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Cuba, superpotenza dello spionaggio e laboratorio del fallimento socialista

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Le dichiarazioni di Marco Rubio, le infiltrazioni nell’apparato americano e il paradosso di un regime capace di proiettare potere all’estero mentre la propria economia sprofonda

2 agosto 2026

Cuba è uno dei più grandi paradossi geopolitici dell’ultimo mezzo secolo.

Un’isola relativamente piccola, con risorse economiche limitate e attraversata oggi da una delle crisi più profonde dalla rivoluzione del 1959, è riuscita per decenni a esercitare un’influenza internazionale enormemente superiore al proprio peso economico.

Non attraverso la ricchezza.

Non attraverso una superiorità tecnologica.

Non attraverso la forza di un gigantesco apparato industriale.

Ma attraverso intelligence, ideologia, diplomazia, reti politiche, operazioni clandestine e una straordinaria capacità di inserirsi nelle fratture politiche degli avversari.

È questo il punto centrale sollevato dal segretario di Stato americano Marco Rubio parlando di Cuba nell’agosto 2026.

Secondo Rubio, l’errore commesso frequentemente negli Stati Uniti consiste nel giudicare L’Avana soltanto attraverso le sue dimensioni economiche e demografiche. Se osservata da quella prospettiva, Cuba appare inevitabilmente come un attore marginale.

Ma se il parametro diventa la capacità di intelligence e di influenza politica, il quadro cambia radicalmente.

Rubio ha sintetizzato il concetto definendo Cuba, nel campo dello spionaggio e delle operazioni d’influenza, una vera e propria “superpotenza”.

Può sembrare un’esagerazione politica.

La storia dell’intelligence americana suggerisce però che il problema non possa essere liquidato come semplice retorica.

Per comprenderlo bastano due nomi.

Ana Belén Montes.

Victor Manuel Rocha.

Due casi differenti, separati nel tempo, ma accomunati da un elemento impressionante: la capacità dell’intelligence cubana di penetrare per lunghi periodi strutture estremamente sensibili dello Stato americano.


Ana Belén Montes: la spia nel cuore dell’intelligence militare americana

Il caso di Ana Belén Montes rimane uno degli esempi più clamorosi della capacità operativa dell’intelligence cubana.

Montes lavorava alla Defense Intelligence Agency, la DIA, l’agenzia del Pentagono incaricata dell’intelligence militare.

Non era una funzionaria marginale.

Era diventata una delle principali esperte americane di Cuba.

In altre parole, una persona alla quale Washington affidava il compito di analizzare Cuba stava segretamente lavorando proprio per Cuba.

Secondo la ricostruzione ufficiale dell’FBI, il reclutamento avvenne negli anni Ottanta.

Nel 1984 Montes lavorava presso il Dipartimento di Giustizia e manifestava apertamente la propria opposizione alla politica americana in America Centrale. Le sue convinzioni attirarono l’attenzione di persone collegate agli interessi cubani.

Poco dopo accettò di collaborare.

Nel 1985 entrò alla DIA.

Da quel momento cominciò una delle più gravi penetrazioni dell’intelligence statunitense contemporanea.

Il sistema utilizzato era sorprendentemente semplice.

Montes evitava di sottrarre fisicamente documenti dagli uffici. Memorizzava le informazioni classificate, le ricostruiva successivamente a casa e le trasferiva attraverso sistemi concordati con i suoi contatti.

Le comunicazioni comprendevano messaggi cifrati trasmessi attraverso onde corte.

Per anni il sistema funzionò.

L’FBI afferma inoltre che Montes contribuì deliberatamente a distorcere le valutazioni del governo americano su Cuba.

La questione quindi non riguardava soltanto il furto di informazioni.

Un agente infiltrato all’interno di un apparato di analisi può produrre un effetto ancora più importante: influenzare il modo nel quale il decisore interpreta l’avversario.

Ed è qui che intelligence e influenza politica finiscono per sovrapporsi.

Montes riconobbe inoltre di aver rivelato le identità di quattro ufficiali americani sotto copertura operanti a Cuba.

Il suo movente rende il caso ancora più significativo.

Non fu il denaro.

Secondo l’FBI, Montes agì essenzialmente per convinzione ideologica.

Dopo l’arresto del settembre 2001 si dichiarò colpevole e nel 2002 venne condannata a 25 anni di carcere.

Il caso Montes dimostra una caratteristica fondamentale del modello cubano: la capacità di utilizzare l’affinità ideologica come strumento di reclutamento.

Un Paese povero può non avere le risorse economiche delle grandi potenze.

Ma un servizio di intelligence non ha necessariamente bisogno di comprare tutti i propri agenti.

Può reclutarli attraverso convinzioni politiche, risentimenti, identità ideologiche e opposizione alla politica del proprio Paese.

È un capitale completamente diverso dal denaro.

E L’Avana ha dimostrato storicamente di saperlo utilizzare.


Victor Manuel Rocha: quarant’anni dentro il sistema americano

Se il caso Montes è impressionante, quello di Victor Manuel Rocha rende ancora più difficile considerare l’intelligence cubana come un fenomeno marginale.

Rocha non era un semplice impiegato pubblico.

Aveva costruito una lunga carriera diplomatica americana.

Aveva lavorato al Dipartimento di Stato.

Aveva prestato servizio nel National Security Council tra il 1994 e il 1995.

Era stato ambasciatore degli Stati Uniti in Bolivia dal 2000 al 2002.

Eppure, secondo il Dipartimento di Giustizia americano, aveva segretamente agito per decenni come agente del governo cubano.

Nell’aprile 2024 Rocha si è dichiarato colpevole di due capi d’accusa relativi alla sua attività clandestina e un giudice federale lo ha condannato alla pena massima prevista per quei reati: 15 anni di carcere, oltre a una multa di 500.000 dollari e altre sanzioni.

Il Dipartimento di Giustizia parlò esplicitamente di oltre quattro decenni di tradimento e inganno.

Quattro decenni.

È questa durata a rendere il caso straordinario.

Significa che l’apparato cubano è stato capace di coltivare un rapporto clandestino mentre Rocha attraversava differenti amministrazioni americane, differenti equilibri geopolitici e persino la fine della Guerra Fredda.

Cadeva il Muro di Berlino.

Scompariva l’Unione Sovietica.

Cambiavano i presidenti americani.

Mutavano le priorità strategiche di Washington.

Il rapporto clandestino attribuito a Rocha continuava.

La questione fondamentale non è quindi soltanto quanti segreti possano essere stati trasmessi.

La domanda più inquietante è un’altra:

quante decisioni, valutazioni, reti personali e dinamiche istituzionali può osservare dall’interno un uomo che trascorre decenni nel sistema diplomatico e di sicurezza della principale potenza mondiale?


Non soltanto spionaggio: la strategia dell’influenza

Limitare l’analisi cubana allo spionaggio tradizionale sarebbe però un errore.

La grande specialità sviluppata dalla Cuba rivoluzionaria è stata la combinazione tra intelligence e influenza politica.

Durante la Guerra Fredda L’Avana non si concepiva semplicemente come uno Stato caraibico.

La rivoluzione castrista si presentava come parte di un movimento rivoluzionario internazionale.

Cuba diventò progressivamente un punto di riferimento per organizzazioni rivoluzionarie, movimenti marxisti e formazioni guerrigliere.

Questo progetto fu particolarmente evidente in America Latina.

Uno dei principali strumenti fu il Departamento América del Partito Comunista Cubano, associato soprattutto alla figura di Manuel Piñeiro, uno degli uomini chiave dell’apparato rivoluzionario cubano.

La strategia non rimase confinata alla propaganda.

Durante differenti fasi della Guerra Fredda Cuba fornì addestramento, collegamenti, sostegno politico e in alcuni casi assistenza materiale a movimenti rivoluzionari latinoamericani.

La stessa documentazione storica americana dimostra però che questa politica non rimase identica nel tempo.

Un memorandum interagenzia statunitense del novembre 1974, oggi declassificato, osservava per esempio che il sostegno cubano diretto alla rivoluzione armata latinoamericana si era notevolmente ridotto rispetto agli anni Sessanta.

Il documento aggiungeva tuttavia un elemento significativo: Cuba manteneva nella regione un numero considerevole di ufficiali dell’intelligence, maggiormente concentrati sullo spionaggio e sulla promozione degli interessi cubani attraverso strumenti aperti e clandestini.

Questo passaggio è importante.

L’Avana aveva compreso che la rivoluzione non doveva necessariamente essere esportata soltanto attraverso il guerrigliero armato.

Poteva essere promossa anche attraverso politica, diplomazia, organizzazioni, propaganda e intelligence.

Era un’evoluzione tattica, non necessariamente la rinuncia all’influenza.


Nicaragua: il successo sandinista

Il Nicaragua rappresentò uno dei casi più importanti della proiezione cubana.

Il Frente Sandinista de Liberación Nacional sviluppò per anni rapporti con Cuba prima della caduta del regime di Anastasio Somoza nel 1979.

Dopo la vittoria sandinista, la relazione con L’Avana diventò ancora più profonda.

Cuba fornì consiglieri, personale, cooperazione nel campo della sicurezza, istruzione e assistenza istituzionale.

Per Washington, il Nicaragua sandinista rappresentava la dimostrazione che l’influenza rivoluzionaria cubana poteva ottenere risultati concreti nel continente americano.

L’Avana non aveva bisogno di annettere territori.

Le bastava contribuire alla nascita di governi ideologicamente e strategicamente vicini.


El Salvador e la guerra rivoluzionaria

Un’altra area centrale fu El Salvador.

Durante la guerra civile, il Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional divenne una delle principali organizzazioni rivoluzionarie dell’America Centrale.

Il sostegno esterno alla guerriglia salvadoregna divenne uno degli elementi della contrapposizione regionale della Guerra Fredda.

Cuba svolse un ruolo nella rete politica e logistica rivoluzionaria regionale, sebbene intensità, modalità e periodi del sostegno vadano distinti e non ridotti alla formula semplicistica secondo cui ogni movimento latinoamericano fosse direttamente comandato dall’Avana.

È proprio questa distinzione che rende l’analisi più credibile.

Cuba non controllava automaticamente tutta la sinistra rivoluzionaria latinoamericana.

Ma rappresentò per decenni un centro di formazione, collegamento e legittimazione internazionale di una parte significativa di essa.


Colombia: una relazione più complessa

Anche la Colombia entrò nella lunga storia delle relazioni tra Cuba e i movimenti rivoluzionari latinoamericani.

Le FARC e altre organizzazioni guerrigliere appartenevano a un ecosistema ideologico nel quale la rivoluzione cubana rappresentava un precedente fondamentale.

Successivamente Cuba avrebbe svolto anche un ruolo differente, ospitando negoziati di pace tra il governo colombiano e le FARC.

Questo dimostra la capacità dell’Avana di trasformare progressivamente il proprio ruolo: da esportatore della rivoluzione a interlocutore diplomatico capace di utilizzare le relazioni costruite durante decenni di attività politica.

È precisamente questa continuità delle reti a rendere Cuba geopoliticamente più importante di quanto suggeriscano il suo PIL o la sua popolazione.


Il grande paradosso cubano

Arriviamo così alla contraddizione centrale.

Cuba è stata molto più efficace nel costruire un apparato di intelligence e influenza internazionale che nel costruire un’economia capace di garantire prosperità ai propri cittadini.

Ed è probabilmente questo il dato politicamente più significativo.

Un sistema capace di mantenere agenti per decenni dentro strutture americane estremamente sensibili non è riuscito, dopo oltre sessant’anni di rivoluzione, a garantire un sistema energetico affidabile alla propria popolazione.

Un regime capace di proiettare influenza dall’America Latina all’Africa non è riuscito a impedire il collasso di alcuni dei settori produttivi che un tempo rappresentavano il simbolo stesso dell’economia cubana.


Cuba prima della rivoluzione: attenzione ai miti, ma era un’economia relativamente prospera

Su questo punto è necessario evitare anche una semplificazione diffusa nel campo anticomunista.

La Cuba di Batista non era un paradiso.

Esistevano fortissime disuguaglianze sociali, povertà rurale, autoritarismo politico e una notevole dipendenza economica dagli Stati Uniti.

Negarlo sarebbe storicamente scorretto.

Ma è altrettanto scorretto descrivere la Cuba prerivoluzionaria come un Paese economicamente arretrato rispetto all’intera America Latina.

Gli studi storici sul reddito cubano mostrano che l’isola era una economia a medio reddito relativamente prospera e che, alla vigilia della rivoluzione, il suo reddito pro capite si collocava tra i livelli elevati della regione.

Alcune ricostruzioni stimano il reddito cubano pre-rivoluzionario intorno al 30% di quello americano e tra il 50 e il 60% dei livelli europei dell’epoca.

Il problema, dunque, non è sostenere che Castro abbia distrutto un paradiso.

Il punto è differente:

Cuba partiva da condizioni economiche relativamente favorevoli rispetto a gran parte dell’America Latina e non è riuscita a trasformarle in una traiettoria duratura di convergenza con le economie più avanzate.


Il disastro dello zucchero

Nessun settore racconta meglio questo declino dell’industria dello zucchero.

Per generazioni lo zucchero è stato sinonimo di Cuba.

L’isola disponeva di infrastrutture, competenze, terreni e un sistema produttivo costruito intorno alla canna da zucchero.

Durante i decenni successivi alla rivoluzione la produzione raggiunse in alcuni periodi diversi milioni di tonnellate l’anno, sostenuta anche dalla relazione privilegiata con l’Unione Sovietica.

Ma quel modello nascondeva una vulnerabilità enorme.

Mosca comprava zucchero cubano a condizioni politicamente favorevoli e forniva petrolio, credito e assistenza.

Quando l’Unione Sovietica crollò, Cuba perse il principale sostegno esterno del proprio sistema economico.

Il risultato fu devastante.

La produzione zuccheriera è progressivamente precipitata.

Impianti chiusi.

Campi abbandonati.

Macchinari obsoleti.

Mancanza di carburante.

Scarsità di fertilizzanti.

Bassa produttività.

Un settore che rappresentava uno dei pilastri storici dell’isola si è ridotto a una frazione della propria capacità precedente.


Il sistema elettrico che non riesce più a tenere accese le luci

Ancora più visibile è la crisi energetica.

Negli ultimi anni Cuba ha subito ripetuti collassi della rete elettrica nazionale.

In diverse aree dell’isola sono stati documentati blackout quotidiani superiori alle dieci ore e, nelle fasi peggiori, interruzioni ancora più lunghe.

La crisi deriva da una combinazione di fattori:

centrali termoelettriche obsolete;

scarsa manutenzione;

mancanza di valuta;

carenza di combustibile;

riduzione delle forniture esterne;

sanzioni americane;

inefficienze strutturali dell’apparato economico.

Nel luglio 2026 Reuters descriveva una situazione caratterizzata da blackout, carenza nazionale di carburante, trasporto pubblico fortemente compromesso e perfino riduzione dell’anno scolastico.

Il dato politicamente più interessante è ciò che sta facendo lo stesso governo cubano.

Nel 2026 L’Avana ha iniziato ad ampliare gli spazi concessi all’impresa privata, all’importazione privata e all’utilizzo economico di capitali non statali.

Sono state annunciate 176 misure di riforma.

Sono state allentate decine di restrizioni alle attività private.

Sono state aperte nuove possibilità nel commercio, nel turismo, nell’agricoltura e perfino in alcuni servizi.

È difficile immaginare una confessione economica più significativa.

Dopo decenni trascorsi a sostenere la superiorità della pianificazione socialista, il regime cerca ossigeno proprio attraverso una parziale restituzione di spazio al mercato.


Ma l’embargo esiste e conta

Qui occorre essere intellettualmente seri.

Attribuire ogni problema economico cubano esclusivamente al socialismo sarebbe semplicistico.

Le sanzioni americane hanno effetti reali.

Limitano transazioni finanziarie, commercio, investimenti, accesso al credito e approvvigionamenti.

Nel 2026 la pressione americana sul settore energetico cubano ha ulteriormente aggravato una situazione già estremamente fragile.

Lo stesso dibattito accademico sull’impatto dell’embargo rimane aperto.

Alcuni studi attribuiscono la maggior parte della divergenza economica cubana alle istituzioni socialiste e alla pianificazione centralizzata; altri contestano queste stime e sostengono che l’embargo possa spiegare una quota molto maggiore della sottoperformance economica.

Affermare che l’embargo non conta sarebbe quindi scorretto.

Ma sarebbe altrettanto scorretto utilizzarlo come spiegazione universale.

L’embargo non spiega da solo la bassa produttività agricola.

Non spiega integralmente decenni di restrizioni all’impresa privata.

Non spiega perché il governo cubano abbia impedito o limitato a lungo l’accumulazione privata di capitale.

E soprattutto non spiega perché, quando il sistema entra in crisi, la risposta scelta dallo stesso governo sia reintrodurre progressivamente meccanismi di mercato.


Il problema fondamentale: gli incentivi

È qui che il caso cubano diventa interessante oltre Cuba.

Un’economia non è semplicemente una quantità di fabbriche, lavoratori e materie prime.

