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Trump: “Se l’Iran riuscisse ad assassinarmi, ho già lasciato istruzioni”. La nuova escalation che cambia la deterrenza tra Washington e Teheran

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Le tensioni tra Stati Uniti e Iran hanno raggiunto un livello senza precedenti.

In una dichiarazione destinata ad avere un enorme impatto geopolitico, il presidente Donald Trump ha rivelato di aver già impartito istruzioni precise nel caso in cui l’Iran riuscisse ad assassinarlo.

Secondo quanto riportato dal New York Post, Trump avrebbe affermato:

“Se dovesse accadere, bombarderanno l’Iran a livelli che non hanno mai visto.”

Una frase che rappresenta molto più di una semplice dichiarazione politica: è un messaggio di deterrenza strategica rivolto direttamente alla leadership iraniana.


Un messaggio studiato per essere ascoltato a Teheran

Le parole di Trump non sembrano rivolte principalmente all’opinione pubblica americana.

Sono un messaggio destinato ai vertici della Repubblica Islamica.

L’obiettivo è chiarissimo:

  • eliminare qualsiasi incentivo ad un attentato;
  • aumentare il costo strategico di un’eventuale operazione;
  • ribadire che una decapitazione della leadership americana non fermerebbe la risposta degli Stati Uniti.

Si tratta di una classica logica di deterrenza.

In sostanza il messaggio è:

“Anche se riusciste ad eliminarmi, il risultato sarebbe la vostra completa distruzione.”


Perché Trump continua a considerarsi il bersaglio numero uno

Trump sostiene da tempo di essere il principale obiettivo dell’Iran.

La motivazione è nota.

Nel gennaio 2020 fu proprio lui ad autorizzare l’operazione che eliminò il generale Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds dei Pasdaran.

Per Teheran quell’operazione rappresenta ancora oggi uno dei più gravi colpi subiti dalla Repubblica Islamica.

Da allora numerosi esponenti iraniani hanno parlato pubblicamente della necessità di “vendicare” Soleimani.

Negli ultimi anni il Dipartimento di Giustizia americano ha inoltre incriminato diversi individui accusati di aver preso parte a presunti complotti iraniani contro funzionari statunitensi, incluso Trump.


Le nuove informazioni dell’intelligence

Secondo indiscrezioni riportate in queste ore, Israele avrebbe condiviso con Washington nuove informazioni riguardanti un presunto piano specifico per colpire Donald Trump.

Le autorità americane non hanno reso pubblici i dettagli operativi.

Lo stesso Trump ha comunque confermato che la minaccia nei suoi confronti viene considerata reale e permanente.


Perché rendere pubbliche queste istruzioni?

Una domanda inevitabile.

Se davvero esistono istruzioni operative, perché divulgarle?

La risposta appartiene alla teoria della deterrenza nucleare e militare.

Le istruzioni funzionano soltanto se il potenziale avversario sa che esistono.

Durante la Guerra Fredda Stati Uniti e Unione Sovietica costruirono l’intero equilibrio strategico proprio sulla certezza della rappresaglia.

L’idea era semplice:

nessuno avrebbe attaccato per primo se fosse stato sicuro della distruzione successiva.

Trump sembra voler applicare la stessa logica.


Una risposta automatica?

Trump non ha specificato la natura tecnica delle istruzioni.

Non è noto se esistano:

  • ordini presidenziali già firmati;
  • piani operativi del Pentagono;
  • direttive riservate al Consiglio di Sicurezza Nazionale.

Le procedure di continuità del governo americano prevedono comunque meccanismi che consentono la prosecuzione della catena di comando anche nel caso in cui il Presidente venga ucciso o reso incapace di esercitare le proprie funzioni.

Le parole di Trump sembrano voler rafforzare proprio questa idea:

la risposta americana non dipenderebbe dalla sopravvivenza del Presidente.


Le dichiarazioni arrivano nel pieno della crisi

Le affermazioni del Presidente arrivano mentre la situazione militare tra Washington e Teheran continua a deteriorarsi.

Negli ultimi giorni:

  • sono ripresi gli scontri militari;
  • il cessate il fuoco è stato dichiarato concluso;
  • Trump ha confermato che i colloqui potranno proseguire, ma senza ripristinare automaticamente la tregua;
  • gli Stati Uniti hanno mantenuto un atteggiamento estremamente duro verso Teheran.

Questa combinazione rende le dichiarazioni ancora più significative.


La comunicazione come arma strategica

Nel XXI secolo la comunicazione politica è diventata parte integrante della guerra.

Le dichiarazioni pubbliche possono produrre effetti concreti quanto alcuni movimenti militari.

Quando un Presidente annuncia pubblicamente di aver lasciato istruzioni per una rappresaglia devastante, non sta semplicemente parlando ai giornalisti.

Sta comunicando direttamente:

  • ai servizi segreti iraniani;
  • ai Pasdaran;
  • agli alleati;
  • agli avversari regionali;
  • ai mercati internazionali.

Ogni parola viene analizzata come parte della strategia complessiva.


Il rischio di errori di calcolo

Proprio per questo motivo cresce anche il rischio di incomprensioni.

In situazioni di forte tensione:

  • una dichiarazione può essere interpretata come una minaccia imminente;
  • una mossa difensiva può apparire offensiva;
  • un errore di valutazione può innescare un’escalation difficilmente controllabile.

La storia della Guerra Fredda dimostra quanto gli incidenti e gli errori di interpretazione abbiano più volte portato il mondo vicino a uno scontro diretto tra grandi potenze.


Una deterrenza sempre più personale

Un elemento distingue questa crisi da molte precedenti.

La deterrenza non riguarda soltanto gli Stati.

Riguarda direttamente la figura del Presidente americano.

Trump lega esplicitamente la propria sicurezza personale alla risposta militare degli Stati Uniti.

In questo modo trasforma un eventuale attentato contro il Capo dello Stato in un possibile casus belli dalle conseguenze devastanti.


Conclusioni

Le parole di Donald Trump rappresentano una delle dichiarazioni più dure pronunciate nei confronti dell’Iran negli ultimi anni.

Dal punto di vista strategico il messaggio è inequivocabile:

qualsiasi tentativo di eliminare il Presidente degli Stati Uniti comporterebbe una risposta militare di proporzioni eccezionali.

Resta da vedere se questa comunicazione rafforzerà la deterrenza o contribuirà ad aumentare ulteriormente la tensione in una regione già profondamente instabile.

Una cosa, però, appare evidente: nella crisi tra Washington e Teheran la guerra delle dichiarazioni è ormai diventata parte integrante del confronto geopolitico.

Fonti

Chat Control: mentre tutti parlano di Palantir, il vero dibattito dovrebbe riguardare la costruzione dell’infrastruttura europea della sorveglianza digitale

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I cani da riporto della controinformazione: ossessionati da Palantir, ma in silenzio sulla vera infrastruttura europea del controllo digitale, che implementa algoritmi Cinesi per il controllo sociale?

Negli ultimi anni il dibattito pubblico sulla sorveglianza digitale è stato spesso ridotto a un nome: Palantir.

Per una parte della controinformazione europea, l’azienda americana rappresenterebbe il simbolo assoluto del controllo tecnologico occidentale. Video, conferenze e articoli si concentrano quasi esclusivamente su questa società, mentre un processo ben più ampio e strutturato procede quasi nell’indifferenza generale: la costruzione di una vera infrastruttura europea per l’identità digitale, la condivisione dei dati e il controllo delle comunicazioni.

Il caso della Chat Control è emblematico.

Con la giustificazione della lotta contro gli abusi sui minori – obiettivo sul quale esiste un consenso praticamente unanime – l’Unione Europea discute da anni strumenti che, secondo numerosi esperti di cybersicurezza, giuristi e associazioni per i diritti digitali, potrebbero incidere profondamente sulla riservatezza delle comunicazioni private.

Il punto centrale della critica non riguarda la necessità di combattere la criminalità, ma il metodo.

Quando si introducono sistemi capaci di analizzare automaticamente comunicazioni private, immagini, file e metadati, il confine tra indagine mirata e sorveglianza generalizzata diventa sempre più sottile.

È proprio questo il motivo per cui organizzazioni come la Electronic Frontier Foundation, European Digital Rights (EDRi), Mozilla, Signal, WhatsApp e numerosi esperti di crittografia hanno espresso forti riserve sui progetti europei che potrebbero indebolire la crittografia end-to-end o richiedere la scansione preventiva dei contenuti.

Eppure gran parte del dibattito alternativo continua a concentrarsi quasi esclusivamente su Palantir.

Una scelta curiosa.

Perché il vero cambiamento strutturale non dipende da una singola azienda privata, ma dall’insieme delle infrastrutture digitali che l’Europa sta costruendo: identità digitale europea (EUDI Wallet), interoperabilità tra banche dati pubbliche, servizi digitali transfrontalieri, sistemi di verifica dell’identità e nuove norme sulla gestione delle informazioni digitali.

Presi singolarmente, questi strumenti possono avere finalità legittime: semplificare l’accesso ai servizi pubblici, ridurre le frodi, migliorare l’interoperabilità amministrativa.

La questione politica nasce quando queste infrastrutture vengono osservate nel loro insieme.

Ogni nuovo sistema raccoglie dati.

Ogni nuova piattaforma aumenta le possibilità di collegare informazioni provenienti da fonti differenti.

Ogni nuova normativa amplia il numero di soggetti che possono accedere, elaborare o verificare dati personali.

Il risultato è un ecosistema digitale sempre più centralizzato.

Questo non significa che esista oggi una “sorveglianza totale”, ma significa che le capacità tecnologiche delle istituzioni aumentano progressivamente e meritano un controllo democratico rigoroso.

Ed è qui che emerge una contraddizione.

Molti commentatori dedicano ore di analisi alle piattaforme americane, ma raramente affrontano con la stessa intensità il tema dell’architettura normativa europea.

La critica diventa selettiva.

Si denuncia il software statunitense, ma si presta molta meno attenzione ai regolamenti europei che definiscono come dati, identità digitali e servizi pubblici potranno essere collegati e utilizzati in futuro.

