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I soliti riporter della controinformazione marxista mistificano i fatti per mantenere la loro propaganda: da Wamani a Thiel, Milei e Netanyahu, quando «unire i puntini» sostituisce le prove

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C’è un metodo narrativo che ritorna con sorprendente regolarità in una parte della cosiddetta controinformazione: prendere una serie di fatti reali, selezionare quelli utili alla propria tesi, eliminare il contesto che li rende meno sensazionali e infine collegarli attraverso associazioni che non sono state dimostrate.

Il risultato è molto efficace dal punto di vista propagandistico.

Molto meno da quello giornalistico.

L’ultimo esempio riguarda l’Argentina di Javier Milei, il gigantesco ranch Wamani, Martín Varsavsky, Peter Thiel, gli investitori della Silicon Valley e, inevitabilmente, Washington e Benjamin Netanyahu.

La storia viene presentata più o meno così: 32.000 ettari ai piedi delle Ande, miliardari tecnologici che preparano rifugi per l’apocalisse, Milei che spalanca loro le porte, cittadinanze agli investitori, garanzie trentennali, Peter Thiel, Washington, Netanyahu.

Poi arriva la frase magica:

«Coincidenze? Abbiamo provato a unire i puntini».

Ed è precisamente qui che comincia il problema.

Perché unire puntini ha valore giornalistico soltanto quando tra un punto e l’altro esiste una linea documentabile. Altrimenti non è un’inchiesta: è una costruzione narrativa.

E soprattutto bisogna distinguere ciò che è vero, ciò che è interpretazione politica e ciò che invece viene semplicemente insinuato.


Wamani esiste. E nessuno ha bisogno di negarlo

Partiamo dai fatti.

Wamani esiste davvero.

Il Financial Times ha raccontato il progetto realizzato dall’imprenditore Martín Varsavsky e da altri cinque facoltosi soci ai piedi delle Ande argentine: circa 32.000 ettari, abitazioni, strutture alimentate anche attraverso energia solare, cupole geodetiche, pista d’atterraggio e un progetto di maggiore autosufficienza agricola.

Varsavsky non nasconde neppure una delle motivazioni più particolari dell’iniziativa: considera quella zona dell’Argentina un possibile rifugio nel caso di un grave conflitto internazionale, persino nucleare, o di una crisi globale.

È una convinzione discutibile?

Certamente.

È una storia giornalisticamente interessante?

Assolutamente sì.

Dimostra l’esistenza di un piano delle «oligarchie occidentali» per colonizzare l’America Latina e rifugiarsi lì dopo aver distrutto il resto del pianeta?

No.

Ed è precisamente questa distinzione che la propaganda tende a cancellare.


Wamani non è il bunker di Peter Thiel

Il primo cortocircuito nasce dall’accostamento dei nomi.

Peter Thiel è realmente interessato all’Argentina. Ha acquistato una proprietà a Buenos Aires, ha trascorso del tempo nel Paese e ha incontrato Javier Milei.

Anche questo è documentato.

Ma il Financial Times, parlando di Wamani, identifica Varsavsky e cinque soci come protagonisti del progetto.

Il fatto che Thiel condivida alcuni interessi politici o culturali con Varsavsky, che guardi con interesse all’Argentina e che abbia acquistato un immobile nel Paese non trasforma automaticamente Thiel in proprietario, finanziatore o regista di Wamani.

Questa è una distinzione enorme.

Eppure è sufficiente mettere nella stessa narrazione:

Wamani. Silicon Valley. Peter Thiel. Milei.

Il lettore farà da solo il collegamento.

È una tecnica retorica vecchia quanto la propaganda: non affermare necessariamente qualcosa in maniera esplicita quando è possibile indurre il pubblico a concluderla autonomamente.


Peter Thiel è in Argentina? Sì. E allora?

Peter Thiel ha realmente intensificato la propria presenza in Argentina.

