Home Blog Page 18

CEUTA, IL MURO DEL SILENZIO SI INCRINA: L’AUDIENCIA NACIONAL VUOLE SAPERE CHI SAPEVA

0

La giudice María Tardón chiede alla Guardia Civil gli eventuali allarmi precedenti all’ingresso di massa e i dettagli del dispositivo del Tarajal. Dopo giorni di dichiarazioni politiche, la crisi di Ceuta entra nelle carte di un procedimento giudiziario. E per il governo Sánchez cominciano le domande scomode.

La crisi di Ceuta non è più soltanto materia per conferenze stampa, dichiarazioni ministeriali e scontri parlamentari.

Adesso ci sono un giudice, delle diligencias previas e una richiesta precisa di informazioni.

La magistrata María Tardón, titolare del Juzgado Central de Instrucción numero 3 dell’Audiencia Nacional, ha chiesto alla Guardia Civil di chiarire se le sue unità avessero ricevuto allarmi o informazioni preventive prima dell’ingresso di massa verificatosi a Ceuta tra il 30 e il 31 luglio.

Non basta.

La giudice vuole conoscere anche il dispositivo predisposto dal Ministero dell’Interno nella zona del Tarajal.

Ed è questo il punto politicamente esplosivo.

Perché fino a oggi la domanda fondamentale era rimasta confinata nello scontro politico:

Madrid sapeva che qualcosa stava per accadere?

Ora quella stessa domanda è finita in un fascicolo giudiziario.


DALLE CONFERENZE STAMPA ALLE CARTE

Il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska ha sostenuto che non vi fosse stato alcun avviso preventivo proveniente dal CNI o dagli altri servizi informativi capace di anticipare quanto sarebbe accaduto.

È una posizione politica chiara.

Ma adesso l’Audiencia Nacional vuole verificare documentalmente la situazione.

Secondo quanto riportato da Vozpópuli e Cadena SER, María Tardón ha chiesto alla Jefatura de Información della Guardia Civil di specificare se qualche unità operante a Ceuta avesse ricevuto segnalazioni preventive.

Inoltre vengono richiesti dettagli sul dispositivo schierato al confine del Tarajal e sulle operazioni svolte durante la crisi.

Questa distinzione è fondamentale.

La giudice non ha stabilito che il governo conoscesse in anticipo l’operazione, né che abbia deliberatamente ordinato di lasciare sguarnita la frontiera.

Sta cercando di capire che cosa sia realmente accaduto.

Ed è precisamente questo che rende politicamente devastante la vicenda.

Perché quando un governo sostiene di non sapere, la questione può essere chiusa con una dichiarazione.

Quando un magistrato chiede i documenti, invece, saranno i documenti a parlare.


LA DOMANDA CHE LA MONCLOA NON PUÒ PIÙ EVITARE

Il problema politico per Pedro Sánchez è semplice.

Se non esisteva alcun allarme, bisognerà capire perché un evento di simili dimensioni abbia colto impreparato l’apparato dello Stato.

Se invece emergessero segnalazioni precedenti, diventerebbe inevitabile chiedere:

chi le ricevette?

quando arrivarono?

a quale livello istituzionale furono trasmesse?

quali decisioni vennero prese?

perché il dispositivo del Tarajal era quello effettivamente schierato?

Ed eventualmente:

qualcuno sottovalutò consapevolmente il rischio?

Non sono dettagli burocratici.

Ceuta rappresenta una frontiera esterna della Spagna e dell’Unione Europea.

Quando decine di migliaia di persone premono contemporaneamente contro quella frontiera, la capacità dello Stato di prevedere, prevenire e reagire diventa una questione di sicurezza nazionale.

E un governo non può cavarsela semplicemente sostenendo di essere stato sorpreso.

Perché anche l’assenza di informazioni, davanti a una crisi di questa portata, aprirebbe un altro interrogativo:

come è possibile che lo Stato non abbia visto arrivare nulla?


IL TARAjAL DIVENTA IL PUNTO CENTRALE

La richiesta relativa al dispositivo schierato al Tarajal è forse ancora più importante della questione degli allarmi.

Perché permette di confrontare due elementi:

ciò che eventualmente si sapeva prima e ciò che concretamente venne predisposto sul terreno.

È il confronto decisivo.

Immaginiamo i due scenari.

Nel primo non esistevano informazioni attendibili.

In quel caso il governo dovrà spiegare il fallimento dell’intelligence e della capacità preventiva.

Nel secondo esistevano invece informazioni sufficienti a indicare un rischio straordinario.

A quel punto la domanda cambierebbe completamente:

perché non furono predisposte risorse proporzionate alla minaccia?

Ed è qui che il dossier potrebbe diventare politicamente micidiale per l’esecutivo.

Non perché sia già stata provata una responsabilità penale — non lo è — ma perché l’acquisizione della documentazione può finalmente consentire di ricostruire la catena decisionale.


NON È ANCORA UN PROCESSO CONTRO SÁNCHEZ

Va chiarito un punto che distingue un’inchiesta seria dalla propaganda.

Pedro Sánchez non è stato dichiarato responsabile di alcun reato relativo alla crisi di Ceuta.

La magistrata sta svolgendo accertamenti preliminari dopo una denuncia presentata da Iustitia Europa.

Secondo El País, l’Audiencia Nacional ha inoltre chiesto alla Policía Nacional un rapporto proprio per stabilire se esistano gli elementi che consentano alla stessa Audiencia Nacional di procedere penalmente.

La denuncia ipotizza, tra le altre cose, possibili delitti contro la sicurezza dello Stato, favoreggiamento dell’immigrazione illegale e organizzazione criminale.

Ma un’ipotesi contenuta in una denuncia non equivale a un fatto provato.

La differenza è enorme.

Ed è proprio rispettando questa differenza che emerge la vera gravità politica della vicenda.

Perché non serve inventare una condanna che non esiste.

È sufficiente guardare alle domande che la magistratura ha cominciato a fare.


IL PROBLEMA MAROCCO

Sul fondo rimane inevitabilmente Rabat.

La posizione geografica di Ceuta rende qualsiasi crisi di massa alla frontiera inseparabile dai rapporti tra Spagna e Marocco.

Ed è qui che Sánchez entra nel territorio politicamente più pericoloso.

Per anni il governo spagnolo ha presentato il rapporto con Rabat come un elemento fondamentale per il controllo dei flussi migratori e per la stabilità della frontiera meridionale.

Ma quando quella stabilità crolla, bisogna domandarsi quale sia il valore concreto dell’intera strategia diplomatica.

Se Madrid dipende dalla collaborazione marocchina per controllare la pressione migratoria, allora la Spagna possiede realmente il controllo della propria frontiera oppure una parte fondamentale di quel controllo dipende dalla volontà politica di Rabat?

È una domanda che va molto oltre Ceuta.

Riguarda direttamente la sovranità spagnola.


SÁNCHEZ DAVANTI AL PARADOSSO

Il governo Sánchez rischia così di trovarsi davanti a un paradosso politicamente devastante.

Se non sapeva nulla, emerge un gigantesco problema di intelligence e prevenzione.

Se qualcuno sapeva, bisognerà stabilire chi fosse stato informato e perché la risposta non abbia impedito il collasso della frontiera.

Se il dispositivo era considerato adeguato, bisognerà spiegare perché sia stato travolto.

Se invece risultasse insufficiente rispetto alle informazioni disponibili, qualcuno dovrà spiegare perché.

Qualunque sia la risposta, non siamo più nel territorio degli slogan.

Adesso esistono richieste formali di documentazione.


LA DIFFERENZA TRA PROPAGANDA E RESPONSABILITÀ

Per giorni la battaglia politica sulla crisi di Ceuta si è concentrata sui numeri, sulle responsabilità marocchine, sui rimpatri e sulla capacità del governo di ristabilire il controllo.

Ma esiste una questione ancora più importante:

cosa sapeva lo Stato prima che tutto cominciasse?

È la domanda che separa un evento imprevedibile da un possibile fallimento istituzionale.

Ed è precisamente ciò che l’Audiencia Nacional sta cercando di chiarire.

La Guardia Civil dovrà riferire sugli eventuali avvisi.

Il dispositivo del Tarajal dovrà essere ricostruito.

La Policía Nacional dovrà approfondire gli elementi indicati dalla denuncia.

Poi saranno i magistrati, non Twitter e nemmeno i partiti politici, a stabilire se esistano eventuali responsabilità penali.


IL SÁNCHISMO NON PUÒ NASCONDERSI DIETRO UNA CONFERENZA STAMPA

Politicamente, però, Pedro Sánchez ha già un problema enorme.

Perché un governo può controllare la propria comunicazione.

Può scegliere le parole.

Può convocare conferenze stampa.

Può accusare l’opposizione di strumentalizzazione.

Può tentare di trasformare una crisi di sicurezza in una battaglia narrativa.

Ma quando entra in scena un tribunale, cambia il terreno di gioco.

Una magistrata può chiedere:

mostratemi gli avvisi.

mostratemi gli ordini.

mostratemi il dispositivo.

mostratemi cosa sapevate.

Ed è molto più difficile rispondere a una richiesta documentale con uno slogan.


CEUTA POTREBBE DIVENTARE IL DOSSIER PIÙ PERICOLOSO PER LA MONCLOA

È ancora presto per sapere dove porterà l’inchiesta.

Potrebbe emergere che il governo non disponeva realmente di informazioni preventive sufficienti.

Potrebbero emergere errori operativi senza rilevanza penale.

Oppure potrebbero emergere elementi molto più problematici.

Saranno gli atti a dirlo.

Ma una cosa è già cambiata.

La crisi di Ceuta non appartiene più soltanto alla politica.

La magistratura vuole ricostruire ciò che accadde prima, durante e immediatamente dopo il collasso della frontiera.

E questo significa che la domanda più pericolosa per Pedro Sánchez non è più soltanto quella pronunciata dall’opposizione.

Adesso compare, indirettamente, anche nelle richieste dell’Audiencia Nacional:

CHI SAPEVA COSA STAVA PER ACCADERE A CEUTA?

E soprattutto:

COSA FECE IL GOVERNO SPAGNOLO CON LE INFORMAZIONI CHE AVEVA?

Se dalle carte emergesse che esistevano allarmi concreti e che, nonostante questi, non vennero adottate misure proporzionate, la crisi politica assumerebbe dimensioni enormemente superiori a quelle attuali.

A quel punto non si discuterebbe più soltanto di immigrazione.

Si discuterebbe della responsabilità politica di chi aveva il compito di difendere una frontiera nazionale.

E nessuna macchina della comunicazione potrà rispondere al posto dei documenti.

Ceuta adesso ha bisogno di verità, nomi, orari, rapporti e ordini.

Il resto è propaganda.

E per la Moncloa potrebbe essere appena cominciato il momento più scomodo: quello in cui, invece di raccontare la propria versione, deve mostrare le carte.

FONTI E APPROFONDIMENTI

El País – 5 agosto 2026
La Audiencia Nacional chiede alla Guardia Civil se avesse ricevuto informazioni preventive sull’ingresso di massa a Ceuta:
https://elpais.com/espana/2026-08-05/la-audiencia-nacional-pregunta-a-la-guardia-civil-si-tuvo-alguna-informacion-que-pudiese-alertar-de-la-entrada-masiva-en-ceuta.html

Cadena SER – 5 agosto 2026
La giudice María Tardón chiede alla Guardia Civil se vi fossero allerte precedenti e informazioni sul dispositivo dispiegato:
https://cadenaser.com/nacional/2026/08/05/la-audiencia-nacional-pregunta-a-la-guardia-civil-si-recibio-alguna-alerta-de-la-llegada-de-miles-de-personas-a-ceuta-cadena-ser/

RTVE – 3 agosto 2026
L’Audiencia Nacional chiede un rapporto per verificare se l’ingresso a Ceuta possa essere stato una “azione concertata”:
https://www.rtve.es/noticias/20260803/audiencia-nacional-pide-informes-sobre-si-entrada-ceuta-fue-accion-concertada/17177650.shtml

El País – 3 agosto 2026
La magistratura chiede un rapporto alla Policía Nacional per stabilire competenza e circostanze dell’ingresso irregolare di massa:
https://elpais.com/espana/2026-08-03/la-audiencia-nacional-pide-un-informe-policial-para-saber-si-es-competente-para-investigar-la-entrada-masiva-de-migrantes-a-ceuta.html

La Sexta – 3 agosto 2026
Richiesto un rapporto per accertare se dietro l’ingresso di massa vi fosse un gruppo criminale organizzato:
https://www.lasexta.com/noticias/nacional/audiencia-nacional-pide-informe-policial-que-aclare-entrada-masiva-migrantes-ceuta-fue-dirigida-algun-grupo-criminal_202608036a705bf071b42a0b5dd6facb.html

El Debate – 5 agosto 2026
La giudice Tardón domanda alla Guardia Civil se vi fossero stati avvisi precedenti alla crisi di Ceuta:
https://www.eldebate.com/espana/20260805/jueza-audiencia-nacional-pregunta-guardia-civiil-hubo-avisos-previos-invasion-ceuta_446960_amp.html

Servimedia – 5 agosto 2026
Tardón richiede informazioni sul dispositivo della Guardia Civil e sull’eventuale esistenza di allerte preventive:
https://www.servimedia.es/noticias/jueza-tardon-pide-guardia-civil-datos-dispositivo-ceuta-sobre-una-posible-alerta-previa-avalancha/1413144628

Onda Cero – 3 agosto 2026
L’Audiencia Nacional vuole accertare se l’arrivo di massa sia stato il risultato di un’azione concertata o diretta:
https://amp.ondacero.es/noticias/espana/audiencia-nacional-pide-informe-policial-llegada-migrantes-ceuta-comprobar-fue-accion-concertada_202608036a70540da046ad6ebc98adce.html

STRETTO DI HORMUZ: GLI USA PRONTI ALL’ACCORDO CON L’IRAN. SVOLTA STORICA O TREGUA TEMPORANEA?

0

Per mesi il Medio Oriente è sembrato a un passo da un conflitto regionale su larga scala. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota rilevante del petrolio mondiale, è diventato il simbolo della crisi tra Stati Uniti e Iran. Ora, però, qualcosa sembra cambiare.

Secondo quanto riportato dall’agenzia russa TASS, che cita Axios e fonti dell’amministrazione americana, Washington sarebbe pronta ad annunciare un accordo provvisorio con Iran e Oman destinato a garantire la riapertura dello Stretto di Hormuz e il ritorno della libertà di navigazione.

Il cuore dell’intesa

L’accordo, secondo le indiscrezioni, avrebbe inizialmente una durata di 60 giorni, con la possibilità di essere successivamente prorogato.

Lo schema operativo sarebbe estremamente preciso:

  • le navi dirette verso il Golfo Persico transiterebbero nelle acque territoriali iraniane;
  • quelle in uscita utilizzerebbero le acque territoriali dell’Oman;
  • il traffico sarebbe coordinato con Teheran;
  • non verrebbero applicati pedaggi o diritti di passaggio.

L’obiettivo è ridurre immediatamente il rischio di incidenti militari e ripristinare uno dei corridoi energetici più importanti del pianeta.

La minaccia militare resta sul tavolo

Parallelamente emerge un elemento che dimostra come la diplomazia sia accompagnata da una forte pressione militare.

Secondo Axios, citato da TASS, gli Stati Uniti avrebbero già predisposto piani per attacchi su larga scala contro obiettivi iraniani nel caso in cui i negoziati dovessero fallire.

Si tratterebbe quindi della classica strategia del “bastone e della carota”: da un lato l’apertura diplomatica, dall’altro la credibilità della minaccia militare.

Il ruolo dell’Oman e del Qatar

Non è la prima volta che Oman e Qatar svolgono il ruolo di mediatori.

Muscat mantiene da decenni rapporti privilegiati sia con Washington sia con Teheran, mentre Doha continua a rappresentare uno dei principali canali di comunicazione tra le due capitali.

Nelle stesse ore, il presidente Donald Trump e l’emiro del Qatar hanno avuto un colloquio telefonico dedicato proprio alla riduzione delle tensioni e al proseguimento del dialogo. Secondo il comunicato qatariota, entrambe le parti hanno ribadito l’importanza di proseguire gli sforzi diplomatici e di attuare il memorandum d’intesa in discussione.

Le dichiarazioni di Scott Bessent

A rafforzare l’ipotesi dell’accordo sono arrivate anche le dichiarazioni del Segretario al Tesoro Scott Bessent.

Intervistato da CNBC, Bessent ha affermato che gli Stati Uniti erano impegnati in trattative con l’Iran e che un’intesa avrebbe potuto essere raggiunta “oggi o domani”, con l’obiettivo di riaprire lo Stretto di Hormuz e normalizzare progressivamente la situazione regionale.

Perché Hormuz è decisivo

Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei punti strategici più importanti dell’economia mondiale.

Attraverso questo passaggio transitano enormi volumi di petrolio e gas naturale liquefatto provenienti dai Paesi del Golfo.

Una sua eventuale chiusura provocherebbe:

  • aumento immediato del prezzo del petrolio;
  • incremento dei costi energetici globali;
  • nuove pressioni inflazionistiche;
  • problemi per il commercio internazionale;
  • maggiore instabilità nei mercati finanziari.

Non sorprende quindi che la libertà di navigazione rappresenti uno degli obiettivi prioritari dei negoziati.

Un cambio di strategia?

Se l’accordo dovesse essere confermato, rappresenterebbe un importante segnale di de-escalation dopo settimane caratterizzate da forti tensioni militari.

L’eventuale riapertura stabile dello Stretto potrebbe favorire:

  • una riduzione del rischio di scontro diretto;
  • il rilancio del commercio energetico;
  • nuovi negoziati sul dossier nucleare;
  • una fase di maggiore stabilità regionale.

Resta però da verificare se l’intesa provvisoria riuscirà a trasformarsi in un accordo più duraturo.

Conclusioni

Per il momento si tratta ancora di informazioni basate su fonti giornalistiche e dichiarazioni di esponenti governativi, in attesa di un eventuale annuncio ufficiale.

Se confermato, l’accordo rappresenterebbe uno degli sviluppi diplomatici più rilevanti degli ultimi mesi nel confronto tra Stati Uniti e Iran, con potenziali effetti ben oltre il Medio Oriente, incidendo sui mercati energetici e sugli equilibri geopolitici globali.

IL PARTITO DEMOCRATICO È MORTO?

0

Al suo interno avanza una nuova convergenza tra socialismo radicale, politica identitaria e attivismo islamista

Il Partito Democratico americano che per decenni ha rappresentato una coalizione di liberal, operai sindacalizzati, minoranze, classe media urbana e progressismo riformista sta attraversando una trasformazione profonda.

Dire che il Partito Democratico sia letteralmente “morto” sarebbe evidentemente una provocazione: il partito esiste, conserva un enorme apparato nazionale e continua a ospitare correnti moderate, liberal tradizionali e centristi.

Ma politicamente la domanda è un’altra: quanto del vecchio Partito Democratico sopravvive nella forza politica che oggi porta quello stesso nome?

La battaglia interna non riguarda più soltanto aliquote fiscali, welfare, aborto, sanità pubblica o regolamentazione economica. Riguarda la concezione stessa dell’America, della sua storia, delle sue frontiere, del capitalismo, della libertà individuale e, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023, del rapporto con Israele e con l’islamismo politico.

È in questo spazio che si è sviluppata una convergenza apparentemente contraddittoria ma politicamente efficace: sinistra socialista e radicale da una parte, settori dell’attivismo politico islamista e radicalmente antisionista dall’altra.

Non significa che socialisti e islamisti condividano la stessa visione della società. Su religione, sessualità, famiglia e diritti civili possono essere persino agli antipodi.

Il punto è un altro.

Condividono alcuni avversari.

Capitalismo americano, egemonia occidentale, politica estera statunitense, sionismo e Israele possono diventare il terreno sul quale due tradizioni ideologicamente lontanissime riescono a marciare temporaneamente nella stessa direzione.

Ed è proprio questa convergenza che merita di essere analizzata.


DALLA LOTTA DI CLASSE ALLA LOTTA SULL’IDENTITÀ

Le radici della trasformazione precedono di molti decenni Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida Tlaib o Ilhan Omar.

Bisogna tornare alla Nuova Sinistra degli anni Sessanta.

Una parte della sinistra occidentale cominciò progressivamente ad ampliare il conflitto oltre la tradizionale contrapposizione marxiana tra capitale e lavoro.

Razza, colonialismo, genere, identità e rapporti culturali di potere entrarono progressivamente al centro dell’analisi politica.

Il proletariato industriale cessava di essere l’unico soggetto della trasformazione.

Al suo fianco apparivano nuovi soggetti considerati oppressi.

Il cambiamento sarebbe diventato enorme nei decenni successivi.

Una parte della sinistra americana si spostò così da una politica prevalentemente economica a una politica nella quale identità e appartenenza culturale diventavano strumenti fondamentali per interpretare i rapporti di potere.

Università e organizzazioni militanti furono uno dei principali laboratori di questa trasformazione.

Post-colonialismo, Critical Race Theory, intersectionality e critica del “privilegio” appartengono a tradizioni teoriche differenti e sarebbe scorretto ridurle tutte semplicemente al marxismo. Ma hanno contribuito a costruire un vocabolario politico nel quale la società viene frequentemente interpretata attraverso rapporti strutturali fra gruppi dominanti e gruppi subordinati.

Ed è precisamente questo linguaggio che, molti anni dopo, avrebbe permesso una saldatura politica con una parte dell’attivismo pro-palestinese radicale.


1979: QUANDO L’ANTI-IMPERIALISMO INCONTRA L’ISLAMISMO

La rivoluzione iraniana rappresentò uno dei primi grandi paradossi.

Una rivoluzione religiosa guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini avrebbe dovuto apparire incompatibile con la sinistra marxista occidentale.

Eppure una parte della sinistra internazionale guardò inizialmente con simpatia alla caduta dello Shah.

La ragione era semplice: Mohammad Reza Pahlavi era considerato un alleato strategico degli Stati Uniti.

L’Iran rivoluzionario, al contrario, faceva dell’opposizione all’America e a Israele uno dei pilastri della propria identità internazionale.

Cominciava così a manifestarsi una dinamica destinata a riapparire continuamente:

l’avversario dell’avversario occidentale poteva diventare un interlocutore politico anche quando i suoi valori erano incompatibili con quelli della sinistra occidentale.

Naturalmente non tutta la sinistra sostenne Khomeini e molti marxisti iraniani finirono essi stessi vittime della Repubblica Islamica.

Ma il paradigma anti-imperialista sopravvisse.

L’America veniva identificata come potenza egemone.

Israele come sua estensione mediorientale.

I movimenti che combattevano entrambi potevano quindi essere reinterpretati attraverso categorie quali liberazione nazionale, resistenza e decolonizzazione.

È un meccanismo politico che sarebbe diventato enormemente importante dopo il 7 ottobre 2023.


