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O’Keefe mette alla prova il sistema elettorale del Minnesota: il «vouching» fino a otto persone è legale, ma la vulnerabilità merita una discussione seria

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James O’Keefe torna a mettere sotto pressione il sistema elettorale americano. Questa volta il terreno dello scontro è il Minnesota e, in particolare, una procedura poco conosciuta fuori dallo Stato: il “vouching”, cioè la possibilità per un elettore registrato di attestare sotto giuramento la residenza nel distretto elettorale di un’altra persona.

La questione merita attenzione perché il punto centrale mostrato dall’inchiesta non è un’invenzione: la legge del Minnesota consente effettivamente a un elettore registrato nel precinct di garantire la residenza di un massimo di otto persone nello stesso Election Day.

Ma proprio per questo occorre distinguere accuratamente tre cose: ciò che la legge permette, ciò che O’Keefe sostiene di aver dimostrato sul campo e ciò che sarebbe necessario provare per parlare di frode elettorale realmente avvenuta.

Sono questioni diverse. Confonderle indebolirebbe, anziché rafforzare, la critica al sistema.

Il punto fondamentale: sì, il “vouching” esiste davvero

La procedura non è una leggenda né un’interpretazione creativa di O’Keefe.

Il Minnesota permette la registrazione anche il giorno delle elezioni. Una persona che possiede i requisiti può presentarsi nel seggio del distretto nel quale risiede, compilare la domanda di registrazione, prestare il giuramento previsto e fornire una prova della propria residenza.

Tra le modalità ammesse c’è proprio il vouching.

La normativa stabilisce che un elettore registrato nel medesimo precinct possa firmare un’attestazione dichiarando sotto giuramento di conoscere personalmente che la persona per la quale garantisce è residente nel distretto.

Ed ecco il particolare destinato inevitabilmente a suscitare discussioni:

un singolo elettore registrato può sottoscrivere fino a otto attestazioni di residenza nello stesso Election Day.

Non è quindi O’Keefe ad aver inventato il numero otto. È scritto nella normativa.

Anche il Segretario di Stato del Minnesota lo spiega esplicitamente nella propria guida agli elettori: un elettore registrato del precinct può accompagnare un’altra persona al seggio e firmare un giuramento confermandone l’indirizzo, e può farlo per un massimo di otto elettori.

“Tu sei il documento d’identità”: attenzione a cosa significa realmente

È qui che l’inchiesta sotto copertura di O’Keefe diventa politicamente esplosiva.

Negli scambi riportati dall’inchiesta, alla domanda se le persone interessate debbano possedere un documento d’identità, un addetto arriva sostanzialmente a spiegare che è il garante a fornire l’attestazione necessaria.

Da qui la formula provocatoria:

“You are the ID.”

Ma occorre essere precisi.

Il “vouching” non equivale giuridicamente a permettere a otto perfetti sconosciuti di votare semplicemente perché una nona persona dice che possono farlo.

L’attestazione riguarda principalmente la residenza nel precinct.

La legge richiede che il garante dichiari sotto giuramento di conoscere personalmente che l’individuo risiede effettivamente nel distretto.

Inoltre, secondo il Segretario di Stato del Minnesota, la persona garantita deve comunque fornire il numero della patente/carta d’identità del Minnesota oppure le ultime quattro cifre del Social Security Number ai fini della verifica dell’identità.

Questa distinzione è essenziale.

Dire semplicemente “in Minnesota puoi votare senza alcuna verifica dell’identità perché qualcuno garantisce per te” sarebbe quindi una rappresentazione incompleta del sistema.

Ma riconoscere questo non elimina la domanda sollevata da O’Keefe.

La rende semmai più precisa.

Il vero problema: quanta fiducia può essere incorporata in un sistema elettorale?

La domanda interessante non è:

“O’Keefe ha dimostrato che otto persone hanno votato illegalmente?”

Sulla base della sola dimostrazione della procedura, no.

La domanda seria è un’altra:

è ragionevole che una componente fondamentale della verifica della residenza elettorale possa dipendere dalla dichiarazione personale di un altro elettore per un numero che può arrivare a otto individui?

Il sistema risponde affidandosi a diversi deterrenti.

Il garante deve essere registrato nel precinct.

Deve dichiarare di conoscere personalmente la residenza dell’altra persona.

Deve prestare un giuramento.

La sua attività viene registrata.

Non può superare otto persone.

E chi è stato a sua volta garantito quel giorno non può diventare garante di altri elettori.

Non siamo quindi davanti a un meccanismo completamente privo di controlli.

Il problema è capire se questi controlli siano sufficienti.

Esiste persino un registro dei garanti

Un altro elemento importante, spesso assente dalle ricostruzioni social, è che il Minnesota prevede espressamente il monitoraggio delle persone per le quali ogni garante presta giuramento.

Le regole amministrative prevedono una lista nella quale vengono registrati il garante e il numero di persone per cui ha garantito.

Il modulo contiene materialmente le posizioni:

1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – 8.

Gli election judges devono quindi tenere traccia del numero di registrazioni effettuate attraverso ciascun garante.

Questo riduce la possibilità di descrivere correttamente il sistema come completamente anonimo o incontrollato.

Ma non risolve il problema concettuale.

Perché un controllo successivo e una dichiarazione sotto pena di falsa testimonianza sono deterrenti, mentre un documento verificabile costituisce una forma differente di controllo preventivo.

Ed è esattamente su questa differenza che dovrebbe concentrarsi il dibattito.

Il Minnesota difende il sistema: il vouching sarebbe utilizzato raramente

Esiste inoltre un dato che deve essere riportato se si vuole affrontare seriamente la questione.

Secondo il Segretario di Stato del Minnesota, alle elezioni generali del 2024 meno dello 0,6% dei voti espressi avrebbe coinvolto questa procedura.

Sempre secondo l’amministrazione statale, circa il 71% delle persone interessate era già registrato e utilizzava la procedura per aggiornare nome o indirizzo.

È un elemento importante perché ridimensiona l’idea di un intero sistema elettorale basato sul vouching.

Non lo è.

Si tratta di una procedura minoritaria.

Ma “minoritaria” e “sicura” non sono sinonimi.

Se esiste una vulnerabilità strutturale, la sua frequenza di utilizzo è soltanto una delle variabili da considerare.

Dopo le elezioni vengono effettuate verifiche

L’amministrazione del Minnesota sostiene inoltre che le registrazioni effettuate nell’Election Day, comprese quelle ottenute tramite vouching, vengano successivamente inserite e verificate nel database statale.

Secondo il Secretary of State, eventuali discrepanze individuate durante il processo vengono segnalate alle autorità locali per ulteriori accertamenti ed eventuali procedimenti.

È dunque scorretto sostenere che, una volta prestata la garanzia, nessuno controlli più nulla.

Il sistema possiede controlli a valle.

La critica legittima è un’altra:

perché non privilegiare maggiormente controlli documentali a monte?

In un’elezione, infatti, scoprire un’irregolarità dopo che una scheda anonima è stata inserita nell’urna pone problemi evidentemente differenti rispetto all’impedire preventivamente una registrazione illegittima.

Persino nel Minnesota qualcuno vuole ridurre il limite

La discussione non appartiene soltanto a O’Keefe o ai conservatori sui social.

Nel marzo 2026 è stata presentata alla legislatura del Minnesota una proposta, HF 4665, che interviene esattamente sul punto controverso: ridurre da otto a due il numero di attestazioni di residenza che un singolo elettore può firmare durante l’Election Day.

Questo non dimostra che il sistema attuale produca frodi.

Dimostra però qualcosa di politicamente significativo:

interrogarsi sull’opportunità del limite di otto non è una teoria del complotto. È una questione concreta di politica elettorale sulla quale gli stessi legislatori del Minnesota discutono.

O’Keefe dimostra una vulnerabilità o una frode?

Qui bisogna tracciare una linea netta.

Un’inchiesta sotto copertura può mostrare come gli addetti interpretano le regole e può testare quanto sia semplice tentare di sfruttarle.

Può evidenziare comportamenti superficiali.

Può scoprire procedure che l’opinione pubblica ignorava.

Può perfino dimostrare che una determinata salvaguardia dipende molto più dalla buona fede individuale di quanto molti cittadini immaginassero.

Ma testare una vulnerabilità non equivale automaticamente a dimostrare che quella vulnerabilità sia stata sfruttata su larga scala per alterare elezioni reali.

Per affermare quest’ultima cosa servirebbero prove differenti: persone ineleggibili effettivamente registrate, false attestazioni, voti illegali realmente espressi, dimensione del fenomeno e possibilmente un’organizzazione deliberata della frode.

Questa distinzione dovrebbe essere mantenuta anche da chi considera il sistema del Minnesota troppo permissivo.

Perché non c’è bisogno di esagerare quando la normativa stessa offre già materiale sufficiente per una discussione seria.

La questione delle otto persone resta

Ed eccoci al punto politico centrale.

Immaginiamo un elettore regolarmente registrato.

Quell’individuo può presentarsi e attestare sotto giuramento la residenza di un’altra persona.

Poi di una seconda.

Una terza.

Una quarta.

Fino a otto.

Naturalmente dovrebbe conoscerle personalmente e dire la verità.

Ma proprio qui risiede il principio di fiducia sul quale poggia il meccanismo.

La legge trasforma temporaneamente la conoscenza personale di un cittadino in una forma di prova della residenza elettorale.

È una scelta legislativa legittima.

Ma è altrettanto legittimo domandarsi se, nel 2026, con gli strumenti tecnologici e amministrativi oggi disponibili, sia ancora necessario affidare una componente della registrazione elettorale alla parola di un privato per otto persone differenti.

Accesso al voto e sicurezza non dovrebbero essere nemici

I sostenitori del vouching hanno un argomento comprensibile: impedire che cittadini perfettamente eleggibili perdano il diritto di voto soltanto perché si sono trasferiti recentemente, vivono in strutture residenziali o non dispongono immediatamente della documentazione aggiornata.

È un obiettivo democraticamente legittimo.

Ma esiste anche l’interesse opposto, altrettanto legittimo: garantire che ogni registrazione elettorale sia accompagnata dal massimo livello ragionevole di verifica.

Non dovrebbe essere necessario scegliere tra i due.

Un sistema elettorale moderno dovrebbe riuscire contemporaneamente a essere accessibile agli aventi diritto e estremamente difficile da manipolare per chi non ne ha diritto.

Il problema più grande è la fiducia

Negli Stati Uniti la fiducia nelle istituzioni elettorali è diventata una questione politica esplosiva.

Ed è precisamente per questo che procedure fondate su attestazioni personali devono essere progettate con estrema cautela.

Non basta che un sistema sia legalmente valido.

Deve anche essere sufficientemente trasparente e verificabile da convincere cittadini appartenenti a schieramenti opposti che il risultato è affidabile.

Ogni ambiguità evitabile diventa carburante per la sfiducia.

Ogni procedura poco conosciuta diventa terreno fertile per sospetti.

Ogni regola che sembra affidarsi alla buona fede anziché a una verifica oggettiva merita di essere sottoposta a scrutinio.

La domanda lasciata aperta dall’inchiesta

L’aspetto più interessante del lavoro di O’Keefe, quindi, non consiste necessariamente nell’aver scoperto una frode.

Consiste nell’aver portato davanti a milioni di persone una regola realmente esistente e nell’aver posto una domanda che le istituzioni dovrebbero essere perfettamente in grado di affrontare senza isterismi:

perché un singolo elettore deve poter garantire per otto persone?

Se esiste una buona ragione amministrativa, va spiegata.

Se i controlli rendono impossibile abusarne, vanno mostrati.

Se invece esiste un modo migliore per garantire contemporaneamente accessibilità e sicurezza, la legge può essere modificata.

Del resto, una proposta per ridurre quel limite da otto a due è già comparsa nella legislatura statale.

Conclusione: non serve gridare alla frode per chiedere regole più robuste

L’inchiesta di James O’Keefe non dovrebbe essere trasformata né nella “prova definitiva” che le elezioni del Minnesota siano fraudolente, né liquidata automaticamente perché proviene da un giornalista politicamente controverso.

Il dato fondamentale è verificabile indipendentemente da O’Keefe:

il Minnesota consente realmente il vouching; un elettore registrato può attestare la residenza di un massimo di otto persone; l’attestazione avviene sotto giuramento, viene registrata e comporta obblighi precisi.

Questo non prova una frode.

Ma significa anche che chiedere se il sistema possa essere reso più robusto non è disinformazione.

L’integrità elettorale dovrebbe essere una questione bipartisan.

Chi vince dovrebbe sapere di aver vinto attraverso un sistema credibile.

Chi perde dovrebbe poter accettare il risultato sapendo che esistevano controlli sufficientemente solidi.

E ogni cittadino dovrebbe poter fare una domanda semplicissima senza essere immediatamente trasformato in un estremista:

se possiamo verificare direttamente identità, residenza ed eleggibilità, perché affidare una parte del processo alla parola di un’altra persona fino a otto volte?

È questa la domanda che l’esperimento di O’Keefe lascia sul tavolo.

E merita una risposta migliore di “fidatevi”.


Fonti e documenti

Minnesota Secretary of State — Register on Election Day
Pagina ufficiale sulla registrazione e sul vouching

Minnesota Legislature / Revisor of Statutes — Minnesota Statutes §201.061
Testo della normativa sulla registrazione nell’Election Day

Minnesota Legislature — modifiche legislative 2026
Testo legislativo 2026 relativo al vouching

Minnesota Secretary of State — Minnesota Election Facts
Dati ufficiali, controlli e utilizzo del vouching

Minnesota Administrative Rules §8200.9940
Registro ufficiale delle persone che garantiscono la residenza degli elettori

Minnesota Legislature — HF 4665 (2026)
Proposta per ridurre da otto a due il numero massimo di attestazioni sottoscrivibili da un singolo elettore.
Testo ufficiale di HF 4665

IL SISTEMA FAUCI SOTTO PRESSIONE: L’INCRIMINAZIONE DI DAVID MORENS RIAPRE IL DOSSIER SU EMAIL CANCELLATE, FOIA, ECOHEALTH E WUHAN

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Per anni il dibattito sulle origini del Covid-19 è stato trasformato in una guerra di slogan: da una parte chi pretendeva che l’ipotesi di un incidente di laboratorio fosse liquidata come complottismo, dall’altra chi vedeva in ogni documento la prova definitiva di una cospirazione.

Oggi, però, c’è qualcosa di molto più concreto degli slogan.

Ci sono email, audizioni del Congresso, documenti ufficiali e un’incriminazione federale.

Il 28 aprile 2026 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha annunciato l’incriminazione di David M. Morens, per anni senior adviser nell’Office of the Director del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, il NIAID diretto da Anthony Fauci.

Morens non era un blogger, un osservatore esterno o un ricercatore senza accesso ai vertici.

Era dentro il sistema.

Dal 2006 al 2022 lavorò nell’ufficio del direttore del NIAID. Quel direttore, fino alla fine del 2022, era Anthony Fauci.

Ed è precisamente per questo che il caso Morens può diventare uno dei passaggi più delicati dell’intera ricostruzione della gestione istituzionale delle origini del Covid.

NON UNA TEORIA: UN’INCRIMINAZIONE FEDERALE

Occorre partire da una distinzione fondamentale.

Morens non è stato condannato. Si è dichiarato non colpevole e conserva integralmente la presunzione d’innocenza.

Ma sarebbe altrettanto scorretto minimizzare ciò che il Dipartimento di Giustizia gli contesta.

Secondo il DOJ, Morens è accusato di:

  • conspiracy against the United States;
  • distruzione, alterazione o falsificazione di documenti in relazione a indagini federali;
  • occultamento, rimozione o mutilazione di documenti;
  • aiding and abetting.

Il punto politicamente devastante non è soltanto l’elenco dei reati contestati.

È l’oggetto della presunta condotta.

Secondo l’accusa, Morens avrebbe partecipato a uno schema finalizzato a sottrarre determinate comunicazioni alla trasparenza prevista dal Freedom of Information Act, il FOIA, nel contesto delle controversie sui finanziamenti alla ricerca sui coronavirus e sulle origini della pandemia.

Il DOJ sostiene inoltre che, dopo la sospensione da parte del NIH di una sovvenzione collegata a EcoHealth Alliance e al Wuhan Institute of Virology, Morens e altri avrebbero cercato di contrastare quella decisione e le ricostruzioni favorevoli all’ipotesi di un’origine laboratoriale.

Saranno i tribunali a stabilire se le accuse siano provate.

Ma sul piano della trasparenza pubblica il problema era emerso anni prima dell’incriminazione.

«USO GMAIL PERCHÉ LA MIA EMAIL NIH È CONTINUAMENTE SOTTOPOSTA AL FOIA»

Questa è la parte che dovrebbe interessare chiunque, indipendentemente dalle proprie convinzioni sulle origini del SARS-CoV-2.

Nel 2023 e nel 2024 la Select Subcommittee on the Coronavirus Pandemic della Camera pubblicò comunicazioni attribuite a Morens.

In una di esse Morens scriveva:

“I always try to communicate over gmail because my NIH email is FOIA’d constantly.”

In sostanza: cercava di comunicare tramite Gmail perché l’account NIH era continuamente oggetto di richieste FOIA.

In un’altra comunicazione scriveva:

“I will delete anything I don’t want to see in the New York Times.”

Non siamo quindi davanti alla generica accusa secondo cui qualcuno avrebbe “nascosto qualcosa”.

Esistono comunicazioni specifiche che hanno spinto il Congresso a investigare sul modo in cui venivano gestiti i documenti pubblici.

E nel maggio 2024, durante l’audizione alla Camera, Morens riconobbe di aver utilizzato la posta elettronica personale per attività ufficiali e ammise che evitare il FOIA in quel modo era sbagliato.

Questa è la questione che dovrebbe demolire qualsiasi tentativo di ridurre tutto a una semplice “caccia alle streghe contro gli scienziati”.

La scienza non autorizza un funzionario pubblico a sottrarre il proprio operato alle norme sulla conservazione e sull’accesso ai documenti.

Anzi: più è importante la funzione pubblica ricoperta, maggiore dovrebbe essere la trasparenza.

«HO IMPARATO I TRUCCHI»: LE EMAIL CHE HANNO FATTO ESPLODERE IL CASO

La documentazione raccolta dalla commissione della Camera conteneva passaggi ancora più inquietanti.

Morens avrebbe scritto:

“I learned from our FOIA lady here how to make emails disappear.”

È una frase enorme.

Non perché dimostri automaticamente un reato: questo spetta ai tribunali.

Ma perché rivela, almeno secondo la documentazione acquisita dal Congresso, l’esistenza di una cultura nella quale la possibilità di evitare la tracciabilità delle comunicazioni istituzionali veniva discussa con sorprendente disinvoltura.

Morens parlava inoltre della possibilità di cancellare comunicazioni.

Il problema, quindi, non è stabilire oggi se ogni singola email sia stata effettivamente distrutta.

La domanda è un’altra:

perché un alto funzionario scientifico federale discuteva di come far “sparire” email riguardanti una delle questioni più importanti della storia contemporanea?

È una domanda alla quale il pubblico americano ha diritto di ottenere una risposta completa.

IL RAPPORTO CON PETER DASZAK

Poi c’è Peter Daszak.

Presidente di EcoHealth Alliance.

EcoHealth Alliance aveva ricevuto finanziamenti federali e aveva finanziato attraverso un subaward attività di ricerca presso il Wuhan Institute of Virology.

Proprio la natura di quelle ricerche è stata al centro di anni di polemiche.

Qui occorre evitare una scorciatoia.

Il fatto che esistessero finanziamenti statunitensi diretti a EcoHealth e successivamente al WIV non dimostra che SARS-CoV-2 sia stato creato in laboratorio, né dimostra che quelle ricerche abbiano prodotto il virus responsabile della pandemia.

Ma rende ancora più importante la completa trasparenza sui rapporti fra finanziatore, beneficiario e funzionari incaricati di controllare quei finanziamenti.

E Morens era estremamente vicino a Daszak.

Nei documenti congressuali Daszak viene descritto come suo amico; lo stesso Morens riconobbe la loro stretta relazione.

Le email acquisite dalla commissione sollevarono inoltre interrogativi sul trasferimento a Daszak di informazioni interne relative ai processi NIH.

A questo punto il conflitto istituzionale è evidente.

Un alto funzionario dell’agenzia finanziatrice mantiene un rapporto molto stretto con il presidente dell’organizzazione beneficiaria dei finanziamenti mentre quella stessa organizzazione si trova al centro di una gigantesca controversia politica, scientifica e amministrativa.

Non è necessario inventare complotti.

Bastano i documenti per chiedere spiegazioni.

E FAUCI?

È qui che il caso diventa politicamente esplosivo.

Morens lavorava nell’Office of the Director.

Il direttore era Fauci.

E alcune delle comunicazioni pubblicate dalla Camera riguardano direttamente il modo in cui Morens sosteneva di poter comunicare con lui.

In una email a Daszak, resa pubblica dalla commissione, Morens scriveva:

“I can either send stuff to Tony on his private gmail, or hand it to him at work…”

E aggiungeva che Fauci era troppo intelligente per permettere ai colleghi di inviargli materiale che potesse creargli problemi.

Attenzione alla distinzione decisiva: questa è un’affermazione di Morens, non la prova indipendente che Fauci abbia ordinato una violazione del FOIA o la distruzione di documenti.

Ma è proprio per questo che occorre investigare.

Chi era il destinatario finale delle informazioni?

Quali comunicazioni arrivarono effettivamente a Fauci?

Attraverso quali canali?

Quali informazioni gli furono consegnate personalmente?

Fauci sapeva che Morens utilizzava account privati per comunicazioni relative ad attività ufficiali?

Conosceva il rapporto fra Morens e Daszak?

Era a conoscenza delle informazioni interne trasferite a EcoHealth?

Sono domande investigative, non sentenze.

Ma dopo l’incriminazione di Morens liquidarle come “complottismo” sarebbe intellettualmente insostenibile.

FAUCI E IL QUINTO EMENDAMENTO

Nel 2026 il quadro si è fatto ancora più incandescente.

Durante una recente audizione del Senate Homeland Security and Governmental Affairs Committee, Fauci ha invocato ripetutamente il Quinto Emendamento e si è rifiutato di rispondere a numerose domande.

Le cronache parlano di oltre cento invocazioni; alcune ricostruzioni indicano 111.

Il comitato del Senato ha successivamente votato una risoluzione di contempt nei suoi confronti e il senatore Rand Paul ha trasmesso la questione al Dipartimento di Giustizia, che ha confermato di aver ricevuto il referral.

Anche qui bisogna essere rigorosi.

Invocare il Quinto Emendamento non equivale a confessare un reato.

È un diritto costituzionale e Fauci, come qualsiasi cittadino americano, può esercitarlo.

I suoi legali sostengono inoltre che l’indagine abbia natura politica.

Ma politicamente il risultato è comunque devastante.

Per anni Fauci è stato probabilmente il volto pubblico più autorevole della risposta americana alla pandemia.

Oggi il suo ex consigliere senior è sotto incriminazione federale e Fauci sceglie di non rispondere a numerose domande di una commissione del Senato per tutelarsi da possibili conseguenze penali.

Il pubblico ha tutto il diritto di pretendere che il materiale documentale venga esaminato fino in fondo.

IL CASO MORENS PUÒ DIVENTARE LA PORTA D’INGRESSO

La domanda più interessante, a questo punto, non è più soltanto:

“Che cosa sa Fauci?”