Secondo il Financial Times, il miliardario ha temporaneamente trasferito la propria famiglia a Buenos Aires, acquistato una residenza e incontrato Milei.

Questo dimostra una cosa molto semplice:

l’Argentina di Milei interessa a Peter Thiel.

Non c’è bisogno di nasconderlo.

Anzi, sarebbe assurdo che un presidente che ha costruito buona parte del proprio programma economico sulla liberalizzazione, sull’attrazione degli investimenti e sulla riduzione degli ostacoli all’attività economica considerasse negativo l’interesse di grandi investitori internazionali.

Si può criticare Thiel.

Si può criticare Milei.

Si può criticare il modello libertario.

Si può persino sostenere che l’Argentina dovrebbe imporre condizioni più severe ai grandi capitali.

Ma da qui alla scoperta di una fantomatica rete di oligarchi che sta preparando il proprio rifugio post-apocalittico latinoamericano manca una quantità considerevole di prove.


Ed ecco spuntare Netanyahu

Poi compare Benjamin Netanyahu.

Perché?

È proprio qui che il metodo diventa ancora più evidente.

Nel racconto vengono messi in successione:

Peter Thiel. Milei. Netanyahu. Washington.

Quattro nomi.

Quattro parole.

Un’enorme capacità evocativa.

Ma una domanda dovrebbe precedere qualsiasi altra considerazione:

Qual è il documento che dimostra che Netanyahu faccia parte di un progetto coordinato riguardante Wamani?

Dov’è il contratto?

Dov’è la partecipazione societaria?

Dov’è l’investimento?

Dov’è l’accordo?

Dov’è il documento governativo?

Dov’è il flusso finanziario?

Dov’è la prova che colleghi operativamente Netanyahu a Wamani?

Se esiste, va pubblicata.

Se non esiste, mettere il nome di Netanyahu nella sequenza serve soprattutto a creare un’associazione politica nella testa del lettore.

Non è vietato domandarsi se esistano collegamenti.

Ma una domanda non può essere utilizzata come sostituto della prova.


«Coincidenze?» non è una fonte giornalistica

La parola più abusata di certo giornalismo alternativo è proprio questa:

Coincidenze?

È una formula perfetta.

Permette di insinuare praticamente qualsiasi cosa senza assumersi fino in fondo l’onere di dimostrarla.

Prendiamo quattro fatti:

  1. Varsavsky costruisce Wamani.
  2. Varsavsky sostiene Milei.
  3. Thiel apprezza Milei e investe in Argentina.
  4. Milei è politicamente vicino agli Stati Uniti e a Israele.

Poi disponiamoli in fila.

E infine chiediamo:

«Coincidenze?»

Ma questo non dimostra l’esistenza di una regia comune.

È esattamente il contrario del metodo investigativo.

Nel giornalismo d’inchiesta si parte dalle prove e attraverso esse si ricostruiscono i collegamenti.

Nella propaganda si stabilisce prima la conclusione e successivamente si cercano abbastanza elementi da mettere vicini perché quella conclusione sembri plausibile.


I famosi «passaporti per investitori»: vediamo cosa dice realmente la legge

Un altro elemento utilizzato per costruire il racconto riguarda la cittadinanza argentina per gli investitori.

Anche questa volta il fatto di partenza esiste.

Il Decreto 524/2025 stabilisce che uno straniero che abbia effettuato un’«inversión relevante», secondo i criteri stabiliti dal Ministero dell’Economia, possa richiedere la cittadinanza argentina indipendentemente dalla durata della propria precedente residenza.

Ma raccontarlo semplicemente come:

«Milei regala passaporti ai miliardari»

significa omettere una parte essenziale del provvedimento.

Il decreto stabilisce una procedura.

L’investimento deve essere qualificato come rilevante.

E soprattutto non basta presentarsi con un assegno e ritirare il passaporto allo sportello.