DOPO L’11 SETTEMBRE: LA PAURA DELL’“ISLAMOFOBIA”

Gli attentati dell’11 settembre 2001 avrebbero potuto determinare una riflessione occidentale sistematica sulla natura dell’islamismo radicale.

Una parte della sinistra americana scelse invece soprattutto un’altra strada.

Accanto alla necessaria difesa dei cittadini musulmani da discriminazioni e generalizzazioni, si sviluppò progressivamente una tendenza a interpretare persino alcune critiche all’islamismo politico attraverso la categoria dell’“islamofobia”.

La distinzione fondamentale cominciò così a diventare politicamente problematica.

Islam non significa islamismo.

Un musulmano è una persona appartenente a una religione.

Un islamista è invece un soggetto che attribuisce all’Islam una funzione politica e punta, con modalità molto differenti a seconda dei movimenti, a organizzare istituzioni e società secondo principi religiosi.

Confondere le due cose è sbagliato in entrambe le direzioni.

È sbagliato accusare genericamente i musulmani di islamismo.

Ma è altrettanto sbagliato utilizzare la presenza di milioni di musulmani pacifici come argomento per negare l’esistenza dell’islamismo politico.

Ed è proprio quest’ultimo errore che una parte della cultura progressista americana ha commesso ripetutamente.


BERNIE SANDERS CAMBIA LE REGOLE DEL GIOCO

La trasformazione del Partito Democratico accelera enormemente nel 2016.

Bernie Sanders non conquista la nomination democratica, ma ottiene qualcosa di forse ancora più importante: rende il socialismo nuovamente presentabile nella politica americana.

Per decenni la parola “socialist” era stata quasi radioattiva negli Stati Uniti.

Dopo Sanders non lo è più.

Medicare for All, università pubblica gratuita, redistribuzione della ricchezza, maggiore tassazione dei patrimoni, critica delle grandi corporation e ostilità verso Wall Street diventano elementi centrali della discussione progressista.

Parallelamente cresce il Democratic Socialists of America.

Il DSA non coincide con il Partito Democratico e mantiene con esso un rapporto complesso. Ma molti suoi candidati utilizzano le primarie democratiche come strumento elettorale.

Il risultato è impressionante.

Secondo una ricostruzione dell’Anti-Defamation League aggiornata al 2026, il DSA conta ormai più di 120.000 iscritti paganti, mentre oltre 250 suoi membri occupano cariche elettive in circa 40 Stati.

Una forza che pochi anni prima apparteneva ai margini della politica americana possiede oggi una vera infrastruttura elettorale.


2018: ARRIVA LA SQUAD

Le elezioni del 2018 rappresentano il momento simbolico della nuova fase.

Alexandria Ocasio-Cortez sconfigge nelle primarie democratiche Joe Crowley, uno degli uomini più potenti dell’establishment.

Entrano contemporaneamente sulla scena nazionale figure come Ilhan Omar e Rashida Tlaib.

Nasce quella che i media chiameranno “The Squad”.

La novità non consiste semplicemente nell’età, nell’origine etnica o nella religione delle nuove deputate.

Consiste nella piattaforma politica.

Capitalismo, immigrazione, polizia, clima e soprattutto Israele vengono affrontati attraverso categorie radicalmente differenti rispetto alla vecchia leadership democratica.

Il conflitto israelo-palestinese assume progressivamente una funzione centrale.

Israele non viene più criticato soltanto per determinate decisioni del suo governo.

In settori della nuova sinistra viene reinterpretato attraverso categorie quali colonialismo, apartheid e “settler colonialism”.

Il DSA aveva formalmente aderito alla campagna BDS già nel 2017 e avrebbe successivamente assunto posizioni antisioniste sempre più nette.

L’antisionismo diventa così uno dei principali punti d’incontro fra sinistra socialista radicale e una parte dell’attivismo politico musulmano.


ATTENZIONE: MUSULMANI E ISLAMISTI NON SONO LA STESSA COSA

Questo è il punto sul quale qualsiasi analisi seria deve evitare scorciatoie.

I musulmani americani non costituiscono un blocco ideologico islamista.

Anzi, i dati mostrano una realtà molto più complessa.

Secondo Pew Research Center, nel 2023-2024 circa il 53% degli adulti musulmani americani si identificava con il Partito Democratico o tendeva verso di esso, mentre il 42% si identificava o tendeva verso il Partito Repubblicano.

La distanza si è quindi enormemente ridotta rispetto al passato.

Significa che quasi metà dell’elettorato musulmano americano non appartiene affatto alla coalizione democratica.

Esistono inoltre musulmani conservatori, liberali, libertari, progressisti e completamente apolitici.

La questione politica interessante non è quindi un’improbabile “alleanza tra democratici e musulmani”.

È molto più specifica:

l’intersezione fra la sinistra radicale americana e alcune organizzazioni e reti militanti caratterizzate da un forte antisionismo e da una concezione politica dell’identità musulmana.

Questa distinzione non indebolisce la denuncia.

La rende più precisa.


7 OTTOBRE: IL MOMENTO DELLA VERITÀ

Poi arriva il 7 ottobre 2023.

Hamas attraversa il confine israeliano, massacra civili e prende ostaggi.

La risposta delle società occidentali rivela immediatamente una frattura culturale gigantesca.

Una parte dell’America condanna Hamas senza esitazioni.

Ma in settori dell’attivismo universitario compare quasi immediatamente un’altra interpretazione.

“Resistenza”.

“Decolonizzazione”.

“Liberazione”.

La guerra successiva a Gaza moltiplica naturalmente le proteste contro il governo israeliano e contro l’enorme costo umano del conflitto. Criticare Netanyahu, contestare le operazioni militari israeliane o chiedere un cessate il fuoco non equivale di per sé né ad antisemitismo né a sostegno di Hamas.

Ma contemporaneamente emerge qualcosa di diverso.

In alcuni ambienti militanti la condanna di Israele si trasforma nella contestazione della stessa legittimità dello Stato ebraico.

È qui che la convergenza diventa evidente.

Il linguaggio della decolonizzazione sviluppato dalla sinistra radicale fornisce una cornice teorica perfetta all’antisionismo militante.

Palestinesi = colonizzati.

Israele = colonizzatore.

Stati Uniti = potenza imperiale.

Il conflitto viene così inserito nello stesso schema utilizzato per interpretare razza, capitalismo e colonialismo occidentale.

Due mondi ideologicamente diversissimi trovano improvvisamente un linguaggio comune.


IL CROLLO DEL CONSENSO DEMOCRATICO SU ISRAELE

Il cambiamento non riguarda soltanto gli attivisti.

È ormai visibile nell’elettorato.

Gallup rilevava nel febbraio 2025 una frattura impressionante.

L’83% dei repubblicani dichiarava un’opinione favorevole di Israele.

Tra i democratici la percentuale era precipitata al 33%.

Cinquanta punti di differenza.

Secondo Gallup si trattava del più grande divario partitico mai registrato sulla questione.

Per decenni il sostegno a Israele era stato sostanzialmente bipartisan.

Non lo è più.

Ed è probabilmente questa una delle trasformazioni geopolitiche più importanti avvenute all’interno della politica americana.


2026: LA GUERRA PER LE PRIMARIE

La battaglia è ormai arrivata direttamente dentro le urne democratiche.

Il caso più interessante è il Michigan.

Abdul El-Sayed rappresenta l’ala progressista e ha ricevuto l’appoggio di figure importanti della sinistra americana e del DSA.

Dall’altra parte Haley Stevens rappresenta molto più chiaramente l’establishment democratico e una linea tradizionalmente favorevole all’alleanza USA-Israele.

Il risultato delle primarie del 4 agosto 2026 è emblematico proprio perché, mentre scriviamo, non mostra un trionfo schiacciante di nessuna delle due anime.

Con circa il 95% dei voti scrutinati nelle rilevazioni disponibili nelle prime ore del 5 agosto, El-Sayed risultava avanti di poco più di un punto: circa 48,7% contro 47,3%.

Una battaglia praticamente alla pari.

Ed è forse ancora più significativa di una vittoria schiacciante.

Dimostra che una candidatura appartenente all’area socialista-progressista può contendere alla pari una nomination senatoriale in uno degli Stati decisivi delle elezioni americane.

Ma dimostra anche che l’establishment democratico non è affatto morto.

Altrove, infatti, i risultati sono stati misti.

In Missouri Wesley Bell ha sconfitto nettamente il tentativo di ritorno di Cori Bush.

Nello stesso Michigan, invece, William Lawrence — sostenuto da Bernie Sanders e Rashida Tlaib — ha conquistato la nomination democratica nel competitivo 7° distretto.

Non siamo quindi davanti a una conquista completa.

Siamo davanti a una guerra civile politica dentro il Partito Democratico.


IL DSA NON È PIÙ UNA CURIOSITÀ

Ed è questo il dato strutturale.

Oltre 250 eletti legati al DSA significano consiglieri comunali, legislatori statali e rappresentanti distribuiti sul territorio.

Significano personale politico.

Significano campagne elettorali.

Significano attivisti.

Significano capacità di raccogliere fondi.

Significano organizzazione.

Soprattutto significano futuro.

Perché una trasformazione politica raramente comincia dalla Casa Bianca.

Comincia dalle scuole, dalle università, dalle amministrazioni locali, dai sindacati, dalle associazioni, dalle procure, dai consigli comunali e dalle primarie.

Poi sale.


LA CONTRADDIZIONE CHE NON È UNA CONTRADDIZIONE

Resta una domanda apparentemente ovvia.

Come possono socialisti occidentali fortemente progressisti allearsi con movimenti appartenenti a una cultura religiosa spesso molto più conservatrice?

La risposta è che non serve condividere la stessa società ideale.

Serve condividere temporaneamente lo stesso antagonista.

La storia politica è piena di coalizioni negative.

La nuova sinistra radicale considera spesso il capitalismo americano, il nazionalismo occidentale e Israele strutture di dominio.

L’islamismo politico considera gli Stati Uniti e Israele avversari strategici, culturali o religiosi.

Le motivazioni sono completamente differenti.

Il bersaglio, in alcuni casi, coincide.

Ed è sufficiente per costruire campagne comuni.

Soprattutto sulla Palestina.


IMMIGRAZIONE: UN’ALTRA LINEA DI FRATTURA

Anche sull’immigrazione il Partito Democratico è cambiato.

La vecchia sinistra sindacale americana era spesso molto più prudente sull’immigrazione irregolare, proprio perché temeva la concorrenza salariale.

La nuova sinistra interpreta invece frequentemente il controllo migratorio attraverso il prisma dei diritti umani, dell’antirazzismo e dell’opposizione alle politiche di deportazione.

Da qui slogan come “Abolish ICE”, diventati popolari nella sinistra radicale.

Ancora una volta sarebbe sbagliato attribuire questa posizione a tutto il Partito Democratico.

Ma ciò che dieci o quindici anni fa sarebbe stato considerato politicamente marginale è entrato nel dibattito nazionale.


IL RISCHIO PER I DEMOCRATICI

La trasformazione presenta però un problema enorme per il partito.

L’America non coincide con Brooklyn, Minneapolis o alcuni distretti universitari.

Le elezioni presidenziali vengono decise anche in Pennsylvania, Wisconsin, Michigan, Arizona, Georgia e Nevada.

E vincere una primaria democratica non significa necessariamente vincere un’elezione generale.

È questo il dilemma dell’establishment.

Contrastare la sinistra significa rischiare di perdere giovani, attivisti e organizzazione territoriale.

Assecondarla significa rischiare di perdere moderati, indipendenti, elettori suburbani e una parte della classe operaia.

La sfida Stevens-El-Sayed mostra esattamente questa tensione.


FETTERMAN E I DEMOCRATICI CHE NON VOGLIONO SEGUIRE

Esistono ancora democratici che rifiutano questa trasformazione.

John Fetterman ne è uno degli esempi più evidenti sul dossier israeliano.

Esistono inoltre governatori, senatori e deputati democratici che mantengono posizioni molto più moderate su sicurezza, immigrazione, capitalismo e politica estera.

Per questo affermare semplicemente che “il Partito Democratico è ormai dominato dai marxisti” va oltre ciò che i dati consentono di dimostrare.

Ma sostenere che la sinistra socialista possieda oggi un’influenza incomparabilmente superiore rispetto a dieci o vent’anni fa è molto più difficile da contestare.

Ed è questa la trasformazione realmente importante.


LA CONQUISTA CULTURALE PRECEDE QUELLA ELETTORALE

Il potere non si misura soltanto contando i deputati.

Si misura osservando quali parole diventano accettabili.

Vent’anni fa un candidato nazionale americano difficilmente avrebbe utilizzato apertamente la parola “socialism” come identità positiva.

Oggi esiste un’organizzazione socialista con più di centomila iscritti e centinaia di eletti.

Vent’anni fa l’alleanza con Israele rappresentava uno dei pochi elementi quasi bipartisan della politica estera americana.

Oggi soltanto un terzo dei democratici intervistati da Gallup dichiara una visione favorevole dello Stato ebraico.

Vent’anni fa “abolire ICE” sarebbe sembrato uno slogan proveniente dall’estrema periferia politica.

Oggi è stato discusso apertamente all’interno della politica nazionale.

Il cambiamento culturale è già avvenuto.

La domanda riguarda quanto di esso riuscirà a trasformarsi in potere istituzionale.


NON È “ISLAM CONTRO OCCIDENTE”

Ed è importante ribadirlo.

Presentare questa trasformazione come una guerra fra musulmani e Occidente sarebbe non soltanto scorretto ma controproducente.

I dati Pew mostrano che il voto musulmano americano è molto più contendibile di quanto suggerisca questo schema.

Circa il 42% degli adulti musulmani intervistati nel 2023-24 si identificava infatti con il GOP o tendeva verso i repubblicani.

Significa che esiste una grande parte dell’America musulmana che non riconosce affatto la propria identità politica nella sinistra progressista.

Il vero confronto riguarda quindi l’islamismo politico, non l’Islam come religione.

E riguarda la disponibilità di settori della sinistra radicale occidentale a costruire convergenze con movimenti radicalmente antisionisti quando questi vengono interpretati attraverso lo schema “oppresso contro oppressore”.

Questa è una questione politica.

Non religiosa.


LA VERA ALLEANZA È L’ANTI-OCCIDENTALISMO

Arriviamo quindi al cuore della questione.

Socialismo radicale occidentale e islamismo politico non sono la stessa ideologia.

Non vogliono necessariamente la stessa società.

Non possiedono la stessa concezione della famiglia.

Non condividono la stessa morale sessuale.

Non condividono la stessa idea della religione.

Talvolta sono incompatibili.

Ma una parte di queste due galassie condivide una rappresentazione dell’ordine internazionale nella quale Stati Uniti e Israele costituiscono il centro del problema.

È lì che avviene la convergenza.

L’antisionismo rappresenta il ponte.

L’anti-imperialismo fornisce il linguaggio.

La Palestina fornisce la causa mobilitante.

La politica identitaria fornisce la struttura teorica.

I social network forniscono l’amplificazione.

Le università forniscono parte del personale militante.

E le primarie democratiche forniscono il possibile accesso al potere.


IL PARTITO DEMOCRATICO È DAVANTI A UNA SCELTA

Non è ancora corretto sostenere che i moderati siano scomparsi.

Le primarie del 2026 dimostrano esattamente il contrario: in alcuni Stati i progressisti avanzano, in altri vengono respinti.

Ma è altrettanto difficile sostenere che non sia successo nulla.

Il Partito Democratico di Bill Clinton non esiste più.

Quello di Barack Obama apparteneva già a una fase diversa.

Quello post-2020 è ancora un’altra cosa.

Dentro il partito convivono ormai due concezioni profondamente differenti dell’America.

Una considera gli Stati Uniti una democrazia imperfetta da riformare.

L’altra tende a interpretarli come un sistema strutturalmente costruito attraverso oppressione, colonialismo, capitalismo e gerarchie identitarie.

La differenza è enorme.

Nel primo caso si vuole correggere l’America.

Nel secondo si vuole trasformarne radicalmente le fondamenta.


IL PUNTO DI NON RITORNO?

La partita decisiva non è ancora stata giocata.

Le elezioni di metà mandato del 2026 diranno quanto questa nuova sinistra sia capace di uscire dalle primarie e conquistare l’elettorato generale.

Le elezioni successive diranno se il fenomeno rappresenta una fase temporanea oppure un riallineamento generazionale.

Ma una cosa è già evidente.

Il socialismo americano non è più marginale.

L’antisionismo non è più confinato nei campus.

Il sostegno democratico a Israele non è più automatico.

E la convergenza fra sinistra radicale e alcune componenti dell’attivismo politico islamista non è più soltanto un fenomeno universitario.

È entrata nella competizione per il potere.

Per questo il titolo provocatorio — “Il Partito Democratico è morto” — contiene una domanda politica reale.

Non è morto il Democratic Party come organizzazione.

Potrebbe essere in via di estinzione il Partito Democratico come lo conoscevamo.

Al suo interno si combatte una guerra per stabilire quale forza prenderà il suo posto.

Da una parte rimane la tradizione liberal americana: capitalismo regolato, istituzioni, alleanze occidentali, riformismo sociale.

Dall’altra cresce una coalizione socialista, identitaria, anti-establishment e fortemente critica dell’ordine occidentale tradizionale, capace in alcuni contesti di convergere con l’attivismo islamista e radicalmente antisionista.

Il Michigan del 2026 mostra che le due Americhe democratiche sono ormai abbastanza forti da affrontarsi quasi alla pari.

Ed è probabilmente questo, più di qualsiasi slogan, il dato da osservare.

Perché quando una corrente un tempo marginale riesce a trasformare il linguaggio, conquistare organizzazioni, eleggere centinaia di rappresentanti e contendere le principali primarie del Paese, non siamo più davanti a una protesta.

Siamo davanti a una lotta per la successione.

L’INGANNO DELL’ACCOGLIENZA

0

Le scelte di Bruxelles, la crisi dei confini e il piano d’azione dell’Italia

Versione aggiornata – Agosto 2026

Per oltre un decennio il dibattito sull’immigrazione europea è stato presentato come uno scontro quasi morale: da una parte l’“accoglienza”, dall’altra la “chiusura”; da una parte la solidarietà, dall’altra l’egoismo nazionale.

Questa rappresentazione ha però nascosto la questione essenziale: chi controlla realmente le frontiere europee e chi decide chi può entrare, restare o essere rimpatriato?

Per rispondere non servono slogan. Occorre leggere i documenti prodotti dalle istituzioni europee dal 2015 in poi.

È proprio da quei testi che emerge la progressiva costruzione di un sistema nel quale la gestione dell’immigrazione è stata sottratta in misura crescente alla dimensione esclusivamente nazionale e inserita dentro procedure, obblighi, meccanismi di solidarietà, norme sull’asilo, vincoli giudiziari e competenze europee.

Ma nel 2026 il quadro presenta una differenza sostanziale rispetto a quello di dieci anni prima.

L’Europa sta cambiando.

E una parte delle politiche che fino a pochi anni fa venivano considerate incompatibili con il modello europeo — procedure di frontiera accelerate, accordi con Paesi terzi, centri esterni, rimpatri più rapidi e perfino veri e propri return hubs fuori dall’Unione Europea — è ormai entrata nel dibattito istituzionale europeo.

Non significa che il problema sia risolto.

Significa però che la battaglia politica sui confini è entrata in una fase completamente nuova.


PARTE I

Come Bruxelles ha costruito il sistema

1. L’Agenda Europea sulla Migrazione del 2015

Il punto di partenza fondamentale è la European Agenda on Migration – COM(2015) 240, presentata dalla Commissione europea il 13 maggio 2015 durante la presidenza di Jean-Claude Juncker.

Il documento nasce nel pieno della grande crisi migratoria mediterranea.

L’obiettivo dichiarato era costruire una politica comune capace contemporaneamente di salvare vite, combattere i trafficanti, distribuire la pressione migratoria tra gli Stati membri, rafforzare la cooperazione con i Paesi terzi e organizzare meglio l’immigrazione legale.

Ma dietro questa impostazione nasceva anche un cambiamento politico fondamentale.

La frontiera smetteva progressivamente di essere soltanto nazionale

L’Agenda proponeva infatti meccanismi europei di ricollocazione e reinsediamento.

La logica era semplice: gli Stati collocati alle frontiere esterne — Italia e Grecia soprattutto — non avrebbero dovuto sopportare da soli l’intera pressione migratoria.

Il principio poteva apparire ragionevole.

Ma introduceva una conseguenza politica enorme: la gestione delle persone entrate irregolarmente diventava sempre più una questione europea anziché esclusivamente nazionale.

L’Agenda parlava inoltre esplicitamente della necessità di creare nuovi canali di migrazione legale e di sviluppare una politica comune sull’asilo.

È qui che si consolida uno dei principi destinati a dominare il decennio successivo:

il migrante che raggiunge il territorio europeo entra innanzitutto in un sistema amministrativo e giudiziario destinato a verificare il suo eventuale diritto alla protezione.

Il problema emerge quando la capacità di decidere chi può restare è molto superiore alla capacità concreta di allontanare chi non ne ha diritto.

Ed è precisamente questo squilibrio che negli anni successivi diventerà uno dei punti deboli dell’intero sistema europeo.


2. Il nodo delle ONG e il Mediterraneo

Un secondo passaggio fondamentale arriva nel settembre 2020.

La Commissione adotta la Raccomandazione (UE) 2020/1365 del 23 settembre 2020, relativa alla cooperazione tra gli Stati membri per le operazioni svolte da navi possedute o gestite da soggetti privati impegnati nelle attività di ricerca e soccorso.

Il documento parte da un principio giuridicamente indiscutibile: salvare persone in pericolo in mare è un obbligo previsto dal diritto internazionale.

Ma la questione politica riguarda ciò che accade intorno a questo principio.

Nel Mediterraneo centrale si era infatti sviluppata una presenza crescente di organizzazioni private impegnate nelle operazioni SAR.

La Commissione riconosce esplicitamente l’esistenza di queste operazioni e invita gli Stati a sviluppare un quadro di cooperazione.

Parallelamente, Bruxelles interviene sul tema della criminalizzazione dell’assistenza umanitaria.

Il risultato politico è evidente: le ONG diventano progressivamente un attore strutturale della gestione migratoria mediterranea.

Il problema del “pull factor”

Qui occorre distinguere i fatti dalle interpretazioni.

Affermare che qualsiasi operazione SAR produca automaticamente immigrazione clandestina sarebbe semplicistico.

Ma è altrettanto semplicistico sostenere che la presenza prevedibile di mezzi di soccorso lungo determinate rotte non possa influenzare le strategie dei trafficanti.

La vera domanda dovrebbe quindi essere:

il sistema europeo ha costruito incentivi involontari capaci di modificare il comportamento delle reti criminali?