Un dibattito serio dovrebbe interrogarsi su entrambe le dimensioni.

Quali garanzie impediranno un uso improprio delle nuove infrastrutture digitali?

Chi controllerà realmente gli accessi ai dati?

Quali limiti impediranno che strumenti introdotti per finalità specifiche vengano successivamente estesi ad altri ambiti?

Come sarà garantita la tutela della crittografia e della riservatezza delle comunicazioni?

Sono queste le domande che meritano risposte.

La tutela dei minori e la sicurezza pubblica sono obiettivi fondamentali, ma anche la protezione della privacy, della libertà di espressione e della segretezza delle comunicazioni costituiscono pilastri dello Stato di diritto.

Ridurre il confronto a slogan contro una singola azienda rischia di oscurare il tema più importante: la trasformazione dell’infrastruttura digitale europea e l’equilibrio, sempre più delicato, tra sicurezza, innovazione e libertà fondamentali.

Chat Control: la proroga passa tra le polemiche. ESN denuncia uno “scandalo democratico”

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Gli Italiani che hanno votato a favore:

La nostra costituzione:

Il dibattito europeo sulla cosiddetta Chat Control continua a dividere il Parlamento europeo e ad alimentare forti tensioni sul rapporto tra sicurezza e libertà fondamentali.

Nelle ultime ore il gruppo Europe of Sovereign Nations (ESN) ha denunciato pubblicamente quanto avvenuto durante il voto sulla proroga delle misure temporanee che consentono ai fornitori di servizi di comunicazione online di individuare e segnalare volontariamente materiale relativo agli abusi sessuali sui minori.

Secondo ESN, la richiesta di rigettare la proroga ha ottenuto una maggioranza semplice dei voti espressi, ma non la maggioranza assoluta richiesta dal regolamento parlamentare per essere approvata. La conseguenza è stata il mancato rigetto della proposta.

Ciò che il gruppo politico contesta maggiormente non è soltanto l’esito della votazione, ma il fatto che il tema sia stato sottoposto a una nuova votazione. Secondo ESN, la decisione di riportare il provvedimento all’ordine del giorno rappresenterebbe una forzatura procedurale che definisce uno “scandalo democratico“.

Nel messaggio diffuso sui social, ESN ha dichiarato:

“La richiesta di rigetto della proroga della Chat Control ha ottenuto una maggioranza, ma non quella assoluta richiesta. Il fatto che si sia votato nuovamente su questo tema è uno scandalo democratico: non avrebbe mai dovuto essere inserito nuovamente all’ordine del giorno.”

Il gruppo ha inoltre espresso un ringraziamento pubblico all’eurodeputata Mary Khan, elogiandone l’impegno durante l’intera battaglia parlamentare:

“Hai combattuto come una leonessa.”

Cos’è la Chat Control

Con il termine “Chat Control” vengono indicate una serie di iniziative legislative europee finalizzate a contrastare la diffusione online di materiale pedopornografico e l’adescamento di minori.

Il tema è estremamente controverso perché, pur perseguendo un obiettivo condiviso come la tutela dei minori, molte organizzazioni per i diritti digitali, esperti di cybersicurezza e giuristi hanno espresso forti preoccupazioni riguardo al possibile impatto sulla privacy, sulla crittografia end-to-end e sulla riservatezza delle comunicazioni private.

Secondo i critici, l’introduzione di sistemi di scansione automatica delle comunicazioni potrebbe creare un precedente capace di estendere in futuro forme di sorveglianza di massa incompatibili con i principi fondamentali dell’Unione Europea.

I sostenitori della normativa, al contrario, ritengono che strumenti tecnologici di rilevazione siano indispensabili per contrastare reti criminali sempre più sofisticate e proteggere efficacemente i minori.

Una battaglia destinata a continuare

Il voto non chiude il confronto politico.

Il dossier sulla Chat Control rimane uno dei più delicati dell’intera legislatura europea perché coinvolge contemporaneamente sicurezza, tutela dei minori, privacy, crittografia e diritti fondamentali.

La forte reazione di ESN dimostra come il tema sia ormai diventato anche uno scontro sul funzionamento delle istituzioni europee e sulle procedure parlamentari utilizzate per approvare provvedimenti particolarmente controversi.

Nei prossimi mesi il dibattito è destinato a proseguire, mentre Parlamento, Consiglio e Commissione continueranno a confrontarsi sulla futura disciplina delle comunicazioni digitali nell’Unione Europea.

Fonti

  • Parlamento europeo – documentazione legislativa sulla proposta “Chat Control”.
  • Consiglio dell’Unione Europea – negoziati sulla proposta di regolamento per la prevenzione degli abusi sessuali sui minori online.
  • Comunicato pubblico del gruppo Europe of Sovereign Nations (ESN) relativo alla votazione sulla proroga della Chat Control.

I soliti cani da riporto della controinformazione: quando l’ideologia sostituisce i documenti e la propaganda si traveste da analisi geopolitica

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La controinformazione dovrebbe nascere da un principio semplice: verificare ciò che il potere racconta, cercare i documenti, distinguere i fatti dalle opinioni, separare le ipotesi dalle prove. Quando però questo metodo viene abbandonato, la controinformazione smette di essere uno strumento di ricerca e diventa il suo contrario: propaganda ideologica travestita da analisi.

È esattamente ciò che emerge da una recente narrazione costruita attorno agli attacchi americani contro l’Iran, al vertice NATO di Ankara, alla revoca della licenza petrolifera concessa a Teheran e al riavvicinamento tra Stati Uniti e Turchia. Il racconto parte da fatti reali, ma li piega subito dentro una cornice già decisa: gli Stati Uniti avrebbero deliberatamente riaperto la guerra, avrebbero organizzato una provocazione navale nello Stretto di Hormuz, avrebbero sabotato un memorandum sfavorevole e starebbero usando la NATO per drenare risorse europee verso il complesso militare-industriale americano.

Il problema non è criticare gli Stati Uniti, la NATO o le scelte militari occidentali. Il problema è farlo senza documenti.

I fatti reali esistono. Il Comando Centrale americano ha confermato che il 7 luglio 2026 le forze statunitensi hanno colpito oltre 80 obiettivi in Iran con munizionamento di precisione, definendo l’operazione una risposta agli attacchi iraniani contro navi commerciali nello Stretto di Hormuz. Questo è un dato documentato da CENTCOM.

Anche la revoca della licenza petrolifera iraniana è documentata. L’Office of Foreign Assets Control del Tesoro americano ha comunicato il 7 luglio 2026 la revoca della General License X e la sua sostituzione con la General License X1, destinata alla chiusura graduale dell’autorizzazione del 21 giugno relativa alla produzione, consegna e vendita di petrolio greggio, prodotti petrolchimici e prodotti petroliferi di origine iraniana.

Anche il vertice NATO di Ankara è documentato. Il Segretario generale dell’Alleanza ha confermato l’impegno degli alleati verso il 5% del PIL per difesa e sicurezza entro il 2035 e almeno 70 miliardi di euro in equipaggiamenti militari, assistenza e addestramento all’Ucraina per quest’anno e per il prossimo.

Il riavvicinamento tra Washington e Ankara è altrettanto reale. Reuters ha riportato che Donald Trump ha annunciato l’intenzione di rimuovere le sanzioni contro la Turchia e di valutare la possibile vendita degli F-35, pur con ostacoli legali e congressuali ancora aperti.

Fin qui siamo nel campo dei fatti. Da qui in poi, però, comincia la costruzione propagandistica.

La prima affermazione centrale è che gli Stati Uniti avrebbero “probabilmente” ordinato a cinque imbarcazioni, tra cui petroliere, di violare deliberatamente disposizioni iraniane nello Stretto di Hormuz per provocare una reazione e giustificare i bombardamenti. È un’accusa enorme. Se fosse vera, implicherebbe una provocazione militare deliberata, costruita per creare un casus belli.

Ma dove sono le prove?

Per sostenere un’accusa di questo tipo servirebbero ordini operativi, comunicazioni intercettate, dati AIS delle navi, testimonianze degli armatori, documenti assicurativi, rapporti delle autorità marittime o almeno una ricostruzione tecnica indipendente. Nulla di tutto questo viene presentato. L’intera accusa nasce da un “probabilmente” e viene poi trattata come una certezza.

Questo è il primo trucco propagandistico: usare una parola cautelativa all’inizio, per poi costruirci sopra una narrazione assoluta. Si parte da “probabilmente” e si arriva a “è chiaro che”. Ma nel mezzo non compare alcun documento.

Il secondo punto riguarda lo stato militare dell’Iran. La narrazione sostiene che Teheran avrebbe conservato intatte le proprie capacità offensive, che i magazzini missilistici sarebbero ancora pieni, che i lanciatori sarebbero operativi, che l’aviazione sarebbe “perfettamente efficiente”, che le difese radar sarebbero state rinnovate e che continuerebbero ad arrivare sistemi d’arma dalla Cina.

Anche qui, le affermazioni sono tecniche e molto precise. Proprio per questo richiederebbero prove tecniche.

Dove sono le immagini satellitari? Dove sono i rapporti sulle basi colpite? Dove sono i dati sulle sortite aeree iraniane? Dove sono le prove di consegne cinesi successive agli attacchi? Dove sono le valutazioni indipendenti sulle perdite effettive delle difese radar?

Non vengono mostrate. La conseguenza è semplice: quella non è un’analisi militare, ma una dichiarazione di fiducia ideologica nella resilienza iraniana.

Che l’Iran possa conservare capacità offensive è possibile. Che sia stato degradato solo parzialmente è possibile. Che alcuni sistemi siano sopravvissuti è possibile. Ma “possibile” non significa “dimostrato”. La differenza tra un analista e un propagandista sta proprio qui: il primo misura l’incertezza, il secondo la cancella.