Il testo prevede che vengano interpellati diversi organismi, fra cui Ministero della Sicurezza Nazionale, Unidad de Información Financiera, Registro Nacional de Reincidencia, RENAPER e SIDE, per valutare eventuali rischi per la sicurezza nazionale o per gli interessi del Paese.

Se l’investimento non viene considerato rilevante oppure emergono valutazioni contrarie, la procedura può portare al rigetto.

Questa parte della storia è molto meno utile alla rappresentazione del «passaporto comprato dal miliardario».

E infatti tende a scomparire.


Il RIGI e i trent’anni: altra verità trasformata in slogan

Poi abbiamo le famose:

«regole garantite per decenni».

Anche questo elemento deriva da qualcosa di reale.

Il Régimen de Incentivo para Grandes Inversiones (RIGI) prevede per i progetti ammessi una stabilità normativa in materia tributaria, doganale e valutaria della durata di 30 anni.

È scritto nella legislazione argentina.

Non è un segreto.

Non è stato scoperto seguendo misteriosi flussi finanziari.

È una legge pubblica.

La logica economica è evidente: l’Argentina arriva da una lunghissima storia di instabilità monetaria, fiscale e normativa. Un investitore che deve impegnare enormi quantità di capitale in infrastrutture, energia, tecnologia, miniere o altri progetti di lungo periodo deve poter calcolare il rischio regolatorio.

Il governo Milei ha scelto di ridurlo offrendo stabilità.

Si può contestare questa scelta.

Anzi, esistono argomenti perfettamente legittimi contro il RIGI: incentivi troppo generosi, rischio di squilibri tra grandi gruppi e imprese locali, riduzione dello spazio fiscale futuro dello Stato.

Questa sarebbe una discussione politica seria.

Ma raccontare la stabilità normativa come la prova che Milei starebbe preparando l’Argentina affinché diventi il paradiso delle oligarchie in fuga dall’apocalisse significa trasformare una politica economica pubblica in un capitolo di una trama precostituita.


Perché mai un Paese dovrebbe desiderare investimenti?

Qui emerge una delle contraddizioni più interessanti di questa propaganda.

Per decenni ci hanno spiegato che l’America Latina sarebbe stata vittima della povertà, della disoccupazione, della mancanza di infrastrutture e dell’arretratezza economica.

Arriva un governo che dice:

voglio capitali, imprese, tecnologia e grandi investimenti.

Ed ecco che l’investitore diventa automaticamente il colonizzatore.

Se il capitale fugge:

il neoliberismo ha distrutto il Paese.

Se il capitale arriva:

le oligarchie stanno comprando il Paese.

Se nessuno investe:

Washington strangola l’America Latina.

Se investono gli americani:

Washington colonizza l’America Latina.

È una costruzione ideologica praticamente impossibile da falsificare perché qualsiasi risultato può essere reinterpretato come conferma della medesima tesi.


Investire non significa automaticamente colonizzare

Qui bisogna fare una distinzione elementare che dovrebbe appartenere a qualsiasi analisi economica.

Investimento straniero e colonizzazione non sono sinonimi.

Un investimento può essere conveniente oppure svantaggioso.

Può produrre occupazione oppure produrne poca.

Può trasferire tecnologia oppure limitarsi all’estrazione di risorse.

Può creare infrastrutture.

Può generare dipendenza.

Può essere negoziato bene oppure malissimo.

Ogni progetto deve essere valutato individualmente.

Trasformare invece qualsiasi ingresso di capitale occidentale in una forma di «colonizzazione» significa sostituire l’analisi economica con una categoria ideologica.

Curiosamente, lo stesso criterio raramente viene utilizzato con identica aggressività quando i capitali provengono da governi o imprese considerati geopoliticamente alternativi a Washington.


La tecnica della colpa per associazione

Guardiamo nuovamente la sequenza:

Varsavsky → Wamani → Thiel → Milei → Washington → Netanyahu.