È:

“Che cosa sa David Morens?”

Morens si trovava in una posizione straordinariamente delicata.

Era vicino a Fauci.

Era vicino a Daszak.

Conosceva il funzionamento del NIAID.

Aveva accesso a informazioni interne.

Discuteva di FOIA.

Utilizzava comunicazioni private.

Partecipava alla circolazione di informazioni riguardanti EcoHealth.

Era inserito nella catena informativa di una delle agenzie sanitarie più potenti del mondo.

Se Morens possiede informazioni rilevanti, gli investigatori dovrebbero ricostruire meticolosamente quella catena.

Non attraverso teorie.

Attraverso metadati, email, documenti, testimonianze, date, riunioni e istruzioni verificabili.

MORENS POTREBBE COLLABORARE?

Naturalmente non esiste alcuna prova pubblica che Morens abbia deciso di collaborare con i procuratori contro Fauci o contro qualcun altro.

Sarebbe scorretto presentarlo come un fatto.

Ma è perfettamente legittimo domandarsi se, di fronte alle accuse federali, i procuratori possano valutare una collaborazione qualora Morens disponga di informazioni verificabili su eventuali condotte illecite commesse da altre persone.

È una normale possibilità investigativa.

Se Morens conosce fatti penalmente rilevanti, gli investigatori dovrebbero voler sapere:

chi diede determinate istruzioni?

Chi sapeva dell’utilizzo delle email personali?

Chi conosceva le cancellazioni?

Quali informazioni interne vennero trasmesse a EcoHealth?

Quali comunicazioni arrivarono a Fauci?

Quali discussioni interne si svolsero sull’ipotesi di origine laboratoriale?

Quali informazioni possedevano NIAID e NIH sulle ricerche condotte a Wuhan?

E soprattutto:

esiste una differenza documentabile tra ciò che veniva discusso privatamente e ciò che veniva comunicato pubblicamente?

Questa sarebbe la questione realmente esplosiva.

FAUCI NON PUÒ ESSERE TRATTATO COME SE FOSSE LA SCIENZA

Uno degli errori più gravi dell’era Covid è stato trasformare la critica a Fauci in una presunta critica alla scienza.

È un’assurdità.

Anthony Fauci era contemporaneamente uno scienziato e un potentissimo funzionario pubblico.

Come funzionario pubblico, le sue decisioni sono sottoposte al controllo democratico.

Contestare Fauci non significa contestare l’immunologia.

Chiedere le sue email non significa essere “anti-scienza”.

Indagare sulla gestione dei finanziamenti non significa negare l’esistenza del Covid.

Verificare cosa sapesse sulle ricerche di EcoHealth non significa dimostrare automaticamente la fuga dal laboratorio.

E chiedere se il suo staff abbia tentato di sottrarre documenti al FOIA significa semplicemente pretendere che le regole applicate ai normali funzionari pubblici valgano anche per l’uomo che per anni è stato presentato come l’incarnazione dell’autorità scientifica americana.

LA TRASPARENZA NON È FACOLTATIVA

C’è poi un aspetto che supera persino Fauci.

Durante una pandemia mondiale le autorità sanitarie hanno chiesto a miliardi di persone di fidarsi delle istituzioni.

Fidarsi delle informazioni.

Fidarsi degli esperti.

Fidarsi delle agenzie.

Fidarsi delle decisioni prese in condizioni di emergenza.

Ma la fiducia non può funzionare in una sola direzione.

Un cittadino deve essere trasparente con lo Stato, mentre un funzionario può discutere di Gmail personali, email da cancellare e sistemi per evitare il FOIA?

No.

Una democrazia non funziona così.

Più potere viene attribuito alle istituzioni durante un’emergenza, maggiore deve essere il controllo successivo su come quel potere è stato esercitato.

E BILL GATES?

Anche i rapporti fra Fauci, Morens e importanti protagonisti privati della politica sanitaria internazionale meritano trasparenza.

Documenti successivamente diffusi nell’ambito delle indagini congressuali hanno alimentato interrogativi anche sulle comunicazioni fra Fauci e Bill Gates riguardanti il libro di Gates How to Prevent the Next Pandemic.

Questo genere di rapporto non costituisce, di per sé, alcuna prova di illecito.

Scienziati, filantropi, funzionari pubblici e organizzazioni internazionali comunicano abitualmente.

Il punto interessante è un altro: Morens non era evidentemente una figura marginale nell’ambiente professionale di Fauci.

La loro collaborazione scientifica risaliva inoltre a molti anni prima della pandemia: Fauci e Morens risultano coautori di numerose pubblicazioni sulle malattie infettive emergenti e sulle pandemie.

Presentare quindi Morens come un semplice dipendente periferico significherebbe ignorare il suo curriculum e la sua collocazione istituzionale.

IL VERO SCANDALO SAREBBE NON INDAGARE

È possibile che alla fine alcune delle accuse politiche formulate contro Fauci risultino infondate.

È possibile che alcuni sospetti vengano smentiti.

È possibile che documenti oggi considerati inquietanti abbiano spiegazioni meno drammatiche.

È esattamente per questo che serve un’indagine.

Un’indagine seria non deve partire dalla conclusione che Fauci sia colpevole.

Deve partire dai documenti.

E i documenti pongono questioni sufficientemente serie da rendere ridicola l’idea che chiedere spiegazioni equivalga a perseguitare la scienza.

David Morens è stato incriminato.

Esistono email sull’utilizzo di Gmail per evitare il FOIA.

Esistono comunicazioni sulla cancellazione dei messaggi.

Esistono documenti sui suoi rapporti con Peter Daszak.

Esistono comunicazioni che fanno riferimento a canali privati verso Fauci.

Esiste un gigantesco dossier sui finanziamenti EcoHealth e sulle ricerche sui coronavirus.

E oggi esiste anche il rifiuto di Fauci di rispondere a numerose domande del Senato invocando il Quinto Emendamento.

Sono fatti diversi, con peso giuridico diverso.

Non devono essere artificialmente fusi per costruire una condanna anticipata.

Ma nemmeno possono essere separati artificialmente per impedire agli investigatori di ricostruire la catena degli eventi.

NON SERVE UN PROCESSO POLITICO. SERVONO I DOCUMENTI.

Il rischio maggiore sarebbe trasformare tutto in uno spettacolo partitico.

Fauci non deve essere condannato perché una parte politica lo detesta.

E non deve essere protetto perché un’altra parte politica lo considera un simbolo della scienza.

Entrambe le posizioni sono incompatibili con una vera indagine.

Servono invece:

documenti originali;

backup delle email;

account personali utilizzati per attività governative;

registri delle comunicazioni;

documentazione NIH e NIAID;

rapporti con EcoHealth Alliance;

materiale relativo ai finanziamenti al Wuhan Institute of Virology;

testimonianze sotto giuramento;

confronto fra dichiarazioni pubbliche e comunicazioni private.

Poi saranno le prove a parlare.

MORENS POTREBBE ESSERE L’ANELLO CHE MANCAVA

David Morens potrebbe alla fine risultare semplicemente responsabile delle proprie azioni.

Oppure potrebbe conoscere molto di più.

O potrebbe fornire informazioni capaci persino di scagionare persone oggi sospettate.

È precisamente questo il motivo per cui deve essere ascoltato e perché ogni sua affermazione deve essere verificata attraverso documenti indipendenti.

Se possiede prove su eventuali illeciti commessi da altri, dovrebbe consegnarle.

Se possiede prove che dimostrano che Fauci non sapeva nulla, dovrebbero essere rese note.

Se invece esistono documenti che mostrano che i vertici erano informati dei sistemi utilizzati per evitare la trasparenza, allora l’indagine deve salire di livello.

Nessun nome dovrebbe essere intoccabile.

Nemmeno quello di Anthony Fauci.

CONCLUSIONE: LA SCIENZA NON HA BISOGNO DI SANTI

Il caso Morens potrebbe diventare molto più importante della vicenda personale di un ex funzionario del NIAID.

Potrebbe finalmente consentire di ricostruire una parte della rete di comunicazioni che collegava funzionari federali, ricercatori, beneficiari di finanziamenti e protagonisti della politica sanitaria internazionale durante gli anni cruciali della pandemia.

La domanda non deve essere:

“Come possiamo incastrare Fauci?”

La domanda deve essere:

“Che cosa mostrano realmente i documenti?”

Se Fauci non ha commesso alcun illecito, un’indagine documentale rigorosa dovrebbe dimostrarlo.

Se altri funzionari hanno agito autonomamente, deve emergere.

Se invece esisteva un sistema più ampio destinato a sottrarre informazioni alla trasparenza pubblica, allora gli americani hanno diritto di conoscerne nomi, metodi e responsabilità.

La scienza non viene difesa proteggendo gli scienziati dalle domande.

Viene difesa attraverso trasparenza, verificabilità e responsabilità.

E dopo una pandemia che ha sconvolto il pianeta, chi ha esercitato un enorme potere pubblico non può pretendere una zona franca dalla verifica storica e giudiziaria.

David Morens potrebbe non essere la conclusione del dossier Covid.

Potrebbe essere la porta che conduce alla parte dell’inchiesta che per anni è rimasta chiusa.


FONTI E DOCUMENTI

1. U.S. Department of Justice — 28 aprile 2026
Former Senior NIAID Official Indicted for Concealing Federal Records During COVID-19 Pandemic.
Fonte primaria per l’incriminazione di David Morens, le imputazioni e la ricostruzione dell’accusa federale.

2. House Select Subcommittee on the Coronavirus Pandemic — 22 maggio 2024
New COVID Select Memo Details Allegations of Wrongdoing and Illegal Activity by Dr. Fauci’s Senior Scientific Advisor.
Contiene le email e le contestazioni congressuali relative a Gmail, FOIA, cancellazione delle comunicazioni e rapporti con EcoHealth Alliance.

3. House Committee on Oversight — 23 maggio 2024
Hearing Wrap Up: Dr. Fauci’s Top Advisor Held Accountable for COVID-19 Federal Records Violations, Undermining NIH Operations.
Resoconto ufficiale dell’audizione di Morens.

4. U.S. House Committee Repository — 22 maggio 2024
A Hearing with the National Institute of Allergy and Infectious Diseases Senior Scientific Advisor, Dr. David Morens.
Pagina ufficiale con documenti, materiale dell’audizione e trascrizione.

5. House Committee on Oversight — 29 maggio 2024
Wenstrup Requests Access to Dr. Fauci’s Personal Email and Cellphone, Investigates “Secret Back Channel”.
Contiene la comunicazione di Morens relativa alla possibilità di inviare materiale alla Gmail privata di Fauci o consegnarglielo personalmente.

6. House Committee on Oversight — 11 aprile 2024
Wenstrup Reveals Emails from Whistleblower Alleging Additional Attempts by Fauci Advisor to Subvert Transparency About COVID-19 Origins.
Ulteriore documentazione sulle comunicazioni Morens-Daszak-Keusch.

7. House Committee on Oversight — 28 maggio 2024
Wenstrup Investigates NIH Conspiracy to Evade FOIA, Avoid Public Transparency.
Documentazione relativa alla frase di Morens sui sistemi utilizzati per far “sparire” le email.

8. Congress.gov / Library of Congress
Preparing for the Next Pandemic: Lessons Learned and the Path Forward.
Trascrizione ufficiale contenente anche l’esame congressuale delle comunicazioni e delle presunte cancellazioni di Morens.

9. STAT News — 28 aprile 2026
Fauci adviser David Morens indicted on charges of concealing emails, avoiding records requests.
Ricostruzione giornalistica dell’incriminazione e delle contestazioni.

10. Senate Homeland Security and Governmental Affairs Committee / documentazione e resoconti 2026
Materiale relativo alle più recenti audizioni di Anthony Fauci e al successivo procedimento congressuale.

Nota metodologica: l’incriminazione di David Morens contiene accuse che devono essere provate in tribunale. Morens si è dichiarato non colpevole. Anthony Fauci non risulta imputato nel procedimento Morens. L’invocazione del Quinto Emendamento è un diritto costituzionale e non costituisce prova di colpevolezza. L’origine precisa di SARS-CoV-2 rimane oggetto di dibattito e le vicende relative a EcoHealth/Wuhan non dimostrano, da sole, che il virus sia stato creato o sia fuoriuscito da un laboratorio.

Link diretti ai documenti

Dipartimento di Giustizia USA — incriminazione di David Morens, 28 aprile 2026

House Oversight — memorandum sulle accuse e le email di Morens

House Oversight — resoconto dell’audizione Morens del maggio 2024

U.S. House — pagina ufficiale dell’audizione e transcript di David Morens

House Oversight — indagine sul presunto “secret back channel” e le comunicazioni con Fauci

House Oversight — email Morens, Daszak e Keusch

House Oversight — indagine sulle pratiche per evitare il FOIA

Congress.gov — Preparing for the Next Pandemic: Lessons Learned and the Path Forward

STAT — ricostruzione dell’incriminazione Morens

Money doesn’t lie: l’organizzazione che combatteva l’odio è accusata di aver finanziato proprio gli estremisti che denunciava

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Il caso Heidi Beirich scuote il Southern Poverty Law Center: milioni di dollari agli informatori infiltrati, conti condivisi e l’accusa federale di aver trasformato la lotta all’estremismo in una macchina capace di alimentarsi da sola

Follow the money. Segui il denaro.

È una delle regole più semplici del giornalismo investigativo. Ed è proprio seguendo il denaro che emerge una vicenda che, se le accuse formulate dai procuratori federali saranno dimostrate in tribunale, rischia di trasformarsi in uno dei più clamorosi scandali nella storia recente dell’attivismo americano contro l’estremismo.

Per decenni il Southern Poverty Law Center (SPLC) ha costruito una parte fondamentale della propria reputazione pubblica sulla lotta contro Ku Klux Klan, suprematisti bianchi, neonazisti e organizzazioni estremiste.

Oggi, però, il Dipartimento di Giustizia statunitense sostiene qualcosa di molto diverso e molto più grave: secondo l’accusa, milioni di dollari provenienti dai donatori sarebbero stati segretamente indirizzati verso informatori che continuavano a operare all’interno degli stessi ambienti estremisti monitorati dall’organizzazione.

E al centro di una parte dell’inchiesta c’è Heidi Beirich, per anni una delle figure più conosciute dell’Intelligence Project dello SPLC.

Il 12 agosto Beirich è comparsa davanti a un tribunale federale dopo essere stata incriminata nell’ambito della più ampia indagine sul Southern Poverty Law Center. Le accuse comprendono conspiracy to commit wire fraud, cospirazione per presentare false dichiarazioni a una banca assicurata a livello federale e conspiracy to commit concealment money laundering.

È fondamentale precisarlo subito: si tratta di accuse penali, non di una condanna. Beirich contesta le contestazioni e il suo avvocato sostiene che il procedimento abbia motivazioni politiche. Anche lo SPLC nega di avere commesso illeciti.

Ma ciò che i procuratori hanno messo nero su bianco è comunque esplosivo.

Il paradosso dei soldi destinati agli estremisti

Secondo l’accusa federale, tra il 2007 e il 2023 sarebbero stati movimentati oltre 4 milioni di dollari di fondi provenienti dai donatori verso persone infiltrate o comunque coinvolte negli ambienti estremisti monitorati dallo SPLC.

Pagare un informatore, naturalmente, non significa automaticamente finanziare l’organizzazione nella quale è infiltrato.

Polizia, servizi d’intelligence, giornalisti e organizzazioni investigative utilizzano da sempre fonti remunerate. Il punto giuridicamente decisivo è quindi un altro: che cosa facevano quelle persone con il denaro, che cosa sapevano i responsabili dello SPLC e che cosa veniva raccontato ai donatori?

Ed è precisamente qui che l’accusa diventa devastante.

Secondo i procuratori, alcuni informatori non si sarebbero limitati a osservare dall’interno i movimenti estremisti.

Avrebbero continuato a partecipare alle loro attività.

In alcuni casi avrebbero contribuito alla raccolta di fondi e ad altre attività dei gruppi stessi.

L’Associated Press riferisce che l’inchiesta sostiene che oltre 4 milioni di dollari sarebbero stati indirizzati a persone coinvolte in organizzazioni estremiste, mentre l’accusa cerca di dimostrare che una parte del denaro avrebbe finito per sostenere attività che lo SPLC dichiarava pubblicamente di combattere.

Se questa ricostruzione venisse dimostrata, il problema sarebbe enorme.

Perché non parleremmo più semplicemente di:

pagare qualcuno per infiltrarsi nell’estremismo.

Parleremmo della possibilità che il denaro raccolto per combattere l’estremismo abbia contribuito materialmente a mantenerne in vita alcune componenti.

Il caso F-9: circa 1,2 milioni di dollari

La parte più delicata dell’accusa riguarda un informatore identificato negli atti come F-9.

Secondo l’indictment, l’uomo sarebbe stato infiltrato nella National Alliance, storica organizzazione neonazista americana.

Nel corso degli anni avrebbe ricevuto complessivamente circa 1,2 milioni di dollari dallo SPLC.

Ma c’è un particolare che rende la vicenda molto più problematica.

Secondo l’accusa, F-9 non sarebbe stato semplicemente una fonte professionale di Heidi Beirich.

I due avrebbero avuto una relazione sentimentale.

E non solo.

Avrebbero condiviso:

  • un’abitazione;
  • due conti bancari;
  • spese personali.

Secondo i procuratori, tra il 2015 e il 2021 circa 140.000 dollari provenienti dai donatori dello SPLC sarebbero infine confluiti nei conti congiunti detenuti dall’informatore e da Beirich.

Una parte di quel denaro sarebbe stata utilizzata, sostiene l’accusa, per pagare le spese personali della coppia.

Questo cambia radicalmente la natura della questione.

Non si discute più soltanto della legittimità di remunerare una fonte infiltrata.

L’accusa sostiene che una dirigente dell’organizzazione avrebbe avuto contemporaneamente una relazione personale e interessi finanziari condivisi con uno degli informatori che ricevevano somme enormi provenienti dallo SPLC.

Il potenziale conflitto d’interessi è evidente.

E la domanda per i donatori diventa inevitabile:

quando versavano denaro per combattere il neonazismo, sapevano davvero dove sarebbe finita una parte di quei soldi?

L’informatore continuava ad aiutare la National Alliance

C’è poi un secondo livello.

Secondo l’accusa, F-9, mentre riceveva denaro dallo SPLC, avrebbe continuato a raccogliere fondi per la National Alliance e a partecipare alle attività dell’organizzazione estremista.

È qui che nasce l’accusa politicamente più esplosiva: quella secondo cui un sistema nato per infiltrare e documentare l’estremismo avrebbe finito per fornire risorse economiche a persone che contribuivano contemporaneamente alla sopravvivenza di quegli stessi ambienti.

Non significa automaticamente che lo SPLC volesse sostenere il neonazismo.

Questa conclusione andrebbe dimostrata.

Ma significa che i procuratori ritengono di avere elementi sufficienti per sostenere davanti a un tribunale che il sistema dei pagamenti fosse molto diverso da una normale operazione di intelligence attraverso fonti infiltrate.

I 25 scatoloni rubati

Poi arriva una storia che sembra uscita da un film.

Nel 2014, secondo l’indictment, F-9 sarebbe entrato illegalmente nella sede della National Alliance in West Virginia.

Da lì avrebbe sottratto circa 25 scatoloni di documenti.

Il materiale sarebbe stato trasportato dal West Virginia alla Carolina del Nord, copiato e successivamente riportato nella sede originale.

Non è tutto.

Secondo l’accusa, Beirich avrebbe saputo che quei documenti provenivano da un furto.

Le copie sarebbero state utilizzate come materiale per un articolo pubblicato successivamente su Hatewatch, il progetto dello SPLC dedicato al monitoraggio dell’estremismo.

E quello stesso materiale giornalistico sarebbe stato successivamente utilizzato dall’organizzazione anche nelle proprie campagne di raccolta fondi.

Il meccanismo contestato dai procuratori è quindi impressionante:

pagare l’informatore → ottenere clandestinamente documenti → pubblicare un’inchiesta basata sul materiale → utilizzare l’inchiesta per raccogliere nuove donazioni.

Sempre secondo l’accusa.

I 6.000 dollari per assumersi la responsabilità

Ma l’episodio dei documenti contiene un’ulteriore contestazione.

I procuratori sostengono che un secondo informatore avrebbe ricevuto circa 6.000 dollari per assumersi falsamente la responsabilità dell’operazione.

Se dimostrata, non sarebbe più soltanto una controversa gestione delle fonti.

Sarebbe un tentativo deliberato di occultare la reale dinamica dell’operazione e proteggere l’identità del responsabile.

E questo aiuta a comprendere perché l’inchiesta federale non riguardi semplicemente le modalità giornalistiche dello SPLC, ma ipotesi molto più pesanti di frode, false dichiarazioni bancarie e riciclaggio.

Il cortocircuito morale

Qui emerge il problema politico e morale più grande.

Per anni lo SPLC ha esercitato un’enorme influenza nel dibattito americano.

Essere inseriti nelle sue liste o essere associati alle categorie di “hate group” ed estremismo poteva produrre conseguenze reputazionali enormi.

Media, aziende, università, piattaforme digitali e organizzazioni politiche hanno frequentemente utilizzato le analisi dello SPLC come punto di riferimento.

Proprio per questo il livello di trasparenza richiesto a un’organizzazione simile dovrebbe essere altissimo.

Se raccogli denaro dicendo:

“Dateci fondi perché combattiamo i suprematisti bianchi”

non puoi permetterti che una parte di quei soldi finisca, direttamente o indirettamente, nelle attività degli stessi ambienti che dici di combattere senza che i tuoi finanziatori conoscano perfettamente il funzionamento dell’operazione.

E soprattutto non puoi permetterti che chi gestisce gli informatori possa contemporaneamente condividere relazioni sentimentali, abitazioni e conti bancari con uno di essi.

Perché a quel punto il problema non è più ideologico.

È finanziario.

Money doesn’t lie

Ed è probabilmente questo l’aspetto più interessante dell’intera vicenda.

Le dichiarazioni politiche possono essere interpretate.

Le etichette possono essere contestate.

Le classificazioni di “estremista” possono diventare terreno di battaglia ideologica.

I movimenti bancari sono molto meno filosofici.

Chi ha pagato chi?

Quanto?

Attraverso quali società?

Attraverso quali conti?

Dove è finito il denaro?

Chi ne ha beneficiato?

Che cosa faceva contemporaneamente chi lo riceveva?

Sono queste le domande alle quali il processo dovrà rispondere.

Ma attenzione: “informatori pagati” non equivale automaticamente a “finanziare il KKK”

Qui bisogna evitare di trasformare un’inchiesta potenzialmente devastante in uno slogan facilmente contestabile.

Il fatto che lo SPLC abbia pagato persone infiltrate nel KKK, nella National Alliance o in altri gruppi estremisti non dimostra da solo che lo SPLC abbia finanziato intenzionalmente quelle organizzazioni.

Un infiltrato può essere remunerato precisamente allo scopo di raccogliere informazioni contro un’organizzazione.

La tesi dell’accusa è più specifica e molto più seria: i procuratori sostengono che alcuni destinatari avrebbero continuato a contribuire alle attività estremiste mentre ricevevano il denaro, che la reale destinazione dei fondi sarebbe stata occultata attraverso strutture finanziarie e che i donatori sarebbero stati ingannati.

È questa tesi che dovrà superare la prova del tribunale.

