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I CANI DA RIPORTO DELLA CONTROINFORMAZIONE ITALIANA INCOLPANO AMERICA E ISRAELE PER CEUTA, MA LA LINEA SUL SAHARA ERA GIÀ SOSTENUTA DA ZAPATERO NEL 2008

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Altro che regia americana o israeliana: mentre qualcuno cerca ossessivamente Washington e Tel Aviv dietro ogni crisi, la convergenza Zapatero–Sánchez–Marocco sul Sahara Occidentale ha radici politiche molto più lontane e perfettamente documentabili.

ZAPATERO SOSTIENE IL PIANO DEL MAROCCO SUL SAHARA OCCIDENTALE. L’ASSE ZAPATERO–SÁNCHEZ–RABAT È ORMAI ALLA LUCE DEL SOLE: NON CI SONO ALTRE DOMANDE, VOSTRO ONORE

C’è un momento nel quale le coincidenze smettono di essere coincidenze e diventano una linea politica.

Sul Sahara Occidentale quel momento è arrivato da tempo.

José Luis Rodríguez Zapatero non ha nascosto il proprio sostegno al piano di autonomia proposto dal Marocco. Pedro Sánchez ha successivamente trasformato quella posizione in un elemento fondamentale della politica spagnola verso Rabat.

E allora la domanda non è più se esista una convergenza.

La convergenza è pubblica.

La vera domanda è un’altra: perché una parte della politica spagnola sembra così disponibile ad accogliere le priorità strategiche del Marocco proprio sulla questione più delicata dei rapporti tra Madrid e Rabat?

Perché qui non stiamo parlando di una disputa marginale.

Stiamo parlando del Sahara Occidentale.

E soprattutto stiamo parlando di un territorio che, contrariamente a quello che certe semplificazioni politiche vorrebbero far credere, le Nazioni Unite continuano a considerare un territorio non autonomo il cui status definitivo non è stato risolto.

ZAPATERO LO DICE APERTAMENTE: IO SOSTENEVO L’AUTONOMIA GIÀ NEL 2008

Partiamo dai fatti.

Nel marzo 2022 Zapatero ricordò pubblicamente di avere sostenuto già nel 2008 la soluzione dell’autonomia proposta dal Marocco.

Non si tratta quindi di un’interpretazione attribuitagli dai suoi avversari.

Lo ha rivendicato lui stesso.

Secondo Europa Press, l’ex presidente socialista definì quella posizione politicamente “intelligente”, sostenendo la necessità di esplorare la strada dell’autonomia per superare decenni di stallo.

E questo elemento è fondamentale.

Perché significa che la posizione assunta successivamente dal governo Sánchez non nasce nel vuoto.

Esiste una continuità politica evidente all’interno di una parte importante del socialismo spagnolo.

Zapatero sosteneva la soluzione autonomista.

Sánchez arriva al governo.

E nel 2022 Madrid comunica a Mohammed VI di considerare l’iniziativa marocchina di autonomia presentata nel 2007 come “la base più seria, credibile e realistica” per risolvere la controversia.

Altro che illazioni.

Altro che dietrologie.

Sono dichiarazioni politiche pubbliche.

POI ARRIVA SÁNCHEZ. E LA SPAGNA CAMBIA ROTTA

Il passaggio del 2022 rappresentò una svolta enorme.

Per decenni la Spagna aveva mantenuto sul Sahara una posizione molto più prudente, legata al processo delle Nazioni Unite e alla ricerca di una soluzione concordata.

Con Sánchez cambia qualcosa.

Il presidente del governo spagnolo scrive al re Mohammed VI e attribuisce al piano marocchino una centralità politica che Madrid non gli aveva precedentemente riconosciuto in questi termini.

La reazione di Rabat?

Entusiastica.

Non sorprende.

Era esattamente il tipo di riconoscimento diplomatico che il Marocco cercava.

E infatti pochi mesi dopo Mohammed VI elogiò pubblicamente la nuova posizione della Spagna.

Quando una capitale modifica la propria linea diplomatica e la controparte interessata alla disputa celebra pubblicamente quel cambiamento come un successo, forse qualche domanda è legittima.

MA IL SAHARA OCCIDENTALE NON È SEMPLICEMENTE “MAROCCO”

Ed è qui che tutta la narrazione politica costruita attorno al cosiddetto “realismo” comincia a mostrare le proprie crepe.

Il Sahara Occidentale non è internazionalmente una normale provincia marocchina sulla quale Rabat esercita una sovranità universalmente riconosciuta.

Le Nazioni Unite continuano a inserirlo nell’elenco dei Non-Self-Governing Territories, i territori non autonomi.

Esiste inoltre un principio che non può essere cancellato con una lettera diplomatica: l’autodeterminazione del popolo del Sahara Occidentale.

Lo ha ricordato con particolare forza anche la Corte di giustizia dell’Unione europea.

Nelle sentenze del 4 ottobre 2024 relative agli accordi UE-Marocco, la Corte ha ribadito che l’applicazione di un accordo internazionale UE-Marocco al territorio del Sahara Occidentale deve rispettare il principio di autodeterminazione e richiede il consenso del popolo del Sahara Occidentale.

Questa non è propaganda del Polisario.

È giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea.

Ed ecco l’enorme contraddizione politica.

Da una parte si parla continuamente di diritto internazionale, autodeterminazione, regole internazionali e ordine multilaterale.

Dall’altra, quando si arriva al Sahara Occidentale, improvvisamente la parola magica diventa:

“realismo”.

Realismo per chi?

IL PIANO MAROCCHINO HA UN DETTAGLIO CHE NON PUÒ ESSERE NASCOSTO

Bisogna inoltre spiegare cosa significa concretamente “autonomia”.

Il progetto marocchino non propone l’indipendenza del Sahara Occidentale.

Propone un’autonomia sotto sovranità marocchina.

È questa la questione politica centrale.

Accettare definitivamente quel modello significherebbe sostanzialmente risolvere la controversia territoriale all’interno della cornice della sovranità di Rabat.

È perfettamente legittimo sostenere politicamente che questa sia la soluzione più pragmatica.

Ma allora bisogna dirlo chiaramente.

Non si può contemporaneamente celebrare il principio dell’autodeterminazione come valore universale e poi considerarlo improvvisamente secondario quando entra in conflitto con gli interessi geopolitici di un partner strategico.

Le regole valgono sempre oppure diventano strumenti da utilizzare a seconda della convenienza?

Questa è la questione.

ZAPATERO, SÁNCHEZ, RABAT: TRE PUNTI CHE FORMANO UNA LINEA

Ed eccoci al cuore politico della vicenda.

Zapatero sostiene da anni il piano autonomista marocchino.

Sánchez compie nel 2022 la svolta diplomatica spagnola.

Mohammed VI accoglie favorevolmente la nuova posizione.

Madrid e Rabat ricostruiscono progressivamente i propri rapporti.

Non occorre inventare complotti.

I fatti pubblici sono già sufficientemente interessanti.

Ed è proprio questo che rende la vicenda politicamente esplosiva.

Perché la questione non dovrebbe essere trasformata nell’ennesima caccia alla teoria segreta.

La questione è molto più semplice:

perché la politica estera spagnola sul Sahara Occidentale si è progressivamente avvicinata alla posizione strategica del Marocco?

E soprattutto:

quale prezzo politico, diplomatico e strategico ha pagato o ottenuto Madrid attraverso questa svolta?

Sono domande perfettamente legittime.

Anzi, dovrebbero essere domande obbligatorie.

E POI C’È CEUTA

Il quadro diventa ancora più delicato quando si considera l’importanza che il Marocco riveste per la Spagna nella gestione dei flussi migratori e dei confini di Ceuta e Melilla.

La crisi di Ceuta del 2021 aveva già mostrato quanto il dossier migratorio potesse trasformarsi in uno strumento di pressione nei rapporti bilaterali.

La crisi diplomatica era esplosa dopo che la Spagna aveva accolto per cure mediche Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario.

Poco dopo migliaia di persone attraversarono il confine verso Ceuta mentre i controlli marocchini venivano drasticamente allentati.

Poi arriva il riavvicinamento.

Poi arriva la svolta sul Sahara.

Poi torna la cooperazione con Rabat.

È legittimo sostenere che la normalizzazione dei rapporti con il Marocco fosse necessaria.

Ma è altrettanto legittimo chiedere:

fino a dove è disposta ad arrivare Madrid per assicurarsi la collaborazione marocchina?

Perché questa è una questione di interesse nazionale spagnolo.

IL PARADOSSO DI UNA SINISTRA CHE PARLA DI “COLONIALISMO”

Ed ecco la parte politicamente più imbarazzante.

Per anni una certa sinistra europea ha trasformato parole come colonialismo, autodeterminazione e diritto dei popoli in categorie morali assolute.

Poi arriva il Sahara Occidentale.

Un’ex colonia spagnola.

Un territorio ancora classificato dall’ONU come non autonomo.

Un popolo il cui diritto all’autodeterminazione continua ad avere riconoscimento internazionale.

E improvvisamente una parte importante del socialismo spagnolo scopre il fascino del pragmatismo geopolitico.

Quando conviene, autodeterminazione.

Quando conviene, realpolitik.

Quando conviene, diritto internazionale.

Quando conviene, piano di autonomia marocchino.

Questa non è coerenza istituzionale.

È precisamente la contraddizione che dovrebbe essere discussa.

ATTENZIONE: IL CONSIGLIO DI SICUREZZA HA RAFFORZATO IL PESO DEL PIANO MAROCCHINO

C’è però un fatto recente che un’analisi seria non può nascondere.

Nel 2025 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha dato un peso politico molto maggiore alla proposta autonomista marocchina nel processo negoziale.

Questo rafforza certamente la posizione diplomatica di Rabat e rende scorretto raccontare la situazione come se nulla fosse cambiato negli ultimi anni.

Ma non equivale automaticamente a cancellare il diritto all’autodeterminazione del popolo saharaui né trasforma retroattivamente l’intero Sahara Occidentale in territorio marocchino universalmente riconosciuto.

La disputa internazionale continua.

Ed è precisamente questa distinzione che deve essere mantenuta.

NON SERVONO COMPLOTTI. BASTA LEGGERE LE DICHIARAZIONI

Il punto più interessante dell’intera vicenda è proprio questo.

Non servono documenti misteriosi.

Non servono indiscrezioni anonime.

Non servono ricostruzioni fantasiose.

Zapatero ha dichiarato pubblicamente di sostenere da anni la strada dell’autonomia.

Sánchez ha ufficialmente elevato il piano marocchino a base privilegiata per una soluzione.

Mohammed VI ha pubblicamente apprezzato la posizione spagnola.

La cooperazione Madrid-Rabat è diventata nuovamente centrale.

I fatti sono davanti agli occhi di tutti.

E allora possiamo concludere con una formula semplicissima:

NON CI SONO ALTRE DOMANDE, VOSTRO ONORE.

O, meglio:

ce ne sarebbero moltissime.

Ma sono domande che una parte della politica e dell’informazione spagnola dovrebbe finalmente avere il coraggio di porre.


FONTI E DOCUMENTI

Europa Press – Zapatero ricorda di avere sostenuto la via dell’autonomia del Sahara e la definisce politicamente “intelligente”
https://www.europapress.es/nacional/noticia-zapatero-recuerda-apoyo-via-autonomia-sahara-dice-politicamente-postura-inteligente-20220318233450.html

RTVE – La Spagna appoggia il piano marocchino di autonomia del Sahara Occidentale
https://www.youtube.com/watch?v=ktvrc3ZbqbA

Corte di giustizia dell’Unione europea – Sentenze del 4 ottobre 2024 sugli accordi UE-Marocco e Sahara Occidentale
https://curia.europa.eu/jcms/upload/docs/application/pdf/2024-10/cp240170en.pdf

El País – Mohammed VI elogia la nuova posizione spagnola sul Sahara Occidentale
https://elpais.com/espana/2022-08-20/mohamed-vi-califica-de-responsable-la-posicion-espanola-en-el-sahara.html

Financial Times – Rapporti tra Mohammed VI, Sánchez, Sahara Occidentale e pressione migratoria
https://www.ft.com/content/b2440aa5-be3e-40ae-ad2d-ad5893de79d3

I SOLITI “CANI DA RIPORTO” DELLA CONTROINFORMAZIONE ITALIANA: VOLEVANO FAR CREDERE CHE DIETRO L’ATTACCO A CEUTA CI FOSSERO AMERICA E ISRAELE, AGGRAPPANDOSI A NOTE PARLAMENTARI E IGNORANDO I DOCUMENTI UFFICIALI

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Per giorni una parte della cosiddetta controinformazione italiana ha cercato di costruire una storia già scritta: dietro la crisi di Ceuta ci sarebbero stati gli Stati Uniti e, naturalmente, Israele.

Il metodo?

Prendere una formulazione contenuta in un rapporto parlamentare americano, attribuirle un significato enormemente superiore al suo valore giuridico e politico, collegarla temporalmente alla crisi di Ceuta e presentare il tutto come se fosse la prova di una regia geopolitica.

Il problema è che un indizio non è una prova, una correlazione temporale non dimostra una regia e un rapporto parlamentare non equivale alla politica ufficiale degli Stati Uniti.

Ed è proprio qui che la narrazione comincia a crollare.

IL DOCUMENTO AMERICANO ESISTE. MA NON DICE QUELLO CHE QUALCUNO HA VOLUTO FARGLI DIRE

Partiamo dai fatti, perché negare l’esistenza del documento sarebbe altrettanto scorretto.

Un rapporto collegato al National Security, Department of State and Related Programs Appropriations Act per l’anno fiscale 2027 contiene effettivamente una formulazione politicamente rilevante su Ceuta e Melilla.

Nel testo le due città vengono descritte come amministrate dalla Spagna ma situate in territorio marocchino, facendo inoltre riferimento alla storica rivendicazione di Rabat.

È una formulazione importante?

Certamente.

Merita attenzione?

Assolutamente sì.

Dimostra che l’amministrazione Trump aveva deciso di consegnare Ceuta e Melilla al Marocco?

No.

E soprattutto non dimostra minimamente che Washington abbia organizzato o favorito l’assalto migratorio a Ceuta.

Lo stesso Brussels Signal, che ha dato ampio risalto alla controversa formulazione del Congresso, precisa un particolare fondamentale: i rapporti delle commissioni non hanno forza di legge e non modificano automaticamente la politica ufficiale americana, che continuava a trattare entrambe le città come spagnole.

È esattamente la distinzione che troppe ricostruzioni hanno convenientemente dimenticato.

DA UNA NOTA PARLAMENTARE A UNA REGIA AMERICANA: IL SALTO LOGICO

Ed eccoci al trucco.

Si prende questo:

un rapporto parlamentare contiene una formulazione favorevole alla posizione marocchina.

E lo si trasforma in questo:

gli Stati Uniti hanno autorizzato il Marocco a prendersi Ceuta.

Poi basta aggiungere qualche altro ingrediente.

Trump.

Rubio.

I rapporti USA-Marocco.

Gli Accordi di Abramo.

Israele.

Ed ecco confezionata la grande trama.

Ma manca un particolare non proprio insignificante:

la prova.

Dov’è il documento nel quale l’amministrazione americana ordina, autorizza o incoraggia Rabat a utilizzare decine di migliaia di migranti contro Ceuta?

Dov’è la prova del coinvolgimento israeliano nell’operazione?

Dov’è una direttiva?

Dov’è una comunicazione diplomatica?

Dov’è un documento dell’intelligence?

Dov’è una dichiarazione ufficiale?

Dov’è la catena decisionale?

Se si vuole sostenere una tesi così grave, non basta mettere una serie di avvenimenti uno accanto all’altro.

Bisogna dimostrare il collegamento causale.

E POI ARRIVANO I DOCUMENTI UFFICIALI

Qui la questione diventa ancora più interessante.

Secondo quanto riportato il 7 agosto da The Objective, gli Stati Uniti hanno ribadito in maniera «inequivocabile» il riconoscimento della sovranità spagnola su Ceuta e Melilla.

Ma c’è qualcosa di ancora più importante.

La documentazione ufficiale del Dipartimento di Stato americano colloca Ceuta e Melilla sotto la Spagna.

Quindi esiste una differenza fondamentale tra una formulazione contenuta in un rapporto del Congresso — politicamente significativa e certamente discutibile — e la posizione istituzionale americana.

Questa distinzione avrebbe dovuto essere il punto di partenza di qualsiasi analisi seria.

Per alcuni, invece, è diventata un dettaglio da non raccontare.

IL DOCUMENTO DEL CONGRESSO NON PROVAVA NEMMENO LA REGIA DELLA CRISI

C’è poi un secondo problema, ancora più evidente.

Ammettiamo per un momento che una parte del Congresso americano volesse davvero spingere Madrid verso una trattativa con Rabat sul futuro di Ceuta e Melilla.

Anche in quel caso, come si arriva alla conclusione che Washington abbia organizzato la crisi migratoria?

Sono due affermazioni completamente differenti.

Un parlamentare può sostenere le rivendicazioni territoriali marocchine senza avere alcun coinvolgimento nell’apertura di una frontiera.

Il Congresso può destinare finanziamenti militari al Marocco senza ordinargli di esercitare pressione sulla Spagna.

Washington può considerare Rabat un alleato strategico senza controllare ogni decisione del governo marocchino.

Sono concetti elementari nelle relazioni internazionali.

Eppure sono stati messi nello stesso frullatore narrativo fino a ottenere la storia desiderata.

E ISRAELE? DOVE SONO LE PROVE?

Poi naturalmente compare Israele.

Perché in una certa narrazione geopolitica contemporanea sembra impossibile che accada qualcosa nel Mediterraneo o in Medio Oriente senza trovare, prima o poi, una freccia che porta a Gerusalemme.

Marocco e Israele hanno rapporti diplomatici, economici e militari.

Vero.

Gli Stati Uniti hanno favorito la normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi.

Vero.

Da questo deriva automaticamente che Israele abbia organizzato la crisi di Ceuta?

Assolutamente no.

Per sostenere un’accusa del genere servono prove specifiche.

Non associazioni.

Non diagrammi.

Non coincidenze.

Non “questo conosce quello”.

Non “questo Paese è alleato di quell’altro”.

Altrimenti non siamo più davanti a un’indagine geopolitica.

Siamo davanti alla costruzione di una narrativa.

IL PARADOSSO DELLA “CONTROINFORMAZIONE”

La parte più ironica è che questo metodo assomiglia terribilmente a quello che la controinformazione denuncia da anni nei media tradizionali.

Prima viene stabilita la conclusione.

Poi vengono selezionate le informazioni compatibili.

Quelle che contraddicono la tesi vengono minimizzate.

Una nota diventa una prova.

Una coincidenza diventa una correlazione.

Una correlazione diventa causalità.

E infine una supposizione diventa una certezza.

Esattamente ciò che un’informazione alternativa dovrebbe evitare.

CRITICARE WASHINGTON È LEGITTIMO. INVENTARE LE PROVE NO.

Nessuno sostiene che Washington non persegua interessi strategici in Nord Africa.

Nessuno sostiene che il Marocco non sia un alleato importante degli Stati Uniti.

Nessuno nega che il documento del Congresso rappresenti un segnale politico interessante e persino preoccupante per Madrid.

E nessuno dovrebbe ignorare che all’interno dell’apparato politico americano possano esistere posizioni differenti sulla questione.

Ma proprio per questo bisogna distinguere.

Una posizione parlamentare non equivale automaticamente alla posizione dell’esecutivo.

Una frase in un rapporto non trasferisce la sovranità di due città.

E soprattutto non dimostra che gli Stati Uniti abbiano organizzato una crisi migratoria.

LA CRISI DI CEUTA È ABBASTANZA GRAVE SENZA INVENTARSI IL GRANDE BURATTINAIO

La vera domanda dovrebbe essere molto più semplice:

che cosa è successo al confine marocchino?

Perché una massa enorme di persone è riuscita a dirigersi verso Ceuta?

Quali informazioni possedevano preventivamente le autorità spagnole?

Quale responsabilità hanno avuto le autorità marocchine?

Quanto era preparato il governo Sánchez?

Quali reti sociali hanno contribuito alla mobilitazione?

Quali organizzazioni o trafficanti hanno favorito gli spostamenti?

Sono domande concrete.

Sono verificabili.

E soprattutto riguardano direttamente ciò che è accaduto.

Trasformare invece ogni crisi internazionale nella solita storia dove dietro il sipario compaiono inevitabilmente Washington e Israele rischia soltanto di impedire di individuare le responsabilità realmente documentabili.

LA DIFFERENZA TRA UN’INCHIESTA E UNA NARRATIVA È TUTTA QUI

Un’inchiesta parte dalle prove e arriva alla conclusione.

La propaganda parte dalla conclusione e cerca le prove che le servono.

Nel caso di Ceuta è stata utilizzata una formulazione realmente esistente in un documento del Congresso.

Ma invece di spiegare al pubblico che tipo di documento fosse, quale valore avesse e come si rapportasse alla posizione ufficiale americana, qualcuno ha preferito utilizzarlo come tassello di una storia molto più grande.

Poi sono arrivati altri documenti.

Ed è emerso che Washington continuava ufficialmente a considerare Ceuta e Melilla territorio spagnolo.

A quel punto sarebbe stato necessario aggiornare la ricostruzione.

Perché questa dovrebbe essere la differenza fondamentale tra informazione e propaganda:

quando emergono nuovi fatti, l’informazione corregge la propria tesi. La propaganda cerca il modo di salvare comunque la narrativa.