Che cosa viene dimostrato?

Che Varsavsky è coinvolto in Wamani?

Sì.

Che Varsavsky sostiene Milei?

Sì.

Che Thiel è interessato all’Argentina?

Sì.

Che Thiel ha incontrato Milei?

Sì.

Che Milei ha un rapporto politico molto favorevole con Washington e Israele?

Sì.

Che Netanyahu, Thiel, Milei e Varsavsky abbiano costituito una rete coordinata per trasformare l’America Latina nel bunker delle oligarchie occidentali?

È precisamente questo il passaggio che deve essere provato.

Non basta che A conosca B, B abbia incontrato C e C sostenga politicamente D.

Altrimenti potremmo costruire una teoria mondiale su praticamente qualsiasi gruppo di imprenditori, politici, fondazioni e governi.


Il gigantesco salto logico: «hanno condannato il mondo alla distruzione»

Ma la frase più ideologica arriva alla fine.

Secondo questa narrativa, l’America Latina rischierebbe di diventare:

«il rifugio perfetto delle oligarchie che si preparano a sopravvivere al mondo che hanno condannato alla distruzione».

Fermiamoci.

Questa non è più un’informazione.

È un atto d’accusa.

Chi avrebbe «condannato il mondo alla distruzione»?

Varsavsky?

Thiel?

Milei?

Netanyahu?

Washington?

Tutti insieme?

Attraverso quale azione coordinata?

Quale documento dimostra che le stesse persone che stanno acquistando proprietà in Argentina siano responsabili del futuro collasso dal quale presumibilmente intenderebbero salvarsi?

Non viene dimostrato.

Viene suggerito.

Ed è proprio questa la differenza tra informazione e propaganda.


Il fatto vero è già abbastanza interessante

Ed è questo l’aspetto più assurdo.

Non c’era alcun bisogno di costruire una supercospirazione.

La storia reale è già interessante.

Un gruppo di ricchi imprenditori ha acquistato 32.000 ettari ai piedi delle Ande e sta sviluppando una proprietà concepita anche come rifugio in caso di una catastrofe internazionale.

Peter Thiel guarda con crescente interesse all’Argentina.

Javier Milei vuole attrarre grandi investimenti stranieri.

Il governo argentino ha introdotto una procedura di cittadinanza legata agli investimenti rilevanti.

Il RIGI garantisce condizioni regolatorie per lunghi periodi ai grandi progetti ammessi.

Questi sono fatti.

E possono essere analizzati, criticati e messi sotto la lente d’ingrandimento.

Ma evidentemente non bastano.

Bisogna aggiungere:

Thiel. Netanyahu. Washington. Oligarchie. Apocalisse. Colonizzazione.

Perché?

Perché il fatto deve essere costretto dentro una cornice ideologica.


Il giornalismo dovrebbe funzionare esattamente al contrario

Un giornalista serio davanti a una storia del genere dovrebbe chiedere:

Chi possiede Wamani?

Quali società controllano i terreni?

Da dove provengono i capitali?

Esistono partecipazioni di Thiel?

Esistono investimenti riconducibili a Palantir?

Esistono accordi con il governo americano?

Esistono collegamenti finanziari con il governo israeliano?

Netanyahu ha qualcosa a che fare direttamente con questo progetto?

Quali investitori hanno concretamente utilizzato il nuovo regime di cittadinanza?

Quali investimenti RIGI sono stati approvati e quali benefici hanno ricevuto?

Questa sarebbe un’inchiesta.

Se invece prima si scrive:

Thiel. Milei. Netanyahu. Washington. Coincidenze?

e soltanto dopo si cercano i collegamenti, il metodo è rovesciato.


Il problema non è criticare Milei. È mistificare i fatti

Milei può e deve essere criticato quando esistono motivi per farlo.

Il RIGI può essere discusso.

La cittadinanza per investimento può essere contestata.