La difesa: è una persecuzione politica

Esiste infatti anche l’altra metà della storia.

Beirich nega le accuse.

Il suo avvocato sostiene che il procedimento rappresenti una ritorsione politica dell’amministrazione Trump contro una figura che ha trascorso gran parte della propria carriera professionale combattendo organizzazioni di estrema destra.

Anche il Southern Poverty Law Center respinge le contestazioni e difende l’utilizzo degli informatori come strumento necessario per conoscere dall’interno organizzazioni violente ed estremiste.

Secondo lo SPLC, informazioni ottenute attraverso il programma sarebbero state inoltre condivise con le forze dell’ordine federali.

La questione dovrà dunque essere decisa sulla base delle prove, non delle simpatie politiche.

Ed è precisamente per questo che i conti bancari saranno probabilmente molto più importanti degli slogan.

Se l’accusa regge, il danno sarà devastante

Se i procuratori riusciranno a dimostrare in tribunale la struttura descritta nell’indictment, lo scandalo andrà molto oltre Heidi Beirich.

Perché diventerebbe necessario capire chi sapeva.

Chi autorizzava i pagamenti?

Chi controllava i conti?

Chi verificava gli informatori?

Chi conosceva le attività che continuavano a svolgere dentro le organizzazioni estremiste?

Chi conosceva la relazione tra Beirich e F-9?

Quali dirigenti erano informati?

Quali controlli interni esistevano?

E soprattutto:

che cosa veniva raccontato ai donatori?

Sono domande molto più importanti della battaglia politica tra destra e sinistra.

Riguardano la fiducia.

Il rischio di una macchina che aveva bisogno dell’odio per continuare a esistere

Ed esiste infine una domanda ancora più scomoda.

Una grande organizzazione costruita per monitorare l’estremismo raccoglie denaro perché l’estremismo esiste.

Più grave appare la minaccia, maggiore diventa l’importanza dell’organizzazione che promette di combatterla.

Questo non significa che lo SPLC abbia deliberatamente creato il fenomeno che denunciava.

Ma le accuse federali sollevano un problema strutturale che merita di essere discusso.

Che cosa accade quando l’organizzazione incaricata di combattere un fenomeno sviluppa contemporaneamente un interesse economico nella sua continua esistenza?

E che cosa accade quando gli informatori pagati per documentarlo partecipano contemporaneamente alle organizzazioni osservate?

Se le accuse fossero dimostrate, ci troveremmo davanti a un cortocircuito quasi perfetto:

il donatore paga per combattere l’estremismo;

parte del denaro raggiunge l’informatore dentro l’ambiente estremista;

l’informatore continua a operare nell’ambiente;

le attività dell’ambiente producono materiale investigativo;

quel materiale dimostra quanto sia pericoloso l’estremismo;

e quella pericolosità viene utilizzata per chiedere nuove donazioni.

Un circuito finanziario e narrativo capace, almeno potenzialmente, di autoalimentarsi.

La presunzione d’innocenza resta. Le domande pure.

Heidi Beirich non è stata condannata.

Lo SPLC contesta l’impianto accusatorio.

Sarà un tribunale a stabilire quali accuse siano provate oltre ogni ragionevole dubbio.

Questa distinzione non è un dettaglio: è ciò che separa un’inchiesta seria dalla propaganda.

Ma la presunzione d’innocenza non cancella la rilevanza delle contestazioni contenute negli atti federali.

1,2 milioni di dollari a un informatore.

Circa 140.000 dollari che, secondo l’accusa, arrivano nei conti condivisi con Beirich.

Una relazione sentimentale.

Due conti bancari congiunti.

Circa 25 scatoloni di documenti sottratti.

Un’inchiesta costruita anche utilizzando quel materiale.

Circa 6.000 dollari che sarebbero stati pagati a un’altra fonte affinché si assumesse la responsabilità dell’operazione.

E un’inchiesta federale che sostiene che, nel quadro più ampio, oltre 4 milioni di dollari dei donatori siano stati indirizzati verso informatori legati agli ambienti estremisti.

Sono accuse troppo serie per essere liquidate con uno slogan.

Per anni la domanda posta dallo SPLC al resto dell’America è stata:

chi finanzia l’odio?

Adesso quella domanda si è rovesciata.

E riguarda anche chi sosteneva di combatterlo.

Money doesn’t lie.

Il processo stabilirà se dietro quei movimenti di denaro esistesse davvero una frode.

Ma una cosa è già certa: dopo questa incriminazione, il Southern Poverty Law Center dovrà spiegare non soltanto chi stava combattendo, ma anche chi stava pagando, perché lo stava pagando e dove finivano realmente i soldi dei suoi donatori.


Fonti

Reuters — U.S. Justice Department charges former Southern Poverty Law Center official in fraud scheme
Reuters: l’incriminazione di Heidi Beirich e le accuse federali

Associated Press — Ex-Southern Poverty Law Center official charged in broader criminal case against group
Associated Press: il procedimento federale contro Beirich e SPLC

The Wall Street Journal — Former Southern Poverty Law Center Official Arrested for Alleged Financial Fraud
Wall Street Journal: arresto e contestazioni sui pagamenti agli informatori

JNS — U.S. Justice Dept indictment alleges former SPLC official steered $1.2 million to neo-Nazi informant
JNS: i circa 1,2 milioni di dollari e i conti congiunti

Supreme Court of the United States — documentazione giudiziaria relativa a SPLC e Heidi Beirich
Documentazione giudiziaria presso la Corte Suprema USA

Iran, la Repubblica della forca: oltre 2.500 esecuzioni dal 2025 mentre il regime trasforma la pena di morte in uno strumento di potere

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C’è un numero che dovrebbe accompagnare ogni discussione sulla natura della Repubblica Islamica dell’Iran: 1.639.

Sono almeno le persone che, secondo il rapporto annuale di Iran Human Rights e Together Against the Death Penalty, sono state giustiziate nel solo 2025.

Non è una cifra marginale. Non è un’anomalia statistica. È il numero più alto registrato dall’organizzazione dal 1989 e rappresenta un aumento del 68% rispetto alle 975 esecuzioni documentate nel 2024.

E il 2026 sta proseguendo sulla stessa strada.

Secondo i dati diffusi nell’agosto 2026 dalla Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran, le esecuzioni registrate dall’inizio dell’anno sarebbero già almeno 916.

Sommando i due dati — pur provenienti da organizzazioni diverse e quindi da confrontare con la necessaria cautela metodologica — si arriva a oltre 2.500 esecuzioni documentate dall’inizio del 2025.

Dietro ciascuna unità di questa statistica c’è una persona.

Ed è qui che crolla definitivamente l’immagine propagandistica di una Repubblica Islamica impegnata semplicemente a “resistere” alle pressioni straniere.

Il problema dell’Iran non è soltanto quello che il regime dice di voler combattere all’esterno.

Il problema è ciò che fa ai propri cittadini all’interno.

1.639 esecuzioni in un anno

Il rapporto 2025 di Iran Human Rights (IHRNGO) è devastante.

L’organizzazione ha documentato almeno:

  • 1.639 esecuzioni complessive;
  • un aumento del 68% rispetto al 2024;
  • 795 esecuzioni per reati legati alla droga;
  • 747 esecuzioni per omicidio nell’ambito del sistema del qisas;
  • almeno 57 esecuzioni per accuse legate alla sicurezza, comprese imputazioni come baghy, moharebeh ed efsad-fil-arz;
  • almeno 48 donne giustiziate;
  • almeno 84 cittadini afghani messi a morte;
  • 11 esecuzioni pubbliche.

C’è poi un particolare ancora più inquietante.

Secondo IHRNGO, soltanto 113 delle 1.639 esecuzioni sarebbero state annunciate ufficialmente dalle autorità iraniane.

Più del 93% sarebbe quindi avvenuto senza un annuncio pubblico ufficiale.

Questa è una delle ragioni per cui i numeri iraniani devono sempre essere considerati come minimi documentati, non necessariamente come il totale reale.

La pena capitale come strumento politico

La questione diventa ancora più grave quando si passa dalle condanne per reati comuni alle esecuzioni e alle sentenze capitali connesse alla repressione politica.

Amnesty International ha denunciato ripetutamente nel 2026 il ricorso alla pena capitale contro manifestanti, dissidenti e persone accusate di avere legami reali o presunti con organizzazioni di opposizione.

Il 19 febbraio Amnesty segnalava che almeno otto persone erano già state condannate a morte nel corso del mese e che almeno altre 22, compresi due minorenni, rischiavano la pena capitale nell’ambito della repressione seguita alle proteste di gennaio.

L’organizzazione denunciava procedimenti accelerati e processi gravemente iniqui, accompagnati da accuse di torture e maltrattamenti.

A maggio il quadro era ulteriormente peggiorato.

Amnesty riferiva che, dal 28 febbraio, almeno 36 persone condannate per accuse politicamente motivate erano state arbitrariamente giustiziate e che almeno 78 manifestanti, dissidenti o persone considerate vicine a organizzazioni proibite si trovavano nel braccio della morte.

Fra queste figuravano 41 persone arrestate in relazione alle proteste del gennaio 2026.

Cinque, secondo Amnesty, erano minorenni al momento dei fatti contestati.

Questo è il punto che non può essere nascosto dietro nessuna retorica geopolitica.

Uno Stato può sostenere di essere minacciato dall’esterno quanto vuole.

Ma un processo ingiusto non diventa giusto perché il paese è sotto pressione internazionale.

La tortura non diventa giustizia.

Una confessione estorta non diventa una prova.

Un dissidente non diventa automaticamente una spia.

E una forca non diventa uno strumento legittimo di governo soltanto perché viene innalzata sotto la bandiera della “sicurezza nazionale”.

Quando “nemico di Dio” può diventare una condanna a morte

Il sistema iraniano dispone inoltre di categorie penali che dovrebbero preoccupare chiunque abbia a cuore le garanzie fondamentali dello Stato di diritto.

Termini come moharebeh, generalmente tradotto come “guerra contro Dio”, efsad-fil-arz, “corruzione sulla Terra”, e baghy, ribellione armata, possono comportare la pena capitale.

Naturalmente l’esistenza di reati contro la sicurezza dello Stato non costituisce di per sé una peculiarità iraniana.

La questione decisiva è come vengono definiti, contestati e giudicati.

Se accuse estremamente gravi vengono associate a procedimenti privi delle garanzie necessarie, confessioni contestate, accesso insufficiente alla difesa e processi accelerati, la pena capitale diventa irreversibile proprio nel sistema in cui l’errore giudiziario dovrebbe essere considerato intollerabile.

E quando l’imputato è un oppositore politico, il problema diventa inevitabilmente anche politico.

I tribunali rivoluzionari

Un altro numero del rapporto 2025 merita attenzione.

Secondo Iran Human Rights, 852 delle 1.639 esecuzioni del 2025, cioè circa il 52%, derivavano da sentenze pronunciate dai Tribunali Rivoluzionari.

Dal 2010, sempre secondo l’organizzazione, sarebbero state almeno 5.972 le esecuzioni riconducibili a sentenze emesse da queste corti.

Il dato permette di comprendere perché la pena di morte iraniana non possa essere analizzata soltanto come questione di politica criminale.

È profondamente intrecciata con l’architettura istituzionale nata dalla Rivoluzione islamica.

Dalla rivoluzione alla Repubblica della paura

Il regime nato nel 1979 costruì parte della propria legittimazione sulla promessa di liberare il paese dall’autoritarismo monarchico.

Ma la rivoluzione non eliminò la repressione politica.

Ne costruì una nuova.

Le purghe successive alla rivoluzione colpirono funzionari del precedente regime, militari, oppositori politici e successivamente anche forze che avevano contribuito alla caduta dello Scià.

Negli anni Ottanta la repressione investì organizzazioni marxiste, monarchici, liberali, nazionalisti, membri dei Mujahedin-e Khalq e altre componenti dell’opposizione.

La macchina rivoluzionaria cominciò, come spesso accade nelle rivoluzioni, a divorare anche una parte di coloro che avevano contribuito a metterla in moto.

Il caso più drammatico resta quello delle esecuzioni di massa dei prigionieri politici del 1988, uno degli episodi più oscuri della storia contemporanea iraniana.

Il problema, quindi, non nasce nel 2025.

Il 2025 rappresenta semmai una nuova, impressionante accelerazione.

La rivoluzione che prometteva libertà e ha costruito le forche

Ed è qui che emerge una delle più grandi contraddizioni della Repubblica Islamica.

Un sistema nato proclamando di voler liberare gli iraniani dall’oppressione monarchica ha costruito un apparato nel quale dissenso politico, religione, sicurezza nazionale e giustizia penale possono intrecciarsi fino a rendere estremamente pericolosa la contestazione del potere.

Non serve idealizzare il regime dello Scià per denunciare questo fallimento.

La Persia dei Pahlavi aveva problemi reali di autoritarismo e repressione politica. La SAVAK è una parte documentata e controversa di quella storia.

Ma proprio per questo la domanda diventa ancora più pesante:

che cosa ha prodotto la rivoluzione che avrebbe dovuto liberare l’Iran?

Quarantasette anni dopo, il paese continua a impiccare uomini e donne mentre le organizzazioni internazionali denunciano processi iniqui, repressione degli oppositori e uso politico della pena capitale.

La promessa rivoluzionaria deve essere giudicata anche dai suoi risultati.

E mentre Teheran impicca, Beirut abolisce la pena capitale

Il confronto con quanto accaduto l’11 agosto 2026 in Libano è simbolicamente enorme.

Il Parlamento libanese ha votato l’abolizione della pena di morte, sostituendola con l’ergastolo.

Il Libano non effettuava un’esecuzione dal 2004, quindi viveva già da oltre vent’anni sotto una moratoria di fatto.

Ora quella moratoria è diventata una scelta legislativa.

È particolarmente significativo che il blocco parlamentare di Hezbollah si sia opposto all’abolizione, secondo quanto riportato da Associated Press.

Mentre un paese arabo segnato da guerre civili, terrorismo, instabilità politica e tensioni confessionali decide che lo Stato può proteggersi senza togliere definitivamente la vita a un condannato, l’Iran continua invece a utilizzare la pena capitale su una scala enorme.

Il contrasto è difficile da ignorare.

La parola “resistenza” non può cancellare le vittime iraniane

Per anni una parte del dibattito politico occidentale ha raccontato l’Iran quasi esclusivamente attraverso la lente geopolitica.

Iran contro Stati Uniti.

Iran contro Israele.

Iran contro l’Occidente.

Iran come centro dell’“Asse della Resistenza”.

Ma questa rappresentazione cancella troppo facilmente un protagonista fondamentale:

il popolo iraniano.

Gli iraniani non sono semplicemente pedine di una partita fra Washington, Tel Aviv e Teheran.

Sono cittadini con diritti propri.

Una donna che protesta contro il governo non perde i propri diritti perché gli Stati Uniti applicano sanzioni all’Iran.

Un ragazzo arrestato durante una manifestazione non diventa automaticamente agente israeliano.

Un oppositore politico non può essere trasformato in una non-persona soltanto perché il regime utilizza il linguaggio della resistenza antimperialista.

È possibile criticare contemporaneamente le politiche degli Stati Uniti, le operazioni israeliane e la repressione della Repubblica Islamica.

Non esiste alcuna legge morale secondo cui denunciare una potenza straniera obblighi a chiudere gli occhi davanti alle forche iraniane.

Oltre 2.500 morti che non possono essere nascosti dietro uno slogan

I numeri disponibili delineano un quadro impressionante.

2025: almeno 1.639 esecuzioni.

2026: centinaia di ulteriori esecuzioni già denunciate dalle organizzazioni per i diritti umani.

Nel complesso, utilizzando i dati comunicati dalle diverse organizzazioni citate, si supera la soglia delle 2.500 esecuzioni dall’inizio del 2025.

Sono cifre che richiedono cautela metodologica perché provengono da monitoraggi indipendenti differenti e perché Teheran non pubblica un database completo e trasparente delle esecuzioni.

Ma proprio questa mancanza di trasparenza rende ancora più importante il lavoro delle organizzazioni che cercano di documentarle.

Non siamo davanti a qualche caso isolato.

Siamo davanti a una politica penale che utilizza la morte con una frequenza eccezionale.

Il vero volto di una dittatura non si vede nei suoi discorsi internazionali

Un regime non deve essere giudicato soltanto dai nemici che sceglie.

Deve essere giudicato soprattutto da come tratta i propri cittadini quando questi gli dicono di no.

È relativamente facile proclamarsi “resistenti” davanti alle telecamere.

Molto più difficile è accettare una stampa realmente libera, un’opposizione organizzata, manifestazioni contro il governo, tribunali pienamente indipendenti e processi nei quali l’accusato disponga di garanzie effettive.

È lì che si misura la libertà.

Non negli slogan contro Washington.

Non nelle bandiere bruciate.

Non nei proclami rivoluzionari.

Ma nel diritto di un cittadino iraniano di contestare chi governa senza temere che una manifestazione possa diventare il primo passo verso una cella, un processo accelerato e, nel peggiore dei casi, una corda.

Le forche non sono “resistenza”

Si può discutere per giorni di imperialismo, sanzioni, Israele, Stati Uniti, NATO e Medio Oriente.

Niente di tutto questo cancella 1.639 esecuzioni documentate nel 2025.

Niente cancella le denunce di Amnesty sui manifestanti condannati a morte.

Niente cancella i processi denunciati come gravemente iniqui.

Niente cancella le persone che oggi aspettano di sapere se la sentenza definitiva significherà trascorrere la vita in prigione oppure essere portate al patibolo.

La Repubblica Islamica vuole presentarsi al mondo come la grande potenza della “resistenza”.

Ma esiste anche un’altra resistenza, infinitamente meno celebrata:

quella degli iraniani che chiedono libertà politica, diritti delle donne, pluralismo, giustizia indipendente e fine della repressione.

Sono loro che pagano il prezzo più alto.

E davanti a oltre 2.500 esecuzioni documentate o denunciate dall’inizio del 2025, chiamare tutto questo semplicemente “difesa della rivoluzione” significa rifiutarsi di guardare ciò che quella rivoluzione è diventata.

Uno Stato che ha bisogno della forca per difendersi dai propri cittadini non sta dimostrando la propria forza.

Sta mostrando quanto teme che quei cittadini smettano di avere paura.


Fonti e approfondimenti

Iran Human Rights – Annual Report on the Death Penalty in Iran 2025
Rapporto completo IHRNGO 2025

Iran Human Rights – archivio dei rapporti
Reports – Iran Human Rights

Amnesty International – Protesters and dissidents at risk of execution, 21 maggio 2026
Rapporto Amnesty International sull’Iran

Amnesty International – Children among people facing uprising-related death penalty, 19 febbraio 2026
Rapporto Amnesty sulle condanne legate alle proteste

Reuters – Il Libano abolisce la pena di morte, 11 agosto 2026
Lebanon abolishes death penalty

Associated Press – voto storico del Parlamento libanese
Lebanon abolishes death penalty in landmark parliament vote

Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran
Abdorrahman Boroumand Center

Gaza, il «genocidio» trasformato in dogma: il dossier GenoLIE mette sotto accusa la narrazione che ha preceduto le prove

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Prima la sentenza, poi i fatti

Per quasi tre anni una parte consistente dell’informazione occidentale, dell’attivismo politico e della cosiddetta controinformazione ha utilizzato una parola come se la questione fosse già stata definitivamente risolta da un tribunale: genocidio.

Non “possibile genocidio”. Non “accusa di genocidio”. Non “condotte che secondo alcuni giuristi potrebbero integrare il crimine di genocidio”.

Semplicemente: genocidio.

È precisamente questo automatismo che la campagna internazionale The Gaza GenoLIE, sostenuta da una coalizione di organizzazioni legali e della società civile, tenta di demolire attraverso un dossier costruito attorno a una serie di argomenti giuridici, militari, umanitari e mediatici.

Il valore del dossier non consiste nel sostituire una propaganda con quella opposta. Consiste nel costringere chi ha trasformato una controversia giuridica ancora aperta in una certezza politica a rispondere finalmente alle domande scomode.

Perché il termine “genocidio” cominciò a circolare praticamente immediatamente dopo il 7 ottobre?

Dove sarebbe dimostrato il dolus specialis, cioè l’intenzione specifica di distruggere i palestinesi in quanto gruppo?

Come si concilia tale intenzione con evacuazioni preventive, corridoi umanitari, pause militari, campagne vaccinali e ingresso di enormi quantità di aiuti?

Quanto sono affidabili alcune delle immagini, statistiche e classificazioni diventate simboli mediatici della guerra?

E soprattutto: perché tanta parte della comunicazione politica ha trattato queste domande come se porle costituisse già una colpa?


Il problema che la propaganda evita: genocidio non significa semplicemente “tantissimi morti”

Questo è il punto dal quale bisognerebbe partire.

La Convenzione ONU del 1948 non definisce genocidio qualsiasi guerra particolarmente sanguinosa, qualsiasi bombardamento con vittime civili o qualsiasi operazione militare caratterizzata da devastazioni enormi.

Il genocidio richiede qualcosa di ulteriore: l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale.

È il famoso elemento dell’intento specifico.

La distinzione non serve a minimizzare neppure una vittima civile. Serve a distinguere categorie giuridiche differenti.

Un esercito può commettere violazioni del diritto internazionale umanitario, attacchi sproporzionati o perfino crimini di guerra senza che ciò trasformi automaticamente l’intera guerra in genocidio.

Ed è precisamente per questo che la questione dell’intenzione israeliana è centrale.

La giurisprudenza internazionale sul genocidio ha discusso ripetutamente quanto sia elevata la soglia probatoria necessaria quando l’intenzione viene inferita dalla condotta.

Persino nel dibattito giuridico del 2026 il cosiddetto “only reasonable inference test” continua a essere oggetto di discussione tra gli specialisti.

Eppure nella comunicazione social questa enorme complessità è scomparsa.

La formula è diventata:

molti morti = genocidio.

Giuridicamente non funziona così.


La Corte internazionale non ha ancora dichiarato Israele colpevole di genocidio

Questo punto dovrebbe essere scritto a caratteri cubitali.

La causa South Africa v. Israel davanti alla Corte internazionale di giustizia non si è conclusa con una sentenza che dichiara Israele responsabile di genocidio.

La Corte ha emesso misure provvisorie, imponendo a Israele obblighi di prevenzione e protezione mentre il procedimento prosegue.

È una differenza enorme.

Eppure quante volte abbiamo letto:

“La Corte dell’Aia ha stabilito che a Gaza c’è un genocidio”?

Non è ciò che è avvenuto.

La questione di merito resta giuridicamente controversa.

Esistono studiosi convinti che gli elementi del genocidio siano presenti ed esistono giuristi che contestano radicalmente questa conclusione.

Nel settembre 2025 l’International Association of Genocide Scholars ha persino approvato una risoluzione secondo cui le politiche e le azioni israeliane soddisferebbero la definizione legale di genocidio.

È quindi sbagliato fingere che non esista una seria corrente accademica favorevole all’accusa.

Ma è altrettanto sbagliato — e forse ancora più grave sul piano giornalistico — trasformare l’opinione di studiosi, associazioni o relatori ONU in una sentenza definitiva.

Una controversia giuridica non diventa una verità processuale perché viene ripetuta milioni di volte.


Il primo cortocircuito: l’accusa arrivò quasi immediatamente

Il dossier GenoLIE insiste su una cronologia particolarmente significativa.