È soprattutto un sistema di incentivi.

Chi decide cosa produrre?

Chi rischia il capitale?

Chi beneficia dell’innovazione?

Chi subisce il costo dell’errore?

Quali informazioni determinano prezzi e investimenti?

Nella pianificazione centralizzata molte di queste decisioni vengono trasferite dal mercato all’apparato politico e burocratico.

Il risultato può funzionare relativamente bene in alcuni settori nei quali lo Stato concentra enormi risorse.

Ma l’economia complessiva è infinitamente più complessa.

Milioni di persone prendono ogni giorno miliardi di decisioni.

Prezzi, salari, consumi, risparmi, investimenti e aspettative trasmettono informazioni impossibili da raccogliere integralmente in un centro amministrativo.

Quando il prezzo perde la propria funzione informativa e il profitto viene trasformato principalmente in sospetto politico, il sistema perde progressivamente la capacità di allocare capitale in maniera efficiente.

Cuba rappresenta uno degli esperimenti più longevi di questo modello nell’emisfero occidentale.


Venezuela: quando il modello incontra il petrolio

Il Venezuela costituisce un altro caso fondamentale.

A prima vista avrebbe dovuto essere impossibile replicare il dramma cubano.

Il Venezuela possiede alcune delle maggiori riserve petrolifere del pianeta.

Durante il boom delle materie prime Hugo Chávez disponeva inoltre di enormi entrate.

Il governo utilizzò una parte significativa di quelle risorse per programmi sociali, sussidi e redistribuzione.

Ma contemporaneamente aumentò il controllo politico sull’economia, moltiplicò nazionalizzazioni ed espropri, impose controlli valutari e dei prezzi e indebolì progressivamente le istituzioni economiche.

La produzione petrolifera diminuì.

Gli investimenti crollarono.

Il sistema produttivo si deteriorò.

Poi arrivarono anche sanzioni esterne, che contribuirono ad aggravare ulteriormente la crisi.

Ma il deterioramento venezuelano era già iniziato prima delle misure più severe.

Il risultato sociale rimane impressionante.

Secondo UNHCR, alla fine del 2025 quasi 7,9 milioni di venezuelani avevano lasciato il Paese.

È uno dei più grandi esodi contemporanei al di fuori di una guerra convenzionale.

Una nazione seduta sopra enormi riserve energetiche è diventata una delle principali sorgenti mondiali di emigrazione.


Cuba e Venezuela: un rapporto che va oltre l’ideologia

Il rapporto tra Cuba e Venezuela non fu soltanto simbolico.

Dopo l’arrivo di Chávez al potere, Caracas divenne il principale sostegno economico dell’Avana dopo la fine dell’Unione Sovietica.

Petrolio venezuelano arrivava a Cuba a condizioni favorevoli.

Cuba forniva in cambio medici, personale tecnico e cooperazione in diversi settori.

Ma la relazione comprendeva anche una profonda cooperazione politica e di sicurezza.

Per L’Avana il Venezuela rappresentò una straordinaria vittoria geopolitica.

A pochi decenni dalla fine dell’URSS, Cuba aveva trovato un nuovo grande partner ideologico dotato di immense risorse petrolifere.

Per anni sembrò la dimostrazione che il progetto rivoluzionario latinoamericano potesse rinascere.

Oggi il bilancio appare molto diverso.

Milioni di venezuelani sono emigrati.

Cuba affronta una crisi economica ed energetica drammatica.

E i due Paesi che avrebbero dovuto dimostrare la superiorità del nuovo socialismo latinoamericano sono diventati invece esempi delle fragilità strutturali dei sistemi fortemente politicizzati e centralizzati.


Nicaragua: dalla rivoluzione alla concentrazione del potere

Il Nicaragua completa un quadro regionale ancora più significativo.

Daniel Ortega, protagonista storico della rivoluzione sandinista, è tornato al potere nel 2007.

Nel tempo il sistema politico nicaraguense ha subito una progressiva concentrazione del potere.

Organizzazioni internazionali e organismi delle Nazioni Unite hanno documentato repressione dell’opposizione, restrizioni alle libertà civili e persecuzione di organizzazioni indipendenti.

La traiettoria politica mostra una dinamica ricorrente nei sistemi rivoluzionari:

la rivoluzione nasce promettendo di liberare il popolo dalle élite;

costruisce un apparato per difendere la rivoluzione;

l’apparato accumula potere;

chi controlla l’apparato finisce per identificare la propria permanenza al potere con la sopravvivenza stessa della rivoluzione.

A quel punto contestare il governo significa contestare il sistema.

E contestare il sistema può essere trasformato in un atto contro lo Stato.


Il vero prodotto di esportazione cubano

Per decenni si è parlato di zucchero, sigari, rum e successivamente di medici.

Ma il prodotto geopolitico più importante esportato dalla Cuba rivoluzionaria è probabilmente un altro:

un metodo di organizzazione del potere.

Un sistema fondato su alcuni elementi ricorrenti:

centralizzazione politica;

controllo dell’informazione;

apparati di sicurezza molto sviluppati;

mobilitazione ideologica;

costruzione di reti internazionali;

capacità di intelligence;

identificazione tra partito, Stato e rivoluzione.

Questa struttura aiuta a spiegare un paradosso apparentemente incomprensibile.

Come può uno Stato incapace di garantire elettricità continua alla propria popolazione costruire uno dei servizi di intelligence più efficaci dell’emisfero?

La risposta è semplice.

Le priorità di un regime non coincidono necessariamente con quelle dei cittadini.

Una democrazia viene giudicata dagli elettori anche attraverso reddito, servizi, occupazione e qualità della vita.

Un sistema autoritario deve prima di tutto garantire la propria sopravvivenza.

E per sopravvivere ha bisogno di sicurezza interna, intelligence, controllo dell’informazione e capacità di neutralizzare minacce interne ed esterne.

Da questo punto di vista, l’apparente contraddizione cubana scompare.

Il sistema non ha fallito in tutto.

Ha fallito soprattutto dove il cittadino avrebbe avuto bisogno che avesse successo.


Perché Rubio parla di “superpotenza”

È quindi possibile comprendere meglio le parole di Marco Rubio.

Definire Cuba una superpotenza economica sarebbe assurdo.

Definirla una superpotenza militare sarebbe altrettanto improprio.

Ma parlare di una potenza dell’intelligence e dell’influenza significa misurare una capacità differente.

Ana Belén Montes arrivò al cuore della DIA.

Victor Manuel Rocha attraversò per decenni la diplomazia americana e il National Security Council.

La storia della Guerra Fredda documenta l’attività cubana nell’addestramento e nel sostegno di movimenti rivoluzionari.

La documentazione americana declassificata dimostra inoltre che, quando L’Avana ridusse il sostegno diretto alla guerriglia, mantenne una considerevole presenza di intelligence dedicata allo spionaggio e alla promozione clandestina dei propri interessi.

Questi sono fatti.

Si può discutere sulla definizione di “superpotenza”.

È molto più difficile negare la straordinaria efficacia dell’apparato cubano rispetto alle risorse disponibili.


Il paradosso finale: bravissimi a difendere il sistema, incapaci di farlo prosperare

Ed eccoci al punto fondamentale.

Dopo più di sessant’anni la rivoluzione cubana può rivendicare una longevità politica eccezionale.

È sopravvissuta a Eisenhower.

A Kennedy.

Alla Baia dei Porci.

Alla crisi dei missili.

A Reagan.

Alla caduta dell’Unione Sovietica.

Al “Periodo Especial”.

Alle aperture di Obama.

Al ritorno delle sanzioni.

A Fidel Castro.

E continua a esistere.

Dal punto di vista della sopravvivenza del regime, è difficile parlare di fallimento.

Il sistema ha dimostrato una capacità straordinaria di preservare se stesso.

Il problema è un altro.

Che cosa è successo nel frattempo al Paese?

Il settore zuccheriero è collassato.

La rete energetica è diventata cronicamente fragile.

La scarsità di carburante paralizza periodicamente trasporti e produzione.

L’emigrazione ha assunto dimensioni enormi.

Il governo è stato costretto ad ampliare gli spazi dell’impresa privata.

E nel 2026, dopo oltre sei decenni di rivoluzione socialista, L’Avana sta cercando di rianimare la propria economia attraverso una maggiore apertura proprio a quegli strumenti di mercato che il sistema rivoluzionario aveva per generazioni guardato con sospetto.

Questo è il vero verdetto storico.


Un apparato efficiente dentro un’economia inefficiente

Cuba obbliga quindi a distinguere due concetti che vengono spesso confusi.

Uno Stato forte non è necessariamente una società prospera.

Uno Stato può possedere un eccellente servizio di intelligence e contemporaneamente un pessimo sistema produttivo.

Può essere efficiente nel controllare e inefficiente nel produrre.

Può essere straordinariamente competente nella propria conservazione e disastrosamente inefficiente nella creazione di ricchezza.

Ed è precisamente questo che rende Cuba un caso di studio così importante.

La rivoluzione castrista ha dimostrato che un piccolo Paese può esercitare un’enorme influenza geopolitica quando concentra risorse, ideologia e intelligence su obiettivi strategici.

Ma ha dimostrato contemporaneamente il prezzo pagato quando la politica pretende di sostituirsi sistematicamente agli incentivi economici e alla libertà individuale.


La lezione cubana

Il vero confronto non è quindi tra propaganda americana e propaganda cubana.

È tra risultati.

Dopo oltre sessant’anni non esiste più l’alibi del tempo.

Non siamo davanti a un esperimento appena iniziato.

Generazioni intere sono nate, cresciute e invecchiate sotto il sistema rivoluzionario.

Cuba ha avuto il sostegno economico sovietico.

Ha avuto il petrolio venezuelano.

Ha costruito relazioni con Cina, Russia, Europa, Canada e gran parte dell’America Latina.

Ha subito contemporaneamente un embargo americano reale e pesante, che deve essere incluso in qualunque valutazione seria.

Ma dopo aver considerato tutte queste variabili rimane una domanda difficilmente evitabile:

perché un sistema che si presenta da oltre sessant’anni come alternativa superiore al capitalismo è oggi costretto ad allentare i propri controlli economici per permettere a imprese private e capitale esterno di fare ciò che l’apparato statale non riesce più a garantire?

È questa la domanda che la propaganda non può cancellare.


Cuba: il successo del regime e il fallimento del modello

Forse la definizione più precisa della storia cubana è proprio questa.

Il regime è stato un successo nella conservazione del potere.

Il modello economico è stato un fallimento nella produzione di prosperità.

Sono due giudizi che possono coesistere.

E spiegano il paradosso evidenziato da Marco Rubio.

L’isola che fatica a mantenere accese le proprie centrali elettriche è riuscita a infiltrare uomini e donne dentro alcuni dei più delicati apparati della superpotenza americana.

Il Paese che ha visto crollare la propria industria dello zucchero ha costruito reti politiche e diplomatiche estese su più continenti.

Il governo che oggi deve liberalizzare pezzi della propria economia ha saputo preservare il proprio sistema politico per più di sessant’anni.

Non è una contraddizione.

È il risultato delle priorità.

Cuba ha investito enormemente nella sopravvivenza della rivoluzione.

Intelligence.

Sicurezza.

Ideologia.

Influenza.

Controllo politico.

La prosperità economica è rimasta indietro.

Ed è forse questa la lezione più importante dell’intera vicenda cubana.

Un sistema politico può sopravvivere molto più a lungo del modello economico sul quale sostiene di fondare la propria legittimità.

Può persino diventare estremamente sofisticato nel proteggere se stesso mentre la società che governa diventa progressivamente più povera.

Le storie di Ana Belén Montes e Victor Manuel Rocha dimostrano che sottovalutare l’intelligence cubana sarebbe ingenuo.

I blackout, la crisi produttiva, l’emigrazione e le stesse riforme economiche adottate oggi dall’Avana dimostrano però qualcosa di altrettanto importante:

essere straordinariamente capaci di conservare il potere non significa essere capaci di creare prosperità.

Ed è proprio nella distanza tra queste due capacità che si trova la storia della Cuba rivoluzionaria.


Fonti e approfondimenti

FBI – Ana Belén Montes
Scheda ufficiale dell’FBI sulla penetrazione cubana nella Defense Intelligence Agency, il reclutamento di Montes, i sistemi utilizzati per trasferire informazioni e la condanna a 25 anni.
https://www.fbi.gov/history/cases-and-criminals/ana-montes

U.S. Department of Justice – Victor Manuel Rocha
Comunicato ufficiale sulla dichiarazione di colpevolezza dell’ex ambasciatore e sulla condanna a 15 anni per aver agito clandestinamente per decenni come agente del governo cubano.
https://www.justice.gov/usao-sdfl/pr/former-us-ambassador-and-national-security-council-official-admits-secretly-acting

U.S. Department of Justice – dichiarazioni sulla condanna di Rocha
Ricostruzione del Dipartimento di Giustizia dei “più di quattro decenni” di attività clandestina attribuita a Rocha.
https://www.justice.gov/archives/opa/speech/principal-deputy-assistant-attorney-general-david-newman-delivers-remarks-sentencing

FBI/DOJ – Marta Rita Velázquez e il reclutamento di Ana Montes
Documentazione relativa alla donna accusata di aver contribuito al reclutamento di Montes per l’intelligence cubana.
https://archives.fbi.gov/archives/washingtondc/press-releases/2013/unsealed-indictment-charges-former-u.s.-federal-employee-with-conspiracy-to-commit-espionage-for-cuba

U.S. Department of State – Office of the Historian
Documento declassificato del 1974, “The Status of Cuban Subversion in Latin America”, sulla trasformazione delle operazioni cubane nella regione e sull’attività degli ufficiali dell’intelligence.
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76ve11p1/d289

UNHCR – Venezuela Situation
Dati aggiornati sull’esodo venezuelano: quasi 7,9 milioni di rifugiati e migranti venezuelani nel mondo.
https://www.unhcr.org/emergencies/venezuela-situation

Reuters – Cuba, crisi economica e nuove aperture al settore privato, 31 luglio 2026
Analisi delle nuove misure economiche adottate dall’Avana, comprese aperture alle imprese private, agli investimenti e alle importazioni.
https://www.reuters.com/legal/government/cuba-takes-steps-implement-economic-overhaul-amid-us-pressure-campaign-2026-07-31/

Reuters – crisi cubana, blackout e carenza di carburante, 26 luglio 2026
Resoconto delle condizioni economiche ed energetiche dell’isola e della contrapposizione tra Washington e il governo Díaz-Canel.
https://www.reuters.com/world/americas/cuban-president-accuses-us-political-genocide-anniversary-revolution-2026-07-26/

Associated Press – riforme economiche cubane, luglio 2026
Approfondimento sull’allentamento delle restrizioni al settore privato e sulla crisi economica che ha spinto L’Avana ad ampliare gli spazi concessi all’iniziativa non statale.
https://apnews.com/article/f69519537900a6ca736542f33edfe091

Fox News – My View with Lara Trump
Programma nel quale Marco Rubio ha affrontato il ruolo dell’intelligence cubana e la capacità di influenza internazionale dell’Avana.
https://www.foxnews.com/video

Sánchez potrebbe mettere sotto pressione il Marocco? Gli strumenti economici della Spagna e il dibattito sulla strategia verso Rabat

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Il peso della Spagna nei rapporti economici con il Marocco

Da anni la Spagna rappresenta il principale partner commerciale europeo del Marocco. La vicinanza geografica, la presenza dello Stretto di Gibilterra e l’integrazione logistica tra i due Paesi hanno trasformato la penisola iberica nella principale porta d’ingresso delle merci marocchine dirette verso il mercato dell’Unione europea.

Secondo numerosi studi economici e analisi sul commercio internazionale, una quota molto rilevante dell’export marocchino destinato all’Europa transita attraverso infrastrutture spagnole, in particolare i porti di Algeciras, Tarifa e Almería. Lo stesso vale per una parte consistente delle esportazioni agricole marocchine, soprattutto prodotti ortofrutticoli destinati ai mercati europei.

Questa realtà alimenta una domanda politica che torna ciclicamente al centro del dibattito ogni volta che si verifica una crisi migratoria a Ceuta o Melilla:

La Spagna possiede realmente gli strumenti economici per esercitare una forte pressione sul Marocco?

La leva economica esiste davvero?

L’analista saharawi Taleb Alisalem sostiene che Madrid disporrebbe di un potere economico enorme nei confronti di Rabat.

L’argomentazione è semplice.

Se il governo spagnolo decidesse di:

  • aumentare i controlli doganali;
  • applicare verifiche fitosanitarie estremamente rigorose;
  • rallentare il traffico commerciale;
  • sostenere in sede europea misure commerciali più severe;

l’economia marocchina subirebbe un impatto significativo.

Il motivo è evidente: il Marocco dipende in misura rilevante dall’accesso rapido al mercato europeo.

Non si tratterebbe necessariamente di un embargo, ma di un aumento dei costi logistici e amministrativi tale da ridurre la competitività delle esportazioni marocchine.

Naturalmente questa ipotesi presenta anche un rovescio della medaglia.