I rapporti tra grandi patrimoni e politica meritano attenzione.

Peter Thiel è un personaggio potentissimo e le sue attività politiche, finanziarie e tecnologiche meritano certamente controllo giornalistico.

Ma proprio perché questi temi sono importanti, non hanno bisogno di essere trasformati in propaganda.

Un giornalista dovrebbe distinguere continuamente:

fatto documentato, ipotesi, interpretazione e opinione.

Quando queste quattro categorie vengono fuse, nasce la mistificazione.


«Abbiamo unito i puntini». No: avete scelto i puntini

Il problema fondamentale di questa storia può essere riassunto in una frase.

Non basta dire:

«abbiamo unito i puntini».

Prima bisogna dimostrare che quei puntini appartengano allo stesso disegno.

Perché altrimenti il procedimento è semplicissimo:

si selezionano solamente i fatti compatibili con la propria ideologia;

si ignorano quelli che ne complicano la lettura;

si mettono vicini personaggi che hanno qualche relazione indiretta;

si aggiungono Washington e Netanyahu;

si pone una domanda insinuante;

e infine si presenta la propria interpretazione come se fosse il risultato inevitabile dell’inchiesta.

È propaganda costruita con materiale reale.

Ed è proprio questo che la rende più efficace.

Una buona mistificazione, infatti, raramente è composta interamente da falsità.

Molto più spesso funziona attraverso verità selezionate, omissioni, associazioni e conclusioni sproporzionate rispetto alle prove disponibili.


Conclusione: pubblicate le prove, non le suggestioni

Wamani esiste.

I 32.000 ettari esistono.

Varsavsky esiste e parla apertamente delle proprie paure geopolitiche.

L’interesse di Peter Thiel per l’Argentina è documentato.

I suoi contatti con Milei sono documentati.

Il programma argentino per la cittadinanza attraverso investimenti rilevanti esiste.

Il RIGI e la sua stabilità trentennale esistono.

Quello che deve ancora essere dimostrato è il passaggio decisivo:

che tutto questo costituisca una rete coordinata attraverso Thiel, Milei, Netanyahu e Washington destinata a trasformare l’America Latina nel rifugio delle oligarchie responsabili della distruzione del pianeta.

Se esistono documenti che lo dimostrano, si pubblichino.

Società.

Contratti.

Quote azionarie.

Bonifici.

Accordi.

Documenti governativi.

Partecipazioni.

Corrispondenza.

Qualcosa che trasformi l’insinuazione in una notizia.

Fino a quel momento rimane una differenza enorme tra seguire i soldi e seguire la propria ideologia.

E tra unire i puntini e disegnare arbitrariamente le linee necessarie per ottenere l’immagine che si voleva mostrare fin dall’inizio.


FONTI E LINK

Financial Times – The Argentine ranch where tech CEOs plan to ride out the apocalypse
https://www.ft.com/content/0e9c3c2e-1d67-4b70-981b-73bcdf409a6c

Financial Times – Peter Thiel moves family to Javier Milei’s libertarian Argentina
https://www.ft.com/content/3d7ab893-1842-4c6c-a3d9-26871d79dde4

Governo argentino – Decreto 524/2025, cittadinanza per investimento
https://www.argentina.gob.ar/normativa/nacional/decreto-524-2025-415710

Testo integrale del Decreto 524/2025
https://www.argentina.gob.ar/normativa/nacional/norma-415710/texto

Governo argentino – Ley 27.742, Régimen de Incentivo para Grandes Inversiones (RIGI)
https://www.argentina.gob.ar/normativa/nacional/401266/texto

Governo argentino – Decreto 749/2024, regolamentazione del RIGI
https://www.argentina.gob.ar/normativa/nacional/decreto-749-2024-403230/texto

ARCA / Governo argentino – Benefici impositivi e stabilità fiscale del RIGI
https://www.argentina.gob.ar/node/446603