Già il 15 ottobre 2023, appena otto giorni dopo il massacro del 7 ottobre, più di 800 studiosi e professionisti del diritto internazionale, dei conflict studies e dei genocide studies firmarono una dichiarazione pubblica che avvertiva della possibilità che venisse perpetrato un genocidio.

Attenzione alle parole: quella dichiarazione parlava della possibilità del crimine.

Ed era perfettamente legittimo lanciare un allarme.

Il problema viene dopo.

Quell’allarme preventivo è stato progressivamente trasformato nel discorso pubblico in una diagnosi retroattivamente certa.

Il passaggio è enorme:

“esiste il rischio che possa avvenire”

diventa

“sta avvenendo”

e infine:

“è un fatto definitivamente accertato”.

Sono tre affermazioni completamente differenti.

Quando un termine tanto grave entra nel dibattito quasi all’inizio del conflitto, diventa inoltre necessario chiedersi quanto l’interpretazione successiva dei fatti sia stata influenzata dalla cornice narrativa già costruita.

Se hai deciso prima che la categoria interpretativa è “genocidio”, ogni evento successivo rischia di essere letto esclusivamente attraverso quella lente.

Un bombardamento diventa prova del genocidio.

Una vittima civile diventa prova del genocidio.

La distruzione di un edificio diventa prova del genocidio.

Una restrizione agli aiuti diventa prova del genocidio.

Una dichiarazione aberrante di un politico israeliano diventa automaticamente la politica operativa dell’intero Stato.

Ma la funzione di un’indagine dovrebbe essere esattamente opposta:

prima raccogliere i fatti e poi stabilire quale categoria giuridica li descriva.


Qual era l’obiettivo dichiarato della guerra?

Dopo il 7 ottobre Israele ha dichiarato obiettivi militari molto precisi:

  • liberare gli ostaggi;
  • distruggere le capacità militari di Hamas;
  • impedire a Hamas di ripetere un attacco simile;
  • rimuovere il controllo politico-militare dell’organizzazione sulla Striscia.

Si può discutere se la strategia scelta fosse proporzionata.

Si possono investigare singole operazioni.

Si possono criticare Netanyahu, il governo israeliano e i vertici militari.

Si possono contestare le regole d’ingaggio.

Ma niente di questo consente di saltare automaticamente alla conclusione:

“l’obiettivo era sterminare i palestinesi”.

È esattamente questo salto logico che deve essere dimostrato, non presupposto.

E qui il dossier GenoLIE introduce il suo argomento probabilmente più forte: se l’intenzione dello Stato israeliano fosse stata realmente quella di provocare la distruzione fisica della popolazione palestinese, bisogna spiegare una serie di comportamenti apparentemente contraddittori rispetto a quell’obiettivo.


Gli avvertimenti ai civili: perché avvisare chi si vorrebbe sterminare?

Israele ha utilizzato volantini, telefonate, SMS, mappe ed evacuazioni preventive per ordinare alla popolazione di lasciare determinate aree prima di numerose operazioni militari.

Queste procedure non cancellano automaticamente eventuali responsabilità.

Un avvertimento non rende per definizione legittimo qualsiasi attacco successivo.

Ma sul piano dell’intenzione genocidaria rappresentano un elemento che non può semplicemente essere fatto sparire.

Se l’obiettivo è distruggere fisicamente un gruppo, perché avvertirne i membri prima dell’attacco?

Perché indicare zone di evacuazione?

Perché interrompere operazioni?

Perché aprire corridoi?

Sono domande elementari che una tesi seria sul genocidio dovrebbe affrontare.

La risposta non può essere semplicemente: “non conta”.

Conta eccome, perché il genocidio è innanzitutto un crimine di intenzione.


Le pause militari di dieci ore

Nel luglio 2025 Israele introdusse pause quotidiane di circa dieci ore nelle operazioni militari in determinate aree della Striscia per facilitare il movimento e la distribuzione degli aiuti umanitari.

La misura venne giudicata insufficiente da diverse organizzazioni internazionali.

Ed è perfettamente possibile sostenere che fosse insufficiente.

Ma “insufficiente” e “inesistente” sono due concetti differenti.

Ancora una volta emerge la domanda che la narrativa assoluta sul genocidio dovrebbe affrontare:

perché un governo impegnato deliberatamente nello sterminio della popolazione dovrebbe sospendere ogni giorno parte delle proprie operazioni per consentire la distribuzione di cibo alla stessa popolazione che intenderebbe distruggere?

Non è una prova matematica dell’innocenza di Israele.

È però un elemento probatorio che deve essere inserito nell’analisi dell’intenzione.

Cancellarlo dal racconto significa selezionare i fatti in funzione della conclusione desiderata.


590.000 bambini vaccinati contro la polio

C’è poi un episodio ancora più difficile da conciliare con la versione semplicistica dello “sterminio programmato”.

Nel 2024 Israele accettò pause umanitarie nelle operazioni militari per consentire una gigantesca campagna antipolio.

L’obiettivo della campagna era raggiungere circa 590.000 bambini sotto i dieci anni.

UNICEF confermò l’accordo sulle pause.

La prima fase raggiunse circa il 90% dei bambini interessati.

La domanda è inevitabile.

Uno Stato che avrebbe come obiettivo politico e militare la distruzione fisica della popolazione palestinese sospende le proprie operazioni per permettere a centinaia di migliaia di bambini palestinesi di essere vaccinati contro una malattia potenzialmente devastante?

Si può sostenere che questo non assolva Israele da altre condotte.

Corretto.

Ma allora bisogna abbandonare gli slogan e confrontarsi con l’intero quadro.


1,78 milioni di tonnellate di cibo: il dato che va attribuito correttamente

Un altro punto del dossier riguarda gli aiuti.

Secondo un rapporto diffuso nel luglio 2026 da COGAT, l’organismo israeliano responsabile del coordinamento delle attività governative nei territori, durante il periodo considerato sarebbero entrate nella Striscia circa 1,78 milioni di tonnellate di prodotti alimentari.

COGAT sostiene che il volume fosse superiore di oltre tre volte ai requisiti alimentari indicati dal World Food Programme.

È fondamentale specificare che questa è una stima israeliana, non un dato neutrale universalmente accettato.

Le organizzazioni umanitarie hanno contestato ripetutamente quantità, accessibilità, distribuzione effettiva degli aiuti e condizioni alimentari della popolazione.

Ma anche qui il metodo corretto non consiste nel cancellare il dato perché proviene da Israele.

Bisogna verificarlo, confrontarlo e discuterlo.

La propaganda funziona esattamente al contrario: seleziona preventivamente quali fonti possono essere ascoltate.


Anche sull’acqua esiste una guerra dei dati

COGAT sostiene inoltre che nel 2026 oltre 70.000 metri cubi d’acqua al giorno venissero messi a disposizione della Striscia attraverso condutture, impianti di desalinizzazione e altre infrastrutture.

Organizzazioni umanitarie hanno descritto invece una situazione drammatica, sottolineando la distruzione di gran parte delle infrastrutture idriche e le difficoltà concrete della popolazione nell’accedere all’acqua potabile.

Le due cose non devono necessariamente essere considerate incompatibili.

Un volume teoricamente disponibile può convivere con enormi problemi di distribuzione.

Ed è precisamente questo il punto.

La realtà è più complessa dello slogan.

Ma chi ha costruito la propria comunicazione sulla certezza assoluta non vuole complessità.

Vuole una parola.

Genocidio.

Ripetuta fino a rendere superflua qualsiasi verifica successiva.


Il bambino della prima pagina del New York Times

Uno dei casi mediaticamente più significativi riguarda Mohammed Zakaria al-Mutawaq, il bambino di circa diciotto mesi la cui immagine estremamente drammatica venne pubblicata dal New York Times nel luglio 2025.

La fotografia fece il giro del mondo.

Era un’immagine potentissima.

E come accade nella comunicazione contemporanea, milioni di persone videro la fotografia senza leggere un dossier medico, senza conoscere il contesto e senza aspettare ulteriori verifiche.

Successivamente il New York Times aggiunse una nota spiegando di aver appreso che Mohammed soffriva anche di problemi sanitari preesistenti riguardanti cervello e sviluppo muscolare.

Questo non dimostra che a Gaza non esistesse malnutrizione.

Non dimostra che Mohammed non fosse malnutrito.

Non dimostra che la guerra non avesse aggravato drammaticamente le sue condizioni.

E sarebbe altrettanto propagandistico utilizzarlo per negare l’intera crisi alimentare.

Dimostra però qualcosa di diverso e molto importante:

un’immagine può diventare un simbolo politico mondiale prima che il suo contesto sia stato completamente verificato.

La precisazione arriva dopo.

La fotografia arriva prima.

E nell’ecosistema dei social network il “dopo” spesso non raggiunge mai le persone raggiunte dal “prima”.

Questa è una lezione giornalistica che dovrebbe valere indipendentemente da Israele e Palestina.


Hamas e la militarizzazione delle infrastrutture civili

C’è poi l’elefante nella stanza che una parte della narrazione occidentale continua incredibilmente a trattare come un dettaglio:

Hamas combatte dentro un territorio urbano densamente popolato utilizzando una gigantesca rete sotterranea.

Le stime israeliane sulla rete dei tunnel sono state enormi, nell’ordine di centinaia di chilometri.

Il New York Times, esaminando il caso dell’ospedale Al-Shifa, concluse che le prove disponibili indicavano che Hamas aveva utilizzato l’ospedale come copertura, vi aveva conservato armi e disponeva di un tunnel fortificato sotto il complesso.

Lo stesso giornale sottolineò tuttavia che Israele non aveva dimostrato integralmente alcune delle affermazioni iniziali più ampie relative a un gigantesco centro di comando sotto l’ospedale.

Questa seconda parte è fondamentale.

Perché la verità non ha bisogno di amputazioni.

Ma resta il fatto essenziale:

l’utilizzo militare di infrastrutture civili da parte di Hamas non è semplicemente un’invenzione propagandistica israeliana.

Ed è uno degli elementi indispensabili per comprendere perché questa guerra urbana abbia prodotto conseguenze tanto devastanti.


Lo scudo umano non rende il civile un bersaglio

Anche qui serve precisione.

Se Hamas utilizza militarmente un edificio civile, questo non significa che tutti i civili presenti diventino automaticamente bersagli legittimi.

Il diritto internazionale umanitario continua a imporre obblighi di distinzione, proporzionalità e precauzione.

Ma vale anche l’altra metà della realtà:

un’organizzazione armata che inserisce infrastrutture militari all’interno della popolazione civile aumenta deliberatamente il rischio per quella popolazione.

Trasformare ogni morte civile esclusivamente nella prova dell’intenzione israeliana significa quindi eliminare dall’equazione la strategia militare dell’altra parte.

È un modo molto comodo di raccontare una guerra.

Non è necessariamente un modo serio.


La controversia sui giornalisti

Il dossier GenoLIE affronta anche un altro tema estremamente delicato: il numero dei giornalisti palestinesi uccisi.

La guerra di Gaza è stata indiscutibilmente devastante per gli operatori dell’informazione.

Il Committee to Protect Journalists e altre organizzazioni hanno documentato numeri eccezionalmente elevati di giornalisti e media worker morti.

Questo dato non può essere banalizzato.

GenoLIE sostiene tuttavia che una parte consistente delle persone presentate pubblicamente come giornalisti avrebbe avuto contemporaneamente legami o ruoli all’interno di Hamas, Jihad islamica palestinese o altre organizzazioni armate.

Sono accuse che devono essere verificate caso per caso.

Ed è precisamente questo il problema.

Essere indicato come “giornalista” non dimostra automaticamente di essere un civile estraneo alle ostilità.

Ma neppure un’accusa israeliana di appartenenza a Hamas dimostra automaticamente che quella persona fosse un combattente.

La classificazione deve dipendere dalle prove.

Non dalla convenienza narrativa di una delle due parti.


La vera domanda: dov’è il dolus specialis?

Tolti gli slogan, rimane questo.

Per dimostrare il genocidio non basta mostrare Gaza distrutta.

Non basta contare le vittime.

Non basta citare dichiarazioni aberranti pronunciate da singoli esponenti politici.

Bisogna dimostrare che gli atti contestati siano stati compiuti con l’intenzione di distruggere, totalmente o parzialmente, il gruppo protetto in quanto tale.

Ed è qui che il dossier GenoLIE colpisce il cuore della narrazione.

Perché mette sul tavolo una serie di condotte che devono essere spiegate:

evacuazioni;

avvertimenti;

telefonate;

SMS;

pause militari;

corridoi umanitari;

ingresso di cibo;

fornitura d’acqua;

vaccinazione di centinaia di migliaia di bambini;

operazioni dichiaratamente indirizzate contro Hamas;

tentativi di recuperare gli ostaggi.

Nessuno di questi elementi, preso isolatamente, assolve automaticamente Israele.

Ma tutti insieme rendono necessario dimostrare — non semplicemente proclamare — la tesi opposta.


E le dichiarazioni incendiarie israeliane?

Naturalmente esistono.

Ed eliminarle dall’articolo sarebbe disonesto.

Dopo il 7 ottobre diversi politici e funzionari israeliani hanno pronunciato frasi violentissime, alcune delle quali sono state citate proprio da chi sostiene l’esistenza dell’intenzione genocidaria.

Sono elementi rilevanti.

La questione giuridica è però molto più complessa:

quelle dichiarazioni rappresentavano la politica operativa dello Stato?

Sono state tradotte in ordini?

Qual è il rapporto tra quelle parole e le concrete regole d’ingaggio?

Quali dichiarazioni si riferivano specificamente ad Hamas e quali invece generalizzavano sui palestinesi?

Quale peso deve essere attribuito alle dichiarazioni di ministri che non controllavano direttamente le operazioni militari?

È qui che dovrebbe iniziare l’indagine.

Per certa propaganda, invece, è proprio qui che finisce.

Si prende la frase più estrema, la si trasforma nella volontà collettiva di Israele e successivamente si interpreta ogni vittima attraverso quella premessa.

Questo non è accertamento.

È ragionamento circolare.


1975: quando “sionismo” diventò sinonimo di razzismo

GenoLIE inserisce l’attuale controversia in una storia politica molto più lunga.

Il 10 novembre 1975, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la risoluzione 3379, secondo la quale il sionismo costituiva “una forma di razzismo e discriminazione razziale”.

La risoluzione venne revocata nel 1991 con la risoluzione 46/86.

Non significa che qualsiasi critica al sionismo sia antisemitismo.

Non significa che qualsiasi critica a Israele appartenga a una gigantesca cospirazione.

Significa però che la delegittimazione ideologica dello Stato israeliano precede di decenni Gaza 2023.

E ignorare questo retroterra significa fingere che il linguaggio politico contemporaneo sia nato improvvisamente il 7 ottobre.

Non è così.


Il cortocircuito della controinformazione: da “indagate tutto” a “non discutete il genocidio”

Ed eccoci al punto più politicamente imbarazzante.

Per anni una parte della cosiddetta controinformazione occidentale ha costruito la propria identità sulla diffidenza verso le versioni ufficiali.

“Controllate le fonti.”

“Non fidatevi dei governi.”

“Non credete automaticamente ai grandi giornali.”

“Seguite i soldi.”

“Guardate i documenti.”

Benissimo.

Poi arriva Gaza.

E improvvisamente il metodo cambia.

Il ministero controllato da Hamas fornisce un dato?

Diventa vangelo.

Un’immagine drammatica circola sui social?

Diventa prova.

Un relatore ONU utilizza il termine genocidio?

Diventa sentenza.

Un’organizzazione accusa Israele?

Diventa verdetto.

Un giornale pubblica una fotografia?

Diventa documento storico definitivo.

Chi chiede verifica viene immediatamente classificato.

“Sionista.”

“Negazionista.”

“Complice.”

Il metodo investigativo scompare proprio nel momento in cui sarebbe più necessario.


I “cani da riporto” della propaganda hanno un problema: la realtà è più complicata dello slogan

La parte più grottesca del fenomeno è rappresentata da quei commentatori che si autodefiniscono indipendenti mentre ripetono ogni giorno esattamente la stessa struttura narrativa.

Israele bombarda?

Genocidio.

Israele evacua?

Deportazione.

Israele introduce aiuti?

Propaganda.

Israele blocca un carico?

Fame programmata.

Israele apre un corridoio?

Operazione cosmetica.

Israele vaccina i bambini palestinesi?

Non conta.

Hamas utilizza tunnel sotto aree civili?

Non conta.

Hamas combatte da infrastrutture civili?

Non conta.

Hamas prende ostaggi?

“Contesto”.

Hamas massacra civili il 7 ottobre?

“Resistenza”.

È un sistema perfetto perché è non falsificabile.

Qualunque cosa accada conferma la premessa.

E una teoria che non può mai essere smentita da nessun fatto non è più un’indagine.

È una fede.


Ma GenoLIE non chiude il processo

Qui bisogna essere più rigorosi dei propagandisti che si criticano.

Il dossier GenoLIE non è una sentenza della Corte internazionale di giustizia.

Non cancella automaticamente le accuse di crimini di guerra.

Non dimostra che ogni attacco israeliano sia stato legittimo.

Non dimostra che ogni vittima civile fosse inevitabile.

Non dimostra che non siano avvenute gravissime violazioni.

Non dimostra neppure, da solo, che la questione del genocidio sia definitivamente chiusa.

Fa però qualcosa di politicamente molto scomodo:

raccoglie una serie di elementi che la narrazione del genocidio come fatto già definitivamente accertato deve affrontare.

Ed è sufficiente per mandare in crisi buona parte della propaganda social.

Perché costringe a tornare dal terreno della morale gridata a quello delle prove.


Le vittime palestinesi non hanno bisogno di propaganda

Questa dovrebbe essere la conclusione più importante.

Per riconoscere la tragedia dei civili palestinesi non è necessario falsificare una fotografia.

Non è necessario classificare automaticamente ogni morto come civile.

Non è necessario nascondere il ruolo militare di Hamas.

Non è necessario trasformare un’accusa ancora sottoposta a giudizio in una sentenza già pronunciata.

E soprattutto non è necessario negare il 7 ottobre.

Decine di migliaia di morti, città devastate, famiglie distrutte e bambini coinvolti in una guerra terribile costituiscono già una tragedia enorme.

La verità non diventa più vera aggiungendole propaganda.


Hamas non può sparire dalla storia della guerra che Hamas ha iniziato

Questo è forse il più grande successo comunicativo ottenuto dall’organizzazione islamista.

Il 7 ottobre Hamas e altri gruppi armati entrarono in Israele, massacrarono civili e presero ostaggi.

Poi la guerra si spostò dentro Gaza.

E progressivamente, in una parte della narrazione occidentale, Hamas è scomparso.

Sono rimasti soltanto Israele e i civili palestinesi.

Come se non esistessero combattenti.

Come se non esistessero tunnel.

Come se non esistessero razzi.

Come se non esistessero ostaggi.

Come se non esistessero infrastrutture militari.

Come se non esistesse un’organizzazione armata che aveva governato Gaza e preparato per anni una gigantesca rete sotterranea.

Questa amputazione del contesto non protegge i palestinesi.

Protegge politicamente Hamas.


Il doppio standard della propaganda occidentale

Ed è qui che la questione supera Israele.

Perché Gaza è diventata uno specchio dell’informazione occidentale.

Una parte della controinformazione che pretende di combattere la propaganda ha dimostrato di essere perfettamente capace di produrne una propria.

Cambia soltanto il bersaglio.

La tecnica rimane identica:

selezione dei fatti;

immagini emotive;

semplificazione;

linguaggio assoluto;

demonizzazione dell’avversario;

riduzione di ogni obiezione a complicità morale;

ripetizione ossessiva di parole chiave.

È propaganda industriale travestita da informazione alternativa.

E proprio chi per anni ha accusato i media mainstream di manipolare emozioni dovrebbe riconoscere il meccanismo.


Conclusione: il genocidio non si dimostra con un hashtag

Il dossier The Gaza GenoLIE non mette fine al dibattito giuridico.

Ma mette in evidenza qualcosa che avrebbe dovuto essere ovvio fin dall’inizio:

un’accusa di genocidio deve essere provata, non proclamata.

La sofferenza dei palestinesi è reale.

Le vittime sono reali.

La devastazione di Gaza è reale.

Le responsabilità israeliane per eventuali violazioni devono essere investigate senza sconti.

Ma altrettanto reali sono il massacro del 7 ottobre, gli ostaggi, Hamas, la rete dei tunnel, l’utilizzo militare di infrastrutture civili, gli avvertimenti israeliani, le evacuazioni, gli aiuti, le pause umanitarie e la campagna antipolio.

La realtà contiene tutti questi fatti contemporaneamente.

È la propaganda che ha bisogno di cancellarne metà.

Per questo i “cani da riporto” della controinformazione hanno oggi un problema molto più grande di GenoLIE.

Hanno costruito per anni la propria credibilità dicendo al pubblico di non fidarsi delle narrazioni precostituite.

Poi, davanti alla guerra più polarizzante del nostro tempo, hanno fatto esattamente ciò che accusavano gli altri di fare.

Prima hanno scelto la sentenza.

Poi hanno cercato i fatti capaci di confermarla.

Chi vuole davvero conoscere ciò che è accaduto a Gaza dovrebbe fare l’esatto contrario.

Indagare ogni possibile crimine israeliano. Indagare ogni crimine di Hamas. Verificare ogni fotografia. Verificare ogni numero. Separare combattenti e civili quando le prove lo consentono. Distinguere accuse, opinioni accademiche, misure cautelari e sentenze definitive.

Perché il punto non dovrebbe essere “vincere” la guerra della propaganda.

Il punto dovrebbe essere stabilire la verità.

E finché la Corte internazionale di giustizia non pronuncerà una decisione sul merito, presentare l’accusa di genocidio come una verità giudiziaria definitivamente accertata non è informazione.

È anticipare la sentenza.

Fonti e approfondimenti

The Gaza GenoLIE – sito della campagna:
gazagenolie.com

Convenzione ONU per la prevenzione e repressione del crimine di genocidio:
https://www.un.org/en/genocide-prevention/1948-convention

International Court of Justice – South Africa v. Israel:
https://www.icj-cij.org/case/192

ICJ – documentazione sulla giurisprudenza relativa al genocidio:
https://www.icj-cij.org/

Dichiarazione del 15 ottobre 2023 firmata da oltre 800 studiosi e professionisti:
https://twailr.com/public-statement-scholars-warn-of-potential-genocide-in-gaza/

Reuters – campagna antipolio e pause umanitarie concordate per raggiungere circa 590.000 bambini:
https://www.reuters.com/world/middle-east/unicef-gaza-fighting-pauses-have-been-agreed-finish-polio-vaccinations-2024-10-10/

New York Times / controversia sulla fotografia di Mohammed Zakaria al-Mutawaq – ricostruzione Euronews:
https://www.euronews.com/my-europe/2025/08/04/how-a-photo-of-a-skeletal-child-sparked-controversy-about-starvation-in-gaza

COGAT – dati sugli aiuti umanitari e sulla Striscia di Gaza:
https://www.gov.il/en/departments/units/coordinator-of-government-activities-in-the-territories

Dati COGAT del 2026 su cibo e acqua – ricostruzione Times of Israel:
https://www.timesofisrael.com/cogat-says-gaza-aid-significantly-exceeded-requirements-during-ceasefire/

Pause umanitarie quotidiane di dieci ore – BBC:
https://www.bbc.com/news

Committee to Protect Journalists – guerra Israele-Gaza:
https://cpj.org/

ONU – Risoluzione 3379 del 1975:
https://docs.un.org/en/A/RES/3379(XXX)

ONU – Risoluzione 46/86 del 1991 che revocò la 3379:
https://docs.un.org/en/A/RES/46/86

International Association of Genocide Scholars – posizione sul conflitto:
https://genocidescholars.org/

Reuters – risoluzione IAGS del 2025 che sostiene la tesi del genocidio:
https://www.reuters.com/world/middle-east/israel-is-committing-genocide-gaza-says-scholars-association-2025-09-01/

Analisi giuridica 2026 sul genocidal intent e sull’“only reasonable inference test”, Journal of International Criminal Justice:
https://academic.oup.com/jicj/advance-article/doi/10.1093/jicj/mqag044/8743609

I soliti Riporter della propaganda marxista mistificano i fatti: da Shehu a Kushner, quando l’accusa per associazione sostituisce le prove

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C’è un metodo che ritorna continuamente in una certa controinformazione ideologica: prendere fatti autentici, selezionarne alcuni, eliminare le distinzioni giuridiche fondamentali e ricomporre il tutto in una storia molto più grave di quella che le prove disponibili consentono di raccontare.