È una questione che non può essere liquidata attraverso l’accusa morale contro chiunque la sollevi.

Perché quando i trafficanti sanno che esiste una probabilità significativa che un’imbarcazione venga intercettata o soccorsa durante la traversata, possono adattare mezzi, rotte e modalità operative.

Il confine tra soccorso umanitario e gestione strategica delle frontiere diventa quindi uno dei nodi centrali dell’intero problema.


3. Il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo

Il terzo grande passaggio arriva il 23 settembre 2020 con COM(2020) 609, il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo.

La Commissione lo presenta come un sistema complessivo destinato a rendere la politica migratoria europea più sostenibile e resistente alle crisi.

La filosofia rimane quella della gestione condivisa.

Ma il sistema evolve.

Frontiere, screening, procedure d’asilo, solidarietà tra Stati, rimpatri e rapporti con i Paesi terzi diventano componenti dello stesso meccanismo.

Ed è proprio qui che emerge la contraddizione fondamentale dell’Europa degli ultimi dieci anni.

L’Europa è stata molto più efficiente nell’organizzare l’asilo che nell’eseguire i rimpatri

Uno Stato può respingere una domanda di protezione.

Ma ciò non significa automaticamente che la persona venga effettivamente rimpatriata.

Servono documenti.

Serve identificare la nazionalità.

Serve la collaborazione del Paese d’origine.

Servono accordi di riammissione.

Servono voli.

Servono strutture di trattenimento.

E soprattutto serve che il sistema giuridico consenta di trattenere la persona per il tempo necessario.

È qui che nasce il gigantesco collo di bottiglia europeo.

Il vero fallimento non è soltanto l’ingresso irregolare. È l’incapacità di trasformare un decreto di espulsione in un’espulsione reale.


PARTE II

La risposta italiana: dalla denuncia alla strategia

Negli ultimi anni l’Italia ha progressivamente modificato il proprio approccio.

La strategia può essere riassunta in quattro grandi direttrici.

1. Fermare le partenze prima che diventino sbarchi

È il principio più importante.

Una volta che una persona entra nel territorio europeo, entrano infatti in funzione una quantità enorme di garanzie, procedure e possibilità di ricorso.

La strategia più efficace consiste quindi nell’agire prima della traversata.

Da qui nasce la centralità degli accordi con Tunisia, Libia e altri Paesi africani.

La politica migratoria si fonde con quella economica, energetica e diplomatica.


2. Il Piano Mattei

Il Piano Mattei rappresenta il tentativo italiano di trasformare questa logica in una strategia strutturale.

Non semplicemente:

“vi paghiamo perché fermiate i migranti”.

Ma:

investimenti, energia, infrastrutture, formazione e cooperazione in cambio di stabilità e collaborazione.

È una differenza fondamentale.

Perché nessuna politica migratoria europea può funzionare se i Paesi di origine e transito non collaborano.

L’Europa può costruire muri, approvare regolamenti e finanziare Frontex.

Ma se uno Stato africano rifiuta di riconoscere un proprio cittadino, il rimpatrio diventa estremamente complicato.

La diplomazia migratoria diventa quindi inevitabilmente diplomazia economica.


3. Il laboratorio Albania

È probabilmente l’esperimento politicamente più importante promosso dall’Italia.

Il Protocollo Italia-Albania del novembre 2023 ha portato alla realizzazione delle strutture di Shëngjin e Gjadër.

Il progetto originario puntava a trasferire in Albania determinate categorie di migranti soccorsi in mare per svolgere procedure accelerate.

Il sistema ha incontrato fortissimi ostacoli giudiziari.

Le decisioni dei tribunali italiani e il confronto con il diritto europeo hanno impedito al modello di funzionare inizialmente nelle dimensioni previste.

Successivamente il centro di Gjadër è stato utilizzato anche come CPR per persone già destinatarie di provvedimenti di rimpatrio.

Ad agosto 2026 il bilancio resta quindi controverso: l’infrastruttura esiste ed è operativa, ma il numero di persone effettivamente ospitate è rimasto molto inferiore alle capacità originariamente prospettate e continuano a esistere questioni giudiziarie e operative.

Liquidarlo semplicemente come un successo definitivo sarebbe quindi prematuro.

Ma liquidarlo come un esperimento politicamente irrilevante sarebbe altrettanto sbagliato.

Per una ragione molto semplice.

Bruxelles si sta muovendo nella stessa direzione

Nel giugno 2026 Consiglio dell’UE e Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio sulle nuove norme europee sui rimpatri.

E nel testo compare una svolta enorme:

la possibilità di istituire return hubs in Paesi terzi.

Ovviamente questi accordi dovranno rispettare il diritto internazionale, i diritti fondamentali e il principio di non-refoulement.

Ma politicamente il cambiamento rimane impressionante.

Ciò che pochi anni prima sembrava quasi inconcepibile è ormai entrato ufficialmente nell’architettura europea.


PARTE III

Il cambio di paradigma europeo

Ed è proprio questo il punto che rende insufficiente raccontare ancora l’Unione Europea del 2026 come se fosse quella del 2015.

L’Europa non ha abbandonato il diritto d’asilo.

Non ha cancellato la protezione internazionale.

Non ha restituito agli Stati una sovranità assoluta sulle frontiere.

Ma il linguaggio politico è cambiato.

Oggi Bruxelles parla apertamente di:

rimpatri più rapidi;

obbligo di collaborazione per chi non ha diritto di soggiorno;

conseguenze per chi ostacola il rimpatrio;

accordi con Paesi terzi;

procedure di frontiera;

return hubs fuori dall’Unione.

È un cambiamento che sarebbe stato politicamente molto più difficile immaginare nel 2015.


PARTE IV

I quattro pilastri per l’Italia

Primo pilastro: controllo effettivo delle frontiere

Il controllo delle frontiere non può significare ignorare gli obblighi internazionali di soccorso.

Significa invece impedire che il soccorso diventi automaticamente uno strumento di ingresso permanente.

Lo Stato deve poter controllare le proprie acque territoriali, contrastare i trafficanti, disciplinare l’attività delle navi private e intervenire contro comportamenti incompatibili con la sicurezza della navigazione e con le norme nazionali e internazionali.

La Guardia Costiera e la Marina devono essere parte di una strategia complessiva che integri sicurezza, intelligence, diplomazia e cooperazione internazionale.


Secondo pilastro: esternalizzare il più possibile le procedure

Il principio strategico è elementare:

chi non ha ancora acquisito il diritto di entrare dovrebbe, dove il diritto europeo e internazionale lo consente, essere valutato prima dell’ingresso stabile nel territorio dell’Unione.

Il modello Albania rappresenta soltanto una possibile applicazione.

Il vero obiettivo è più ampio: creare una rete europea di strutture esterne, accordi con Paesi terzi sicuri e centri di rimpatrio capaci di spezzare l’automatismo:

partenza → traversata → ingresso → permanenza.


Terzo pilastro: trasformare l’espulsione amministrativa in rimpatrio reale

Questo è probabilmente il punto decisivo.

Un decreto di espulsione che non viene eseguito vale poco.

Servono quindi:

CPR sufficienti;

identificazione rapida;

accordi consolari;

voli charter;

cooperazione Frontex;

pressione diplomatica sui Paesi che rifiutano le riammissioni;

incentivi economici per chi collabora;

conseguenze diplomatiche per chi sistematicamente non collabora.

La politica dei rimpatri deve diventare parte integrante della politica estera.


Quarto pilastro: usare il peso italiano in Europa

L’Italia non può semplicemente “mettere il veto” su qualsiasi politica migratoria europea.

Questa è una semplificazione giuridicamente sbagliata.

Nelle politiche europee di asilo e immigrazione disciplinate dagli articoli 78 e 79 TFUE opera normalmente la procedura legislativa ordinaria e quindi il voto a maggioranza qualificata in Consiglio.

Il vero strumento italiano è un altro:

costruire minoranze di blocco e maggioranze alternative.

Roma deve quindi creare alleanze permanenti con gli Stati che condividono l’esigenza di rafforzare frontiere, rimpatri e cooperazione esterna.

È questa la vera partita europea.


PARTE V

Si può portare Bruxelles davanti ai giudici?

In teoria sì.

In pratica è molto più difficile di quanto suggerisca la retorica politica.

L’articolo 263 TFUE permette, in determinate condizioni, di chiedere l’annullamento di atti europei.

L’articolo 265 riguarda l’eventuale carenza delle istituzioni.

L’articolo 340 disciplina la responsabilità extracontrattuale dell’Unione.

Ma sostenere politicamente che una determinata politica europea abbia prodotto conseguenze negative è una cosa.

Dimostrare davanti a un tribunale un illecito europeo, un danno quantificabile e soprattutto un preciso nesso causale è tutt’altra cosa.

Una grande causa risarcitoria contro Bruxelles avrebbe quindi ostacoli enormi.

La battaglia probabilmente più efficace rimane quella politica.


PARTE VI

Parlamento europeo: aprire i dossier

L’articolo 226 TFUE consente al Parlamento europeo di costituire commissioni temporanee d’inchiesta.

L’articolo 227 riconosce invece ai cittadini dell’Unione il diritto di petizione.

Questi strumenti possono essere utilizzati per chiedere trasparenza su:

finanziamenti;

gestione delle frontiere;

accordi internazionali;

efficienza dei rimpatri;

costi dell’accoglienza;

attività delle organizzazioni private;

responsabilità delle istituzioni europee.

Non producono automaticamente condanne giudiziarie.

Ma possono produrre qualcosa di politicamente altrettanto importante:

documenti, audizioni, responsabilità e trasparenza pubblica.


PARTE VII

Quanto è avanzata realmente l’Italia?

Qui bisogna evitare numeri arbitrari.

Attribuire un “35-45%” di realizzazione alla strategia italiana può essere utile come valutazione politica, ma non esiste un indicatore istituzionale capace di misurare scientificamente questa percentuale.

Meglio quindi osservare separatamente i risultati.

Sul fronte degli sbarchi esistono dati aggiornati pubblicati dal Ministero dell’Interno attraverso il proprio cruscotto statistico.

Sul fronte dei rimpatri il governo ha rafforzato l’azione amministrativa e diplomatica.

Sul fronte dell’esternalizzazione esiste l’esperimento albanese, ma con capacità effettiva ancora limitata rispetto agli obiettivi originari.

Sul fronte europeo, invece, il cambiamento è forse ancora più importante: nel 2026 l’idea dei centri di rimpatrio nei Paesi terzi è entrata formalmente nel negoziato legislativo europeo.

Pertanto possiamo parlare di strategia avviata ma incompleta, non di missione compiuta.


Il vero ostacolo: la capacità di rimpatrio

Questo resta il problema centrale.

L’Europa può ridurre gli sbarchi del 20, 30 o 50%.

Può aumentare Frontex.

Può creare procedure accelerate.

Può finanziare Tunisia, Egitto o altri Paesi.

Ma fino a quando una persona priva del diritto di soggiorno avrà buone probabilità di restare comunque nell’Unione, il sistema conserverà un incentivo strutturale all’immigrazione irregolare.

La credibilità di una frontiera dipende infatti da una regola semplicissima:

chi ha diritto entra.
Chi non ha diritto torna indietro.

Se la seconda parte della regola non viene applicata, la prima perde progressivamente significato.


CONCLUSIONI

Dall’Europa dell’accoglienza all’Europa dei confini?

Il decennio iniziato nel 2015 ha mostrato tutti i limiti della politica migratoria europea.

L’Agenda europea sulla migrazione ha rafforzato la dimensione comunitaria della gestione dei flussi.

Le politiche SAR hanno cercato di conciliare il dovere di salvare vite con un Mediterraneo trasformato nella principale frontiera migratoria europea.

Il Nuovo Patto ha cercato di costruire una macchina comune capace di tenere insieme asilo, solidarietà, frontiere e rimpatri.

Ma il problema fondamentale è rimasto irrisolto:

l’Europa ha costruito un sistema estremamente complesso per stabilire chi può restare senza costruire, con la stessa efficacia, un sistema capace di far partire chi deve andarsene.

Oggi qualcosa sta cambiando.

L’Italia ha puntato sugli accordi con i Paesi di origine e transito.

Ha promosso il Piano Mattei.

Ha sperimentato l’esternalizzazione attraverso l’Albania.

Ha rafforzato il dibattito sui rimpatri.

E soprattutto ha contribuito a portare al centro del confronto europeo un principio che fino a pochi anni fa sembrava quasi impronunciabile:

l’immigrazione irregolare non deve essere semplicemente amministrata dopo l’arrivo. Deve essere prevenuta prima dell’ingresso e, quando non esiste diritto al soggiorno, deve concludersi con un rimpatrio effettivo.

La svolta europea del 2026 sui return hubs dimostra quanto il baricentro politico sia cambiato.

Ma sarebbe un errore dichiarare vittoria.

Il modello Albania deve ancora dimostrare pienamente la propria efficacia.

I rimpatri rimangono insufficienti rispetto alla dimensione complessiva dell’irregolarità.

La collaborazione dei Paesi terzi non è garantita.

I tribunali continueranno a verificare la compatibilità delle nuove politiche con il diritto europeo e internazionale.

E nessun governo italiano può cambiare da solo l’intera architettura dell’Unione.

Per questo la battaglia decisiva non si combatte soltanto nel Mediterraneo.

Si combatte nel Consiglio europeo, nel Parlamento europeo, nei rapporti diplomatici con l’Africa e nella capacità dell’Italia di costruire una coalizione stabile di Stati favorevoli a una politica migratoria più rigorosa.

La domanda che l’Europa dovrà finalmente affrontare è molto semplice.

Una frontiera è ancora una frontiera se lo Stato che la controlla non riesce concretamente a decidere chi può attraversarla e chi deve tornare indietro?

Per dieci anni Bruxelles ha cercato soprattutto di organizzare le conseguenze dell’immigrazione.

La sfida dell’Italia e dell’Europa del 2026 è completamente diversa:

tornare a governarne le cause, controllarne gli ingressi ed eseguire realmente le uscite.

Solo allora l’accoglienza tornerà a essere ciò che dovrebbe essere: protezione per chi ne ha veramente diritto, non la conseguenza automatica dell’incapacità dello Stato di controllare i propri confini.


FONTI E DOCUMENTI

Commissione europea – European Agenda on Migration, COM(2015) 240 final, 13 maggio 2015
EUR-Lex, documento 52015DC0240.

Commissione europea – Raccomandazione (UE) 2020/1365 del 23 settembre 2020
Cooperazione tra Stati membri riguardo alle operazioni svolte da navi possedute o gestite da soggetti privati impegnati in attività di ricerca e soccorso. Documento C(2020) 6468.

Commissione europea – New Pact on Migration and Asylum, COM(2020) 609 final, 23 settembre 2020
EUR-Lex, documento 52020DC0609.

Consiglio dell’Unione Europea – Nuovo regolamento europeo sui rimpatri, accordo Consiglio-Parlamento del 1° giugno 2026
Il testo prevede procedure comuni più rapide per il rimpatrio e contempla la possibilità di return hubs situati in Paesi terzi, subordinatamente al rispetto dei diritti fondamentali e del principio di non-refoulement.

Ministero dell’Interno – Cruscotto statistico giornaliero su sbarchi e accoglienza
Dati ufficiali aggiornati sugli arrivi via mare e sulle presenze nel sistema italiano di accoglienza.

Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea
Art. 78 – politica comune in materia di asilo.
Art. 79 – politica comune dell’immigrazione.
Art. 226 – commissioni temporanee d’inchiesta del Parlamento europeo.
Art. 227 – diritto di petizione.
Art. 263 – ricorso per annullamento.
Art. 265 – ricorso per carenza.
Art. 340 – responsabilità extracontrattuale dell’Unione.

Agenda Europea sulla Migrazione – COM(2015) 240, 13 maggio 2015
EUR-Lex – Agenda Europea sulla MigrazioneRaccomandazione (UE) 2020/1365 – operazioni SAR delle navi private/ONG, 23 settembre 2020 – C(2020) 6468
EUR-Lex – Raccomandazione UE 2020/1365Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo – COM(2020) 609
EUR-Lex – COM(2020) 609Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) – artt. 78, 79, 226, 227, 263, 265 e 340
EUR-Lex – Testo consolidato del TFUEMinistero dell’Interno – Sbarchi e accoglienza dei migranti: dati ufficiali
Ministero dell’Interno – Sbarchi e accoglienzaCruscotto statistico giornaliero sull’immigrazione – Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione
Ministero dell’Interno – Cruscotto statistico
Qui trovi anche i report periodici del 2026, utili per documentare l’andamento degli sbarchi. Nuovo Patto UE sulla Migrazione e l’Asilo – portale della Commissione europea
Commissione europea – Migration and Asylum Pact

I NAZISTI SONO LORO

0

Il 7 ottobre, l’esplosione dell’antisemitismo e il cortocircuito dell’antifascismo occidentale

C’è una domanda che l’Occidente continua ostinatamente a evitare.

Che cosa accade quando chi si proclama antifascista comincia a giustificare la violenza contro gli ebrei?

Che cosa resta dell’antifascismo quando il massacro di civili israeliani viene trasformato in “resistenza”? Quando la parola sionista smette di indicare un’idea politica e viene utilizzata come marchio collettivo da appiccicare agli ebrei? Quando nelle università occidentali l’assassinio di civili viene reinterpretato attraverso le categorie di “colonizzatori”, “oppressori” e “privilegiati”, fino a cancellare persino la distinzione tra combattenti e innocenti?

Il 7 ottobre 2023 ha rappresentato il più grave massacro di ebrei in un singolo giorno dalla Shoah. Circa 1.200 persone furono uccise nell’attacco guidato da Hamas contro Israele e oltre 250 furono prese in ostaggio.

Ma il 7 ottobre ha prodotto anche un altro effetto.

Ha funzionato come un gigantesco rivelatore politico e culturale.

Per decenni l’immaginario occidentale ha associato quasi automaticamente l’antisemitismo alla destra estrema, al neonazismo e al suprematismo bianco. Quell’antisemitismo non è scomparso e continua a essere pericoloso. Ma dopo il 7 ottobre è diventato impossibile ignorare un altro fenomeno: l’enorme crescita di un antisemitismo costruito intorno a Israele e al sionismo, capace di attraversare ambienti universitari, movimenti radicali anti-israeliani, settori dell’estrema sinistra e circuiti islamisti.

Non è una sensazione.

Sono i numeri a imporre la discussione.

L’esplosione americana

Secondo l’Anti-Defamation League, negli Stati Uniti nel 2023 furono registrati 8.873 episodi antisemiti, contro i 3.698 dell’anno precedente: un aumento del 140%.

Fu allora il numero più alto mai registrato dall’ADL dall’inizio delle sue rilevazioni nel 1979.

L’incremento si concentrò soprattutto nel periodo successivo all’attacco del 7 ottobre. Nei campus universitari furono registrati 922 episodi nel corso dell’anno, con un aumento del 321% rispetto al 2022.

Ma il fenomeno non si esaurì nell’emotività dei mesi immediatamente successivi al massacro.

Nel 2024 l’ADL ha registrato 9.354 incidenti, un ulteriore 5% in più rispetto al record del 2023 e il dato più alto nei 46 anni coperti dall’Audit.

Il particolare politicamente più interessante è un altro.

Per la prima volta nella storia della rilevazione, la maggioranza degli incidenti – il 58%, pari a 5.452 casi – conteneva elementi relativi a Israele o al sionismo.

L’ADL ha inoltre registrato 1.694 episodi nei campus universitari, l’84% in più rispetto al 2023.

Questo non significa, naturalmente, che criticare Israele sia antisemitismo.

Non significa neppure che una manifestazione per i civili palestinesi sia antisemita.

La distinzione è fondamentale.

Lo stesso metodo dell’ADL esclude dalle statistiche le proteste anti-israeliane che non contengono elementi classificati come antisemiti. Nel 2024 l’organizzazione ha monitorato oltre 5.000 manifestazioni anti-Israele: 2.596 di queste sono entrate nell’Audit perché comprendevano messaggi, slogan, cartelli o discorsi giudicati antisemiti.

È proprio questa distinzione a rendere il dato significativo.

Il problema non è essere pro-Palestina. Il problema è quando la causa palestinese diventa il lasciapassare morale per demonizzare gli ebrei, celebrare il terrorismo o negare agli israeliani lo status stesso di civili.

Il fenomeno non è finito nel 2023

I dati successivi smentiscono anche l’idea secondo cui si sarebbe trattato esclusivamente di un’ondata emotiva temporanea.

Nel Regno Unito il Community Security Trust ha registrato 3.700 episodi antisemiti nel 2025. È il secondo dato annuale più alto mai rilevato dall’organizzazione, dietro soltanto ai 4.298 episodi del 2023.

Il dato del 2025 equivale inoltre a una media di 308 episodi al mese: esattamente il doppio della media mensile registrata nell’anno precedente al 7 ottobre.

Persino nel primo semestre 2025, quando l’ondata iniziale avrebbe dovuto essersi ormai esaurita, il CST ha registrato 1.521 episodi, il secondo dato più alto mai osservato nel Regno Unito nei primi sei mesi di un anno.

Negli Stati Uniti il fenomeno ha mostrato qualche cambiamento nel 2025: secondo l’ADL, la quota degli episodi collegati a Israele o al sionismo è scesa dal 58% del 2024 al 45% nel 2025 e sono diminuite anche le manifestazioni anti-Israele contenenti retorica classificata come antisemita.

Ma contemporaneamente l’ADL ha registrato nel 2025 un massimo storico per le aggressioni antisemite.

Il problema, dunque, non è evaporato.

La Germania e la saldatura tra ambienti diversi

La Germania offre forse uno degli esempi più interessanti perché il sistema di monitoraggio RIAS prova anche a distinguere i diversi ambienti ideologici.

Nel 2023 RIAS ha documentato 4.782 episodi antisemiti, oltre l’80% in più rispetto all’anno precedente. Ben 2.787 furono registrati tra il 7 ottobre e la fine dell’anno: in meno di tre mesi furono quindi documentati più episodi che nell’intero 2022.

Nel 2024 la situazione è ulteriormente peggiorata: il rapporto nazionale RIAS parla di 8.627 episodi, quasi il 77% in più rispetto al 2023.

Ed è proprio RIAS a descrivere una realtà che manda in frantumi le vecchie categorie.

Nell’analisi delle manifestazioni successive al 7 ottobre emergono ambienti misti nei quali attivisti radicalmente anti-israeliani, gruppi islamisti e settori della sinistra anti-imperialista possono ritrovarsi nelle stesse mobilitazioni.

Su 2.225 manifestazioni analizzate dal 7 ottobre 2023 alla fine del 2024 nelle quali erano stati documentati contenuti antisemiti, nell’89% dei casi RIAS ha rilevato antisemitismo collegato a Israele.

Questa è la questione che una parte della cultura politica europea non vuole affrontare.