Ed è proprio qui che si misura la credibilità di chi pretende ogni giorno di spiegare agli altri come funziona il mondo.


FONTI E LINK

The Objective – 7 agosto 2026
“Estados Unidos defiende «inequívocamente» la españolidad de Ceuta y Melilla”
https://theobjective.com/internacional/2026-08-07/estados-unidos-inequivocamente-espanolidad-ceuta-melilla/

Brussels Signal – rapporto del Congresso su Ceuta e Melilla
https://brusselssignal.eu/2026/08/us-house-report-describes-ceuta-and-melilla-as-moroccan-territory/

U.S. Department of State – Foreign Affairs Manual
https://fam.state.gov/

U.S. Department of State – Spain
https://www.state.gov/countries-areas/spain/

U.S. Department of State – informazioni di viaggio sulla Spagna
https://travel.state.gov/en/international-travel/travel-advisories/spain.html

IRAN, LA CRISI È MOLTO PIÙ PROFONDA: ORA UN AYATOLLAH ULTRARADICALE VUOLE SUPERARE LA REPUBBLICA ISLAMICA E ATTACCA PEZESHKIAN

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Dopo lo scontro tra governo e IRGC su Hormuz emerge un’altra frattura nel cuore del regime. Mohammad Baqer Kharrazi propone di superare l’attuale struttura della Repubblica Islamica per arrivare a un sistema ancora più teocratico. E sostiene di avere un rapporto privilegiato con Mojtaba Khamenei. Ma l’ufficio della Guida ha già contestato pubblicamente le sue affermazioni.

Quello che sta accadendo in Iran non assomiglia più a una normale disputa tra “moderati” e “conservatori”.

E non riguarda soltanto lo Stretto di Hormuz.

La crisi sembra essersi spostata direttamente sulla domanda più pericolosa che possa esistere all’interno di qualsiasi regime:

chi deve governare?

Nel precedente approfondimento abbiamo documentato la crescente tensione tra il governo di Masoud Pezeshkian, la diplomazia guidata da Abbas Araghchi e le componenti più dure dell’apparato militare iraniano.

Abbiamo visto un Araghchi impegnato nei negoziati e contemporaneamente minacciato politicamente in patria.

Abbiamo visto lo Stretto di Hormuz trasformarsi nel terreno sul quale interessi economici, necessità diplomatiche e strategia militare dell’IRGC entrano in collisione.

Adesso arriva un altro segnale.

Ed è forse ancora più inquietante.

Perché questa volta l’attacco al governo non arriva dagli Stati Uniti.

Non arriva da Israele.

Non arriva dagli oppositori iraniani in esilio.

Arriva da un ayatollah iraniano ultraconservatore appartenente a una delle famiglie più integrate nell’establishment della Repubblica Islamica.

Il suo nome è Mohammad Baqer Kharrazi.

E il progetto politico che sta descrivendo non punta a rendere l’Iran più democratico.

Punta esattamente nella direzione opposta.


CHI È MOHAMMAD BAQER KHARRAZI

Prima di analizzare le sue dichiarazioni bisogna chiarire chi sia.

Mohammad Baqer Kharrazi non è la Guida Suprema dell’Iran e sarebbe scorretto presentarlo come tale.

Ma non è nemmeno uno sconosciuto predicatore ai margini del sistema.

È un religioso sciita ultraconservatore, conosciuto come segretario generale di Hezbollah of Iran, una formazione politico-religiosa iraniana da non confondere con l’Hezbollah libanese.

La sua storia politica è documentata da molto tempo.

Nel 2013 annunciò persino la propria candidatura alla presidenza iraniana.

E già allora le sue dichiarazioni provocarono una controversia internazionale.

Kharrazi parlò della possibilità di riportare sotto l’Iran territori oggi appartenenti a Tagikistan, Armenia e Azerbaigian.

Le dichiarazioni furono sufficientemente serie da provocare una reazione ufficiale del ministero degli Esteri tagiko.

Questo particolare è importante perché dimostra che il radicalismo attribuito oggi a Kharrazi non nasce nell’estate del 2026.

Ha radici molto più profonde.


UNA FAMIGLIA DENTRO IL SISTEMA

Ancora più importante è la famiglia alla quale appartiene.

Il padre, l’ayatollah Mohsen Kharrazi, ha fatto parte dell’Assemblea degli Esperti, l’organo costituzionalmente incaricato della scelta della Guida Suprema.

La famiglia Kharrazi possiede inoltre legami matrimoniali con quella Khamenei.

Sadegh Kharrazi è stato diplomatico di alto livello e ambasciatore iraniano in Francia.

Kamal Kharrazi è stato ministro degli Esteri e successivamente presidente dello Strategic Council on Foreign Relations.

E Mohammad Baqer appartiene proprio a questa rete familiare, politica e religiosa.

Non stiamo quindi parlando di un oppositore che osserva il regime dall’esterno.

Stiamo parlando di qualcuno proveniente dall’universo ideologico che ha contribuito a sostenere la Repubblica Islamica.

Ed è proprio questo a rendere le sue parole politicamente esplosive.


NON VUOLE ABBATTERE LA TEOCRAZIA. VUOLE RENDERLA ANCORA PIÙ PURA

Qui bisogna comprendere una distinzione fondamentale.

Quando Kharrazi sostiene che l’attuale Repubblica Islamica avrebbe esaurito la propria funzione, non sta proponendo una democrazia liberale.

Non vuole separare religione e Stato.

Non vuole ridurre il potere del clero.

La sua critica va nella direzione opposta.

L’attuale sistema sarebbe, dal suo punto di vista, ancora troppo compromesso con strutture politiche di natura repubblicana.

Presidenza.

Ministeri.

Parlamento.

Procedure costituzionali.

Elezioni.

Mediazioni istituzionali.

Per Kharrazi la rivoluzione del 1979 non sarebbe quindi il punto finale.

Sarebbe soltanto una fase.

L’obiettivo successivo sarebbe il passaggio dalla “Repubblica Islamica” al “Governo Islamico”.

La differenza terminologica sembra piccola.

Politicamente è enorme.


DALLA “REPUBBLICA ISLAMICA” AL “GOVERNO ISLAMICO”

La Repubblica Islamica iraniana contiene fin dalla nascita una contraddizione.

Da una parte esiste la sovranità popolare, seppure fortemente limitata.

Gli iraniani eleggono un presidente.

Eleggeono il Parlamento.

Esistono istituzioni formalmente repubblicane.

Dall’altra esiste la sovranità religiosa.

La Guida Suprema.

Il Consiglio dei Guardiani.

Gli apparati religiosi.

L’IRGC.

Le strutture poste a protezione della rivoluzione.

L’intero sistema iraniano nasce dall’equilibrio instabile tra queste due dimensioni.

Ed è proprio questo equilibrio che Kharrazi sembra voler spezzare.

La componente “repubblicana” dovrebbe essere progressivamente eliminata.

La componente “islamica” dovrebbe diventare dominante.

Non più una repubblica controllata dal clero.

Ma uno Stato governato direttamente secondo una determinata interpretazione religiosa della legge islamica.


PEZESHKIAN DIVENTA IL BERSAGLIO

È qui che il presidente Masoud Pezeshkian assume un significato simbolico enorme.

Kharrazi lo avrebbe definito sprezzantemente un “buffone”.

Non è soltanto un insulto.

È una dichiarazione politica.

Pezeshkian rappresenta esattamente quella componente istituzionale che il progetto ultrateocratico considera superflua.

Il presidente negozia.

Il presidente amministra.

Il presidente deve rispondere alle necessità economiche della popolazione.

Il presidente deve confrontarsi con il Parlamento.

Il presidente rappresenta, almeno formalmente, il voto popolare.

Tutto questo introduce compromesso.

Per un progetto rivoluzionario integralista, invece, il compromesso può diventare un problema.

Ed ecco perché la battaglia contro Pezeshkian è molto più importante della sorte personale dell’attuale presidente.

La vera domanda è:

serve ancora un presidente?

Kharrazi sembra rispondere di no.


UN “GOVERNO OMBRA” GIÀ PRONTO?

Le dichiarazioni più sorprendenti attribuite a Kharrazi riguardano l’esistenza di un progetto politico già elaborato.

Durante un incontro religioso avrebbe sostenuto che esisterebbe già una sorta di governo ombra, dotato di un programma estremamente dettagliato.

Ha parlato addirittura di decine di volumi contenenti il progetto per trasformare l’attuale Repubblica Islamica in un autentico “Governo Islamico”.

Se questa descrizione corrisponde realmente al progetto della sua organizzazione, siamo davanti a qualcosa di più di uno sfogo religioso.

Siamo davanti alla rivendicazione dell’esistenza di una struttura ideologica alternativa allo Stato attuale.

Un’organizzazione che non dice semplicemente:

“il governo sta sbagliando”.

Dice:

“questo modello di governo deve essere superato”.

Ed è una differenza gigantesca.


LA STRATEGIA DEI 250.000

Ancora più inquietante è il modello organizzativo descritto.

Secondo quanto riportato, Kharrazi avrebbe indicato una struttura di reclutamento progressivo.

Ogni aderente dovrebbe reclutare altri sostenitori.

Il meccanismo dovrebbe moltiplicarsi fino a costruire una massa organizzata nell’ordine delle centinaia di migliaia di persone.

L’obiettivo dichiarato sarebbe arrivare a circa 250.000 mobilitati.

E cosa dovrebbero fare?

Concentrarsi attorno ai ministeri e ai centri del potere.

A quel punto il discorso non riguarda più soltanto teologia.

Riguarda il controllo fisico delle istituzioni.


IRGC E BASIJ: IL PUNTO PIÙ DELICATO

Le ricostruzioni circolate sulle dichiarazioni di Kharrazi attribuiscono al religioso anche appelli rivolti a componenti dell’IRGC e del Basij.

Ed è questo il punto che richiede maggiore cautela ma anche maggiore attenzione.

Perché il Basij non è un movimento politico qualunque.

È una struttura paramilitare integrata nel sistema dell’IRGC.

L’IRGC possiede inoltre una presenza territoriale capillare attraverso i propri comandi provinciali.

Se una battaglia politica interna riuscisse realmente a conquistare una parte significativa di queste strutture, il conflitto cesserebbe immediatamente di essere soltanto istituzionale.

Diventerebbe una lotta per il controllo materiale dello Stato.

Non esistono, allo stato delle informazioni pubblicamente verificabili, elementi sufficienti per sostenere che l’IRGC nel suo complesso abbia aderito al progetto di Kharrazi.

Sarebbe scorretto affermarlo.

Ma il fatto stesso che un religioso ultraradicale cerchi di parlare a quella base è politicamente significativo.


IL PUNTO PIÙ GRAVE: LA LEGITTIMAZIONE DELLA VIOLENZA

Ancora più grave sarebbe l’invito, attribuito a Kharrazi, a confrontarsi con gli apparati dello Stato qualora tentassero di impedire la mobilitazione.

Le versioni più estreme circolate in queste ore gli attribuiscono persino la legittimazione dell’uccisione di chi cercasse di bloccare la presa dei centri istituzionali.

Un’affermazione di questa gravità necessita della verifica sul materiale originale in lingua persiana e non dovrebbe essere trasformata in una citazione letterale senza il filmato integrale.

Ma esiste un elemento storico che rende la questione particolarmente interessante.

Kharrazi è stato associato da anni a una concezione estremamente radicale del rapporto tra autorità religiosa, potere politico e uso della forza.

Analisi pubblicate già molti anni fa collegavano il suo ambiente ideologico alla convinzione che il mantenimento del potere religioso richiedesse nuclei paramilitari capaci di agire in sua difesa.

Quindi il problema non nasce oggi.


E POI C’È MOJTABA KHAMENEI

È qui che la storia diventa ancora più delicata.

Kharrazi sostiene di conoscere Mojtaba Khamenei da circa quarant’anni.

E avrebbe affermato che il pensiero dell’attuale Guida sarebbe addirittura più radicale di quello del padre.

Questa affermazione, se vera, avrebbe conseguenze enormi.

Ma attenzione:

Kharrazi sostiene di parlare conoscendo Mojtaba. Questo non significa automaticamente che Mojtaba approvi Kharrazi.

La distinzione è fondamentale.

Anzi, secondo quanto riportato, l’ufficio della Guida avrebbe già respinto precedenti affermazioni di Kharrazi definendole prive di fondamento.

Questo crea una situazione ancora più interessante.

Un religioso collegato per famiglia all’establishment rivendica una particolare vicinanza alla Guida.

L’ufficio della Guida prende le distanze.

Kharrazi continua a rilanciare il proprio progetto.

È il segnale di un sistema perfettamente compatto?

Evidentemente no.


LA GUIDA SUPREMA È COSTRETTA A PRENDERE LE DISTANZE

Questo elemento merita di essere sottolineato.

Quando l’ufficio della massima autorità iraniana deve intervenire per smentire pubblicamente le affermazioni provenienti da una figura appartenente alla stessa galassia ideologica e familiare, significa che esiste almeno un problema di controllo della narrativa interna.

Kharrazi cerca di utilizzare il nome di Mojtaba per rafforzare la propria legittimità.

La Guida deve impedirgli di farlo.

Questa non è necessariamente la prova di una guerra aperta.

Ma è certamente la prova di una tensione.


MOJTABA E IL PROBLEMA DELLA LEGITTIMITÀ

La successione alla guida della Repubblica Islamica ha inoltre prodotto un problema strutturale.

Mojtaba Khamenei non dispone della stessa storia rivoluzionaria della generazione che costruì la Repubblica Islamica.

Non ha guidato la rivoluzione del 1979.

Non possiede l’aura fondativa di Ruhollah Khomeini.

E non possiede nemmeno i decenni di consolidamento del potere del padre.

Deve quindi costruire la propria autorità in un momento eccezionalmente difficile.

Guerra.

Sanzioni.

Crisi economica.

Hormuz.

Scontro con gli Stati Uniti.

Conflitti interni all’establishment.

Pressione dell’IRGC.

E adesso persino un religioso ultraconservatore che pretende di sapere quale sia il suo vero progetto politico.


KHARRAZI POTREBBE ESSERE IL SINTOMO, NON LA CAUSA

Questo è probabilmente il modo più corretto di interpretare la vicenda.

Kharrazi potrebbe non possedere la forza necessaria per realizzare nulla di ciò che propone.

Il suo movimento potrebbe rimanere marginale.

L’IRGC potrebbe ignorarlo.

Mojtaba potrebbe continuare a prenderne pubblicamente le distanze.

Ma sarebbe un errore concludere che, quindi, le sue dichiarazioni non contano.

Kharrazi è importante soprattutto come sintomo.

Dimostra che dentro l’area più radicale del sistema esiste chi ritiene insufficiente persino l’attuale Repubblica Islamica.

Per costoro il problema non è che l’Iran sia troppo teocratico.

È che non lo sarebbe abbastanza.


LA CRISI DI HORMUZ E LA CRISI ISTITUZIONALE SONO DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

A questo punto possiamo collegare questa vicenda a quanto documentato nella nostra precedente analisi.

Da una parte abbiamo Araghchi.

Il ministro cerca di negoziare.

Una componente parlamentare minaccia di metterlo sotto accusa.

Dall’altra abbiamo Pezeshkian.

Il presidente cerca di mantenere in piedi il governo e affrontare la pressione economica.

L’IRGC difende le proprie prerogative strategiche.

E adesso compare un ayatollah ultraradicale che mette in discussione addirittura l’utilità della presidenza.

Non sono necessariamente parti di un unico complotto.

Ma sono manifestazioni dello stesso problema:

la distribuzione del potere nella Repubblica Islamica è diventata instabile.


TRE IRAN STANNO EMERGENDO

Possiamo semplificare la situazione individuando almeno tre grandi orientamenti.

1. L’IRAN ISTITUZIONALE

È quello del governo, della presidenza, della diplomazia e di una parte del Parlamento.

Non è democratico secondo i parametri occidentali e rimane completamente inserito nella Repubblica Islamica.

Ma vuole utilizzare le istituzioni esistenti.

Vuole negoziare.

Vuole ottenere la riduzione delle sanzioni.

Vuole far ripartire l’economia.

2. L’IRAN MILITARE

È quello dell’IRGC e delle strutture della sicurezza.

Considera la sopravvivenza del sistema e la deterrenza priorità assolute.

Hormuz non è semplicemente un problema commerciale.

È un’arma.

Le reti regionali non sono semplicemente alleanze.

Sono profondità strategica.

Il controllo militare non è un ostacolo alla politica.

È parte della politica.

3. L’IRAN TEOCRATICO-RIVOLUZIONARIO

È l’ambiente del quale Kharrazi rappresenta oggi una delle manifestazioni più rumorose.

Per questa componente persino la Repubblica Islamica sarebbe un compromesso.

La rivoluzione dovrebbe proseguire.

La struttura repubblicana dovrebbe lasciare spazio a un governo islamico più puro.

La legittimità religiosa dovrebbe prevalere definitivamente sulla legittimità elettorale.


ED È QUI CHE CROLLA ANCORA UNA VOLTA LA NARRATIVA OCCIDENTALE

Per mesi ci è stato raccontato:

Iran contro Stati Uniti.

Come se “Iran” fosse una persona.

Come se possedesse una sola volontà.

Come se ogni decisione fosse automaticamente condivisa da Pezeshkian, Araghchi, Parlamento, IRGC, Basij, clero radicale e Guida Suprema.

La realtà è enormemente più complessa.

Quando Araghchi negozia, deve guardarsi alle spalle.

Quando Pezeshkian governa, deve confrontarsi con apparati che possiedono strumenti di potere autonomi.

Quando l’IRGC stabilisce una linea strategica, non è detto che coincida con le necessità economiche del governo.

E quando un religioso come Kharrazi parla di una nuova rivoluzione islamica, persino l’ufficio della Guida deve intervenire per stabilire chi possa parlare in nome del vertice.


ALTRO CHE “ERA TUTTA COLPA DI TRUMP”

Ed eccoci nuovamente alla grande mistificazione di una parte della controinformazione italiana.

Ogni difficoltà nei negoziati veniva attribuita a Washington.

Ogni irrigidimento iraniano era spiegato come risposta.

Ogni fallimento diventava automaticamente responsabilità di Trump.

Ma come si può analizzare seriamente un negoziato ignorando la struttura interna di una delle due parti?

Se un ministro degli Esteri rischia politicamente per ciò che negozia;

se l’IRGC possiede interessi propri su Hormuz;

se il presidente viene attaccato dagli ultraradicali;

se una componente teocratica arriva a proporre il superamento della presidenza;

se persino il nome della Guida Suprema diventa oggetto di una battaglia sulla legittimità;

allora il problema non può essere ridotto a:

“Trump non vuole l’accordo”.


IL VERO PERICOLO PER PEZESHKIAN NON È WASHINGTON

Il paradosso è proprio questo.

Pezeshkian potrebbe trovarsi davanti a una minaccia politica interna più pericolosa di quella americana.

Washington può imporre sanzioni.

Può esercitare pressione militare.

Può chiedere concessioni.

Ma la sopravvivenza politica del presidente dipende dal sistema iraniano.

Se una parte sufficientemente potente dell’establishment decidesse che la presidenza rappresenta ormai un ostacolo alla rivoluzione, la crisi cambierebbe completamente natura.

Non sarebbe più soltanto geopolitica.

Diventerebbe costituzionale.


LA REPUBBLICA ISLAMICA CONTRO IL “GOVERNO ISLAMICO”

Ed è probabilmente questo il punto più importante di tutta la vicenda.

La grande battaglia iraniana potrebbe non essere semplicemente tra riformisti e conservatori.

Potrebbe diventare una battaglia tra due interpretazioni della rivoluzione.

La prima sostiene:

la Repubblica Islamica deve sopravvivere attraverso le proprie istituzioni.

La seconda risponde:

la Repubblica Islamica è stata soltanto una fase e deve essere superata da un autentico Governo Islamico.

Se questa seconda idea guadagnasse realmente terreno nell’IRGC, nel Basij o negli apparati religiosi, le conseguenze sarebbero enormi.


KHARRAZI NON È ANCORA IL NUOVO PADRONE DELL’IRAN

È altrettanto importante non cadere nell’errore opposto.

Non esistono elementi sufficienti per sostenere che Mohammad Baqer Kharrazi stia per prendere il potere.

Non esistono prove che l’intero IRGC sostenga il suo progetto.

Non esistono prove pubbliche che Mojtaba Khamenei abbia approvato la sua agenda.

Anzi, l’ufficio della Guida ha contestato le sue rivendicazioni.

Ma proprio questa precisazione rende l’analisi più forte.

Non serve inventare un colpo di Stato imminente.

La realtà è già abbastanza grave.

Un esponente ultraradicale proveniente dal cuore dell’establishment sta apertamente mettendo in discussione l’architettura politica della Repubblica Islamica.

Ed è questo il fatto politicamente rilevante.


CONCLUSIONE: LA BATTAGLIA NON È PIÙ SOLTANTO PER HORMUZ. È PER LA NATURA STESSA DELL’IRAN

Nel precedente articolo avevamo scritto che la battaglia per Hormuz stava diventando una battaglia per il futuro dell’Iran.

Le dichiarazioni di Mohammad Baqer Kharrazi rendono quella frase ancora più attuale.

Perché ormai la domanda non riguarda soltanto chi controllerà lo Stretto.

Riguarda chi controllerà Teheran.