Il terzo punto riguarda il memorandum tra Stati Uniti e Iran. La narrazione sostiene che quell’intesa fosse talmente sfavorevole a Washington da costringere gli Stati Uniti a sabotarla, revocare la licenza petrolifera e tornare ai bombardamenti per ragioni di politica interna.

Anche qui, il dato reale viene piegato oltre ciò che dimostra.

È vero che l’OFAC ha revocato la licenza petrolifera del 21 giugno e l’ha sostituita con una licenza di chiusura graduale. È vero che questo rappresenta un cambio di linea rispetto all’autorizzazione precedente. Ma il documento OFAC non dice che il memorandum fosse “una sconfitta” per gli Stati Uniti. Non dice che Washington lo abbia considerato insostenibile. Non dice che la revoca sia stata decisa per evitare un costo elettorale.

Queste sono interpretazioni politiche. Possono essere discusse, ma non possono essere presentate come fatti.

Il quarto punto riguarda la NATO. La narrazione sostiene che il vertice di Ankara avrebbe sancito la trasformazione dell’Europa in una mucca da mungere a vantaggio dell’industria militare americana. Anche qui c’è una parte vera e una parte manipolata.

La parte vera è che l’aumento delle spese militari è reale. La NATO ha confermato il percorso verso il 5% del PIL entro il 2035. Ha confermato anche almeno 70 miliardi di euro in sostegno militare, assistenza e addestramento all’Ucraina.

È anche vero che una quota importante della spesa europea può finire in sistemi americani, licenze, munizionamento, sistemi antiaerei e contratti industriali con aziende statunitensi. L’annuncio riportato da AP sulla licenza concessa all’Ucraina per produrre sistemi Patriot conferma che il tema delle licenze e della formazione industriale è concreto.

Ma da qui a dire che tutto sia soltanto un trasferimento automatico di ricchezza dagli europei agli Stati Uniti c’è un salto logico. L’industria europea della difesa esiste. Le spese NATO includono capacità nazionali, infrastrutture, logistica, cyberdifesa, produzione industriale europea, munizioni, addestramento, mobilità militare e sistemi sviluppati anche da aziende europee. Ridurre tutto alla formula “gli americani mungono l’Europa” è comunicativamente efficace, ma analiticamente povero.

La critica alla militarizzazione dell’Europa è legittima. La denuncia del peso economico sui cittadini europei è legittima. Ma un’inchiesta seria deve distinguere tra critica politica e dimostrazione documentale. Dire “una parte significativa può favorire aziende americane” è un fatto da verificare contratto per contratto. Dire “tutto serve solo ad arricchire Washington” è propaganda.

Il quinto punto riguarda la Turchia. La narrazione sostiene che Washington avrebbe spostato il proprio baricentro mediorientale da Israele alla Turchia. Anche qui si parte da un elemento reale: il riavvicinamento tra Trump ed Erdogan.

Reuters ha documentato che Trump ha dichiarato di voler rimuovere le sanzioni imposte alla Turchia per l’acquisto dei sistemi russi S-400 e di valutare la vendita degli F-35 ad Ankara. Reuters ha anche riportato che Erdogan ha chiesto agli alleati NATO di rimuovere restrizioni industriali nel settore della difesa e di includere la Turchia nei programmi europei di sicurezza.

È quindi corretto parlare di riavvicinamento USA-Turchia. È corretto dire che Ankara sta cercando di sfruttare il vertice per rafforzare il proprio peso strategico. È corretto osservare che la Turchia vuole rientrare nei circuiti più avanzati della difesa occidentale.

Ma non è documentato che Israele sia stato sostituito come perno regionale degli Stati Uniti. Anzi, proprio la reazione israeliana alla possibile vendita degli F-35 alla Turchia dimostra che Washington sta gestendo un equilibrio delicato, non che abbia abbandonato Israele. Reuters ha riportato tensioni israeliane sulla questione F-35, ma questo indica una frizione, non una rottura strategica.

La differenza è decisiva. Una frizione tattica non è una rivoluzione strategica. Un riavvicinamento con Ankara non equivale automaticamente a un disimpegno da Israele. Una concessione alla Turchia non prova la fine dell’asse USA-Israele.

Il sesto punto è il più ideologico: l’idea che Russia e Iran rappresentino due “nuclei di civiltà” che l’Occidente avrebbe deciso di distruggere attraverso una strategia decennale. Qui la geopolitica scivola apertamente nel linguaggio mitologico.

Che Stati Uniti e NATO considerino Russia e Iran due avversari strategici è evidente e documentato. Che esistano politiche di contenimento, pressione, sanzioni, deterrenza e contrasto militare è fuori discussione. Ma un conto è parlare di competizione strategica tra Stati. Un altro è affermare che esista un piano occidentale per distruggere due “civiltà”.

Dove sono i documenti ufficiali che parlano di distruzione della civiltà iranica o russa? Dove sono le direttive NATO, le strategie americane, gli atti del Congresso o i documenti europei che formulano questo obiettivo in questi termini?

Non ci sono.

Questa è una trasformazione ideologica del conflitto. Serve a spostare la discussione dal piano politico e militare a quello escatologico: non più Stati con interessi divergenti, ma civiltà assediate da un Occidente totalitario. È una cornice potente, perché mobilita identità, paure e senso di accerchiamento. Ma non è una prova.

Il settimo punto è la teoria secondo cui tutti i memorandum, tutti i negoziati e tutti i tentativi diplomatici sarebbero soltanto strumenti per prendere tempo. Anche questa affermazione assoluta è metodologicamente debole.

Ogni negoziato può avere componenti tattiche. Ogni Stato può usare il dialogo per guadagnare tempo, ricostruire capacità, dividere gli avversari o migliorare la propria posizione. Ma sostenere che tutti i negoziati siano sempre e soltanto inganni significa rinunciare ad analizzare i testi, le clausole, gli incentivi e i comportamenti delle parti.

È una formula che non può essere falsificata. Se il negoziato fallisce, era una trappola. Se procede, è una trappola più sofisticata. Se produce risultati, erano risultati temporanei utili alla strategia nascosta. In questo modo ogni evento conferma la teoria, e nessun fatto può metterla in crisi.

Questo non è metodo investigativo. È dogma.

L’ottavo punto riguarda l’idea che i leader visibili siano solo “pupazzi” di poteri superiori. È una narrazione molto diffusa in certa controinformazione, perché ha un enorme vantaggio comunicativo: spiega tutto senza dover dimostrare nulla.

Se un leader cambia posizione, non è incoerenza politica: è il potere invisibile che muove i fili. Se due alleati litigano, è teatro. Se due rivali trattano, è teatro. Se una decisione sembra contraddire la teoria, allora è una mossa ancora più profonda del potere occulto.

Il problema è che una teoria simile non è verificabile. Non indica catene di comando, documenti, organigrammi, atti amministrativi, flussi finanziari o responsabilità precise. Non consente un controllo oggettivo. È una cornice totale che può assorbire qualsiasi fatto.

Una vera inchiesta non si costruisce così. Una vera inchiesta segue documenti, soldi, contratti, firme, comunicazioni ufficiali, atti giudiziari, dati tecnici, decisioni parlamentari, fonti primarie. Senza questi elementi, il “potere occulto” resta un espediente retorico.

Alla fine, il metodo utilizzato da questa narrazione è sempre lo stesso. Si prende un fatto reale e lo si usa come base per una conclusione non dimostrata.

Attacchi USA contro l’Iran: vero.
Conclusione propagandistica: gli USA hanno organizzato una provocazione navale deliberata. Non dimostrato.

Revoca della licenza petrolifera iraniana: vero.
Conclusione propagandistica: Washington ha sabotato un memorandum perché era una sconfitta strategica. Non dimostrato.

Vertice NATO e aumento delle spese militari: vero.
Conclusione propagandistica: l’intero programma serve solo ad arricchire il complesso militare americano. Non dimostrato.

Riavvicinamento USA-Turchia: vero.
Conclusione propagandistica: Israele è stato sostituito dalla Turchia come perno regionale americano. Non dimostrato.

Russia e Iran avversari strategici dell’Occidente: vero.
Conclusione propagandistica: esiste un piano per distruggerli come civiltà. Non dimostrato.

È qui che la controinformazione crolla. Non perché critica l’Occidente, ma perché rinuncia al rigore. Non perché contesta Washington, ma perché sostituisce la prova con l’ideologia. Non perché mette in dubbio la versione ufficiale, ma perché ne costruisce una alternativa altrettanto dogmatica, spesso più fragile.

Il compito della controinformazione non dovrebbe essere produrre una propaganda opposta a quella dei media mainstream. Dovrebbe essere fare meglio: più documenti, più precisione, più cautela, più trasparenza sulle fonti. Invece, in questo caso, il metodo è identico a quello che si dice di voler combattere: selezione dei fatti utili, omissione delle incertezze, ipotesi trasformate in certezze, linguaggio emotivo, nemico unico, spiegazione totale.

La vera domanda non è se gli Stati Uniti abbiano interessi imperiali. Li hanno. Non è se la NATO stia accelerando il riarmo. Lo sta facendo. Non è se la guerra in Ucraina stia alimentando enormi interessi industriali. Li alimenta. Non è se la Turchia stia cercando di aumentare il proprio peso nella NATO. Lo sta facendo.

La vera domanda è un’altra: le accuse specifiche vengono dimostrate?

Nel caso della presunta provocazione navale americana, no.

Nel caso del memorandum sabotato perché sfavorevole agli Stati Uniti, no.

Nel caso dell’Iran militarmente intatto e già ricostruito grazie alla Cina, no.

Nel caso della sostituzione di Israele con la Turchia, no.

Nel caso del piano occidentale per distruggere Russia e Iran come civiltà, no.

E allora bisogna dirlo chiaramente: questa non è un’inchiesta. È una narrazione ideologica costruita su frammenti di realtà.

La differenza tra informazione e propaganda non sta nel bersaglio politico. Sta nel metodo. Un’informazione seria può essere durissima contro gli Stati Uniti, contro la NATO, contro Israele, contro la Russia, contro l’Iran o contro qualunque altro potere. Ma deve dimostrare ciò che afferma. Deve distinguere tra documenti e deduzioni. Deve dire dove finiscono i fatti e dove cominciano le ipotesi.

