Ecco perché i cani da riporto della controinformazione “propaganda” italiana sono diventati gli eredi della propaganda marxista sovietica

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Dalla rivoluzione mondiale alla guerra delle narrazioni: come l’Unione Sovietica trasformò il conflitto israelo-palestinese in una causa globale

Introduzione

Durante la Guerra Fredda la competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica non si combatté soltanto con missili nucleari, divisioni corazzate e servizi segreti. Una parte fondamentale dello scontro riguardava il controllo della narrazione politica mondiale.

Mosca comprese molto presto che conquistare il consenso internazionale poteva essere altrettanto importante quanto conquistare territori. Per questo investì enormi risorse nella propaganda, nella disinformazione, nelle organizzazioni internazionali, nei movimenti rivoluzionari e nelle campagne ideologiche capaci di influenzare l’opinione pubblica occidentale.

Secondo numerosi studiosi della Guerra Fredda e diversi ex funzionari dei servizi di intelligence del blocco sovietico, il Cremlino sviluppò una strategia sofisticata: trasformare ogni conflitto regionale in una battaglia universale tra oppressi e oppressori.

Tra tutti i casi, quello israelo-palestinese rappresenta probabilmente l’esempio più significativo.


La strategia sovietica della “guerra politica”

Negli anni Sessanta Mosca comprese che il capitalismo occidentale non poteva essere sconfitto esclusivamente sul piano militare.

L’URSS aveva ormai preso atto della superiorità economica americana e della deterrenza nucleare reciproca.

La soluzione diventò quindi diversa.

L’obiettivo era conquistare le università occidentali, i movimenti studenteschi, gli intellettuali, i sindacati, i movimenti pacifisti e tutte quelle organizzazioni capaci di orientare l’opinione pubblica.

Questa strategia viene oggi definita da numerosi storici come political warfare o active measures.

Le cosiddette Misure Attive comprendevano:

  • propaganda internazionale;
  • campagne di disinformazione;
  • infiltrazione culturale;
  • sostegno economico ai movimenti rivoluzionari;
  • finanziamento di organizzazioni politiche;
  • utilizzo delle agenzie stampa;
  • operazioni psicologiche.

L’obiettivo non era soltanto convincere.

Era modificare il modo in cui le persone interpretavano la realtà.


Il sostegno sovietico ai movimenti rivoluzionari

Tra gli anni Sessanta e Ottanta l’Unione Sovietica, insieme al KGB e ai servizi dei paesi satelliti, sostenne numerosi movimenti armati.

Tra questi:

  • FARC in Colombia;
  • ELN;
  • Sandinisti in Nicaragua;
  • MPLA in Angola;
  • FRELIMO in Mozambico;
  • Viet Cong;
  • Fronte Polisario;
  • numerose organizzazioni marxiste in America Latina.

Anche il Medio Oriente divenne rapidamente un teatro centrale.

L’Egitto di Nasser ricevette enormi quantità di armamenti sovietici.

La Siria divenne uno dei principali alleati di Mosca.

L’Iraq baathista mantenne per anni stretti rapporti militari con l’URSS.

All’interno di questo quadro si inserisce anche la questione palestinese.


Un fatto storico spesso dimenticato: l’OLP nasce nel 1964

Uno dei dati storici più importanti è cronologico.

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) venne fondata nel 1964, durante il vertice della Lega Araba al Cairo.

La Guerra dei Sei Giorni scoppiò invece nel giugno del 1967.

Questo significa che, da un punto di vista strettamente cronologico, l’OLP precede l’occupazione israeliana di Cisgiordania e Gaza.

Questo dato non implica, da solo, conclusioni sulle motivazioni del conflitto, ma è rilevante quando si esaminano affermazioni secondo cui l’OLP sarebbe nata esclusivamente come risposta all’occupazione del 1967.

La Carta Nazionale Palestinese del 1964 definiva già come obiettivo la “liberazione della Palestina”, riferendosi al territorio del Mandato britannico precedente alla nascita di Israele.