Il governo?

La Guida Suprema?

L’IRGC?

Il Parlamento?

Oppure una nuova corrente rivoluzionaria convinta che quarantasette anni di Repubblica Islamica siano soltanto il preludio a una teocrazia ancora più radicale?

La risposta non è ancora arrivata.

Ma una cosa dovrebbe ormai essere evidente.

L’Iran non è un monolite.

Dietro la facciata della Repubblica Islamica si muovono interessi, apparati, famiglie, militari, religiosi e istituzioni che non sempre vogliono la stessa cosa.

Pezeshkian cerca di governare.

Araghchi cerca di negoziare.

L’IRGC cerca di preservare la propria capacità di deterrenza.

Kharrazi vuole andare oltre la Repubblica.

E Mojtaba Khamenei deve dimostrare di essere realmente in grado di controllare tutti questi centri di potere.

Questa è la crisi iraniana che merita di essere osservata.

Non la favola raccontata per mesi dai cani da riporto della controinformazione italiana secondo cui esisteva un Iran compatto e pacifico al quale Donald Trump impediva semplicemente di firmare un accordo.

La partita vera si sta giocando anche — e forse soprattutto — dentro Teheran.


DOCUMENTI E FONTI

Radio Farda – Mohammad Baqer Kharrazi e le sue posizioni radicali
Archivio sulla candidatura presidenziale di Kharrazi e sulle sue dichiarazioni territoriali del 2013, che provocarono reazioni diplomatiche internazionali.

Radio Farda – Mojtaba Khamenei e l’ambiente ideologico ultraconservatore
Analisi storica dei rapporti ideologici di Mojtaba Khamenei, che identifica Mohammad Baqer Kharrazi tra le figure religiose che hanno avuto influenza sul suo ambiente formativo.

Reuters / Iran International – La famiglia Kharrazi e Nobitex, 1 maggio 2026
Inchiesta sui legami della famiglia Kharrazi con l’establishment politico-religioso iraniano e sulle transazioni attribuite a entità sanzionate, comprese strutture collegate all’IRGC.

Iran International – agosto 2026
Reporting sulle recenti dichiarazioni di Mohammad Baqer Kharrazi, sul progetto di trasformazione della Repubblica Islamica in “Governo Islamico”, sul piano di mobilitazione dei sostenitori, sugli attacchi a Pezeshkian e sulle rivendicazioni relative al rapporto con Mojtaba Khamenei.

U.S. Marine Corps University – Iran’s Islamic Revolutionary Guard Corps
Studio di background sulla struttura dell’IRGC, sulle sue funzioni interne ed esterne e sul rapporto con il Basij.

IranWire – struttura territoriale delle forze terrestri dell’IRGC
Approfondimento sulla presenza provinciale delle Guardie Rivoluzionarie e sull’integrazione delle strutture del Basij.

Tasnim News Agency – messaggi ufficiali della Guida Suprema
Fonte iraniana utile per distinguere le dichiarazioni ufficialmente attribuite a Mojtaba Khamenei dalle rivendicazioni formulate da altri esponenti dell’establishment.

La vicenda Kharrazi è particolarmente attuale: fonti pubblicate nelle ultime ore lo identificano come segretario generale di “Hezbollah of Iran” e riportano la sua offensiva contro l’attuale assetto istituzionale.

IRAN, LA VERITÀ CHE LA CONTROINFORMAZIONE NON RACCONTA: IL POTERE POLITICO TRATTA, L’IRGC ALZA IL PREZZO E TEHERAN SI SPACCA

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Per mesi ogni fallimento diplomatico è stato attribuito a Trump. Ma dietro Hormuz emerge una realtà molto diversa: il governo iraniano non dispone di un potere assoluto e una parte dell’apparato militare e ideologico considera lo Stretto non semplicemente materia di negoziato, ma uno strumento strategico da preservare

Per mesi una parte della cosiddetta controinformazione italiana ha raccontato il confronto tra Stati Uniti e Iran attraverso uno schema elementare.

Da una parte Donald Trump, dipinto come l’uomo intenzionato a sabotare qualsiasi accordo; dall’altra un Iran sostanzialmente compatto, razionale, disponibile alla diplomazia e costretto continuamente a reagire alle provocazioni americane.

Una rappresentazione comoda.

E soprattutto incompleta.

Gli sviluppi dell’estate 2026 stanno infatti portando in superficie un problema che avrebbe dovuto accompagnare qualsiasi analisi seria fin dall’inizio:

quando Washington tratta con Teheran, con chi sta realmente trattando?

Con il presidente Masoud Pezeshkian?

Con il ministro degli Esteri Abbas Araghchi?

Con il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf?

Con il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale?

Con il Leader Supremo e il suo entourage?

Oppure, sulle questioni militari e strategiche, con una struttura di potere nella quale il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica — l’IRGC — dispone di un peso tale da poter condizionare profondamente ciò che il governo civile può concedere?

È questa la domanda che la narrazione binaria “Trump cattivo, Iran disponibile all’accordo” ha sistematicamente evitato.

E la crisi dello Stretto di Hormuz la rende ormai impossibile da ignorare.


NON ESISTE UN SOLO IRAN

Il primo errore consiste nel parlare dell’Iran come se fosse una normale democrazia presidenziale nella quale il presidente eletto stabilisce la politica estera e le forze armate eseguono.

La Repubblica Islamica è costruita diversamente.

Il presidente possiede poteri reali, il governo gestisce una parte importante dell’amministrazione e il ministero degli Esteri conduce formalmente la diplomazia.

Ma sopra questo livello esiste l’architettura della Repubblica Islamica: Leader Supremo, Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, apparati religiosi, strutture militari e soprattutto IRGC.

E quando si entra nei dossier della sicurezza nazionale, delle forze armate, della deterrenza regionale e dello Stretto di Hormuz, il peso dell’apparato militare diventa inevitabilmente enorme.

Per questo è fuorviante interpretare ogni dichiarazione di Araghchi come se rappresentasse automaticamente l’intera struttura del potere iraniano.

Il ministro può negoziare.

Il problema è capire entro quali limiti può negoziare.

Ed è esattamente questo che gli ultimi sviluppi stanno mettendo in evidenza.


HORMUZ: IL PUNTO NEL QUALE DIPLOMAZIA E POTERE MILITARE SI SCONTRANO

Il 4 agosto il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha confermato pubblicamente che Iran e Oman stavano lavorando alla definizione di rotte sicure per le navi in entrata e in uscita dallo Stretto.

Non si tratta quindi soltanto di indiscrezioni occidentali.

Teheran stessa ha riconosciuto l’esistenza del negoziato tecnico.

Baghaei ha spiegato che le discussioni riguardavano la creazione di percorsi di navigazione capaci di tutelare contemporaneamente i diritti sovrani e le esigenze di sicurezza nazionale di Iran e Oman.

Questo particolare è fondamentale.

Significa che l’idea delle corsie separate per il traffico marittimo è entrata realmente nella discussione diplomatica.

Ma è proprio qui che emerge il conflitto politico.

Per il governo e per la diplomazia, Hormuz può essere utilizzato per costruire un accordo capace di ridurre la pressione internazionale, riattivare il commercio e ottenere contropartite economiche.

Per le componenti più dure del sistema, invece, il controllo dello Stretto rappresenta qualcosa di molto più importante.

È uno strumento di deterrenza.

Un moltiplicatore della forza iraniana.

Un’arma geopolitica.

E un’arma, dal loro punto di vista, non viene consegnata gratuitamente.


L’IRGC NON VEDE HORMUZ COME UNA SEMPLICE PEDINA

Qui si trova probabilmente il cuore dell’intera vicenda.

Lo Stretto di Hormuz non è soltanto una questione commerciale.

Chi riesce a minacciare seriamente la navigazione attraverso quel passaggio possiede uno strumento capace di produrre conseguenze energetiche globali.

E gli eventi del 2026 hanno dimostrato quanto sia enorme questa leva.

Secondo le dichiarazioni riportate all’inizio di agosto dell’amministratore delegato di Saudi Aramco Amin Nasser, i flussi commerciali attraverso Hormuz erano precipitati a circa un decimo dei livelli precedenti alla crisi.

È difficile immaginare una dimostrazione più evidente del potere strategico dello Stretto.

Ed è quindi perfettamente comprensibile — dal punto di vista dell’apparato militare iraniano — perché rinunciare a questo vantaggio senza ottenere enormi contropartite possa essere considerato un errore.

Qui nasce lo scontro.

Il governo ha bisogno di ossigeno economico.

La diplomazia cerca una soluzione.

L’apparato militare vuole evitare che la soluzione diplomatica distrugga la leva strategica conquistata.

Non significa necessariamente che governo e IRGC abbiano obiettivi finali completamente opposti.

Significa però che possono divergere profondamente sui mezzi, sui tempi e sul prezzo dell’accordo.

Ed è una distinzione decisiva.


TRE CORRENTI DENTRO TEHERAN

Una delle analisi più interessanti pubblicate nelle ultime settimane arriva dal Critical Threats Project dell’American Enterprise Institute insieme all’Institute for the Study of War.

La loro ricostruzione individua almeno tre orientamenti nel sistema iraniano.

Il primo sarebbe quello favorevole al negoziato e a una forma di compromesso, associato a figure come:

Masoud Pezeshkian, Abbas Araghchi e Mohammad Bagher Ghalibaf.

Non si tratterebbe necessariamente di una corrente filo-occidentale. Sarebbe più corretto definirla una componente che considera la trattativa uno strumento necessario per salvaguardare gli interessi iraniani.

Il secondo polo sarebbe invece collegato maggiormente all’IRGC e alle figure della sicurezza nazionale.

Anche questa componente potrebbe accettare un negoziato, ma a condizioni molto più rigide e soprattutto senza rinunciare al controllo strategico acquisito su Hormuz.

Infine esisterebbe una terza componente ancora più radicale, contraria sostanzialmente alla trattativa con gli Stati Uniti.

Questa distinzione distrugge la caricatura secondo cui esisterebbero semplicemente “Iran” e “America”.

Dentro Teheran esiste una battaglia sulla strategia.


ARAGHCHI: IL MINISTRO CHE NEGOZIA E RISCHIA L’IMPEACHMENT

Ed eccoci al particolare probabilmente più importante.

Il 4 agosto il parlamentare iraniano Hosseinali Hajideligani, vicepresidente della Commissione parlamentare dell’Articolo 90, ha dichiarato pubblicamente che alcuni parlamentari stavano raccogliendo documentazione per procedere contro il ministro degli Esteri Abbas Araghchi.

Le sue parole sono inequivocabili:

“Stiamo compilando e raccogliendo la documentazione per l’impeachment di Abbas Araghchi, in modo da poterlo avviare al momento opportuno.”

Questa dichiarazione cambia radicalmente il significato politico della vicenda.

Non siamo più soltanto davanti alle supposizioni di qualche analista occidentale.

Esiste un parlamentare iraniano che annuncia pubblicamente la raccolta di materiale per mettere sotto accusa il proprio ministro degli Esteri.

Hajideligani ha inoltre attaccato direttamente il concetto stesso di negoziato durante il cessate il fuoco, sostenendo che parlare di “negoziazione” possa essere interpretato come un segnale capace di preparare una nuova guerra.

Ha poi posto una linea rossa ancora più significativa: qualsiasi accordo che compromettesse la sovranità iraniana o cedesse il controllo su parte delle acque territoriali sarebbe, secondo lui, contrario alla Costituzione.

Questa è la notizia sulla quale dovrebbe concentrarsi chi vuole capire veramente cosa sta succedendo.

Perché se Araghchi deve contemporaneamente trattare con l’esterno e difendersi da un attacco politico interno, la sua libertà negoziale è inevitabilmente limitata.


IL PARADOSSO: WASHINGTON PUÒ RICEVERE UN “SÌ” CHE TEHERAN NON È IN GRADO DI GARANTIRE

Questo introduce il problema centrale.

Un accordo internazionale vale quanto la capacità delle parti di applicarlo.

Supponiamo che Araghchi trovi una formula accettabile.

Supponiamo che Pezeshkian la approvi.

Supponiamo persino che Ghalibaf partecipi alla costruzione del compromesso.

La domanda rimane:

chi garantisce l’applicazione sul terreno?

Chi controlla le strutture militari che operano nello Stretto?

Chi garantisce che le navi possano transitare?

Chi decide le regole operative?

Chi impedisce una nuova escalation?

Ed è qui che il peso dell’IRGC diventa determinante.

La diplomazia può scrivere il testo.

Ma la sicurezza dello Stretto non dipende esclusivamente dal ministero degli Esteri.


L’IRGC E IL DENARO: HORMUZ È ANCHE UNA QUESTIONE ECONOMICA

C’è poi un secondo elemento che viene spesso dimenticato.

L’IRGC non è soltanto una forza militare.

Nel corso dei decenni è diventato un gigantesco sistema politico, economico, industriale e finanziario.

Il Dipartimento del Tesoro statunitense ha documentato ripetutamente reti commerciali, società di copertura, strutture finanziarie e operazioni petrolifere collegate alle Guardie Rivoluzionarie.

Nel maggio 2026 Washington ha addirittura sanzionato quella che definisce la “Persian Gulf Strait Authority”, sostenendo che si trattasse di un tentativo collegato all’IRGC di monetizzare il controllo del traffico attraverso Hormuz.

Secondo il Tesoro americano, l’obiettivo sarebbe stato quello di ottenere denaro dalle navi in transito.

Naturalmente questa è la posizione ufficiale dell’amministrazione statunitense e va identificata come tale.

Ma il documento è importante perché mostra che il conflitto su Hormuz non riguarda solamente geopolitica e sicurezza.

Riguarda anche chi controlla le rendite generate dal controllo dello Stretto.

Washington ha inoltre documentato reti attraverso le quali l’IRGC avrebbe ottenuto introiti dalla vendita del petrolio iraniano e utilizzato società di copertura per muovere capitali internazionalmente.

Hormuz, quindi, possiede contemporaneamente tre valori:

militare, geopolitico ed economico.

Pensare che una struttura così potente possa semplicemente consegnarne il controllo alla diplomazia senza pretendere garanzie significa non comprendere la natura del sistema iraniano.


IL GOVERNO PEZESHKIAN E IL PROBLEMA DEL POTERE REALE

A rendere tutto ancora più complicato sono le informazioni che arrivano sul rapporto tra il presidente Pezeshkian e il vertice della Repubblica Islamica.

Qui è necessario distinguere con grande attenzione tra fatti pubblici e informazioni attribuite a fonti anonime.

Iran International ha riferito, citando fonti interne, che Pezeshkian avrebbe ripetutamente cercato un incontro con Mojtaba Khamenei e avrebbe persino minacciato le dimissioni.

La stessa testata sostiene che il presidente avrebbe lamentato il crescente controllo delle Guardie Rivoluzionarie sulla gestione dello Stato.

Sono ricostruzioni che non possiamo trattare come documenti ufficiali.

Ma diventano politicamente interessanti quando vengono confrontate con altri segnali pubblici della progressiva militarizzazione del processo decisionale.

Araghchi stesso avrebbe dichiarato pubblicamente di non aver incontrato Mojtaba Khamenei nel periodo successivo alla successione e che soltanto un numero limitato di persone avrebbe avuto accesso al nuovo Leader.

Se queste informazioni vengono considerate insieme, emerge almeno una domanda legittima:

quanto è autonoma oggi la presidenza iraniana?


IL PARLAMENTO RISCHIA DI ESSERE SCHIACCIATO TRA GOVERNO E APPARATI

La crisi non riguarda soltanto Pezeshkian.

Riguarda anche il Majles.

Diverse ricostruzioni iraniane descrivono un Parlamento sempre più preoccupato per la perdita di influenza nei grandi dossier strategici.

Ed è interessante che proprio mentre una parte del sistema politico lamenta di essere marginalizzata, alcuni parlamentari cerchino di riaffermare il proprio ruolo minacciando l’impeachment del ministro degli Esteri.

È una contraddizione solo apparente.

Se le grandi decisioni vengono trasferite verso strutture di sicurezza e organismi ristretti, il Parlamento possiede pochi strumenti per riaffermare la propria rilevanza.

Uno di questi è proprio il controllo sui ministri.

Araghchi rischia così di trovarsi stretto fra tre pressioni:

Washington e i mediatori che chiedono garanzie;

gli apparati iraniani che impongono linee rosse;

il Parlamento che pretende di non essere escluso.

Non è difficile capire perché un accordo possa diventare fragilissimo.


NON È “MODERATI CONTRO ESTREMISTI”: LA REALTÀ È PIÙ COMPLESSA

Bisogna però evitare un altro errore.

Descrivere Pezeshkian e Araghchi come “buoni moderati” contrapposti ai “cattivi militari” sarebbe semplicistico quanto la propaganda che stiamo criticando.

Anche la componente negoziale vuole tutelare la sovranità iraniana.

Anche Ghalibaf proviene dall’apparato dei Pasdaran.

Anche chi sostiene un compromesso può ritenere strategicamente necessario conservare una qualche forma di controllo iraniano sullo Stretto.

La vera divisione sembra riguardare soprattutto:

quanto concedere;

quando concederlo;

quali garanzie ottenere;

quale controllo conservare;

e soprattutto chi deve avere l’ultima parola.

Questa è la vera battaglia.


PERCHÉ HORMUZ È DIVENTATO L’ARMA DELLA REPUBBLICA ISLAMICA

Per capire la durezza dello scontro bisogna comprendere cosa rappresenta Hormuz.

L’Iran non può competere simmetricamente con gli Stati Uniti sul piano militare convenzionale.

Non possiede una marina globale paragonabile a quella americana.

Non possiede la stessa capacità economica.

Non possiede la stessa rete di basi.

La strategia iraniana ha quindi storicamente puntato sulla guerra asimmetrica.

Missili.

Droni.

Forze proxy.

Piccole unità navali.

Mine.

Minaccia alle infrastrutture energetiche.

E soprattutto la possibilità di rendere estremamente costoso il passaggio attraverso Hormuz.

Lo Stretto è quindi un grande equalizzatore strategico.

È uno dei pochi luoghi al mondo nei quali l’Iran può produrre conseguenze economiche enormemente superiori alle dimensioni della propria economia.

Ecco perché per l’IRGC perderne il controllo operativo significherebbe potenzialmente perdere una delle armi più potenti dell’intero arsenale iraniano.


LA PRESSIONE ECONOMICA SPIEGA PERCHÉ IL GOVERNO VUOLE L’ACCORDO

Dall’altra parte c’è però la realtà economica.

Sanzioni, guerra, isolamento finanziario e difficoltà nell’esportazione del petrolio stanno producendo una pressione gigantesca.

Ed è proprio questa pressione a rendere razionale la posizione di Pezeshkian e Araghchi.

Il governo deve amministrare il Paese.

Deve affrontare inflazione, occupazione, servizi pubblici, infrastrutture e bilancio.

Per un apparato militare, mantenere Hormuz come strumento di deterrenza può essere una priorità.

Per un governo costretto a far funzionare l’economia, riaprire il commercio può diventare altrettanto prioritario.

Da qui nasce la frattura strutturale:

la sicurezza vuole preservare la leva; l’economia vuole monetizzare la pace.


E ALLORA TRUMP ERA DAVVERO L’UNICO OSTACOLO?

Arriviamo alla domanda che una parte della controinformazione italiana dovrebbe finalmente porsi.

Se all’interno dell’Iran esistono componenti che:

contestano le concessioni;

vogliono preservare il controllo strategico di Hormuz;

attaccano politicamente il ministro degli Esteri;

mettono in discussione l’autorità negoziale del governo;

e considerano la pressione sul traffico marittimo uno strumento di deterrenza,

come si poteva sostenere con tanta sicurezza che ogni fallimento diplomatico fosse responsabilità esclusiva di Donald Trump?

Questo non significa assolvere automaticamente Washington.

Gli Stati Uniti hanno proprie condizioni, proprie pressioni, proprie sanzioni e propri interessi strategici.

Trump può irrigidire un negoziato.

Può avanzare richieste che Teheran considera inaccettabili.

Può commettere errori.

Ma una cosa è criticare la politica americana.

Un’altra è fingere che dall’altra parte del tavolo esista un attore perfettamente unitario e libero di firmare qualsiasi compromesso.

Gli eventi iraniani mostrano esattamente il contrario.


LA GRANDE OMISSIONE DELLA CONTROINFORMAZIONE ITALIANA

Ed eccoci al problema dell’informazione.

Una parte della controinformazione italiana ha sostituito l’analisi geopolitica con una struttura ideologica.

Se gli Stati Uniti fanno qualcosa, dietro deve esserci l’imperialismo americano.

Se Israele agisce, dietro deve esserci il progetto sionista.

Se l’Iran reagisce, la responsabilità originaria deve necessariamente appartenere all’Occidente.

In questo schema non c’è spazio per analizzare seriamente le contraddizioni interne della Repubblica Islamica.

Non c’è spazio per l’autonomia dell’IRGC.

Non c’è spazio per gli interessi economici delle Guardie Rivoluzionarie.

Non c’è spazio per il conflitto tra governo, Parlamento, Leader Supremo e apparati militari.

E soprattutto non c’è spazio per ammettere una possibilità molto semplice:

anche Teheran può sabotare un accordo.

O, più precisamente, una componente del sistema iraniano può considerare un determinato accordo contrario ai propri interessi e impedirne l’applicazione.