L’antisemitismo contemporaneo non appartiene a un solo campo politico.

Esiste quello neonazista.

Esiste quello cospirazionista.

Esiste quello islamista.

Ed esiste un antisemitismo che utilizza il vocabolario dell’anti-imperialismo, della decolonizzazione e dell’antisionismo radicale.

In alcune piazze questi mondi finiscono perfino per incontrarsi.

Quando il massacro diventa una “vittoria”

Il caso di Students for Justice in Palestine è particolarmente significativo.

Dopo il 7 ottobre, National Students for Justice in Palestine diffuse un Day of Resistance Toolkit nel quale l’attacco veniva descritto come una “historic win”, una “vittoria storica” della resistenza palestinese.

Il documento invitava inoltre gli studenti a portare quella lotta nei campus americani attraverso lo “smantellamento del sionismo”.

L’ADL documenta inoltre dichiarazioni di capitoli SJP che arrivavano a contestare esplicitamente la distinzione tra “civile” e “militante”.

E qui la questione supera completamente la critica alle politiche del governo israeliano.

Si può contestare Netanyahu.

Si può sostenere la nascita di uno Stato palestinese.

Si può denunciare la morte dei civili palestinesi.

Si possono criticare bombardamenti, insediamenti, operazioni militari e qualsiasi decisione del governo israeliano.

Tutto questo appartiene alla discussione politica.

Ma chiamare “vittoria storica” un’offensiva durante la quale vengono massacrati civili è un’altra cosa.

E PEN America, organizzazione certamente non assimilabile alla destra trumpiana, ha definito “deeply abhorrent” diversi contenuti di quel toolkit, pur contestando allo stesso tempo i tentativi di utilizzare quelle dichiarazioni per giustificare indiscriminatamente la soppressione della libertà di espressione nei campus.

È precisamente questa la distinzione che serve.

Difendere la libertà di parola non significa fingere di non vedere ciò che viene detto.

Il laboratorio dei campus

Le università americane sono diventate uno dei principali campi di battaglia di questa trasformazione.

Nel 2024 una commissione della Camera dei Rappresentanti ha condotto audizioni e indagini sulla gestione dell’antisemitismo in numerose università, tra cui Columbia, Rutgers, Northwestern, UCLA, Yale e University of Michigan.

Anche qui bisogna evitare una semplificazione.

Non tutti gli studenti che hanno manifestato per Gaza sono antisemiti.

Molti hanno protestato esclusivamente contro la guerra e per la tutela dei civili palestinesi.

Ma all’interno dello stesso universo politico sono emerse anche posizioni radicalmente diverse.

Nell’ottobre 2024, per esempio, Columbia University Apartheid Divest dichiarò il proprio sostegno alla “armed struggle”, definendo il 7 ottobre una vittoria “morale, militare e politica”.

Ed è qui che il paradosso dell’università progressista diventa enorme.

Gli stessi ambienti culturali che per anni hanno costruito codici linguistici rigidissimi per evitare microaggressioni, discriminazioni e linguaggio offensivo si sono improvvisamente trovati davanti a una questione immensamente più grave:

quando la violenza è rivolta contro gli israeliani, quali parole diventano improvvisamente accettabili?

Dall’ebreo “capitalista” all’ebreo “colonizzatore”

L’antisemitismo ha sempre dimostrato una straordinaria capacità di adattamento.

L’ebreo è stato accusato contemporaneamente di essere capitalista e comunista.

Cosmopolita e tribalista.

Troppo assimilato e incapace di assimilarsi.

Dominatore della finanza e rivoluzionario bolscevico.

Il bersaglio rimaneva lo stesso; cambiava la giustificazione.

Oggi esiste il rischio di una nuova metamorfosi.

L’ebreo non viene necessariamente presentato come una “razza inferiore”, secondo il vocabolario biologico del nazismo.

Può essere ricodificato come “colonizzatore”, “privilegiato”, “oppressore”, “sionista”.

Il linguaggio cambia.

La funzione politica può diventare sorprendentemente simile: trasformare milioni di individui differenti in una categoria collettivamente colpevole.

Ed è precisamente qui che l’antisionismo può oltrepassare la frontiera che lo separa dall’antisemitismo.

Non quando critica Israele.

Ma quando attribuisce agli ebrei collettivamente le responsabilità dello Stato israeliano; considera legittimo colpire istituzioni ebraiche perché “sioniste”; utilizza stereotipi classici sull’influenza ebraica; giustifica la violenza contro civili israeliani; oppure sostiene che l’unico Stato al mondo a maggioranza ebraica debba semplicemente cessare di esistere attraverso la violenza.

La coalizione rosso-verde

Esiste poi un cortocircuito politico ancora più difficile da spiegare.

Una parte della sinistra radicale occidentale ha costruito la propria identità intorno ai diritti LGBT, al femminismo, alla laicità e alla liberazione sessuale.

L’islamismo radicale sostiene principi praticamente opposti.

Eppure i due mondi possono incontrarsi nell’anti-occidentalismo e nell’ostilità verso Israele.

RIAS documenta precisamente questa presenza contemporanea di attivismo anti-israeliano, ambienti islamisti e sinistra anti-imperialista nelle manifestazioni contenenti antisemitismo.

Non significa che islamismo e sinistra radicale siano la stessa cosa.

Significa qualcosa di politicamente più interessante:

due ideologie incompatibili possono costruire un’alleanza tattica quando individuano lo stesso nemico.

Israele diventa così non soltanto uno Stato da criticare, ma il simbolo dell’Occidente, del colonialismo, del capitalismo, degli Stati Uniti e dell’ordine liberale.

E a quel punto l’ebreo rischia nuovamente di essere trasformato da individuo in simbolo.

È un meccanismo terribilmente antico.

Il grande alibi: “è soltanto antisionismo”

La risposta automatica è ormai conosciuta:

“Non siamo antisemiti, siamo antisionisti.”

In moltissimi casi è vero.

Antisionismo e antisemitismo non sono automaticamente sinonimi.

Una persona può criticare radicalmente il sionismo senza nutrire alcun odio verso gli ebrei.

Ma la formula non può diventare uno scudo universale.

Se una sinagoga viene attaccata per ciò che accade a Gaza, non è geopolitica.

Se uno studente ebreo viene intimidito perché considerato automaticamente responsabile delle decisioni del governo israeliano, non è critica a Netanyahu.

Se un massacro di civili viene celebrato perché quelle vittime vengono ridefinite collettivamente come “colonizzatori”, non è solidarietà con i palestinesi.

È disumanizzazione.

E la storia europea dovrebbe aver insegnato dove può condurre la disumanizzazione.

Anche l’estrema destra resta un problema

C’è però un dato che chi vuole affrontare seriamente il problema non deve nascondere.

L’antisemitismo dell’estrema destra non è scomparso.

L’ADL continua a documentare propaganda suprematista bianca e attività neonaziste; nel 2025 ha registrato una forte diminuzione della distribuzione di propaganda suprematista rispetto all’anno precedente, ma il fenomeno continua a esistere.

Negarlo per ragioni di convenienza politica sarebbe esattamente lo stesso errore che viene contestato alla sinistra.

L’antisemitismo va combattuto ovunque si trovi.

A destra quando parla di razza e complotti ebraici.

Nel fondamentalismo islamista quando invoca la guerra religiosa contro gli ebrei.

A sinistra quando trasforma ogni ebreo in un “colonizzatore” e ogni violenza contro israeliani in “resistenza”.

Non esiste antisemitismo buono perché proviene dalla parte politica che ci piace.

“Mai più”, ma con una clausola

Ed è questo il vero lascito politico del 7 ottobre.

Per ottant’anni l’Europa ha ripetuto:

Mai più.

Ma il valore di quella promessa non si misura quando è facile pronunciarla.

Si misura quando gli ebrei vengono realmente assassinati.

Il 7 ottobre circa 1.200 persone furono uccise e più di 250 rapite.

E mentre Israele non aveva ancora nemmeno completato la propria risposta militare, in alcuni ambienti occidentali era già cominciata la trasformazione semantica degli assassini in “resistenti” e delle vittime in “colonizzatori”.

È questo il punto che resterà nella storia.

Non impedisce di discutere — anche durissimamente — ciò che Israele ha fatto successivamente a Gaza.

Le due cose possono e devono essere tenute insieme.

Si possono condannare Hamas e le uccisioni di civili israeliani.

Si possono condannare le sofferenze e la morte dei civili palestinesi.

Si può criticare Netanyahu senza odiare gli ebrei.

Si può difendere il diritto dei palestinesi senza celebrare Hamas.

Quello che non si può fare è trasformare la parola “antifascismo” in un certificato preventivo di innocenza.

I nazisti sono loro?

Naturalmente esiste una differenza storica gigantesca tra la Germania nazista — uno Stato totalitario che organizzò industrialmente lo sterminio di sei milioni di ebrei — e qualsiasi movimento politico contemporaneo.

Equipararli letteralmente sarebbe storicamente sbagliato.

Ma il titolo “I nazisti sono loro” pone una provocazione diversa.

Che cosa accade quando chi passa la vita a definire gli altri “fascisti” comincia a utilizzare alcuni dei meccanismi che hanno sempre preceduto la persecuzione?

Colpa collettiva.

Demonizzazione.

Disumanizzazione.

Esclusione.

Giustificazione della violenza.

Trasformazione dell’ebreo in simbolo di un sistema malvagio.

Il nazismo costruì il proprio antisemitismo attraverso la razza.

Una parte dell’antisemitismo contemporaneo lo ricostruisce attraverso le categorie di colonialismo, privilegio e oppressione.

Non sono la stessa ideologia.

Ma il bersaglio rischia di tornare terribilmente familiare.

E questo è il punto che una parte dell’Occidente progressista non vuole guardare.

Il 7 ottobre ha strappato la maschera a molti.

Ha mostrato che gridare “antifascismo” non rende automaticamente immuni dall’odio.

Ha mostrato che si può parlare continuamente di inclusione e contemporaneamente escludere gli ebrei dalla propria gerarchia delle vittime.

Ha mostrato che persino un massacro può essere reinterpretato come liberazione quando le vittime vengono preventivamente classificate come appartenenti alla categoria degli “oppressori”.

E soprattutto ha ricordato una regola che l’Europa avrebbe dovuto imparare definitivamente nel 1945:

l’antisemitismo non diventa progressista cambiando vocabolario.

Chiamare l’ebreo “sionista” invece di “giudeo”, “colonizzatore” invece di “nemico della razza”, “privilegiato” invece di “parassita” non rende automaticamente innocente un discorso quando il risultato finale è la demonizzazione collettiva.

Il vecchio antisemitismo indossava la camicia bruna.

Quello islamista può utilizzare il linguaggio della guerra religiosa.

Quello dell’estrema sinistra può parlare di decolonizzazione e rivoluzione.

Le uniformi cambiano.

La domanda decisiva resta sempre la stessa:

che cosa stai giustificando quando la vittima è ebrea?

È da quella risposta, non dall’etichetta “antifascista” stampata sulla maglietta, che si misura la distanza reale dal totalitarismo.

E dopo il 7 ottobre quella risposta, per una parte dell’Occidente, è diventata terribilmente inquietante.

FONTI PRINCIPALI

Anti-Defamation League (ADL) — Audit of Antisemitic Incidents 2023
https://www.adl.org/resources/report/audit-antisemitic-incidents-2023

Anti-Defamation League (ADL) — Audit of Antisemitic Incidents 2024
https://www.adl.org/resources/report/audit-antisemitic-incidents-2024

Anti-Defamation League — Students for Justice in Palestine (SJP)
https://www.adl.org/resources/backgrounder/students-justice-palestine-sjp

Community Security Trust — Antisemitic Incidents Report 2025
https://cst.org.uk/news/blog/2026/02/11/antisemitic-incidents-report-2025

Community Security Trust — Antisemitic Incidents January–June 2025
https://cst.org.uk/research/cst-publications/antisemitic-incidents-report-january-june-2025

Bundesverband RIAS — Antisemitic Incidents in Germany
https://www.report-antisemitism.de/en/

European Union Agency for Fundamental Rights — Jewish people’s experiences and perceptions of antisemitism
https://fra.europa.eu/

U.S. House Committee on Education & the Workforce — Campus Antisemitism Investigation
https://edworkforce.house.gov/

PEN America — The Wrong Way to Fight Campus Antisemitism
https://pen.org/the-wrong-way-to-fight-campus-antisemitism/

HONDURASGATE: DOVE FINISCONO I FATTI E DOVE COMINCIA LA NARRAZIONE

0

Software israeliani per spiare milioni di persone. Israele che impartirebbe istruzioni al governo dell’Honduras. Telecomunicazioni, social network, Pegasus, Cellebrite, Palantir e perfino una gigantesca operazione geopolitica per combattere i governi progressisti dell’America Latina.

È una storia perfetta.

Forse troppo perfetta.

Perché quando si separano i fatti documentati dalle interpretazioni politiche, Hondurasgate diventa molto più complesso di come viene raccontato dalla propaganda ideologica.

I CANI DA RIPORTO DELLA CONTROINFORMAZIONE MARXISTA: CAMBIA LA STORIA, NON CAMBIA IL COPIONE

Ed eccoli di nuovo: i cani da riporto della controinformazione marxista, pronti a recuperare qualsiasi vicenda internazionale e riportarla dentro il solito recinto ideologico.

Cambiano il Paese, i protagonisti e le circostanze. Il copione, invece, sembra sempre lo stesso: se compare Israele, diventa immediatamente il centro della trama; se compaiono gli Stati Uniti, diventano la regia; se viene coinvolto un governo conservatore, diventa il braccio politico dell’operazione.

Il problema non è indagare Hondurasgate. Bisogna farlo. E se emergessero prove di sorveglianza illegale, abusi di potere o interferenze straniere, andrebbero denunciate senza sconti per nessuno.

Il problema nasce quando l’ipotesi diventa sentenza prima che la catena delle prove sia completa.

Un audio ritenuto autentico dimostra innanzitutto che una determinata conversazione è avvenuta. Non certifica automaticamente come vero ogni fatto raccontato durante quella conversazione. La presenza di tecnologie sviluppate da società israeliane non dimostra automaticamente un’operazione diretta dello Stato d’Israele. E mettere nello stesso racconto Pegasus, Cellebrite, Palantir, operatori telefonici e governi stranieri non basta a dimostrare che esista un’unica cabina di regia.

È qui che l’informazione rischia di trasformarsi in propaganda: prima si individua il nemico ideologico, poi si interpretano tutti gli elementi disponibili attraverso quella lente.

La sorveglianza di massa è un problema gravissimo quando viene praticata da Israele, dagli Stati Uniti, dalla Cina, dall’Iran, dalla Russia o da qualsiasi altro governo.

I diritti dei cittadini non hanno colore politico.

Per questo Hondurasgate deve essere indagato fino in fondo. Ma proprio perché le accuse sono enormi, servono prove enormi.

Documenti. Contratti. Flussi finanziari. Ordini. Infrastrutture. Responsabilità politiche verificabili.

Non basta una sceneggiatura geopolitica già pronta.

Perché la vera controinformazione dovrebbe mettere in dubbio tutti i poteri.

Quando invece dubita soltanto dei nemici della propria ideologia e concede sistematicamente il beneficio del dubbio agli amici, smette di essere controinformazione.

Diventa propaganda.

GLI AUDIO ESISTONO. MA COSA DIMOSTRANO DAVVERO?

Il cuore di Hondurasgate è costituito da registrazioni attribuite al presidente honduregno Nasry Asfura, all’ex presidente Juan Orlando Hernández e ad altri esponenti politici.

Le ultime dodici registrazioni sono state analizzate da Earshot, che ha concluso con alta probabilità che non fossero generate dall’intelligenza artificiale.

È un elemento importante e sarebbe scorretto ignorarlo.

Ma qui arriva la distinzione fondamentale:

dimostrare che una registrazione probabilmente non è stata generata dall’IA non significa automaticamente dimostrare come veri tutti i fatti raccontati al suo interno.

Un politico può parlare di un progetto.

Può vantare appoggi che non possiede.

Può descrivere una trattativa.

Può attribuire intenzioni a governi stranieri.

Può persino mentire.

L’autenticità della voce e la veridicità delle affermazioni contenute nella conversazione sono due problemi probatori differenti.

E questa distinzione era già emersa con le prime registrazioni: un’inchiesta honduregna sottolineava che precedenti verifiche consentivano di escludere alcune forme di manipolazione, ma non fornivano necessariamente una certificazione definitiva dell’identità dei parlanti o della veridicità delle loro affermazioni.

DA “TECNOLOGIA ISRAELIANA” A “ISRAELE SPIA L’AMERICA LATINA”

Qui avviene il salto politico.

Pegasus è realmente uno spyware estremamente invasivo sviluppato da NSO Group, società israeliana. Su questo non esiste motivo di edulcorare la realtà.

Ma esiste una differenza enorme tra:

un’azienda israeliana vende tecnologia

e

lo Stato di Israele conduce un’operazione segreta di sorveglianza politica dell’America Latina.

Per dimostrare la seconda affermazione servirebbe una catena probatoria molto più robusta: documenti governativi, contratti, ordini, autorizzazioni, trasferimenti finanziari, infrastrutture operative e collegamenti verificabili con apparati statali.

La semplice nazionalità dell’impresa produttrice del software non basta.

Altrimenti dovremmo attribuire automaticamente al governo americano qualsiasi operazione effettuata nel mondo utilizzando tecnologia prodotta da un’azienda statunitense.

IL PARADOSSO PALANTIR

C’è poi un dettaglio particolarmente interessante.

Nella stessa storia viene tirata in ballo anche Palantir.

Ma Palantir è americana.

Ed ecco allora comparire un meccanismo narrativo molto conveniente: tecnologie e aziende appartenenti a Paesi differenti vengono inserite nello stesso contenitore geopolitico e successivamente presentate come componenti di un’unica grande macchina.

Prima si costruisce la cornice:

Israele + Stati Uniti + destra latinoamericana.

Poi ogni elemento viene fatto entrare dentro quella cornice.

Ma una concatenazione narrativa non è una catena probatoria.

“MILIONI DI PERSONE SPIATE”: DOVE SONO LE PROVE?

Questa è probabilmente la questione più importante.

Dire che esisterebbe un progetto per aumentare il controllo delle comunicazioni è una cosa.

Dire che milioni di cittadini vengono spiati è completamente diverso.

Per dimostrare una sorveglianza di massa operativa servirebbero dati tecnici verificabili:

contratti firmati, infrastrutture installate, accessi alle reti degli operatori, capacità effettive del sistema, database utilizzati, numero di utenze intercettate e documentazione amministrativa o giudiziaria.

Le registrazioni possono rappresentare un indizio molto serio.

Non trasformano però automaticamente un progetto discusso in una macchina di sorveglianza già funzionante su milioni di persone.

IL VERO PROBLEMA È LA SORVEGLIANZA, NON LA NAZIONALITÀ DEL SOFTWARE

Qui emerge anche una contraddizione ideologica.

Se il problema è davvero la sorveglianza di massa, allora il principio deve valere universalmente.

Software israeliano? Va controllato.

Software americano? Va controllato.

Software cinese? Va controllato.

Software russo? Va controllato.

Tecnologia europea? Esattamente lo stesso.

I diritti civili non cambiano a seconda della bandiera stampata sulla sede dell’azienda produttrice.

Se invece l’indignazione esplode principalmente quando compare la parola “Israele”, mentre sistemi di sorveglianza enormemente più estesi vengono trattati con molto meno interesse quando appartengono a governi ideologicamente graditi, allora non stiamo più difendendo la privacy.

Stiamo facendo geopolitica travestita da difesa dei diritti digitali.

E POI ARRIVA LA PAROLA MAGICA: “GOVERNI PROGRESSISTI”

La prima ondata di Hondurasgate era stata presentata come una presunta operazione di Stati Uniti, Israele e Honduras contro governi progressisti dell’America Latina. Anche EFE descriveva prudentemente il caso parlando di un “presunto piano”, non di un complotto definitivamente provato.

Ed è proprio questa prudenza che dovrebbe accompagnare l’intera vicenda.

Perché Hondurasgate può contenere elementi autentici, comportamenti gravissimi e progetti che meritano indagini giudiziarie.

Ma questo non autorizza automaticamente a trasformarlo nella prova definitiva dell’esistenza di una gigantesca centrale israelo-americana incaricata di distruggere la sinistra latinoamericana.

È precisamente questo salto che deve essere dimostrato.

Non semplicemente raccontato.

INDAGARE TUTTO, CREDERE A NIENTE SULLA PAROLA

La posizione razionale non è negare Hondurasgate.

È chiedere più prove.

Se il governo Asfura ha progettato una sorveglianza illegale dei cittadini, bisogna accertarlo.

Se società tecnologiche hanno fornito strumenti destinati alla repressione politica, bisogna documentarlo.

Se operatori telefonici hanno consentito accessi illegali alle comunicazioni, bisogna indagare.

E soprattutto, se esiste davvero un’operazione diretta dello Stato israeliano o statunitense per controllare politicamente l’Honduras e destabilizzare altri Paesi latinoamericani, allora devono emergere prove proporzionate alla gravità dell’accusa.

Perché esiste una regola semplicissima che dovrebbe valere per tutti:

un audio può essere una prova dell’esistenza di una conversazione. Non è automaticamente la prova che ogni cosa raccontata durante quella conversazione sia vera.

Hondurasgate merita un’indagine seria.

Quello che non merita è essere trasformato preventivamente in una sceneggiatura ideologica nella quale il colpevole è già stato scelto e ogni nuovo elemento viene interpretato soltanto per confermare la tesi iniziale.

La domanda quindi rimane aperta:

stiamo assistendo alla scoperta documentata di una gigantesca operazione internazionale di sorveglianza oppure alla trasformazione di elementi reali e ancora da verificare in una narrazione geopolitica molto più grande delle prove disponibili?

La risposta non arriverà dagli slogan.

Arriverà dai documenti.

Bill Gates, Fauci e lo Stato parallelo della “filantropia”: i documenti di Rand Paul aprono una voragine

0

Non una teoria del complotto, ma documenti pubblicati dal Senato americano

Per anni bastava pronunciare insieme tre nomi — Bill Gates, Anthony Fauci e NIH — per essere immediatamente catalogati.

Complottista.

No-vax.

Disinformatore.

Nemico della scienza.

Era il metodo perfetto per evitare la domanda più semplice: quanto era profondo il rapporto tra uno degli uomini più ricchi del pianeta e l’apparato sanitario, scientifico e di sicurezza nazionale degli Stati Uniti?

Adesso quella domanda non arriva da qualche oscuro blog.

Arriva dal Senato degli Stati Uniti.

Il senatore Rand Paul, presidente della Senate Homeland Security and Governmental Affairs Committee, ha pubblicato una nuova tranche di documenti accompagnandola con una frase che dovrebbe bastare da sola ad aprire un dibattito enorme:

“Bill Gates had a Q Clearance and a private editor at NIH.”