Misure di questo tipo potrebbero produrre effetti anche sulle imprese spagnole che operano in Marocco, sulle catene di approvvigionamento e sulle relazioni commerciali bilaterali. Inoltre, molte decisioni commerciali ricadono nella competenza dell’Unione europea e non possono essere adottate unilateralmente dal governo spagnolo.

Il nodo dell’immigrazione

Negli ultimi anni la pressione migratoria proveniente dal Nord Africa è diventata uno dei principali temi della politica spagnola.

Le crisi di Ceuta e Melilla hanno mostrato quanto Rabat possa influenzare i flussi migratori semplicemente modificando il livello di controllo alle proprie frontiere.

Questo ha portato numerosi osservatori a parlare di “strumentalizzazione della migrazione” come leva diplomatica.

L’episodio del 2021, quando migliaia di persone entrarono a Ceuta in poche ore dopo un deterioramento dei rapporti tra Madrid e Rabat, viene spesso citato come esempio di questa dinamica.

Da allora molti analisti ritengono che la cooperazione tra Spagna e Marocco sia diventata sempre più fondata su un equilibrio delicato: collaborazione economica in cambio di cooperazione sul controllo delle frontiere.

Perché Madrid evita lo scontro?

È qui che il dibattito diventa prevalentemente politico.

Secondo una lettura critica del governo guidato da Pedro Sánchez, la Spagna eviterebbe deliberatamente di utilizzare fino in fondo gli strumenti economici di cui dispone nei confronti del Marocco.

Le ragioni ipotizzate sono diverse.

La prima riguarda la stabilità regionale.

Uno scontro commerciale con Rabat potrebbe compromettere la cooperazione su sicurezza, lotta al terrorismo, traffico di esseri umani e gestione dei flussi migratori.

La seconda riguarda gli interessi economici reciproci.

Il Marocco rappresenta uno dei principali partner commerciali della Spagna fuori dall’Unione europea. Un deterioramento delle relazioni comporterebbe costi anche per aziende spagnole attive nel Paese nordafricano.

Una terza interpretazione, sostenuta da alcuni commentatori politici, ritiene invece che mantenere una relazione pragmatica con Rabat consenta al governo di gestire politicamente la questione migratoria senza arrivare a una rottura che potrebbe produrre conseguenze imprevedibili.

Questa è però un’interpretazione politica e non un fatto dimostrato.

Sahara Occidentale e cambio di linea

Un altro elemento che continua ad alimentare le polemiche è il cambiamento della posizione spagnola sul Sahara Occidentale.

Nel 2022 il governo Sánchez ha sostenuto il piano marocchino di autonomia come base “più seria, credibile e realistica” per una soluzione del conflitto.

La decisione ha rappresentato una svolta rispetto alla tradizionale posizione di maggiore equilibrio mantenuta dalla diplomazia spagnola per decenni.

Per molti osservatori tale scelta avrebbe rafforzato ulteriormente il rapporto tra Madrid e Rabat, rendendo meno probabile un confronto diretto anche durante le successive crisi migratorie.

Pressione economica o cooperazione?

Il vero interrogativo resta aperto.

La Spagna potrebbe teoricamente aumentare la pressione economica sul Marocco?

Molti esperti ritengono che margini di intervento esistano.

Altri ricordano però che qualsiasi misura di ampia portata dovrebbe essere coordinata con Bruxelles, tenendo conto delle regole del mercato unico europeo, degli accordi commerciali esistenti e delle possibili conseguenze diplomatiche.

In altre parole, la disponibilità di strumenti non implica automaticamente la convenienza del loro utilizzo.

Conclusioni

Il rapporto tra Spagna e Marocco rappresenta uno degli equilibri geopolitici più delicati del Mediterraneo occidentale.

Da un lato esiste una forte interdipendenza economica che attribuisce a Madrid un ruolo centrale nelle esportazioni marocchine verso l’Europa.

Dall’altro lato vi sono interessi comuni in materia di sicurezza, commercio e controllo dei flussi migratori che rendono qualsiasi escalation potenzialmente costosa per entrambe le parti.

Le valutazioni sulle motivazioni politiche del governo Sánchez appartengono al terreno dell’analisi e del confronto politico. Ciò che appare invece documentato è il peso strategico della Spagna nei rapporti economici con il Marocco e la centralità della cooperazione tra i due Paesi nella gestione delle frontiere meridionali dell’Unione europea.

Fonti

La distruzione di Elam e la guerra contro l’Iran: l’antica profezia di Geremia sta tornando davanti ai nostri occhi?

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Esistono pagine della Bibbia che per secoli sembrano appartenere esclusivamente al passato. Poi la storia cambia, gli equilibri geopolitici vengono sconvolti e quelle stesse parole acquistano improvvisamente una forza diversa.

È ciò che sta accadendo con Elam.

Nel capitolo 49 del libro di Geremia compare una profezia impressionante: la potenza militare di Elam viene spezzata, il suo popolo disperso, i suoi governanti abbattuti e il territorio travolto dalla guerra. Ma la profezia non termina con la distruzione. Dopo il giudizio compare una promessa sorprendente: negli «ultimi giorni» la sorte di Elam sarà ristabilita.

Oggi Elam non esiste più come Stato.

Ma il suo antico territorio si trovava nell’attuale Iran.

Ed è proprio l’Iran che, nel 2026, si trova al centro di una guerra che sta mettendo sotto pressione il suo apparato militare, la sua leadership e l’intera architettura di potere costruita dalla Repubblica islamica.

È soltanto una coincidenza?

Oppure la storia contemporanea sta facendo riecheggiare una delle più enigmatiche profezie dell’Antico Testamento?

Elam non è un luogo immaginario

Per comprendere il parallelo bisogna partire dalla geografia.

Elam fu una delle grandi realtà politiche dell’antico Vicino Oriente. Il suo territorio variò notevolmente nel corso dei millenni, ma il suo nucleo storico comprendeva soprattutto aree dell’odierno Iran sud-occidentale. Susa, nell’attuale Khuzestan, fu uno dei principali centri della civiltà elamita.

Le fonti storiche invitano però alla precisione: Elam non coincide semplicemente con tutto l’Iran moderno. La sua estensione cambiò nel tempo e gli studiosi distinguono persino Elam da Susiana in diversi periodi storici. Encyclopaedia Iranica colloca comunque il mondo elamita all’interno di territori oggi appartenenti alla Repubblica islamica dell’Iran.

Questo particolare è fondamentale.

Quando Geremia parla di Elam, sta parlando di una realtà storica concreta collegata geograficamente all’attuale territorio iraniano.

Ed è qui che comincia il parallelo.

La profezia di Geremia: «Spezzerò l’arco di Elam»

Geremia colloca la profezia all’inizio del regno di Sedecia, re di Giuda.

Il messaggio è durissimo.

Dio annuncia che avrebbe spezzato l’arco di Elam, definito la fonte principale della sua potenza.

Poi vengono annunciati dispersione, guerra e crollo del potere politico.

Il testo riportato nel materiale alla base di questo articolo descrive quattro passaggi fondamentali:

la distruzione della potenza militare;

la dispersione della popolazione;

la persecuzione attraverso la guerra;

la distruzione del re e dei suoi funzionari.

Il passaggio culmina infatti nell’annuncio della distruzione del sovrano e degli ufficiali di Elam.

Ma bisogna osservare attentamente la prima immagine utilizzata:

l’arco.

Nell’antichità l’arco non era semplicemente un’arma. Rappresentava capacità militare, proiezione della forza e possibilità di colpire il nemico a distanza.

Geremia non dice soltanto che Elam verrà sconfitto.

Dice che verrà spezzata «la fonte del suo potere».

Ed è precisamente questo elemento a rendere suggestivo il confronto con l’Iran contemporaneo.

Dall’arco elamita ai missili iraniani

Ovviamente Geremia non parla di missili balistici, droni, centrifughe nucleari o basi militari.

Attribuirgli direttamente questi riferimenti significherebbe forzare il testo.

Ma se interpretiamo l’«arco» come simbolo della capacità militare attraverso cui Elam proiettava la propria forza, il parallelismo diventa interessante.

L’Iran contemporaneo ha costruito una parte importante della propria deterrenza proprio sulla capacità di colpire a distanza.

Missili balistici.

Droni.

Forze missilistiche.

Reti militari regionali.

Hezbollah in Libano.

Milizie irachene.

Houthis nello Yemen.

Per decenni Teheran ha cercato di costruire una profondità strategica capace di portare il confronto lontano dai propri confini.

Nel linguaggio dell’antichità, potremmo quasi dire che questo rappresenta il suo moderno «arco».

Ed è proprio quell’arco che la guerra attuale sta cercando di spezzare.

2026: l’Iran dentro una guerra regionale

Qui il parallelismo abbandona temporaneamente il terreno teologico e incontra quello della cronaca.

Al 1° agosto 2026, il conflitto che coinvolge Iran, Stati Uniti, Israele e diversi attori regionali continua a produrre una forte escalation. Associated Press riferisce di nuove minacce americane di ulteriori attacchi contro l’Iran, mentre Teheran continua a utilizzare droni e altre capacità offensive nella regione.

Il Financial Times riferisce inoltre delle minacce di Donald Trump di colpire nuovamente e duramente l’Iran per costringerlo a tornare al negoziato, nel quadro di un conflitto che ha già avuto pesanti conseguenze sulle rotte energetiche e sullo Stretto di Hormuz.

Non siamo quindi davanti a una semplice crisi diplomatica.

La capacità militare iraniana, le infrastrutture strategiche, le reti regionali e la sopravvivenza stessa dell’attuale sistema di potere sono diventate elementi centrali dello scontro.

Ed è qui che le parole di Geremia assumono, per chi adotta una lettura profetica, una risonanza particolare.

«Spezzerò l’arco di Elam»

Nell’antichità: l’arco.

Oggi: missili, droni, infrastrutture militari e capacità di proiezione regionale.

Nell’antichità: la potenza di Elam viene colpita.

Oggi: la capacità strategica iraniana è direttamente coinvolta nella guerra.

Nell’antichità: viene colpita la struttura politica.

Oggi: la pressione militare riguarda anche la stabilità dell’apparato della Repubblica islamica.

Non significa che Geremia stesse descrivendo un missile iraniano del XXI secolo.

Significa qualcosa di più interessante: la struttura narrativa della profezia presenta analogie sorprendenti con ciò che sta accadendo nell’antico spazio geografico di Elam.

«Distruggerò da lì il re e gli ufficiali»

Esiste poi un secondo elemento ancora più delicato.

Geremia non descrive esclusivamente la distruzione dell’esercito.

La profezia raggiunge direttamente la classe dirigente:

«Distruggerò da lì il re e gli ufficiali».

È il vertice politico e militare di Elam a essere investito dal giudizio.

Questo passaggio rende inevitabile il confronto con una delle caratteristiche della guerra contemporanea: il conflitto non riguarda soltanto eserciti contrapposti, ma la capacità dello Stato iraniano di mantenere funzionante la propria struttura strategica e di comando.

Il parallelismo, ancora una volta, non dimostra l’adempimento della profezia.

Ma è difficile ignorarlo.

Geremia descrive una sequenza:

potenza militare → comando politico → dispersione → trasformazione.

Ed è precisamente la possibile trasformazione dell’Iran a rappresentare la parte più interessante della profezia.

La profezia non termina con la distruzione

Chi si ferma alla guerra legge soltanto metà del testo.

Geremia aggiunge infatti qualcosa di sorprendente:

«Ma negli ultimi giorni cambierò la sorte di Elam».

Nel materiale da cui parte questa riflessione viene sottolineato proprio questo elemento: dopo la grande distruzione annunciata contro Elam compare una restaurazione futura.

Ed è forse questo il passaggio più importante.

La profezia non descrive semplicemente l’annientamento di un popolo.

Descrive una rottura del potere seguita da una restaurazione.

Se volessimo applicare questa struttura all’Iran contemporaneo, il punto centrale non sarebbe quindi la distruzione dell’Iran.

Sarebbe la distruzione di un sistema di potere.

Una distinzione enorme.

Iran non significa Repubblica islamica

L’Iran possiede una storia millenaria che precede di migliaia di anni la Repubblica islamica nata nel 1979.

Persia ed Elam appartengono a una storia molto più antica degli ayatollah.

La stessa Bibbia presenta infatti un’immagine della Persia estremamente complessa.

Ciro il Grande occupa un posto eccezionale nella tradizione biblica.

Nel materiale fornito per questo articolo viene ricordato come la conquista persiana di Babilonia abbia permesso agli ebrei esiliati di tornare nella propria terra e ricostruire Gerusalemme e il Tempio.

La Persia biblica non è quindi semplicemente un nemico di Israele.

In un momento fondamentale della storia biblica diventa addirittura lo strumento della liberazione di Israele.

Questo rende ancora più interessante il contrasto storico.

La Persia di Ciro favorisce il ritorno degli ebrei.

La Repubblica islamica contemporanea ha costruito invece una parte fondamentale della propria ideologia regionale sull’opposizione allo Stato di Israele.

Sono due realtà profondamente differenti sorte sullo stesso grande spazio storico.

Prima la distruzione, poi la restaurazione

Ed eccoci al cuore della possibile interpretazione profetica.

Supponiamo — come ipotesi teologica, non come certezza storica — che Geremia 49 possieda anche una dimensione futura.

La sequenza diventerebbe impressionante.

1. «Spezzerò l’arco di Elam»

La capacità militare che costituisce la forza principale del paese viene spezzata.

2. «Porterò su Elam i quattro venti»

Una crisi travolge il territorio da più direzioni.

3. «Farò tremare Elam davanti ai suoi nemici»

Il paese viene sottoposto a una pressione militare esterna.

4. «Distruggerò il re e gli ufficiali»

La struttura dirigente viene abbattuta.

5. «Negli ultimi giorni cambierò la sorte di Elam»

Dopo la distruzione arriva qualcosa di completamente differente:

la restaurazione.

È proprio quest’ultimo passaggio a impedire di interpretare Geremia come una semplice profezia di annientamento dell’Iran.

Il finale parla invece di speranza.

Forse la profezia riguarda il regime, non il popolo

Da questa prospettiva emerge una lettura suggestiva.

E se ciò che deve essere spezzato non fosse l’Iran, ma la struttura di potere che domina l’Iran?

La distinzione è fondamentale.

Il popolo iraniano non coincide con la Repubblica islamica.

La civiltà persiana non coincide con il sistema politico nato dalla rivoluzione del 1979.

La storia dell’Iran non comincia con Khomeini.

E soprattutto non termina con gli ayatollah.

Se la restaurazione di Elam possedesse realmente una dimensione futura, allora il cuore della profezia potrebbe non essere la cancellazione dell’Iran dalla storia.

Potrebbe essere esattamente il contrario:

la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra.

Elam distrutta per essere restaurata?

Questa è forse la domanda più provocatoria.

Geremia presenta distruzione e restaurazione nello stesso oracolo.

Prima viene spezzata la potenza.

Poi viene colpita la leadership.

Poi arriva la dispersione.

Infine arriva il ristabilimento.

Non sappiamo se gli avvenimenti contemporanei costituiscano davvero l’adempimento finale di quelle parole.

Affermarlo come certezza significherebbe andare oltre ciò che possiamo dimostrare.

Ma possiamo riconoscere qualcosa di difficilmente ignorabile:

l’antico territorio di Elam si trova oggi all’interno di un Iran nuovamente coinvolto in una guerra che mette sotto pressione precisamente la sua capacità militare e la sua struttura di potere.

Ed è esattamente su questi elementi che insiste Geremia.

Un’altra coincidenza: Elam ritorna nel Nuovo Testamento

La storia biblica di Elam contiene infine un particolare straordinario.

Nel libro degli Atti, durante la Pentecoste, vengono elencati i popoli presenti a Gerusalemme.

Tra i primi troviamo:

Parti, Medi ed Elamiti.

Tre popolazioni profondamente legate allo spazio storico iranico.

Il materiale fornito ricorda infatti che Parti, Medi ed Elamiti compaiono tra coloro che ascoltano gli apostoli durante la discesa dello Spirito Santo.

Elam quindi compare nella Bibbia in due immagini apparentemente opposte.

In Geremia troviamo giudizio e distruzione.

Negli Atti troviamo uomini provenienti da quelle terre presenti alla Pentecoste.

Ancora una volta:

distruzione e restaurazione.

Giudizio e ritorno.

Caduta e rinascita.

Dall’antica Elam all’Iran del XXI secolo

A migliaia di anni di distanza, il nome Elam sembra appartenere all’archeologia.

Eppure basta sovrapporre la geografia antica alla carta politica contemporanea per scoprire qualcosa di sorprendente.

Elam non è scomparsa dalla geografia.

Ha semplicemente cambiato nome, confini, popoli e strutture politiche nel corso dei millenni.

Oggi una parte importante del suo antico territorio appartiene all’Iran.

E proprio mentre l’Iran affronta una delle più profonde crisi militari e geopolitiche della propria storia contemporanea, tornano davanti agli occhi parole scritte più di duemila anni fa:

«Spezzerò l’arco di Elam».

«Distruggerò il re e gli ufficiali».