Il caso albanese che coinvolge l’imprenditore Artur Shehu e alcuni terreni collegati al progetto immobiliare sostenuto da Jared Kushner è quasi un manuale di questo meccanismo.

La vicenda contiene elementi seri. Molto seri.

Esiste un’indagine della procura speciale albanese SPAK. Esistono pesantissime accuse nei confronti di Shehu. Esistono contestazioni sulla proprietà dei terreni. Esistono proteste contro il progetto e contro il governo di Edi Rama. Esistono interrogativi legittimi sulla due diligence effettuata dagli investitori.

Tutto questo merita di essere raccontato.

Ma una cosa completamente diversa è utilizzare questi elementi per insinuare che Jared Kushner sia coinvolto nel narcotraffico, nel riciclaggio o nell’organizzazione criminale contestata a Shehu, quando dalle informazioni pubblicamente disponibili non emerge un’accusa del genere nei suoi confronti.

Ed è precisamente qui che informazione e propaganda prendono strade differenti.

Il trucco narrativo: mettere Kushner accanto al narcotraffico

La costruzione è semplice.

Si comincia con Artur Shehu.

Si spiegano le accuse della procura albanese: traffico internazionale di cocaina, riciclaggio, organizzazione criminale e presunte frodi relative alle proprietà immobiliari.

Subito dopo compare Jared Kushner.

Poi Donald Trump.

Infine il resort.

Il lettore viene così accompagnato verso una conclusione che spesso nessuno formula apertamente — perché formularla apertamente richiederebbe prove — ma che viene suggerita attraverso la semplice vicinanza delle parole:

Shehu → droga → riciclaggio → terreni → Kushner → Trump.

È la vecchia tecnica della colpevolezza per associazione.

Ma il giornalismo dovrebbe funzionare esattamente al contrario.

Dovrebbe domandare:

Che cosa viene contestato a Shehu?

Poi:

Che cosa viene contestato a Kushner?

E infine:

Esistono prove che colleghino Kushner ai presunti reati di Shehu?

Se la risposta all’ultima domanda è negativa, questo deve essere scritto chiaramente.

Il dettaglio che cambia completamente la storia

La cronologia è fondamentale.

Secondo le ricostruzioni pubblicate sulla vicenda, la compravendita dei terreni risale all’aprile 2026.

L’ordine di arresto contro Shehu e altri indagati arriva successivamente, nel giugno 2026.

Questo particolare non rende automaticamente impeccabile l’operazione immobiliare.

Non elimina eventuali problemi relativi alla proprietà.

Non elimina la questione della due diligence.

Ma distrugge la rappresentazione semplicistica secondo cui Kushner avrebbe consapevolmente deciso di comprare terreni da un narcotrafficante già formalmente indicato come tale dalla procura albanese.

La domanda seria diventa quindi un’altra:

quali informazioni erano disponibili agli acquirenti quando decisero di procedere?

Questa è un’inchiesta giornalistica.

Trasformare invece l’arresto successivo del venditore in una retroattiva certificazione della complicità dell’acquirente è propaganda.

Le accuse contro Shehu sono gravissime. Ma sono accuse contro Shehu

SPAK attribuisce ad Artur Shehu un presunto ruolo di primo piano in una struttura criminale internazionale impegnata, secondo gli investigatori, nel traffico di cocaina dal Sudamerica verso l’Europa e nel riciclaggio dei relativi proventi.

Sono contestazioni estremamente pesanti.

Devono essere indagate fino in fondo.

Ma esiste una parola che i Riporter ideologici sembrano improvvisamente dimenticare:

Shehu.

Le accuse riguardano innanzitutto Shehu e gli altri soggetti individuati dagli investigatori.

Non basta avere comprato qualcosa da una persona successivamente accusata di un reato per diventare automaticamente partecipi dei suoi presunti crimini.

Altrimenti dovremmo applicare lo stesso principio a banche, notai, società immobiliari, clienti, fornitori e a chiunque abbia effettuato una transazione economica con un soggetto successivamente indagato.

Il diritto penale non funziona così.

Per contestare riciclaggio, concorso o partecipazione criminale servono elementi relativi alla condotta e alla consapevolezza del soggetto coinvolto.

La semplice associazione narrativa non basta.

I 125 milioni: cifra impressionante, ma bisogna spiegare cosa significa

La vicenda dei circa 125 milioni di dollari è perfetta per costruire un titolo sensazionalistico.

Una società collegata al progetto Kushner avrebbe pagato quella cifra per terreni riconducibili a Shehu.

Successivamente, una somma superiore a 125 milioni sarebbe stata congelata nell’ambito dell’inchiesta.

È certamente una notizia.

Ma che cosa dimostra?

Dimostra che gli investigatori stanno cercando di preservare somme sulle quali intendono svolgere accertamenti.

Non dimostra automaticamente che chi ha versato il denaro sapesse che il destinatario fosse coinvolto in attività criminali.

È una distinzione enorme.

Un sequestro o congelamento patrimoniale è uno strumento investigativo e cautelare. Non è una sentenza penale contro tutti coloro che hanno partecipato a una precedente transazione.

Eppure il racconto propagandistico vive precisamente dell’ambiguità tra queste due cose.

Il vero problema per Kushner: la lettera del 2024

Esiste però un elemento che non va nascosto, perché fare propaganda al contrario sarebbe altrettanto scorretto.

Nel settembre 2024 alcuni abitanti di Zvërnec avrebbero scritto alla società coinvolta nel progetto sostenendo che i terreni fossero stati loro sottratti e segnalando l’esistenza della controversia.

Questo è importante.

Se la lettera è autentica e fu effettivamente ricevuta dai responsabili del progetto, allora esiste una domanda perfettamente legittima:

perché l’acquisizione è proseguita nonostante l’esistenza di una contestazione sulla proprietà?

E ancora:

quali verifiche furono effettuate sui titoli?

Quali consulenti legali esaminarono la documentazione?

Quali garanzie furono richieste al venditore?

Sono domande che Kushner e i responsabili dell’investimento devono poter affrontare.

Ma ancora una volta bisogna impedire il salto logico.

Essere informati che alcuni residenti contestano la proprietà di un terreno non significa essere informati che il proprietario sarebbe il presunto leader di una rete internazionale di narcotraffico.

Sono due informazioni completamente diverse.

Confonderle permette però di costruire una storia molto più esplosiva.

Ed è precisamente quello che fa la propaganda.

La proprietà contestata non equivale alla proprietà rubata

Altro passaggio fondamentale.

Se alcuni residenti sostengono che un terreno appartenga loro, esiste una rivendicazione.

Non necessariamente una verità giudiziariamente accertata.

Saranno documenti, tribunali, registri catastali, perizie e indagini a stabilire chi abbia ragione.

Il problema è che nel linguaggio militante la trasformazione avviene immediatamente:

«alcuni residenti sostengono che il terreno sia stato sottratto»

diventa

«Kushner ha comprato terreni rubati».

Sono due frasi completamente diverse.

Tra la prima e la seconda dovrebbe esserci una cosa chiamata prova.

Anche le accuse sui documenti ottomani devono essere raccontate correttamente

Secondo gli investigatori, Shehu avrebbe utilizzato anche documentazione falsificata relativa alle proprietà, comprese carte riconducibili al periodo ottomano.

Se questa ricostruzione verrà provata, siamo davanti a un fatto gravissimo.

Ma anche qui la domanda giornalisticamente corretta è:

Kushner o i suoi collaboratori sapevano che eventuali documenti fossero falsificati?

Se esistono prove, vanno pubblicate.

Se non esistono, non possono essere sostituite da un montaggio narrativo.

Perché c’è una differenza gigantesca tra:

«ho acquistato un bene che successivamente si scopre avere una provenienza irregolare»

e

«ho consapevolmente partecipato a un’operazione basata su documenti falsificati».

La prima situazione può coinvolgere problemi civili, patrimoniali e di due diligence.

La seconda implica una responsabilità completamente diversa.

Confondere deliberatamente le due cose significa fare propaganda, non informazione.

Poi arriva Trump, naturalmente

Ed ecco il passaggio inevitabile.

Perché Kushner da solo evidentemente non basta.

Bisogna ricordare immediatamente che è il genero di Donald Trump.

Giuridicamente, che cosa aggiunge questo dettaglio alle accuse contro Artur Shehu?

Nulla.

Politicamente, invece, aggiunge moltissimo.

Permette di trasformare una complessa vicenda immobiliare e giudiziaria albanese in un altro episodio della grande narrazione:

Trump → famiglia → oligarchi → corruzione → criminalità.

Non occorre dimostrare un collegamento diretto.

Basta costruire una catena di associazioni.

È una tecnica comunicativa estremamente efficace perché il lettore conserva nella memoria soprattutto i nomi accostati tra loro.

Nessuno sta dicendo che Kushner debba essere immune dalle domande

Vale la pena chiarirlo perché la propaganda ama costruire falsi dilemmi.

Criticare questa rappresentazione non significa sostenere che Jared Kushner non debba essere indagato giornalisticamente.

Esattamente il contrario.

Un investimento di queste dimensioni, realizzato in un’area ambientalmente delicata e politicamente controversa, merita la massima trasparenza.

Bisogna verificare:

  • chi possedeva realmente i terreni;
  • quali verifiche furono effettuate;
  • quando gli investitori vennero informati delle controversie;
  • quale ruolo abbia avuto il governo Rama;
  • quali autorizzazioni siano state concesse;
  • quali eventuali agevolazioni siano state accordate;
  • quale sia l’impatto ambientale;
  • che cosa sapessero gli investitori della situazione patrimoniale dei venditori.

Ma proprio perché queste domande sono serie, non devono essere contaminate da conclusioni precostituite.

La “Rivoluzione dei fenicotteri” esiste davvero

Anche qui occorre separare realtà e propaganda.

Le proteste contro il progetto e contro il governo di Edi Rama non sono inventate.

La cosiddetta Flamingo Revolution è diventata un fenomeno politico reale.

Ci sono contestazioni contro la cementificazione della costa, contro il governo, contro la corruzione e contro determinati grandi investimenti.

Liquidare tutto come un complotto comunista sarebbe stupido quanto trasformare ogni manifestante albanese in un testimone della presunta criminalità di Kushner.

Una manifestazione dimostra che esiste un conflitto politico e sociale.

Non costituisce una sentenza penale.

Migliaia di persone possono protestare contro un resort senza che ciò dimostri che il suo investitore partecipi al narcotraffico.

Anche questa distinzione sembra elementare.

Eppure scompare quando l’obiettivo non è informare ma confermare una narrazione.

Rama può essere criticato senza inventare responsabilità di Kushner

Lo stesso vale per il primo ministro albanese Edi Rama.

Il suo governo può essere sottoposto a tutte le verifiche politiche del caso.

È perfettamente legittimo domandarsi se l’Albania stia concedendo troppo ai grandi investitori stranieri.

È legittimo discutere di urbanizzazione, ambiente, trasparenza amministrativa e rapporti tra politica e grandi capitali.

È legittimo criticare Rama.

Ma un’indagine seria deve stabilire responsabilità individuali.

Non può funzionare così:

Shehu è accusato → Shehu vende un terreno → Kushner compra → Rama sostiene l’investimento → Kushner è genero di Trump → dunque l’intera operazione è criminale.

Questa non è un’equazione investigativa.

È un copione politico.

La cronologia che i Riporter dovrebbero mostrare

Mettiamo quindi ordine.

Settembre 2024: alcuni residenti contestano la proprietà dei terreni e inviano una comunicazione alla società coinvolta nel progetto.

Questo elemento rende legittime domande sulla due diligence.

Aprile 2026: avviene la compravendita oggetto delle attuali polemiche.

Giugno 2026: SPAK ottiene provvedimenti contro Shehu e altri indagati nell’ambito dell’inchiesta sulla criminalità organizzata e il narcotraffico.

Questa sequenza temporale è fondamentale.

Per sostenere che gli acquirenti conoscessero la presunta attività criminale di Shehu prima dell’acquisto, occorre dimostrarlo.

Non basta mostrare che conoscessero l’esistenza di una disputa immobiliare.

La presunzione d’innocenza vale anche quando l’accusato non ci piace

C’è infine una questione ancora più elementare.

Shehu è accusato.

Non significa che le accuse siano irrilevanti.

Significa che dovranno essere provate.

Una stampa seria utilizza formule come:

«secondo SPAK»;

«secondo l’accusa»;

«gli investigatori sostengono»;

«Shehu è accusato di».

La propaganda invece trasforma progressivamente:

«è accusato di avere riciclato denaro»

in

«ha riciclato denaro».

Poi:

«ha venduto terreni a una società collegata a Kushner»

diventa implicitamente:

«Kushner ha comprato i terreni del narcotraffico».

E alla fine compare Trump.

Missione compiuta.

Il problema non sono i fatti: è il montaggio

Ed è questo il cuore della questione.

Molti elementi della storia sono autentici.

Proprio per questo la propaganda funziona.

La propaganda più efficace raramente inventa tutto.

Prende fatti veri e modifica i collegamenti tra quei fatti.

Shehu esiste.

L’indagine esiste.

Le accuse di narcotraffico esistono.

La compravendita esiste.

La controversia sui terreni esiste.

Kushner esiste.

Trump è realmente suo suocero.

Le proteste esistono.

Rama sostiene realmente il progetto.

Tutto vero.

Ma da questo non discende automaticamente che:

Kushner sapesse dell’attività criminale contestata a Shehu.

Non discende che:

Kushner abbia partecipato al riciclaggio.

Non discende che:

Trump abbia qualcosa a che vedere con i presunti traffici di Shehu.

Queste conclusioni richiedono prove ulteriori.

Se emergeranno prove, pubblicatele

La posizione razionale dovrebbe essere semplicissima.

Se domani SPAK, FBI, autorità albanesi o un’inchiesta giornalistica documentata produrranno prove che Kushner conosceva l’origine criminale del patrimonio, che partecipò a un’operazione di riciclaggio o che consapevolmente acquistò beni ottenuti attraverso frodi, quelle prove dovranno essere pubblicate e valutate.

Senza sconti.

Ma fino ad allora vale una regola elementare:

le responsabilità di Shehu appartengono a Shehu finché non viene dimostrata la responsabilità di qualcun altro.

Non a Kushner perché gli ha comprato un terreno.

Non a Trump perché è suo suocero.

Non a un intero campo politico perché fa comodo alla narrativa.

Quando il marxismo incontra il miliardario, la sentenza è già scritta

È qui che emerge il riflesso ideologico di certa controinformazione.

Ci sono gli ingredienti perfetti:

un miliardario americano;

Jared Kushner;

Donald Trump;

un resort di lusso;

un governo balcanico accusato di corruzione;

grandi investimenti;

terreni;

proteste;

e infine persino la cocaina.

Per un certo giornalismo militante è praticamente Natale.

Il problema è che la realtà giudiziaria non è un manifesto politico.

Una società capitalistica può compiere operazioni discutibili.

Un miliardario può effettuare una due diligence insufficiente.

Un governo può favorire eccessivamente un investimento.

Un venditore può essere accusato di reati gravissimi.

E tutte queste cose possono perfino verificarsi contemporaneamente senza che automaticamente esista una gigantesca associazione criminale Trump-Kushner-Rama-Shehu.

Per dimostrarla servirebbero prove.

Quella piccola, fastidiosa cosa che la propaganda considera spesso un dettaglio.

La domanda che manda in crisi tutta la narrazione

Alla fine basta porre una domanda:

Qual è la prova pubblicamente disponibile che Jared Kushner sapesse, prima dell’acquisto, che Artur Shehu fosse coinvolto nel traffico internazionale di cocaina e nel riciclaggio contestati successivamente da SPAK?

Non:

«Kushner conosceva l’esistenza di controversie immobiliari?»

Quello è un altro problema.

Non:

«Kushner ha comprato da Shehu?»

Questo è documentato.

Non:

«Shehu è accusato di narcotraffico?»

Sì.

La domanda è precisamente:

Kushner conosceva la presunta origine criminale dell’operazione o partecipava a essa?

Se esiste la prova, mostratela.

Se non esiste, non sostituitela con fotografie, frecce, parentele e associazioni.

Conclusione: raccontare tutto, ma raccontarlo correttamente

Il caso Shehu merita attenzione.

SPAK deve poter lavorare senza interferenze.

Le contestazioni dei residenti meritano di essere esaminate.

Il governo Rama deve spiegare le proprie decisioni.

Gli investitori devono rendere conto della due diligence effettuata.

Kushner non deve ricevere alcuna immunità giornalistica semplicemente perché è vicino a Trump.

Ma nemmeno deve essere dichiarato colpevole per associazione perché questo rende più appetibile un titolo.

La differenza tra informazione e propaganda sta proprio qui.

L’informazione parte dai fatti e arriva, eventualmente, a una conclusione.

La propaganda parte dalla conclusione e seleziona i fatti necessari per raggiungerla.

Ed è questo il problema dei soliti Riporter della propaganda marxista: quando compare Trump, Kushner o qualsiasi miliardario sufficientemente odiato, troppo spesso il processo viene celebrato prima dell’indagine e la sentenza viene scritta prima delle prove.

La vicenda albanese può ancora riservare sviluppi importanti.

Se emergeranno responsabilità, andranno raccontate.

Ma fino a quel momento rimane una distinzione che nessun titolo militante può cancellare:

un uomo accusato di narcotraffico ha venduto dei terreni a una società collegata a Kushner. Questo è un fatto.

Dire o insinuare che Kushner sia per questo coinvolto nel narcotraffico o nel riciclaggio è invece una conclusione che richiede prove.

Ed è esattamente nel vuoto tra queste due frasi che prospera la propaganda.


Fonti e approfondimenti

CBS News – Kushner development, Artur Shehu e indagine albanese
https://www.cbsnews.com/news/jared-kushner-albania-development-land-artur-shehu-money-laundering-drug-trafficking/

Reuters – Proteste in Albania legate al progetto immobiliare e alla crisi politica
https://www.reuters.com/world/protesters-clash-with-albanian-police-demonstrations-triggered-by-kushner-resort-2026-07-23/

Associated Press – Proteste antigovernative e progetto Kushner in Albania
https://apnews.com/article/9e2cbb682d9445f2e2d946c44ea2fecd

The Daily Beast – Lettera del 2024 e controversia sui terreni
https://www.thedailybeast.com/bombshell-letter-revealed-in-jared-kushner-and-ivanka-trump-resort-saga/

World Socialist Web Site – Un esempio del framing apertamente ideologico della vicenda
https://www.wsws.org/

I soliti riporter della propaganda marxista: «l’Iran resistente vince sempre». Ma alla fine la realtà è il muro contro cui la loro propaganda si infrange

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C’è un Iran che esiste nei comunicati di Teheran e nella narrazione di certa controinformazione occidentale. Poi c’è l’Iran che emerge dai dati economici, dalle reti finanziarie utilizzate per aggirare le sanzioni, dalle trattative sullo Stretto di Hormuz e dalle stesse condizioni che la Repubblica islamica pone agli Stati Uniti.

Sono due immagini molto diverse.

Nella prima, l’Iran è eternamente «resistente»: sopporta le sanzioni, aggira l’Occidente, sconfigge Washington, tiene testa a Israele e dimostra quotidianamente l’impotenza americana. Qualunque pressione contro Teheran viene descritta come prova della disperazione degli Stati Uniti; qualunque contromisura iraniana diventa invece un atto di sovranità.

Nella seconda immagine, molto meno romantica, troviamo un Paese che considera la revoca delle sanzioni e lo sblocco dei propri asset questioni centrali dei negoziati, che ricorre a circuiti finanziari alternativi e società intermediarie per muovere denaro e proventi petroliferi, e che utilizza lo Stretto di Hormuz come una delle proprie principali leve negoziali.

È precisamente questa seconda realtà a rendere interessante lo scontro verbale dell’agosto 2026 tra il ministro del Tesoro americano Scott Bessent e il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei.

Perché dietro alle battute sulle «sanzioni compulsive» c’è una domanda molto semplice:

se la pressione economica americana è davvero così inutile, perché Teheran attribuisce tanta importanza alla sua rimozione?


Baqaei contro Bessent: la battaglia della propaganda

Il portavoce iraniano Esmaeil Baqaei ha accusato Washington di essere affetta da una sorta di dipendenza dalle sanzioni.

La risposta arrivava alle dichiarazioni di Scott Bessent, secondo il quale il crescente ricorso iraniano agli asset digitali e alle reti finanziarie parallele sarebbe invece una dimostrazione dell’efficacia della strategia americana.

Baqaei ha sostenuto che gli Stati Uniti ricorrerebbero sistematicamente alle sanzioni ogni volta che la diplomazia fallisce, aumentando progressivamente la pressione quando le misure precedenti non producono il risultato desiderato.

È un argomento retoricamente efficace.

Ma contiene un problema logico gigantesco.

Se le sanzioni fossero soltanto un rituale americano inefficace, perché la loro eliminazione continua a essere una delle condizioni fondamentali avanzate dall’Iran?

Non è Washington a sostenere che Teheran voglia la revoca delle sanzioni.

È Teheran stessa a chiederla.


Il paradosso che la propaganda evita: «le sanzioni non funzionano, quindi toglietele»

Il 12 agosto Reuters riferiva che i tentativi di rilanciare l’accordo provvisorio tra Stati Uniti e Iran erano ancora bloccati.

Secondo la posizione iraniana riportata dall’agenzia, Washington non avrebbe rispettato alcuni degli impegni previsti, tra cui la rimozione del blocco dei porti iraniani e lo sblocco degli asset congelati.

Gli Stati Uniti, dall’altra parte, accusavano Teheran di non avere riaperto lo Stretto di Hormuz.

Fermiamoci su questo punto.

Per mesi la propaganda racconta:

«Le sanzioni non funzionano».

Poi, quando arriva il momento di negoziare:

«Togliete le sanzioni».

Qualcosa evidentemente non torna.

Naturalmente è perfettamente possibile sostenere che le sanzioni non abbiano raggiunto il loro obiettivo politico finale: l’Iran non è scomparso, la Repubblica islamica non è collassata e Teheran non ha semplicemente accettato tutte le richieste americane.

Ma questo è un argomento completamente diverso dal sostenere che le sanzioni siano economicamente irrilevanti.

Una misura economica può infliggere costi enormi senza ottenere automaticamente la capitolazione politica dell’avversario.