Tradotto: Bill Gates aveva un’autorizzazione di sicurezza di livello Q e, secondo la ricostruzione della commissione, poteva contare persino sull’intervento personale di Anthony Fauci nell’editing dei suoi scritti.

Ma questo è soltanto l’inizio.

La documentazione pubblicata dalla commissione descrive quasi vent’anni di rapporti tra la Bill & Melinda Gates Foundation e pezzi importanti dell’apparato federale americano.

Ed è precisamente qui che la storia diventa politicamente esplosiva.

Bill Gates e la Q Clearance

Partiamo dal dato più clamoroso.

La pagina ufficiale della commissione presieduta da Paul afferma che i documenti appena pubblicati mostrano che Gates possedette per sette anni una security clearance “Q” del Department of Energy.

Non stiamo parlando del pass per entrare in un ministero.

La Q Clearance è una delle autorizzazioni più elevate del sistema di sicurezza del Dipartimento dell’Energia statunitense ed è associata all’accesso a informazioni classificate estremamente sensibili, comprese determinate categorie di Restricted Data.

Questo non significa, naturalmente, che Gates conoscesse automaticamente ogni segreto nucleare degli Stati Uniti. Una clearance stabilisce l’idoneità all’accesso; l’accesso concreto dipende anche dal cosiddetto need to know.

Ma la domanda politica resta gigantesca:

perché Bill Gates disponeva di un’autorizzazione di questo livello?

E soprattutto:

quanto era diventato stretto il rapporto fra un soggetto privato dotato di un’immensa capacità finanziaria e gli apparati strategici dello Stato americano?

Perché il problema non è demonizzare Gates.

Il problema è la trasparenza.

Un miliardario non viene eletto.

Una fondazione privata non risponde agli elettori.

Il suo consiglio di amministrazione non deve ottenere la fiducia del Congresso.

Eppure la documentazione resa pubblica da Paul descrive un livello di accesso che merita ben più di qualche scrollata di spalle.

Anthony Fauci, l’editor personale

Poi arriva Anthony Fauci.

La Reading Room della commissione sostiene esplicitamente che Fauci intervenne personalmente sui manoscritti di Gates.

È un dettaglio apparentemente minore che invece racconta molto.

Perché Fauci non era un professore universitario qualsiasi che correggeva la bozza di un collega.

Era uno degli uomini più potenti della sanità pubblica americana, per decenni direttore del NIAID e figura centrale nell’enorme macchina federale della ricerca biomedica.

E Gates non era semplicemente un autore in cerca di consigli.

Era il volto di una fondazione capace di mobilitare miliardi di dollari nel settore sanitario globale.

Il punto non è sostenere che correggere un manoscritto costituisca un illecito. Non lo è.

Il punto è capire la natura del rapporto.

Quando il vertice di una gigantesca istituzione pubblica scientifica offre un livello di collaborazione personale del genere a uno dei più potenti finanziatori privati della sanità mondiale, la distinzione fra semplice cooperazione istituzionale e rapporto privilegiato merita di essere esaminata.

È questo il vero scandalo politico sollevato dai documenti.

Non necessariamente un reato.

Qualcosa di forse ancora più interessante: un sistema di relazioni personali che sembra muoversi con una naturalezza impressionante fra denaro privato e potere pubblico.

Francis Collins e il problema dei finanziamenti

Il terzo nome è quello di Francis Collins, storico direttore del NIH.

Secondo la sintesi ufficiale pubblicata dalla commissione, i documenti mostrano Collins impegnato internamente a spiegare i rapporti finanziari tra la Gates Foundation e NIH.

Anche qui bisogna evitare la scorciatoia.

Collaborazioni economiche fra fondazioni filantropiche e istituzioni pubbliche non costituiscono automaticamente qualcosa di illecito. Possono finanziare programmi utilissimi.

La questione è un’altra.

Chi stabilisce le priorità della sanità pubblica quando il capitale privato diventa abbastanza grande da sedersi stabilmente al tavolo con le istituzioni?

Il confine tra filantropia e influenza politica diventa sempre più sottile.

Il denaro non deve necessariamente “comprare” qualcuno nel senso volgare del termine.

Può fare qualcosa di molto più sofisticato.

Può decidere quali programmi esistono.

Quali ricerche vengono finanziate.

Quali emergenze ricevono attenzione.

Quali tecnologie vengono sviluppate.

Quali organizzazioni acquistano centralità.

Ed è qui che il problema Gates supera enormemente la persona di Bill Gates.

La filantropia che diventa potere

Il mondo occidentale ha sviluppato una concezione curiosamente ingenua della filantropia miliardaria.

Se un imprenditore accumula un’enorme fortuna viene considerato un soggetto economico e, giustamente, viene osservato con attenzione.

Se trasferisce una parte significativa di quella fortuna dentro una fondazione, improvvisamente diventa quasi una figura moralmente neutrale.

Ma il denaro non perde potere perché viene chiamato “filantropia”.

Può addirittura acquistarne di più.

Perché una fondazione può entrare nei settori della sanità, dell’agricoltura, della ricerca scientifica, dell’istruzione e della cooperazione internazionale presentandosi non come portatrice di un interesse economico, ma come portatrice del bene.

Ed è proprio questa pretesa di neutralità che deve essere messa sotto esame.

Non perché ogni iniziativa della Gates Foundation sia sbagliata.

Sarebbe una caricatura.

Ma perché nessun centro di potere dovrebbe essere sottratto allo scrutinio soltanto perché utilizza il linguaggio della filantropia.

Poi compare DARPA

Ed ecco il passaggio forse più interessante dell’intera pubblicazione.

La commissione afferma che i documenti mostrano che DARPA informò la Gates Foundation su programmi militari relativi alle minacce biologiche, compreso un progetto riguardante un vaccino trasmissibile contro la febbre di Lassa.

DARPA non è una normale agenzia sanitaria.

È la Defense Advanced Research Projects Agency del Pentagono.

L’agenzia nata per sviluppare tecnologie avanzate con applicazioni strategiche per la sicurezza nazionale americana.

Quando nello stesso dossier iniziano a comparire:

Gates Foundation. NIH. Fauci. Collins. Department of Energy. DARPA. Biological threats. Vaccini sperimentali.

la discussione non può più essere liquidata con una battuta sui “complottisti”.

Non perché questa concatenazione dimostri automaticamente un complotto.

Non lo dimostra.

Dimostra però qualcosa che per anni è stato spesso banalizzato: il mondo della biosicurezza, della sanità pubblica, della ricerca biomedica, della difesa e della grande filantropia privata era molto più interconnesso di quanto il dibattito pubblico lasciasse immaginare.

Il vero problema è l’assenza di accountability

Ed eccoci al centro della questione.

Bill Gates non è mai stato eletto presidente degli Stati Uniti.

Non è stato eletto al Congresso.

Non è stato confermato dal Senato come segretario alla Sanità.

Non è il direttore di un’agenzia federale.

Non deve presentarsi ogni quattro anni davanti agli elettori.

Eppure la sua fondazione è diventata negli anni uno degli attori più influenti della sanità globale.

Questo non è necessariamente illegittimo.

Ma è certamente un problema democratico degno di discussione.

Perché quando una fortuna privata diventa abbastanza grande da interagire alla pari con governi, agenzie internazionali, università, aziende farmaceutiche e centri di ricerca, nasce un potere che le democrazie moderne faticano persino a classificare.

Non è pubblico.

Non è propriamente aziendale.

Non è diplomatico.

Non è elettivo.

È potere privato transnazionale esercitato attraverso finanziamenti, partnership, ricerca e accesso istituzionale.

E questo potere deve essere controllato esattamente come qualsiasi altro.

Per anni la domanda stessa era proibita

Ed è qui che la vicenda assume un sapore particolarmente amaro.

Durante la pandemia chiunque provasse a interrogarsi sull’influenza esercitata da Gates nella sanità globale rischiava immediatamente l’etichetta di complottista.

La risposta standard non era:

“Vediamo i documenti.”

Era:

“Non diffondete disinformazione.”

Oggi i documenti li sta pubblicando una commissione del Senato americano.

E non dimostrano tutte le teorie circolate negli ultimi anni — sarebbe intellettualmente disonesto sostenerlo.

Ma rendono altrettanto insostenibile l’atteggiamento opposto: quello secondo cui domandarsi quanto fossero profondi questi rapporti fosse una forma di paranoia.

Le relazioni esistevano.

Erano importanti.

E alcune raggiungevano livelli dell’apparato federale e della sicurezza nazionale che meritano spiegazioni.

La controinformazione adesso avrà un problema

Ed ecco arrivare il momento divertente.

Perché i soliti cani da riporto della controinformazione italiana rischiano di trovarsi davanti all’ennesima contraddizione.

Per anni una parte di quell’ambiente ha costruito un gigantesco teatrino nel quale ogni avvenimento mondiale veniva spiegato attraverso tre o quattro formule prefabbricate:

BlackRock.

Israele.

Sionismo.

Washington.

CIA.

Poi, quando emergono documenti istituzionali americani che permettono di investigare seriamente le relazioni fra capitale privato, apparati federali, biosicurezza e ricerca scientifica, improvvisamente il discorso diventa molto più scomodo.

Perché la realtà raramente rispetta gli slogan ideologici.

Ed è molto più interessante.

Non serve inventare onnipotenti cabale segrete quando esistono reti documentabili di potere, finanziamento, accesso e influenza.

Bisogna studiarle.

Seguire i documenti.

Seguire i finanziamenti.

Ricostruire le catene decisionali.

E soprattutto smetterla di sostituire l’analisi con l’ideologia.

Il “complottismo” è stato spesso l’alibi perfetto

C’è una lezione enorme in questa storia.

La parola complottismo è utile quando descrive realmente una teoria costruita senza prove.

Diventa però pericolosa quando viene trasformata in un manganello retorico per impedire qualsiasi domanda sui rapporti fra potere economico e istituzioni.

Perché esistono due modi ugualmente stupidi di osservare il potere.

Il primo consiste nel vedere complotti ovunque.

Il secondo consiste nel credere che i potenti non costruiscano reti di influenza.

La realtà sta nei documenti.

Ed è proprio per questo che il lavoro di desecretazione e pubblicazione portato avanti dalla commissione di Rand Paul è importante indipendentemente dalle simpatie politiche verso il senatore.

I documenti possono essere contestualizzati.

Le sue interpretazioni possono essere discusse.

Le sue conclusioni possono essere criticate.

Ma almeno finalmente abbiamo materiale sul quale discutere.

E adesso servono risposte

La questione quindi non dovrebbe essere:

“Bill Gates è buono o cattivo?”

È una domanda infantile.

Le domande serie sono altre.

Per quale motivo Gates ottenne una Q Clearance?

Quali informazioni poteva effettivamente consultare?

Per quali progetti?

Quali rapporti istituzionali giustificavano quell’accesso?

Qual era esattamente la natura delle interazioni fra Gates Foundation e NIH?

Quanto frequentemente Fauci e Collins interagivano direttamente con Gates e con la sua fondazione?

Quali programmi furono sviluppati congiuntamente?

Perché DARPA condivideva briefing sulle minacce biologiche con la fondazione?

Quali informazioni vennero condivise?

Quali progetti nacquero da quelle interlocuzioni?

Quali garanzie esistevano contro conflitti d’interesse e influenza privata sulle priorità pubbliche?

Queste sono domande democratiche.

Non teorie del complotto.

Il castello della narrativa comincia a sgretolarsi

Il valore politico dei documenti pubblicati da Rand Paul non consiste nell’aver dimostrato una gigantesca cospirazione mondiale.

Consiste in qualcosa di molto più concreto e quindi molto più difficile da liquidare.

Mostrano, secondo la documentazione presentata dalla commissione, un grado straordinario di prossimità fra uno dei maggiori centri di capitale filantropico privato del pianeta e alcune delle più importanti strutture scientifiche e strategiche del governo americano.

Bill Gates con una Q Clearance.

Anthony Fauci che interviene personalmente sui suoi manoscritti.

Francis Collins alle prese con i rapporti finanziari fra fondazione e NIH.

DARPA che informa la Gates Foundation su programmi biologici di interesse militare.

Presi singolarmente, questi elementi possono avere spiegazioni perfettamente legittime.

Presi insieme, impongono una domanda che nessuna democrazia dovrebbe avere paura di formulare:

dove finiva la filantropia e dove cominciava il potere?

Per anni ci hanno spiegato che persino fare questa domanda era irresponsabile.

Adesso non sono più i “complottisti” a bussare alla porta.

Sono i documenti del Senato degli Stati Uniti.

E i documenti hanno un difetto terribile per chi ha costruito la propria carriera dicendo alla gente quali domande non poteva fare:

non si possono censurare con un’etichetta.


Fonti e documenti

Thread originale del senatore Rand Paul:
https://x.com/SenRandPaul/status/2083295531657310573

U.S. Senate Committee on Homeland Security and Governmental Affairs – Reading Room / Covid Coverup:
https://www.paul.senate.gov/readingroom/

Documentazione: “Bill Gates Had a Q Clearance and a Private Editor at NIH”:
disponibile nella sezione New Documents della Reading Room ufficiale del senatore Rand Paul.

Sito ufficiale del senatore Rand Paul:
https://www.paul.senate.gov/

Il trionfo energetico di Trump e la lunga guerra per procura dell’Iran

0

Dall’“energy dominance” americana all’Asse della Resistenza: perché Hormuz racconta una storia molto più lunga dell’ultima crisi

2 agosto 2026

C’è un errore di prospettiva che rischia di falsare completamente il dibattito sulla nuova crisi energetica e geopolitica del Golfo Persico: partire dall’ultima fiammata nello Stretto di Hormuz come se tutto fosse cominciato lì.

Non è così.

La pressione sulle rotte energetiche, l’utilizzo delle milizie alleate, la costruzione di capacità missilistiche e navali asimmetriche e la minaccia ai grandi colli di bottiglia del commercio mondiale appartengono da decenni alla strategia regionale della Repubblica Islamica dell’Iran.

Ed è proprio qui che diventa interessante l’analisi pubblicata da Kimberley A. Strassel sul Wall Street Journal, significativamente intitolata Trump’s Energy Triumph.

La tesi di Strassel è semplice ma politicamente esplosiva: mentre una parte del sistema mediatico americano attribuisce all’amministrazione Trump la responsabilità politica della crisi energetica provocata dal conflitto con l’Iran, gli Stati Uniti arrivano a questo confronto in una condizione energetica enormemente più forte rispetto al passato.

Non significa che l’America sia immune da uno shock petrolifero mondiale. Il petrolio è una commodity globale e un aumento del Brent si trasmette inevitabilmente anche al mercato statunitense.

Significa qualcosa di diverso e molto più importante: gli Stati Uniti non dipendono più strutturalmente dal Golfo Persico come accadeva decenni fa.

Ed è una differenza strategica enorme.


L’America che produce più petrolio di chiunque altro

Partiamo dai numeri.

Secondo la U.S. Energy Information Administration, nel 2025 gli Stati Uniti hanno prodotto mediamente circa 13,6 milioni di barili di greggio al giorno, stabilendo un nuovo record americano e mondiale.

Gli Stati Uniti sono rimasti il maggiore produttore di petrolio greggio del pianeta, posizione che occupano dal 2018.

La trasformazione è impressionante.

Il Paese che per decenni aveva costruito parte della propria strategia internazionale intorno alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici provenienti dall’estero è diventato una superpotenza energetica capace di produrre petrolio e gas in quantità che soltanto vent’anni fa sarebbero sembrate difficilmente immaginabili.

Ma bisogna fare una precisazione essenziale.

Gli Stati Uniti continuano a essere importatori netti di petrolio greggio: nel 2025 le importazioni nette di crude oil sono state circa 2,2 milioni di barili al giorno.

Se però consideriamo complessivamente petrolio greggio e prodotti petroliferi raffinati, la situazione cambia: gli Stati Uniti sono diventati esportatori netti di petrolio nel suo complesso.

Ancora più evidente è il quadro considerando l’intero sistema energetico.

Nel 2025 le esportazioni energetiche americane hanno raggiunto il record di circa 31 quadrilioni di BTU, contro circa 21 quadrilioni importati.

Il saldo netto delle esportazioni energetiche ha così raggiunto un nuovo massimo storico.

Questa è la trasformazione strutturale che rende il confronto con l’Iran profondamente diverso rispetto alle crisi petrolifere del passato.


Il vero boom americano: il gas naturale liquefatto

Il cambiamento più spettacolare riguarda probabilmente il gas.

Nel febbraio 2016 partì dal terminale di Sabine Pass il primo grande carico commerciale di LNG americano.

Dieci anni dopo gli Stati Uniti sono diventati il maggiore esportatore mondiale di gas naturale liquefatto, davanti a Qatar e Australia.

Secondo l’EIA, le esportazioni americane di LNG sono passate da appena 0,5 miliardi di piedi cubi al giorno nel 2016 a circa 15 miliardi nel 2025.

Una crescita di trenta volte in meno di un decennio.

Ed è difficile sopravvalutare le conseguenze geopolitiche di questo cambiamento.

Il gas americano non è soltanto una commodity.

È diventato una componente della sicurezza energetica europea e asiatica.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina del 2022, il LNG americano ha contribuito alla sostituzione di una parte significativa del gas russo precedentemente destinato all’Europa.

Oggi la crisi iraniana aggiunge un secondo elemento.

Se Hormuz viene compromesso, non è soltanto il petrolio a essere interessato. Attraverso quelle acque transita anche una parte fondamentale delle esportazioni mondiali di LNG, a partire da quelle del Qatar.

E infatti nel luglio 2026 QatarEnergy è arrivata ad acquistare decine di carichi di LNG americano per compensare le difficoltà generate dalle interruzioni nello Stretto.

Il paradosso geopolitico è evidente:

una crisi nel Golfo Persico aumenta contemporaneamente il valore strategico dell’energia americana.


Trump può rivendicare tutto questo?

Qui bisogna evitare la propaganda anche quando si vuole difendere una tesi politicamente scomoda.

Trump non ha inventato lo shale americano.

La rivoluzione dello shale oil e dello shale gas era cominciata prima del suo ingresso alla Casa Bianca, favorita dalla combinazione tra perforazione orizzontale, fratturazione idraulica, capitale privato, innovazione tecnologica e gigantesche risorse geologiche.

Anche il primo grande terminale LNG di Sabine Pass iniziò le esportazioni nel 2016, prima dell’insediamento della prima amministrazione Trump.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato sostenere che la politica energetica non abbia avuto alcuna importanza.

Trump ha fatto dell’energy dominance uno degli elementi centrali della propria strategia economica e internazionale.

Nel suo primo mandato l’amministrazione favorì l’espansione della produzione domestica, delle infrastrutture energetiche e delle esportazioni.

Nel secondo mandato questa impostazione è stata ulteriormente rafforzata.

Il punto quindi non è attribuire a un singolo presidente una rivoluzione tecnologica durata vent’anni.

Il punto è riconoscere che Trump ha trasformato quella capacità produttiva in una dottrina geopolitica esplicita.

Produrre energia significa ridurre la vulnerabilità.

Esportare energia significa aumentare l’influenza.

Offrire agli alleati forniture alternative significa diminuire il potere dei concorrenti.

Ed è qui che energia e politica estera diventano inseparabili.


Hormuz: il collo di bottiglia che Teheran conosce perfettamente

Per comprendere la strategia iraniana bisogna guardare una carta geografica.

Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti più delicati dell’economia mondiale.

A nord c’è l’Iran.

A sud la penisola arabica.

In mezzo passa una parte fondamentale delle esportazioni energetiche provenienti dal Golfo Persico.

La possibilità di minacciare questa arteria ha quindi offerto a Teheran una forma di deterrenza asimmetrica.

L’Iran non deve necessariamente essere più potente militarmente degli Stati Uniti.

Non deve possedere una marina superiore.

Non deve nemmeno riuscire a mantenere indefinitamente chiuso lo Stretto.

Gli basta essere capace di creare abbastanza rischio da far aumentare:

  • premi assicurativi;
  • costi di trasporto;
  • prezzi dell’energia;
  • rischio politico;
  • volatilità dei mercati.

È la logica classica della guerra asimmetrica.

Ma Hormuz rappresenta soltanto metà della storia.

L’altra metà si trova centinaia di chilometri più a sud-ovest.

Si chiama Bab el-Mandeb.


Dallo Stretto di Hormuz al Bab el-Mandeb

Il Bab el-Mandeb collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e quindi all’Oceano Indiano.

Chi riesce a minacciare quella rotta esercita indirettamente pressione anche sul traffico diretto verso il Canale di Suez.

Ed è qui che entrano in scena gli Houthi dello Yemen.

L’Iran non ha creato il movimento Houthi, e sarebbe storicamente scorretto descriverlo come una semplice organizzazione artificiale costruita da Teheran.

Ma nel corso degli anni il rapporto è diventato sempre più importante.

Secondo il Council on Foreign Relations e numerose altre fonti occidentali, l’Iran è diventato il principale sostenitore esterno degli Houthi, fornendo assistenza comprendente armi, tecnologia, addestramento e intelligence.

Nel luglio 2025 le forze yemenite anti-Houthi intercettarono quello che venne descritto come il più grande carico di armamenti iraniani mai sequestrato diretto al movimento: circa 750 tonnellate di materiale, comprendenti componenti per droni, testate missilistiche e sistemi radar.

Il risultato strategico è evidente.

Teheran dispone così di pressione su Hormuz direttamente e di influenza indiretta su un altro grande collo di bottiglia attraverso un alleato regionale.

Non è necessario immaginare un centro di comando onnipotente che controlla ogni singola operazione.

La realtà è più sofisticata.

L’Iran ha costruito negli anni una rete di partner con differenti livelli di autonomia, accomunati però dalla capacità di moltiplicare la pressione sui rivali di Teheran.


1979: quando nasce il modello iraniano

Per capire questa rete bisogna tornare alla Rivoluzione islamica.

Dopo il 1979 l’Iran si trovò rapidamente isolato.

Poi arrivò la guerra Iran-Iraq.

Otto anni di conflitto devastante convinsero ulteriormente la leadership iraniana di una realtà elementare: competere convenzionalmente con Stati Uniti, monarchie del Golfo e altri avversari regionali sarebbe stato estremamente costoso.

Serviva un’altra strategia.

Da questa esigenza nacque progressivamente un sistema fondato su:

milizie, organizzazioni politiche armate, missili, droni, intelligence, operazioni clandestine e alleanze ideologiche.

Il Congressional Research Service americano descrive il sostegno iraniano a gruppi politici e armati regionali come uno dei pilastri della politica estera della Repubblica Islamica fin dalla sua fondazione.

Le ragioni sono facilmente comprensibili.

Una rete di forze alleate permette di proiettare potere a costi inferiori rispetto a un esercito convenzionale.