L’IMPEACHMENT DI ARAGHCHI È IL SEGNALE DA OSSERVARE

Per questo la minaccia contro Abbas Araghchi è molto più importante di quanto sembri.

Se resterà soltanto una minaccia parlamentare, dimostrerà comunque l’esistenza di una forte opposizione interna.

Se diventerà una procedura formale, la crisi salirà di livello.

Se dovesse infine portare alla rimozione del ministro, il significato sarebbe ancora più grave:

il sistema iraniano avrebbe punito uno dei principali protagonisti della diplomazia proprio mentre si tenta di costruire un nuovo equilibrio su Hormuz.

È questo il punto da seguire nelle prossime settimane.

Non le dichiarazioni propagandistiche.

Non gli slogan.

Non le tifoserie italiane.

Araghchi.

Perché il destino politico del ministro degli Esteri potrebbe dirci molto più di cento editoriali su chi possiede realmente il potere negoziale nella Repubblica Islamica.


CONCLUSIONE: IL PROBLEMA NON È SOLTANTO L’ACCORDO. È CHI PUÒ GARANTIRLO

Alla fine tutto ritorna alla domanda iniziale.

Con chi stanno negoziando gli Stati Uniti?

Il governo iraniano può raggiungere un’intesa.

Araghchi può costruire formule diplomatiche.

Pezeshkian può sostenere il ritorno a un memorandum.

Ghalibaf può partecipare alla mediazione.

Ma se l’apparato che controlla gli strumenti militari considera Hormuz un’arma strategica che non deve essere neutralizzata, nessun pezzo di carta sarà sufficiente.

Ed è qui che crolla definitivamente la favola raccontata per mesi.

Il problema non era e non è semplicemente:

Trump vuole o non vuole l’accordo?

La vera domanda è doppia:

Washington è disposta ad accettare le condizioni iraniane?

e soprattutto:

chi, dentro l’Iran, possiede davvero l’autorità per garantire che un accordo venga rispettato?

La crisi di Hormuz sta facendo emergere qualcosa che i reporter ideologizzati e i cani da riporto della controinformazione italiana avrebbero dovuto spiegare molto tempo fa:

la Repubblica Islamica non è un monolite.

Il potere politico tratta.

Il Parlamento protesta.

Gli apparati di sicurezza impongono limiti.

L’IRGC protegge la propria leva strategica.

E il vertice deve impedire che queste contraddizioni facciano esplodere il sistema.

Attribuire tutto a Trump era molto più semplice.

Capire l’Iran richiede invece di guardare dentro l’Iran.

Ed è proprio lì che, oggi, si combatte una delle battaglie più importanti per il futuro dell’accordo.


DOCUMENTI E FONTI

Institute for the Study of War / Critical Threats Project – Iran Update Special Report, 28 luglio 2026
Analisi delle diverse correnti iraniane sulla gestione dei negoziati e dello Stretto di Hormuz.
Iran Update Special Report – 28 luglio 2026

Institute for the Study of War / Critical Threats Project – Iran Update Special Report, 5 agosto 2026
Aggiornamento sulle tensioni tra la componente negoziale e le fazioni contrarie alle concessioni, comprese quelle associate all’IRGC.
Iran Update Special Report – 5 agosto 2026

Iran International – 4 agosto 2026: minaccia di impeachment contro Abbas Araghchi
Riporta la dichiarazione pubblica di Hosseinali Hajideligani sulla raccolta della documentazione necessaria per procedere contro il ministro degli Esteri.
Iranian lawmaker threatens to impeach Foreign Minister Araghchi

Iran International – 4 agosto 2026: negoziati Iran-Oman sulle rotte di Hormuz
Contiene le dichiarazioni del portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei sulle rotte sicure in entrata e uscita e sul negoziato tecnico con l’Oman.
Iran says talks with Oman on safe Hormuz shipping routes making progress

Iran International – 5 agosto 2026: perdita di peso delle istituzioni politiche
Analisi sul progressivo spostamento del processo decisionale verso l’IRGC e gli apparati di sicurezza.
Iran’s parliament fades further from power after the war

Iran International – 4 agosto 2026: Pezeshkian e Mojtaba Khamenei
Ricostruzione basata in parte su fonti anonime interne. Va quindi letta come reporting investigativo, non come documento ufficiale, ma contiene elementi rilevanti sul rapporto tra presidenza, Leader Supremo e IRGC.
Iran’s president met Mojtaba Khamenei in the back seat of a car

U.S. Treasury – 27 maggio 2026: Persian Gulf Strait Authority
Documento ufficiale statunitense sulle accuse relative al tentativo dell’IRGC di monetizzare il controllo del traffico attraverso Hormuz.
Treasury Targets Iranian Maritime Extortion

U.S. Treasury – 11 maggio 2026: operazioni petrolifere dell’IRGC
Documento sulle società e sugli individui accusati dagli Stati Uniti di facilitare la vendita e il trasporto del petrolio per conto delle Guardie Rivoluzionarie.
Treasury Targets IRGC Oil Operations

U.S. Treasury – 25 giugno 2024: shadow banking dell’IRGC e del MODAFL
Documento di background sulle reti finanziarie internazionali attribuite all’apparato militare iraniano.
Treasury Targets Shadow Banking Network Moving Billions for Iran’s Military

U.S. Treasury – 28 aprile 2026: sistema bancario parallelo iraniano
Documentazione sulle reti finanziarie utilizzate, secondo OFAC, dalle forze armate iraniane e dall’IRGC per petrolio, armamenti e finanziamento delle proprie attività.
Economic Fury Targets Iran Shadow Banking Facilitators

U.S. Treasury – 15 luglio 2026: procurement internazionale dell’IRGC
Documento successivo agli attacchi contro naviglio commerciale nello Stretto di Hormuz, relativo alle reti di approvvigionamento delle Guardie Rivoluzionarie.
Treasury Targets Global Network Procuring Weapons for Iranian Regime

CEUTA, ALLA FINE ARRIVA IL CONTO: NUOVI SOLDI UE ALLA SPAGNA. FORTUNA CHE “DIETRO C’ERANO AMERICANI E ISRAELIANI”…

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Alla fine, come troppo spesso accade nell’Unione Europea, una crisi politica e di frontiera rischia di trasformarsi nell’ennesima questione di finanziamenti pubblici.

Ceuta viene travolta da una gravissima emergenza migratoria, esplodono le polemiche sulla gestione del governo di Pedro Sánchez, gli Stati europei litigano sulle conseguenze per Schengen e sulla politica migratoria spagnola e, pochi giorni dopo, Bruxelles annuncia che sta già lavorando a nuovi fondi aggiuntivi per Madrid.

La domanda, quindi, è inevitabile:

quanto costerà tutto questo ai contribuenti europei e, soprattutto, dove finiranno concretamente i soldi?

DALLA CRISI AL FINANZIAMENTO: IL COPIONE È GIÀ PARTITO

Il 6 agosto la Commissione Europea ha confermato di aver ricevuto dalla Spagna una prima valutazione delle necessità finanziarie conseguenti alla crisi di Ceuta.

Il portavoce della Commissione Guillaume Mercier ha spiegato che Bruxelles sta esaminando rapidamente il documento e che Madrid dovrà successivamente presentare una richiesta formale.

Il punto fondamentale è un altro: si parla esplicitamente di supporto aggiuntivo.

Non sappiamo ancora quanto.

Ed è importante dirlo chiaramente: al momento non esiste una cifra ufficiale annunciata per questo nuovo pacchetto.

Sappiamo però già per cosa potrebbero essere utilizzate le risorse: attrezzature, servizi per la gestione delle frontiere, assistenza umanitaria e assistenza medica.

Inoltre Bruxelles ha messo sul tavolo il sostegno di Frontex e dell’Agenzia dell’Unione Europea per l’Asilo.

La macchina europea, insomma, si è già messa in moto.

E CEUTA I SOLDI EUROPEI LI AVEVA GIÀ RICEVUTI

C’è un particolare che merita molta più attenzione.

Secondo la stessa Commissione Europea, alla città di Ceuta erano già stati assegnati 23,3 milioni di euro per affrontare le necessità dell’accoglienza e assistere le persone vulnerabili.

Adesso potrebbero arrivarne altri.

Ed è proprio qui che la questione smette di essere soltanto migratoria e diventa politica.

Perché ogni volta che Bruxelles decide di aprire nuovamente il portafoglio dovrebbe essere obbligatorio rispondere pubblicamente ad alcune domande elementari:

quanti soldi?

A chi verranno materialmente assegnati?

Quali amministrazioni, organizzazioni, strutture e soggetti privati li gestiranno?

Quale quota sarà destinata alla protezione effettiva della frontiera?

Quale all’accoglienza?

Quale all’assistenza sanitaria?

Quali saranno i criteri di rendicontazione?

E soprattutto:

chi controllerà euro per euro come verranno spesi?

Non sono insinuazioni. Sono le normali domande che qualsiasi contribuente dovrebbe pretendere quando viene annunciato l’utilizzo di altro denaro pubblico.

FORTUNA CHE “DIETRO C’ERANO GLI AMERICANI E GLI ISRAELIANI”…

E qui arriviamo alla parte quasi grottesca della vicenda.

Nei giorni della crisi abbiamo assistito alla consueta proliferazione di teorie geopolitiche: interessi americani, Israele, Trump, pressioni sul Marocco, grandi strategie internazionali.

Peccato che, quando si passa dalle suggestioni alle prove, il quadro diventi molto meno cinematografico.

Non risultano prove pubbliche sufficienti per affermare che Stati Uniti o Israele abbiano organizzato l’ondata migratoria di Ceuta.

E allora viene quasi da sorridere.

Fortuna che doveva esserci dietro Washington.

Fortuna che doveva esserci Israele.

Perché mentre una parte della controinformazione continua a cercare il Mossad dietro ogni cespuglio, la realtà politica che abbiamo davanti è molto più concreta:

Madrid presenta il conto e Bruxelles prepara nuovi finanziamenti.

Niente spy story necessaria.

Bastano la Commissione Europea, il governo Sánchez e il bilancio comunitario.

SÁNCHEZ TRASFORMA UNA CRISI POLITICA IN UNA RICHIESTA DI RISORSE

Il governo spagnolo dovrebbe innanzitutto rispondere politicamente della gestione della crisi.

Che cosa sapevano le autorità?

Quali informazioni erano disponibili prima dell’ondata?

La frontiera disponeva di uomini e mezzi sufficienti?

Perché la situazione è degenerata?

Quali responsabilità spettano al Marocco?

Quali errori sono stati commessi da Madrid?

Prima di trasformare tutto in un problema finanziario, queste domande meriterebbero risposte precise.

E invece il meccanismo europeo sembra muoversi con impressionante rapidità sul terreno che conosce meglio:

stanziare altre risorse.

La Commissione ha dichiarato di voler procedere molto velocemente.

Benissimo.

La stessa velocità dovrebbe allora essere utilizzata per pubblicare la richiesta integrale della Spagna, l’importo concesso, i beneficiari finali, i progetti finanziati, i contratti assegnati e le relative rendicontazioni.

Perché solidarietà europea non può significare assegni senza un controllo pubblico altrettanto rigoroso.

E BRUXELLES PREMIA MADRID?

La contraddizione politica diventa ancora più evidente considerando che proprio la politica migratoria spagnola è stata criticata dal commissario europeo alla Migrazione Magnus Brunner.

Brunner ha definito la prevista regolarizzazione spagnola degli immigrati irregolari “non un buon segnale” per il resto dell’Europa.

Dunque abbiamo una situazione paradossale.

Da una parte Bruxelles mette in discussione il messaggio politico inviato da Madrid attraverso le regolarizzazioni.

Dall’altra si prepara a concedere alla Spagna ulteriore sostegno finanziario per affrontare le conseguenze della crisi migratoria.

Non significa automaticamente che i finanziamenti siano sbagliati: proteggere una frontiera esterna dell’Unione è interesse di tutta Europa.

Ma proprio per questo i soldi dovrebbero essere vincolati a obiettivi verificabili di sicurezza, controllo delle frontiere e gestione trasparente dell’emergenza.

Non diventare semplicemente l’ennesimo fondo indistinto.

IL CIRCOLO VIZIOSO EUROPEO

Il problema di fondo è ormai strutturale.

L’Europa finanzia la gestione migratoria.

Finanzia l’accoglienza.

Finanzia le strutture amministrative.

Finanzia programmi nei Paesi di origine e transito.

Finanzia il controllo delle frontiere.

Poi arriva una nuova emergenza e servono altri finanziamenti.

È legittimo allora domandarsi se il sistema stia realmente eliminando le cause delle crisi oppure se abbia costruito una gigantesca economia permanente della gestione dell’emergenza migratoria.

Un sistema nel quale ogni crisi genera inevitabilmente nuovi stanziamenti.

E ogni nuovo stanziamento crea apparati, programmi e strutture che avranno bisogno di ulteriori risorse negli anni successivi.

I SOLDI DEI CONTRIBUENTI NON SONO SOLDI DI BRUXELLES

Questo è il punto che troppo spesso scompare dal linguaggio burocratico europeo.

Quando leggiamo:

“l’Unione Europea stanzia”

oppure

“la Commissione finanzia”

bisognerebbe ricordare una cosa banalissima:

sono soldi pubblici.

Non appartengono alla Commissione.

Sono risorse provenienti, direttamente o indirettamente, dai cittadini degli Stati membri.

Per questo la domanda “dove finiranno i soldi?” non è populismo.

È democrazia.

Quando verrà stabilita la cifra destinata alla Spagna, Bruxelles dovrebbe pubblicare una rendicontazione accessibile che permetta a qualsiasi cittadino europeo di sapere:

chi riceve il denaro,

quanto riceve,

per quale progetto,

per quanto tempo,

con quali risultati attesi,

e con quali controlli.

PRIMA LE RESPONSABILITÀ, POI GLI ASSEGNI

Ceuta non può diventare il solito schema europeo:

emergenza → polemica → conferenza stampa → finanziamento → oblio.

Prima dei nuovi milioni occorre stabilire che cosa sia realmente accaduto.

Occorre chiarire le responsabilità politiche.

Occorre capire quali errori siano stati commessi.

Occorre verificare il ruolo del Marocco.

Occorre sapere se Madrid avrebbe potuto prevenire o limitare la crisi.

E soltanto dopo discutere delle risorse necessarie.

Perché altrimenti passa un messaggio devastante:

chi gestisce male una crisi non paga politicamente; presenta semplicemente il conto a Bruxelles.

E Bruxelles, cioè noi, paga.

Altro che americani.

Altro che israeliani.

Altro che Mossad.

Alla fine della storia compare qualcosa di molto meno misterioso:

il portafoglio del contribuente europeo.

E adesso vogliamo sapere fino all’ultimo euro quanto verrà speso, chi lo riceverà e soprattutto per quale risultato concreto.

Perché questa volta la domanda non deve scomparire appena termina l’emergenza:

DOVE FINIRANNO I SOLDI?

FONTI

Adnkronos – 6 agosto 2026
“Ceuta: nuovi fondi Ue alla Spagna per la gestione migranti”

Commissione Europea – Migration Management in Spain
Dati sui finanziamenti europei destinati alla gestione migratoria spagnola e sui 23,3 milioni di euro assegnati a Ceuta.

Euronews – 6 agosto 2026
“EU discusses extra financial support for Spain after record Ceuta migrant surge”

Reuters – 4 agosto 2026
“EU ministers seek tougher migration response after Ceuta influx”

The Guardian – 4 agosto 2026
Dichiarazioni del commissario europeo Magnus Brunner sulla politica spagnola di regolarizzazione.

Adnkronos – “Ceuta: nuovi fondi Ue alla Spagna per la gestione migranti”
Adnkronos – Nuovi fondi UE alla Spagna per CeutaCommissione Europea – Migration Management in Spain — pagina ufficiale sui finanziamenti UE alla Spagna; riporta anche 23,3 milioni di euro concessi a Ceuta per accoglienza e assistenza alle persone vulnerabili.
Commissione Europea – Migration Management in SpainEuronews – “EU eyes extra funds for Spain after record Ceuta migrant surge” — approfondimento sui nuovi finanziamenti discussi dalla Commissione.
Euronews – Nuovi fondi UE dopo la crisi di CeutaReuters – “EU ministers seek tougher migration response after Ceuta influx” — sulla riunione straordinaria dei ministri UE e sulle richieste di rafforzare frontiere, rimpatri e cooperazione con Paesi terzi.
Reuters – La risposta europea alla crisi di CeutaReuters – “EU should use leverage with Morocco after Ceuta crossings” — importante per la parte sulle responsabilità del Marocco: Brunner parla della possibilità di utilizzare anche leve commerciali e sui visti per ottenere cooperazione da Rabat.
Reuters – UE, Marocco e crisi di CeutaEuronews – Il sindaco di Ceuta al Parlamento europeo — Juan Jesús Vivas afferma che Ceuta aveva segnalato alle autorità spagnole l’aumento degli arrivi prima della crisi e definisce la frontiera «porosa e vulnerabile».
Euronews – Le accuse del sindaco di CeutaEuronews – Marocco: avevamo avvertito la Spagna — utile per approfondire la controversia su cosa Madrid sapesse prima dell’esplosione della crisi.
Euronews – Il Marocco sostiene di aver avvertito MadridThe Guardian – crisi di Ceuta e risposta della Spagna — contiene anche la posizione spagnola secondo cui circa 70.000 dei 72.000 entrati sarebbero tornati in Marocco, oltre alla controversia sugli avvertimenti precedenti.
The Guardian – Ceuta, Spagna e rimpatri

TORINO, 17 MILIONI PER LA GRANDE MOSCHEA: SOLDI DALL’ESTERO E POLITICA, LE DOMANDE CHE NESSUNO VUOLE FARE

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Non è la “più grande moschea d’Europa”, ma il progetto di via Bologna è enorme. E soprattutto apre una questione che non può essere liquidata con la solita formula della libertà religiosa: chi finanzia un centro islamico di queste dimensioni e quale influenza accompagnerà quei finanziamenti?

A Torino sta prendendo forma uno dei progetti islamici più importanti della città.

Il progetto riguarda l’area delle ex fonderie Nebiolo, in via Bologna: un complesso destinato a comprendere una grande sala di preghiera, spazi accessori, studentato, palestra e un minareto.

Le cifre circolate sulla stampa parlano di circa 1.300 metri quadrati, una capienza nell’ordine delle 1.000 persone, un minareto di circa 20 metri e soprattutto di un investimento complessivo stimato in circa 17 milioni di euro.

Numeri che meritano attenzione.

Non perché in Italia debba essere messa in discussione la libertà di culto, garantita dalla Costituzione, ma precisamente per il motivo opposto: quando un’organizzazione religiosa realizza un’infrastruttura da milioni di euro con finanziamenti provenienti anche dall’estero, la trasparenza dovrebbe essere assoluta.

La domanda fondamentale: chi mette i 17 milioni?

Questo dovrebbe essere il punto centrale del dibattito.

Non basta sapere chi costruisce materialmente la moschea. Occorre conoscere nel dettaglio chi finanzia l’intera operazione, in quale misura, attraverso quali soggetti giuridici e con quali eventuali vincoli.

Secondo quanto riportato da RaiNews Piemonte, una parte significativa dell’operazione è legata al sostegno economico del re del Marocco Mohammed VI.

Il progetto fa riferimento alla Confederazione Islamica Italiana, realtà storicamente legata alla comunità islamica di origine marocchina.

Ed è proprio qui che dovrebbe iniziare, anziché terminare, il lavoro della politica e dell’informazione.

Se una parte dei finanziamenti proviene dal Marocco, quale percentuale dei 17 milioni arriva effettivamente dall’estero?

Chi copre la parte restante?

Esistono altri finanziatori?

Esistono fondazioni, associazioni o enti stranieri coinvolti?

Chi sosterrà economicamente il centro una volta terminata la costruzione?

Chi sceglierà gli imam?

Chi finanzierà le loro attività?

Quale sarà la governance effettiva della struttura?

Sono domande perfettamente legittime.

Libertà religiosa non significa assenza di controlli

Ogni volta che viene sollevato il problema dei finanziamenti stranieri ai luoghi di culto islamici, una parte della politica tende a trasformare immediatamente la discussione in una questione di libertà religiosa.

È una falsa alternativa.

Si può difendere integralmente il diritto dei musulmani italiani a professare la propria religione e contemporaneamente pretendere la massima trasparenza sui finanziamenti provenienti da governi stranieri.

Le due cose non sono incompatibili.

Anzi.

Un luogo di culto dovrebbe essere innanzitutto espressione della comunità che vive sul territorio. Quando invece entrano in gioco milioni provenienti dall’estero, diventa inevitabile interrogarsi anche sull’influenza culturale, religiosa e politica esercitata dal finanziatore.

Vale per qualsiasi religione e dovrebbe valere ancora di più quando il finanziatore è direttamente o indirettamente collegato a uno Stato straniero.

Il ruolo del Marocco

Il coinvolgimento marocchino è particolarmente interessante perché Rabat conduce da anni una politica religiosa internazionale molto strutturata.

Il Marocco considera infatti la gestione dell’Islam marocchino all’estero anche come uno strumento per mantenere rapporti culturali e istituzionali con la propria diaspora.

Questo non dimostra di per sé l’esistenza di un progetto clandestino o illegale.

Dimostra però qualcosa di molto più semplice: il finanziamento religioso internazionale non è politicamente neutrale.

Gli Stati investono denaro all’estero perché intendono mantenere relazioni, influenza culturale e capacità di interlocuzione.