Dopo il 1967 cambia la comunicazione

La sconfitta araba nella Guerra dei Sei Giorni modificò profondamente la strategia politica.

Il nazionalismo panarabo di Nasser entrò in crisi.

Da quel momento la questione palestinese assunse un ruolo autonomo.

Fu proprio in questo periodo che il conflitto iniziò ad essere presentato sempre più come una lotta nazionale di liberazione piuttosto che come uno scontro tra Stati arabi e Israele.

Questa trasformazione comunicativa coincise con il crescente sostegno diplomatico, militare e politico fornito dall’Unione Sovietica a diversi gruppi palestinesi.


Ion Mihai Pacepa e le accuse sulle strategie del KGB

Uno dei testimoni più citati su questo tema è Ion Mihai Pacepa, ex generale della Securitate romena e vicecapo dell’intelligence estera della Romania comunista.

Nel 1978 Pacepa disertò negli Stati Uniti.

Successivamente pubblicò diversi libri, tra cui:

  • Red Horizons
  • Disinformation

Secondo Pacepa, il KGB avrebbe svolto un ruolo fondamentale nella costruzione della narrativa internazionale riguardante la causa palestinese.

Le sue affermazioni sostengono che Mosca incoraggiò la trasformazione del conflitto da guerra araba contro Israele a lotta di liberazione nazionale, più facilmente spendibile presso i movimenti progressisti occidentali.

È importante sottolineare che queste ricostruzioni sono influenti ma non universalmente accettate dagli storici: rappresentano la testimonianza di un ex alto funzionario dell’intelligence, corroborata in parte da documentazione emersa dopo la Guerra Fredda, ma oggetto di dibattito nella storiografia.


Le dichiarazioni di Zuhair Muhsin

Uno dei documenti più citati riguarda un’intervista rilasciata nel 1977 da Zuhair Muhsin, dirigente dell’OLP e leader dell’organizzazione filo-siriana al-Sa’iqa.

In un’intervista al quotidiano olandese Trouw, Muhsin affermò:

“Il popolo palestinese non esiste. La creazione di uno Stato palestinese è solo un mezzo per continuare la nostra lotta contro Israele.”

Aggiunse inoltre che:

“Tra giordani, palestinesi, siriani e libanesi non esistono differenze.”

Queste dichiarazioni vengono spesso richiamate per sostenere che, almeno per una parte della leadership dell’epoca, l’identità nazionale palestinese fosse concepita anche come strumento politico. Tuttavia, esse riflettono la posizione di Muhsin e della corrente filo-siriana cui apparteneva, non necessariamente quella dell’intera leadership palestinese o della popolazione.


Dalla guerra alla causa morale

Uno dei maggiori successi della propaganda moderna consiste nel cambiare il linguaggio.

Non si parla più di conquista.

Si parla di liberazione.

Non si parla di guerra.

Si parla di resistenza.

Non si parla di interessi geopolitici.

Si parla di diritti umani.

Questa trasformazione semantica è stata studiata anche da numerosi ricercatori della comunicazione politica.

Il linguaggio modifica il modo in cui il pubblico interpreta gli eventi.


L’influenza nelle università occidentali

Negli anni Settanta e Ottanta molti movimenti studenteschi europei e americani iniziarono ad adottare il lessico della rivoluzione anticoloniale.

Il conflitto israelo-palestinese venne progressivamente inserito nello stesso quadro ideologico utilizzato per Vietnam, Algeria, Sudafrica e America Latina.

Questa lettura contribuì a consolidare una visione del conflitto in termini di colonialismo, imperialismo e liberazione nazionale.

La diffusione di tali categorie fu favorita anche dal sostegno sovietico a conferenze internazionali, reti di solidarietà e organizzazioni politiche vicine al blocco orientale.


Le “Misure Attive” e la disinformazione

Dopo l’apertura di numerosi archivi dell’ex blocco sovietico e le ricerche di studiosi come Christopher Andrew e Vasili Mitrokhin, è emerso come il KGB investisse enormi risorse nelle cosiddette active measures.