Permette di colpire avversari mantenendo diversi gradi di negabilità.

Permette di combattere lontano dai confini iraniani.

E soprattutto permette di trasformare territori di altri Paesi nella prima linea della deterrenza iraniana.


Hezbollah: il prototipo

Il caso più importante rimane il Libano.

Durante gli anni Ottanta, in piena guerra civile libanese, l’Iran ebbe un ruolo determinante nello sviluppo di Hezbollah.

Nel tempo l’organizzazione è diventata contemporaneamente movimento politico, struttura sociale e forza militare.

Il suo peso ha superato enormemente quello di una normale organizzazione politica.

Per Teheran Hezbollah ha rappresentato per decenni un asset strategico fondamentale: una forza armata alleata direttamente sul fronte settentrionale di Israele.

Non solo.

Hezbollah ha acquisito a sua volta esperienza nell’addestramento e nel sostegno ad altri gruppi regionali, contribuendo alla diffusione del modello iraniano.

Durante la guerra civile siriana il movimento libanese intervenne militarmente al fianco di Bashar al-Assad, insieme ad altre forze sostenute dall’Iran.

La guerra siriana mostrò quindi la maturazione dell’intero sistema.

Non più semplici relazioni bilaterali tra Iran e singole organizzazioni.

Ma una rete transnazionale capace di cooperare attraverso diversi teatri.


Iraq: le milizie diventano potere politico

Dopo l’invasione americana dell’Iraq del 2003 si aprì un altro enorme spazio strategico.

Teheran sfruttò abilmente il nuovo scenario.

Milizie sciite sostenute dall’Iran aumentarono progressivamente la propria influenza militare e politica.

Tra queste troviamo organizzazioni come Kata’ib Hezbollah e Asa’ib Ahl al-Haq.

Alcune combatterono le forze americane.

Successivamente parteciparono anche alla guerra contro ISIS.

Nel frattempo entrarono sempre più profondamente nel sistema politico ed economico iracheno.

È proprio questa caratteristica a rendere semplicistica la parola “proxy”.

Non siamo sempre davanti a mercenari che attendono un ordine telefonico da Teheran.

Molte organizzazioni hanno proprie leadership, propri interessi locali, propri finanziamenti e proprie strategie.

Ma contemporaneamente intrattengono rapporti ideologici, militari, finanziari o politici profondissimi con la Repubblica Islamica.

Il risultato per Teheran è strategicamente vantaggioso:

influenza senza occupazione.


Siria: il corridoio verso il Mediterraneo

La Siria è stata per anni un altro elemento fondamentale dell’architettura iraniana.

Quando il regime di Bashar al-Assad rischiò il collasso durante la guerra civile, Iran e Hezbollah intervennero pesantemente a suo sostegno.

Per Teheran la sopravvivenza del regime siriano aveva un’importanza che andava ben oltre Damasco.

La Siria costituiva un ponte geografico e politico verso il Libano.

Un corridoio attraverso Iraq e Siria consentiva di collegare più facilmente la Repubblica Islamica alla rete regionale.

Era quella che alcuni analisti hanno definito la “mezzaluna sciita”.

Non significa che ogni governo o comunità sciita della regione rispondesse automaticamente all’Iran.

Significa che Teheran aveva costruito una profondità strategica che arrivava dal proprio territorio fino al Mediterraneo.


Una guerra combattuta fuori dall’Iran

Qui emerge la caratteristica forse più importante dell’intero sistema.

Per decenni una parte considerevole del confronto tra Iran, Israele, Stati Uniti e monarchie arabe non è stata combattuta direttamente sul territorio iraniano.

È stata combattuta:

in Libano,

in Siria,

in Iraq,

in Yemen,

nel Mar Rosso,

contro installazioni americane,

contro infrastrutture energetiche,

contro navigazione commerciale.

Questa è la logica della forward defense, la difesa avanzata iraniana.

Dal punto di vista di Teheran si tratta di impedire che la guerra raggiunga direttamente il cuore della Repubblica Islamica.

Dal punto di vista dei suoi avversari, invece, significa che l’Iran ha trasformato altri territori in piattaforme di pressione regionale.

Le due interpretazioni non si escludono.

Una strategia può essere contemporaneamente difensiva nelle motivazioni dichiarate e offensiva negli strumenti utilizzati.


Non semplicemente “proxy”

Anche qui serve precisione.

Descrivere Hezbollah, Houthi e tutte le milizie irachene come semplici burattini telecomandati dall’Iran è analiticamente insufficiente.

Il Congressional Research Service sottolinea che i gruppi appartenenti al cosiddetto Asse della Resistenza sono differenti per motivazioni, capacità e livello di autonomia.

È proprio questo a rendere il sistema resistente.

Una struttura rigidamente centralizzata può essere decapitata.

Una rete decentralizzata è molto più difficile da distruggere.

Ogni nodo può adattarsi.

Ogni organizzazione può perseguire contemporaneamente obiettivi locali e interessi convergenti con quelli iraniani.

Teheran non deve necessariamente impartire ogni ordine.

Gli basta costruire un ambiente nel quale interessi, ideologia, armi e nemici comuni producano cooperazione.


Il vero obiettivo: spostare il fronte lontano da Teheran

L’errore più comune è interpretare questa strategia esclusivamente attraverso la retorica religiosa.

L’ideologia rivoluzionaria conta.

L’ostilità verso Israele conta.

L’opposizione alla presenza americana conta.

Ma dietro tutto questo esiste una logica geopolitica estremamente concreta.

L’Iran è circondato da Stati che per decenni hanno ospitato basi o forze americane.

Non dispone della stessa aviazione degli Stati Uniti.

Non dispone della stessa capacità navale.

Non dispone dello stesso sistema di alleanze convenzionali.

Ha quindi costruito un sistema alternativo.

Droni economici contro sistemi antimissile costosissimi.

Missili contro infrastrutture.

Milizie contro eserciti regolari.

Proxy contro basi straniere.

Pressione sulle rotte commerciali contro economie globalizzate.

È una strategia razionale dal punto di vista del regime iraniano.

Ed è precisamente per questo che rappresenta un problema strategico per i suoi avversari.


Gli Accordi di Abramo: la risposta opposta

Durante il primo mandato Trump si sviluppò contemporaneamente un’altra architettura regionale.

Gli Accordi di Abramo portarono alla normalizzazione dei rapporti tra Israele e diversi Paesi arabi, a partire da Emirati Arabi Uniti e Bahrein, cui seguirono altri percorsi diplomatici.

L’importanza degli accordi non consisteva semplicemente nell’apertura delle ambasciate.

La loro logica era molto più ampia.

Trasformare progressivamente il Medio Oriente da sistema costruito intorno al conflitto arabo-israeliano in un sistema fondato su:

commercio,

tecnologia,

investimenti,

sicurezza,

energia,

cooperazione militare.

In altre parole, sostituire progressivamente la geopolitica della contrapposizione permanente con quella degli interessi convergenti.

Naturalmente gli Accordi di Abramo non hanno risolto il conflitto israelo-palestinese né eliminato le profonde rivalità regionali.

Ma hanno dimostrato qualcosa che fino a pochi anni prima sembrava quasi impossibile:

Israele e importanti Paesi arabi potevano costruire relazioni pubbliche senza aspettare la soluzione definitiva della questione palestinese.

Per Teheran questa evoluzione rappresentava un problema strategico.

Perché un Medio Oriente nel quale Israele, monarchie del Golfo e Stati Uniti cooperano sempre più strettamente restringe lo spazio politico dell’Asse della Resistenza.


Energia più alleanze: la dottrina Trump

È mettendo insieme questi due elementi che emerge il significato più profondo dell’analisi di Strassel.

Da una parte:

energia americana.

Dall’altra:

integrazione regionale.

Il primo elemento riduce la vulnerabilità economica degli Stati Uniti.

Il secondo aumenta il costo politico e militare della destabilizzazione regionale.

È questa combinazione che modifica l’equilibrio.

Per decenni il Medio Oriente ha potuto esercitare una pressione enorme sull’Occidente attraverso l’energia.

Oggi quella leva non è scomparsa.

Hormuz rimane fondamentale.

Il petrolio continua ad avere un prezzo mondiale.

Uno shock nel Golfo può ancora provocare inflazione, aumento dei carburanti e rallentamento economico.

Ma l’America del 2026 non è l’America del 1973.


Il punto debole della tesi del “Trump ha causato la crisi energetica”

Ed è qui che la polemica politica diventa interessante.

Si può certamente discutere se ogni decisione militare o diplomatica dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Iran sia stata corretta.

È un dibattito legittimo.

Ma attribuire a Trump l’origine strutturale del problema significa cancellare quasi mezzo secolo di storia mediorientale.

La Repubblica Islamica sostiene organizzazioni armate regionali da decenni.

Hezbollah non nasce con Trump.

Le milizie sciite irachene non nascono con Trump.

Il rapporto Iran-Houthi non nasce con Trump.

La strategia iraniana di pressione su Hormuz non nasce con Trump.

L’ostilità tra Repubblica Islamica e Stati Uniti non nasce con Trump.

E soprattutto l’utilizzo della vulnerabilità energetica come strumento geopolitico precede di molto l’attuale amministrazione.

Trump ha ereditato questa realtà.

La differenza è che gli Stati Uniti che oggi affrontano quella realtà possiedono un’arma strategica che le amministrazioni americane degli anni Settanta, Ottanta e Novanta non avevano:

una gigantesca capacità energetica interna.


Ma l’America non è invulnerabile

Sarebbe però propaganda sostenere che il problema sia risolto.

La stessa situazione del 2026 dimostra il contrario.

Gli Stati Uniti rimangono integrati nel mercato petrolifero mondiale.

Se il Brent sale violentemente, anche i consumatori americani ne risentono.

Le raffinerie americane utilizzano inoltre differenti qualità di greggio e continuano a importarne quantità significative.

Esiste poi la questione della Strategic Petroleum Reserve.

La SPR rappresenta una risorsa fondamentale nelle emergenze, ma non è infinita.

Nel corso della crisi del 2026 gli Stati Uniti hanno dovuto utilizzare nuovamente parte delle proprie riserve strategiche per attenuare gli effetti delle interruzioni dell’offerta.

Questo introduce una distinzione fondamentale:

indipendenza energetica non significa isolamento energetico.

Gli Stati Uniti possono essere molto più sicuri rispetto al passato senza essere immuni dalle crisi mondiali.

Ed è proprio questa distinzione che rende credibile la tesi dell’energy dominance senza trasformarla in slogan.


Il vero trionfo non è pagare poco la benzina

La parola “trionfo” utilizzata da Strassel rischia di essere interpretata esclusivamente in termini di prezzo alla pompa.

Ma sarebbe una lettura superficiale.

Il vero successo strategico americano consiste nell’avere costruito una capacità produttiva che offre alla Casa Bianca margini d’azione molto più ampi.

Un Paese dipendente dalle importazioni deve pensare continuamente alla sicurezza del fornitore.

Un grande produttore pensa alla sicurezza del mercato.

Un grande esportatore può invece influenzare anche la sicurezza energetica degli alleati.

È un salto qualitativo.

L’energia diventa politica estera.


La lunga guerra per procura dell’Iran

Ed è esattamente qui che le due storie si incontrano.

Da una parte abbiamo un Iran che, dal 1979, ha progressivamente costruito una rete regionale capace di compensare le proprie inferiorità convenzionali.

Dall’altra abbiamo Stati Uniti che negli ultimi vent’anni hanno trasformato radicalmente la propria posizione energetica e che sotto Trump hanno fatto dell’energia uno strumento dichiarato di potenza nazionale.

Sono due modelli strategici.

Il modello iraniano moltiplica il potere attraverso le reti armate.

Il modello americano cerca di moltiplicarlo attraverso energia, economia, tecnologia e alleanze.

La partita attuale è anche lo scontro tra queste due architetture.


Chi trae vantaggio dalla destabilizzazione?

La domanda fondamentale diventa allora: chi beneficia di un Medio Oriente permanentemente instabile?

La risposta non può essere ridotta a un’unica capitale o a una teoria onnipotente.

Le guerre producono interessi differenti e spesso contraddittori.

Ma una cosa è documentabile.

La Repubblica Islamica ha costruito deliberatamente una strategia che considera la pressione indiretta uno strumento essenziale della propria sicurezza e della propria influenza regionale.

Questo non significa che Teheran sia responsabile di ogni guerra mediorientale.

Non significa che Stati Uniti, Israele, monarchie arabe o altre potenze siano privi di responsabilità.

Significa semplicemente rifiutarsi di cancellare l’Iran dall’equazione.

Una parte della narrativa occidentale descrive spesso Teheran esclusivamente come soggetto che “reagisce”.

Quarant’anni di politica regionale raccontano una realtà più complessa.

L’Iran reagisce.

Ma contemporaneamente agisce, finanzia, arma, addestra, influenza e costruisce deterrenza fuori dai propri confini.


La debolezza nascosta dell’Asse della Resistenza

Il sistema iraniano ha dimostrato una notevole resilienza.

Ma possiede anche una debolezza strutturale.

Funziona meglio quando l’avversario è politicamente diviso, energeticamente vulnerabile e incapace di coordinare i propri alleati.

Funziona peggio quando accade il contrario.

Un’America capace di esportare energia riduce il potere del ricatto energetico.

Una maggiore cooperazione tra Israele e Paesi arabi riduce lo spazio geopolitico dei proxy.

Una difesa integrata contro droni e missili riduce il rendimento della guerra asimmetrica.

Una rete logistica alternativa riduce il valore dei colli di bottiglia.

Non elimina la minaccia.

Ne aumenta però progressivamente il costo.


Il paradosso iraniano

Ed emerge un paradosso.

Ogni volta che l’Iran o i gruppi a esso collegati minacciano il traffico energetico mondiale, ricordano agli Stati Uniti e ai loro alleati perché diversificare le fonti energetiche è una necessità strategica.

Ogni attacco alle rotte marittime aumenta l’interesse verso forniture alternative.

Ogni crisi di Hormuz aumenta il valore della produzione americana.

Ogni crisi nel Mar Rosso rafforza l’interesse verso nuove infrastrutture, pipeline, terminali LNG e corridoi commerciali alternativi.

In altre parole:

l’utilizzo dell’energia come arma accelera la ricerca di strumenti capaci di rendere quell’arma meno efficace.

È lo stesso processo osservato con la Russia dopo il 2022.

Mosca utilizzò il proprio peso energetico come strumento di pressione.

L’Europa reagì diversificando rapidamente.

Uno dei maggiori beneficiari fu proprio il LNG americano.


Trump ha cambiato il tavolo

Trump non ha inventato il petrolio americano.

Non ha inventato lo shale.

Non ha inventato il LNG.

Non ha inventato la rivalità con l’Iran.

E non ha inventato la rete dei proxy iraniani.

Ma ha compreso una cosa che spesso la politica occidentale dimentica:

l’energia è potere.

Non soltanto ricchezza.

Potere.

Chi controlla la propria energia possiede maggiore libertà politica.

Chi può esportarla possiede maggiore influenza.

Chi può offrirla agli alleati possiede maggiore capacità diplomatica.

Chi dipende da un collo di bottiglia controllabile da un avversario possiede invece una vulnerabilità.

È questa la vera essenza dell’“energy dominance”.


Conclusione: il trionfo energetico è soprattutto geopolitico

La crisi dello Stretto di Hormuz non dimostra il fallimento della strategia energetica americana.

Dimostra perché quella strategia esiste.

Gli Stati Uniti rimangono vulnerabili agli shock del mercato globale, ma lo sono enormemente meno rispetto all’America delle grandi crisi petrolifere del Novecento.

Producono più greggio di qualsiasi altro Paese.

Sono il maggiore esportatore mondiale di LNG.

Sono esportatori netti di energia.

Dispongono di infrastrutture capaci di rifornire non soltanto il mercato interno ma anche gli alleati.

Parallelamente, la Repubblica Islamica continua a fare affidamento sulla strategia che ha costruito progressivamente dal 1979: profondità strategica, organizzazioni armate alleate, missili, droni, pressione sulle rotte marittime e guerra asimmetrica.

Sono due concezioni differenti del potere.

La rete iraniana cerca di moltiplicare il costo dell’intervento degli avversari.

La strategia americana cerca di ridurre il valore delle leve utilizzate da quella rete.

Ed è proprio qui che l’articolo di Kimberley Strassel coglie un punto essenziale.

Il vero successo energetico americano non consiste nell’essere diventati immuni dalle crisi.

Consiste nell’essere diventati molto più difficili da ricattare attraverso l’energia.

Questa è la differenza fondamentale.

Hormuz continua a essere importante.

Bab el-Mandeb continua a essere importante.

Il petrolio del Golfo continua a essere importante.

Ma l’equilibrio non è più quello del 1973.

E mentre l’Iran continua a utilizzare strumenti strategici sviluppati durante gli ultimi quarant’anni, gli Stati Uniti hanno cambiato una delle variabili fondamentali dell’equazione.

Hanno trasformato l’energia da vulnerabilità strategica in leva geopolitica.

È questo il vero significato del “Trump’s Energy Triumph”.

Non la fine delle crisi energetiche.

Non l’autarchia americana.

Non l’immunità dal prezzo mondiale del petrolio.

Ma qualcosa di geopoliticamente molto più importante:

la possibilità di affrontare una crisi nel cuore energetico del Medio Oriente senza essere più l’America energeticamente dipendente di mezzo secolo fa.


I “cani da riporto” della controinformazione italiana: quando l’anti-americanismo finisce per fare propaganda a Teheran

C’è poi un altro fronte della guerra, molto meno visibile di Hormuz, dei missili e dei droni: quello della narrazione.

In Italia una parte della cosiddetta controinformazione ha costruito negli anni un meccanismo quasi automatico di interpretazione delle crisi internazionali: se Stati Uniti, Israele o NATO si trovano da una parte, dall’altra deve necessariamente esserci qualcuno che combatte l’imperialismo occidentale e che, proprio per questo, merita comprensione, giustificazione o sostegno.

È il meccanismo dei “cani da riporto della controinformazione”: si presentano come antagonisti del mainstream, ma troppo spesso finiscono per recuperare e rilanciare, quasi senza filtro critico, la narrativa geopolitica più conveniente agli avversari dell’Occidente.

Nel caso iraniano il fenomeno diventa particolarmente evidente.

La Repubblica Islamica viene raccontata quasi esclusivamente come una nazione assediata che reagisce all’aggressività americana e israeliana. Hezbollah diventa semplicemente “la Resistenza libanese”. Gli Houthi vengono rappresentati principalmente come combattenti anti-israeliani. Le milizie sciite irachene diventano forze di liberazione. L’intero Asse della Resistenza viene così inserito nella grande epopea della lotta contro l’“imperialismo”.

Ciò che tende a sparire dal racconto è tutto il resto.

Scompare il progetto regionale iraniano.

Scompare il finanziamento delle milizie.

Scompare l’addestramento.

Scompaiono missili e droni trasferiti agli alleati.

Scompare la pressione sulle istituzioni libanesi e irachene.

Scompare il ruolo dell’IRGC e della Forza Quds.

Scompare soprattutto il fatto che la Repubblica Islamica abbia costruito per decenni una propria architettura di potenza regionale.

Non occorre negare gli errori americani, le responsabilità israeliane o le contraddizioni delle monarchie del Golfo per riconoscere questa realtà.

Il giornalismo dovrebbe essere capace di vedere contemporaneamente entrambe le cose.

La propaganda, invece, ha bisogno di santi e demoni.


Il vecchio riflesso marxista: cambia la bandiera, rimane lo schema

Qui il fenomeno diventa ancora più interessante.

Perché una parte dell’anti-occidentalismo contemporaneo non nasce con la Repubblica Islamica e nemmeno con la guerra di Gaza.

Affonda le proprie radici nella cultura politica del Novecento e, in particolare, nella rappresentazione sovietica dell’ordine internazionale.

Durante la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica costruì una potentissima narrativa basata sull’opposizione tra “imperialismo occidentale” e “popoli oppressi”.

Gli Stati Uniti rappresentavano il centro dell’imperialismo capitalistico.

Israele veniva progressivamente inserito nella medesima architettura narrativa come avamposto occidentale in Medio Oriente.

I movimenti rivoluzionari, anticoloniali e antiamericani venivano invece interpretati attraverso la categoria della “liberazione nazionale”.

Mosca sostenne governi, movimenti e organizzazioni estremamente differenti tra loro, spesso senza alcun autentico carattere marxista, purché fossero geopoliticamente utili nel confronto con Washington.

Questa distinzione è fondamentale.

Non significa che l’Iran islamista sia marxista.

Non lo è.

La Repubblica Islamica perseguitò duramente comunisti e organizzazioni marxiste iraniane dopo la rivoluzione del 1979. Sul piano religioso, sociale ed economico esistono enormi differenze tra islamismo khomeinista e comunismo sovietico.

La continuità è altrove.

È nella grammatica geopolitica utilizzata da una parte dell’Occidente per interpretare il mondo.

America uguale imperialismo.

Israele uguale colonialismo.

Chi combatte America e Israele uguale resistenza.

Ed è proprio attraverso questa formula elementare che organizzazioni islamiste radicali possono improvvisamente diventare, agli occhi di alcuni ambienti occidentali, eredi simbolici delle vecchie lotte antimperialiste.


Il paradosso: marxisti occidentali innamorati di una teocrazia

È qui che si manifesta una delle contraddizioni più clamorose della controinformazione contemporanea.

Una parte della sinistra radicale e dell’anti-imperialismo occidentale finisce per guardare con simpatia geopolitica a una Repubblica Islamica teocratica che, sul piano interno, rappresenta quasi l’opposto di ciò che storicamente il marxismo affermava di voler costruire.

Il collante non è quindi il modello sociale iraniano.

È il nemico comune.

Gli Stati Uniti.

E immediatamente dopo:

Israele.

È sufficiente questo per produrre convergenze narrative che, osservate esclusivamente attraverso le categorie tradizionali di destra e sinistra, sembrerebbero assurde.

L’ayatollah diventa così, paradossalmente, un simbolo della lotta antimperialista.

Hezbollah diventa “resistenza”.

Gli Houthi diventano “resistenza”.

Hamas diventa “resistenza”.

Le milizie filo-iraniane diventano “resistenza”.

E una volta applicata questa etichetta, tutto ciò che potrebbe incrinare il racconto viene relegato sullo sfondo.


Dalla propaganda sovietica all’anti-imperialismo contemporaneo

Durante la Guerra Fredda l’URSS investì enormemente nella propaganda internazionale e nelle cosiddette “misure attive”: operazioni di influenza, disinformazione, utilizzo di organizzazioni di facciata, sostegno a campagne politiche e amplificazione di divisioni già presenti nelle società occidentali.

Sarebbe però scorretto affermare che ogni posizione antiamericana contemporanea derivi direttamente da un’operazione sovietica.

La storia non funziona così.

