Da anni una parte della controinformazione italiana vive intrappolata dentro una gabbia ideologica costruita durante la Guerra Fredda. Una gabbia dalla quale sembra incapace di uscire.
Qualunque evento accada nel mondo, la conclusione è sempre la stessa.
Gli Stati Uniti stanno crollando.
L’America è finita.
Trump è pazzo.
Trump è disperato.
L’economia americana è al collasso.
L’Impero sta cadendo.
E così via.
Ogni giorno gli stessi slogan, le stesse formule, le stesse profezie catastrofiche.
Non importa cosa accada nella realtà.
Non importa quali decisioni vengano prese.
Non importa quali risultati vengano ottenuti.
La narrativa deve restare identica.
Prigionieri delle loro stesse ideologie
La tragedia della controinformazione ideologica non è tanto quella di sbagliare le analisi.
Tutti possono sbagliare.
La vera tragedia è che queste persone non analizzano più nulla.
Partono dalla conclusione e poi costruiscono l’argomentazione.
Se Trump fa una cosa, è stupido.
Se non la fa, è stupido.
Se tratta con l’Iran, è debole.
Se non tratta, è guerrafondaio.
Se riporta produzioni negli Stati Uniti, è protezionista.
Se apre nuovi mercati, è globalista.
La realtà non conta più.
Conta soltanto difendere la narrativa.
L’ossessione dell’Asse della Resistenza
Una parte della controinformazione italiana sembra essersi trasformata nell’ufficio stampa permanente di qualunque forza si opponga agli Stati Uniti.
Iran.
Hezbollah.
Houthi.
Hamas.
Qualunque soggetto venga percepito come antiamericano viene automaticamente promosso a simbolo della resistenza mondiale.
Non importa se gli interessi di questi attori siano spesso divergenti.
Non importa se abbiano obiettivi regionali molto specifici.
Non importa se molte delle loro azioni finiscano per rafforzare proprio quei processi che dichiarano di voler combattere.
Per questa controinformazione esiste un solo criterio:
“Se è contro Washington deve avere ragione.”
Una semplificazione infantile che non ha nulla a che vedere con la geopolitica.
Mentre guardano i missili, non vedono i porti
Ed è qui che emerge il vero problema.
Mentre passano le giornate a commentare bombardamenti, dichiarazioni e polemiche sui social, non si accorgono di ciò che sta realmente accadendo.
La vera partita geopolitica del XXI secolo non si sta giocando soltanto sui campi di battaglia.
Si sta giocando sui porti.
Sui canali.
Sulle infrastrutture.
Sui corridoi logistici.
Sulle rotte marittime.
Sul controllo dei chokepoint attraverso cui passa il commercio mondiale.
Panama.
Taiwan.
Malacca.
Bab el-Mandeb.
Hormuz.
Sono questi i luoghi dove si stanno decidendo gli equilibri economici del futuro.
La strategia che non vogliono vedere
Mentre la controinformazione ideologica continua a ripetere che Trump sarebbe un uomo sconfitto e senza una strategia, la sua amministrazione sta perseguendo una linea che appare sempre più chiara.
Ridurre la dipendenza dalle catene globali controllate da avversari strategici.
Rafforzare la manifattura americana.
Garantire il controllo delle infrastrutture logistiche critiche.
Ridimensionare l’influenza cinese in alcuni nodi strategici del commercio mondiale.
Consolidare una rete di alleanze marittime che copra i principali chokepoint globali.
Si può essere d’accordo o meno con questa strategia.
Ma fingere che non esista significa semplicemente rifiutarsi di osservare la realtà.
Il paradosso dei professionisti dell’anti-globalismo
La cosa più ironica è che molti di coloro che si definiscono anti-globalisti sembrano incapaci di riconoscere una delle più grandi sfide mai lanciate all’architettura della globalizzazione degli ultimi decenni.
Per anni hanno denunciato il predominio della finanza rispetto all’economia reale.
Hanno criticato la delocalizzazione industriale.
Hanno contestato il potere delle grandi multinazionali.