E infine:

«Negli ultimi giorni cambierò la sorte di Elam».

La vera domanda non è se l’Iran verrà distrutto

Forse abbiamo posto la domanda sbagliata.

La profezia di Geremia non termina con la distruzione.

Termina con la restaurazione.

Per questo il vero interrogativo potrebbe non essere:

l’Iran verrà distrutto?

Ma:

che cosa resterà dell’Iran dopo la distruzione del sistema che oggi lo governa?

Se il parallelismo profetico fosse corretto, la caduta non rappresenterebbe necessariamente la fine della Persia.

Potrebbe rappresentare il passaggio verso qualcosa di nuovo.

L’antico Elam viene giudicato.

Il suo arco viene spezzato.

Il suo potere viene abbattuto.

Eppure l’ultima parola non appartiene alla guerra.

Appartiene alla restaurazione.

Ed è forse proprio questa la parte della profezia che oggi merita maggiore attenzione.

Perché mentre il mondo guarda missili, droni, bombardamenti, Hormuz e le mosse delle grandi potenze, una domanda attraversa silenziosamente quasi tremila anni di storia:

stiamo assistendo soltanto a un’altra guerra del Medio Oriente, oppure l’antica Elam sta entrando nuovamente nella storia profetica?

La risposta appartiene alla fede e all’interpretazione.

Ma il parallelo tra la profezia, la geografia e gli avvenimenti contemporanei è abbastanza potente da meritare di essere conosciuto, studiato e discusso.

Ceuta e Melilla, il report del Congresso USA non prova alcuna “regia americano-israeliana”

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Propaganda, fatti e responsabilità politiche: quando un documento controverso diventa il pretesto per cancellare Rabat e assolvere Sánchez

1° agosto 2026

La crisi esplosa a Ceuta ha immediatamente prodotto una seconda battaglia, parallela a quella che si combatte sul confine: quella delle narrazioni.

Mentre decine di migliaia di persone hanno attraversato in poche ore la frontiera tra Marocco e territorio spagnolo, una parte della controinformazione e del dibattito politico ha rapidamente costruito una spiegazione apparentemente semplice: dietro quanto accaduto ci sarebbero gli Stati Uniti di Donald Trump e, naturalmente, Israele.

La “prova” decisiva sarebbe contenuta in un documento della House Appropriations Committee americana, approvato alla fine di aprile 2026 nell’ambito del processo di bilancio per l’anno fiscale 2027.

Il documento esiste.

Il passaggio su Ceuta e Melilla esiste.

Ed è politicamente tutt’altro che irrilevante.

Ma da qui a sostenere che dimostri una regia americana — o addirittura americano-israeliana — dell’ondata migratoria di Ceuta c’è un abisso.

Ed è proprio dentro quell’abisso che prospera la propaganda.

Cosa dice realmente il documento americano

Partiamo dai fatti.

Nel materiale della Commissione stanziamenti della Camera dedicato a sicurezza nazionale, Dipartimento di Stato e programmi collegati compare effettivamente un passaggio estremamente delicato.

La Commissione richiama innanzitutto la storica alleanza tra Stati Uniti e Marocco, formalizzata dal trattato di pace e amicizia del 1786.

Successivamente afferma che le città amministrate dalla Spagna di Ceuta e Melilla sono situate in “territorio marocchino” e rimangono oggetto della storica rivendicazione del Marocco.

Subito dopo arriva però la parte che troppo spesso scompare dalle ricostruzioni più sensazionalistiche: la Commissione sostiene gli sforzi del Segretario di Stato volti a incoraggiare un confronto diplomatico tra Marocco e Spagna sul futuro status di Ceuta e Melilla.

Il passaggio è politicamente pesante.

Non bisogna nasconderlo.

Per Madrid è perfettamente comprensibile considerare quella formulazione problematica, tanto che il ministro degli Esteri José Manuel Albares ha reagito ribadendo che Ceuta e Melilla sono spagnole quanto Valladolid e Santiago de Compostela.

Ma una cosa è mettere diplomaticamente in discussione lo status di un territorio.

Un’altra è autorizzare un’operazione migratoria.

E un’altra ancora è organizzarla.

Sono tre affermazioni completamente differenti.

Il documento non è una dichiarazione di guerra alla Spagna

Qui nasce la prima manipolazione.

Un committee report accompagna l’attività legislativa e può contenere indicazioni politiche, priorità, raccomandazioni e indirizzi rivolti all’amministrazione.

Non equivale automaticamente a una legge che modifica la sovranità territoriale di un altro Stato.

Il Congresso degli Stati Uniti, del resto, non possiede il potere di trasferire Ceuta e Melilla dalla Spagna al Marocco.

Ancora più importante: nel passaggio contestato non compare alcuna indicazione relativa all’utilizzo dell’immigrazione, all’apertura della frontiera marocchina o alla destabilizzazione della Spagna.

Al contrario, il testo parla esplicitamente di “diplomatic engagement”.

Dialogo diplomatico.

È possibile criticare duramente Washington per quella formulazione.

È possibile sostenere che rappresenti un segnale politico favorevole alle rivendicazioni marocchine.

È persino possibile domandarsi se Rabat possa aver interpretato il mutato clima politico americano come un rafforzamento della propria posizione negoziale.

Sono tutte questioni geopolitiche legittime.

Ma nessuna di queste considerazioni dimostra che Washington abbia ordinato, coordinato o favorito operativamente l’ondata migratoria del luglio 2026.

Dal documento alla “regia USA”: il salto logico

La narrativa costruita nelle ultime ore segue sostanzialmente questa sequenza:

1. alcuni esponenti americani hanno messo in discussione la posizione spagnola su Ceuta e Melilla;

2. il report della Commissione ha utilizzato una formulazione favorevole alla rivendicazione marocchina;

3. pochi mesi dopo decine di migliaia di migranti sono entrati a Ceuta;

4. quindi gli Stati Uniti hanno dato il via libera all’operazione;

5. poiché Marocco e Israele hanno normalizzato le proprie relazioni attraverso gli Accordi di Abramo, dietro Washington ci sarebbe anche Israele.

Il problema è evidente.

Tra il punto 2 e il punto 4 manca ciò che dovrebbe esistere in qualsiasi ricostruzione giornalistica seria:

la prova.

Dove sono gli ordini?

Dove sono le comunicazioni?

Dove sono le direttive?

Dove sono le intercettazioni?

Dove sono le testimonianze di funzionari coinvolti?

Dove sono i documenti che collegherebbero Washington alla decisione di utilizzare migliaia di migranti contro Ceuta?

Al momento non sono emersi.

E per Israele la distanza probatoria è ancora maggiore.

Israele: l’anello aggiunto alla narrativa

Che Israele e Marocco abbiano sviluppato una crescente cooperazione diplomatica, economica e militare è un fatto.

Che Madrid e il governo Netanyahu abbiano attraversato una fase di fortissime tensioni politiche è altrettanto evidente.

Ma due fatti reali non producono automaticamente un terzo fatto immaginario.

Non esiste, allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, una prova credibile che dimostri che Israele abbia organizzato l’ondata migratoria di Ceuta.

Esistono opinioni.

Esistono articoli.

Esistono analisti che hanno sostenuto apertamente le rivendicazioni marocchine.

Un articolo pubblicato su Ynet, per esempio, ha esplicitamente discusso di come Israele potrebbe aiutare il Marocco nella questione di Ceuta e Melilla.

È un elemento politico interessante e certamente discutibile.

Ma un articolo d’opinione non è un ordine operativo del Mossad.

Questa distinzione elementare sembra essere diventata necessaria.

La domanda che la narrativa evita: cosa ha fatto il Marocco?

C’è poi un problema ancora più grande.

Per costruire la teoria della regia americano-israeliana bisogna quasi cancellare dalla scena l’attore che si trova fisicamente dall’altra parte della frontiera:

il Marocco.

Eppure Rabat possiede una lunga storia di utilizzo della cooperazione migratoria come strumento di pressione nei rapporti con Madrid e con l’Unione europea.

Non è necessario tornare indietro di decenni.

Basta ricordare maggio 2021.

In pochi giorni migliaia di persone attraversarono la frontiera entrando a Ceuta dopo un drastico allentamento dei controlli marocchini, nel pieno di una grave crisi diplomatica tra Madrid e Rabat.

La crisi era esplosa anche per l’ospitalizzazione in Spagna del leader del Fronte Polisario Brahim Ghali.

Quello precedente dimostra qualcosa di fondamentale.

La pressione migratoria su Ceuta non nasce nel 2026.

Non nasce con Trump.

Non nasce con Marco Rubio.

E soprattutto non nasce con il report del Congresso americano dell’aprile 2026.

Esisteva già come strumento di pressione geopolitica molti anni prima.

I segnali erano visibili prima dell’esplosione

C’è poi un altro elemento che rende ancora più debole la necessità di inventare una regia occulta.

La pressione sulla frontiera stava aumentando già prima del 30 luglio.

I dati del Ministero dell’Interno spagnolo riportati a metà luglio indicavano che, mentre gli arrivi irregolari alle Canarie erano diminuiti sensibilmente rispetto al 2025, gli accessi terrestri attraverso Ceuta e Melilla erano cresciuti fortemente.

Il 15 luglio, inoltre, decine di migranti avevano già tentato di raggiungere Ceuta a nuoto dalle spiagge di Castillejos/Fnideq.

La Marina marocchina era intervenuta recuperandone molti.

Non siamo quindi davanti a un fenomeno comparso dal nulla nella notte tra il 29 e il 30 luglio.

La pressione esisteva.

I segnali esistevano.

E il dispositivo spagnolo?

Qui la questione diventa politicamente molto più scomoda per il governo Sánchez.

Il 9 luglio, The Objective aveva riportato che il previsto rafforzamento della Polizia nazionale alla frontiera del Tarajal risultava largamente incompleto.

Secondo quella ricostruzione, delle venti posizioni previste per il rafforzamento straordinario soltanto tre sarebbero state coperte.

I sindacati indicavano tra le ragioni la mancanza di diarie e sostegni per l’alloggio degli agenti provenienti dalla penisola.

Se confermato nella sua interezza, è un elemento politicamente molto più concreto di qualsiasi teoria sul Mossad.

Perché significa che mentre aumentava la pressione migratoria su uno dei confini più delicati d’Europa, esistevano problemi nel garantire persino i rinforzi programmati.

L’ondata del 30 luglio

Poi è arrivata l’esplosione.

Reuters ha documentato l’ingresso di migliaia di persone via terra e via mare, lo sfondamento di alcuni punti di frontiera e la necessità per Madrid di inviare ulteriori agenti e militari.

Nelle ore successive le dimensioni dell’evento sono apparse enormemente superiori alle prime stime.

La crisi ha provocato decine di morti e una situazione emergenziale nella città.

Le autorità marocchine sono successivamente intervenute per contenere i passaggi e una parte molto consistente dei migranti è poi tornata in Marocco.

Sono fatti che meritano un’indagine seria.

Bisogna stabilire come sia stato possibile che un numero così elevato di persone arrivasse contemporaneamente alla frontiera.

Bisogna ricostruire il ruolo dei social network e delle reti che hanno diffuso gli appelli alla partenza.

Bisogna comprendere cosa sapessero Rabat e Madrid.

E soprattutto bisogna stabilire se ci siano state responsabilità, omissioni o decisioni politiche precise.

Ma queste domande non possono essere sostituite da una risposta precostituita:

“Sono stati Trump e Israele.”

Il problema politico di Sánchez

La teoria della regia straniera possiede inoltre una funzione politica molto conveniente.

Sposta completamente il centro della discussione.

Se la crisi è stata orchestrata da Trump, Rubio e Israele, allora diventa secondario domandarsi se il governo Sánchez avesse predisposto un sistema di sicurezza adeguato.

Diventa secondario chiedere perché la frontiera non fosse sufficientemente rinforzata.

Diventa secondario analizzare l’efficacia della politica migratoria spagnola.

Diventa secondario interrogarsi sul rapporto estremamente delicato costruito negli ultimi anni tra Madrid e Rabat.

E soprattutto diventa secondario chiedere:

come è stato possibile che decine di migliaia di persone raggiungessero contemporaneamente uno dei confini più sorvegliati tra Africa ed Europa?

Questa è la domanda politica.

Criticare Washington non significa inventare Washington

Il punto deve essere chiarissimo.

Il report americano merita critiche.

La formulazione su Ceuta e Melilla è politicamente pesante e costituisce un segnale diplomatico favorevole alle rivendicazioni marocchine.

Le dichiarazioni del repubblicano Mario Díaz-Balart sono state ancora più esplicite.

Inoltre negli Stati Uniti esiste effettivamente un filone politico e strategico che considera opportuno rivedere la posizione americana sulle due città.

Negarlo sarebbe scorretto.

Ma proprio perché questi elementi sono reali non c’è alcun bisogno di aggiungerne altri privi di prova.

Una cosa è affermare:

Washington sta esercitando pressione diplomatica sulla Spagna e alcuni settori politici americani guardano con favore alle rivendicazioni marocchine.

Un’altra è affermare:

Washington e Israele hanno organizzato l’ingresso di decine di migliaia di migranti a Ceuta.

La prima affermazione può essere discussa sulla base di documenti e dichiarazioni pubbliche.

La seconda necessita di prove che, al momento, non sono state prodotte.

Il precedente del 2021 distrugge la spiegazione monocausale

Ed è proprio la storia recente a rendere fragile la teoria.

Nel 2021 Donald Trump non era alla Casa Bianca.

Il report dell’aprile 2026 non esisteva.

La crisi attuale tra Sánchez e Netanyahu non esisteva.

Eppure Ceuta subì comunque una gigantesca pressione migratoria proveniente dal Marocco.

Perché?

Perché il nodo strutturale è molto più antico.

Rabat possiede una leva potentissima nei confronti della Spagna e dell’Europa: il controllo della propria frontiera.

Quando la cooperazione marocchina funziona, la pressione può essere contenuta.

Quando viene ridotta, migliaia di persone possono raggiungere rapidamente il territorio spagnolo.

Questa realtà geopolitica precede Trump, Rubio e Netanyahu.

Propaganda significa partire dalla conclusione

Una vera indagine dovrebbe procedere così:

fatti → documenti → collegamenti → conclusione.

La propaganda procede al contrario:

conclusione → selezione dei fatti → insinuazione.

Prima viene deciso che dietro tutto devono esserci Washington e Israele.

Poi viene trovato il report americano.

Poi vengono recuperate le dichiarazioni di Díaz-Balart.

Poi vengono citati i rapporti tra Israele e Marocco.

Infine tutti gli elementi vengono collegati mediante una parola estremamente comoda:

“quindi”.

Ma quel “quindi” contiene precisamente ciò che dovrebbe essere dimostrato.

La responsabilità politica non può essere cancellata

Sánchez può legittimamente contestare Washington.

Può protestare contro il linguaggio utilizzato dal Congresso.

Può accusare Rabat di esercitare pressioni.

Può criticare Israele.

Ma il governo spagnolo rimane responsabile della sicurezza dei propri confini.

Ed è su questo terreno che dovrebbe concentrarsi l’analisi.

Perché esistevano segnali di crescente pressione.

Perché Ceuta e Melilla rappresentano da decenni punti estremamente sensibili.

Perché esisteva il precedente gigantesco del 2021.

Perché i rapporti con Rabat sono strutturalmente complessi.

E perché, nonostante tutto questo, il sistema è stato travolto.

Conclusione: il report esiste, la “regia” no

Il documento del Congresso americano è reale.

La frase su Ceuta e Melilla è reale.

La crescente vicinanza strategica tra Washington e Rabat è reale.

La cooperazione tra Marocco e Israele è reale.

Le tensioni tra Sánchez, Trump e Netanyahu sono reali.

Ma mettere cinque fatti veri uno accanto all’altro non dimostra automaticamente un sesto fatto.

E il sesto fatto sarebbe proprio quello decisivo: l’esistenza di una regia americano-israeliana dell’ondata migratoria.

Al momento quella prova non c’è.

Esistono invece elementi molto più concreti sui quali indagare: la pressione migratoria già crescente nelle settimane precedenti, la capacità del Marocco di utilizzare il controllo delle frontiere come leva politica, il precedente del 2021, le condizioni del dispositivo di sicurezza spagnolo e le decisioni prese — o non prese — dal governo Sánchez.

Il report americano può essere definito provocatorio.

Può essere considerato un grave errore diplomatico.

Può essere letto come un segnale politico indirizzato a Madrid.

Può persino aver contribuito alla percezione marocchina di trovarsi in una posizione internazionale più favorevole.

Ma trasformarlo senza prove nell’ordine operativo di una presunta “invasione organizzata da Trump e Israele” non è analisi geopolitica.

È una narrativa.

E soprattutto è una narrativa estremamente utile per spostare l’attenzione dalla domanda che Madrid dovrebbe affrontare:

che cosa sapeva il governo spagnolo, quali segnali aveva ricevuto e perché il confine di Ceuta non era preparato a ciò che stava arrivando?