Per questo sarebbe ragionevole chiedere che ogni euro proveniente dall’estero destinato a un’infrastruttura religiosa di queste dimensioni sia pubblicamente tracciabile.

E la Fratellanza Musulmana?

Su questo punto occorre evitare scorciatoie.

Non risultano, allo stato delle fonti pubblicamente verificabili, elementi sufficienti per affermare come fatto che la moschea torinese sia “costruita dalla Fratellanza Musulmana”.

Fare questa affermazione senza documentazione finirebbe paradossalmente per indebolire le domande più serie.

La questione interessante è un’altra: quali sono esattamente le organizzazioni coinvolte? Quali rapporti nazionali e internazionali hanno? Chi siede nei loro organismi direttivi? Da dove provengono i finanziamenti?

Queste informazioni dovrebbero essere pubbliche e facilmente consultabili.

Se non esistono collegamenti problematici, una completa trasparenza servirebbe innanzitutto agli stessi promotori del progetto.

Torino e il rapporto storico con la sinistra

C’è poi l’aspetto politico.

Bisogna essere precisi: il Piemonte non è oggi una Regione governata dalla sinistra.

Alle elezioni regionali del 2024 Alberto Cirio è stato rieletto presidente con il centrodestra ottenendo oltre il 56% dei voti. Il PD è rimasto all’opposizione.

Ma Torino è un discorso diverso.

Il capoluogo piemontese possiede una lunga storia amministrativa legata alla sinistra e al centrosinistra.

E soprattutto l’attuale sindaco Stefano Lo Russo, in carica dal 2021, proviene dal Partito Democratico.

È quindi sul livello comunale, molto più che su quello regionale, che deve concentrarsi l’analisi politica.

Un progetto attraversato da amministrazioni politicamente diverse

C’è inoltre un particolare che rende la vicenda ancora più interessante.

Il percorso della moschea non nasce interamente con Lo Russo.

Secondo la ricostruzione pubblicata da RaiNews, l’operazione era già partita durante l’amministrazione comunale guidata da Chiara Appendino, esponente del Movimento 5 Stelle.

Successivamente, nel 2022, durante l’amministrazione Lo Russo, è arrivato un importante passaggio urbanistico.

La vicenda attraversa dunque amministrazioni differenti.

Ed è proprio questo che rende troppo semplicistico attribuire l’intera responsabilità a un solo partito.

Ciò non toglie che l’attuale amministrazione debba rispondere politicamente delle decisioni assunte durante il proprio mandato.

La sinistra torinese dovrebbe rispondere nel merito

Il punto politico dovrebbe quindi essere posto in termini molto concreti.

L’amministrazione Lo Russo ritiene sufficiente il livello attuale di trasparenza?

Ha verificato la provenienza completa dei finanziamenti?

Può rendere pubblica la struttura finanziaria dell’operazione?

Può spiegare ai torinesi quale quota dei circa 17 milioni provenga dall’estero?

Può indicare chi sosterrà economicamente la struttura negli anni successivi?

Può garantire che la formazione e la scelta degli imam saranno trasparenti?

Può spiegare quali strumenti esistano per evitare che un grande centro religioso possa diventare strumento di influenza di soggetti esteri?

Queste non sono domande “contro l’Islam”.

Sono domande che una democrazia dovrebbe porre davanti a qualsiasi investimento religioso multimilionario proveniente dall’estero.

Il vero problema è la reciprocità

Esiste poi un tema che in Europa viene affrontato troppo raramente: quello della reciprocità.

L’Europa garantisce una libertà religiosa molto ampia.

Ed è giusto che sia così.

Ma non tutti i Paesi che finanziano attività religiose in Europa garantiscono necessariamente sul proprio territorio lo stesso livello di libertà religiosa, di proselitismo e di costruzione di luoghi di culto alle altre confessioni.

La domanda politica diventa allora inevitabile:

può l’Europa continuare ad accettare senza particolari condizioni finanziamenti religiosi provenienti dall’estero senza pretendere trasparenza e reciprocità?

Non significa vietare moschee.

Significa stabilire regole.

Un investimento da 17 milioni non è una questione privata

Qui sta probabilmente l’errore più grande.

Presentare un’infrastruttura religiosa da circa 17 milioni di euro semplicemente come una normale questione urbanistica significa ignorarne la dimensione sociale.

Una struttura capace di ospitare centinaia o migliaia di fedeli, dotata di studentato, palestra e altri servizi, non rappresenta soltanto un edificio religioso.

Diventa inevitabilmente un centro comunitario, culturale e sociale.

E chi controlla un grande centro comunitario possiede inevitabilmente una capacità di influenza.

Questo non significa che tale influenza sia necessariamente negativa.

Significa però che la cittadinanza ha diritto di sapere chi la finanzia e chi la esercita.

Trasparenza totale, oppure le domande continueranno

La questione della grande moschea di Torino non dovrebbe trasformarsi nell’ennesima battaglia ideologica tra chi considera qualsiasi domanda “islamofobia” e chi vede automaticamente dietro qualsiasi moschea un’organizzazione estremista.

Entrambe le posizioni impediscono di affrontare il punto centrale.

Servono documenti.

Servono bilanci.

Servono nomi.

Serve la provenienza completa dei finanziamenti.

Serve sapere chi controllerà la struttura.

Serve sapere chi sceglierà e finanzierà gli imam.

Serve conoscere gli eventuali rapporti con governi e organizzazioni straniere.

E soprattutto serve una politica capace di rispondere senza nascondersi dietro gli slogan.

Torino ha scelto di consentire la realizzazione di un centro islamico di dimensioni molto rilevanti.

L’amministrazione comunale guidata da Stefano Lo Russo ha quindi una responsabilità precisa: garantire ai cittadini che dietro ogni euro, ogni incarico e ogni rapporto internazionale ci sia la massima trasparenza.

Perché la libertà religiosa è un diritto.

Ma il diritto dei cittadini di conoscere chi finanzia strutture religiose multimilionarie sul territorio italiano non dovrebbe esserlo di meno.

RaiNews Piemonte – Moschea da 1.000 posti nelle ex fonderie Nebiolo
RaiNews – Il progetto della grande moschea di Torino
Fonte particolarmente importante per dimensioni, investimento, finanziamento marocchino e storia del progetto. Comune di Torino – Consiglio comunale e gruppi politici
Comune di Torino – Gruppi consiliari
Conferma l’attuale composizione della maggioranza e il peso del Partito Democratico, con 17 consiglieri. Comune di Torino – Risultati delle elezioni comunali 2021
Comune di Torino – Elezioni amministrative 2021
Il PD risultò la prima lista collegata a Stefano Lo Russo con il 28,56% al primo turno. Partito Democratico Torino – Elezione di Stefano Lo Russo
PD Torino – Stefano Lo Russo sindaco
Fonte dello stesso PD sull’elezione dell’attuale sindaco di Torino. PD Torino – Stefano Lo Russo già capogruppo PD
PD Torino – Lo Russo capogruppo PD in Comune
Documenta direttamente la lunga appartenenza politica di Lo Russo al PD. Comune di Torino – Risultati e coalizioni del 2021
Comune di Torino – Risultati elettorali e coalizioni
Utile per documentare la composizione della coalizione di centrosinistra che ha sostenuto Lo Russo.

LA SOLITA PROPAGANDA MARXISTA VEDE IL SIONISMO OVUNQUE E SOSTIENE L’ISLAMISMO: IL CASO EL-SAYED TRASFORMATO IN UN REFERENDUM CONTRO ISRAELE

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La vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie democratiche per il Senato in Michigan è un fatto politico importante. Ma proprio perché è importante meriterebbe di essere analizzato nella sua complessità, invece di essere immediatamente inserito nella solita narrazione ideologica nella quale, qualunque cosa accada nella politica americana, alla fine compare sempre lo stesso protagonista: Israele, il “sionismo”, AIPAC.

El-Sayed ha effettivamente sconfitto la deputata Haley Stevens nelle primarie democratiche del 4 agosto 2026. È inoltre vero che Stevens ha beneficiato di una quantità enorme di spesa politica esterna e che una parte molto consistente proveniva da organizzazioni legate ad AIPAC.

Fin qui i fatti.

Il problema nasce quando questi elementi vengono assemblati per suggerire una conclusione molto più ampia: El-Sayed avrebbe vinto contro il potere della lobby filo-israeliana e quindi la sua affermazione rappresenterebbe una sorta di ribellione dell’elettorato democratico contro Israele.

È una lettura possibile dal punto di vista politico.

Non è però un fatto dimostrato.

EL-SAYED HA VINTO. MA NON HA VINTO UN REFERENDUM SU ISRAELE

La prima cosa che viene lasciata sullo sfondo è anche la più evidente: gli elettori del Michigan non sono entrati nelle cabine elettorali per rispondere alla domanda:

“Siete favorevoli o contrari a Israele?”

Stavano scegliendo il candidato democratico al Senato.

E Abdul El-Sayed non si è candidato presentando un programma composto esclusivamente da Gaza, Netanyahu e AIPAC.

Al contrario.

La sua piattaforma politica comprendeva Medicare for All, costo della sanità, debito medico, potere delle grandi corporation, finanziamento della politica, costo della vita e investimenti pubblici.

Associated Press descrive la sua campagna come fortemente populista sul piano economico. Il messaggio centrale era sintetizzabile in tre concetti: togliere il denaro dalla politica, mettere più denaro nelle tasche degli americani e realizzare Medicare for All.

Ridurre quindi la sua vittoria alle posizioni su Israele significa selezionare uno dei temi della campagna e trasformarlo arbitrariamente nella spiegazione dell’intero risultato elettorale.

IL VERO SCONTRO: DUE ANIME DEL PARTITO DEMOCRATICO

La lettura più interessante è un’altra.

Le primarie del Michigan hanno mostrato la crescente contrapposizione interna al Partito Democratico americano.

Da una parte Haley Stevens, espressione molto più vicina all’establishment democratico.

Dall’altra Abdul El-Sayed, sostenuto da figure simbolo della sinistra progressista americana come Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez.

Associated Press ha infatti descritto la sua vittoria come un importante successo dell’ala progressista del partito.

Questo è il vero dato politico.

Il risultato parla della trasformazione dei Democratici almeno quanto parla di Israele.

El-Sayed propone Medicare for All, ha sostenuto politiche riconducibili al Green New Deal, ha criticato il ruolo delle corporation nella politica americana e rappresenta una corrente che chiede un’espansione significativa dell’intervento pubblico nell’economia.

Su Israele assume inoltre posizioni radicalmente differenti rispetto alla tradizione bipartisan americana.

Ma Israele è una parte del suo profilo politico, non necessariamente la spiegazione universale della sua vittoria.

I MILIONI DI DOLLARI SPESI CONTRO EL-SAYED

Qui bisogna evitare l’errore opposto.

Sarebbe scorretto sostenere che la questione AIPAC sia completamente inventata.

Non lo è.

La spesa è stata enorme.

Associated Press ha riferito che oltre 50 milioni di dollari di spesa esterna sono confluiti complessivamente a sostegno di Stevens, con AIPAC e le organizzazioni collegate protagoniste della battaglia.

Bridge Michigan ha documentato direttamente l’attività della United Democracy Project, il super PAC affiliato all’American Israel Public Affairs Committee.

A metà luglio UDP aveva già speso oltre 15 milioni di dollari tra opposizione a El-Sayed e sostegno a Stevens.

Alla fine di luglio Bridge Michigan riportava una cifra vicina ai 25 milioni di dollari per pubblicità favorevole a Stevens o contraria a El-Sayed.

È dunque perfettamente legittimo affermare che AIPAC abbia subito una sconfitta politica.

Aveva investito pesantemente nella competizione e il candidato che cercava di fermare ha vinto.

Ma da qui a sostenere che l’intera spesa esterna pro-Stevens fosse semplicemente “50 milioni di AIPAC” oppure che il voto dimostri una rivolta popolare contro Israele c’è un salto logico considerevole.

Sono due affermazioni differenti.

LA DIFFERENZA CHE LA PROPAGANDA CANCELLA

Il meccanismo narrativo è semplice:

AIPAC sostiene Stevens.

El-Sayed attacca AIPAC.

El-Sayed critica Israele.

El-Sayed vince.

Conclusione suggerita:

gli elettori hanno sconfitto AIPAC e il sionismo.

Ma manca un passaggio fondamentale: dimostrare perché gli elettori abbiano votato El-Sayed.

Una correlazione non dimostra automaticamente una relazione causale.

El-Sayed poteva essere preferito per Medicare for All.

Per il costo delle assicurazioni sanitarie.

Per il suo messaggio anti-establishment.

Per il costo della vita.

Per la sua immagine di outsider.

Per Gaza.

Per la combinazione di tutti questi fattori.

Oppure semplicemente perché una parte dell’elettorato democratico del Michigan considera l’ala progressista più convincente di quella moderata.

Attribuire automaticamente la vittoria a Israele significa trasformare un risultato elettorale complesso in uno slogan.

E C’È UN DETTAGLIO CHE RENDE TUTTO ANCORA PIÙ INTERESSANTE

El-Sayed non ha vinto con una valanga di voti.

Associated Press ha descritto il risultato come una vittoria stretta, inferiore al punto percentuale.

Questo particolare cambia parecchio il significato della narrazione.

Se davvero si volesse utilizzare quella primaria come plebiscito sulla politica israeliana, bisognerebbe contemporaneamente riconoscere che praticamente metà dell’elettorato coinvolto ha scelto l’altra candidata.

Il risultato racconta quindi soprattutto un Partito Democratico profondamente diviso.

Ed è proprio questa divisione a essere politicamente interessante.

LE POSIZIONI DI EL-SAYED NON RIGUARDANO SOLO ISRAELE

C’è poi un altro elemento che merita attenzione.

La rappresentazione del candidato esclusivamente attraverso Gaza nasconde altre posizioni che consentono di comprenderne molto meglio l’identità politica.

Bridge Michigan ha documentato, per esempio, le sue precedenti dichiarazioni sul movimento “Defund the Police”.

Nel 2020 El-Sayed scriveva che molte grandi città americane spendevano troppo per i dipartimenti di polizia e troppo poco per scuole, sanità, attività ricreative e abitazioni, spiegando che proprio questo fosse il senso del movimento #Defund.

Negli anni successivi ha preso le distanze dallo slogan.

Anche questo fa parte della sua storia politica.

Così come ne fanno parte Medicare for All, le sue posizioni sull’energia, il Green New Deal e una visione economica molto più interventista rispetto a quella dei Democratici moderati.

Perché allora concentrare quasi tutto il racconto su Israele?

Perché Israele permette di costruire una storia molto più emotiva.

ANCHE SULLA SANITÀ SERVE QUALCHE PRECISAZIONE

El-Sayed ha costruito una parte importante della propria reputazione sulla sanità pubblica e sulla cancellazione del debito sanitario.

La sua campagna ha pubblicizzato un programma da 700 milioni di dollari di debiti medici cancellati nella Wayne County.

Ma un fact-check di Bridge Michigan ha rilevato che, al giugno 2026, il programma aveva effettivamente cancellato circa 57,4 milioni di dollari di debiti per 83.291 residenti.

Il progetto punta potenzialmente alla cancellazione di 700 milioni, ma quel risultato non era ancora stato raggiunto.

È un esempio significativo.

Quando si racconta una campagna elettorale attraverso la lente della propaganda, le informazioni che complicano il personaggio tendono a scomparire.

Rimane solamente la figura simbolica:

El-Sayed contro AIPAC.

La realtà è molto più interessante.

GAZA È COMUNQUE UN ELEMENTO REALE DELLA SUA ASCESA

Naturalmente sarebbe altrettanto propagandistico fingere che Gaza non abbia avuto alcuna importanza.

El-Sayed ha assunto una posizione nettissima.

Ha definito quanto accaduto a Gaza un “genocidio”, ha criticato duramente Israele e ha sostenuto la fine dell’assistenza militare americana.

Questo lo distingue chiaramente dall’ala democratica tradizionalmente favorevole all’alleanza strategica con Israele.

La sua vittoria dimostra quindi almeno una cosa:

oggi un candidato democratico può assumere posizioni estremamente critiche verso Israele e vincere una primaria importante in uno Stato decisivo come il Michigan.

È politicamente significativo.

Ma ancora una volta bisogna distinguere questa constatazione da un’altra affermazione:

“Ha vinto perché è contro Israele.”

Sono due cose completamente diverse.

IL MICHIGAN NON È L’AMERICA INTERA

C’è poi il problema della generalizzazione.

Una primaria democratica riguarda una parte dell’elettorato di uno Stato.

Non rappresenta automaticamente l’opinione dell’intera popolazione americana.

E soprattutto una primaria non equivale alle elezioni generali.

El-Sayed dovrà affrontare a novembre il repubblicano Mike Rogers.

Solo allora vedremo quanto la piattaforma progressista che ha funzionato nell’elettorato democratico riesca a convincere indipendenti, moderati e altri segmenti dell’elettorato del Michigan.

È questa la vera prova politica.

Se vincerà, diventerà inoltre il primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti, un risultato certamente storico.

Ma oggi è il candidato democratico al Senato, non un senatore già eletto.

Anche chiamarlo semplicemente “il senatore El-Sayed”, come talvolta avviene in ricostruzioni frettolose, anticipa un risultato che gli elettori dovranno ancora decidere.

IL PARADOSSO DELLA NARRAZIONE ANTI-LOBBY

La discussione sul peso di AIPAC solleva comunque una questione seria che non dovrebbe essere banalizzata.

Il sistema americano permette ai super PAC e alle organizzazioni politiche di investire quantità gigantesche di denaro nelle campagne.

Criticare questa dinamica è assolutamente legittimo.

Ma dovrebbe esserlo indipendentemente dall’identità della lobby coinvolta.

Se il problema è il potere del denaro nella politica americana, allora bisogna analizzare l’intero sistema: corporation, sindacati, associazioni industriali, organizzazioni ambientaliste, gruppi ideologici, miliardari, PAC e super PAC.

Se invece il problema diventa improvvisamente scandaloso soltanto quando compare una lobby filo-israeliana, allora non stiamo più facendo un’analisi del finanziamento politico americano.

Stiamo selezionando il bersaglio ideologicamente più conveniente.

LA VERA NOTIZIA: IL PARTITO DEMOCRATICO STA CAMBIANDO

La vittoria di El-Sayed merita quindi attenzione per una ragione più profonda.

Una parte crescente dell’elettorato democratico appare disponibile a sostenere candidati economicamente molto progressisti e molto più critici verso Israele rispetto alla tradizione del partito.

Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez non rappresentano più semplicemente una corrente marginale.

La loro area politica è in grado di vincere competizioni importanti.

Il Michigan ne offre un’altra dimostrazione.

Questo processo dovrebbe essere studiato senza bisogno di trasformare ogni risultato elettorale nell’ennesimo capitolo della battaglia contro il “sionismo”.

Perché così facendo si perde proprio la trasformazione più importante: quella che sta avvenendo dentro il Partito Democratico americano.

CONCLUSIONE: I FATTI SONO PIÙ INTERESSANTI DELLA PROPAGANDA

Abdul El-Sayed ha vinto.

L’ala progressista democratica ha ottenuto una vittoria importante.

AIPAC e i gruppi collegati hanno investito milioni contro di lui e hanno perso quella battaglia.

El-Sayed è fortemente critico verso Israele.

Tutto vero.

Quello che non è dimostrato è il passaggio successivo: trasformare automaticamente la sua vittoria nella prova che gli elettori del Michigan abbiano votato principalmente contro Israele o contro il “sionismo”.

La politica americana è più complessa.

Sanità, costo della vita, identità ideologica del Partito Democratico, populismo economico, finanziamento delle campagne, Gaza e politica estera hanno contribuito a creare una delle primarie più interessanti del 2026.

Ridurre tutto a “AIPAC contro El-Sayed” significa prendere una parte della storia e farla diventare l’intera storia.

Ed è precisamente così che funziona la propaganda: non necessariamente inventando i fatti, ma scegliendo accuratamente quali fatti mostrare, quali nascondere e soprattutto quale interpretazione suggerire al lettore.


FONTI E LINK

Associated Press – Abdul El-Sayed wins Michigan Senate primary in major victory for Democrats’ progressive wing
https://apnews.com/article/60c79349b60ffbf24a34d60b76e130ed

Associated Press – The Latest: El-Sayed defeats Stevens to win Democratic Senate nomination in Michigan
https://apnews.com/article/02f387dc32e72a246fe79c3a81aa23c2

Associated Press – Stevens and El-Sayed are in a close race for Michigan’s Democratic Senate nomination
https://apnews.com/article/bd4ed54a2c84db3f95ac27facb715866

Bridge Michigan – Fact check: Abdul El-Sayed’s record on defund the police; Republican meddling
https://bridgemi.com/michigan-government/fact-check-abdul-el-sayeds-record-on-defund-the-police-republican-meddling/

Bridge Michigan – Fact check: Ads take Abdul El-Sayed out of context to claim he “disrespects women”
https://bridgemi.com/michigan-government/fact-check-ads-take-el-sayed-out-of-context-to-claim-he-disrespects-women/

Bridge Michigan – Fact check: Abdul El-Sayed overstates claim he erased $700M in medical debt
https://bridgemi.com/michigan-government/fact-check-abdul-el-sayed-overstates-claim-he-erased-700m-in-medical-debt/

Bridge Michigan – Medicare for All divides Democrats in Michigan’s US Senate race
https://bridgemi.com/michigan-government/medicare-for-all-divides-democrats-in-michigans-us-senate-race/

Bridge Michigan – Michigan Dems clash on campaign cash, health care in heated US Senate debate
https://bridgemi.com/michigan-government/michigan-dems-clash-on-campaign-cash-health-care-in-heated-us-senate-debate/

NON SANNO FARE ALTRO CHE MISTIFICARE LE INFORMAZIONI PER SOSTENERE LE LORO IDEOLOGIE MARXISTE

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Gaza, le macerie e la trasformazione di un’accusa in una “verità” già confezionata

C’è un metodo propagandistico che ormai si ripete con una regolarità impressionante: prendere un fatto reale, eliminare tutto ciò che potrebbe complicarne l’interpretazione, aggiungere un’intenzione non dimostrata e presentare il risultato finale come una certezza.