Confondere le due cose permette di costruire il mito dell’«Iran invincibile».


La realtà delle reti finanziarie parallele

C’è poi la questione che rende particolarmente interessante la polemica di Bessent: il ricorso iraniano a strumenti finanziari alternativi.

Il 1° maggio 2026 il Tesoro americano ha annunciato nuove misure contro tre case di cambio iraniane e società collegate, sostenendo che queste strutture facessero parte di una rete finanziaria capace di gestire ogni anno transazioni in valuta estera per miliardi di dollari.

Il punto particolarmente importante riguarda il petrolio.

Secondo il Tesoro, una parte significativa delle vendite iraniane viene regolata in yuan cinesi; le strutture colpite dalle misure americane servirebbero quindi a convertire questi proventi in valute maggiormente utilizzabili dall’apparato iraniano.

Naturalmente si tratta della ricostruzione ufficiale americana e va presentata come tale.

Ma non si può contemporaneamente sostenere che queste reti siano necessarie per aggirare le restrizioni finanziarie e poi affermare che le restrizioni non producano alcun effetto.

Se devi costruire una strada alternativa perché quella principale è stata chiusa, puoi certamente vantarti di avere trovato un’altra strada.

Ma non puoi utilizzare l’esistenza della deviazione per dimostrare che la strada principale non sia stata chiusa.


Criptovalute: perché Washington sta seguendo il denaro

Il 2 giugno il Tesoro americano ha compiuto un altro passo, colpendo Nobitex, indicato dalle autorità statunitensi come il maggiore exchange iraniano di asset digitali, insieme ad altri exchange.

La motivazione americana era esplicita: Washington ritiene che gli asset digitali vengano utilizzati anche per aggirare le sanzioni e trasferire capitali.

Ancora più significativo è quanto accaduto il 7 agosto.

Reuters ha riferito delle sanzioni americane contro Shelbit, exchange di criptovalute con sede a Dubai, accusato dalle autorità statunitensi di avere facilitato transazioni per soggetti collegati all’IRGC.

Secondo l’inchiesta citata da Reuters, Shelbit sarebbe comparso all’interno di un sistema di elusione delle sanzioni del valore di miliardi di dollari comprendente soggetti collegati alla banca centrale iraniana, reti di gioco online e organizzazioni associate ai Guardiani della Rivoluzione.

La società ha negato di avere partecipato ad attività di riciclaggio.

Ed è importante riportare anche questa smentita.

Ma rimane il dato politico.

Gli Stati Uniti stanno tentando di restringere progressivamente non soltanto l’accesso iraniano al sistema bancario tradizionale, ma anche le infrastrutture attraverso le quali Teheran può cercare di aggirarlo.

E l’Iran sta cercando di preservare quelle infrastrutture.

Questa non è la fotografia di una pressione economica immaginaria.


Anche il petrolio racconta una storia diversa

Nel marzo 2026 il Dipartimento di Giustizia americano ha presentato due azioni civili di confisca riguardanti oltre 15,3 milioni di dollari che, secondo le accuse, erano collegati a una rete per la distribuzione del petrolio iraniano.

La documentazione americana sostiene che una rete riconducibile a Mohammad Hossein Shamkhani avrebbe utilizzato società e intermediari per vendere e trasportare petrolio iraniano nascondendone l’origine e il coinvolgimento di entità sottoposte a sanzioni.

Anche in questo caso occorre distinguere accuratamente un’accusa giudiziaria da una sentenza definitiva.

Ma il quadro complessivo è difficile da ignorare:

petrolio, società intermediarie, circuiti finanziari alternativi, yuan, criptovalute e reti bancarie parallele.

Questa infrastruttura non dimostra automaticamente che Washington vincerà lo scontro politico.

Dimostra però qualcosa di molto più semplice: l’Iran dedica risorse considerevoli a preservare la propria capacità di commerciare e trasferire capitali malgrado le restrizioni.


«L’Iran resiste»: certo. Ma resistere non significa vincere

Qui si trova uno degli artifici linguistici più utilizzati.

L’Iran continua a esistere?

Allora ha vinto.

Continua a esportare petrolio?

Ha vinto.

Riesce ad aggirare una parte delle sanzioni?

Ha vinto.

Non accetta le condizioni americane?

Ha vinto.

Gli Stati Uniti introducono nuove sanzioni?

Significa che quelle precedenti hanno fallito e quindi l’Iran ha vinto.

Con questo metodo la tesi diventa impossibile da falsificare.

Qualunque evento conferma la conclusione prestabilita.

Ma questa non è analisi.

È una tautologia propagandistica.

Un Paese può sopravvivere alle sanzioni pagando contemporaneamente un prezzo economico enorme.

Può aggirare parte delle restrizioni senza neutralizzarle completamente.

Può conservare capacità militari mentre perde capacità economica.

Può mantenere un regime politico senza migliorare le condizioni materiali della propria popolazione.

E soprattutto può sopportare una pressione senza averla «sconfitta».


Le sanzioni funzionano davvero? La risposta seria è più complicata

Ed è proprio qui che occorre evitare di sostituire alla propaganda filoiraniana una propaganda americana speculare.

Non esiste un’equazione:

più sanzioni = vittoria americana.

Uno studio accademico di Dario Laudati e M. Hashem Pesaran sugli effetti delle sanzioni sull’economia iraniana ha trovato effetti significativi sul cambio, sull’inflazione e sulla crescita, stimando inoltre che senza sanzioni la crescita media iraniana avrebbe potuto essere sensibilmente superiore.

Un lavoro pubblicato nel 2026 sulle conseguenze di lungo periodo della contrapposizione iraniana con l’Occidente individua perdite persistenti in termini di PIL reale e PIL pro capite, insieme a diminuzioni degli investimenti esteri, dell’integrazione commerciale e delle esportazioni non petrolifere.

Questo non significa che ogni problema economico iraniano derivi dalle sanzioni.

L’Iran presenta anche problemi strutturali interni, inefficienze, corruzione, dipendenza dagli idrocarburi e scelte politiche proprie.

Significa però che liquidare le sanzioni come un’ossessione americana completamente inefficace è una caricatura.

La domanda corretta è un’altra:

i costi economici prodotti dalle sanzioni sono sufficienti a ottenere gli obiettivi politici desiderati da Washington?

Su questo la risposta è molto meno certa.

Ed è precisamente questa distinzione che la propaganda tende a cancellare.


Poi arriviamo al vero elefante nella stanza: Hormuz

C’è però un punto ancora più importante.

Lo Stretto di Hormuz.

Secondo la U.S. Energy Information Administration, nella prima metà del 2025 attraverso Hormuz transitavano mediamente 20,9 milioni di barili di petrolio al giorno, equivalenti a circa il 20% del consumo mondiale di liquidi petroliferi e a circa un quarto del petrolio commerciato via mare.

Non stiamo quindi parlando di una rotta commerciale secondaria.

Parliamo di uno dei principali colli di bottiglia energetici del pianeta.

E le alternative disponibili non possono sostituirne integralmente la capacità.

L’EIA stima che le principali pipeline saudite ed emiratine capaci di bypassare Hormuz offrano complessivamente una capacità alternativa di circa 4,7 milioni di barili al giorno.

Confrontateli con i 20,9 milioni transitati nello stretto.

Si capisce immediatamente perché Hormuz rappresenti una leva gigantesca.


Quando Washington usa l’economia è «ricatto». Quando Teheran usa Hormuz diventa «resistenza»

Ed eccoci al doppio standard.

Quando gli Stati Uniti utilizzano il proprio peso finanziario:

coercizione.

Quando congelano asset:

ricatto.

Quando impediscono determinate transazioni:

guerra economica.

Quando Teheran lega invece la riapertura di una delle arterie energetiche più importanti del pianeta alla soddisfazione delle proprie condizioni politiche:

resistenza.

Reuters riferiva il 9 agosto che l’Iran considerava la riapertura di Hormuz dipendente da diverse concessioni americane.

Tra le condizioni riportate figuravano compensazioni per gli attacchi subiti, rimozione delle sanzioni, sblocco degli asset iraniani congelati e cessazione delle azioni contro l’Iran e i suoi alleati.

Un’altra ricostruzione Reuters dello stesso periodo riportava lo scontro sulle rispettive richieste di risarcimento e il conseguente peggioramento delle prospettive di una rapida riapertura dello stretto.

È quindi evidente che entrambe le parti utilizzano strumenti di pressione.

Washington dispone del dollaro, delle sanzioni, dell’accesso ai mercati finanziari e della propria capacità militare.

Teheran dispone della propria posizione geografica, delle esportazioni energetiche, delle capacità militari regionali e della possibilità di esercitare pressione sulle rotte del Golfo.

La differenza non è tra chi esercita pressione e chi non la esercita.

Entrambi la esercitano.


Hormuz dimostra quanto sia artificiale il racconto dell’Iran vittima passiva

La Repubblica islamica non è un soggetto privo di strumenti costretto semplicemente a subire le decisioni occidentali.

È una potenza regionale.

Ha una posizione geografica strategica.

Dispone di capacità missilistiche e militari.

Ha costruito per decenni relazioni con organizzazioni armate e alleati regionali.

E possiede la possibilità di influenzare una delle principali arterie energetiche mondiali.

Definire automaticamente ogni iniziativa iraniana «difensiva» significa quindi rinunciare ad analizzare la politica di potenza di Teheran.

L’Iran fa quello che fanno gli Stati:

utilizza gli strumenti che possiede per massimizzare la propria capacità negoziale.

La differenza è che una parte della controinformazione concede a Teheran una patente morale preventiva.


L’altro capitolo rimosso: IRGC e rete regionale

C’è poi un altro elemento che spesso scompare completamente dal racconto: la politica regionale iraniana.

Non è necessario accettare ogni affermazione dell’amministrazione Trump per riconoscere che l’IRGC e le organizzazioni sostenute da Teheran costituiscano una componente centrale della strategia iraniana.

Nel maggio 2026 il Dipartimento di Giustizia americano ha annunciato l’arresto e successivamente l’incriminazione di Mohammad Baqer Saad Dawood Al-Saadi, descritto dagli inquirenti come un esponente di Kata’ib Hezbollah e operativo in collegamento con l’IRGC.

Secondo le accuse federali, Al-Saadi sarebbe stato coinvolto nella pianificazione o nel coordinamento di numerosi attentati o tentati attentati in Europa e negli Stati Uniti. Le accuse devono naturalmente essere considerate tali fino a eventuale condanna.

Particolarmente interessante è un elemento riportato dagli stessi atti americani: secondo gli investigatori, Al-Saadi avrebbe descritto la «resistenza» come un sistema comprendente IRGC e organizzazioni alleate, occupandosi anche di propaganda e guerra psicologica.

Ecco perché l’espressione «Asse della Resistenza» non dovrebbe essere ripetuta come se fosse una categoria neutrale.

È innanzitutto una costruzione politico-strategica.


E gli americani che chiedono risarcimenti?

Teheran chiede risarcimenti per i danni provocati dagli attacchi americani e israeliani.

Trump ha reagito chiedendo a sua volta compensazioni per cittadini americani uccisi o feriti in episodi attribuiti agli iraniani o alle organizzazioni sostenute dall’Iran. Reuters ha documentato questo nuovo scontro sulle riparazioni, che ha ulteriormente complicato il dossier Hormuz.

Si può discutere sulla fondatezza giuridica delle singole pretese.

Anzi, bisogna farlo.

Non ogni episodio attribuito politicamente all’Iran equivale automaticamente a responsabilità giuridica iraniana.

Ma eliminare dal racconto l’intero capitolo degli attacchi compiuti da organizzazioni sostenute da Teheran significa costruire una cronologia mutilata.


La guerra economica non è una peculiarità americana

La tesi secondo cui le sanzioni dimostrerebbero una «dipendenza» patologica americana è inoltre propagandisticamente efficace proprio perché prende un fenomeno reale e lo trasforma in caricatura.

Gli Stati Uniti utilizzano enormemente il proprio potere finanziario.

È vero.

Il dollaro, il sistema bancario americano, OFAC e la capacità di imporre sanzioni secondarie rappresentano strumenti formidabili della politica estera statunitense.

Si può legittimamente criticare il loro utilizzo.

Ma tutti gli Stati cercano di trasformare i propri vantaggi strutturali in potere geopolitico.

Gli Stati Uniti utilizzano la finanza.

La Cina utilizza mercato, produzione, materie prime e catene industriali.

La Russia utilizza energia, materie prime e capacità militari.

L’Iran utilizza posizione geografica, petrolio, missili, relazioni regionali e Hormuz.

Pretendere che soltanto una di queste forme di pressione sia moralmente illegittima significa fare propaganda, non geopolitica.


Il prezzo lo pagano anche gli iraniani: ed è proprio questo il problema delle sanzioni

C’è poi una questione che non dovrebbe essere nascosta neppure da chi critica Teheran.

Le sanzioni non colpiscono soltanto «il regime».

Le conseguenze economiche finiscono inevitabilmente per propagarsi all’interno della società iraniana.

Inflazione, svalutazione, difficoltà commerciali, minori investimenti e isolamento finanziario hanno conseguenze sulle famiglie e sulle imprese.

È precisamente questo uno degli argomenti più forti contro l’abuso delle sanzioni.

Ma attenzione:

dire che le sanzioni producono sofferenza economica alla popolazione significa riconoscere che producono effetti.

Non si può contemporaneamente sostenere:

«Le sanzioni stanno strangolando ingiustamente gli iraniani»

e

«Le sanzioni americane non funzionano e fanno ridere».

Bisogna scegliere un’argomentazione coerente.


Il mito dell’Iran che «vince sempre»

Ed eccoci finalmente al cuore del problema.

Per una certa narrazione l’Iran non può perdere.

Se resiste:

ha vinto.

Se negozia:

ha costretto Washington a negoziare.

Se chiede la revoca delle sanzioni:

Washington è costretta a trattare.

Se Washington rifiuta:

gli Stati Uniti hanno paura della pace.

Se l’Iran aggira le sanzioni:

le sanzioni hanno fallito.

Se Washington scopre le reti utilizzate per aggirarle:

gli americani sono disperati.

Se Teheran chiude Hormuz:

dimostrazione della potenza iraniana.

Se l’economia iraniana soffre:

colpa esclusivamente delle sanzioni.

È un sistema narrativo perfetto perché è costruito per non poter mai essere smentito.

Ma proprio per questo non è informazione.

È propaganda.


Il «resistente» che vuole disperatamente eliminare ciò che sostiene essere inutile

Rimane quindi la domanda iniziale.

Se le sanzioni sono soltanto la manifestazione della «dipendenza compulsiva» americana e non funzionano, perché Teheran insiste tanto per ottenerne la rimozione?

Perché pretende lo sblocco degli asset?

Perché cerca canali finanziari alternativi?

Perché le autorità americane continuano a individuare società, exchange e intermediari accusati di facilitare il commercio iraniano aggirando le restrizioni?

Perché il dossier economico rimane centrale nei negoziati?

La risposta più plausibile è anche la meno ideologica:

perché le sanzioni producono costi reali, ma non necessariamente producono automaticamente il risultato politico desiderato da Washington.

È una conclusione molto meno spettacolare.

Ma è anche molto più seria.


Bessent non ha ancora dimostrato di avere vinto

Vale la pena ribadirlo perché è fondamentale.

Quando Bessent afferma che il ricorso iraniano a criptovalute e shadow banking dimostrerebbe che la strategia americana «sta funzionando», va oltre ciò che i dati consentono di concludere con certezza.

Dimostra che l’Iran cerca alternative.

Dimostra che le restrizioni modificano il comportamento finanziario iraniano.

Dimostra che Washington riesce almeno in parte a rendere più complesso l’accesso di Teheran al sistema finanziario internazionale.

Non dimostra ancora che l’Iran accetterà le condizioni strategiche americane.

Quella è un’altra partita.

Ed è una partita politica, militare ed economica contemporaneamente.

Questa distinzione è fondamentale proprio perché permette di criticare la propaganda filoiraniana senza trasformarsi nello specchio della propaganda americana.


La realtà è il muro contro cui prima o poi si infrange ogni propaganda

Alla fine rimangono i fatti.

L’Iran non è il gigante invulnerabile raccontato dai suoi sostenitori.

Ma non è nemmeno un regime destinato automaticamente a collassare domani perché Washington introduce un’altra serie di sanzioni.

Gli Stati Uniti possiedono una capacità di pressione economica straordinaria.

L’Iran possiede strumenti significativi di pressione regionale.

Washington cerca di limitare le entrate iraniane e l’accesso ai mercati finanziari.

Teheran cerca di aggirare quelle restrizioni e contemporaneamente utilizza Hormuz come leva.

Gli Stati Uniti pretendono concessioni.

L’Iran pretende concessioni.

Questa si chiama politica di potenza.

Solo nella propaganda diventa la favola del buono «resistente» contro l’impero malvagio.

E soprattutto c’è un dato che rimane impossibile da cancellare.

Nella prima metà del 2025 transitavano attraverso Hormuz circa 20,9 milioni di barili di petrolio al giorno.

Nel 2026 la controversia sulla riapertura dello stretto continua a essere collegata direttamente alle sanzioni, agli asset congelati, alle compensazioni e alle condizioni politiche avanzate dalle due parti.

E mentre qualcuno continua a raccontare che l’Iran avrebbe già sconfitto economicamente e politicamente gli Stati Uniti, Teheran continua a chiedere proprio la rimozione di quelle misure che, secondo la stessa narrazione, sarebbero completamente inutili.

Questo è il punto sul quale la propaganda prima o poi si schianta.

Puoi raccontare per anni che il «resistente Iran» vince sempre.

Puoi trasformare ogni arretramento in una vittoria tattica, ogni difficoltà in un complotto occidentale, ogni pressione iraniana in legittima resistenza e ogni pressione americana in imperialismo.

Ma non puoi abolire la realtà per decreto editoriale.

E la realtà dice qualcosa di molto meno romantico:

Teheran e Washington stanno combattendo una durissima guerra di pressione economica, politica e strategica nella quale nessuna delle due parti ha ancora ottenuto tutto ciò che vuole.

Raccontare questo significa fare analisi.

Raccontare che «l’Iran vince sempre» significa fare il tifo.

E il problema dei soliti riporter della propaganda marxista è proprio questo: possono cambiare titolo, nemico e giustificazione quanto vogliono. Prima o poi incontrano quel muro che nessuna ideologia riesce ad aggirare: i fatti.


Fonti e link

Reuters – Iran says no progress on reviving interim peace deal with US, 12 agosto 2026
https://www.reuters.com/world/asia-pacific/iran-says-no-progress-reviving-interim-peace-deal-with-us-2026-08-12/

Reuters – Oil climbs as Iran and US exchange compensation demands, 9 agosto 2026
https://www.reuters.com/business/energy/oil-rises-uncertainty-continues-over-reopening-strait-2026-08-09/

Reuters – Hopes for Hormuz deal fade as Trump demands Iranian reparations, 9 agosto 2026
https://www.reuters.com/world/middle-east/iran-ties-hormuz-reopening-us-concessions-several-demands-2026-08-09/

Reuters – Iran says Oman deal is in final stages but US must act to open Hormuz, 9 agosto 2026
https://www.reuters.com/world/asia-pacific/iran-says-oman-deal-is-final-stages-us-must-act-open-hormuz-2026-08-09/

Reuters – US sanctions Dubai crypto exchange for aiding Iran’s IRGC, 7 agosto 2026
https://www.reuters.com/world/middle-east/us-sanctions-dubai-crypto-exchange-aiding-irans-irgc-following-reuters-report-2026-08-07/

U.S. Department of the Treasury – Economic Fury Targets Iran’s Largest Digital Asset Exchange, 2 giugno 2026
https://home.treasury.gov/news/press-releases/sb0519

U.S. Department of the Treasury – Economic Fury Targets Iranian Shadow Banking Networks Moving Billions in Foreign Currency, 1° maggio 2026
https://home.treasury.gov/news/press-releases/sb0483

U.S. Energy Information Administration – World Oil Transit Chokepoints: Strait of Hormuz
https://www.eia.gov/international/content/analysis/special_topics/World_Oil_Transit_Chokepoints/

U.S. Department of Justice – Civil forfeiture complaints concerning $15.3 million allegedly linked to Iranian oil shipping network, 6 marzo 2026
https://www.justice.gov/opa/pr/united-states-files-civil-forfeiture-complaints-against-15m-funds-allegedly-linked-iranian

U.S. Department of Justice – Dual Iranian-Iraqi national indicted for providing material support to terrorist organizations, 28 maggio 2026
https://www.justice.gov/opa/pr/dual-iranian-iraqi-national-indicted-providing-material-support-terrorist-organizations

U.S. Department of Justice – Iraqi national charged over alleged activities involving Iran-backed organizations, maggio 2026
https://www.justice.gov/opa/pr/iraqi-national-arrested-and-charged-providing-material-support-iranian-backed-terrorist

Laudati & Pesaran – Identifying the Effects of Sanctions on the Iranian Economy Using Newspaper Coverage
https://arxiv.org/abs/2110.09400

Rok Spruk – Confrontation with the West and Long-Run Economic and Institutional Outcomes: Evidence from Iran, 2026
https://arxiv.org/abs/2602.03231

La nuova sindrome da «deragliamento sionista»: quando, per certa controinformazione marxista, ormai sono tutti sionisti. Fino a qualche mese fa erano tutti sostenitori di Israele.

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C’è una nuova epidemia che sembra essersi diffusa in alcuni ambienti della controinformazione italiana.

Non servono tamponi, vaccini o quarantene. Il sintomo principale è molto più semplice:

vedere sionisti ovunque.

Un miliardario americano?

Sionista.

Un imprenditore tecnologico?

Sionista.

Un politico che sostiene Israele?

Ovviamente sionista.

Uno che critica Hamas?

Sionista.

Uno che critica l’Iran?

Sionista.

Uno che non considera gli ayatollah l’avanguardia della liberazione mondiale?

Sionista.

Uno che non sogna la rivoluzione islamica?

Sionista.

Uno che sostiene Donald Trump?

Sionista.

E, nella versione più delirante della polemica social, magari pure pedofilo, perché quando finiscono gli argomenti basta aggiungere un’accusa infamante e il dibattito è risolto.

Benvenuti nella nuova sindrome da deragliamento sionista.

Una condizione politica nella quale il termine “sionista” non descrive più una posizione relativa al diritto all’esistenza o all’autodeterminazione nazionale di Israele, ma diventa una specie di parola universale utilizzabile contro chiunque non condivida integralmente una determinata visione geopolitica.

Il risultato sta diventando involontariamente comico.


ATTENZIONE: POTRESTI ESSERE SIONISTA SENZA SAPERLO

Il nuovo prontuario ideologico sembra funzionare così.

Non sostieni Hamas?

Sionista.

Non sostieni Hezbollah?

Sionista.

Non sostieni la Repubblica Islamica iraniana?

Sionista.

Pensi che Israele abbia diritto di esistere?

Sionista.

Pensi contemporaneamente che Israele abbia diritto di esistere e che il governo israeliano possa essere criticato?

Troppo complicato.

Sionista lo stesso.

Non consideri qualsiasi operazione americana automaticamente un complotto imperialista?

Sionista.

Sostieni Trump?

Sionista.

Critichi Maduro?

Sionista.

Critichi il regime iraniano?

Sionista.

Non consideri Vladimir Putin il nuovo Che Guevara?

Probabilmente sionista.