Fonti e approfondimenti

House Appropriations Committee – FY2027 National Security, Department of State and Related Programs
Documento e materiale legislativo della Camera degli Stati Uniti relativo agli stanziamenti per sicurezza nazionale e Dipartimento di Stato.

Foundation for Middle East Peace – Analisi del FY27 NSRP Appropriations Bill
Riporta integralmente il passaggio della Commissione relativo al Marocco, a Ceuta e Melilla e all’invito al confronto diplomatico tra Madrid e Rabat.

The Diplomat in Spain – 4 maggio 2026
“Albares responds to the US Congress: Ceuta and Melilla are as Spanish as Valladolid and Santiago de Compostela.”

Reuters – 30 luglio 2026
“Migrants pour into Spain’s Ceuta from Morocco, military called in.”
Ricostruzione delle prime ore dell’ondata migratoria e del dispiegamento delle forze spagnole.

Reuters – 31 luglio 2026
“Spain says migrants are returning from Ceuta after 57 die in border rush.”
Aggiornamento sull’entità della crisi, sulle vittime e sui rientri verso il Marocco.

Reuters – 1° agosto 2026
“Spain installs floating barrier in Ceuta after deadly migrant rush.”
Aggiornamento sulle misure adottate dalle autorità spagnole dopo la crisi.

The Objective – 9 luglio 2026
“Interior deja sin cubrir el refuerzo policial del Tarajal en plena Operación Paso del Estrecho.”
Ricostruzione dei problemi relativi al previsto rafforzamento della Polizia nazionale alla frontiera.

The Objective – 15 luglio 2026
“Decenas de inmigrantes intentan entrar a nado en Ceuta en una madrugada de máxima presión.”
Documenta i tentativi di attraversamento verificatisi circa due settimane prima della grande ondata.

The Objective – 16 luglio 2026
“Las llegadas irregulares a Canarias descienden un 61,2% en lo que va de año.”
Contiene i dati del Ministero dell’Interno spagnolo e segnala il forte aumento degli accessi terrestri attraverso Ceuta e Melilla.

Ynet – 2026
“Abraham Accords reach the Strait: how Israel can help Morocco reclaim its north.”
Articolo d’opinione utile per comprendere l’esistenza in Israele di posizioni favorevoli alle rivendicazioni marocchine, ma che non costituisce prova di un coinvolgimento operativo israeliano nella crisi migratoria.

22 Paesi europei stringono il cerchio: la lettera di Meloni e Frederiksen cambia gli equilibri sulla migrazione

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1° agosto 2026

Per anni l’Unione europea ha discusso di immigrazione irregolare attraverso formule prudenti: solidarietà, redistribuzione, accoglienza, gestione comune dei flussi, cooperazione con i Paesi di origine e di transito. Il problema delle frontiere veniva spesso presentato come una delle tante componenti di una questione molto più complessa.

La crisi di Ceuta potrebbe aver cambiato definitivamente il linguaggio — e soprattutto i rapporti di forza.

Il 1° agosto 2026, ventidue Stati membri dell’Unione europea, guidati politicamente dall’iniziativa della presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni e della premier danese Mette Frederiksen, hanno sottoscritto una lettera indirizzata ai vertici europei nella quale chiedono una risposta coordinata alla crisi esplosa nell’enclave spagnola.

Non è soltanto il numero dei firmatari a rendere politicamente rilevante il documento. È la loro composizione.

Germania, Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Grecia, Ungheria, Italia, Lettonia, Lituania, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia e Svezia hanno deciso di mettere la propria firma sotto un testo che contiene concetti che fino a pochi anni fa sarebbero stati difficili da trasformare in una posizione condivisa da una parte così ampia dell’Unione.

Il dato politico è quindi evidente: non siamo più davanti alla battaglia isolata di qualche governo dell’Europa orientale o mediterranea.

Siamo davanti a un fronte che attraversa Nord, Sud, Est e Centro Europa.

Ceuta come punto di rottura

Gli eventi di Ceuta hanno funzionato da acceleratore.

Decine di migliaia di persone hanno attraversato in pochissimo tempo la frontiera tra Marocco e territorio spagnolo, producendo una crisi che ha immediatamente superato la dimensione locale.

La questione fondamentale, infatti, non riguarda soltanto la Spagna.

Ceuta rappresenta una frontiera esterna dell’Unione europea. E proprio questo concetto costituisce uno dei passaggi politicamente più importanti dell’iniziativa dei 22.

La lettera esprime profonda preoccupazione per quanto accaduto e afferma che l’Europa non può permettere che attraversamenti di massa incontrollati, l’eventuale strumentalizzazione dei flussi migratori o altre forme di pressione ibrida producano la percezione che sia possibile entrare illegalmente nell’Unione per poi trasformare quell’ingresso in una permanenza legale.

È un cambio di paradigma.

Il punto non è più soltanto come gestire chi arriva.

Il punto diventa come impedire che l’ingresso irregolare avvenga.

Il passaggio politicamente più esplosivo: i “fattori di attrazione”

Ancora più significativo è il riferimento alle politiche che possono costituire un incentivo all’immigrazione irregolare.

I firmatari chiedono infatti di riesaminare quelle misure che potrebbero funzionare come “pull factors”, fattori di attrazione.

Tra queste viene esplicitamente citata la regolarizzazione di grandi numeri di migranti irregolari.

È difficile sottovalutare il significato politico di questo passaggio.

Per anni il dibattito europeo è stato diviso tra chi considerava le regolarizzazioni uno strumento pragmatico per far emergere persone già presenti sul territorio e chi sosteneva che simili provvedimenti potessero produrre un effetto di richiamo.

Ora la seconda preoccupazione entra formalmente in un documento sottoscritto da 22 governi europei.

Questo non significa che sia stato dimostrato un rapporto causale semplice tra una specifica regolarizzazione spagnola e gli eventi di Ceuta. Le cause della crisi restano oggetto di discussione e comprendono il ruolo dei trafficanti, le informazioni circolate sui social network, la situazione marocchina e l’interpretazione delle norme spagnole.

Ma politicamente qualcosa è cambiato.

Una parte largamente maggioritaria degli Stati membri considera ormai necessario discutere apertamente dell’effetto che le politiche nazionali di regolarizzazione possono produrre sull’intero sistema europeo.

Da problema nazionale a questione di sicurezza europea

La seconda svolta riguarda la concezione stessa della frontiera.

Una frontiera esterna spagnola non riguarda soltanto Madrid.

Una frontiera italiana non riguarda soltanto Roma.

Una frontiera greca non riguarda soltanto Atene.

Una frontiera polacca non riguarda soltanto Varsavia.

Se esiste uno spazio europeo di libera circolazione, allora la sicurezza delle frontiere esterne diventa inevitabilmente una responsabilità collettiva.

È questa la contraddizione che Bruxelles ha trascinato per anni.

L’Unione pretende una fortissima integrazione interna ma continua a dipendere in larga misura dagli Stati nazionali quando si tratta di controllare materialmente migliaia di chilometri di frontiere terrestri e marittime.

Quando il sistema funziona, tutti beneficiano della libera circolazione.

Quando una frontiera entra in crisi, invece, il Paese direttamente interessato si ritrova spesso in prima linea.

Ceuta ha riportato questa contraddizione al centro del tavolo europeo.

Il fronte Meloni-Frederiksen supera la vecchia divisione destra-sinistra

Probabilmente l’aspetto politicamente più interessante della lettera riguarda la composizione dei firmatari.

Ridurre il documento a una semplice iniziativa della “destra europea” sarebbe infatti sbagliato.

I 22 governi appartengono a famiglie politiche differenti e hanno storie migratorie profondamente diverse.

Ci sono Paesi mediterranei.

Ci sono Paesi scandinavi.

Ci sono governi dell’Europa orientale.

Ci sono alcuni degli Stati fondatori dell’integrazione europea.

E soprattutto c’è la Germania.

La presenza tedesca attribuisce alla lettera un peso politico difficilmente ignorabile.

Anche la Danimarca rappresenta un caso significativo. Copenaghen ha progressivamente costruito negli anni una politica migratoria molto più restrittiva rispetto alla tradizionale immagine del modello scandinavo.

La conseguenza è evidente: la richiesta di maggiore controllo dell’immigrazione irregolare non appartiene più a una singola famiglia politica europea.

Sta diventando una posizione trasversale.

I cinque Paesi che non hanno firmato

Altrettanto interessante è osservare chi manca.

Non hanno sottoscritto il documento:

Spagna, Francia, Irlanda, Lussemburgo e Portogallo.

Nel caso spagnolo la spiegazione è evidente: Madrid è direttamente coinvolta nella crisi e il governo di Pedro Sánchez ha respinto duramente diverse critiche provenienti dagli altri governi europei.

Sánchez ha definito “egoistico” l’atteggiamento di alcuni partner e ha ricordato che la maggior parte delle persone entrate a Ceuta sarebbe già tornata in Marocco e che nessuna avrebbe raggiunto la Spagna continentale o altri Paesi dell’Unione.

È una precisazione importante.

Ma non cancella il problema politico sollevato dai 22: cosa accadrebbe se un episodio analogo si ripetesse domani, magari su scala ancora maggiore?

L’Irlanda occupa invece una posizione istituzionale particolare perché dal 1° luglio al 31 dicembre 2026 detiene la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea.

Dublino deve quindi svolgere un ruolo di mediazione tra gli Stati membri.

Più complessa è la lettura delle assenze di Francia, Portogallo e Lussemburgo.

Sarebbe scorretto attribuire automaticamente ai tre governi una motivazione univoca senza dichiarazioni ufficiali. Politicamente, però, la loro mancata adesione dimostra che l’Unione non ha ancora raggiunto una completa convergenza sulla risposta alla crisi.

Ed è proprio qui che emerge il dato più interessante:

cinque Stati non hanno firmato; ventidue sì.

Bruxelles costretta a inseguire

Per anni uno dei problemi dell’Unione europea è stato il divario tra la velocità con cui cambiano i fenomeni migratori e quella con cui reagiscono le istituzioni.

Le crisi esplodono in ore.

Le istituzioni europee discutono per settimane o mesi.

Poi arrivano vertici, dichiarazioni, tavoli tecnici, compromessi e nuove discussioni.

Ceuta ha mostrato ancora una volta quanto questo modello possa diventare fragile davanti a un movimento improvviso di decine di migliaia di persone.

La lettera dei 22 chiede per questo una risposta “immediata e coordinata” e una riunione dei ministri dell’Interno.

La presidenza irlandese ha già convocato la riunione per martedì.

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha inoltre riconosciuto la necessità di rafforzare ulteriormente il controllo delle frontiere europee.

Bruxelles, dunque, si muove.

Ma lo fa dopo che gli Stati hanno esercitato una pressione politica molto forte.

Ed è precisamente questo il punto.

L’UE paga anni di ambiguità

La crisi di Ceuta mette in evidenza un problema che l’Europa non può continuare a rinviare.

Non è possibile costruire uno spazio di libera circolazione senza costruire contemporaneamente un sistema credibile di controllo delle frontiere esterne.

Schengen può funzionare soltanto se gli Stati hanno fiducia nella capacità degli altri Stati di controllare gli accessi.

Quando questa fiducia viene meno, la reazione inevitabile è il ritorno delle frontiere nazionali.

L’Italia ha già introdotto controlli selettivi sugli arrivi dalla Spagna.

Altri governi hanno discusso misure analoghe.

È il paradosso della politica migratoria europea: l’assenza di un controllo esterno percepito come efficace finisce per mettere in discussione la libertà di movimento interna.

Più Bruxelles appare incapace di garantire il perimetro esterno, più gli Stati saranno incentivati a ricostruire controlli nazionali.

Il vero significato politico dei 22

La lettera non modifica automaticamente le leggi europee.

Non cambia il Patto sulla migrazione.

Non introduce automaticamente nuovi rimpatri.

Non trasforma Frontex in una forza europea capace di intervenire autonomamente ovunque.

Ma modifica qualcosa di altrettanto importante:

il rapporto di forza politico.

Quando Italia, Germania, Polonia, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia, Grecia, Belgio e altri quattordici Paesi sottoscrivono contemporaneamente un documento sul controllo dell’immigrazione irregolare, diventa molto difficile continuare a descrivere queste richieste come appartenenti a una minoranza radicale.

È ormai una posizione largamente maggioritaria tra i governi dell’Unione.

Ed è probabilmente questa la vera vittoria politica di Meloni e Frederiksen.

Non aver imposto una soluzione.

Aver contribuito a spostare il centro politico europeo.

Dalle parole ai fatti

Resta però la questione decisiva.

Una lettera non ferma una barca.

Una dichiarazione non protegge una frontiera.

Un vertice europeo non rimpatria automaticamente chi non possiede il diritto di rimanere.

Se i 22 vogliono trasformare questa iniziativa in una svolta reale dovranno mantenere la pressione anche dopo la fine dell’emergenza mediatica di Ceuta.

Serviranno accordi più efficaci con i Paesi di origine e transito.

Serviranno rimpatri realmente eseguibili.

Servirà un rafforzamento operativo delle frontiere esterne.

Servirà un contrasto molto più aggressivo alle organizzazioni criminali che trasformano la migrazione clandestina in un mercato.

E soprattutto servirà chiarire definitivamente una questione fondamentale: l’ingresso illegale non può diventare automaticamente la porta d’accesso alla permanenza in Europa.

È precisamente il principio che i 22 hanno voluto inserire al centro della loro iniziativa.

La crisi politica di Madrid

In questo scenario Pedro Sánchez si trova in una posizione difficile.

Da una parte il governo spagnolo può sostenere — con elementi concreti — che la crisi immediata sia stata in larga misura contenuta grazie alla cooperazione tra le autorità spagnole e marocchine.

Dall’altra, però, Madrid deve confrontarsi con un problema politico europeo molto più grande.

Ventuno altri governi, oltre all’Italia, hanno deciso che quanto accaduto a Ceuta non può essere considerato semplicemente un problema spagnolo.

È questo che cambia gli equilibri.

La discussione non riguarda più soltanto cosa abbia fatto Madrid nelle ore successive agli attraversamenti.

Riguarda quale politica migratoria debba adottare l’Europa nei prossimi anni.

La vera svolta: l’Europa sta cambiando linguaggio

Forse il passaggio più significativo è proprio questo.

Termini come deterrenza, rimpatri, frontiere esterne, trafficanti, ingressi illegali, fattori di attrazione e controlli sono ormai entrati stabilmente nel lessico politico europeo.

Dieci anni fa una parte di questi concetti divideva profondamente gli Stati membri.

Oggi 22 governi li inseriscono nello stesso documento.

La politica europea sull’immigrazione si sta quindi spostando.

Non significa che esista già un modello alternativo condiviso.

Non significa che le differenze tra i governi siano scomparse.

E soprattutto non significa che Bruxelles abbia improvvisamente risolto le contraddizioni accumulate negli ultimi anni.

Significa però che il baricentro politico è cambiato.

Bruxelles davanti a una scelta

Per le istituzioni europee il messaggio dovrebbe essere difficile da ignorare.

Continuare a rispondere alle crisi attraverso compromessi tecnici e dichiarazioni di solidarietà potrebbe non essere più sufficiente.

Quando 22 Stati membri chiedono contemporaneamente maggiore controllo delle frontiere, contrasto all’immigrazione illegale, rimpatri più efficaci e revisione delle politiche considerate attrattive, non siamo più davanti alla protesta di una periferia politica dell’Unione.

Siamo davanti alla richiesta della grande maggioranza dei governi europei.

Ed è qui che la lettera Meloni-Frederiksen assume il suo significato più profondo.

Ceuta potrebbe essere ricordata non soltanto come una crisi migratoria, ma come il momento nel quale una parte decisiva dell’Europa ha stabilito che il vecchio equilibrio non era più sostenibile.

La domanda adesso non è più se la politica europea sull’immigrazione cambierà.

La domanda è quanto cambierà e quanto rapidamente Bruxelles sarà disposta a seguire un cambiamento che, questa volta, sembra partire dagli Stati prima ancora che dalle istituzioni comunitarie.


Fonti e link

Associated Press – 1° agosto 2026
Resoconto della crisi di Ceuta e della lettera sottoscritta dai 22 leader europei, con elenco dei Paesi firmatari:
https://apnews.com/article/d76c6dc9d2da828907a1c04e1d482bbe

El País – 1° agosto 2026
La risposta di Pedro Sánchez, la richiesta di riunione urgente e il confronto politico tra Madrid e gli altri governi europei:
https://elpais.com/espana/2026-08-01/sanchez-afea-la-actitud-egoista-de-algunos-gobiernos-europeos-por-la-crisis-de-ceuta-y-pide-una-reunion-urgente-de-la-ue.html

The Guardian – 1° agosto 2026
Aggiornamenti sulla crisi di Ceuta, sulla posizione della Commissione europea e sulle richieste avanzate dai governi UE:
https://www.theguardian.com/world/live/2026/aug/01/ukraine-russia-zelenskyy-spain-france-wildfires-climate-heatwave-ceuta-morocco

Consiglio dell’Unione europea – Presidenza irlandese 2026
Pagina ufficiale sulla presidenza irlandese del Consiglio UE, in carica dal 1° luglio al 31 dicembre 2026:
https://www.consilium.europa.eu/en/council-eu/presidency-council-eu/

Presidenza irlandese del Consiglio UE – Programma ufficiale
Priorità e programma della presidenza irlandese:
https://irish-presidency.consilium.europa.eu/en/programme/

Consiglio europeo – António Costa, 1° luglio 2026
Intervento ufficiale per l’apertura della presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea:
https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2026/07/01/speech-by-president-antonio-costa-at-the-opening-ceremony-of-the-irish-presidency-of-the-council-of-the-european-union/

NO TAV, anatomia della guerriglia: dietro gli scontri una macchina organizzata che va ben oltre la protesta

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Medici, logistica, strumenti per abbattere le barriere, fotografi e gruppi organizzati: la Val di Susa torna al centro dell’antagonismo europeo

Quello che è accaduto in Val di Susa il 25 luglio 2026 pone una domanda che non può essere liquidata con la formula rassicurante degli “scontri durante una manifestazione”.