È esattamente ciò che accade nella nuova narrativa sulle macerie della Striscia di Gaza.

Il punto di partenza è reale e drammatico: Gaza è stata devastata dalla guerra, milioni di tonnellate di detriti ricoprono il territorio e una parte enorme del patrimonio edilizio e delle infrastrutture è stata distrutta o danneggiata.

Da questo fatto, però, si passa improvvisamente a una conclusione completamente diversa: Israele starebbe rimuovendo le macerie “nel tentativo di occultare le prove dei crimini commessi durante il genocidio”.

Fermiamoci alle parole.

Non “potrebbe”.

Non “secondo Euro-Med esiste il rischio”.

Non “l’organizzazione chiede un’indagine”.

La formulazione viene rilanciata come se la finalità dell’operazione fosse stata già provata: Israele rimuove le macerie per nascondere le prove.

Ed è proprio qui che informazione e propaganda prendono due strade differenti.

Il fatto: le macerie vengono movimentate

Euro-Med Human Rights Monitor sostiene di aver osservato quasi cento camion al giorno uscire dalla Striscia trasportando detriti verso località in Israele e Cisgiordania.

L’organizzazione parla inoltre di centinaia di mezzi pesanti impiegati nelle demolizioni, nello spianamento del terreno e nella movimentazione delle macerie.

Questo è ciò che viene denunciato e dovrebbe essere verificato in maniera indipendente.

Ma anche ammettendo integralmente questa ricostruzione, rimane una domanda semplicissima:

dove sarebbe la prova che lo scopo dell’operazione sia cancellare le tracce di crimini di guerra o di un genocidio?

Vedere un camion carico di detriti dimostra che un camion sta trasportando detriti.

Non dimostra automaticamente perché li stia trasportando.

È una distinzione elementare, eppure fondamentale.

Fatto e intenzione non sono la stessa cosa

Per sostenere seriamente che esista un’operazione finalizzata alla distruzione delle prove servirebbe dimostrare almeno quali siti di possibile interesse forense siano stati alterati, quali reperti siano stati distrutti, chi abbia ordinato di intervenire proprio su quei luoghi, quale fosse la consapevolezza della loro rilevanza investigativa e quale documentazione dimostri l’intenzione di impedire future indagini.

Questi elementi trasformerebbero un sospetto in un’accusa documentata.

Senza questo passaggio, invece, abbiamo un’interpretazione.

Può essere investigata.

Può persino rivelarsi fondata.

Ma non può essere venduta al pubblico come un fatto già dimostrato semplicemente perché esistono camion, bulldozer e macerie.

Questa distinzione dovrebbe essere particolarmente importante proprio quando si parla di accuse enormi come genocidio, esecuzioni sommarie e uccisioni deliberate di civili.

Più grave è l’accusa, maggiore dovrebbe essere il rigore probatorio.

Nella propaganda avviene spesso esattamente il contrario.

Il dettaglio che rovina la narrativa: le macerie devono essere rimosse

Qui emerge la contraddizione più evidente.

Le macerie di Gaza non rappresentano soltanto il risultato materiale della guerra. Costituiscono esse stesse un gigantesco problema umanitario, ambientale e logistico.

Parliamo di decine di milioni di tonnellate di cemento, ferro, vetro, materiali contaminati e potenzialmente pericolosi.

Sotto le macerie possono trovarsi ordigni inesplosi.

Possono esserci resti umani.

Possono esserci sostanze nocive.

E soprattutto le macerie bloccano strade, edifici, reti idriche, infrastrutture e terreni necessari alla ricostruzione.

Per questo la gestione dei detriti è inevitabilmente una delle questioni centrali della ricostruzione.

Ed ecco il cortocircuito.

Per mesi ci viene raccontato che Gaza è ricoperta da una quantità immensa di macerie e che questa situazione rende impossibile tornare alla normalità.

Quando qualcuno comincia a movimentarle, improvvisamente la movimentazione stessa diventa “prova” della volontà di cancellare le prove.

Delle due l’una.

Se le macerie costituiscono un’emergenza, prima o poi devono essere rimosse.

La questione seria non è quindi se debbano essere movimentate, ma come debba avvenire la rimozione.

La domanda corretta che la propaganda evita

Esiste infatti una questione perfettamente legittima.

I luoghi potenzialmente rilevanti per future indagini dovrebbero essere documentati prima di interventi irreversibili.

Eventuali resti umani dovrebbero essere trattati secondo procedure adeguate.

La provenienza e la destinazione dei materiali dovrebbero essere registrate.

Quando possibile dovrebbe esserci una supervisione indipendente.

E se esistono prove concrete che un sito sia stato deliberatamente distrutto proprio per impedire un’indagine, quelle prove devono essere pubblicate e sottoposte a verifica.

Questo sarebbe giornalismo.

Ma evidentemente è meno efficace, sul piano propagandistico, di una frase semplicissima:

“Israele cancella le prove del genocidio.”

Una frase perfetta per i social.

Terribile per un’analisi seria.

I numeri utilizzati per impressionare il lettore

Euro-Med sostiene che almeno 10 milioni di tonnellate di detriti sarebbero già stati rimossi, frantumati o spostati dai luoghi originari.

Contemporaneamente viene enfatizzata l’immagine di circa cento camion che ogni giorno lascerebbero Gaza.

Facciamo un semplice esercizio matematico.

Supponendo una capacità media di 25 tonnellate per camion:

100 camion × 25 tonnellate = 2.500 tonnellate al giorno.

Per trasportare 10 milioni di tonnellate esclusivamente a quel ritmo sarebbero necessari:

10.000.000 ÷ 2.500 = 4.000 giorni.

Quasi undici anni.

Naturalmente questo non dimostra che la cifra dei 10 milioni sia falsa, perché la stessa organizzazione include nel conteggio materiale frantumato o semplicemente movimentato all’interno della Striscia e parla di centinaia di mezzi pesanti.

Ma dimostra qualcosa di importante: l’immagine dei “100 camion al giorno” non costituisce da sola la prova quantitativa dei “10 milioni di tonnellate”.

Sono due elementi differenti che, messi uno accanto all’altro, producono un enorme effetto comunicativo.

Ed è proprio per questo che i numeri vanno analizzati e non semplicemente ripetuti.

E poi arriva la parola magica: “genocidio”

Il meccanismo comunicativo raggiunge il massimo dell’efficacia quando una conclusione controversa viene inserita direttamente nella premessa.

Non si scrive:

“Euro-Med sostiene che la rimozione possa compromettere le indagini relative a presunti crimini.”

Si scrive che Israele starebbe occultando le prove dei crimini commessi “durante il genocidio”.

La parola non viene quindi presentata come qualificazione giuridica contestata o come accusa sostenuta da determinate organizzazioni.

Diventa parte della descrizione stessa degli eventi.

Il lettore viene così portato a ragionare partendo da una conclusione già stabilita.

È un meccanismo retorico estremamente efficace:

prima stabilisci linguisticamente la colpevolezza;

poi interpreti ogni evento successivo come ulteriore conferma della colpevolezza iniziale.

Le macerie esistono?

Prova del genocidio.

Le macerie vengono rimosse?

Prova che stanno cancellando le prove del genocidio.

Vengono utilizzati bulldozer?

Stanno distruggendo le prove.

Vengono trasportati detriti?

Stanno facendo sparire le prove.

A quel punto la tesi diventa praticamente impossibile da falsificare, perché qualsiasi comportamento viene interpretato come conferma della stessa conclusione.

Questa non è una metodologia investigativa.

È un sistema narrativo chiuso.

La devastazione di Gaza non deve essere negata

Ed è proprio qui che bisogna essere intellettualmente più seri della propaganda che si critica.

Gaza ha subito una devastazione enorme.

Un numero gigantesco di edifici è stato distrutto o danneggiato.

La popolazione civile ha pagato un prezzo terribile.

Milioni di persone hanno subito sfollamenti.

Le infrastrutture idriche, sanitarie, energetiche e civili sono state pesantemente compromesse.

Negarlo sarebbe assurdo.

Ma riconoscere questi fatti non significa automaticamente accettare qualsiasi interpretazione politica costruita sopra di essi.

Anzi.

Proprio perché la tragedia è reale, dovrebbe esserci ancora meno spazio per manipolazioni, semplificazioni e conclusioni presentate come fatti prima che siano state dimostrate.

Le fotografie non dimostrano le intenzioni

Lo stesso problema riguarda le immagini utilizzate per accompagnare queste narrazioni.

Una fotografia di bulldozer che demoliscono un edificio può documentare una demolizione.

Una fotografia di camion può documentare il trasporto di materiale.

Una fotografia di un edificio distrutto documenta la distruzione.

Nessuna di queste immagini, presa isolatamente, dimostra automaticamente l’intenzione giuridicamente rilevante che viene attribuita a chi compie l’azione.

Questo è un principio elementare dell’analisi delle fonti.

L’immagine documenta ciò che mostra.

Non necessariamente la spiegazione politica scritta nella didascalia.

Eppure il meccanismo propagandistico funziona proprio perché fotografia e interpretazione vengono fuse nella mente del lettore.

L’emozione sostituisce la dimostrazione

La propaganda moderna raramente inventa tutto dal nulla.

È molto più sofisticata.

Parte da elementi reali.

Li seleziona.

Li ordina.

Elimina il contesto scomodo.

Introduce una relazione causale non dimostrata.

Infine utilizza parole emotivamente potentissime per impedire al pubblico di fermarsi a verificare il passaggio logico.

È così che:

“vengono rimosse delle macerie”

diventa

“stanno cancellando le prove”

e infine

“stanno cancellando le prove del genocidio”.

Tre frasi apparentemente consecutive.

Ma tra la prima e l’ultima esiste un abisso probatorio.

La domanda che dovrebbe fare qualsiasi giornalista

Non serve essere filoisraeliani.

Non serve essere propalestinesi.

Non serve essere di destra o di sinistra.

Serve soltanto fare la domanda che dovrebbe essere alla base di qualsiasi informazione degna di questo nome:

QUAL È LA PROVA?

Quali documenti dimostrano l’ordine di cancellare le prove?

Quali specifici siti forensi sono stati deliberatamente distrutti?

Quali investigatori indipendenti avevano chiesto di preservarli?

Quali reperti risultano scomparsi?

Chi ha impartito gli ordini?

Qual è la catena di comando?

Quale documentazione dimostra la finalità dell’operazione?

Se queste prove esistono, devono essere mostrate.

E se dimostrano un crimine, i responsabili devono risponderne.

Ma se non vengono mostrate, non è accettabile sostituire le prove con un titolo emotivamente devastante e pretendere che il pubblico consideri conclusa l’indagine.

È esattamente così che si costruisce una narrativa ideologica

Il problema non è criticare Israele.

Israele può e deve essere criticato quando esistono fatti che lo giustificano.

Il problema nasce quando il risultato dell’analisi è deciso prima dell’analisi stessa.

La struttura ideologica diventa allora semplicissima:

Israele è il colpevole.

Ogni evento deve quindi confermarne la colpevolezza.

Se qualcosa sembra contraddire la narrativa, viene reinterpretato fino a farlo rientrare nella narrativa.

Questo modo di leggere la realtà ricorda la vecchia impostazione ideologica marxista nella quale il dato concreto interessa soprattutto nella misura in cui può essere inserito nella struttura interpretativa prestabilita: oppressore contro oppresso, dominatore contro dominato, colpevole contro vittima.

La complessità diventa fastidiosa.

Le contraddizioni vengono eliminate.

E persino una montagna di cemento può essere trasformata nell’ennesimo tassello della lotta ideologica.

Non è una smentita di Euro-Med. È una richiesta di prove

Vale la pena precisarlo chiaramente.

Non possiamo affermare che sia impossibile che durante la rimozione delle macerie vengano alterati luoghi rilevanti per future indagini.

È possibile.

Ed è precisamente per questo che servono procedure trasparenti e controlli indipendenti.

Ma “potrebbe accadere” e “sta accadendo deliberatamente per occultare un genocidio” sono due affermazioni radicalmente differenti.

La seconda richiede prove molto più forti della prima.

E questa è la parte che troppo spesso scompare dalla comunicazione militante.

Conclusione: prima la sentenza, poi i fatti

Il caso delle macerie di Gaza rappresenta perfettamente il problema dell’informazione ideologizzata.

Il fatto reale è enorme: decine di milioni di tonnellate di detriti devono essere gestite in un territorio devastato dalla guerra.

La domanda investigativa è legittima: le operazioni vengono effettuate preservando eventuali prove e garantendo sufficiente documentazione?

La propaganda compie invece un passo ulteriore e trasforma la domanda in risposta:

Israele sta cancellando le prove del genocidio.

Ed eccoci nuovamente al punto di partenza.

Non sanno fare altro che mistificare le informazioni per sostenere le loro ideologie marxiste.

Prendono un fatto.

Lo decontestualizzano.

Gli attribuiscono un’intenzione.

Inseriscono la conclusione ideologica nella premessa.

E infine presentano l’intero pacchetto come “informazione”.

No.

L’informazione funziona esattamente al contrario.

Prima vengono i fatti.

Poi le verifiche.

Poi le prove.

E soltanto alla fine arrivano le conclusioni.

Quando invece la conclusione viene scritta prima ancora di aver dimostrato i fatti, non siamo più davanti a un’inchiesta.

Siamo davanti a una narrativa.

E quando quella narrativa viene ripetuta abbastanza volte da trasformare un’accusa in una certezza nella mente del pubblico, ha un nome molto più semplice:

propaganda.

FONTI E DOCUMENTI

Banca Mondiale – Gaza Strip Rapid Damage and Needs Assessment, aprile 2026
Il rapporto congiunto World Bank–ONU–UE con le stime aggiornate dei danni e delle necessità di ricostruzione.
Rapporto Banca Mondiale – Gaza RDNA 2026

Rapporto completo RDNA 2026 – PDF
Contiene la stima di oltre 68 milioni di tonnellate di macerie e definisce la loro rimozione una priorità immediata e trasversale.
PDF completo – Gaza Rapid Damage and Needs Assessment 2026

Nazioni Unite – Comunicato congiunto ONU, UE e Banca Mondiale, 20 aprile 2026
Il documento afferma esplicitamente che la rimozione delle macerie e la gestione degli ordigni esplosivi sono prerequisiti della ricostruzione.
ONU – Final Gaza Rapid Damage and Needs Assessment

Nazioni Unite – Rapporto Gaza Strip Rapid Damage and Needs Assessment
Fonte utile anche per i dati sugli oltre 1,9 milioni di sfollati interni e sull’entità complessiva della crisi.
ONU – Gaza Strip Rapid Damage and Needs Assessment

UNEP – Sustainable Debris Management in Gaza
Pagina tecnica dell’ONU dedicata specificamente alla gestione delle macerie. UNEP spiega metodologie di quantificazione, riciclaggio, movimentazione e pianificazione della rimozione dei detriti.
UNEP – Sustainable Debris Management in Gaza

UNEP – Gestione sostenibile delle macerie nei territori colpiti da guerre e disastri
Spiega perché enormi quantità di detriti rappresentano un ostacolo alla ricostruzione e perché servono valutazione, mappatura, rimozione e riciclaggio.
UNEP – Sustainable Debris Management

UNEP – Valutazione ambientale sulla guerra a Gaza
Documenta i rischi derivanti da ordigni inesplosi, amianto, rifiuti industriali e sanitari e altri materiali pericolosi presenti tra le macerie.
UNEP – Environmental Impact of the Conflict in Gaza

UNEP – 61 milioni di tonnellate di macerie nella valutazione del 2025
Il rapporto raccomanda espressamente la rimozione e, per quanto possibile, il riciclaggio dei detriti, oltre allo smaltimento sicuro delle munizioni.
UNEP – Environmental damage in Gaza Strip

Queste fonti permettono di formulare una critica più precisa: non dimostrano che Euro-Med abbia necessariamente torto sull’eventuale alterazione di specifici siti, ma dimostrano che la semplice rimozione delle macerie non può essere presentata, da sola, come prova di un’operazione di occultamento, dato che ONU, UE, Banca Mondiale e UNEP considerano la gestione dei detriti indispensabile per accesso umanitario e ricostruzione.

QUANDO LA PROPAGANDA MARXISTA USA LE TRAGEDIE UMANE PER I PROPRI SCOPI: CHE VERGOGNA

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Ceuta, morti e dispersi trasformati in una leva emotiva: il dolore delle famiglie merita rispetto, ma non può essere usato per cancellare le domande sul collasso del confine, sulle responsabilità politiche e sul ruolo dei social network

CEUTA, LA PROPAGANDA DELLE LACRIME: QUANDO I DISPERSI DIVENTANO LO SCHERMO PER NASCONDERE IL COLLASSO DEL CONFINE

Il dramma delle famiglie è reale. Ma proprio per questo non può diventare uno strumento per cancellare le domande sulle responsabilità politiche, sulla mobilitazione attraverso i social e sul cedimento di una frontiera europea

C’è un modo molto efficace per impedire che l’opinione pubblica faccia domande scomode: spostare il dibattito dai fatti alle emozioni.

È ciò che sta accadendo intorno alla crisi di Ceuta.

Le immagini provenienti da Fnideq, in Marocco, sono potenti: famiglie che mostrano fotografie dei propri cari, madri che aspettano notizie dei figli, persone che controllano i rimpatriati nella speranza di riconoscere un volto.

Sono immagini drammatiche.

E nessuno dovrebbe deridere o minimizzare il dolore di chi non sa se un figlio sia vivo o morto.

Ma proprio il rispetto per queste persone impone una domanda fondamentale: come siamo arrivati fin qui?

Perché raccontare solamente l’ultimo capitolo della vicenda — i morti, i dispersi, le madri disperate — senza interrogarsi seriamente su ciò che è accaduto prima significa trasformare una tragedia umana in una gigantesca operazione di rimozione politica.

Ed è qui che entra in gioco una tecnica comunicativa ricorrente in una parte della narrazione ideologica sulla migrazione: la sostituzione dell’analisi con l’emozione.

Non si discute più di frontiere.

Non si discute più di responsabilità.

Non si discute più di sicurezza.

Non si discute più del ruolo dei social network.

Non si discute più di come decine di migliaia di persone abbiano potuto concentrarsi contemporaneamente verso una minuscola frontiera europea.

Si mostra una madre.

E improvvisamente qualsiasi domanda sul resto rischia di essere dipinta come cinica o disumana.

Ma la politica non può funzionare così.

Il fatto che nessuna fotografia può cancellare

La prima cosa da ricordare è la dimensione assolutamente eccezionale di quanto accaduto.

Secondo Reuters, circa 72.000 persone hanno raggiunto Ceuta nell’arco di una settimana durante la crisi iniziata alla fine di luglio.

Numeri enormi rispetto alle dimensioni della città.

Ceuta ha una popolazione di poco superiore agli 80.000 abitanti.

Significa che nell’arco di pochissimo tempo è arrivato un numero di persone paragonabile quasi all’intera popolazione residente.

Questa non è una normale oscillazione dei flussi migratori.

È un evento straordinario che riguarda direttamente la sicurezza di una frontiera esterna dell’Unione Europea.

Ed è proprio questo il punto che rischia di scomparire dietro il racconto esclusivamente umanitario.

Ceuta non è soltanto una città sulla costa africana.

È territorio spagnolo.

Di conseguenza è territorio dell’Unione Europea.

Quando il suo confine viene attraversato in massa, ciò che accade non riguarda soltanto Madrid o Rabat.

Riguarda l’intero sistema europeo di libera circolazione.

La domanda proibita: come è stato possibile?

Davanti a una mobilitazione di queste dimensioni, la prima domanda dovrebbe essere semplicissima:

come è stato possibile?

Decine di migliaia di persone non compaiono improvvisamente nello stesso punto geografico per coincidenza.

Serve una dinamica di mobilitazione.

Serve la diffusione di informazioni.

Serve la convinzione collettiva che attraversare il confine sia possibile.

Ed è particolarmente significativo che persino le ricostruzioni concentrate sul dramma dei dispersi riconoscano il ruolo avuto dai social network.

Le piattaforme che oggi vengono utilizzate per pubblicare fotografie e appelli alla ricerca degli scomparsi sarebbero state utilizzate precedentemente anche per diffondere informazioni e messaggi sull’opportunità di raggiungere Ceuta.

Questa circostanza dovrebbe essere al centro dell’inchiesta giornalistica.

Chi ha originato quei messaggi?

Quanto rapidamente sono diventati virali?

Erano spontanei oppure amplificati?

Quali informazioni circolavano?

Perché così tante persone hanno creduto contemporaneamente che fosse possibile raggiungere la Spagna attraverso Ceuta?