Tra queste figuravano:

  • diffusione di notizie false;
  • sostegno a campagne propagandistiche;
  • creazione di organizzazioni di facciata;
  • utilizzo di giornalisti e opinion leader;
  • produzione di documenti contraffatti;
  • operazioni per influenzare il dibattito pubblico occidentale.

L’obiettivo era amplificare le divisioni interne delle democrazie e delegittimare gli avversari.


La forza delle narrazioni

Una narrazione efficace non richiede necessariamente informazioni false.

È sufficiente selezionare alcuni elementi reali, ometterne altri e inserirli in una cornice interpretativa coerente.

La propaganda moderna funziona spesso in questo modo.

Non inventa sempre i fatti.

Li organizza in una storia che orienta il giudizio del pubblico.

È un fenomeno studiato dalla psicologia cognitiva e dalle scienze della comunicazione con il concetto di framing: il modo in cui un evento viene presentato influenza profondamente la percezione che le persone ne hanno.


Comprendere il contesto senza semplificare

Riconoscere il ruolo svolto dalla propaganda sovietica non significa negare l’esistenza delle aspirazioni nazionali palestinesi, né esaurire le cause del conflitto israelo-palestinese. La storia della regione è il risultato di fattori molteplici: il crollo dell’Impero ottomano, il Mandato britannico, il nazionalismo arabo, il sionismo, le guerre arabo-israeliane, le decisioni delle grandi potenze e le dinamiche interne delle società coinvolte.

Tuttavia, ignorare l’intenso coinvolgimento dell’Unione Sovietica nella dimensione propagandistica e diplomatica del conflitto significherebbe trascurare un elemento documentato della Guerra Fredda.


Conclusioni

La Guerra Fredda non si combatté soltanto con i carri armati, ma anche con le idee, le parole e le immagini.

L’Unione Sovietica comprese molto presto che le democrazie occidentali potevano essere influenzate non solo attraverso il confronto militare, ma anche mediante campagne di comunicazione, sostegno ai movimenti rivoluzionari e costruzione di narrazioni capaci di fare leva su valori universalmente condivisi come autodeterminazione, diritti umani e anticolonialismo.

La fondazione dell’OLP nel 1964, precedente alla Guerra dei Sei Giorni, le testimonianze di Ion Mihai Pacepa sul ruolo delle “Misure Attive” del KGB e le dichiarazioni di Zuhair Muhsin costituiscono elementi che alimentano il dibattito storiografico sulla dimensione geopolitica e propagandistica del conflitto.

Studiare questi aspetti non significa ridurre una vicenda complessa a un’unica spiegazione, ma comprendere come, nelle guerre moderne, il controllo della narrazione possa essere tanto decisivo quanto il controllo del territorio. Analizzare criticamente fonti, documenti e contesti storici resta essenziale per distinguere tra ricostruzioni supportate dalle prove, interpretazioni controverse e propaganda di qualsiasi provenienza.

Fonti e riferimenti

  • Ion Mihai Pacepa, Red Horizons (1987).
  • Ion Mihai Pacepa e Ronald J. Rychlak, Disinformation (2013).
  • Christopher Andrew e Vasili Mitrokhin, The Mitrokhin Archive (Vol. I e II).
  • Barry Rubin, The Transformation of Palestinian Politics.
  • Walter Laqueur, The Israel-Arab Reader.
  • Testo della Carta Nazionale Palestinese del 1964 e successive revisioni.
  • Intervista di Zuhair Muhsin al quotidiano olandese Trouw (31 marzo 1977).
  • Documentazione declassificata sulle Active Measures del KGB disponibile presso il Wilson Center Digital Archive e gli archivi della CIA.

Fonti storiche


Propaganda sovietica e Misure Attive


Ion Mihai Pacepa


OLP e storia del conflitto


Zuhair Muhsin

Nota: questa pagina riproduce e commenta la celebre intervista. Poiché il testo originale di Trouw non è facilmente accessibile online, è consigliabile segnalare che si tratta di una citazione riportata da fonti successive.


Studi accademici

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