Chi non lo fa non sta liberando il pubblico dalla propaganda. Sta semplicemente offrendo una propaganda concorrente.

Fonti e documenti

CENTCOM – U.S. Forces Complete New Round of Retaliatory Strikes Against Iran
https://www.centcom.mil/MEDIA/PUBLIC-RELEASES/Article/4535772/us-forces-complete-new-round-of-retaliatory-strikes-against-iran/

OFAC – Issuance of Amended Iran-related General License, 7 luglio 2026
https://ofac.treasury.gov/recent-actions/20260707

NATO – Secretary General on the Ankara Summit: NATO delivers
https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/08/secretary-general-on-the-ankara-summit-nato-delivers

NATO – Pre-summit press conference ahead of the 2026 NATO Summit in Ankara
https://www.nato.int/en/news-and-events/events/transcripts/2026/07/06/pre-summit-press-conference-by-nato-secretary-general-mark-rutte-ahead-of-the-2026-nato-summit-in-ankara

Reuters – Trump says US will lift sanctions on Turkey, decide on selling F-35s
https://www.reuters.com/world/middle-east/trump-says-will-lift-turkey-sanctions-decide-selling-f-35s-2026-07-07/

Reuters – Erdogan urges NATO allies to lift defence industry restrictions at summit
https://www.reuters.com/world/middle-east/erdogan-urges-nato-allies-lift-defence-industry-restrictions-summit-2026-07-08/

Reuters – Hegseth cancels meeting with Netanyahu over possible sale of F-35s to Turkey
https://www.reuters.com/world/middle-east/hegseth-meet-netanyahu-over-possible-sale-f-35s-turkey-source-tells-reuters-2026-07-08/

AP – Trump says US will give Ukraine license to produce Patriot defense systems
https://apnews.com/article/d393e8ef6103e32c984c4337a82930b1

La Bugia Suprema e il “Kingmaker”: il noir politico che cambiò per sempre la Repubblica Islamica dell’Iran

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La successione di una guida rivoluzionaria rappresenta spesso il momento più delicato nella vita di un regime. Nel caso della Repubblica Islamica dell’Iran, la morte dell’Imam Khomeini, il 3 giugno 1989, aprì una delle pagine più controverse della storia politica del Paese.

La nomina di Ali Khamenei a Guida Suprema continua ancora oggi ad alimentare interrogativi, polemiche e ricostruzioni contrastanti. Al centro della vicenda vi è una dichiarazione attribuita a Akbar Hashemi Rafsanjani, una testimonianza impossibile da verificare che, secondo molti osservatori, cambiò il destino dell’Iran.


Un problema costituzionale

Quando Khomeini morì, la Costituzione iraniana del 1979 era molto chiara.

La Guida Suprema avrebbe dovuto essere un Marja’-e Taqlid, cioè un Grande Ayatollah riconosciuto come massima autorità religiosa sciita.

Era un requisito fondamentale perché la legittimità politica derivava direttamente dall’autorità religiosa.

Ma esisteva un problema enorme.

Ali Khamenei non possedeva quel titolo.

All’epoca era soltanto un Hojjat al-Islam, un grado importante ma decisamente inferiore rispetto a quello richiesto dalla Costituzione.

In teoria, dunque, non avrebbe potuto essere scelto.


L’Assemblea degli Esperti del 4 giugno 1989

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Il giorno successivo alla morte di Khomeini l’Assembly of Experts venne convocata d’urgenza.

All’interno dell’assemblea non esisteva affatto un consenso.

Molti autorevoli religiosi ritenevano che fosse preferibile sostituire il Leader Supremo con una leadership collegiale, composta da più figure religiose.

Paradossalmente anche Khamenei, secondo il verbale e le registrazioni oggi disponibili, sembrava favorevole a questa soluzione.

Durante il suo intervento riconobbe apertamente di non possedere i requisiti religiosi richiesti e manifestò il timore che molti studiosi sciiti non avrebbero mai riconosciuto le sue decisioni religiose come vincolanti.

Si trattava di una confessione sorprendentemente sincera.


L’intervento decisivo di Rafsanjani

Fu allora che entrò in scena Akbar Hashemi Rafsanjani.

Davanti all’Assemblea dichiarò di aver avuto alcuni mesi prima una conversazione privata con Khomeini.

Secondo il suo racconto, il fondatore della Repubblica Islamica gli avrebbe confidato personalmente che Ali Khamenei era la persona più adatta a succedergli.

Il problema è evidente.

Non esisteva:

  • alcuna registrazione;
  • alcun documento scritto;
  • alcun testimone indipendente;
  • alcuna conferma diretta.

Era semplicemente la parola di Rafsanjani.

E Khomeini era ormai morto.

Nessuno avrebbe più potuto confermare oppure smentire quel colloquio.


Il voto

Dopo quell’intervento la discussione cambiò radicalmente.

Rafsanjani sostenne che la leadership individuale rappresentava ormai l’unica soluzione praticabile.

L’Assemblea passò rapidamente al voto.

Khamenei venne nominato Guida Suprema ad interim con 60 voti favorevoli su 86.

Le immagini video della seduta — rese pubbliche molti anni dopo — mostrano un Khamenei visibilmente esitante mentre lascia il podio.


Il referendum che cambiò la Costituzione

Poche settimane dopo, nel luglio 1989, si tenne un referendum costituzionale.

Tra le numerose modifiche venne eliminato proprio il requisito che imponeva alla Guida Suprema di essere un Marja’.

Di fatto la Costituzione fu adattata alla persona già scelta.

Quella che inizialmente appariva come una nomina provvisoria divenne definitiva.

Per alcuni studiosi si trattò di un normale adeguamento istituzionale; per altri fu il segno che la scelta politica aveva preceduto la modifica delle regole.


La teoria del “Kingmaker”

Da quel momento nacque una delle interpretazioni politiche più diffuse.

Secondo numerosi dissidenti iraniani e vari analisti occidentali, Rafsanjani avrebbe individuato in Khamenei una figura relativamente debole sul piano religioso, ritenendo di poter esercitare una forte influenza dietro le quinte.

L’idea era semplice.

Un leader con limitata autorevolezza religiosa avrebbe avuto bisogno del sostegno della rete politica costruita da Rafsanjani.

Quest’ultimo, pochi mesi dopo, sarebbe infatti diventato Presidente della Repubblica con poteri ulteriormente rafforzati dalla riforma costituzionale.

Da qui nacque l’immagine del “kingmaker”, l’uomo capace di mettere sul trono un sovrano destinato, almeno nelle intenzioni iniziali, a dipendere da lui.

Naturalmente, questa resta un’interpretazione politica e non un fatto dimostrato.


Quando il piano cambiò

La storia prese però una direzione molto diversa.

Negli anni Novanta Khamenei iniziò progressivamente a consolidare il proprio potere.

Il suo rapporto con il corpo delle Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC) divenne sempre più stretto.

Parallelamente, Rafsanjani perse gradualmente la posizione dominante che aveva esercitato negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione.


La rottura definitiva

2005

Rafsanjani si ricandidò alla Presidenza.

Contro ogni previsione fu sconfitto da Mahmoud Ahmadinejad.

Molti analisti interpretarono quella vittoria come il segnale dell’ascesa definitiva del blocco politico vicino a Khamenei.


2009

Le contestate elezioni presidenziali provocarono la nascita del cosiddetto Iranian Green Movement.

Rafsanjani invitò al dialogo e alla moderazione.

Khamenei sostenne invece la repressione delle proteste.

Da quel momento la frattura tra i due apparve irreversibile.


2013

Quando Rafsanjani tentò nuovamente di candidarsi alla Presidenza, il Guardian Council respinse la sua candidatura.

Pur mantenendo incarichi istituzionali, la sua influenza politica risultò fortemente ridimensionata.


Una morte che continua a far discutere

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L’8 gennaio 2017 Rafsanjani morì ufficialmente in seguito a un infarto mentre si trovava in piscina.

Le autorità parlarono di morte naturale.

Tuttavia la famiglia espresse pubblicamente dubbi sulla ricostruzione ufficiale, citando elementi come presunte minacce ricevute in passato, anomalie riscontrate durante gli accertamenti, documentazione ritenuta incompleta e malfunzionamenti di alcune telecamere di sorveglianza. Tali elementi sono stati oggetto di dibattito pubblico, ma non hanno portato a conclusioni ufficiali diverse dalla causa naturale indicata dalle autorità.


L’ironia della storia

Se si accetta la ricostruzione secondo cui Rafsanjani contribuì in modo decisivo all’ascesa di Khamenei, la conclusione assume i contorni di un autentico noir politico.

L’uomo che avrebbe aperto le porte del potere al futuro Leader Supremo finì progressivamente emarginato proprio da quel sistema che aveva contribuito a consolidare.

Il presunto “kingmaker” terminò la propria parabola politica isolato, mentre il leader che molti consideravano inizialmente un compromesso provvisorio è rimasto al vertice della Repubblica Islamica per oltre tre decenni, trasformandosi nella figura più potente dell’Iran contemporaneo.

Resta però una domanda che continua ad accompagnare quella giornata del 4 giugno 1989: la conversazione privata evocata da Rafsanjani con Khomeini avvenne realmente nei termini raccontati oppure fu una testimonianza utilizzata per orientare una decisione già maturata? A oggi non esistono prove indipendenti che consentano di confermare o smentire definitivamente quel colloquio, e proprio questa assenza di riscontri continua ad alimentare il dibattito storico e politico.


