori vedono queste organizzazioni come difensori dei diritti umani e delle società aperte. I critici invece le considerano strumenti di:
- soft power;
- influenza ideologica;
- pressione culturale sovranazionale.
Quando fondazioni private finanziano campagne contro l’odio, la domanda diventa inevitabile:
chi decide cosa costituisce odio?