Quando centinaia di persone agiscono con il volto coperto, vengono utilizzate molotov, bombe carta, ordigni artigianali e maschere antigas, vengono assaltati contemporaneamente cantieri strategici e oltre cento appartenenti alle forze dell’ordine rimangono feriti, il confine tra protesta politica e violenza organizzata diventa il vero tema della vicenda.

È precisamente su questo aspetto che si concentra un’inchiesta pubblicata da Torino Cronaca, dal titolo eloquente: “Guerriglia No Tav: i medici, le scope e i loro fotografi. La perfetta macchina da guerriglia”.

L’articolo propone una lettura degli scontri non come esplosione improvvisa di rabbia, ma come risultato di una struttura capace di affiancare alle componenti più aggressive una rete logistica e organizzativa.

Ed è questo il punto che merita di essere approfondito.

I numeri della battaglia

Il dato più difficile da ignorare riguarda le dimensioni degli scontri.

Secondo ANSA, nel bilancio successivo agli assalti risultavano 58 poliziotti, 48 carabinieri e 18 finanzieri feriti, per un totale di oltre 120 appartenenti alle forze dell’ordine.

Le autorità avevano inoltre identificato inizialmente 436 persone, alcune provenienti da Francia, Germania e Belgio.

Durante le operazioni sono stati sequestrati materiali che difficilmente appartengono alla normale dotazione di chi intende semplicemente partecipare a un corteo:

molotov, materiale pirotecnico ed esplosivo, ordigni artigianali, maschere antigas, caschi e passamontagna.

Successivamente i controlli hanno portato all’identificazione di oltre mille altre persone e al fermo di quattro cittadini tedeschi. La Procura di Torino procede nell’inchiesta ipotizzando, tra gli altri, il reato di devastazione.

«Laboratorio europeo della guerriglia urbana»

Particolarmente pesanti sono state le parole del questore di Torino Massimo Gambino.

Secondo quanto riportato da ANSA, il questore ha parlato di una “escalation di azioni di guerra e di violenza”, sostenendo che l’obiettivo delle frange più radicali sarebbe quello di trasformare la Val di Susa in un laboratorio europeo della guerriglia urbana.

Non è una definizione giornalistica.

È la valutazione del responsabile provinciale della pubblica sicurezza.

Anche la Procura sembra considerare gli avvenimenti qualcosa di molto più serio di qualche tafferuglio degenerato accidentalmente.

RaiNews riferisce infatti che gli investigatori stanno lavorando sulle modalità dell’assalto e sulla presenza di gruppi organizzati, compresi anarchici provenienti dalla Francia. Viene inoltre esaminato dagli inquirenti il possibile ruolo dell’area legata ad Askatasuna. Quest’ultimo elemento, allo stato attuale, deve essere considerato un’ipotesi investigativa e non un fatto giudiziariamente accertato.

Non una massa indistinta

È necessario fare una distinzione fondamentale.

Alla mobilitazione No Tav partecipano persone con motivazioni molto differenti e sarebbe scorretto attribuire automaticamente a ogni manifestante la responsabilità delle violenze commesse dalle frange che hanno attaccato i cantieri.

Ma riconoscere questa distinzione non significa chiudere gli occhi davanti all’organizzazione mostrata dai gruppi più aggressivi.

Secondo le cronache, il corteo aveva richiamato circa ventimila partecipanti e successivamente si era diviso, mentre gruppi di antagonisti incappucciati si dirigevano verso i cantieri.

Euronews descrive infatti due tronconi distinti e gli assalti ai siti di San Didero e Chiomonte.

La domanda diventa quindi inevitabile:

chi organizza la componente operativa?

Chi decide gli obiettivi?

Chi prepara il materiale?

Chi conosce i percorsi?

Chi garantisce assistenza e comunicazione?

Chi documenta le azioni?

Sono domande legittime sulle quali gli investigatori stanno lavorando.

La logistica dietro la prima linea

Ed è qui che diventa interessante l’analisi proposta da Torino Cronaca.

In uno scontro organizzato non esiste soltanto chi lancia una pietra o tenta di superare una recinzione.

Esistono funzioni differenti.

C’è chi opera davanti.

Chi trasporta materiale.

Chi tenta di rimuovere gli ostacoli.

Chi presta assistenza.

Chi osserva.

Chi documenta.

Chi permette al gruppo di continuare a muoversi.

È la differenza tra una sommossa completamente spontanea e un gruppo capace di distribuire ruoli.

Naturalmente la presenza di medici, fotografi o persone incaricate dell’assistenza non costituisce di per sé prova della partecipazione ad attività criminali. Medici e fotografi possono svolgere funzioni perfettamente legittime durante qualsiasi manifestazione.

Il punto investigativamente rilevante sarebbe un altro: stabilire se alcune di queste funzioni fossero organicamente coordinate con chi materialmente compiva gli assalti.

Ed è precisamente questo tipo di eventuale coordinamento che deve essere dimostrato attraverso immagini, testimonianze, comunicazioni e indagini giudiziarie, non attraverso semplici associazioni.

Le immagini come arma comunicativa

Esiste poi un secondo livello della battaglia: quello mediatico.

Ogni grande mobilitazione contemporanea possiede ormai una propria macchina comunicativa.

Smartphone, telecamere, fotografi e social network permettono di produrre immediatamente una narrazione degli eventi.

L’immagine selezionata può modificare completamente la percezione di ciò che è successo.

Un agente che utilizza un idrante.

Un manifestante ferito.

Una carica.

Una persona trascinata via.

Se viene mostrato soltanto quel fotogramma, tutto ciò che è avvenuto nei minuti precedenti può scomparire.

Ma vale anche il contrario: mostrare esclusivamente gli antagonisti violenti può cancellare migliaia di manifestanti che non hanno partecipato agli assalti.

Il giornalismo dovrebbe fare esattamente ciò che la propaganda non fa: mostrare l’intera sequenza degli eventi.

Molotov e ordigni non sono strumenti di protesta

Su un punto, però, non dovrebbe esserci alcuna ambiguità ideologica.

Manifestare contro la Torino-Lione è legittimo.

Contestare il governo è legittimo.

Ritenere la TAV inutile è legittimo.

Organizzare cortei è legittimo.

Lanciare molotov contro uomini in divisa non è una forma più radicale dello stesso diritto.

È un’altra cosa.

ANSA ha documentato l’impiego di molotov durante gli attacchi e il successivo sequestro di ordigni artigianali e materiale esplosivo.

Questo dovrebbe rappresentare il punto di partenza di qualsiasi discussione seria.

Un milione di euro di danni

C’è anche un costo materiale.

TELT ha fornito una prima stima di circa un milione di euro di danni nel solo cantiere di Chiomonte.

Durante gli eventi sarebbero inoltre esplose bombole di acetilene presenti nel sito, fortunatamente quando le persone erano già riuscite ad allontanarsi.

Non stiamo quindi parlando soltanto di qualche rete divelta.

Sono state danneggiate infrastrutture e attrezzature di un cantiere pubblico strategico.

E quei danni, alla fine, hanno un costo.

Una rete che supera i confini italiani

Un altro elemento merita particolare attenzione.

La presenza straniera.

Tra le persone controllate figuravano cittadini provenienti da diversi Paesi europei e quattro tedeschi sono stati successivamente fermati.

RaiNews riferisce inoltre dell’attenzione investigativa sulla presenza di gruppi anarchici francesi.

Questo non significa che ogni cittadino straniero presente fosse coinvolto negli scontri.

Significa però che la mobilitazione della Val di Susa possiede ormai una dimensione che supera il territorio piemontese.

È un punto fondamentale.

La Valle può diventare un luogo di convergenza per differenti componenti dell’antagonismo europeo.

Ed è proprio questo scenario che sembra preoccupare maggiormente gli apparati di sicurezza.

La domanda politica che nessuno può evitare

Esiste infine una responsabilità politica.

Non necessariamente penale.

Politica.

Quando all’interno di una mobilitazione compaiono sistematicamente gruppi organizzati che utilizzano violenza, chi promuove quella mobilitazione dovrebbe tracciare un confine inequivocabile.

Non dopo.

Prima.

Perché non basta dire che “non rappresentano tutto il movimento”.

È probabilmente vero.

Ma proprio per questo un movimento che vuole essere considerato democratico dovrebbe isolare chi arriva con passamontagna, ordigni e molotov.

La violenza non può diventare un’appendice tollerata della protesta politica.

La vera questione: organizzazione o spontaneità?

È questa, alla fine, la domanda lasciata sul tavolo dagli avvenimenti della Val di Susa.

Quanto di ciò che abbiamo visto era spontaneo?

E quanto invece era preparato?

Le indagini dovranno stabilire responsabilità individuali, eventuali collegamenti organizzativi e possibili livelli di coordinamento.

Bisogna evitare due semplificazioni opposte.

La prima consiste nel criminalizzare indistintamente tutto il movimento No Tav.

La seconda consiste nel descrivere centinaia di persone incappucciate, molotov, ordigni artigianali, maschere antigas, assalti coordinati ai cantieri e oltre cento feriti tra le forze dell’ordine come una normale manifestazione degenerata.

I fatti disponibili raccontano qualcosa di più complesso.

E probabilmente anche di più preoccupante.

Quando il questore di Torino parla apertamente del rischio di trasformare la Val di Susa nel “laboratorio europeo della guerriglia urbana”, la politica dovrebbe almeno prendere sul serio quella valutazione.

Perché il diritto di manifestare è uno dei pilastri di una democrazia.

Ma proprio per questo deve essere difeso da chi tenta di trasformare una manifestazione in un campo di battaglia.


Fonti

Torino Cronaca – Guerriglia No Tav: i medici, le scope e i loro fotografi. La perfetta macchina da guerriglia
Articolo alla base dell’approfondimento.

ANSA, 26 luglio 2026 – Guerriglia No Tav: oltre 400 identificati, anche da Francia e Belgio. Danni per 1 milione.

ANSA, 25 luglio 2026 – Guerriglia No Tav, in centinaia assaltano i cantieri. Piantedosi: “C’è chi vuole un’escalation”.

ANSA, 27 luglio 2026 – Fermati 4 antagonisti stranieri, altri mille No Tav identificati.

RaiNews/TGR Piemonte, 27 luglio 2026 – Guerriglia No Tav in Valsusa, la Procura indaga per devastazione.

Euronews, 26 luglio 2026 – Scontri in Val di Susa: violenze al corteo No Tav e decine di agenti feriti.

Torino Cronaca – “Guerriglia No Tav: i medici, le scope e i loro fotografi. La perfetta macchina da guerriglia”
Articolo originale di Torino CronacaANSA – Meloni nei cantieri TAV: “Non è dissenso, è violenza organizzata”. L’articolo riporta anche i 120 operatori delle forze dell’ordine feriti, le identificazioni e l’ipotesi investigativa di devastazione.
ANSA – Guerriglia No Tav e sopralluogo di MeloniRaiNews – Guerriglia No Tav in Valsusa, fermati quattro antagonisti stranieri. Approfondisce l’indagine della Procura di Torino per devastazione e le ipotesi investigative sui gruppi organizzati.
RaiNews – Indagini sulla guerriglia No TavRaiNews – Meloni in Val di Susa: “Violenza organizzata e premeditata”. Riporta anche la prima stima TELT di circa un milione di euro di danni.
RaiNews – Scontri e danni nei cantieri TAVEuronews – Scontri in Val di Susa. Ricostruisce gli assalti, i feriti, le identificazioni e il materiale sequestrato, tra cui molotov, maschere antigas, ordigni artigianali, caschi e passamontagna.
Euronews – Scontri in Val di Susa

I CANI DA RIPORTO DELLA CONTROINFORMAZIONE E DELLA PROPAGANDA MARXISTA: USA E ISRAELE SUL BANCO DEGLI IMPUTATI PER NASCONDERE IL FALLIMENTO DELLA SINISTRA A CEUTA

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Sánchez sotto accusa, il precedente del CNI e quella straordinaria capacità della controinformazione di trovare sempre gli stessi colpevoli

Quando la realtà diventa politicamente scomoda, il copione sembra ripetersi.

Si sposta il bersaglio.

Si costruisce un nemico esterno.

Si cercano Washington, Israele, il Mossad, Trump o qualche oscuro disegno internazionale capace di trasformare una responsabilità politica concreta in una gigantesca teoria geopolitica.

Ed ecco entrare in scena quelli che potremmo definire i cani da riporto della controinformazione della propaganda marxista: prontissimi a inseguire qualsiasi pista permetta di non affrontare la domanda politicamente più semplice e più scomoda.

Che cosa ha fatto il governo di Pedro Sánchez per impedire il collasso del confine di Ceuta?

Questa è la domanda.

Tutto il resto viene dopo.

CEUTA NON È UN FULMINE A CIEL SERENO

La crisi esplosa alla fine di luglio 2026 non nasce in un territorio tranquillo.

I segnali di pressione erano già evidenti.

I dati ufficiali spagnoli mostravano infatti un’anomalia ben prima dell’esplosione dell’emergenza: al 15 luglio gli ingressi irregolari via terra attraverso Ceuta dall’inizio dell’anno erano arrivati a 2.826, contro 1.133 nello stesso periodo dell’anno precedente.

Un aumento del 150%.

Il 27 luglio El País descriveva già la situazione come un’«emergenza», con oltre mille persone arrivate a nuoto nell’arco di una settimana e strutture di accoglienza sotto fortissima pressione.

Non serviva dunque una sfera di cristallo per comprendere che qualcosa stesse accadendo.

Poi la situazione è precipitata.

Secondo le stime riportate dalla stampa internazionale, nell’arco di circa 24 ore decine di migliaia di persone hanno attraversato il confine tra Marocco e Ceuta, mettendo sotto una pressione eccezionale una città di poco più di 80.000 abitanti.

Le cifre iniziali hanno oscillato intorno alle 50.000 persone.

Una dimensione completamente diversa dalla normale pressione migratoria.

IL PRECEDENTE CHE MADRID NON POTEVA IGNORARE

Qui arriviamo al punto politicamente più pesante.

Perché Madrid aveva già vissuto praticamente lo stesso scenario.

Nel maggio 2021 migliaia di persone entrarono a Ceuta mentre le autorità marocchine lasciavano sostanzialmente aperto il passaggio.

Successivamente emerse un particolare fondamentale.

Il Centro Nacional de Inteligencia, il servizio d’intelligence spagnolo, concluse che quella crisi migratoria faceva parte della strategia di pressione esercitata dal Marocco sulla Spagna per ottenere un cambiamento della posizione di Madrid sul Sahara Occidentale.

Non è una teoria nata su Telegram.

Non è una ricostruzione di qualche blogger.

Non è propaganda israeliana.

È la valutazione elaborata dall’intelligence spagnola sulla crisi precedente.

Il CNI collegò esplicitamente l’ingresso massiccio di migranti al tentativo marocchino di esercitare pressione sul governo spagnolo.

E allora la domanda diventa inevitabile:

dopo il precedente del 2021, come poteva il governo Sánchez non considerare la possibilità che una nuova pressione sulla frontiera potesse trasformarsi nuovamente in uno strumento geopolitico?

GLI ALLARMI C’ERANO GIÀ NEI NUMERI

Anche senza accettare automaticamente ogni indiscrezione attribuita ai servizi segreti, esiste un dato difficilmente contestabile.

La pressione su Ceuta era già cresciuta enormemente.

Il governo spagnolo disponeva dei numeri del proprio Ministero dell’Interno.

A fine giugno 2026 gli ingressi terrestri irregolari a Ceuta erano già aumentati del 164% rispetto al 2025.

A metà luglio l’incremento rimaneva intorno al 150%.

Poi, nella settimana precedente alla crisi, oltre mille persone erano entrate soprattutto a nuoto.

Le autorità locali parlavano apertamente di emergenza.

A quel punto sostenere che Madrid non avesse elementi per percepire una situazione eccezionale diventa sempre più difficile.

La vera questione politica non è quindi stabilire se Sánchez conoscesse minuto per minuto ciò che sarebbe accaduto.

La domanda è un’altra:

perché un governo che conosceva il precedente del 2021 e vedeva crescere vertiginosamente la pressione migratoria non è riuscito a impedire che la frontiera precipitasse nel caos?