Se poi sei ricco, americano, conservatore, libertario o lavori nella tecnologia, il processo sembra diventare ancora più rapido.

La sentenza è praticamente pronta prima ancora dell’indagine.


IL SIONISMO È DIVENTATO IL NUOVO PREZZEMOLO GEOPOLITICO

Il problema non è criticare il sionismo.

Il sionismo è un movimento politico e storico e, come qualsiasi ideologia politica, può essere analizzato, sostenuto, contestato o criticato.

Si possono criticare le politiche israeliane.

Si può criticare Netanyahu.

Si possono criticare gli insediamenti.

Si può discutere della guerra a Gaza.

Si può sostenere uno Stato palestinese.

Tutto perfettamente legittimo.

Il problema nasce quando “sionista” smette di avere un significato preciso e diventa semplicemente sinonimo di “persona che non la pensa come me”.

A quel punto non siamo più nell’analisi geopolitica.

Siamo nella caricatura.


IL CORTOCIRCUITO PIÙ GRAVE: EBREO = SIONISTA

Qui però la faccenda smette anche di essere divertente.

Perché in alcuni discorsi compare una sovrapposizione sempre più pericolosa:

ebreo → sionista → establishment → finanza → potere.

Ed è esattamente il tipo di generalizzazione che dovrebbe far scattare immediatamente qualche allarme.

Non tutti gli ebrei sono sionisti.

Non tutti i sionisti sono ebrei.

Esistono ebrei antisionisti.

Esistono ebrei non sionisti.

Esistono cristiani sionisti.

Esistono politici non ebrei fortemente filoisraeliani.

Esistono persone che sostengono semplicemente l’esistenza dello Stato d’Israele senza condividere tutte le politiche del suo governo.

Confondere queste categorie non significa essere “contro il sistema”.

Significa semplicemente utilizzare categorie storiche e politiche in maniera approssimativa.

E quando alla parola “ebreo” vengono automaticamente associati ricchezza, finanza, controllo e potere occulto, non siamo più davanti a una sofisticata analisi dell’imperialismo.

Stiamo riesumando stereotipi molto più antichi.


SE È RICCO, DEV’ESSERE SIONISTA

Poi arriva la variante economica.

C’è un miliardario?

Bisogna immediatamente scoprire il collegamento con Israele.

Peter Thiel?

Sionista.

Elon Musk?

A seconda del giorno e della narrativa necessaria, amico dei sionisti, nemico dei sionisti oppure infiltrato dei sionisti.

Larry Ellison?

Sionista.

Un fondo americano investe da qualche parte?

Dietro ci sono i sionisti.

Una società tecnologica vende software a un governo?

Sionismo.

Un miliardario incontra Milei?

Sionismo.

Milei incontra Netanyahu?

Super-sionismo.

Milei incontra Trump?

Sionismo al quadrato.

Trump incontra Netanyahu?

La matrice sionista universale è finalmente completa.

A quel punto non occorrono più bilanci, quote societarie, contratti, documenti o catene decisionali.

Basta la fotografia di due persone che si stringono la mano.


IL NUOVO METODO SCIENTIFICO: SE CONOSCI UNO CHE CONOSCE UNO…

Abbiamo ormai raggiunto una forma meravigliosa di geopolitica genealogica.

A conosce B.

B conosce C.

C una volta ha partecipato a una conferenza organizzata da D.

D ha incontrato Netanyahu.

Conclusione: A appartiene alla rete sionista.

Fantastico.

Con questo metodo, in sei passaggi probabilmente anche il barista sotto casa appartiene al Mossad.

È la geopolitica trasformata nel gioco dei sei gradi di separazione.

Soltanto che al posto di Kevin Bacon troviamo Benjamin Netanyahu.


NON SOSTIENI L’IRAN? INDOVINA: SIONISTA

Uno degli aspetti più paradossali riguarda l’Iran.

Per una certa controinformazione sembra ormai impossibile criticare contemporaneamente Israele e la Repubblica Islamica.

Devi scegliere la squadra.

Critichi Netanyahu?

Bravo.

Critichi Khamenei?

Fermo lì.

Sionista!

Come se opporsi all’autoritarismo iraniano significasse automaticamente sostenere ogni decisione del governo israeliano.

Come se denunciare repressione, esecuzioni, censura o il ruolo regionale dei proxy iraniani significasse trasformarsi improvvisamente in portavoce del Likud.

È un pensiero binario:

Israele cattivo → chi combatte Israele buono.

Ma la geopolitica non funziona così.

Un nemico del tuo nemico può tranquillamente essere un regime autoritario, un movimento fondamentalista o semplicemente un altro soggetto che persegue i propri interessi.


NON SOSTIENI L’ISLAM POLITICO? ALTRO SIONISTA

Ancora più curioso è il passaggio successivo.

Critichi l’islamismo politico?

Sionista.

Critichi Hamas?

Sionista.

Critichi Hezbollah?

Sionista.

Parli della persecuzione di dissidenti, donne, minoranze religiose o persone LGBT sotto alcuni regimi islamisti?

Sionista.

La possibilità che qualcuno possa criticare sia l’estremismo islamista sia le politiche israeliane sembra essere diventata concettualmente ingestibile.

Eppure è perfettamente possibile.

Si chiama avere più di due categorie mentali.


NON SOSTIENI LA PALESTINA NEL MODO GIUSTO? SIONISTA

Anche la questione palestinese viene ridotta allo stesso schema.

Non basta riconoscere i diritti dei palestinesi.

Bisogna utilizzare esattamente il vocabolario prescritto.

Puoi sostenere uno Stato palestinese, condannare le vittime civili, criticare il governo Netanyahu e contemporaneamente condannare Hamas.

Ma per alcune tifoserie ideologiche questo non basta.

Se non trasformi Hamas nella Resistenza con la R maiuscola, qualcosa non torna.

Se distingui tra popolazione palestinese e organizzazioni armate, sospetto.

Se ricordi che palestinese e Hamas non sono sinonimi, ancora più sospetto.

Se sostieni che israeliani e palestinesi abbiano entrambi diritto alla sicurezza e all’autodeterminazione…

attenzione: sionismo centrista infiltrato.


SOSTIENI TRUMP? SIONISTA. E MAGARI PURE PEDOFILO

Poi c’è Donald Trump.

Qui la sindrome raggiunge livelli particolarmente creativi.

Se sostieni Trump, non puoi semplicemente essere un conservatore, un repubblicano, un populista, un libertario o una persona che preferisce alcune sue politiche.

No.

Deve esserci qualcosa dietro.

Sionista.

Servo di Israele.

Marionetta.

E quando questo non basta, si passa alle accuse personali più estreme.

Persino termini come “pedofilo” vengono talvolta lanciati come clave politiche, indipendentemente dall’esistenza di una condanna o di prove sufficienti a sostenere un’accusa tanto grave.

Questo non è giornalismo investigativo.

È il collasso del linguaggio politico.

Le accuse di reati sessuali richiedono prove, non meme, fotografie fuori contesto o associazioni personali.

Essere avversari di Trump non autorizza a inventare fatti.

Esattamente come sostenerlo non rende automaticamente vere tutte le sue dichiarazioni.


IL PARADOSSO DELLA “CONTROINFORMAZIONE”

Ed eccoci al capolavoro.

Questi ambienti spesso accusano i media tradizionali di dividere il mondo in categorie semplicistiche.

Poi costruiscono il proprio universo:

Occidente = imperialismo.

USA = male.

Israele = sionismo.

Nemici degli USA = resistenza.

Nemici di Israele = resistenza.

Chi critica la resistenza = sionista.

Un sistema magnificamente circolare.

Qualsiasi informazione contraria alla teoria diventa essa stessa una dimostrazione della teoria.

Se un giornale contraddice la narrativa?

È controllato.

Se un ricercatore la contesta?

È pagato.

Se un giornalista chiede prove?

È sionista.

Se qualcuno pubblica documenti contrari?

Sono documenti prodotti dal sistema.

La teoria diventa così immunizzata contro qualsiasi confutazione.

Ed è precisamente così che funzionano le ideologie chiuse.


E IL MARXISMO CHE FINE HA FATTO?

C’è poi un paradosso quasi irresistibile.

Una parte della sinistra radicale occidentale, storicamente materialista, è arrivata a raccontare la politica mondiale attraverso categorie quasi metafisiche.

Non più:

capitale.

produzione.

classi.

interessi nazionali.

risorse.

commercio.

tecnologia.

energia.

alleanze militari.

No.

Ora sembra bastare:

“sionista”.

Marx probabilmente chiederebbe almeno di vedere i rapporti di produzione.

I suoi nuovi interpreti sembrano accontentarsi di una fotografia con Netanyahu.


LA GEOPOLITICA NON È UNA PARTITA DI CALCIO

Il problema di fondo è il tifo.

Perché è perfettamente possibile sostenere contemporaneamente che:

Israele abbia diritto di esistere;

i palestinesi abbiano diritto all’autodeterminazione;

Hamas possa essere criticato;

Netanyahu possa essere criticato;

l’Iran possa essere criticato;

gli Stati Uniti possano essere criticati;

Trump possa essere sostenuto su una questione e contestato su un’altra;

l’islamismo politico possa essere criticato senza essere ostili ai musulmani;

gli ebrei non siano una categoria politica uniforme;

e soprattutto che nessuna etnia o religione possa essere trasformata in spiegazione universale dei rapporti di potere mondiali.

Non dovrebbe essere rivoluzionario.

È semplicemente ragionare.


“SIONISTA” È DIVENTATO IL NUOVO “FASCISTA”?

Il destino delle parole politiche è spesso questo.

Vengono utilizzate talmente tanto da perdere significato.

Per decenni “fascista” è stato l’insulto universale di una parte della politica.

Ora rischia di accadere qualcosa di simile con “sionista”.

Non sei d’accordo?

Sionista.

Non partecipi alla manifestazione?

Sionista.

Critichi l’Iran?

Sionista.

Critichi Hamas?

Sionista.

Voti Trump?

Sionista.

Sei miliardario?

Sionista.

Sei ebreo?

Qualcuno ti considera automaticamente sionista.

Sei cristiano evangelico filoisraeliano?

Sionista.

Sei ateo ma pensi che Israele debba continuare a esistere?

Sionista.

A questo punto manca soltanto il meteo.

Domani alta pressione sionista sul Mediterraneo, con infiltrazioni imperialiste provenienti da Washington.


UN CONSIGLIO AI CACCIATORI DI SIONISTI: TORNATE AI DOCUMENTI

La soluzione sarebbe semplicissima.

Abbandonare le etichette per cinque minuti e tornare alle prove.

Dite che un miliardario finanzia un’organizzazione?

Mostrate il finanziamento.

Dite che una società controlla un governo?

Mostrate contratti, partecipazioni e decisioni.

Dite che Netanyahu dirige una determinata operazione?

Mostrate il collegamento.

Dite che Washington finanzia qualcuno?

Mostrate i trasferimenti.

Dite che un politico ha commesso un reato?

Mostrate le prove e distinguete accuse, indagini e condanne.

Dite che esiste una rete?

Ricostruite la rete.

Questo si chiama giornalismo.

Scrivere invece:

Thiel. Milei. Trump. Netanyahu. Sionismo. Pedofilia. Oligarchie.

e aggiungere:

“Coincidenze?”

non è investigazione.

È una sceneggiatura.


LA “SINDROME DA DERAGLIAMENTO SIONISTA”

Possiamo quindi riconoscere alcuni sintomi della nuova sindrome.

Il primo è l’incapacità di distinguere ebrei, israeliani, governo israeliano e sionismo.

Il secondo è considerare automaticamente filosionista qualsiasi avversario dell’Iran.

Il terzo è trasformare ogni miliardario occidentale in un ingranaggio della stessa macchina.

Il quarto è utilizzare rapporti personali come prova di rapporti politici.

Il quinto è considerare qualsiasi critica a Hamas o all’islamismo una manifestazione di propaganda israeliana.

Il sesto è trasformare accuse gravissime, persino quelle di pedofilia, in semplici etichette da combattimento politico.

Il settimo è probabilmente il più grave:

non riuscire più a immaginare che qualcuno possa semplicemente pensarla diversamente.

Deve necessariamente essere pagato, controllato, infiltrato o manipolato.


ALLA FINE IL COMPLOTTO DIVENTA UNA PARODIA DI SE STESSO

Ed è questo il risultato finale.

Se tutto è sionismo, niente significa più sionismo.

Se ogni miliardario è sionista, l’etichetta non spiega più nulla.

Se chiunque critichi Teheran è sionista, non stiamo analizzando l’Iran.

Se chiunque critichi Hamas è sionista, non stiamo analizzando Hamas.

Se chiunque sostenga Trump è contemporaneamente sionista e magari pedofilo, non stiamo analizzando Trump.

Stiamo semplicemente distribuendo insulti.

Una controinformazione nata, almeno teoricamente, per contestare le semplificazioni dei grandi media finisce così per produrre una delle più gigantesche semplificazioni possibili:

esiste una forza onnipresente che spiega praticamente tutto.

A quel punto non serve più investigare.

Non serve più studiare.

Non servono documenti.

Non servono bilanci.

Non servono archivi.

Non servono fonti.

Basta pronunciare la parola magica:

SIONISMO.

E il mondo improvvisamente sembra spiegato.

Peccato che il mondo reale sia infinitamente più complicato.

E soprattutto peccato che trasformare gli ebrei in una categoria politica uniforme non sia controinformazione, non sia marxismo e non sia geopolitica.

È semplicemente una generalizzazione sbagliata e, quando si lega l’identità ebraica a ricchezza o potere occulto, può scivolare nei più vecchi stereotipi antisemiti.

La critica politica ha bisogno di bersagli precisi.

Un governo.

Una legge.

Una società.

Un finanziamento.

Un’organizzazione.

Una decisione.

Un’ideologia.

Non un’etnia.

Non una religione.

E soprattutto non una parola utilizzata come passepartout per spiegare qualsiasi cosa.

Perché quando una teoria riesce a spiegare tutto senza dover dimostrare niente, probabilmente non abbiamo scoperto il segreto del mondo.

Abbiamo soltanto smesso di verificarlo.

I soliti riporter della controinformazione marxista mistificano i fatti per mantenere la loro propaganda: da Wamani a Thiel, Milei e Netanyahu, quando «unire i puntini» sostituisce le prove

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C’è un metodo narrativo che ritorna con sorprendente regolarità in una parte della cosiddetta controinformazione: prendere una serie di fatti reali, selezionare quelli utili alla propria tesi, eliminare il contesto che li rende meno sensazionali e infine collegarli attraverso associazioni che non sono state dimostrate.

Il risultato è molto efficace dal punto di vista propagandistico.

Molto meno da quello giornalistico.

L’ultimo esempio riguarda l’Argentina di Javier Milei, il gigantesco ranch Wamani, Martín Varsavsky, Peter Thiel, gli investitori della Silicon Valley e, inevitabilmente, Washington e Benjamin Netanyahu.

La storia viene presentata più o meno così: 32.000 ettari ai piedi delle Ande, miliardari tecnologici che preparano rifugi per l’apocalisse, Milei che spalanca loro le porte, cittadinanze agli investitori, garanzie trentennali, Peter Thiel, Washington, Netanyahu.

Poi arriva la frase magica:

«Coincidenze? Abbiamo provato a unire i puntini».

Ed è precisamente qui che comincia il problema.

Perché unire puntini ha valore giornalistico soltanto quando tra un punto e l’altro esiste una linea documentabile. Altrimenti non è un’inchiesta: è una costruzione narrativa.

E soprattutto bisogna distinguere ciò che è vero, ciò che è interpretazione politica e ciò che invece viene semplicemente insinuato.


Wamani esiste. E nessuno ha bisogno di negarlo

Partiamo dai fatti.

Wamani esiste davvero.

Il Financial Times ha raccontato il progetto realizzato dall’imprenditore Martín Varsavsky e da altri cinque facoltosi soci ai piedi delle Ande argentine: circa 32.000 ettari, abitazioni, strutture alimentate anche attraverso energia solare, cupole geodetiche, pista d’atterraggio e un progetto di maggiore autosufficienza agricola.

Varsavsky non nasconde neppure una delle motivazioni più particolari dell’iniziativa: considera quella zona dell’Argentina un possibile rifugio nel caso di un grave conflitto internazionale, persino nucleare, o di una crisi globale.

È una convinzione discutibile?

Certamente.

È una storia giornalisticamente interessante?

Assolutamente sì.

Dimostra l’esistenza di un piano delle «oligarchie occidentali» per colonizzare l’America Latina e rifugiarsi lì dopo aver distrutto il resto del pianeta?

No.

Ed è precisamente questa distinzione che la propaganda tende a cancellare.


Wamani non è il bunker di Peter Thiel

Il primo cortocircuito nasce dall’accostamento dei nomi.

Peter Thiel è realmente interessato all’Argentina. Ha acquistato una proprietà a Buenos Aires, ha trascorso del tempo nel Paese e ha incontrato Javier Milei.

Anche questo è documentato.

Ma il Financial Times, parlando di Wamani, identifica Varsavsky e cinque soci come protagonisti del progetto.

Il fatto che Thiel condivida alcuni interessi politici o culturali con Varsavsky, che guardi con interesse all’Argentina e che abbia acquistato un immobile nel Paese non trasforma automaticamente Thiel in proprietario, finanziatore o regista di Wamani.

Questa è una distinzione enorme.

Eppure è sufficiente mettere nella stessa narrazione:

Wamani. Silicon Valley. Peter Thiel. Milei.

Il lettore farà da solo il collegamento.

È una tecnica retorica vecchia quanto la propaganda: non affermare necessariamente qualcosa in maniera esplicita quando è possibile indurre il pubblico a concluderla autonomamente.


Peter Thiel è in Argentina? Sì. E allora?

Peter Thiel ha realmente intensificato la propria presenza in Argentina.

Secondo il Financial Times, il miliardario ha temporaneamente trasferito la propria famiglia a Buenos Aires, acquistato una residenza e incontrato Milei.

Questo dimostra una cosa molto semplice:

l’Argentina di Milei interessa a Peter Thiel.

Non c’è bisogno di nasconderlo.

Anzi, sarebbe assurdo che un presidente che ha costruito buona parte del proprio programma economico sulla liberalizzazione, sull’attrazione degli investimenti e sulla riduzione degli ostacoli all’attività economica considerasse negativo l’interesse di grandi investitori internazionali.

Si può criticare Thiel.

Si può criticare Milei.

Si può criticare il modello libertario.

Si può persino sostenere che l’Argentina dovrebbe imporre condizioni più severe ai grandi capitali.

Ma da qui alla scoperta di una fantomatica rete di oligarchi che sta preparando il proprio rifugio post-apocalittico latinoamericano manca una quantità considerevole di prove.


Ed ecco spuntare Netanyahu

Poi compare Benjamin Netanyahu.

Perché?

È proprio qui che il metodo diventa ancora più evidente.

Nel racconto vengono messi in successione:

Peter Thiel. Milei. Netanyahu. Washington.

Quattro nomi.

Quattro parole.

Un’enorme capacità evocativa.

Ma una domanda dovrebbe precedere qualsiasi altra considerazione:

Qual è il documento che dimostra che Netanyahu faccia parte di un progetto coordinato riguardante Wamani?

Dov’è il contratto?

Dov’è la partecipazione societaria?

Dov’è l’investimento?

Dov’è l’accordo?

Dov’è il documento governativo?

Dov’è il flusso finanziario?

Dov’è la prova che colleghi operativamente Netanyahu a Wamani?

Se esiste, va pubblicata.

Se non esiste, mettere il nome di Netanyahu nella sequenza serve soprattutto a creare un’associazione politica nella testa del lettore.

Non è vietato domandarsi se esistano collegamenti.

Ma una domanda non può essere utilizzata come sostituto della prova.


«Coincidenze?» non è una fonte giornalistica

La parola più abusata di certo giornalismo alternativo è proprio questa:

Coincidenze?

È una formula perfetta.

Permette di insinuare praticamente qualsiasi cosa senza assumersi fino in fondo l’onere di dimostrarla.

Prendiamo quattro fatti:

  1. Varsavsky costruisce Wamani.
  2. Varsavsky sostiene Milei.
  3. Thiel apprezza Milei e investe in Argentina.
  4. Milei è politicamente vicino agli Stati Uniti e a Israele.

Poi disponiamoli in fila.

E infine chiediamo:

«Coincidenze?»

Ma questo non dimostra l’esistenza di una regia comune.

È esattamente il contrario del metodo investigativo.

Nel giornalismo d’inchiesta si parte dalle prove e attraverso esse si ricostruiscono i collegamenti.

Nella propaganda si stabilisce prima la conclusione e successivamente si cercano abbastanza elementi da mettere vicini perché quella conclusione sembri plausibile.


I famosi «passaporti per investitori»: vediamo cosa dice realmente la legge

Un altro elemento utilizzato per costruire il racconto riguarda la cittadinanza argentina per gli investitori.

Anche questa volta il fatto di partenza esiste.

Il Decreto 524/2025 stabilisce che uno straniero che abbia effettuato un’«inversión relevante», secondo i criteri stabiliti dal Ministero dell’Economia, possa richiedere la cittadinanza argentina indipendentemente dalla durata della propria precedente residenza.

Ma raccontarlo semplicemente come:

«Milei regala passaporti ai miliardari»

significa omettere una parte essenziale del provvedimento.

Il decreto stabilisce una procedura.

L’investimento deve essere qualificato come rilevante.

E soprattutto non basta presentarsi con un assegno e ritirare il passaporto allo sportello.

Il testo prevede che vengano interpellati diversi organismi, fra cui Ministero della Sicurezza Nazionale, Unidad de Información Financiera, Registro Nacional de Reincidencia, RENAPER e SIDE, per valutare eventuali rischi per la sicurezza nazionale o per gli interessi del Paese.

Se l’investimento non viene considerato rilevante oppure emergono valutazioni contrarie, la procedura può portare al rigetto.

Questa parte della storia è molto meno utile alla rappresentazione del «passaporto comprato dal miliardario».

E infatti tende a scomparire.


Il RIGI e i trent’anni: altra verità trasformata in slogan

Poi abbiamo le famose:

«regole garantite per decenni».

Anche questo elemento deriva da qualcosa di reale.

Il Régimen de Incentivo para Grandes Inversiones (RIGI) prevede per i progetti ammessi una stabilità normativa in materia tributaria, doganale e valutaria della durata di 30 anni.

È scritto nella legislazione argentina.

Non è un segreto.

Non è stato scoperto seguendo misteriosi flussi finanziari.

È una legge pubblica.

La logica economica è evidente: l’Argentina arriva da una lunghissima storia di instabilità monetaria, fiscale e normativa. Un investitore che deve impegnare enormi quantità di capitale in infrastrutture, energia, tecnologia, miniere o altri progetti di lungo periodo deve poter calcolare il rischio regolatorio.

Il governo Milei ha scelto di ridurlo offrendo stabilità.

Si può contestare questa scelta.

Anzi, esistono argomenti perfettamente legittimi contro il RIGI: incentivi troppo generosi, rischio di squilibri tra grandi gruppi e imprese locali, riduzione dello spazio fiscale futuro dello Stato.

Questa sarebbe una discussione politica seria.

Ma raccontare la stabilità normativa come la prova che Milei starebbe preparando l’Argentina affinché diventi il paradiso delle oligarchie in fuga dall’apocalisse significa trasformare una politica economica pubblica in un capitolo di una trama precostituita.