Sono domande fondamentali.

E porle non significa criminalizzare i migranti.

Significa cercare di comprendere un evento.

Il confine che improvvisamente non esiste più

C’è poi un secondo problema ancora più grave.

Se decine di migliaia di persone sono riuscite a raggiungere Ceuta nell’arco di pochissimo tempo, bisogna interrogarsi sull’efficacia del dispositivo di frontiera.

Il confine tra Marocco e Ceuta è uno dei più sensibili del Mediterraneo.

Non è un sentiero dimenticato in mezzo alle montagne.

È una frontiera sorvegliata, politicamente delicatissima e conosciuta da decenni come uno dei principali punti di pressione migratoria verso l’Europa.

Come può quindi un sistema progettato proprio per controllare quella frontiera trovarsi improvvisamente travolto?

La risposta non può essere semplicemente:

“Guardate le famiglie dei dispersi”.

Le due questioni possono e devono convivere.

Si può provare compassione per una madre marocchina che cerca suo figlio e contemporaneamente chiedere conto alle autorità di quanto accaduto.

Anzi: proprio perché esistono morti e dispersi, quelle domande diventano ancora più necessarie.

Il ruolo del Marocco

Esiste inoltre un’altra questione politicamente esplosiva: il comportamento delle autorità marocchine.

Marocco e Spagna cooperano da anni sul controllo dell’immigrazione irregolare.

Rabat svolge quindi un ruolo essenziale nel contenimento delle partenze e nel controllo della frontiera.

Quando questa cooperazione funziona, la pressione può essere contenuta.

Quando viene meno, le conseguenze possono essere immediate.

È quindi inevitabile chiedersi cosa sia accaduto nei giorni precedenti alla crisi.

Le autorità marocchine disponevano di informazioni sull’enorme concentrazione di persone?

Quando hanno compreso ciò che stava succedendo?

Quali misure sono state adottate?

Madrid era stata informata?

Sono esistiti segnali d’allarme ignorati?

Domande politiche.

Non slogan.

E Madrid cosa sapeva?

La stessa attenzione deve essere rivolta al governo spagnolo.

Una mobilitazione di questa portata difficilmente può essere trattata come un fenomeno completamente imprevedibile.

Quando migliaia di persone iniziano a spostarsi verso una frontiera, esistono intelligence, polizia, Guardia Civil, autorità locali e cooperazione internazionale proprio per intercettare i segnali.

Per questo bisogna ricostruire una cronologia precisa.

Quando Madrid ha ricevuto le prime informazioni?

Quando è stato compreso che non si trattava di poche centinaia di persone?

Quando sono stati rafforzati i dispositivi di sicurezza?

Erano disponibili uomini e mezzi sufficienti?

Quali comunicazioni sono intercorse tra Spagna e Marocco?

Sono domande che riguardano direttamente la responsabilità politica.

Ed è precisamente questo livello di analisi che rischia di essere soffocato quando tutto viene ridotto alla dimensione emotiva.

I morti: attenzione alla guerra dei numeri

Il capitolo più delicato riguarda inevitabilmente le vittime.

Ed è proprio qui che il giornalismo dovrebbe mostrare la massima prudenza.

Sono circolate cifre differenti.

Reuters ha riferito di almeno 75 morti, mentre altre ricostruzioni hanno indicato bilanci superiori distinguendo tra corpi recuperati nelle acque spagnole e marocchine.

È quindi necessario evitare un errore molto comune: trasformare immediatamente la cifra più alta disponibile nel “numero ufficiale”.

Esistono categorie differenti:

corpi recuperati;

vittime identificate;

segnalazioni delle ONG;

persone dichiarate disperse;

stime delle autorità;

testimonianze delle famiglie.

Non sono la stessa cosa.

Il bilancio può purtroppo aumentare, ma proprio per rispetto dei morti bisogna utilizzare numeri verificabili e attribuire sempre ogni cifra alla fonte che l’ha fornita.

La tragedia non ha bisogno di essere gonfiata.

È già abbastanza grave.

I bambini: la domanda che manca

Uno degli elementi emotivamente più potenti del racconto riguarda i minori.

Secondo le testimonianze raccolte, a Ceuta sarebbero arrivati anche bambini molto piccoli, alcuni dei quali avrebbero chiesto un telefono per chiamare le proprie madri.

È un’immagine devastante.

Ma anche in questo caso l’emozione non può rappresentare la conclusione dell’analisi.

Deve rappresentarne l’inizio.

Se un bambino di dieci o dodici anni attraversa una frontiera internazionale in mezzo a un movimento di massa, bisogna chiedersi:

come è arrivato lì?

Chi lo accompagnava?

Chi gli ha indicato la strada?

Chi gli ha fatto credere che fosse possibile entrare in Europa?

Perché non è stato fermato prima?

Dove erano gli adulti responsabili?

Quale rete di informazioni ha reso possibile una decisione tanto pericolosa?

Limitarsi a mostrare il bambino dopo l’arrivo significa raccontare soltanto metà della storia.

E l’altra metà potrebbe essere quella decisiva per impedire che accada nuovamente.

La propaganda emotiva funziona sempre allo stesso modo

Il meccanismo comunicativo è antico.

Quando un problema politico complesso viene trasformato in una singola storia personale, il cervello umano tende naturalmente a concentrarsi sulla persona.

Una madre che piange produce più coinvolgimento di una tabella sugli ingressi.

La fotografia di un bambino produce più emozione di un rapporto sulla sicurezza delle frontiere.

È perfettamente comprensibile.

Il problema nasce quando questo meccanismo viene utilizzato per suggerire implicitamente che discutere del quadro generale sia moralmente illegittimo.

A quel punto non siamo più davanti all’empatia.

Siamo davanti alla manipolazione attraverso l’empatia.

Si costruisce una falsa alternativa:

o provi compassione per i migranti;

oppure difendi le frontiere.

Ma è un’alternativa assurda.

Si possono fare entrambe le cose.

È possibile salvare chi rischia di annegare e contemporaneamente impedire partenze illegali.

È possibile assistere un minore e contemporaneamente chiedere come sia arrivato illegalmente alla frontiera.

È possibile rispettare una madre che cerca suo figlio e contemporaneamente pretendere responsabilità dai governi.

La reazione italiana dimostra che il problema è europeo

La crisi ha avuto conseguenze anche oltre la Spagna.

L’Italia ha temporaneamente reintrodotto controlli sui collegamenti provenienti dalla Spagna, soprattutto nei confronti dei cittadini extra-UE.

È importante essere precisi.

Non significa che l’Italia abbia “abolito Schengen con la Spagna”.

Il sistema Schengen permette in determinate circostanze il ripristino temporaneo dei controlli.

Ma proprio l’attivazione di questo strumento dimostra la dimensione europea della crisi.

Perché se un’enorme quantità di persone entra irregolarmente in territorio spagnolo, successivamente può tentare di raggiungere altri Stati dell’area Schengen.

Il problema quindi non termina a Ceuta.

Comincia a Ceuta.

Schengen funziona soltanto se funzionano le frontiere esterne

Qui emerge una delle contraddizioni fondamentali della politica migratoria europea.

Schengen elimina normalmente i controlli sistematici alle frontiere interne perché presuppone che le frontiere esterne dell’area siano controllate efficacemente.

È un principio elementare.

Se una frontiera esterna collassa, inevitabilmente aumenta la pressione politica affinché gli Stati ripristinino controlli interni.

In altre parole:

senza frontiere esterne credibili, prima o poi diventano inevitabili nuove frontiere interne.

È questo uno dei grandi paradossi dell’immigrazione incontrollata.

Chi sostiene di voler difendere la libera circolazione europea dovrebbe essere tra i primi a chiedere frontiere esterne efficaci.

La responsabilità non scompare davanti a una fotografia

Il problema del racconto proveniente da Fnideq non sono dunque le fotografie.

Quelle fotografie devono essere mostrate.

Quelle famiglie meritano risposte.

Il problema nasce quando la fotografia diventa un sostituto dell’inchiesta.

Quando una madre che cerca il figlio viene implicitamente utilizzata come argomento politico contro chiunque chieda:

chi ha lasciato collassare il confine?

Chi ha diffuso gli appelli sui social?

Chi sapeva?

Quando lo sapeva?

Perché non è intervenuto?

Qual è stato il ruolo delle autorità marocchine?

Qual è stata la risposta del governo spagnolo?

Quali conseguenze avrà tutto questo sul sistema Schengen?

Sono queste le domande che una democrazia dovrebbe pretendere.

La vera compassione consiste nell’impedire che accada ancora

C’è infine un paradosso che dovrebbe essere evidente.

Se davvero ci preoccupano quelle madri, quei bambini, quei dispersi e quei morti, allora la priorità dovrebbe essere impedire che migliaia di persone tentino nuovamente un attraversamento di massa tanto pericoloso.

Lasciare che si diffonda la convinzione che sia sufficiente raggiungere una frontiera europea in numero abbastanza elevato per superarla crea un incentivo potentissimo.

E quell’incentivo può uccidere.

Può spingere adolescenti verso il mare.

Può convincere bambini a seguire gruppi di adulti.

Può alimentare trafficanti e intermediari.

Può trasformare una voce diffusa sui social in una tragedia.

Per questo il controllo della frontiera non è l’opposto dell’umanità.

Può essere uno degli strumenti necessari per evitare altre vittime.

Conclusione: le lacrime non cancellino le responsabilità

Il dolore delle famiglie di Fnideq è autentico.

I morti sono autentici.

I dispersi sono autentici.

Nessuno dovrebbe utilizzarli come bersaglio politico.

Ma proprio per questo nessuno dovrebbe utilizzarli nemmeno come scudo politico.

La tragedia di Ceuta non può essere raccontata soltanto attraverso fotografie, testimonianze e lacrime.

Bisogna ricostruire ciò che è successo prima.

Bisogna capire il ruolo dei social network.

Bisogna stabilire cosa sapessero le autorità marocchine.

Bisogna stabilire cosa sapesse Madrid.

Bisogna comprendere perché il dispositivo di frontiera sia stato travolto.

Bisogna verificare con rigore il numero delle vittime.

Bisogna stabilire come tanti minori siano riusciti ad arrivare fino a Ceuta.

E bisogna comprendere perché altri Paesi europei abbiano ritenuto necessario reagire.

**L’emozione racconta il dolore.

L’inchiesta stabilisce le responsabilità.**

Una stampa che mostra soltanto la prima e dimentica sistematicamente la seconda non sta raccontando tutta la storia.

E quando l’emozione diventa lo strumento con cui impedire le domande, non siamo più davanti all’informazione.

Siamo davanti alla propaganda.


FONTI

Reuters – Spain’s Ceuta seeks transfer of unaccompanied migrant minors to mainland Spain after mass arrivals, 5 agosto 2026.

The Guardian – Hundreds in Morocco gather near Ceuta border in anxious wait for missing loved ones, 5 agosto 2026.

Cadena SER – Copertura e aggiornamenti sulla crisi di Ceuta e sul recupero delle vittime.

Ministerio del Interior – Gobierno de España – Informazioni istituzionali sul controllo delle frontiere e sulla situazione migratoria.

Guardia Civil – Comunicazioni ufficiali relative alla gestione della crisi e alla ricerca delle persone scomparse.

Commissione Europea – Normativa e informazioni sullo spazio Schengen e sulla possibilità di reintroduzione temporanea dei controlli alle frontiere interne.

UNICEF España – Informazioni e dichiarazioni relative alla situazione dei minori coinvolti nella crisi.

FONTI E APPROFONDIMENTI

Reuters – Aggiornamenti sulla crisi migratoria di Ceuta e sui minori non accompagnati
https://www.reuters.com/world/europe/spains-ceuta-seeks-transfer-unaccompanied-migrant-minors-mainland-spain-after-2026-08-05/

The Guardian – Famiglie marocchine alla ricerca dei dispersi dopo gli attraversamenti verso Ceuta
https://www.theguardian.com/world/2026/aug/05/hundreds-in-morocco-gather-near-ceuta-border-in-anxious-wait-for-missing-loved-ones

Reuters – Reintroduzione temporanea dei controlli italiani dopo la crisi di Ceuta
https://www.reuters.com/world/italy-suspends-eu-schengen-free-travel-pact-with-spain-over-ceuta-crisis-2026-07-31/

Cadena SER – Notizie e aggiornamenti dalla Spagna
https://cadenaser.com/

Ministero dell’Interno spagnolo – Informazioni ufficiali su immigrazione, frontiere e sicurezza
https://www.interior.gob.es/

Guardia Civil – Comunicazioni e informazioni ufficiali
https://www.guardiacivil.es/

UNICEF España – Informazioni sulla tutela dei minori
https://www.unicef.es/

Commissione Europea – Schengen, migrazione e gestione delle frontiere
https://home-affairs.ec.europa.eu/policies/schengen-borders-and-visa_en

Frontex – Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera
https://www.frontex.europa.eu/

Gobierno de Ceuta – Portale istituzionale della Città Autonoma di Ceuta
https://www.ceuta.es/

LA SOLITA PROPAGANDA MARXISTA MISTIFICA I FATTI: il caso FIFA diventa una trama Trump-Kushner-Giordania-Iran

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Accuse reali contro Infantino, rapporti politici realmente esistenti e un salto logico tutto da dimostrare: così una controversia sulla governance della FIFA viene trasformata nell’ennesima narrazione geopolitica contro Donald Trump

🚨 FIFA, TRUMP E GIORDANIA: QUANDO I FATTI FINISCONO E COMINCIA LA NARRATIVA

La tecnica è sempre la stessa: prendere alcuni fatti reali, metterli uno accanto all’altro e trasformare le coincidenze in una trama politica.

Il principe Ali bin Al Hussein ha realmente accusato la FIFA di “ricatto”, sostenendo che gli sarebbe stato comunicato verbalmente che appoggiare la rielezione di Infantino avrebbe aiutato la federazione giordana.

È un’accusa seria e va investigata.

Ma da qui parte il salto mortale della narrativa.

Thrive Capital → Josh Kushner → fratello di Jared Kushner → genero di Trump → quindi Trump.

Peccato che FIFA abbia persino precisato che Jared Kushner non era un investitore nell’operazione.

E non stavano neppure “vendendo il Mondiale”: il progetto riguardava una partecipazione minoritaria in una struttura commerciale controllata dalla FIFA, mentre governance e competizioni sarebbero rimaste sotto il controllo FIFA.

Poi arriva il capolavoro:

Trump sarebbe rimasto in silenzio perché avrebbe bisogno di re Abdullah e della Giordania contro l’Iran.

Prova? Nessuna.

Che USA e Giordania siano alleati strategici è un fatto.

Che Trump abbia rapporti con Abdullah è un fatto.

Che Infantino abbia rapporti con Trump è un fatto.

Che Josh Kushner sia fratello del genero di Trump è un fatto.

Ma mettere quattro fatti veri in fila non rende vera una quinta affermazione inventata per collegarli.

Se esistono documenti che dimostrano che Trump abbia deciso di non sostenere Infantino per non irritare Abdullah, mostrateli.

Altrimenti si chiama speculazione politica, non informazione.

La vicenda FIFA merita un’inchiesta seria.

Proprio per questo non ha bisogno di essere trasformata nell’ennesimo diagramma:

KUSHNER → TRUMP → GIORDANIA → IRAN.

I fatti prima della propaganda.

🚨 FIFA, TRUMP E GIORDANIA: QUANDO I FATTI FINISCONO E COMINCIA LA NARRATIVA

La tecnica è sempre la stessa: prendere alcuni fatti reali, metterli uno accanto all’altro e trasformare le coincidenze in una trama politica.

Il principe Ali bin Al Hussein ha realmente accusato la FIFA di “ricatto”, sostenendo che gli sarebbe stato comunicato verbalmente che appoggiare la rielezione di Infantino avrebbe aiutato la federazione giordana.

È un’accusa seria e va investigata.

Ma da qui parte il salto mortale della narrativa.

Thrive Capital → Josh Kushner → fratello di Jared Kushner → genero di Trump → quindi Trump.

Peccato che FIFA abbia persino precisato che Jared Kushner non era un investitore nell’operazione.

E non stavano neppure “vendendo il Mondiale”: il progetto riguardava una partecipazione minoritaria in una struttura commerciale controllata dalla FIFA, mentre governance e competizioni sarebbero rimaste sotto il controllo FIFA.

Poi arriva il capolavoro:

Trump sarebbe rimasto in silenzio perché avrebbe bisogno di re Abdullah e della Giordania contro l’Iran.

Prova? Nessuna.

Che USA e Giordania siano alleati strategici è un fatto.

Che Trump abbia rapporti con Abdullah è un fatto.

Che Infantino abbia rapporti con Trump è un fatto.

Che Josh Kushner sia fratello del genero di Trump è un fatto.

Ma mettere quattro fatti veri in fila non rende vera una quinta affermazione inventata per collegarli.

Se esistono documenti che dimostrano che Trump abbia deciso di non sostenere Infantino per non irritare Abdullah, mostrateli.

Altrimenti si chiama speculazione politica, non informazione.

La vicenda FIFA merita un’inchiesta seria.

Proprio per questo non ha bisogno di essere trasformata nell’ennesimo diagramma:

KUSHNER → TRUMP → GIORDANIA → IRAN.

I fatti prima della propaganda.

FIFA, Infantino, Trump e Giordania: quando dai fatti si passa alla costruzione della narrativa

Il caso Ali bin Al Hussein è reale. Il resto della storia va dimostrato

C’è un metodo narrativo diventato sempre più frequente nel racconto politico contemporaneo: partire da alcuni fatti autentici, selezionarli accuratamente, collegarli attraverso rapporti personali o familiari e arrivare infine a una conclusione geopolitica che nessuna delle fonti citate dimostra realmente.

La controversia esplosa intorno alla FIFA, a Gianni Infantino e al presidente della federazione calcistica giordana, il principe Ali bin Al Hussein, rappresenta un esempio particolarmente interessante.

Il punto deve essere chiarito immediatamente: le accuse rivolte da Ali bin Al Hussein alla FIFA sono reali, pubbliche e molto gravi.

Non c’è quindi alcuna ragione per nasconderle o minimizzarle.

Ma proprio perché sono accuse gravi bisogna evitare di utilizzarle come trampolino per costruire una storia completamente diversa, nella quale entrano improvvisamente Donald Trump, Joshua Kushner, Jared Kushner, re Abdullah II, l’Iran e la strategia militare americana in Medio Oriente.

Una cosa è raccontare lo scontro interno alla FIFA.

Un’altra è sostenere implicitamente l’esistenza di una catena politica:

Infantino → Kushner → Trump → Giordania → Iran.

Per trasformare questa sequenza in una ricostruzione giornalistica servono prove.

Altrimenti abbiamo una serie di fatti autentici collegati da supposizioni.

Ed è precisamente qui che bisogna separare informazione, interpretazione e propaganda.


1. Partiamo dai fatti: cosa ha realmente accusato Ali bin Al Hussein?

Il 4 agosto 2026 il principe Ali bin Al Hussein, presidente della Jordan Football Association ed ex vicepresidente FIFA, ha lanciato un’accusa pesantissima contro la gestione della FIFA guidata da Gianni Infantino.

Secondo quanto riportato anche da Reuters, Ali ha denunciato una serie di problemi incontrati dalla federazione giordana in occasione della sua prima partecipazione a un Mondiale.

Tra le questioni indicate figurano le difficoltà incontrate da alcuni tifosi giordani nell’ottenere i visti per entrare negli Stati Uniti, problematiche fiscali collegate alla partecipazione al torneo e il mancato pagamento di somme relative alla FIFA Arab Cup.

Il passaggio politicamente più esplosivo arriva però dopo.

Ali sostiene che, durante il Mondiale, gli sarebbe stato comunicato verbalmente che un suo endorsement alla candidatura di Infantino avrebbe contribuito in maniera significativa ad aiutare la federazione giordana.

Da qui la sua conclusione: l’intera situazione, secondo Ali, equivarrebbe a un “blackmail”, cioè a un ricatto.

L’accusa è estremamente seria.

Ma bisogna utilizzare le parole con precisione.

Ali bin Al Hussein ha accusato la FIFA di ricatto.

Non significa che il ricatto sia già stato provato.

Al momento stiamo parlando della denuncia pubblica di una delle figure più importanti del calcio asiatico e internazionale. Una denuncia che merita certamente chiarimenti, verifiche e, se necessario, un’indagine.

Trasformare automaticamente un’accusa in un fatto definitivamente accertato sarebbe però giornalisticamente scorretto.

Il principio dovrebbe valere indipendentemente da chi sia l’accusato.


2. Infantino vuole davvero essere rieletto nel 2027

Su un secondo elemento della vicenda non esistono particolari dubbi.

Gianni Infantino ha annunciato ufficialmente la propria intenzione di candidarsi nuovamente alla presidenza FIFA nel 2027.

Lo ha comunicato durante il 76° Congresso FIFA tenutosi a Vancouver.

Non si tratta quindi di un’indiscrezione giornalistica.

È una candidatura annunciata pubblicamente dallo stesso Infantino.

Anche questo elemento rende naturalmente molto più delicata l’accusa proveniente dalla Giordania.

Se fosse dimostrato che strumenti economici o amministrativi della FIFA sono stati utilizzati per ottenere sostegno elettorale, la questione sarebbe gravissima.

Ma questo deve essere dimostrato.

Ed è importante sottolinearlo perché non occorre inventare complotti geopolitici per considerare seria la vicenda.