Hanno denunciato la dipendenza da filiere produttive globali.
Poi arriva un’amministrazione che parla apertamente di reindustrializzazione, sovranità produttiva, sicurezza delle catene di approvvigionamento e controllo delle infrastrutture strategiche.
E la loro reazione quale sarebbe?
Ridere.
Insultare.
Deridere.
Ripetere slogan.
Come se nulla fosse.
Quando l’ideologia sostituisce l’analisi
Il vero problema della controinformazione italiana non è che sostenga questa o quella posizione.
Il problema è che troppo spesso ha smesso di fare informazione per trasformarsi in una tifoseria.
Non studia i processi.
Non osserva le trasformazioni.
Non analizza i dati.
Non segue le infrastrutture.
Non segue il denaro.
Non segue la logistica.
Segue le proprie convinzioni.
E quando la realtà entra in conflitto con quelle convinzioni, viene semplicemente ignorata.
Il mondo sta cambiando
Mentre i cani da riporto della controinformazione continuano a raccontare che Trump è finito, incapace e senza una direzione, il mondo sta attraversando una delle più grandi riconfigurazioni geopolitiche dalla fine della Guerra Fredda.
Le rotte commerciali vengono ripensate.
Le catene di approvvigionamento vengono riorganizzate.
I porti strategici cambiano proprietario.
Le alleanze marittime vengono rafforzate.
Le infrastrutture diventano strumenti di potere.
La geografia torna a contare più della propaganda.
E forse, quando tra qualche anno gli effetti di queste trasformazioni saranno visibili a tutti, qualcuno si accorgerà che la vera storia non era nei meme, negli slogan o nelle tifoserie ideologiche.
La vera storia era sotto i loro occhi.
Ma erano troppo occupati a deridere per riuscire a vederla.
Link e fonti
Chatham House – I chokepoint marittimi più importanti del mondo
https://www.chathamhouse.org/publications/the-world-today/2026-06/maritime-chokepoints-could-be-worse-hormuz
Chatham House – Perché una crisi su Taiwan potrebbe essere più devastante di Hormuz
https://www.chathamhouse.org/2026/04/taiwan-crisis-would-cause-far-more-global-economic-damage-strait-hormuz-disruption
Chatham House – Il nuovo equilibrio nel Golfo Persico e il ridimensionamento dell’Asse della Resistenza
https://www.chathamhouse.org/2026/06/iran-and-new-persian-gulf-equilibrium
AP News – Accordo per il passaggio dei porti strategici di Panama a un consorzio guidato da BlackRock
https://apnews.com/article/hong-kong-panama-canal-beijing-hutchison-blackrock-rubio-d02a8439cc63d9e740e5154d4e0c56f6
AP News – La battaglia geopolitica sui porti del Canale di Panama
https://apnews.com/article/panama-canal-port-court-ruling-ck-hutchison-110af98b3782a08c242ecb5edb512614
Reuters – Le implicazioni strategiche della vicenda Panama-BlackRock
https://www.reuters.com/world/asia-pacific/implications-panama-court-ruling-quash-ck-hutchison-port-concessions-2026-02-02/
Reuters – Consorzio sostenuto da BlackRock e acquisizione della rete portuale globale
https://www.reuters.com/world/americas/blackrock-backed-group-seeks-close-ck-hutchison-ports-deal-without-panama-assets-2026-03-03/
Baker Institute – I rischi strategici dei chokepoint marittimi
https://www.bakerinstitute.org/research/maritime-chokepoints-and-risks-global-shipping-and-energy-security
Studio accademico 2026 – L’impatto economico globale della chiusura simultanea dei principali chokepoint
https://arxiv.org/abs/2606.13431
Approfondimento – Hormuz, Malacca e i nuovi colli di bottiglia del commercio mondiale
https://www.politicshome.com/news/article/maritime-chokepoints-get-worse-strait-hormuz-closure
Reuters – La crisi di Hormuz e le conseguenze sulla navigazione globale
https://www.reuters.com/world/middle-east/scouring-strait-hormuz-mines-could-take-weeks-2026-06-15/