Fonti e approfondimenti

  • Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran (testo del 1979 e revisione del 1989)
  • Verbali e registrazioni della riunione dell’Assemblea degli Esperti del 4 giugno 1989 (diffusi pubblicamente negli anni successivi)
  • Constitutional Revolution in Iran
  • Brookings Institution – Analisi sull’evoluzione istituzionale della Repubblica Islamica
  • Carnegie Endowment for International Peace – Studi sul sistema politico iraniano
  • International Crisis Group – Rapporti sulla leadership iraniana
  • BBC Persian – Documentazione storica sulla successione del 1989
  • Radio Farda – Approfondimenti sulla morte di Rafsanjani e sulle dinamiche del potere iraniano

400 influencer stranieri in Iran: come il regime cerca di costruire la narrazione globale dei funerali di Khamenei

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La morte di Ali Khamenei non rappresenta soltanto un passaggio storico per la Repubblica Islamica dell’Iran. È anche uno dei più grandi eventi propagandistici organizzati dal regime negli ultimi anni.

Mentre televisioni di Stato e media vicini ai Pasdaran diffondono immagini di immense folle in lutto, emerge un elemento che merita particolare attenzione: la presenza organizzata di centinaia di influencer e blogger stranieri invitati ufficialmente in Iran con il compito di raccontare al mondo la versione dei fatti costruita dal regime.

Secondo quanto dichiarato dallo stesso Mohammad Mehdi Imanipour, presidente dell’Organizzazione per la Cultura e la Comunicazione Islamica, circa 400 blogger e influencer stranieri sono stati invitati a Teheran per seguire le cerimonie funebri e produrre contenuti destinati ai social network internazionali. La dichiarazione è stata rilasciata all’agenzia Tasnim, vicina alle Guardie della Rivoluzione, ed è stata successivamente ripresa anche da altri organi di informazione.


La guerra dell’informazione è parte integrante della strategia del regime

L’obiettivo dichiarato non è stato nascosto.

Imanipour ha spiegato che questi influencer avrebbero dovuto:

  • trasmettere una “immagine reale e corretta” della cerimonia;
  • contrastare quella che il regime definisce la “guerra mediatica occidentale”;
  • mostrare al mondo l’apparente sostegno popolare alla Repubblica Islamica.

In altre parole, non si tratta semplicemente della presenza di giornalisti stranieri, ma di una precisa operazione di comunicazione politica destinata ai social media internazionali.


Le immagini raccontano tutta la realtà?

Le immagini diffuse in queste ore mostrano grandi cortei e piazze gremite.

Tuttavia, è importante ricordare che fotografie e riprese televisive, da sole, non permettono di stabilire:

  • quanti partecipanti siano realmente presenti;
  • quanti abbiano aderito spontaneamente;
  • quanti siano funzionari statali, membri delle organizzazioni religiose o militari;
  • quanti provengano dall’estero.

Su questi aspetti esistono affermazioni molto diverse provenienti da fonti governative, media indipendenti e gruppi dell’opposizione. In assenza di dati verificabili in modo indipendente, non è possibile quantificare con certezza la composizione della folla.


Un Paese profondamente diviso

È però altrettanto difficile ignorare ciò che è accaduto negli ultimi anni.

Dal 2019 fino alle proteste di “Donna, Vita, Libertà” del 2022-2023, milioni di iraniani hanno manifestato apertamente contro il regime.

Quelle proteste sono state represse con estrema durezza.

Secondo numerose organizzazioni internazionali per i diritti umani:

  • centinaia di manifestanti sono stati uccisi;
  • migliaia sono stati arrestati;
  • numerosi detenuti hanno denunciato torture;
  • diversi giovani manifestanti sono stati condannati a morte o giustiziati dopo processi fortemente contestati.

La memoria che il regime non può cancellare

Per una parte significativa della popolazione iraniana, il nome di Ali Khamenei è associato a eventi traumatici della storia recente del Paese.

Tra questi vengono frequentemente ricordati:

  • la repressione delle proteste del novembre 2019 (Aban);
  • la repressione del movimento “Donna, Vita, Libertà”;
  • le esecuzioni di oppositori;
  • la limitazione delle libertà civili;
  • la persecuzione di minoranze religiose ed etniche;
  • la crisi economica aggravata da sanzioni, cattiva gestione e corruzione;
  • la scarsità di medicinali e di beni essenziali in molte aree del Paese.

Questi elementi costituiscono una parte fondamentale del contesto che qualsiasi racconto equilibrato dovrebbe prendere in considerazione.


Soft power e propaganda internazionale

L’utilizzo di influencer stranieri non rappresenta una novità.

Negli ultimi anni la Repubblica Islamica ha più volte invitato:

  • giornalisti simpatizzanti;
  • attivisti;
  • blogger;
  • creator digitali;

per raccontare eventi organizzati dal regime, conferenze internazionali, anniversari della Rivoluzione e consultazioni elettorali.

L’obiettivo è amplificare sui social una narrazione favorevole al governo utilizzando volti apparentemente indipendenti, capaci di raggiungere un pubblico che difficilmente seguirebbe i media ufficiali iraniani.


La propaganda non è fatta solo di parole

Le moderne operazioni informative non consistono soltanto nel controllare televisioni e giornali.

Oggi comprendono anche:

  • campagne coordinate sui social;
  • influencer;
  • video virali;
  • immagini emozionali;
  • hashtag;
  • contenuti multilingue;
  • reti di account che rilanciano gli stessi messaggi.

La presenza di centinaia di creator stranieri durante un evento simbolicamente importante come il funerale della Guida Suprema si inserisce pienamente in questa strategia comunicativa.


Un’analisi critica richiede prudenza

Comprendere come i regimi autoritari utilizzino la comunicazione strategica significa distinguere tra fatti documentati, dichiarazioni ufficiali e affermazioni che richiedono ulteriori verifiche.


Fonti

  • IranWire – “Iran Flies in 400 Foreign Influencers for Khamenei Funeral Coverage”
  • Agenzia Tasnim (intervista a Mohammad Mehdi Imanipour, riportata da IranWire)
  • Rapporti annuali di Amnesty International sulla repressione delle proteste in Iran.
  • Rapporti di Human Rights Watch sulla situazione dei diritti umani nella Repubblica Islamica.
  • Rapporti della Missione internazionale indipendente delle Nazioni Unite sull’Iran sulle violazioni dei diritti umani durante le proteste del movimento “Donna, Vita, Libertà”.

Hiroshima e Nagasaki: il sacrificio dimenticato dei cristiani del Giappone. Una coincidenza della storia o una domanda ancora aperta?

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L’immagine della nube atomica che si alza sopra Nagasaki è diventata uno dei simboli assoluti del XX secolo. Per decenni il dibattito pubblico si è concentrato soprattutto su due aspetti: la necessità militare dell’impiego della bomba atomica e il numero delle vittime civili.

Molto meno conosciuto è invece un elemento storico documentato: Nagasaki rappresentava il principale centro del cristianesimo giapponese.

Questo dato, pur essendo riportato dalla storiografia, raramente viene ricordato quando si raccontano gli eventi del 9 agosto 1945.

La domanda che ne deriva è inevitabile: si trattò esclusivamente di una coincidenza dovuta alle circostanze militari oppure il valore simbolico della città fu completamente ignorato?

È una domanda legittima, alla quale la documentazione storica disponibile non offre una risposta definitiva.


Nagasaki: il cuore del cristianesimo giapponese

Per comprendere il peso simbolico della città bisogna tornare indietro di quasi quattro secoli.

Fu proprio a Nagasaki che i missionari cristiani, tra cui Francesco Saverio, diffusero il cristianesimo nel XVI secolo.

Quando lo shogunato vietò la religione cristiana, migliaia di fedeli continuarono a praticarla clandestinamente.

Erano i celebri Kakure Kirishitan, i “cristiani nascosti”.

Per oltre due secoli conservarono la propria fede rischiando torture ed esecuzioni.

Quando il divieto fu revocato nel XIX secolo, la rinascita del cattolicesimo giapponese avvenne proprio a Nagasaki.

Nel 1945 oltre la metà dei cattolici dell’intero Giappone viveva nella prefettura di Nagasaki.

Il quartiere di Urakami costituiva il cuore spirituale di questa comunità.


La Cattedrale di Urakami

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Nel quartiere di Urakami sorgeva la Cattedrale di Santa Maria, allora la più grande chiesa cattolica dell’Asia orientale.

Era il simbolo della sopravvivenza di una comunità che aveva resistito per secoli alle persecuzioni.

Alle ore 11:02 del 9 agosto 1945 la bomba “Fat Man” esplose a poche centinaia di metri dalla cattedrale.

L’edificio venne praticamente cancellato.

Migliaia di fedeli morirono nell’esplosione o nelle ore successive.

Intere famiglie di cristiani furono annientate.


Il bersaglio era davvero Nagasaki?

La ricostruzione storica generalmente accettata afferma che il bersaglio principale della missione fosse la città di Kokura.

Le cattive condizioni atmosferiche impedirono il bombardamento.

L’equipaggio si diresse quindi verso l’obiettivo alternativo: Nagasaki.

Questa sequenza è documentata nei rapporti militari statunitensi e costituisce la spiegazione storica prevalente.

Ciò non elimina però una riflessione.

Una volta individuato il nuovo bersaglio, nessuno ignorava l’importanza della città.

Nagasaki era uno dei principali porti del Giappone, possedeva impianti industriali strategici, ma era anche universalmente conosciuta come il centro storico del cristianesimo giapponese.

Non esistono documenti che dimostrino che quest’ultimo elemento abbia influenzato la scelta.

Allo stesso tempo, non esistono documenti che mostrino sia stato preso in considerazione per evitarne la distruzione.


Il valore simbolico dei bersagli

I documenti del Target Committee americano mostrano che gli obiettivi non venivano selezionati esclusivamente per il loro valore militare.

Venivano valutati anche:

  • l’impatto psicologico;
  • la capacità di impressionare il governo giapponese;
  • l’effetto dimostrativo della nuova arma;
  • la possibilità di osservare chiaramente i danni.

L’arma atomica doveva rappresentare una dimostrazione senza precedenti della potenza americana.

Questo è un fatto documentato.

Ciò che rimane oggetto di discussione è se il forte valore simbolico di Nagasaki fosse semplicemente irrilevante per i pianificatori oppure se venne considerato un elemento secondario rispetto agli obiettivi strategici.