Le idee possono sopravvivere alle strutture politiche che le hanno diffuse.

L’Unione Sovietica è scomparsa nel 1991.

Una parte delle sue categorie interpretative è sopravvissuta.

Ed è questa eredità culturale che ritroviamo in alcuni settori della comunicazione politica contemporanea: il mondo viene ancora letto come se esistesse un unico centro imperialista e tutto ciò che lo contrasta rappresentasse automaticamente un elemento progressivo.

Ma il mondo del 2026 non è quello del 1968.

Russia, Cina e Iran non sono movimenti di liberazione.

Sono Stati con interessi nazionali, apparati militari, intelligence, strategie economiche e ambizioni geopolitiche.

Esattamente come gli Stati occidentali.

Rifiutarsi di applicare loro lo stesso metro utilizzato nei confronti di Washington significa rinunciare all’analisi per entrare nel campo dell’ideologia.


Il cortocircuito dell’Asse della Resistenza

L’Asse della Resistenza rappresenta forse l’esempio più evidente di questo cortocircuito.

La definizione stessa è politicamente potentissima.

Chi potrebbe essere contrario alla “resistenza”?

Ma resistenza a cosa?

E soprattutto: per costruire cosa?

Quando Hezbollah mantiene un apparato militare autonomo gigantesco all’interno del Libano, siamo ancora soltanto davanti alla resistenza?

Quando milizie sostenute dall’Iran acquisiscono influenza sulle istituzioni irachene, siamo ancora soltanto davanti alla resistenza?

Quando gli Houthi attaccano navigazione commerciale internazionale nel Mar Rosso, siamo ancora soltanto davanti alla resistenza?

Quando l’IRGC utilizza una rete regionale di organizzazioni armate per costruire profondità strategica iraniana, siamo ancora soltanto davanti alla resistenza?

È precisamente qui che la parola smette di descrivere e comincia a legittimare.


Controinformazione o propaganda speculare?

La controinformazione dovrebbe avere una funzione fondamentale: controllare il potere, contestare le versioni ufficiali, individuare omissioni e verificare ciò che i grandi media non raccontano.

Ma contestare il mainstream non significa automaticamente produrre informazione migliore.

Se si sostituisce una propaganda con quella opposta, non si è superata la propaganda.

Si è semplicemente cambiato padrone della narrativa.

Ed è questo il problema dei “cani da riporto” della controinformazione italiana.

Passano ore a cercare ogni contraddizione di Washington.

Analizzano ogni dichiarazione israeliana alla ricerca di omissioni.

Contestano ogni comunicato NATO.

Ed è legittimo farlo.

Il problema nasce quando la stessa severità improvvisamente scompare davanti a Teheran, Mosca, Pechino o all’Asse della Resistenza.

Se una fonte americana mente, diventa la prova dell’intero sistema.

Se una fonte iraniana diffonde propaganda, viene spesso presentata come versione alternativa da prendere quasi automaticamente sul serio.

Questo non è metodo critico.

È pregiudizio geopolitico rovesciato.


Il nemico del mio nemico non diventa automaticamente un liberatore

È forse questa la lezione più importante.

Criticare Washington non obbliga a sostenere Teheran.

Criticare Netanyahu non obbliga a trasformare Hezbollah in un movimento romantico di liberazione.

Criticare la NATO non obbliga a giustificare Mosca.

Criticare gli errori occidentali non richiede di chiudere gli occhi davanti all’autoritarismo dei suoi avversari.

E soprattutto:

il nemico del proprio nemico non diventa automaticamente un combattente per la libertà.

Questa è precisamente la trappola ideologica nella quale una parte della controinformazione italiana continua a cadere.


Dal Cremlino sovietico agli ayatollah: sopravvive la stessa lente

La grande ironia storica è quindi evidente.

L’Unione Sovietica comunista non esiste più.

Il Patto di Varsavia non esiste più.

Il mondo bipolare della Guerra Fredda non esiste più.

Ma una parte delle categorie propagandistiche attraverso cui quel mondo veniva interpretato è sopravvissuta.

Il protagonista può cambiare.

Ieri era un movimento rivoluzionario sostenuto da Mosca.

Oggi può essere una milizia sciita sostenuta da Teheran.

La struttura narrativa rimane sorprendentemente simile:

Occidente = imperialismo.
Israele = colonialismo.
Avversario dell’Occidente = resistenza.
Avversario di Israele = liberazione.

È uno schema comodo perché elimina la complessità.

Ma proprio per questo è uno schema pericoloso.

Perché impedisce di vedere quello che l’Iran ha realmente costruito dal 1979: non semplicemente una coalizione difensiva, ma una rete di influenza e deterrenza regionale che permette alla Repubblica Islamica di proiettare potere molto oltre i propri confini.

Ed è qui che il discorso torna all’energia.

Mentre i cani da riporto della controinformazione continuano a raccontare il confronto attraverso categorie ideologiche ereditate dal secolo scorso, la geopolitica reale si muove su petrolio, gas, rotte commerciali, missili, porti, alleanze e capacità industriale.

Trump ha risposto a questa realtà con una strategia opposta.

Non una nuova Internazionale ideologica.

Energia, deterrenza e alleanze.

L’America produce.

L’America esporta.

Gli alleati diversificano.

E ogni volta che Teheran prova a trasformare Hormuz o i suoi proxy in strumenti di pressione, emerge ancora più chiaramente il valore strategico dell’indipendenza energetica americana.

È qui che la vecchia narrativa anti-imperialista si scontra con una realtà molto più difficile da nascondere:

la Repubblica Islamica non è una spettatrice della destabilizzazione mediorientale. È uno dei protagonisti che da quasi mezzo secolo hanno imparato a utilizzarla come strumento di potere.

E raccontare soltanto metà di questa storia non è controinformazione.

È propaganda con il segno invertito.


I cani da riporto della controinformazione: contro l’“imperialismo” occidentale, ma ciechi davanti a quello islamista di Teheran

In Italia esiste poi un cortocircuito politico e mediatico che merita di essere affrontato senza giri di parole.

Una parte della cosiddetta controinformazione, quella che da anni legge qualsiasi crisi internazionale attraverso un’unica lente — Stati Uniti e Israele colpevoli per definizione, loro avversari automaticamente trasformati in “resistenza” — è arrivata progressivamente a svolgere una funzione paradossale: contestare la propaganda occidentale rilanciando quella della Repubblica Islamica dell’Iran e del suo apparato militare, l’IRGC.

Sono quelli che possiamo definire i cani da riporto della controinformazione italiana.

Sempre pronti a denunciare l’imperialismo americano.

Sempre pronti a parlare di ingerenze occidentali.

Sempre pronti a descrivere la NATO come macchina di espansione.

Ma quando la Repubblica Islamica finanzia, arma, addestra e sostiene organizzazioni militari fuori dai propri confini, improvvisamente la parola “imperialismo” scompare.

Al suo posto compare una parola magica:

resistenza.

Ed è proprio qui che il racconto si trasforma in propaganda.

L’IRGC non è il difensore del popolo iraniano

Prima ancora di parlare dell’Asse della Resistenza, bisognerebbe ricordare che il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica — IRGC o Pasdaran — non è semplicemente una forza armata incaricata della difesa territoriale dell’Iran.

È uno dei pilastri fondamentali del sistema politico nato dalla Rivoluzione islamica del 1979.

Il suo compito originario era precisamente quello di proteggere la Rivoluzione e il nuovo ordine islamico, parallelamente alle normali forze armate iraniane.

Nel corso dei decenni l’IRGC è diventato molto di più.

Potere militare.

Potere economico.

Potere politico.

Intelligence.

Controllo interno.

Proiezione internazionale.

Attraverso la Forza Quds, l’IRGC ha inoltre costruito e gestito rapporti con milizie e organizzazioni armate in diversi Paesi del Medio Oriente.

È quindi paradossale presentare questo apparato esclusivamente come una forza che “resiste all’imperialismo”.

Prima ancora di essere uno strumento contro gli avversari esterni, l’IRGC è uno dei principali strumenti attraverso i quali la Repubblica Islamica preserva il proprio sistema di potere.

Quando gli iraniani scendono nelle strade contro il regime, non incontrano davanti a loro Marines americani o soldati israeliani.

Incontrano gli apparati della Repubblica Islamica.

È questo il punto che tanti sostenitori occidentali dell’“Asse della Resistenza” sembrano dimenticare.

Il popolo iraniano scompare dalla propaganda filo-Teheran

C’è qualcosa di particolarmente significativo nella narrativa di certi ambienti italiani.

Parlano continuamente dell’Iran.

Ma molto meno degli iraniani.

La Repubblica Islamica viene trattata come se coincidesse automaticamente con il suo popolo.

Non è così.

Uno Stato, un regime e una popolazione non sono la stessa cosa.

La società iraniana è complessa, attraversata da enormi differenze politiche, culturali, generazionali e religiose.

Ridurre milioni di persone alle posizioni geopolitiche della leadership della Repubblica Islamica significa cancellare proprio quel popolo che questi commentatori affermano di voler difendere dall’Occidente.

Il paradosso diventa evidente:

denunciano Washington perché vorrebbe imporre la propria volontà all’Iran, ma non mostrano la stessa indignazione quando Teheran impone la propria volontà agli iraniani.

Denunciano l’egemonia occidentale.

Ma dimenticano l’egemonia esercitata internamente da un sistema teocratico.

Denunciano la repressione quando arriva da governi alleati degli Stati Uniti.

Quando arriva dalla Repubblica Islamica, improvvisamente il discorso cambia argomento e ritorna su Israele, sulla CIA, sulla NATO o sulle sanzioni.

È il grande trucco della propaganda ideologica:

spostare continuamente il punto di osservazione fino a far sparire le responsabilità del soggetto che si è deciso di difendere.

L’Asse della Resistenza è anche uno strumento di potenza iraniana

Lo stesso meccanismo viene applicato alla politica estera.

Hezbollah?

Resistenza.

Houthi?

Resistenza.

Milizie irachene vicine a Teheran?

Resistenza.

Forze sostenute dall’Iran in Siria?

Resistenza.

Ma se si elimina per un momento l’etichetta e si osserva la carta geografica, emerge un’altra interpretazione.

Dal Golfo Persico al Mediterraneo, passando per Iraq, Siria e Libano, fino allo Yemen e al Mar Rosso, Teheran ha sviluppato una rete di rapporti militari e politici che aumenta enormemente la propria capacità di influenzare gli equilibri di Paesi formalmente sovrani.

Chiamarla esclusivamente “resistenza” significa raccontare soltanto la giustificazione ideologica della strategia.

Dal punto di vista geopolitico è anche proiezione di potenza.

E la proiezione di potenza non smette di esserlo semplicemente perché a esercitarla non sono gli Stati Uniti.

L’imperialismo diventa improvvisamente accettabile se è islamista?

E qui arriva la contraddizione più clamorosa.

Per decenni una parte della cultura marxista e anti-imperialista europea ha denunciato qualsiasi tentativo occidentale di costruire aree d’influenza.

Washington sostiene un governo straniero?

Imperialismo.

La CIA influenza la politica di un altro Paese?

Imperialismo.

Gli Stati Uniti dispiegano una base militare?

Imperialismo.

Israele cerca profondità strategica?

Espansionismo.

Ma quando Teheran finanzia organizzazioni armate fuori dall’Iran, costruisce corridoi strategici, sostiene milizie che condizionano governi stranieri e utilizza la Forza Quds per estendere la propria influenza regionale, la stessa categoria improvvisamente non viene più applicata.

Perché?

Perché l’Iran combatte gli Stati Uniti e Israele.

Ed ecco riemergere il vecchio principio:

il nemico del mio nemico deve essere necessariamente dalla parte giusta della Storia.

È la stessa scorciatoia ideologica che per decenni ha portato una parte dell’intellighenzia occidentale a giustificare regimi autoritari semplicemente perché schierati contro Washington.

Il colore della bandiera cambia.

La logica rimane.

Dall’anti-imperialismo sovietico all’imperialismo islamista

È qui che sopravvive la vecchia eredità culturale dell’anti-imperialismo di matrice marxista e sovietica.

Naturalmente la Repubblica Islamica non è marxista.

Anzi, dopo il 1979 il regime islamico represse anche organizzazioni comuniste e marxiste iraniane.

Ma l’alleanza narrativa occidentale non nasce da una comunanza di valori.

Nasce da una comunanza di nemici.

La vecchia propaganda sovietica aveva costruito una rappresentazione binaria:

Occidente capitalista = imperialismo.

Movimenti antioccidentali = liberazione.

Quella struttura mentale è sopravvissuta alla caduta dell’Unione Sovietica.

E oggi produce uno dei paradossi politici più sorprendenti del nostro tempo:

settori che si definiscono progressisti, marxisti o rivoluzionari finiscono per trasformarsi negli apologeti geopolitici di una teocrazia islamista.

Non perché condividano davvero il suo progetto sociale.

Ma perché condividono il suo avversario.

Quando l’anti-imperialismo diventa il paravento di un altro imperialismo

È quindi necessario utilizzare le stesse categorie per tutti.

Se costruire sfere d’influenza è imperialismo quando lo fanno gli Stati Uniti, bisogna interrogarsi sul significato della penetrazione militare iraniana in Iraq, Siria, Libano e Yemen.

Se armare organizzazioni straniere significa interferire negli affari di altri Paesi quando lo fa Washington, bisogna porre la stessa domanda quando lo fa Teheran.

Se condizionare la sovranità di uno Stato è sbagliato quando a farlo è l’Occidente, non può diventare improvvisamente virtuoso quando la pressione arriva attraverso l’IRGC o una milizia vicina alla Repubblica Islamica.

Altrimenti non siamo davanti a un principio.

Siamo davanti a una tifoseria geopolitica.

Ed è precisamente questo il problema dei cani da riporto della controinformazione.

Non combattono realmente l’imperialismo.

Combattono un solo imperialismo.

Quello occidentale.

Mentre l’espansionismo, la proiezione di potenza e l’ingerenza esercitati dagli avversari dell’Occidente vengono ribattezzati “resistenza”, “multipolarismo” o “liberazione”.

L’Iran non esporta soltanto sicurezza: esporta la Rivoluzione

La stessa Costituzione e la storia politica della Repubblica Islamica mostrano quanto l’elemento rivoluzionario sia centrale nell’identità del regime nato nel 1979.

Il sistema khomeinista non nasce semplicemente per difendere i confini dello Stato iraniano.

Nasce rivendicando una missione politica e religiosa molto più ampia.

L’IRGC è espressione diretta di questa concezione.

La costruzione di relazioni con movimenti armati e organizzazioni ideologicamente affini deve quindi essere letta anche alla luce di questo progetto.

Non significa che Teheran controlli ogni decisione di Hezbollah, degli Houthi o delle varie milizie irachene.

Questi soggetti possiedono livelli diversi di autonomia e interessi locali propri.

Ma negare che l’intera rete rappresenti anche uno strumento della potenza iraniana significa rifiutare decenni di evidenze geopolitiche.

Chi opprime davvero gli iraniani?

E allora torniamo alla domanda fondamentale.

Chi esercita quotidianamente il potere sul cittadino iraniano?

Donald Trump?

Israele?

La NATO?

No.

Il potere quotidiano sulla società iraniana è esercitato dalle istituzioni della Repubblica Islamica.

Sono quelle istituzioni che stabiliscono le regole politiche.

Sono quelle istituzioni che controllano l’accesso al potere.

Sono quegli apparati che reprimono le proteste.

Sono quelle strutture che proteggono il sistema teocratico.

È quindi possibile criticare duramente le sanzioni americane o un’eventuale operazione militare contro l’Iran e contemporaneamente riconoscere un fatto elementare:

la principale struttura di coercizione interna che un cittadino iraniano incontra non arriva da Washington. Arriva dal regime iraniano stesso.

E l’IRGC rappresenta uno dei suoi pilastri.

Questa semplice realtà manda in cortocircuito anni di propaganda.

I cani da riporto difendono il regime e dimenticano il popolo

Ed ecco il punto più grave.

A furia di dichiararsi amici dell’Iran, alcuni commentatori italiani finiscono per essere amici soprattutto del regime iraniano.

Sono due cose completamente differenti.

Difendere il diritto dell’Iran a non essere aggredito non significa difendere l’IRGC.

Difendere la popolazione iraniana dagli effetti di una guerra non significa celebrare gli ayatollah.

Contestare una decisione americana non significa trasformare la Forza Quds in una brigata di liberazione.

E criticare Israele non significa dover raccontare Hezbollah o Hamas esclusivamente attraverso la loro propaganda.

Questo dovrebbe essere il compito di una vera controinformazione:

non credere a nessuno sulla parola.

Invece troppo spesso succede l’opposto.

Si diffida automaticamente di Washington e si concede credito automatico a Teheran.

Si analizza parola per parola un comunicato israeliano e si rilancia senza lo stesso filtro quello proveniente dall’Asse della Resistenza.

Si parla continuamente di propaganda occidentale, ignorando che Iran, IRGC, Hezbollah e gli altri protagonisti regionali possiedono anch’essi apparati propagandistici, obiettivi politici e strategie informative.

Il vero anti-imperialismo dovrebbe valere per tutti

Se davvero si vuole essere anti-imperialisti, il principio dovrebbe essere universale.

Nessuna grande potenza dovrebbe poter trasformare Paesi più piccoli in strumenti della propria strategia.

Nessuna milizia dovrebbe poter sostituire permanentemente la sovranità dello Stato.

Nessuna ideologia dovrebbe giustificare la repressione interna.

Nessuna “resistenza” dovrebbe ricevere automaticamente un’assoluzione morale per il semplice fatto di combattere un nemico considerato peggiore.

Vale per Washington.

Vale per Mosca.

Vale per Pechino.

E deve valere anche per Teheran.

Altrimenti l’anti-imperialismo diventa soltanto la copertura retorica utilizzata per sostenere l’imperialismo della parte che si è scelto di tifare.

E nel Medio Oriente contemporaneo questo significa anche interrogarsi senza ipocrisie sulla costruzione di una sfera d’influenza politico-militare a guida iraniana e sulla sua componente ideologica islamista.

È proprio questa realtà che i cani da riporto della controinformazione italiana non vogliono vedere.

Perché costringerebbe ad ammettere una cosa politicamente devastante per la loro narrativa:

si può combattere l’egemonia americana e contemporaneamente costruire una propria egemonia.

Si può denunciare l’imperialismo occidentale e contemporaneamente praticare espansionismo regionale.

Si può parlare in nome dei popoli oppressi e contemporaneamente reprimere il proprio.

Ed è precisamente questa contraddizione che rende indispensabile distinguere il popolo iraniano dalla Repubblica Islamica, l’Iran dall’IRGC e la legittima difesa nazionale dal progetto di potenza regionale degli ayatollah.

Chi rifiuta queste distinzioni non sta difendendo l’Iran.

Sta difendendo il regime che governa l’Iran.


Fonti e approfondimenti

Kimberley A. Strassel – “Trump’s Energy Triumph”, The Wall Street Journal / riferimento White House, 13 marzo 2026
https://www.whitehouse.gov/releases/2026/03/icymi-trumps-energy-triumph/

The American Presidency Project – White House Press Release: “ICYMI: Trump’s Energy Triumph”
https://www.presidency.ucsb.edu/documents/white-house-press-release-icymi-trumps-energy-triumph

U.S. Energy Information Administration – The United States produced more crude oil than any other country in 2025
https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=67844

U.S. Energy Information Administration – The United States is a major energy exporter and importer, especially for petroleum
https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=67724

U.S. Energy Information Administration – Annual U.S. crude oil exports decrease for first time since 2021
https://www.eia.gov/Todayinenergy/detail.php?id=67324

U.S. Energy Information Administration – Ten years after first Sabine Pass cargo, U.S. LNG exports are still on the rise
https://www.eia.gov/TODAYINENERGY/detail.php?id=67224

U.S. Energy Information Administration – U.S. Strategic Petroleum Reserve
https://www.eia.gov/dnav/pet/pet_stoc_typ_d_nus_SAS_mbbl_m.htm

Congressional Research Service – Iran: Background and U.S. Policy
https://www.congress.gov/crs-products/product/pdf/R/R47321

Council on Foreign Relations – Iran’s Regional Armed Network
https://www.cfr.org/articles/irans-regional-armed-network

Council on Foreign Relations – Iran’s Support of the Houthis: What to Know
https://www.cfr.org/articles/irans-support-houthis-what-know

U.S. Department of State – U.S. Policy on the Abraham Accords, Explained
https://www.youtube.com/watch?v=2B7gDtb_Dk4

La resa dei conti con la narrativa COVID è iniziata: il nuovo NIH di Bhattacharya cambia le regole del gioco

0

Dal gain-of-function al nuovo “pandemic playbook”: l’amministrazione Trump sta riscrivendo la politica sanitaria americana. Per i “cani da riporto” della controinformazione si apre un problema enorme

Per anni hanno costruito audience, carriere e narrazioni sull’idea di un sistema sanitario americano intoccabile: Fauci, NIH, OMS, gain-of-function, Big Pharma, lockdown e censura come tasselli di un apparato che, secondo loro, nessuno avrebbe mai potuto realmente scalfire.

Adesso quella narrazione deve fare i conti con una realtà molto più scomoda.

Alla guida del NIH c’è Jay Bhattacharya, uno dei più noti critici delle politiche pandemiche dell’era COVID. L’amministrazione Trump ha imposto nuove restrizioni alla ricerca gain-of-function ad alto rischio, ha avviato una revisione dell’approccio americano alle future pandemie, ha rimesso la sicurezza vaccinale al centro dell’agenda federale e ha portato avanti il distacco degli Stati Uniti dall’OMS.

Si può sostenere che non sia abbastanza. Si possono criticare le singole riforme. Si può dubitare della loro efficacia futura.

Ma diventa sempre più difficile sostenere contemporaneamente che “non cambia mai nulla”.

Ed è qui che per i cani da riporto della controinformazione si apre un problema enorme.

Perché se il sistema che per anni hanno descritto come onnipotente comincia realmente a essere modificato, bisogna riconoscere che qualcosa sta cambiando. Ma riconoscerlo significa mettere in discussione una delle merci più redditizie vendute al proprio pubblico: l’idea che qualunque cosa accada sia sempre una messinscena e che nessun cambiamento possa essere autentico.

Se Trump non interviene, è controllato.

Se interviene, è una messinscena.

Se il NIH non cambia, è Deep State.

Se cambia direzione, il nuovo vertice diventa immediatamente parte del Deep State.

Se gli Stati Uniti restano nell’OMS, è la prova del controllo globalista.

Se ne escono, “tanto non conta nulla”.

È una costruzione perfetta perché non può mai essere falsificata.

Ma proprio per questo smette di essere analisi.

Diventa propaganda.

La vera domanda, quindi, è ormai inevitabile: cosa racconteranno adesso?

Che non basta?

Che è tutta una recita?