La vicenda FIFA è già abbastanza importante da sola.


3. La crisi di Infantino è reale

Sarebbe altrettanto sbagliato sostenere che le polemiche contro Infantino siano completamente inventate.

Il presidente FIFA attraversa effettivamente una delle fasi politicamente più complicate della propria gestione.

L’accusa proveniente dalla Giordania è arrivata nel mezzo di una controversia molto più ampia riguardante il progetto FIFA Forward Enterprise.

Il progetto aveva provocato fortissime resistenze nel mondo calcistico.

Anche figure interne o vicine alla struttura FIFA hanno manifestato perplessità, mentre il piano ha incontrato l’opposizione di importanti componenti del calcio internazionale.

Quindi il quadro generale è autentico:

Infantino è sotto pressione.

Ma essere sotto pressione non dimostra automaticamente l’esistenza della trama politica che alcuni commentatori stanno cercando di costruire intorno a Trump.


4. Che cos’era realmente FIFA Forward Enterprise?

Qui comincia uno dei primi problemi della narrativa.

Il progetto viene spesso sintetizzato con formule del tipo:

“Infantino voleva vendere quote del Mondiale.”

È una definizione efficace sul piano comunicativo, ma incompleta sul piano societario.

Il progetto prevedeva la creazione di una nuova struttura commerciale, FIFA Forward Enterprise, nella quale investitori privati avrebbero potuto acquisire una partecipazione minoritaria.

Secondo le informazioni pubblicate sulla vicenda, la nuova entità avrebbe concentrato importanti attività commerciali della FIFA, comprese quelle legate alle competizioni.

La valutazione iniziale indicata era nell’ordine dei 20 miliardi di dollari, con l’ipotesi di raccogliere circa 4,2 miliardi attraverso investitori esterni.

La FIFA avrebbe comunque mantenuto una posizione di controllo.

Questo non significa che le critiche fossero infondate.

Al contrario.

La domanda politica e sportiva era enorme:

fino a che punto è opportuno permettere al capitale privato di entrare nella struttura economica che gestisce gli asset commerciali del calcio mondiale?

È un dibattito assolutamente legittimo.

UEFA, AFC e altre componenti del calcio internazionale hanno sollevato obiezioni importanti riguardanti governance, trasparenza, consultazione e struttura dell’operazione.

Ma raccontare tutto semplicemente come la “vendita del Mondiale” rischia di eliminare le distinzioni fondamentali.

Non si stava vendendo la proprietà della Coppa del Mondo come se fosse un normale bene aziendale.

Si discuteva dell’ingresso di investitori privati in una nuova struttura commerciale collegata agli asset FIFA.

È comunque una scelta discutibile.

Ma è una cosa diversa.


5. L’opposizione dell’AFC è vera

Anche l’opposizione proveniente dall’Asian Football Confederation non è un’invenzione.

L’AFC ha espresso fortissime preoccupazioni sul progetto, contestando in particolare il metodo seguito dalla FIFA, la mancanza di consultazione e la trasparenza dell’intera operazione.

È un elemento politicamente molto significativo perché il calcio asiatico rappresenta un blocco importante nell’equilibrio elettorale della FIFA.

Questo può quindi diventare un problema molto serio per Infantino in vista delle elezioni del 2027.

Ma anche qui occorre fermarsi davanti ai fatti.

L’opposizione dell’AFC al progetto FIFA Forward Enterprise non dimostra automaticamente che esista un fronte geopolitico costruito intorno a Trump.

È uno scontro sulla governance del calcio mondiale.

Può certamente avere implicazioni politiche.

Ma le implicazioni vanno dimostrate, non semplicemente immaginate.


6. Arriva Joshua Kushner. E improvvisamente compare Trump

Uno dei potenziali investitori dell’operazione era Thrive, realtà finanziaria guidata da Joshua Kushner.

Ed è qui che il racconto cambia improvvisamente registro.

Joshua Kushner è il fratello di Jared Kushner.

Jared Kushner è il marito di Ivanka Trump.

Ivanka Trump è la figlia di Donald Trump.

Tutto vero.

Ma la domanda decisiva è un’altra:

quale prova dimostra che Donald Trump controllasse, dirigesse o avesse ordinato l’operazione finanziaria?

Essere imparentati con qualcuno non significa rappresentarne automaticamente gli interessi politici.

Se adottassimo questo criterio come standard giornalistico, qualsiasi investimento effettuato da una società guidata da un parente di un politico diventerebbe automaticamente un’operazione politica del governo.

Non funziona così.

Per dimostrare un coinvolgimento di Trump servirebbero elementi molto più concreti:

un incontro documentato sull’operazione;

un’indicazione proveniente dalla Casa Bianca;

un intervento dell’amministrazione;

una comunicazione;

un investimento riconducibile direttamente al presidente;

un’attività di lobbying documentata;

oppure una testimonianza verificabile che dimostri il coordinamento.

Senza elementi di questo genere rimane semplicemente una relazione familiare.

Joshua Kushner non è Donald Trump.

Thrive non è la Casa Bianca.

E soprattutto:

essere fratello del genero del presidente non trasforma automaticamente un fondo d’investimento in uno strumento della politica estera americana.


7. Il rapporto Trump-Infantino esiste

Anche in questo caso è inutile negare l’evidenza.

Donald Trump e Gianni Infantino hanno sviluppato negli anni un rapporto pubblico molto stretto.

Il presidente FIFA ha avuto numerosi rapporti con Trump, particolarmente evidenti nell’ambito dell’organizzazione della Coppa del Mondo 2026 negli Stati Uniti, Canada e Messico.

Questo rapporto può naturalmente essere criticato.

Si può discutere sull’opportunità che il presidente della FIFA mostri una tale vicinanza a un capo di Stato.

Si può discutere della politicizzazione del calcio.

Si può discutere dei rapporti tra FIFA e governi.

Tutto legittimo.

Ma ancora una volta:

un rapporto stretto non dimostra automaticamente una regia politica.

La differenza tra correlazione e causalità dovrebbe essere uno dei principi fondamentali del giornalismo.


8. Poi entra in scena re Abdullah II

La seconda parte della narrazione compie un ulteriore salto.

Il ragionamento diventa sostanzialmente questo:

Trump è vicino a Infantino.

Trump è vicino anche a re Abdullah II.

Ali bin Al Hussein appartiene alla famiglia reale giordana.

La Giordania è strategicamente importante per Washington.

Dunque Trump non potrebbe difendere Infantino perché avrebbe bisogno della Giordania.

Il problema?

Manca il passaggio fondamentale:

la prova.

Che Stati Uniti e Giordania abbiano un rapporto strategico è incontestabile.

Washington e Amman cooperano da decenni sul piano diplomatico, militare, economico e dell’intelligence.

E la cooperazione è continuata e si è ulteriormente manifestata nel 2026.

Il 21 luglio la Casa Bianca ha annunciato un nuovo accordo commerciale con la Giordania.

Il testo dell’accordo parla esplicitamente di cooperazione sulla sicurezza economica, sui controlli alle esportazioni, sulla sicurezza degli investimenti e perfino dell’intenzione americana di facilitare e rafforzare il commercio nel settore della difesa.

Pochi giorni dopo, rappresentanti militari giordani e statunitensi hanno discusso ulteriormente l’approfondimento della cooperazione strategica.

Quindi non c’è alcun bisogno di inventare il rapporto USA-Giordania.

Il rapporto esiste ed è pubblico.

Ma proprio questo indebolisce la necessità di costruire retroscena fantasiosi.

Washington non ha bisogno di nascondere la propria partnership con Amman.

È una partnership dichiarata apertamente.


9. La Giordania e la crisi iraniana

Anche il collegamento con l’Iran contiene una parte autentica.

Nel marzo 2026 re Abdullah II e Donald Trump hanno discusso direttamente dell’escalation regionale.

La Giordania ha condannato gli attacchi iraniani contro il proprio territorio.

Successivamente Amman ha accolto positivamente l’accordo tra Stati Uniti e Iran per interrompere le operazioni militari e avviare negoziati.

A maggio Abdullah ha partecipato anche a una telefonata con Trump e altri leader regionali dedicata proprio alla necessità di mantenere il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran.

Sono fatti.

La Giordania rappresenta effettivamente un attore strategico importante nella sicurezza mediorientale.

Ma da questo non discende automaticamente che Trump abbia deciso di non intervenire pubblicamente nella crisi FIFA per non compromettere i rapporti con Abdullah.

Questa è un’ipotesi.

E un’ipotesi deve essere presentata come tale.


10. Attenzione anche alla storia delle “basi americane in Giordania”

C’è inoltre un dettaglio particolarmente interessante.

La narrativa sostiene che la Giordania avrebbe assunto un ruolo centrale nella guerra contro l’Iran “grazie alle sue basi militari”.

Ma il 17 luglio 2026 il ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi ha pubblicamente respinto proprio la formulazione secondo cui il paese ospiterebbe “basi militari americane”.

Safadi ha precisato che sul territorio giordano sono presenti forze statunitensi nell’ambito di un accordo bilaterale di cooperazione militare, ma ha contestato la definizione di “basi USA”.

Si può naturalmente discutere della distinzione politica o semantica.

Resta però un dato interessante: persino la premessa utilizzata per costruire la teoria viene presentata in termini più categorici di quelli adottati ufficialmente dalla stessa Giordania.

Questo è precisamente il tipo di dettaglio che dovrebbe spingere alla prudenza.


11. “Trump è rimasto in silenzio”: il grande argomento costruito sul nulla

Arriviamo così alla parte più debole dell’intera costruzione.

Trump sarebbe rimasto in silenzio.

E questo silenzio diventerebbe una prova politica.

Ma il silenzio non dimostra praticamente nulla.

Un presidente degli Stati Uniti può non commentare una controversia FIFA per decine di ragioni.

Potrebbe non considerarla sufficientemente importante.

Potrebbe non voler intervenire in una controversia interna alla FIFA.

Potrebbe aspettare ulteriori informazioni.

Potrebbe non essere stato interrogato pubblicamente sulla questione.

Potrebbe decidere di commentarla successivamente.

Oppure potrebbe effettivamente avere considerazioni diplomatiche.

Tutte queste possibilità esistono.

Ma senza una fonte interna alla Casa Bianca, una dichiarazione di Trump o un documento che dimostri la motivazione, non sappiamo perché non abbia commentato.

Trasformare l’assenza di una dichiarazione in una prova è uno dei meccanismi più pericolosi della narrativa politica.

Perché produce una teoria impossibile da falsificare.

Se Trump parla, significa qualcosa.

Se Trump non parla, significa comunque qualcosa.

Qualunque comportamento diventa conferma della teoria.

Questo non è un metodo di verifica.

È un metodo narrativo.


12. La tecnica: fatti veri, collegamenti arbitrari

Ed eccoci al cuore del problema.

Osserviamo la sequenza.

Fatto 1: Ali bin Al Hussein accusa la FIFA di ricatto.

Vero.

Fatto 2: Infantino vuole essere rieletto nel 2027.

Vero.

Fatto 3: FIFA ha progettato l’ingresso di capitali privati in FIFA Forward Enterprise.

Vero.

Fatto 4: Joshua Kushner era collegato a uno dei potenziali investitori.

Vero.

Fatto 5: Joshua Kushner è fratello di Jared Kushner.

Vero.

Fatto 6: Jared Kushner è genero di Trump.

Vero.

Fatto 7: Infantino ha rapporti stretti con Trump.

Vero.

Fatto 8: Trump ha rapporti con re Abdullah II.

Vero.

Fatto 9: USA e Giordania sono partner strategici.

Vero.

Fatto 10: la Giordania ha avuto un ruolo importante nella crisi regionale con l’Iran.

Vero.

Poi arriva la conclusione:

Trump non difende Infantino perché ha bisogno della Giordania contro l’Iran.

Ed è proprio questa la parte che deve essere dimostrata.

Dieci fatti autentici non dimostrano automaticamente l’undicesimo.

È possibile costruire praticamente qualsiasi teoria politica utilizzando questo sistema.


13. Il classico errore della “colpa per associazione”

Il meccanismo utilizzato ricorda una delle tecniche retoriche più antiche della propaganda politica: la colpa per associazione.

A conosce B.

B conosce C.

C è parente di D.

D ha rapporti con E.

Quindi A agisce nell’interesse di E.

Il problema è evidente.

Le élite politiche, finanziarie, sportive e diplomatiche mondiali sono inevitabilmente interconnesse.

Presidenti, imprenditori, fondi d’investimento, federazioni sportive e famiglie politicamente influenti si incontrano continuamente.

La semplice esistenza di una relazione non dimostra la natura della relazione.

Servono documenti.

Servono decisioni.

Servono flussi finanziari.

Servono comunicazioni.

Servono testimonianze.

Servono elementi verificabili.

Altrimenti si passa dal giornalismo alla costruzione narrativa.


14. Criticare Infantino non significa dover inventare Trump

Questo è forse il paradosso maggiore.

Esistono già moltissime ragioni per discutere criticamente della gestione Infantino.

La governance FIFA.

Il progetto FIFA Forward Enterprise.

L’ingresso dei capitali privati.

La trasparenza.

Il rapporto con le federazioni.

La concentrazione del potere.

Le accuse provenienti dalla Giordania.

Le tensioni con UEFA e AFC.

Il processo elettorale del 2027.

Sono tutte questioni enormi.

Perché allora trasformarle necessariamente in una storia su Trump?

Perché inserire il presidente americano attraverso il fratello del genero?

È qui che emerge il filtro ideologico.

Un fatto diventa interessante soltanto se può essere inserito nella narrativa politica desiderata.

E così una crisi della governance FIFA diventa:

Kushner.

Poi Trump.

Poi Abdullah.

Poi Iran.

Il calcio scompare quasi completamente.


15. Trump e la Giordania: alleanza reale, non misteriosa

La cosa più curiosa è che non serve alcuna teoria per dimostrare quanto siano importanti i rapporti tra Washington e Amman.

Sono pubblici.

Nel luglio 2026 gli Stati Uniti e la Giordania hanno ulteriormente rafforzato la propria cooperazione economica e strategica.

I vertici militari dei due paesi continuano a incontrarsi.

La Giordania partecipa alla stabilizzazione regionale.

Trump e Abdullah comunicano direttamente.

Tutto questo è documentato.

Ma proprio perché il rapporto è così evidente, utilizzarlo come spiegazione automatica di qualsiasi comportamento di Trump è metodologicamente scorretto.

Gli Stati Uniti intrattengono contemporaneamente rapporti strategici con decine di paesi.

Non significa che ogni dichiarazione o mancata dichiarazione del presidente americano possa essere spiegata attraverso uno di questi rapporti.


16. La posizione giordana sull’Iran è inoltre più complessa

C’è un’altra semplificazione da evitare.

Descrivere semplicemente la Giordania come uno strumento americano “contro l’Iran” non restituisce completamente la posizione diplomatica di Amman.

La Giordania ha condannato gli attacchi iraniani contro il proprio territorio e mantiene una strettissima cooperazione con Washington.

Ma contemporaneamente ha sostenuto la cessazione delle ostilità tra Stati Uniti e Iran e la ripresa della diplomazia.

Il 15 giugno il ministero degli Esteri giordano ha accolto positivamente l’accordo USA-Iran per interrompere le operazioni militari e avviare negoziati per un’intesa permanente.

Il 17 luglio Safadi ha ribadito la necessità di rispettare il cessate il fuoco e perseguire una soluzione diplomatica.

Quindi ridurre la posizione giordana a:

“Trump ha bisogno della Giordania per fare la guerra all’Iran”

è quantomeno semplicistico.

Amman cerca prima di tutto di proteggere la propria sicurezza e stabilità in una regione estremamente instabile.


17. Una cosa sono le accuse contro Infantino. Un’altra è la geopolitica immaginata

È quindi possibile sostenere contemporaneamente due cose.

La prima:

le accuse di Ali bin Al Hussein sono gravissime e meritano risposte immediate dalla FIFA.

La seconda:

non esistono, allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, prove sufficienti per sostenere che il comportamento di Trump nella vicenda dipenda dalla necessità di scegliere tra Infantino e re Abdullah in funzione della strategia contro l’Iran.

Le due affermazioni non sono in contraddizione.

Anzi.

Questa distinzione è precisamente ciò che dovrebbe separare l’analisi dalla propaganda.


18. Il vero scandalo FIFA non ha bisogno di essere trasformato in propaganda politica

Se la FIFA ha effettivamente condizionato l’assistenza a una federazione nazionale al sostegno elettorale verso Infantino, sarebbe uno scandalo enorme.

Se l’accusa fosse provata, sarebbe perfettamente legittimo chiedere conseguenze politiche e istituzionali.

Allo stesso modo è perfettamente legittimo contestare il progetto di apertura del business FIFA agli investitori privati.

Ed è legittimo interrogarsi sui rapporti tra sport, politica e finanza.

Ma una cosa è indagare questi rapporti.

Un’altra è sostituire le prove con una catena di associazioni.


Conclusione: il problema non sono i fatti, ma il filo invisibile che viene aggiunto tra i fatti

Il caso FIFA-Giordania mostra perfettamente come funziona una certa costruzione propagandistica.

Non è necessario inventare ogni elemento.

Anzi, la propaganda più efficace utilizza spesso fatti autentici.

Il trucco consiste nel modo in cui vengono collegati.

Ali accusa Infantino?

Vero.

Infantino vuole essere rieletto?

Vero.

Thrive è collegata a Joshua Kushner?

Vero.

Joshua è fratello di Jared?

Vero.

Jared è genero di Trump?

Vero.

Trump conosce Infantino?

Vero.

Trump parla con Abdullah?

Vero.

La Giordania coopera militarmente con Washington?

Vero.

La Giordania è stata coinvolta nella crisi iraniana?

Vero.

Ma da tutto questo non discende automaticamente:

Trump sta abbandonando Infantino perché ha bisogno di Abdullah contro l’Iran.

Quella è la tesi che deve essere provata.

E fino a quando non vengono prodotti documenti, testimonianze, comunicazioni o dichiarazioni capaci di stabilire quel nesso causale, deve essere presentata per quello che è:

un’interpretazione politica, non un fatto accertato.

La vicenda Infantino merita di essere investigata fino in fondo.

La FIFA deve rispondere alle accuse giordane.

Il progetto FIFA Forward Enterprise merita un dibattito serio sulla privatizzazione e sulla governance del calcio.

Ma proprio perché le questioni sono serie non c’è alcun bisogno di costruire l’ennesimo diagramma nel quale qualsiasi vicenda mondiale deve necessariamente terminare nello stesso punto:

KUSHNER → TRUMP → GIORDANIA → IRAN.

Il giornalismo dovrebbe procedere nella direzione opposta.

Prima i documenti.

Poi i collegamenti.

Infine le conclusioni.

Non il contrario.


FONTI E LINK

Reuters – Jordan FA chief accuses FIFA’s Infantino of “blackmail” over endorsement
https://www.reuters.com/sports/soccer/jordan-fa-chief-accuses-fifas-infantino-blackmail-over-endorsement-2026-08-04/

FIFA – Gianni Infantino announces candidacy for re-election in 2027
https://inside.fifa.com/organisation/president/news/gianni-infantino-president-reelection-2027-congress-vancouver

ANSA – Infantino ufficializza la candidatura alla presidenza FIFA nel 2027
https://www.ansa.it/sito/notizie/sport/calcio/2026/04/30/calcio-infantino-ufficializza-che-si-ricandidera-alla-presidenza-fifa_817ca266-a4b7-4345-bd13-c94edded8dcf.html

Financial Times – The week that shook football
https://www.ft.com/content/0b7081c3-2654-471c-b1b9-87c6f6369fb0

The Guardian – AFC attacks FIFA over the World Cup commercial plan
https://www.theguardian.com/football/2026/jul/30/fifa-uefa-world-cup-infantino

Capital Brief – FIFA plans minority stake in $20bn commercial entity
https://www.capitalbrief.com/briefing/fifa-plans-to-sell-minority-stake-in-usd20b-entity-uefa-cries-foul-e25ab568-9c89-43ad-9f01-ebf6dbcf8600/

Jordan News Agency – Trump and King Abdullah discuss regional developments and Iran
https://petra.gov.jo/en/news/king-in-call-with-us-president-discusses-regional-developments

Jordan News Agency – King Abdullah participates in call with Trump and regional leaders on US-Iran ceasefire
https://petra.gov.jo/en/news/king-participates-in-joint-call-with-president-trump-world-leaders

Jordan News Agency – Jordan welcomes US-Iran agreement and negotiations
https://www.petra.gov.jo/en/news/jordan-welcomes-us-iran-agreement-to-halt-military-operations-launch-negotiations

Jordan News Agency – Jordan-US defense cooperation
https://www.petra.gov.jo/en/news/jordan-us-discuss-defense-cooperation-regional-security-in-washington

Jordan News Agency – Jordanian foreign minister calls for maintaining US-Iran ceasefire
https://petra.gov.jo/wp-contart/x/index.php/en/news/fm-calls-for-upholding-us-iran-ceasefire

The White House – Agreement Between the United States and Jordan on Reciprocal Trade
https://www.whitehouse.gov/briefings-statements/2026/07/agreement-between-the-united-states-of-america-and-the-hashemite-kingdom-of-jordan-on-reciprocal-trade/

The White House – President Trump Announces Trade Deal with Jordan
https://www.whitehouse.gov/fact-sheets/2026/07/fact-sheet-president-donald-j-trump-announces-trade-deal-with-jordan/