Su questo punto non esistono prove conclusive.


Una memoria spesso dimenticata

Nel racconto occidentale della bomba atomica si ricordano soprattutto:

  • la fine della guerra;
  • la corsa agli armamenti nucleari;
  • il confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Molto meno spazio viene dedicato alle vittime appartenenti alla comunità cristiana giapponese.

Eppure furono migliaia.

Per quella comunità il 9 agosto 1945 rappresentò non soltanto una tragedia nazionale, ma anche la distruzione del luogo che incarnava secoli di fede, persecuzione e resistenza religiosa.


Domande legittime, conclusioni prudenti

La storia distingue tra ciò che è documentato e ciò che rimane un’ipotesi.

È documentato che:

  • Nagasaki era il principale centro del cristianesimo giapponese.
  • La bomba esplose nei pressi del quartiere cattolico di Urakami.
  • La cattedrale fu distrutta.
  • Migliaia di cristiani morirono.

Non è invece documentato che l’attacco fosse stato progettato con l’obiettivo di colpire i cristiani o che rispondesse a finalità rituali o religiose.

Ciò non impedisce di interrogarsi sul peso simbolico di quanto accaduto e sul fatto che questa dimensione sia stata spesso trascurata nella memoria pubblica.

La tragedia di Nagasaki continua quindi a porre una domanda storica e morale: fino a che punto, nelle decisioni di guerra, il valore umano e simbolico di una comunità viene sacrificato di fronte agli obiettivi strategici? È una domanda che merita di essere studiata con rigore, distinguendo sempre tra i fatti accertati e le interpretazioni che, pur stimolando il dibattito, non sono supportate da prove documentarie.


Fonti principali

  • National Security Archive – Documentazione sul Target Committee.
  • U.S. Department of Energy – Manhattan Project Historical Resources.
  • Nagasaki Atomic Bomb Museum.
  • Urakami Cathedral.
  • Studi storici sul cristianesimo giapponese e sui Kakure Kirishitan.

La retorica a senso unico: quando le accuse di pedofilia diventano uno strumento politico

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La propaganda della coalizione Epstein arriva da chi sostiene islamismo, nascondendo la verità come sempre.

Negli ultimi anni il dibattito pubblico ha visto moltiplicarsi accuse gravissime rivolte ad avversari politici, spesso attraverso associazioni indirette, slogan o campagne mediatiche. Tra queste rientrano anche i riferimenti al caso Epstein, utilizzati per insinuare complicità senza distinguere tra fatti accertati, rapporti occasionali e responsabilità penali.

Le accuse di questo tipo dovrebbero essere sostenute da prove concrete. In uno Stato di diritto la responsabilità penale è personale e non può essere attribuita per semplice vicinanza, fotografie o conoscenze occasionali.

Allo stesso tempo, è legittimo osservare come parte del dibattito pubblico sembri applicare criteri differenti quando si affrontano violazioni dei diritti umani in contesti diversi.

In diversi Paesi a maggioranza musulmana continuano infatti a essere denunciate da organizzazioni internazionali pratiche come i matrimoni precoci, i matrimoni forzati e altre forme di sfruttamento delle minori. Tuttavia, è importante distinguere tra queste pratiche, che derivano da specifiche interpretazioni religiose, tradizioni locali o legislazioni nazionali, e oltre un miliardo e mezzo di musulmani che non le condividono né le praticano.

Se si vuole denunciare gli abusi contro i minori, il criterio dovrebbe essere universale. Non dovrebbero esistere vittime di serie A e vittime di serie B, né indignazione selettiva a seconda dell’appartenenza politica, religiosa o geografica degli autori.

La tutela dei bambini non può essere trasformata in un’arma di propaganda. Se si pretende rigore quando si accusano leader occidentali o esponenti politici, lo stesso rigore dovrebbe essere applicato nel denunciare matrimoni infantili, sfruttamento sessuale, tratta di esseri umani e violazioni dei diritti fondamentali ovunque esse avvengano.

La credibilità di una battaglia contro la pedofilia e lo sfruttamento dei minori dipende proprio da questo: dalla capacità di condannare gli abusi con lo stesso metro, indipendentemente dall’identità degli autori o dalla convenienza politica del momento.

“Diritti dei minori e doppi standard: perché il dibattito pubblico ignora ancora matrimoni precoci e legislazioni che li consentono”

L’articolo può includere:

  • dati di UNICEF sui matrimoni infantili nel mondo e nella regione MENA, che documentano centinaia di milioni di donne sposate da bambine e circa 700.000 nuovi casi l’anno nell’area Medio Oriente e Nord Africa.
  • documentazione di UNFPA che considera il matrimonio infantile una violazione dei diritti umani, indipendentemente dal fatto che avvenga con rito civile o religioso.
  • il caso dell’Iraq, dove il dibattito sulle norme di diritto personale e sull’età minima del matrimonio ha suscitato forti critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani.
  • il caso dell’Iran, dove sono documentate eccezioni legali che consentono il matrimonio di ragazze molto giovani con autorizzazione paterna o giudiziaria.
  • la situazione in Afghanistan sotto i Talebani, dove organizzazioni internazionali denunciano un aumento dei matrimoni forzati e precoci.
  • il confronto con gli standard fissati dalla Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, secondo cui il matrimonio sotto i 18 anni costituisce una violazione dei diritti fondamentali.

Il matrimonio minorile non è un dettaglio culturale: è una frattura morale e giuridica. Quando una società permette che una bambina venga consegnata a un adulto in nome della tradizione, della religione, dell’onore familiare o della povertà, non sta difendendo valori: sta legalizzando l’abuso sotto forma di contratto.

Qui parliamo di matrimonio minorile / matrimonio sotto i 18 anni, non di “tutti i musulmani”. Il punto giuridico è questo: per UNICEF il matrimonio prima dei 18 anni è una violazione dei diritti umani; molte legislazioni però mantengono eccezioni tramite consenso dei genitori, giudice, diritto religioso o consuetudinario.

Paesi dove il matrimonio minorile è ancora legalmente possibile o tollerato da eccezioni

AreaPaesi / casi principali
Medio Oriente / mondo islamicoIran: ragazze da 13 anni, e anche più giovani con autorizzazione paterna/giudiziaria. Iraq: legge generale 18, ma eccezioni già a 15 e forte rischio/uso di norme religiose; il caso Jaafari consente matrimoni femminili da 9 anni. Afghanistan sotto i Talebani: recenti norme legate alla pubertà, denunciate come legalizzazione del matrimonio infantile. Yemen, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi, Oman, Siria, Libano, Giordania, Palestina, Egitto, Marocco, Algeria, Tunisia, Sudan, Somalia, Mauritania: in varie forme esistono eccezioni, autorizzazioni giudiziarie/religiose o pratiche consuetudinarie che permettono matrimoni sotto i 18 anni.
Asia meridionaleBangladesh, Pakistan, India, Nepal, Sri Lanka, Maldive: leggi diverse, ma in diversi casi esistono eccezioni, pratiche religiose/personali o scarsa applicazione. In India il matrimonio minorile resta diffuso in alcuni Stati nonostante la legge.
Africa subsaharianaNiger, Ciad, Mali, Burkina Faso, Nigeria, Senegal, Gambia, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Benin, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Sud Sudan, Etiopia, Eritrea, Kenya, Tanzania, Uganda, Malawi, Mozambico, Zambia, Zimbabwe, Madagascar: in molti casi il problema è combinazione di eccezioni legali, diritto consuetudinario e mancata applicazione.
America Latina / CaraibiMolti Paesi hanno riformato, ma restano o sono rimaste eccezioni in alcune giurisdizioni. Colombia ha chiuso il loophole nel 2024, vietando il matrimonio sotto i 18 anni.
Europa / OccidenteAnche in Europa e USA ci sono state o restano eccezioni. UNICEF ricordava che in molti Stati USA esistevano eccezioni sotto i 18 anni; Girls Not Brides segnala che negli USA, nel 2024, solo 13 Stati avevano divieto assoluto a 18 anni. In Europa diversi Paesi consentono ancora il matrimonio a 16 anni con autorizzazioni.

Il nucleo duro del problema

I casi più gravi da citare in un articolo sono:

Iran, Iraq, Afghanistan, Yemen, Somalia, Sudan, Niger, Ciad, Mali, Bangladesh, Pakistan e alcune aree dell’India.

Sono i dossier più forti perché uniscono tre elementi: minori, legislazioni permissive o ambigue, e contesti sociali/religiosi/consuetudinari che normalizzano la pratica.

La superiorità morale dell’Iran? Quando la propaganda si scontra con le sue stesse leggi

C’è chi presenta la Repubblica Islamica dell’Iran come un modello di superiorità morale rispetto all’Occidente, accusando le democrazie occidentali di decadenza, corruzione e perversione. Ma questa narrazione si scontra con una realtà giuridica difficilmente ignorabile.

Secondo la legislazione iraniana, una ragazza può essere legalmente data in matrimonio a partire dai 13 anni e, con l’autorizzazione del padre (o del nonno paterno) e di un giudice, anche a un’età inferiore. Organizzazioni internazionali per i diritti umani e governi occidentali classificano questa pratica come matrimonio minorile e la considerano incompatibile con gli standard internazionali di tutela dell’infanzia.

A questo si aggiunge un altro istituto previsto dal diritto civile iraniano: il matrimonio temporaneo (sigheh o nikah mut’ah), disciplinato dall’articolo 1075 del Codice Civile. Si tratta di un contratto matrimoniale con una durata prefissata, che può andare da poche ore a diversi anni. Alla scadenza, il rapporto termina automaticamente senza la procedura di divorzio prevista per il matrimonio permanente.

Le autorità religiose sciite lo giustificano come un istituto previsto dalla loro interpretazione del diritto islamico. Tuttavia, numerosi studiosi, giuristi e organizzazioni per i diritti delle donne sostengono che questo meccanismo possa essere utilizzato per aggirare le tutele previste dal matrimonio ordinario e, in alcuni contesti, facilitare lo sfruttamento sessuale di donne vulnerabili.