IL MAROCCO E L’ARMA DELLA PRESSIONE MIGRATORIA

Anche qui occorre distinguere ciò che sappiamo da ciò che deve ancora essere provato.

Non esistono, allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, elementi sufficienti per affermare come fatto definitivamente accertato che Mohammed VI abbia personalmente ordinato l’apertura della frontiera nel luglio 2026.

Ma esiste un precedente documentato.

Nel 2021 il CNI spagnolo interpretò proprio la pressione migratoria come uno strumento utilizzato da Rabat nel confronto politico sul Sahara Occidentale.

Questo precedente rende perfettamente legittimo chiedersi se qualcosa di analogo possa essere accaduto nel 2026.

Non significa averlo già dimostrato.

Significa che è una pista investigativa molto più concreta di tante fantasiose ricostruzioni geopolitiche che vengono immediatamente rilanciate quando occorre spostare l’attenzione dalle responsabilità europee.

E QUI ARRIVANO I CANI DA RIPORTO

È proprio davanti a questo quadro che una parte della cosiddetta controinformazione compie la sua abituale piroetta.

Il problema non sarebbe Sánchez.

Non sarebbe l’incapacità europea di proteggere efficacemente una frontiera esterna.

Non sarebbe il rapporto ambiguo e difficilissimo tra Madrid e Rabat.

Non sarebbe neppure il precedente documentato dal CNI.

No.

Bisogna cercare altrove.

Israele.

Gli Stati Uniti.

Trump.

Il Mossad.

Cambiano gli eventi, ma i colpevoli devono rimanere gli stessi.

È una forma di interpretazione ideologica della geopolitica nella quale qualsiasi avvenimento internazionale deve necessariamente essere ricondotto al medesimo schema.

Se qualcosa accade in Medio Oriente, colpa di Washington.

Se qualcosa accade nel Mediterraneo, colpa di Israele.

Se esplode una crisi europea, bisogna trovare il collegamento americano.

E se governa la sinistra?

Meglio cercare il colpevole a qualche migliaio di chilometri di distanza.

LA DOMANDA CHE DISTRUGGE LA NARRAZIONE

Supponiamo persino, per puro esercizio dialettico, che Stati Uniti o Israele avessero qualche interesse nella partita diplomatica tra Spagna e Marocco.

Questo eliminerebbe forse le responsabilità del governo spagnolo?

Assolutamente no.

Il controllo della frontiera di Ceuta compete alla Spagna.

La gestione dell’emergenza compete alla Spagna.

La preparazione delle forze di sicurezza compete alla Spagna.

La valutazione delle informazioni d’intelligence compete alla Spagna.

La decisione sull’impiego delle forze disponibili compete alle autorità spagnole.

Ed è precisamente qui che crolla l’alibi ideologico.

Perché anche qualora esistessero pressioni internazionali — eventualità che andrebbe dimostrata con documenti e non con insinuazioni — rimarrebbe comunque da spiegare perché Madrid si sia fatta trovare impreparata.

SÁNCHEZ E IL RAPPORTO CON RABAT

Esiste inoltre un altro elemento che rende particolarmente curioso il tentativo di cancellare Sánchez dall’equazione.

Il premier spagnolo ha personalmente guidato una delle svolte più significative della politica estera spagnola degli ultimi decenni: il cambiamento della posizione sul Sahara Occidentale.

Nel 2022 Madrid definì la proposta marocchina di autonomia del Sahara la soluzione «più seria, realistica e credibile» alla controversia.

La svolta contribuì alla normalizzazione delle relazioni con Rabat dopo la durissima crisi diplomatica precedente.

Proprio per questo il rapporto Sánchez-Marocco merita un’analisi approfondita.

Quali concessioni sono state fatte?

Quali garanzie ha ricevuto Madrid?

Quali impegni aveva assunto Rabat sul controllo delle frontiere?

E soprattutto:

perché, dopo anni di riavvicinamento diplomatico, Ceuta è precipitata nuovamente in una crisi di queste proporzioni?

Sono domande politiche.

Non complotti.

IL FALLIMENTO DELLA SINISTRA EUROPEA CHE NON SI PUÒ NOMINARE

La crisi di Ceuta porta alla luce un problema molto più ampio.

Per anni una parte consistente della sinistra europea ha trattato la questione migratoria principalmente come un problema morale.

Chi chiedeva controllo delle frontiere veniva spesso dipinto come estremista.

Chi parlava di sicurezza veniva accusato di alimentare paure.

Chi chiedeva rimpatri efficaci veniva liquidato come populista.

Ma una frontiera non scompare perché qualcuno decide ideologicamente che non dovrebbe esistere.

Una frontiera lasciata vulnerabile diventa inevitabilmente uno strumento nelle mani di altri Stati, organizzazioni criminali, trafficanti e reti di facilitazione.

Ed è esattamente questo il punto che Ceuta dovrebbe costringere l’Europa ad affrontare.

Il controllo delle frontiere non è un’ossessione ideologica. È una funzione fondamentale dello Stato.

NON SERVE IL MOSSAD PER SPIEGARE CEUTA

Prima di evocare Tel Aviv, Washington, Trump o qualche gigantesca operazione internazionale bisognerebbe applicare una regola elementare del giornalismo:

partire dai fatti più vicini.

Ceuta confina con il Marocco.

La frontiera è controllata dalla Spagna sul lato europeo e dal Marocco sul lato africano.

Il precedente del 2021 fu interpretato dall’intelligence spagnola come una strategia marocchina di pressione.

Nel 2026 la pressione migratoria sulla città era già aumentata drasticamente settimane prima dell’esplosione della crisi.

Le autorità locali avevano segnalato l’emergenza.

E il governo spagnolo aveva tutti gli strumenti istituzionali necessari per comprendere la delicatezza della situazione.

Prima di attraversare l’Atlantico o il Mediterraneo alla ricerca del colpevole perfetto, forse sarebbe opportuno guardare semplicemente verso Madrid e Rabat.

LA CONTROINFORMAZIONE CHE DIVENTA PROPAGANDA

La controinformazione nasce teoricamente per contestare le narrazioni dominanti.

Ma quando sostituisce un dogma con un altro smette di essere controinformazione.

Diventa semplicemente propaganda alternativa.

Se qualsiasi evento deve dimostrare preventivamente che Stati Uniti e Israele sono colpevoli, non stiamo più svolgendo un’indagine.

Stiamo cercando elementi che confermino una conclusione già stabilita.

È esattamente il contrario del metodo giornalistico.

Un giornalista dovrebbe chiedersi:

chi sapeva?

quando lo sapeva?

quali informazioni possedeva il governo?

quali decisioni sono state prese?

quali decisioni non sono state prese?

perché?

E soprattutto:

chi aveva materialmente la responsabilità di proteggere quella frontiera?

IL VERO SCANDALO

Il vero scandalo di Ceuta non ha bisogno di fantasie.

È già enorme così.

Una città europea di circa 80.000 abitanti è stata investita nell’arco di pochissimo tempo da un flusso di decine di migliaia di persone.

Le strutture locali sono state travolte.

La pressione migratoria era già aumentata enormemente nelle settimane precedenti.

Esisteva un precedente geopolitico quasi identico.

E l’intelligence spagnola aveva già spiegato, dopo la crisi del 2021, come la migrazione potesse essere utilizzata dal Marocco come strumento di pressione politica.

Questo basta per pretendere risposte dal governo Sánchez.

LA DOMANDA FINALE

La domanda che la controinformazione ideologica sembra non voler formulare è semplicissima:

se Madrid conosceva il precedente del 2021, vedeva crescere gli ingressi del 150-160%, conosceva la fragilità del confine e disponeva di forze di sicurezza e militari a Ceuta, perché la situazione è arrivata a questo punto?

Questa domanda non assolve Rabat.

Al contrario.

Impone di investigare anche il comportamento marocchino.

Ma soprattutto impedisce di trasformare Stati Uniti e Israele nei soliti capri espiatori universali utilizzati per evitare qualsiasi discussione sui fallimenti politici della sinistra europea.

Perché prima di accusare Washington bisogna spiegare Madrid.

Prima di accusare Tel Aviv bisogna spiegare Rabat.

E prima di inventare un complotto internazionale bisogna rispondere a una questione molto più semplice:

chi aveva il dovere di proteggere Ceuta?

La risposta non è Donald Trump.

Non è Israele.

Non è il Mossad.

È il governo spagnolo.

Ed è precisamente da lì che dovrebbe iniziare qualsiasi inchiesta seria.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Departamento de Seguridad Nacional – Governo spagnolo
Dati ufficiali sui flussi migratori irregolari: al 30 giugno 2026 gli ingressi terrestri a Ceuta erano aumentati del 164% rispetto all’anno precedente.

Departamento de Seguridad Nacional – 17 luglio 2026
Aggiornamento dei dati del Ministero dell’Interno: 2.826 ingressi terrestri a Ceuta dall’inizio dell’anno, +150% rispetto al 2025.

El País – 27 luglio 2026
“Situación de emergencia en Ceuta por una llegada extraordinaria de migrantes en pocos días.” Ricostruzione della pressione crescente sulla città nei giorni precedenti alla crisi.

Reuters – 30 luglio 2026
Ricostruzione dell’emergenza a Ceuta e dell’allarme lanciato dal presidente della città Juan Jesús Vivas.

El País – 6 giugno 2022
“El CNI atribuyó la crisis de Ceuta al ‘discurso agresivo’ de Rabat sobre el Sáhara Occidental.” L’articolo documenta le conclusioni dell’intelligence spagnola sulla crisi migratoria del 2021.

The Guardian – 31 luglio 2026
Analisi della nuova crisi di Ceuta, delle dimensioni degli attraversamenti e dei possibili fattori geopolitici.

NOTA EDITORIALE

Le cifre relative agli ingressi e soprattutto ai successivi rientri in Marocco sono state aggiornate ripetutamente durante l’emergenza. Per questo motivo è opportuno evitare di presentare come definitivo il dato di «oltre 53.000 rientrati» finché non sarà consolidato dalle autorità spagnole. Analogamente, eventuali indiscrezioni secondo cui specifici rapporti d’intelligence avrebbero anticipato nei dettagli l’operazione devono essere distinte dai dati e dai documenti ufficialmente confermati.

Departamento de Seguridad Nacional – Governo spagnolo, dati ufficiali al 30 giugno 2026. A Ceuta risultavano 2.582 ingressi terrestri irregolari, +164% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Dati ufficiali del Governo spagnolo – 2 luglio 2026Departamento de Seguridad Nacional – dati al 15 luglio 2026. Gli ingressi terrestri irregolari a Ceuta erano saliti a 2.826, +150% rispetto ai 1.133 dell’anno precedente.
Dati ufficiali del Governo spagnolo – 17 luglio 2026El País – 27 luglio 2026. Prima dell’esplosione della crisi, Ceuta era già descritta in situazione di “emergenza”, dopo l’arrivo di oltre mille migranti in pochi giorni e la saturazione delle strutture di accoglienza.
El País – Situazione di emergenza a CeutaEl País – 6 giugno 2022: i documenti del CNI sulla crisi del 2021. L’intelligence spagnola concluse che l’ingresso massiccio di migranti faceva parte della strategia di pressione del Marocco sulla Spagna per il Sahara Occidentale. Il rapporto attribuiva inoltre la strategia alle più alte sfere del potere marocchino.
El País – Il rapporto del CNI sulla pressione marocchinaReuters – 30 luglio 2026. Documenta l’esplosione della crisi, gli attraversamenti via terra e mare e il successivo impiego di rinforzi di polizia e militari spagnoli.
Reuters – Migrants pour into Spain’s Ceuta, military called inReuters – 31 luglio 2026. Ricostruisce le possibili cause dell’afflusso e riferisce dei sospetti secondo cui le autorità marocchine potrebbero avere allentato deliberatamente i controlli; Rabat nega una motivazione politica.
Reuters – Social media rumours, economic hardship fuel migrant surgeReuters – 31 luglio 2026. Riporta una stima di oltre 49.000 ingressi in circa 24 ore nella crisi di Ceuta.
Reuters – UK PM says Spain migrant crossings are concerningThe Guardian – 31 luglio 2026. Approfondimento sulle ragioni per cui Ceuta rappresenta un punto particolarmente vulnerabile della frontiera UE-Marocco. Riporta una stima di circa 50.000 attraversamenti e oltre 37.500 rientri in Marocco al momento della pubblicazione.
The Guardian – Why is Ceuta a migration flashpoint?El País – 1 agosto 2026. Particolarmente importante per il tuo articolo: il governo spagnolo ha ammesso di non aver previsto la portata della crisi; secondo la ricostruzione, esistevano però precedenti segnalazioni della Guardia Civil su un aumento anomalo dei tentativi di ingresso.
El País – Il Governo ammette di non aver previsto la crisi di Ceuta

Soros nell’ ombra di Ceuta, la crisi dei confini e la guerra delle narrazioni

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I cani da riporto della controinformazione: come la propaganda marxista trasforma l’invasione di Ceuta in una favola umanitaria

I rivoluzionari utili: quando la protesta finisce per servire interessi che diceva di combattere

L’ondata migratoria che ha investito Ceuta ha riportato al centro del dibattito europeo una domanda destinata a dividere ancora a lungo l’opinione pubblica: dove finisce il diritto umanitario e dove inizia la difesa dei confini?

Le immagini provenienti dall’enclave spagnola mostrano migliaia di persone che cercano di entrare nel territorio europeo. Tra loro vi sono uomini, donne e minori. Allo stesso tempo, le autorità spagnole e marocchine si trovano ad affrontare una pressione senza precedenti su uno dei punti di frontiera più sensibili del continente.

Eppure, ancora prima che venissero chiarite le dimensioni dell’evento, una parte consistente del dibattito mediatico si è rapidamente concentrata su un’unica narrazione: quella di famiglie e bambini in fuga da condizioni disperate.

Una rappresentazione che, secondo i critici delle attuali politiche migratorie, rischia di semplificare una realtà molto più complessa.

La narrazione dominante

Gran parte dei media europei tende a raccontare la crisi principalmente attraverso la lente umanitaria.

Le fotografie dei minori, le interviste alle famiglie e le storie personali occupano inevitabilmente il centro della scena.

Sono elementi reali che meritano attenzione.

Ma, secondo numerosi osservatori, questa impostazione rischia di lasciare in secondo piano altri aspeti fondamentali:

  • il ruolo del Marocco nella gestione dei flussi;
  • le implicazioni geopolitiche della pressione migratoria;
  • la sicurezza delle frontiere esterne dell’Unione Europea;
  • l’impatto sociale ed economico sugli Stati di destinazione.

Per chi sostiene politiche migratorie più restrittive, la questione non può essere ridotta esclusivamente alla dimensione umanitaria.

La controinformazione che finisce per raccontare la stessa storia

Uno degli aspetti più discussi riguarda il fatto che anche alcuni ambienti che si presentano come “controinformazione” finiscono, secondo i loro critici, per adottare una lettura molto simile a quella dei grandi media.

L’attenzione viene spesso spostata verso presunti complotti occidentali, attribuendo ogni dinamica esclusivamente a Stati Uniti, Israele o altri attori internazionali, mentre ricevono molta meno attenzione altri fattori, come le decisioni politiche dei governi coinvolti, le reti dei trafficanti o la gestione dei confini da parte dei Paesi di transito.

Secondo questa interpretazione, il risultato è che due mondi apparentemente contrapposti finiscono per proporre letture che, pur partendo da presupposti diversi, trascurano gli stessi elementi.

Il ruolo delle ONG nel dibattito

Da anni il ruolo delle organizzazioni non governative impegnate nella migrazione è oggetto di un acceso confronto politico.

Alcuni ritengono che tali organizzazioni svolgano un indispensabile compito umanitario di soccorso e assistenza.

Altri sostengono invece che determinate attività possano avere, anche involontariamente, l’effetto di facilitare o incentivare alcune rotte migratorie.

Negli ultimi anni sono state avanzate anche accuse politiche secondo cui reti sostenute da fondazioni private, comprese quelle riconducibili al finanziere George Soros e alla sua rete di fondazioni, promuoverebbero un’agenda favorevole a politiche migratorie più aperte attraverso il finanziamento di associazioni e progetti. Le fondazioni riconducibili a Soros dichiarano invece di sostenere programmi dedicati ai diritti umani, allo Stato di diritto e alla tutela dei rifugiati. Ad oggi non risultano prove pubbliche che dimostrino un coordinamento diretto di tali reti nell’organizzazione degli eventi verificatisi a Ceuta.

La crisi politica spagnola

Nel pieno della crisi migratoria, il governo guidato da Pedro Sánchez continua a essere oggetto di forti contestazioni.

Gli oppositori accusano l’esecutivo di aver mostrato debolezza nella difesa delle frontiere e di aver privilegiato un approccio politico e comunicativo rispetto a misure più incisive sul controllo dell’immigrazione irregolare.

Per i sostenitori del governo, invece, la gestione della crisi deve necessariamente tenere conto degli obblighi internazionali della Spagna e della complessità delle relazioni con il Marocco.