Che Bhattacharya è improvvisamente diventato parte del sistema?

Oppure sposteranno semplicemente l’attenzione su un nuovo nemico, sperando che il pubblico dimentichi ciò che gli è stato raccontato per cinque anni?

Perché quando cambiano i fatti, chi fa informazione dovrebbe aggiornare la propria analisi.

Chi invece cambia continuamente la spiegazione pur di non cambiare mai la conclusione non sta cercando la verità: sta proteggendo una narrativa.

La resa dei conti con l’eredità politica, scientifica e istituzionale della pandemia non è più soltanto materia da talk show, podcast o commissioni parlamentari.

Negli Stati Uniti è entrata direttamente dentro le istituzioni.

Al centro di questa trasformazione c’è Jay Bhattacharya, medico, economista sanitario e professore di Stanford diventato uno dei più noti oppositori delle politiche di lockdown durante la pandemia. Il 1° aprile 2025 ha assunto ufficialmente la guida dei National Institutes of Health, dopo la nomina del presidente Donald Trump e la conferma del Senato.

Non è un dettaglio.

Bhattacharya non è più l’accademico che critica dall’esterno il sistema sanitario federale. Oggi dirige la principale agenzia pubblica americana per la ricerca biomedica.

Ed è precisamente questo passaggio che cambia la dimensione dello scontro.

Per anni il dibattito sul COVID è stato raccontato come una guerra tra “scienza” e “negazionismo”, tra istituzioni e dissidenti, tra esperti accreditati e persone considerate irresponsabili, complottiste o semplicemente incompetenti.

Oggi uno dei più celebri critici delle strategie pandemiche del 2020-2022 occupa il vertice del NIH.

E alcune delle idee che allora venivano considerate radicali sono diventate materia di politica pubblica.

1. Il colpo più pesante: stop al finanziamento federale del gain-of-function pericoloso

Il primo elemento non è un’opinione di Bhattacharya.

È un atto presidenziale.

Il 5 maggio 2025 Donald Trump ha firmato l’Executive Order 14292, intitolato “Improving the Safety and Security of Biological Research”.

L’ordine interviene direttamente sulla ricerca biologica ad alto rischio e sul cosiddetto dangerous gain-of-function.

La Casa Bianca definisce questo tipo di ricerca come quella capace di aumentare caratteristiche pericolose di agenti infettivi o tossine, per esempio incrementandone patogenicità, trasmissibilità, capacità di diffusione, resistenza alle contromisure mediche o capacità di eludere determinati sistemi di rilevamento.

L’amministrazione ha ordinato la cessazione dei finanziamenti federali destinati a ricerca gain-of-function pericolosa nei Paesi considerati problematici, tra cui Cina e Iran, nonché in altri Paesi nei quali gli Stati Uniti ritengano insufficienti i sistemi di supervisione.

Non solo.

Le agenzie federali hanno ricevuto maggiori strumenti per individuare e interrompere il finanziamento di attività biologiche ritenute potenzialmente pericolose per la salute pubblica, la sicurezza nazionale o la popolazione americana.

È una svolta enorme rispetto alla filosofia che aveva dominato una parte della preparazione pandemica.

Il principio dell’amministrazione Trump è radicalmente diverso:

non si può giustificare qualsiasi esperimento con la promessa che servirà a prevenire la prossima pandemia, se quello stesso esperimento può contribuire a crearne una.

Questo è il punto centrale.

Per anni il dibattito sul gain-of-function è stato avvelenato dalla battaglia terminologica.

Era gain-of-function?

Non era gain-of-function?

Rientrava nella definizione burocratica?

Era soltanto ricerca virologica avanzata?

Il nuovo approccio cerca di spostare la discussione dalla semantica al rischio concreto.

Se una ricerca può rendere un agente biologico significativamente più pericoloso, la domanda non deve essere soltanto se sia scientificamente interessante.

La domanda deve diventare:

vale davvero la pena correre quel rischio?

Il fantasma di Wuhan

Naturalmente, dietro questa svolta aleggia il gigantesco dibattito sull’origine del SARS-CoV-2.

L’origine della pandemia continua a essere oggetto di controversia e non esiste una dimostrazione definitiva universalmente accettata che stabilisca una fuga di laboratorio come causa del COVID-19.

Ma è altrettanto vero che l’ipotesi di un incidente di laboratorio non può più essere liquidata semplicemente come una fantasia complottista.

Ed è proprio il rischio di incidenti di laboratorio a costituire uno degli argomenti centrali utilizzati dall’amministrazione per giustificare la nuova politica.

La questione politica, quindi, va persino oltre Wuhan.

Anche senza dimostrare che il COVID sia nato da un incidente di laboratorio, resta una domanda legittima:

ha senso finanziare esperimenti che potrebbero aumentare artificialmente la pericolosità di determinati patogeni?

La risposta dell’attuale amministrazione americana è diventata molto più restrittiva.

2. Il vecchio “pandemic playbook” viene messo sotto accusa

Bhattacharya non si è limitato al gain-of-function.

Insieme a Matthew Memoli, principal deputy director del NIH, ha sostenuto pubblicamente che il mondo abbia bisogno di un nuovo modello di preparazione pandemica.

La critica è durissima.

Secondo Bhattacharya e Memoli, il paradigma sviluppato negli ultimi decenni ha investito enormi quantità di risorse nell’individuazione di potenziali patogeni, nello studio delle loro caratteristiche e nella preparazione anticipata di contromisure.

Il problema, secondo loro, è duplice.

Da una parte, manipolare e trasportare agenti biologici comporta inevitabilmente un rischio.

Dall’altra, tentare di prevedere quale patogeno provocherà la prossima pandemia è estremamente difficile.

Da qui nasce il concetto di un nuovo “pandemic playbook”.

E qui arriva il passaggio politicamente esplosivo.

Bhattacharya sostiene da anni che lockdown generalizzati, chiusure scolastiche e politiche indiscriminate abbiano imposto costi sociali enormi.

Non significa che ogni intervento adottato durante la pandemia fosse inutile o che tutte le restrizioni fossero equivalenti.

Significa che il rapporto costi-benefici deve diventare parte integrante della politica sanitaria.

Perché una misura sanitaria non produce soltanto effetti epidemiologici.

Produce conseguenze economiche.

Educative.

Psicologiche.

Sociali.

Sanitarie indirette.

La chiusura di una scuola non è soltanto una variabile dentro un modello epidemiologico.

Significa bambini che perdono mesi di istruzione.

Significa famiglie costrette a riorganizzare completamente la propria vita.

Significa isolamento.

Significa perdita di socializzazione.

Significa ritardi nell’apprendimento che possono trascinarsi per anni.

La lezione proposta dal nuovo vertice del NIH è quindi semplice:

la prossima pandemia non può essere affrontata come se esistesse soltanto il virus.

Esiste anche la società.

3. Vaccini: studiare benefici e danni non dovrebbe essere un tabù

Un altro cambiamento riguarda la sicurezza vaccinale.

Qui occorre essere precisi.

Parlare di ricerca sui danni da vaccino non significa sostenere che i vaccini siano generalmente dannosi.

E riconoscere l’esistenza di eventi avversi non significa dimostrare che ogni patologia comparsa dopo una vaccinazione sia stata causata dal vaccino.

È esattamente per distinguere correlazione e causalità che serve la ricerca.

Nel 2025 il Department of Health and Human Services ha ripristinato una task force federale dedicata alla sicurezza dei vaccini pediatrici prevista dal National Childhood Vaccine Injury Act.

A guidarla è stato chiamato proprio Bhattacharya.

L’obiettivo dichiarato è individuare strategie per rendere i vaccini più sicuri e ridurre frequenza e gravità degli eventi avversi.

Anche questo rappresenta un cambiamento culturale importante.

Il principio dovrebbe essere elementare:

se un vaccino produce grandi benefici, questi devono essere documentati. Se produce determinati eventi avversi, anche questi devono essere studiati.

Le due cose non sono incompatibili.

Anzi.

Una medicina realmente basata sulle evidenze dovrebbe essere interessata a entrambe.

Il problema durante il COVID è stato soprattutto comunicativo.

In alcuni momenti il dibattito pubblico ha assunto una struttura quasi binaria.

Da una parte chi difendeva i vaccini.

Dall’altra chi veniva percepito come “No Vax”.

In mezzo, pochissimo spazio.

Eppure la realtà scientifica è necessariamente più complessa.

Si possono riconoscere contemporaneamente l’efficacia di un vaccino contro determinati esiti e l’esistenza di eventi avversi rari ma reali.

Studiare questi ultimi non è propaganda antivaccinale.

È farmacovigilanza.

Ed è precisamente ciò che dovrebbe fare un sistema sanitario che vuole essere credibile.

4. La vera rivoluzione: riaprire il dibattito scientifico

Probabilmente il punto più importante dell’approccio Bhattacharya non riguarda nemmeno una singola terapia.

Riguarda il metodo.

Durante il COVID abbiamo sentito continuamente espressioni come:

“Trust the science”.

“Follow the science”.

“The science is settled”.

Ma la scienza non è un’autorità sacerdotale.

È un metodo.

E quel metodo vive attraverso il dubbio, la verifica, la replicazione dei risultati, la critica e il confronto tra ipotesi concorrenti.

Lo stesso Bhattacharya ha posto tra i problemi centrali del sistema scientifico americano quello della riproducibilità della ricerca.

Molti risultati pubblicati nella letteratura biomedica sono difficili da replicare.

Il peer review, da solo, non trasforma automaticamente un articolo scientifico in verità definitiva.

Ed è qui che la lezione del COVID diventa molto più grande del COVID.

Una società democratica non dovrebbe avere paura del dissenso scientifico.

Dovrebbe avere paura dell’opposto:

un sistema nel quale soltanto alcune domande possono essere poste.

Fauci e il problema della certezza

Anthony Fauci è inevitabilmente al centro di questa discussione.

Per decenni Fauci è stato uno degli uomini più potenti della sanità pubblica americana.

Durante la pandemia è diventato qualcosa di ancora più grande: un simbolo.

Per milioni di americani rappresentava la competenza scientifica in un momento di caos.

Per milioni di altri rappresentava invece l’arroganza di un apparato sanitario convinto di poter trasformare decisioni politiche discutibili in verità scientifiche incontestabili.

Il problema storico che dovrà essere affrontato non è soltanto:

Fauci aveva ragione o torto?

La domanda più interessante è:

con quale livello di certezza vennero comunicate informazioni che, in realtà, presentavano ancora margini significativi di incertezza?

Sono due cose molto diverse.

Uno scienziato può sbagliare.

È normale.

La scienza procede anche attraverso errori.

Il problema nasce quando una valutazione provvisoria viene trasformata in dogma e il dissenso viene trattato come disinformazione prima ancora che il dibattito sia concluso.

5. Anche l’ivermectina diventa una lezione sul metodo

L’ivermectina rappresenta forse l’esempio perfetto della degenerazione del dibattito pandemico.

Da una parte ci fu chi la trasformò quasi in una cura miracolosa.

Dall’altra chi trattò praticamente qualsiasi discussione sulla molecola come prova di irrazionalità.

Entrambe le posizioni possono diventare antiscientifiche.

La domanda corretta non dovrebbe mai essere:

“Chi sostiene questa terapia?”

Dovrebbe essere:

“Cosa mostrano gli studi migliori disponibili?”

Se una terapia funziona, deve emergere dai dati.

Se non funziona, deve emergere dai dati.

Se funziona soltanto in determinate condizioni, bisogna identificare quelle condizioni.

Questo è il metodo scientifico.

Non bannare una discussione.

Non ridicolizzare chi pone una domanda.

Non trasformare una molecola in un simbolo politico.

Il COVID ha mostrato cosa accade quando medicina, comunicazione e appartenenza politica finiscono dentro lo stesso frullatore.

6. I documenti pubblici devono appartenere al pubblico

C’è poi il capitolo della trasparenza.

Email, comunicazioni, documenti, decisioni amministrative e materiale prodotto nell’esercizio di funzioni pubbliche costituiscono una parte essenziale della ricostruzione storica della pandemia.

La questione va oltre Fauci.

Riguarda il principio secondo cui le istituzioni finanziate dai contribuenti devono essere sottoposte a controllo pubblico compatibilmente con le leggi sulla privacy, sulla sicurezza e sulla conservazione dei documenti.

Il COVID è stato probabilmente il più grande evento sanitario globale degli ultimi decenni.

Le decisioni prese in quel periodo hanno modificato la vita di miliardi di persone.

Scuole chiuse.

Attività economiche sospese.

Restrizioni agli spostamenti.

Campagne vaccinali gigantesche.

Pass sanitari.

Obblighi.

Censura o moderazione aggressiva delle piattaforme.

Scontri tra governi, medici, ricercatori e cittadini.

Quella storia non può essere ricostruita attraverso comunicati stampa.

Servono i documenti.

Servono le email.

Servono i verbali.

Servono i dati.

Servono le motivazioni delle decisioni.

La trasparenza non dovrebbe servire a organizzare processi sommari contro qualcuno.

Serve a capire.

E soprattutto serve a evitare di ripetere gli stessi errori.

7. Trump e la rottura con l’OMS

La trasformazione americana non riguarda soltanto il NIH.

Il 20 gennaio 2025 Trump ha firmato l’ordine per avviare nuovamente il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

L’ordine presidenziale ha disposto anche la sospensione dei futuri trasferimenti di fondi e risorse americane all’OMS e l’interruzione della partecipazione statunitense ai negoziati sul Pandemic Agreement durante il processo di uscita.

Anche qui possiamo discutere per anni se sia stata una scelta giusta o sbagliata.

Ma non possiamo sostenere che “non sia cambiato nulla”.

È cambiato eccome.

Gli Stati Uniti erano storicamente uno dei pilastri finanziari e politici dell’OMS.

La loro uscita modifica inevitabilmente gli equilibri della governance sanitaria internazionale.

La grande ironia della controinformazione

Ed eccoci al punto politicamente più interessante.

Per cinque anni una parte della cosiddetta controinformazione ha costruito un intero ecosistema sulla pandemia.

Fauci.

Wuhan.

Gain-of-function.

Big Pharma.

OMS.

Lockdown.

Vaccini.

Pass sanitari.

Censura.

Ogni giorno un nuovo video.

Ogni giorno una nuova diretta.

Ogni giorno una nuova rivelazione definitiva.

Molte critiche erano legittime.

Alcune domande che allora venivano ridicolizzate meritavano realmente di essere poste.

Altre affermazioni erano invece esagerate, indimostrate o semplicemente sbagliate.

Ma nel frattempo è accaduto qualcosa che rischia di mettere in crisi quella macchina narrativa.

Il bersaglio ha cominciato a cambiare.

Il NIH è guidato da Jay Bhattacharya.

Il finanziamento federale del dangerous gain-of-function è stato drasticamente limitato.

Il vecchio modello di preparazione pandemica è stato messo apertamente sotto accusa dai vertici NIH.

La sicurezza vaccinale è tornata al centro dell’agenda politica.

Gli Stati Uniti hanno avviato l’uscita dall’OMS.

La discussione sulla risposta alla pandemia è stata riaperta.

A quel punto nasce una domanda inevitabile.

Cosa faranno adesso i “cani da riporto” della controinformazione?

Per anni ci hanno spiegato che il sistema era onnipotente.

Che nessuno avrebbe potuto modificarlo.

Che Trump era controllato.

Che destra e sinistra erano soltanto due facce della stessa medaglia.

Che le elezioni non servivano a niente.

Che il Deep State avrebbe neutralizzato chiunque avesse provato a cambiare qualcosa.

Una narrativa perfetta.

Perché una teoria che considera qualsiasi evento una conferma della propria tesi non può mai essere smentita.

Se Trump non cambia qualcosa:

“Vedete? È controllato.”

Se Trump cambia qualcosa:

“È una messinscena.”

Se licenzia qualcuno:

“Metteranno un altro uomo del sistema.”

Se nomina Bhattacharya:

“Non basta.”

Se limita il gain-of-function:

“Lo faranno segretamente.”

Se esce dall’OMS:

“L’OMS non conta veramente.”

Il meccanismo diventa infallibile.

Ed è precisamente questo il problema.

Una controinformazione che non può mai essere smentita rischia di diventare identica alla propaganda che sostiene di combattere.

Quando il complotto diventa un modello di business

Il COVID non è stato soltanto una tragedia sanitaria.

È diventato un mercato dell’informazione.

Il mainstream ha prodotto audience.

La politica ha prodotto consenso.

Le piattaforme hanno prodotto traffico.

Big Pharma ha prodotto profitti.

Ma anche la controinformazione ha prodotto qualcosa:

visualizzazioni, abbonamenti, donazioni, notorietà e carriere.

Non c’è nulla di male nel guadagnare producendo informazione.

Il problema nasce quando la sopravvivenza economica del narratore dipende dalla sopravvivenza permanente dell’emergenza.

Se per cinque anni hai spiegato al tuo pubblico che esiste una macchina onnipotente e immutabile, cosa accade quando alcune parti di quella macchina vengono effettivamente modificate?

Devi riconoscerlo.

Oppure devi inventare un livello superiore del complotto.

Ed è qui che comincia il cortocircuito.

Non significa che “Trump ha sistemato tutto”

Sarebbe altrettanto propagandistico sostenere l’opposto.

Il sistema sanitario americano resta gigantesco.

Gli interessi economici nell’industria farmaceutica non sono scomparsi.

I conflitti di interesse non sono magicamente evaporati.

Il NIH continua a essere una macchina burocratica enorme.

Le aziende farmaceutiche mantengono un peso economico e politico straordinario.

La discussione sull’origine del COVID resta aperta.

Molte delle riforme annunciate dovranno essere giudicate sulla base dei risultati concreti.

E alcune decisioni dell’amministrazione Trump in campo sanitario sono duramente contestate da ricercatori, associazioni mediche e specialisti di sanità pubblica, che temono che il nuovo corso possa indebolire programmi vaccinali e capacità di risposta alle epidemie.

Queste critiche non devono essere censurate.

Devono essere discusse.

Esattamente come avrebbero dovuto essere discusse le critiche ai lockdown nel 2020.

Questa è la differenza tra informazione e propaganda.

Il processo è iniziato, non concluso

Il punto quindi non è proclamare la vittoria.

È riconoscere che qualcosa è cambiato.

E negarlo sarebbe intellettualmente disonesto.

Jay Bhattacharya dirige il NIH.

Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo contro il dangerous gain-of-function.

La strategia pandemica americana è sottoposta a una revisione profonda.

La sicurezza vaccinale è diventata nuovamente un tema istituzionale esplicito.

Il rapporto americano con l’OMS è stato spezzato.

Sono fatti politici e amministrativi.

Poi possiamo discutere se siano sufficienti.

Possiamo discutere se funzioneranno.

Possiamo discutere delle conseguenze impreviste.

Possiamo discutere se alcune scelte siano scientificamente fondate.

Ma non possiamo contemporaneamente sostenere che il sistema sia assolutamente immutabile e ignorare ogni cambiamento quando avviene.

La domanda che nessuno vuole fare

Ed eccoci alla vera resa dei conti.

Non soltanto quella con Fauci.

Non soltanto quella con il NIH.

Non soltanto quella con l’OMS.

La resa dei conti riguarda anche chi, per anni, ha costruito la propria identità sull’idea che dietro ogni evento esista necessariamente lo stesso burattinaio.

Perché se tutto è Deep State, niente è più analizzabile.

Se tutti sono controllati, nessuna differenza politica conta.

Se qualsiasi riforma è automaticamente una messinscena, nessuna prova potrà mai cambiare la teoria.

Questa non è analisi.

È fede.

E la fede, quando si traveste da controinformazione, diventa semplicemente propaganda con il segno opposto.

La pandemia dovrebbe averci insegnato almeno una cosa:

nessuno deve possedere la verità per decreto.

Non Fauci.

Non il NIH.

Non Big Pharma.

Non Donald Trump.

Non Robert Kennedy Jr.

E nemmeno gli influencer della controinformazione.

I dati devono poter essere verificati.

Le decisioni devono poter essere contestate.

Gli errori devono poter essere riconosciuti.

Le teorie devono poter essere smentite.

Altrimenti non stiamo facendo informazione.

Stiamo soltanto scegliendo quale dogma seguire.

I fatti restano

La resa dei conti con la narrativa COVID, dunque, non significa riscrivere automaticamente tutto ciò che è accaduto dal 2020.

Significa qualcosa di molto più importante.

Significa riaprire i fascicoli.

Riesaminare le decisioni.

Studiare benefici e danni.

Verificare i finanziamenti.

Rendere accessibili i documenti pubblici.

Separare ciò che sappiamo da ciò che supponiamo.

E soprattutto impedire che il prossimo evento sanitario venga gestito attraverso la stessa miscela esplosiva di paura, politica, interessi economici, comunicazione assolutistica e censura del dissenso.

Il nuovo corso americano sarà un successo?

È troppo presto per dirlo.

Ma sostenere che nulla sia cambiato significa chiudere gli occhi davanti ai provvedimenti già adottati.

Ed è qui che la controinformazione deve decidere cosa vuole diventare.

Uno strumento per controllare il potere?

Oppure un’industria che ha bisogno che il potere sia eternamente invincibile per continuare a vendere la propria narrativa?

Perché quando cambiano i fatti, dovrebbe cambiare anche l’analisi.

Chi continua a ripetere la stessa storia indipendentemente dai fatti non sta cercando la verità.

Sta difendendo un prodotto.

E i fatti, a differenza delle narrative, non hanno bisogno di like per esistere.


FONTI E APPROFONDIMENTI

National Institutes of Health – Biografia ufficiale di Jay Bhattacharya
https://www.nih.gov/about-nih/nih-director

Casa Bianca – Executive Order 14292, “Improving the Safety and Security of Biological Research”, 5 maggio 2025
https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/05/improving-the-safety-and-security-of-biological-research/

Casa Bianca – Fact Sheet sulla sicurezza della ricerca biologica e sul dangerous gain-of-function
https://www.whitehouse.gov/fact-sheets/2025/05/fact-sheet-president-donald-j-trump-achieves-improved-safety-and-security-of-biological-research/

Casa Bianca – Ordine sul ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, 20 gennaio 2025
https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/01/withdrawing-the-united-states-from-the-worldhealth-organization/

Jay Bhattacharya e Matthew Memoli – “The World Needs a New Pandemic Playbook”, City Journal
https://www.city-journal.org/article/nih-jay-bhattacharya-covid-pandemic-lab/

NIH – Attività e comunicazioni ufficiali dell’agenzia
https://www.nih.gov/

Reuters – Ripristino della Task Force federale sulla sicurezza dei vaccini pediatrici
https://www.reuters.com/business/healthcare-pharmaceuticals/us-health-department-reinstates-task-force-safer-childhood-vaccines-2025-08-14/

Casa Bianca – Documenti e Presidential Actions dell’amministrazione Trump
https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/