Perché mai un Paese dovrebbe desiderare investimenti?

Qui emerge una delle contraddizioni più interessanti di questa propaganda.

Per decenni ci hanno spiegato che l’America Latina sarebbe stata vittima della povertà, della disoccupazione, della mancanza di infrastrutture e dell’arretratezza economica.

Arriva un governo che dice:

voglio capitali, imprese, tecnologia e grandi investimenti.

Ed ecco che l’investitore diventa automaticamente il colonizzatore.

Se il capitale fugge:

il neoliberismo ha distrutto il Paese.

Se il capitale arriva:

le oligarchie stanno comprando il Paese.

Se nessuno investe:

Washington strangola l’America Latina.

Se investono gli americani:

Washington colonizza l’America Latina.

È una costruzione ideologica praticamente impossibile da falsificare perché qualsiasi risultato può essere reinterpretato come conferma della medesima tesi.


Investire non significa automaticamente colonizzare

Qui bisogna fare una distinzione elementare che dovrebbe appartenere a qualsiasi analisi economica.

Investimento straniero e colonizzazione non sono sinonimi.

Un investimento può essere conveniente oppure svantaggioso.

Può produrre occupazione oppure produrne poca.

Può trasferire tecnologia oppure limitarsi all’estrazione di risorse.

Può creare infrastrutture.

Può generare dipendenza.

Può essere negoziato bene oppure malissimo.

Ogni progetto deve essere valutato individualmente.

Trasformare invece qualsiasi ingresso di capitale occidentale in una forma di «colonizzazione» significa sostituire l’analisi economica con una categoria ideologica.

Curiosamente, lo stesso criterio raramente viene utilizzato con identica aggressività quando i capitali provengono da governi o imprese considerati geopoliticamente alternativi a Washington.


La tecnica della colpa per associazione

Guardiamo nuovamente la sequenza:

Varsavsky → Wamani → Thiel → Milei → Washington → Netanyahu.

Che cosa viene dimostrato?

Che Varsavsky è coinvolto in Wamani?

Sì.

Che Varsavsky sostiene Milei?

Sì.

Che Thiel è interessato all’Argentina?

Sì.

Che Thiel ha incontrato Milei?

Sì.

Che Milei ha un rapporto politico molto favorevole con Washington e Israele?

Sì.

Che Netanyahu, Thiel, Milei e Varsavsky abbiano costituito una rete coordinata per trasformare l’America Latina nel bunker delle oligarchie occidentali?

È precisamente questo il passaggio che deve essere provato.

Non basta che A conosca B, B abbia incontrato C e C sostenga politicamente D.

Altrimenti potremmo costruire una teoria mondiale su praticamente qualsiasi gruppo di imprenditori, politici, fondazioni e governi.


Il gigantesco salto logico: «hanno condannato il mondo alla distruzione»

Ma la frase più ideologica arriva alla fine.

Secondo questa narrativa, l’America Latina rischierebbe di diventare:

«il rifugio perfetto delle oligarchie che si preparano a sopravvivere al mondo che hanno condannato alla distruzione».

Fermiamoci.

Questa non è più un’informazione.

È un atto d’accusa.

Chi avrebbe «condannato il mondo alla distruzione»?

Varsavsky?

Thiel?

Milei?

Netanyahu?

Washington?

Tutti insieme?

Attraverso quale azione coordinata?

Quale documento dimostra che le stesse persone che stanno acquistando proprietà in Argentina siano responsabili del futuro collasso dal quale presumibilmente intenderebbero salvarsi?

Non viene dimostrato.

Viene suggerito.

Ed è proprio questa la differenza tra informazione e propaganda.


Il fatto vero è già abbastanza interessante

Ed è questo l’aspetto più assurdo.

Non c’era alcun bisogno di costruire una supercospirazione.

La storia reale è già interessante.

Un gruppo di ricchi imprenditori ha acquistato 32.000 ettari ai piedi delle Ande e sta sviluppando una proprietà concepita anche come rifugio in caso di una catastrofe internazionale.

Peter Thiel guarda con crescente interesse all’Argentina.

Javier Milei vuole attrarre grandi investimenti stranieri.

Il governo argentino ha introdotto una procedura di cittadinanza legata agli investimenti rilevanti.

Il RIGI garantisce condizioni regolatorie per lunghi periodi ai grandi progetti ammessi.

Questi sono fatti.

E possono essere analizzati, criticati e messi sotto la lente d’ingrandimento.

Ma evidentemente non bastano.

Bisogna aggiungere:

Thiel. Netanyahu. Washington. Oligarchie. Apocalisse. Colonizzazione.

Perché?

Perché il fatto deve essere costretto dentro una cornice ideologica.


Il giornalismo dovrebbe funzionare esattamente al contrario

Un giornalista serio davanti a una storia del genere dovrebbe chiedere:

Chi possiede Wamani?

Quali società controllano i terreni?

Da dove provengono i capitali?

Esistono partecipazioni di Thiel?

Esistono investimenti riconducibili a Palantir?

Esistono accordi con il governo americano?

Esistono collegamenti finanziari con il governo israeliano?

Netanyahu ha qualcosa a che fare direttamente con questo progetto?

Quali investitori hanno concretamente utilizzato il nuovo regime di cittadinanza?

Quali investimenti RIGI sono stati approvati e quali benefici hanno ricevuto?

Questa sarebbe un’inchiesta.

Se invece prima si scrive:

Thiel. Milei. Netanyahu. Washington. Coincidenze?

e soltanto dopo si cercano i collegamenti, il metodo è rovesciato.


Il problema non è criticare Milei. È mistificare i fatti

Milei può e deve essere criticato quando esistono motivi per farlo.

Il RIGI può essere discusso.

La cittadinanza per investimento può essere contestata.

I rapporti tra grandi patrimoni e politica meritano attenzione.

Peter Thiel è un personaggio potentissimo e le sue attività politiche, finanziarie e tecnologiche meritano certamente controllo giornalistico.

Ma proprio perché questi temi sono importanti, non hanno bisogno di essere trasformati in propaganda.

Un giornalista dovrebbe distinguere continuamente:

fatto documentato, ipotesi, interpretazione e opinione.

Quando queste quattro categorie vengono fuse, nasce la mistificazione.


«Abbiamo unito i puntini». No: avete scelto i puntini

Il problema fondamentale di questa storia può essere riassunto in una frase.

Non basta dire:

«abbiamo unito i puntini».

Prima bisogna dimostrare che quei puntini appartengano allo stesso disegno.

Perché altrimenti il procedimento è semplicissimo:

si selezionano solamente i fatti compatibili con la propria ideologia;

si ignorano quelli che ne complicano la lettura;

si mettono vicini personaggi che hanno qualche relazione indiretta;

si aggiungono Washington e Netanyahu;

si pone una domanda insinuante;

e infine si presenta la propria interpretazione come se fosse il risultato inevitabile dell’inchiesta.

È propaganda costruita con materiale reale.

Ed è proprio questo che la rende più efficace.

Una buona mistificazione, infatti, raramente è composta interamente da falsità.

Molto più spesso funziona attraverso verità selezionate, omissioni, associazioni e conclusioni sproporzionate rispetto alle prove disponibili.


Conclusione: pubblicate le prove, non le suggestioni

Wamani esiste.

I 32.000 ettari esistono.

Varsavsky esiste e parla apertamente delle proprie paure geopolitiche.

L’interesse di Peter Thiel per l’Argentina è documentato.

I suoi contatti con Milei sono documentati.

Il programma argentino per la cittadinanza attraverso investimenti rilevanti esiste.

Il RIGI e la sua stabilità trentennale esistono.

Quello che deve ancora essere dimostrato è il passaggio decisivo:

che tutto questo costituisca una rete coordinata attraverso Thiel, Milei, Netanyahu e Washington destinata a trasformare l’America Latina nel rifugio delle oligarchie responsabili della distruzione del pianeta.

Se esistono documenti che lo dimostrano, si pubblichino.

Società.

Contratti.

Quote azionarie.

Bonifici.

Accordi.

Documenti governativi.

Partecipazioni.

Corrispondenza.

Qualcosa che trasformi l’insinuazione in una notizia.

Fino a quel momento rimane una differenza enorme tra seguire i soldi e seguire la propria ideologia.

E tra unire i puntini e disegnare arbitrariamente le linee necessarie per ottenere l’immagine che si voleva mostrare fin dall’inizio.


FONTI E LINK

Financial Times – The Argentine ranch where tech CEOs plan to ride out the apocalypse
https://www.ft.com/content/0e9c3c2e-1d67-4b70-981b-73bcdf409a6c

Financial Times – Peter Thiel moves family to Javier Milei’s libertarian Argentina
https://www.ft.com/content/3d7ab893-1842-4c6c-a3d9-26871d79dde4

Governo argentino – Decreto 524/2025, cittadinanza per investimento
https://www.argentina.gob.ar/normativa/nacional/decreto-524-2025-415710

Testo integrale del Decreto 524/2025
https://www.argentina.gob.ar/normativa/nacional/norma-415710/texto

Governo argentino – Ley 27.742, Régimen de Incentivo para Grandes Inversiones (RIGI)
https://www.argentina.gob.ar/normativa/nacional/401266/texto

Governo argentino – Decreto 749/2024, regolamentazione del RIGI
https://www.argentina.gob.ar/normativa/nacional/decreto-749-2024-403230/texto

ARCA / Governo argentino – Benefici impositivi e stabilità fiscale del RIGI
https://www.argentina.gob.ar/node/446603

Governo argentino – Decreto 105/2026, proroga del RIGI
https://www.argentina.gob.ar/normativa/nacional/decreto-105-2026-423212/texto

Afghanistan, il patriarcato quello vero: mentre i Talebani trasformano la violenza sulle donne in legge, i riporter della controinformazione guardano altrove, e le sinistre accusano il maschio tossico in Italia e sostengono l’islamismo

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C’è il patriarcato raccontato nei talk show, nei convegni e negli editoriali occidentali. E poi c’è il patriarcato trasformato in norma giuridica, nel quale un marito riceve un potere disciplinare sulla moglie, una donna rischia il carcere per essersi rifugiata dai propri genitori e una grave aggressione domestica può essere punita con appena quindici giorni di detenzione.

Benvenuti nell’Afghanistan dei Talebani del 2026.

E davanti a ciò che sta accadendo sarebbe interessante ascoltare con la stessa intensità una parte di quella cosiddetta “controinformazione” che passa le giornate a denunciare ogni abuso reale o presunto dell’Occidente, degli Stati Uniti e di Israele, ma diventa molto più prudente quando le vittime sono donne oppresse da un regime islamista.

Il punto non è pretendere che tutti parlino ogni giorno dell’Afghanistan. Il punto è la coerenza.

Perché i fatti emersi sul nuovo sistema penale talebano sono abbastanza gravi da rendere difficile qualsiasi esercizio di relativismo culturale.

Il decreto esiste davvero: 119 articoli entrati in vigore nel gennaio 2026

Partiamo dai fatti verificabili.

Il 7 gennaio 2026 il leader supremo talebano Hibatullah Akhundzada ha approvato un nuovo regolamento penale/procedurale destinato ai tribunali. Il testo comprende 119 articoli, suddivisi in tre capitoli e dieci sezioni, ed è entrato immediatamente in vigore. Il Georgetown Institute for Women, Peace and Security riferisce inoltre che il provvedimento non fu inizialmente sottoposto a un normale dibattito pubblico e divenne ampiamente noto dopo la pubblicazione del testo in pashtu da parte dell’organizzazione Rawadari.

Non stiamo quindi parlando di una voce circolata sui social.

Non è uno screenshot senza fonte.

Non è la dichiarazione estremista di un imam di provincia.

È diritto applicabile dai tribunali dell’Afghanistan talebano.

Associated Press riferisce che il Decreto n. 12 è un documento di circa 60 pagine e 119 articoli e che l’Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha denunciato disposizioni incompatibili con gli obblighi internazionali dell’Afghanistan.

Quindici giorni per una moglie gravemente picchiata

Ed eccoci al punto che dovrebbe far saltare dalla sedia chiunque sostenga seriamente i diritti delle donne.

Secondo il testo riportato da diverse fonti, quando un marito picchia la moglie in maniera tale da provocarle una frattura, una ferita o lividi visibili, e la donna riesce a dimostrare l’aggressione davanti al giudice, la pena prevista per l’uomo è di quindici giorni di carcere.

Quindici giorni.

Non stiamo parlando di un litigio verbale.

Parliamo di violenza capace di produrre lesioni fisiche visibili.

E c’è un particolare fondamentale: l’onere di dimostrare quanto accaduto ricade sulla donna.

La norma non costruisce quindi un sistema robusto di protezione della vittima. Al contrario, inserisce la violenza domestica all’interno di una struttura giuridica nella quale il marito conserva un’enorme posizione di autorità.

Volker Türk ha denunciato esplicitamente che il decreto consente punizioni corporali anche nell’ambito domestico e finisce per legittimare violenza contro donne e bambini.

Questo è il patriarcato reale.

Non uno slogan.

Non una metafora.

Potere maschile incorporato nell’ordinamento.

Scappi a casa di tuo padre? Tre mesi

La situazione diventa ancora più paradossale.

Il decreto stabilisce che una donna sposata che si reca dai propri familiari senza il permesso del marito e rimane lì nonostante questi ne chieda il ritorno può essere condannata a tre mesi di carcere.

Persino i familiari che non la riconsegnano al marito possono essere puniti.

Fermiamoci sui numeri.

Marito che provoca alla moglie lesioni visibili: 15 giorni.

Donna che rimane dalla propria famiglia contro la volontà del marito: 3 mesi.

È difficile immaginare una rappresentazione più brutale della gerarchia incorporata nel sistema.

La donna che cerca rifugio rischia dunque una pena enormemente superiore a quella prevista per determinate forme di violenza commesse dal marito.

Susan Ferguson, rappresentante speciale di UN Women in Afghanistan, ha affermato che il decreto elimina formalmente l’uguaglianza tra uomini e donne davanti alla legge e colloca i mariti in una posizione di autorità sulle mogli.

E il famoso cammello?

Qui bisogna essere precisi, perché la realtà è già sufficientemente assurda senza bisogno di esagerarla.

La formula diventata virale — “cinque mesi se maltratti un cammello” — semplifica la disposizione.

Le fonti che hanno esaminato il decreto riferiscono che la pena di cinque mesi riguarda in particolare chi organizza o provoca combattimenti tra animali o uccelli, pratica proibita dai Talebani.

Il confronto resta comunque impressionante:

15 giorni per il marito che provoca alla moglie lesioni fisiche previste dalla norma; fino a cinque mesi per determinate condotte riguardanti combattimenti tra animali.

Associated Press ha infatti sintetizzato la questione osservando che il nuovo sistema prevede pene più severe per determinati maltrattamenti degli animali che per la violenza domestica sulle donne.

Non serve inventare nulla.

È il testo stesso a essere scandaloso.

“Marito”, “padrone”, “libero”, “schiavo”

C’è poi un aspetto ancora più inquietante.

L’analisi pubblicata dal Georgetown Institute sostiene che il regolamento utilizzi categorie giuridiche riferite a “schiavo” e “libero” e riconosca capacità disciplinari non soltanto all’autorità pubblica, ma in determinati contesti anche al marito e al padrone. L’istituto arriva per questo a descrivere il regolamento come una codificazione che normalizza riferimenti alla schiavitù e alla repressione delle donne.

Questo punto merita particolare attenzione.

Non significa automaticamente che l’Afghanistan abbia creato nel 2026 un moderno “mercato degli schiavi” legalizzato: sarebbe un’affermazione ulteriore che richiederebbe prove specifiche.

Significa però qualcosa di sufficientemente grave: categorie che distinguono persone libere e schiavi continuano ad apparire nel linguaggio normativo adottato dal regime talebano.

Nel XXI secolo.

Non solo sesso: anche la classe sociale determina la punizione

Il decreto contiene inoltre un elemento che dovrebbe provocare qualche imbarazzo anche in quella parte della controinformazione che pretende di leggere qualunque conflitto mondiale attraverso la lente della lotta di classe.

Secondo AP, il sistema distingue infatti le persone anche in base alla posizione sociale.

Studiosi religiosi e persone di alto rango possono ricevere un semplice ammonimento; leader tribali e commercianti un richiamo e una convocazione; persone comuni possono essere incarcerate; i soggetti appartenenti agli strati sociali inferiori possono essere sottoposti anche a punizioni corporali.

Una specie di giustizia a caste.

E allora la domanda diventa inevitabile.

Dove sono quelli che parlano continuamente di oppressori e oppressi?

Dove sono quelli che denunciano ogni privilegio sociale occidentale?

Dove sono i professionisti della “lotta contro il sistema” quando un regime stabilisce letteralmente che la posizione sociale può incidere sulla punizione?

Il problema non è criticare l’Occidente. È applicare due pesi e due misure

Criticare gli Stati Uniti è legittimo.

Criticare Israele è legittimo.

Criticare l’Europa è legittimo.

Criticare il colonialismo, le guerre occidentali, le operazioni clandestine, gli errori della NATO o qualsiasi governo occidentale è perfettamente legittimo.

Il problema nasce quando la bussola morale cambia a seconda di chi commette l’abuso.

Se un governo occidentale limita una libertà, partono editoriali, video, dirette e accuse di dittatura.

Quando un regime islamista impedisce alle ragazze di proseguire normalmente gli studi, limita drasticamente il lavoro femminile, impone restrizioni alla presenza pubblica delle donne e costruisce un ordinamento che attribuisce al marito poteri enormi sulla moglie, improvvisamente arrivano distinguo, contestualizzazioni e silenzi.

Non è controinformazione.

È informazione ideologicamente selettiva.

Afghanistan: cinque anni di cancellazione progressiva delle donne

Il nuovo codice non nasce nel vuoto.

Dal ritorno dei Talebani al potere nell’agosto 2021, le restrizioni sulle donne si sono accumulate.

L’accesso delle ragazze all’istruzione oltre la scuola primaria è stato sostanzialmente cancellato; l’accesso femminile a numerosi lavori è stato limitato; sono state introdotte severe prescrizioni sull’abbigliamento e sul comportamento pubblico.

Nel 2026 milioni di ragazze afghane continuano a essere escluse dall’istruzione secondaria. Le restrizioni economiche e sociali aggravano inoltre una crisi umanitaria che colpisce soprattutto donne e bambini.

E contemporaneamente emergono casi sempre più drammatici di violenza domestica e femminicidio in un sistema nel quale le possibilità delle vittime di ottenere giustizia sono estremamente limitate. Un’inchiesta citata dal Guardian ha esaminato 231 casi di femminicidio in dieci province, documentando arresti soltanto in una parte dei casi.

Questa è la realtà che merita attenzione.

Il cortocircuito di certa “controinformazione”

Ed eccoci alla questione politica e mediatica.

Esiste un ambiente della cosiddetta controinformazione occidentale che sembra avere trasformato l’anti-occidentalismo in una specie di sistema operativo.

La logica diventa semplicissima:

se combatte Washington, merita comprensione;

se combatte Israele, diventa automaticamente “resistenza”;

se attacca l’Occidente, bisogna innanzitutto “contestualizzare”.

È una lettura infantile del mondo.

Un regime può essere nemico degli Stati Uniti ed essere contemporaneamente autoritario.

Può opporsi a Israele ed essere misogino.

Può denunciare il colonialismo occidentale e praticare repressione religiosa.

Può dichiararsi “anti-imperialista” senza diventare automaticamente progressista, democratico o rispettoso dei diritti umani.

Il nemico del tuo nemico non diventa per magia un liberatore.

Ed è proprio questo il punto che una parte dei riporter sembra non voler comprendere.

Non confondiamo però i Talebani con tutti i musulmani

Anche qui occorre evitare la propaganda speculare.

Quello dei Talebani è un regime islamista fondamentalista, non la rappresentazione automatica di quasi due miliardi di musulmani.

Musulmani, attivisti, giornalisti, dissidenti e organizzazioni della società civile hanno denunciato ripetutamente l’oppressione talebana.

Criticare durissimamente l’islamismo politico e il sistema talebano non richiede quindi di trasformare ogni musulmano nel corresponsabile delle decisioni di Kabul.

Al contrario, moltissime delle persone perseguitate dai Talebani sono esse stesse musulmane.

La distinzione è fondamentale proprio se vogliamo denunciare i fatti senza trasformare una critica documentata in propaganda indiscriminata.

Il patriarcato, quello vero

Per anni in Occidente abbiamo sentito utilizzare la parola “patriarcato” per descrivere fenomeni enormemente differenti tra loro.

In Afghanistan non abbiamo bisogno di interpretazioni sociologiche particolarmente sofisticate.

Abbiamo un sistema nel quale una donna può essere punita perché rimane presso la propria famiglia contro la volontà del marito.

Abbiamo una norma che attribuisce una pena di appena quindici giorni a un marito per determinate aggressioni capaci di produrre lesioni visibili.

Abbiamo un ordinamento che riconosce esplicitamente una posizione gerarchica al marito.

Abbiamo riferimenti giuridici a categorie di libero e schiavo.

Abbiamo differenze di trattamento fondate persino sulla classe sociale.

E abbiamo milioni di donne e ragazze private di diritti fondamentali.

Questo è il patriarcato istituzionalizzato.

Non quello immaginato.

Non quello metaforico.

Quello scritto nero su bianco.

E allora, cari riporter, scegliete

Non si può costruire ogni giorno una narrazione fondata sugli “oppressi” e poi diventare distratti quando gli oppressi sono le donne afghane.

Non si può gridare contro il fondamentalismo cristiano e minimizzare quello islamista.

Non si può denunciare la discriminazione in Occidente e ignorare una legge che stabilisce apertamente gerarchie tra uomo e donna e perfino tra classi sociali.

Non si può sostenere di difendere la libertà mentre si concede una patente morale a qualsiasi movimento purché sufficientemente antiamericano o antioccidentale.

Perché i diritti umani valgono proprio quando è politicamente scomodo difenderli.

Una donna picchiata non diventa meno vittima perché il suo carnefice appartiene al campo geopolitico che qualcuno considera “anti-imperialista”.

Una ragazza privata della scuola non diventa più libera perché chi le impedisce di studiare odia Washington.

Una donna costretta a chiedere il permesso del marito non viene emancipata da cento discorsi sulla “resistenza all’Occidente”.

Se siete contro l’oppressione, denunciate anche questa.

Se siete contro il patriarcato, guardate Kabul.

Se siete contro la discriminazione, leggete quei 119 articoli.

Altrimenti smettete almeno di presentarvi come controinformazione.

Perché quando si raccontano soltanto i crimini utili alla propria ideologia e si dimenticano quelli che la disturbano, non si sta combattendo la propaganda: se ne sta semplicemente producendo un’altra.


Fonti

Associated Press – Afghanistan’s new penal code sets 15 days in prison for wife-beating, 5 months for animal fights
Leggi l’articolo AP

Georgetown Institute for Women, Peace and Security – The Taliban’s New Criminal Regulation Legalizes Slavery, Violence, and Repression of Women
Leggi l’analisi del Georgetown Institute

El País – The Taliban’s new penal code: Two weeks in jail for breaking a woman’s arm and five months for mistreating a camel
Leggi l’approfondimento di El País

Los Angeles Times / Associated Press – Afghanistan penal code sets sentences for wife-beating, animal fights
Leggi l’articolo

The Guardian – approfondimento sulla violenza contro le donne nell’Afghanistan talebano
Leggi l’inchiesta