Ceuta come banco di prova dell’Europa

La crisi di Ceuta rappresenta qualcosa di più di un’emergenza locale.

È il simbolo della difficoltà europea nel conciliare:

  • sicurezza;
  • sovranità delle frontiere;
  • tutela dei diritti umani;
  • cooperazione con i Paesi di origine e di transito.

Ridurre il dibattito a uno scontro tra “porte aperte” e “porte chiuse” rischia di oscurare la complessità del fenomeno.

Conclusioni

Ceuta dimostra ancora una volta come l’immigrazione sia uno dei principali terreni di scontro politico e culturale in Europa.

Le narrazioni mediatiche influenzano profondamente la percezione pubblica degli eventi e contribuiscono a polarizzare il confronto. È legittimo criticare le politiche migratorie, il ruolo delle ONG o le scelte dei governi, ma è altrettanto importante distinguere tra fatti accertati, opinioni politiche e ipotesi che richiedono prove.

Solo mantenendo questa distinzione è possibile affrontare un tema tanto delicato con rigore e credibilità.

Netanyahu torna da Washington e Hamas accetta il disarmo: il premier israeliano affronta una situazione imprevista

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31 luglio 2026

Il rientro del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu da Washington ha coinciso con uno sviluppo che potrebbe modificare profondamente gli equilibri politici e diplomatici del conflitto israelo-palestinese. Mentre il leader israeliano aveva illustrato al presidente statunitense Donald Trump uno scenario nel quale Hamas appariva intenzionato a respingere qualsiasi ipotesi di disarmo, poche ore dopo il suo ritorno in Israele il movimento palestinese ha annunciato, attraverso i mediatori internazionali, l’accettazione della roadmap predisposta dal Board of Peace per il completo smantellamento delle proprie capacità militari.

La tempistica dell’annuncio ha inevitabilmente aperto interrogativi sulle prospettive del governo israeliano e sul futuro dell’operazione militare nella Striscia di Gaza.


Washington, il colloquio con Trump e la posizione israeliana

Durante la visita negli Stati Uniti, Netanyahu aveva ribadito la posizione del proprio esecutivo: secondo il governo israeliano Hamas non avrebbe mai accettato volontariamente il completo disarmo e, di conseguenza, l’IDF avrebbe dovuto proseguire l’offensiva fino al raggiungimento degli obiettivi militari prefissati.

Israele aveva inoltre manifestato forti riserve sul piano elaborato dal Board of Peace, ritenendolo insufficiente a garantire una reale eliminazione delle capacità militari del movimento islamista.

Secondo fonti dell’amministrazione americana, tuttavia, Donald Trump avrebbe espresso crescente insoddisfazione verso eventuali ostacoli israeliani all’accordo, ritenendo che il nuovo piano rappresenti la migliore occasione disponibile per ottenere contemporaneamente:

  • il disarmo di Hamas;
  • la sicurezza di Israele;
  • la ricostruzione di Gaza;
  • la nascita di una nuova amministrazione civile palestinese.

Hamas accetta la roadmap

La sorpresa è arrivata al ritorno di Netanyahu.

Attraverso i mediatori di:

  • Egitto;
  • Qatar;
  • Turchia,

Hamas ha comunicato di aver accettato il testo finale della roadmap in 15 punti, elaborata dal Board of Peace.

L’organizzazione ha precisato che il processo di consegna delle armi inizierà nel momento in cui saranno attuate le clausole previste dall’accordo di cessate il fuoco dell’ottobre 2025.

Il principio guida dell’intero piano è estremamente semplice:

“Un’autorità, una legge, un’arma.”

L’obiettivo è eliminare definitivamente l’esistenza di milizie armate autonome all’interno della Striscia.


Come funzionerà il disarmo

Il piano è molto più articolato rispetto ai precedenti accordi.

La durata prevista oscilla tra:

  • 200 giorni
  • 350 giorni

a seconda delle verifiche internazionali.

Le varie fasi prevedono:

Prima fase

  • consegna delle armi della polizia civile;
  • registrazione degli arsenali.

Seconda fase

  • ritiro delle armi pesanti;
  • stoccaggio controllato;
  • distruzione dei depositi.

Terza fase

  • demolizione delle fabbriche clandestine di armamenti;
  • eliminazione dell’infrastruttura militare.

Quarta fase

  • smantellamento della rete di tunnel.

Quinta fase

  • raccolta delle armi leggere;
  • applicazione della legislazione palestinese sul possesso delle armi.

Tutte le milizie presenti nella Striscia dovranno consegnare integralmente il proprio arsenale.


Il nuovo organismo palestinese

Una delle principali novità consiste nella creazione del:

National Committee for the Administration of Gaza

che assumerà il controllo esclusivo delle armi confiscate.

L’organismo sarà composto da tecnici palestinesi e opererà sotto la supervisione internazionale del Board of Peace.

La gestione della sicurezza verrà progressivamente trasferita a:

  • una nuova polizia palestinese;
  • una Forza Internazionale di Stabilizzazione.

Parallelamente, le truppe israeliane procederanno a un ritiro graduale dalla Striscia secondo un calendario definito.


Trump: “Un momento storico”

Donald Trump ha definito l’accordo:

“Storico”

e

“Un passo monumentale verso una pace e una sicurezza durature.”

Sul proprio social Truth Social il presidente americano ha sostenuto che Gaza:

  • non sarà più utilizzata come base per attacchi contro Israele;
  • verrà amministrata da un nuovo governo palestinese dedicato esclusivamente alla ricostruzione civile.

Per Washington il successo del piano rappresenterebbe uno dei principali risultati diplomatici della nuova amministrazione.


Netanyahu davanti a una nuova realtà politica

L’annuncio di Hamas modifica profondamente il quadro politico.

Se il movimento palestinese dovesse realmente dare seguito agli impegni assunti, il governo israeliano sarebbe chiamato a decidere se:

  • aderire pienamente al processo;
  • richiedere modifiche sostanziali;
  • oppure proseguire l’offensiva militare nonostante l’accordo.

Secondo indiscrezioni provenienti da Washington, l’amministrazione Trump vedrebbe con crescente favore una soluzione politica che garantisca contemporaneamente la sicurezza di Israele e la fine del controllo militare di Hamas sulla Striscia.

L’esecutivo israeliano continua però a mantenere un atteggiamento prudente, ricordando come numerosi accordi passati non abbiano impedito il riarmo delle organizzazioni armate.


Le lezioni del passato

La cautela israeliana trova fondamento nella storia recente.

Le tregue del:

  • 2012;
  • 2014;

interruppero temporaneamente i combattimenti senza eliminare le capacità militari di Hamas.

Anche gli accordi del novembre 2023 e le successive fasi del piano di pace del 2025 produssero:

  • scambi di ostaggi;
  • pause umanitarie;
  • riduzione temporanea delle ostilità,

ma il nodo centrale del disarmo rimase irrisolto.

L’attuale roadmap si differenzia proprio perché introduce:

  • verifiche internazionali indipendenti;
  • un calendario dettagliato;
  • organismi tecnici di controllo;
  • il trasferimento dell’autorità militare a un’amministrazione civile palestinese.

Le prossime due settimane saranno decisive

Il testo dell’accordo prevede che entro quattordici giorni venga definito il calendario operativo dettagliato.

Un comitato internazionale di verifica potrà autorizzare eventuali proroghe qualora emergessero difficoltà nell’attuazione.

Da questo momento il successo dell’intera iniziativa dipenderà dalla concreta adesione di tutte le parti coinvolte.

Per Israele il risultato atteso è una Striscia definitivamente priva di organizzazioni armate.

Per Gaza, invece, la roadmap punta a creare le condizioni per una ricostruzione amministrativa, economica e civile sotto un’unica autorità palestinese riconosciuta dalla comunità internazionale.


Fonti

  • The Guardian – Trump says ‘complete disarmament’ of Hamas agreed in Gaza but Israel yet to accept (31 luglio 2026)
  • The Jerusalem Post – Officials detail ‘historic’ Hamas disarmament plan, Israel remains skeptical (31 luglio 2026)
  • Axios – Trump touts “historic” agreement to disarm Hamas, rebuild Gaza (30-31 luglio 2026)
  • CBS News – Trump says Hamas agreed to next phase of Gaza peace deal, including disarmament (31 luglio 2026)
  • Al Jazeera – Hamas reaches Gaza disarmament agreement with Board of Peace (30-31 luglio 2026)
  • The Times of Israel – Trump: Board of Peace has reached agreement on ‘complete disarmament’ of Hamas (30 luglio 2026)
  • Reuters / dpa International – Trump says Board of Peace reaches Hamas disarmament deal (31 luglio 2026)
  • The New York Times – Past Israel-Hamas Cease-Fires Have Proved Fragile e aggiornamenti sul piano di disarmo (31 luglio 2026)
  • BBC News – Hamas agrees to Trump’s plan to disarm in Gaza (31 luglio 2026)

La metastasi comunista e i cani da riporto della controinformazione

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Dalle radici del marxismo al terzomondismo contemporaneo: una lettura critica della trasformazione ideologica

Il 20 luglio 2026 il Segretario di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio, ha pubblicato una dichiarazione destinata ad alimentare il dibattito sul ruolo storico di Cuba nella diffusione delle ideologie rivoluzionarie in America Latina e negli Stati Uniti.

Secondo Rubio:

«Per più di sei decenni, il regime cubano è stato il principale sponsor del radicalismo di sinistra e del terzomondismo negli Stati Uniti. Il Dipartimento di Stato sta rivelando l’intera storia dello spionaggio e della sovversione cubana nel nostro Paese. Il popolo americano merita di sapere.»

Per l’amministrazione americana questa non rappresenta soltanto una valutazione politica, ma il punto di arrivo di un lavoro di declassificazione documentale volto a ricostruire decenni di attività d’influenza, spionaggio e sostegno a movimenti rivoluzionari.

Se tali accuse verranno ulteriormente documentate dai materiali annunciati dal Dipartimento di Stato, esse potrebbero contribuire a ridefinire il dibattito sul ruolo internazionale del regime cubano durante la Guerra Fredda e oltre.

Dalle origini filosofiche alla rivoluzione politica

Per comprendere questo fenomeno è necessario tornare alle origini.

La filosofia della storia elaborata da Georg Wilhelm Friedrich Hegel attribuisce alla dialettica il ruolo di motore dell’evoluzione storica. Karl Marx e Friedrich Engels reinterpretano questa impostazione sostituendo al conflitto tra idee il conflitto tra classi sociali.

Nel Manifesto del Partito Comunista del 1848 la rivoluzione viene presentata come inevitabile conseguenza dello sviluppo capitalistico.

L’idea centrale è semplice: il proletariato, progressivamente impoverito, avrebbe abbattuto il sistema capitalistico instaurando una società senza classi.

Questa visione diventerà il fondamento ideologico di numerosi movimenti rivoluzionari del XX secolo.

Come osservava il filosofo polacco Leszek Kołakowski:

«L’illusione comunista non è stata un errore casuale, ma una forza gigantesca alimentata dalla promessa di realizzare il paradiso sulla terra.»

Secondo Kołakowski, proprio questa promessa avrebbe reso il comunismo una delle ideologie più influenti del Novecento.

L’espansione mondiale del comunismo

Nel corso del XX secolo il comunismo conquista vaste aree del pianeta.

L’Unione Sovietica diventa il centro del movimento internazionale.

Successivamente il modello viene adottato, con profonde differenze interne, dalla Repubblica Popolare Cinese, da Cuba, dal Vietnam, dalla Corea del Nord e dalla Cambogia dei Khmer Rossi.

Parallelamente nascono decine di movimenti armati ispirati al marxismo in America Latina, Africa e Asia.

Con la rivoluzione cubana del 1959 Fidel Castro e Ernesto “Che” Guevara trasformano Cuba in uno dei principali centri di esportazione della rivoluzione.

L’Avana sostiene guerriglie, offre addestramento militare e diventa un punto di riferimento per numerosi movimenti rivoluzionari.

In questa fase il marxismo assume una nuova veste.

Alla lotta di classe si affianca il cosiddetto terzomondismo, cioè una lettura del mondo basata sulla contrapposizione tra Paesi industrializzati e nazioni considerate vittime del colonialismo e dell’imperialismo occidentale.

Il fallimento della previsione marxiana

Secondo molti studiosi, il punto di svolta arriva proprio dove Marx riteneva che la rivoluzione sarebbe dovuta nascere.

Nelle grandi economie occidentali il proletariato non si impoverisce progressivamente.

Al contrario, tra il secondo dopoguerra e gli anni Ottanta milioni di lavoratori vedono aumentare reddito, istruzione, diritti sindacali e mobilità sociale.

La classe operaia diventa parte integrante della classe media.

Viene quindi meno quello che Marx definiva il “soggetto rivoluzionario”.

Il dissidente sovietico Igor’ Šafarevič interpretava questo processo in termini radicalmente critici:

«Il socialismo non rappresenta semplicemente un diverso modello economico, ma una tendenza al livellamento totale che conduce alla distruzione della civiltà.»

La sua analisi rimane oggetto di dibattito nel mondo accademico, ma rappresenta una delle critiche più note formulate da un ex cittadino dell’Unione Sovietica.

La mutazione ideologica

Secondo questa interpretazione, il marxismo non scompare dopo il fallimento economico dei sistemi comunisti.

Cambia invece linguaggio e strumenti.

La centralità della lotta di classe lascia progressivamente spazio ad altri paradigmi:

  • anticolonialismo;
  • terzomondismo;
  • identitarismo;
  • teoria dell’oppressore e dell’oppresso;
  • antioccidentalismo.

L’Occidente non viene più criticato principalmente come sistema economico, bensì come struttura culturale ritenuta responsabile delle principali ingiustizie globali.

Questa trasformazione costituisce uno degli elementi più discussi del dibattito politico contemporaneo.

Il rapporto con l’islamismo radicale

Una delle tesi più controverse sostiene l’esistenza di convergenze tattiche tra alcuni ambienti della sinistra radicale occidentale e movimenti islamisti.

Secondo questa lettura, entrambe le componenti condividerebbero un comune antagonismo verso gli Stati Uniti, Israele e, più in generale, l’ordine liberale occidentale.

Pur mantenendo profonde differenze ideologiche, tali convergenze sarebbero visibili in alcuni movimenti politici, nelle mobilitazioni universitarie e in parte dell’attivismo internazionale.

Si tratta di una tesi sostenuta da diversi analisti politici, ma contestata da altri studiosi che ritengono tali alleanze episodiche e non riconducibili a una strategia unitaria.

Cuba nel nuovo scenario

La dichiarazione di Marco Rubio riporta l’attenzione proprio sul ruolo di Cuba.

Secondo il Dipartimento di Stato americano, il regime castrista avrebbe continuato per decenni a sostenere reti ideologiche e operative capaci di influenzare organizzazioni politiche, movimenti radicali e attività di intelligence negli Stati Uniti.

La documentazione promessa dall’amministrazione americana sarà determinante per valutare la portata storica di tali affermazioni.

I cani da riporto della controinformazione

Secondo una lettura fortemente critica, una parte della cosiddetta controinformazione occidentale avrebbe progressivamente assunto il ruolo di amplificatore di queste narrazioni.

In questa prospettiva, il racconto geopolitico verrebbe ricondotto quasi esclusivamente a una contrapposizione tra un Occidente rappresentato come responsabile di ogni crisi e un fronte antioccidentale sistematicamente descritto come vittima.

Gli autori di questa critica ritengono che tale approccio finisca per minimizzare o ignorare le responsabilità di regimi autoritari, movimenti jihadisti e potenze revisioniste quando queste non si inseriscono nella narrazione antiamericana.

Conclusioni

La storia del comunismo non si esaurisce con la caduta del Muro di Berlino.

Per alcuni osservatori essa continua attraverso nuove categorie culturali, nuovi strumenti comunicativi e differenti alleanze geopolitiche.

La dichiarazione di Marco Rubio rappresenta un ulteriore tassello di questo dibattito, riportando al centro dell’attenzione il ruolo storico di Cuba e del terzomondismo nella diffusione di determinate correnti ideologiche.

Resta ora da verificare il contenuto dei documenti annunciati dal Dipartimento di Stato e il contributo che potranno offrire alla ricostruzione storica di oltre sessant’anni di Guerra Fredda, propaganda e influenza politica.


Fonti e approfondimenti

  • Dipartimento di Stato degli Stati Uniti – Dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio (luglio 2026).
  • Karl Marx, Manifesto del Partito Comunista (1848).
  • Karl Marx, Il Capitale.
  • Friedrich Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato.
  • Leszek Kołakowski, Main Currents of Marxism.
  • Igor’ Šafarevič, Il fenomeno socialista.
  • Stéphane Courtois (a cura di), Il Libro nero del comunismo.
  • Robert Service, Comrades: A History of World Communism.
  • Archie Brown, The Rise and Fall of Communism.
  • Paul Hollander, Political Pilgrims.
  • Richard Pipes, Communism: A History.
  • Documentazione storica della CIA sulla Guerra Fredda (Freedom of Information Act).
  • Wilson Center Digital Archive – Cold War International History Project.