Le critiche diventano ancora più severe quando il matrimonio temporaneo coinvolge minori. Diversi lavori accademici hanno analizzato il possibile collegamento tra questa pratica e la persistenza dei matrimoni infantili in Iran, sostenendo che il sistema giuridico possa, in alcuni casi, fornire una copertura legale a situazioni che, secondo gli standard internazionali, costituiscono una violazione dei diritti dei minori.

Questo non significa che ogni matrimonio temporaneo equivalga automaticamente a uno sfruttamento o che tutti coloro che appartengono all’Islam condividano tali pratiche. Significa però che è legittimo interrogarsi sulla coerenza di chi descrive l’Iran come una società moralmente superiore senza confrontarsi con norme che consentono il matrimonio di minori e istituti giuridici fortemente contestati sul piano dei diritti umani.

Se il criterio è davvero la tutela dei bambini e delle donne, allora il giudizio dovrebbe essere applicato con lo stesso metro ovunque. Le accuse rivolte all’Occidente non possono diventare un alibi per ignorare pratiche che le principali organizzazioni internazionali considerano incompatibili con i diritti fondamentali della persona.

La credibilità morale non si misura con gli slogan o con la propaganda geopolitica. Si misura anche dalla capacità di proteggere i più vulnerabili attraverso leggi che impediscano ogni forma di sfruttamento, senza eccezioni fondate su tradizione, religione o ideologia.

Link fonti

I cani da riporto della controinformazione italiana: parlano solo di Palantir, ma tacciono sulle cyber-armate, sull’intelligenza artificiale militare e sui regimi autoritari che reprimono il proprio popolo

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Da anni assistiamo allo stesso schema comunicativo.

Ogni contratto di Palantir diventa la prova definitiva dell’esistenza di uno Stato di sorveglianza occidentale. Ogni collaborazione tra Big Tech americane e governi democratici viene descritta come l’anticamera della dittatura digitale. Ogni progetto di intelligenza artificiale sviluppato negli Stati Uniti o in Israele viene trasformato in un simbolo del controllo globale.

Ma basta spostare lo sguardo verso Cina, Russia o Iran perché il racconto cambi improvvisamente.

Silenzio.

È questo il vero problema della controinformazione italiana: non critica il potere, critica selettivamente un solo blocco geopolitico.

Non è una ricerca della verità.

È una narrazione costruita su un preciso pregiudizio ideologico.

Palantir è visibile perché opera in un sistema trasparente

Palantir viene continuamente citata perché è una società privata quotata in borsa.

Ogni trimestre pubblica bilanci.

Comunica i contratti più importanti agli investitori.

È sottoposta ai controlli della SEC, agli azionisti, ai giornalisti, alle commissioni parlamentari e all’attenzione dell’opinione pubblica.

I suoi software sono oggetto di dibattiti pubblici proprio perché esiste un sistema democratico che permette di discuterne.

Questo significa che Palantir non debba essere criticata?

Assolutamente no.

Ma significa che le informazioni sono pubbliche proprio perché esiste trasparenza.

E i programmi militari di Cina, Russia e Iran?

Qui la controinformazione scompare.

La Cina investe miliardi nello sviluppo dell’intelligenza artificiale applicata alla difesa, al riconoscimento automatico degli obiettivi, alla guerra elettronica, ai sistemi autonomi e al supporto decisionale militare.

La Russia utilizza da anni strumenti avanzati di guerra elettronica, cyberwarfare, ricognizione automatizzata e supporto operativo basato su algoritmi.

L’Iran sviluppa sistemi per il coordinamento di droni, acquisizione degli obiettivi, guerra informatica e operazioni cyber offensive.

Di tutto questo si parla pochissimo.

Perché?

Perché questi programmi sono sviluppati quasi interamente all’interno degli apparati statali o militari.

Non esistono società quotate obbligate a pubblicare contratti.

Non esistono investitori da informare.

Non esistono media indipendenti che possano indagare liberamente.

L’opacità viene trasformata, paradossalmente, in invisibilità mediatica.

Le cyber-armate di cui quasi nessuno parla

Secondo numerosi rapporti di intelligence occidentali e delle principali società di cybersicurezza, Cina, Russia e Iran rappresentano alcuni dei principali attori mondiali nelle operazioni cyber.

Campagne di spionaggio.

Raccolta massiva di informazioni.

Operazioni di influenza.

Cyber-attacchi contro infrastrutture.

Gruppi specializzati nella compromissione di reti governative e industriali.

La Cina viene indicata da molte analisi come uno degli attori più avanzati nel cyber-spionaggio strategico.

L’Iran è considerato uno dei protagonisti delle campagne offensive contro istituzioni governative, aziende e infrastrutture.

La Russia continua a essere uno dei principali protagonisti della guerra informatica moderna.

Eppure, per molti professionisti della controinformazione italiana, il problema continua a chiamarsi soltanto Palantir.

Le bot farm e la propaganda digitale

Quando si parla di manipolazione dell’opinione pubblica, il racconto è ancora più sbilanciato.

Si denunciano gli algoritmi occidentali.

Ma si dimenticano le enormi operazioni di influenza attribuite da ricercatori, aziende tecnologiche e servizi di sicurezza a reti riconducibili a Cina, Russia e Iran.

Account falsi.

Propaganda coordinata.

Campagne di disinformazione.

Amplificazione artificiale di hashtag.

Manipolazione del dibattito pubblico.

Questi fenomeni sono documentati da anni.

Eppure ricevono una copertura enormemente inferiore.

Il doppio standard sull’intelligenza artificiale

Quando un algoritmo occidentale supporta un’operazione militare, diventa immediatamente la prova della “distopia tecnologica”.

Quando programmi analoghi vengono sviluppati dagli eserciti cinese, russo o iraniano, improvvisamente il tema scompare.

Non perché quei programmi non esistano.

Ma perché raccontarli metterebbe in crisi una narrazione costruita sull’idea che ogni minaccia tecnologica provenga esclusivamente dall’Occidente.

La grande rimozione dei regimi autoritari

La contraddizione più evidente riguarda però il piano politico.

Una parte della controinformazione italiana si presenta come difensore della libertà, della verità e dei diritti civili.

Poi però dedica gran parte delle proprie energie a giustificare, minimizzare o ignorare governi che reprimono sistematicamente il dissenso.

In Iran oppositori politici, giornalisti, attivisti e manifestanti sono stati arrestati, processati e, in numerosi casi documentati, condannati a morte. Le esecuzioni mediante impiccagione, anche con gru o piattaforme mobili, sono state documentate nel corso degli anni da organizzazioni internazionali per i diritti umani.

In Cina il Partito Comunista mantiene un controllo capillare sull’informazione, sulla rete, sui media e sulla società civile, limitando fortemente il dissenso politico.

In Russia le restrizioni nei confronti dei media indipendenti, degli oppositori e delle organizzazioni civiche si sono intensificate negli ultimi anni.

Eppure questi aspetti vengono spesso relegati in secondo piano, mentre ogni errore dell’Occidente viene trasformato nella prova definitiva della sua presunta natura totalitaria.

Il grande paradosso

Esiste un paradosso che molti sembrano non cogliere.

Molti degli opinionisti che oggi attaccano quotidianamente Stati Uniti, Israele ed Europa possono pubblicare video, organizzare conferenze, aprire siti internet, monetizzare contenuti e criticare apertamente governi e istituzioni proprio perché vivono in Paesi dove queste libertà sono generalmente tutelate dalla legge.

Se esprimessero lo stesso livello di critica nei confronti delle autorità di alcuni dei regimi che oggi descrivono come modelli alternativi o come semplici vittime dell’Occidente, potrebbero affrontare conseguenze molto più severe, dalla censura e dall’arresto fino, nei contesti più repressivi, a pene gravissime previste dagli ordinamenti di quei Paesi.

Questo non significa che le democrazie occidentali siano perfette.

Non lo sono.

Ma equipararle a regimi che reprimono sistematicamente il dissenso significa ignorare differenze sostanziali nella tutela delle libertà civili, della stampa indipendente e del pluralismo politico.

La propaganda del doppio standard

Criticare Palantir è legittimo.

Criticare gli Stati Uniti è legittimo.

Criticare Israele è legittimo.

Ma chi vuole davvero denunciare il potere dovrebbe applicare lo stesso metro a tutti.

Se si denuncia la sorveglianza digitale, bisogna denunciare anche quella cinese.

Se si denuncia l’intelligenza artificiale militare, bisogna parlare anche dei programmi sviluppati da Cina, Russia e Iran.

Se si denuncia la propaganda, bisogna raccontare anche le bot farm, le cyber-armate e le operazioni di influenza degli Stati autoritari.

Se si difendono i diritti umani, bisogna ricordare anche chi reprime il proprio popolo, imprigiona gli oppositori, censura i media e utilizza la paura come strumento di governo.

Quando tutto questo viene sistematicamente ignorato, non siamo più davanti a un’informazione indipendente.

Siamo davanti a una propaganda costruita sul doppio standard.

Ed è per questo che una parte della controinformazione italiana finisce per comportarsi come un cane da riporto di una precisa narrazione geopolitica: abbaia sempre nella stessa direzione, indipendentemente dai fatti, e tace ogni volta che i fatti mettono in difficoltà i regimi che ha scelto di non criticare.

L’affermazione “30 Paesi erano a Teheran per rendere omaggio a Khamenei” suggerisce infatti che 30 governi abbiano inviato ufficialmente i propri leader o delegazioni di alto livello. In realtà, le dichiarazioni diffuse dalle autorità iraniane parlano di richieste di partecipazione o di delegazioni, senza che ciò significhi necessariamente la presenza di capi di Stato o il pieno sostegno politico dei rispettivi governi.

Inoltre è opportuno distinguere tra:

  • delegazioni ufficiali di governo;
  • parlamentari o ex parlamentari;
  • leader religiosi;
  • rappresentanti di movimenti politici;
  • accademici;
  • ONG;
  • attivisti;
  • giornalisti invitati;
  • delegazioni organizzate da associazioni religiose o culturali.

Queste categorie vengono spesso sommate nella comunicazione ufficiale per enfatizzare la dimensione internazionale dell’evento.

Un altro elemento da considerare è che, nei grandi eventi organizzati dalla Repubblica Islamica, è pratica nota invitare delegazioni straniere e, in alcuni casi, sostenere i costi logistici (visti, trasporti, ospitalità) per ospiti internazionali. Tuttavia, senza prove specifiche, non si può affermare che “molti di loro avevano viaggio e permanenza pagati” riferendosi a questo evento in particolare.

Una formulazione più rigorosa potrebbe essere:

La propaganda del regime iraniano ha presentato la presenza di rappresentanti provenienti da oltre 30 Paesi come una dimostrazione di un ampio sostegno internazionale. In realtà, il dato non equivale alla partecipazione di 30 governi ai massimi livelli: comprende categorie diverse di partecipanti e non implica necessariamente un endorsement politico ufficiale da parte degli Stati di provenienza. La comunicazione ufficiale tende inoltre ad accorpare delegazioni governative, figure religiose, rappresentanti di organizzazioni e altri invitati, enfatizzando l’immagine di un consenso internazionale più ampio.

Questa impostazione è più difficile da contestare perché distingue chiaramente tra ciò che è stato dichiarato dalle autorità iraniane e ciò che si può effettivamente dedurre dai fatti disponibili.


Un’altra contraddizione emerge osservando una parte di quelli che si autodefiniscono “controinformazione”. Si presentano come oppositori del potere, ma finiscono spesso per riproporre una visione del mondo in cui lo Stato deve accentrare sempre più competenze, la sovranità nazionale passa in secondo piano e il controllo tecnologico viene denunciato soltanto quando è attribuito all’Occidente.

I cani da riporto della controinformazione italiana sembrano aver sostituito il pensiero critico con un riflesso ideologico. Non analizzano i fatti con lo stesso metro, ma dividono il mondo in “cattivi” e “buoni” a seconda della convenienza narrativa. Così ogni errore delle democrazie occidentali viene amplificato, mentre le repressioni operate da regimi autoritari vengono minimizzate, giustificate o semplicemente ignorate.

Il risultato è un paradosso: chi dice di combattere il totalitarismo finisce spesso per mostrare comprensione verso governi che limitano la libertà di stampa, perseguitano gli oppositori, censurano Internet e reprimono il dissenso.

Allo stesso tempo, vengono rilanciate con entusiasmo idee di governance sovranazionale, pianificazione centralizzata e controllo sempre più esteso delle istituzioni, salvo poi denunciare gli stessi principi quando sono attribuiti ad altri attori. Questo doppio standard rende difficile distinguere la critica legittima dalla propaganda politica.

Non è controinformazione ripetere slogan, qualunque sia la loro provenienza. Il pensiero critico richiede coerenza: se si denunciano il controllo, la censura e il potere concentrato, lo si deve fare ovunque, non soltanto quando il bersaglio è l’Occidente.

Quando le parole d’ordine diventano identiche a quelle promosse da grandi centri di potere o da governi autoritari, vale la pena chiedersi se si stia ancora facendo informazione indipendente o se, al contrario, si stia semplicemente sostituendo una propaganda con un’altra.

Fonti e approfondimenti

Queste fonti documentano temi quali:

  • programmi di IA militare;
  • cyberwarfare;
  • operazioni di influenza e propaganda digitale;
  • minacce attribuite a Cina, Russia e Iran;
  • repressione del dissenso e diritti umani;
  • sorveglianza digitale e censura.

I cani da riporto della controinformazione italiana devono fare pace con il loro cervello: sono invasati dalla propaganda

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Questo è, secondo molti osservatori, uno degli effetti di quella che viene spesso definita Trump Derangement Syndrome (TDS): una reazione nella quale il giudizio su ogni evento finisce per essere determinato non dai fatti, ma esclusivamente dall’identità del protagonista.

Se Trump esce dall’OMS, combatte le CBDC, critica NATO e ONU, si oppone a USAID, difende la libertà di espressione o cerca un dialogo con la Russia, viene applaudito.

Se invece prende una decisione che non coincide con la narrazione di una parte della controinformazione, tutto ciò che aveva fatto in precedenza viene improvvisamente cancellato. Diventa, nel giro di poche ore, il “nemico assoluto”.

Quando il metro di giudizio cambia a seconda del personaggio e non dei principi, non si sta più facendo analisi politica: si sta reagendo in modo ideologico.

La coerenza impone di valutare ogni decisione nel merito, indipendentemente da chi la prende. Se il giudizio cambia solo perché cambia il bersaglio politico, il problema non è l’oggetto dell’analisi, ma il filtro con cui si interpreta la realtà.

Per anni hanno costruito la propria immagine come gli unici in grado di smascherare la propaganda dei grandi media. Hanno denunciato televisioni, giornali, istituzioni internazionali e governi occidentali, sostenendo di rappresentare un’informazione libera, indipendente e capace di analizzare i fatti senza condizionamenti ideologici.

Oggi, però, una parte della cosiddetta controinformazione italiana sembra essere caduta nello stesso meccanismo che diceva di combattere.

Non si limita più ad analizzare gli eventi. Li interpreta esclusivamente attraverso una lente ideologica, nella quale tutto ciò che proviene dall’Occidente è automaticamente sbagliato, mentre qualsiasi forza che vi si contrapponga viene trattata con indulgenza o addirittura trasformata in un modello da difendere.

Il paradosso Trump

L’incoerenza emerge chiaramente osservando il modo in cui viene giudicato Donald Trump.

Per molti anni è stato esaltato quando:

  • ha annunciato l’uscita degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità;
  • ha espresso una netta opposizione all’introduzione di una valuta digitale emessa dalla banca centrale;
  • ha criticato duramente organizzazioni come NATO e ONU, sostenendo la necessità di ripensarne il ruolo;
  • ha cercato un dialogo diretto con la Russia per ridurre le tensioni internazionali;
  • ha promosso una revisione delle attività di USAID, accusandola di finanziare programmi poco trasparenti;
  • ha criticato alcune normative europee sulla libertà di espressione.

In tutti questi casi, una parte della controinformazione italiana lo presentava come l’uomo che stava demolendo il sistema globalista.

Poi arriva il confronto con la Repubblica Islamica dell’Iran.

Improvvisamente tutto cambia.

Lo stesso Trump diventa, nel giro di poche ore, un guerrafondaio, un traditore, un servo dello Stato profondo, un uomo completamente diverso da quello che fino al giorno prima veniva elogiato.

La domanda è inevitabile: è cambiato Trump o è cambiato il metro di giudizio di chi lo commenta?

Il doppio standard sull’Iran

La Repubblica Islamica dell’Iran è da decenni oggetto di critiche da parte di organizzazioni internazionali per la repressione del dissenso, le limitazioni alla libertà di stampa, gli arresti di oppositori politici, l’uso della pena di morte e le restrizioni all’accesso a Internet durante periodi di protesta.

Questi elementi sono ampiamente documentati e rappresentano una parte importante del dibattito internazionale sul Paese.

Eppure, una parte della controinformazione italiana tende a minimizzare questi aspetti o a relegarli in secondo piano, privilegiando una narrazione nella quale il regime viene rappresentato soprattutto come un baluardo contro l’influenza occidentale.

Criticare le politiche di Stati Uniti, Europa o Israele è legittimo. Ma questo non implica che ogni loro avversario debba essere considerato automaticamente nel giusto.

L’antioccidentalismo come filtro ideologico

Il problema non è avere una posizione critica verso l’Occidente.

Il problema nasce quando l’antioccidentalismo diventa il criterio assoluto con cui interpretare qualsiasi evento.

Se tutto ciò che è occidentale viene considerato negativo per definizione, allora qualsiasi regime che si opponga all’Occidente finisce per ricevere una sorta di immunità morale.

In questo modo non si produce più analisi.

Si produce propaganda.

Una propaganda diversa nei simboli, ma identica nei meccanismi.

Dall’analisi al tifo

La funzione del giornalismo dovrebbe essere quella di verificare i fatti, contestualizzarli e mettere alla prova le proprie convinzioni.

Quando invece ogni notizia viene selezionata esclusivamente perché conferma una narrativa precostituita, il lavoro di analisi lascia spazio al tifo.

Il risultato è un’informazione che smette di interrogarsi sulla realtà e inizia semplicemente a cercare conferme delle proprie convinzioni.

È lo stesso fenomeno che questi ambienti hanno contestato per anni ai grandi media.

La coerenza dovrebbe valere sempre

Essere coerenti significa applicare gli stessi principi a tutti gli attori politici.

Se si difende la libertà di espressione, la si difende ovunque.

Se si condanna la censura, la si condanna ovunque.

Se si denunciano gli abusi di potere, li si denuncia indipendentemente dal colore della bandiera.

Quando invece il giudizio cambia esclusivamente in base a chi compie un’azione, il problema non è più la propaganda degli altri.

È la propria.

Conclusione

La credibilità non deriva dall’essere “contro” qualcosa, ma dalla capacità di mantenere lo stesso metodo di valutazione davanti a fatti scomodi, anche quando mettono in discussione la propria comunità di riferimento.

Se una parte della controinformazione italiana vuole continuare a presentarsi come alternativa ai media tradizionali, dovrebbe accettare la stessa regola che pretende dagli altri: distinguere i fatti dalle preferenze politiche, evitare doppi standard e sottoporre le proprie convinzioni allo stesso spirito critico che chiede ai propri avversari.

In caso contrario, il rischio è quello di sostituire una propaganda con un’altra, cambiando soltanto i protagonisti, ma non il metodo.

Fonti

Queste fonti coprono sia gli aspetti relativi alle politiche dell’amministrazione Trump sia i rapporti sulle condizioni dei diritti umani e della libertà di informazione in Iran, consentendo al lettore di verificare direttamente i dati e il contesto.