Governo argentino – Decreto 105/2026, proroga del RIGI
https://www.argentina.gob.ar/normativa/nacional/decreto-105-2026-423212/texto

Afghanistan, il patriarcato quello vero: mentre i Talebani trasformano la violenza sulle donne in legge, i riporter della controinformazione guardano altrove, e le sinistre accusano il maschio tossico in Italia e sostengono l’islamismo

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C’è il patriarcato raccontato nei talk show, nei convegni e negli editoriali occidentali. E poi c’è il patriarcato trasformato in norma giuridica, nel quale un marito riceve un potere disciplinare sulla moglie, una donna rischia il carcere per essersi rifugiata dai propri genitori e una grave aggressione domestica può essere punita con appena quindici giorni di detenzione.

Benvenuti nell’Afghanistan dei Talebani del 2026.

E davanti a ciò che sta accadendo sarebbe interessante ascoltare con la stessa intensità una parte di quella cosiddetta “controinformazione” che passa le giornate a denunciare ogni abuso reale o presunto dell’Occidente, degli Stati Uniti e di Israele, ma diventa molto più prudente quando le vittime sono donne oppresse da un regime islamista.

Il punto non è pretendere che tutti parlino ogni giorno dell’Afghanistan. Il punto è la coerenza.

Perché i fatti emersi sul nuovo sistema penale talebano sono abbastanza gravi da rendere difficile qualsiasi esercizio di relativismo culturale.

Il decreto esiste davvero: 119 articoli entrati in vigore nel gennaio 2026

Partiamo dai fatti verificabili.

Il 7 gennaio 2026 il leader supremo talebano Hibatullah Akhundzada ha approvato un nuovo regolamento penale/procedurale destinato ai tribunali. Il testo comprende 119 articoli, suddivisi in tre capitoli e dieci sezioni, ed è entrato immediatamente in vigore. Il Georgetown Institute for Women, Peace and Security riferisce inoltre che il provvedimento non fu inizialmente sottoposto a un normale dibattito pubblico e divenne ampiamente noto dopo la pubblicazione del testo in pashtu da parte dell’organizzazione Rawadari.

Non stiamo quindi parlando di una voce circolata sui social.

Non è uno screenshot senza fonte.

Non è la dichiarazione estremista di un imam di provincia.

È diritto applicabile dai tribunali dell’Afghanistan talebano.

Associated Press riferisce che il Decreto n. 12 è un documento di circa 60 pagine e 119 articoli e che l’Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha denunciato disposizioni incompatibili con gli obblighi internazionali dell’Afghanistan.

Quindici giorni per una moglie gravemente picchiata

Ed eccoci al punto che dovrebbe far saltare dalla sedia chiunque sostenga seriamente i diritti delle donne.

Secondo il testo riportato da diverse fonti, quando un marito picchia la moglie in maniera tale da provocarle una frattura, una ferita o lividi visibili, e la donna riesce a dimostrare l’aggressione davanti al giudice, la pena prevista per l’uomo è di quindici giorni di carcere.

Quindici giorni.

Non stiamo parlando di un litigio verbale.

Parliamo di violenza capace di produrre lesioni fisiche visibili.

E c’è un particolare fondamentale: l’onere di dimostrare quanto accaduto ricade sulla donna.

La norma non costruisce quindi un sistema robusto di protezione della vittima. Al contrario, inserisce la violenza domestica all’interno di una struttura giuridica nella quale il marito conserva un’enorme posizione di autorità.

Volker Türk ha denunciato esplicitamente che il decreto consente punizioni corporali anche nell’ambito domestico e finisce per legittimare violenza contro donne e bambini.

Questo è il patriarcato reale.

Non uno slogan.

Non una metafora.

Potere maschile incorporato nell’ordinamento.

Scappi a casa di tuo padre? Tre mesi

La situazione diventa ancora più paradossale.

Il decreto stabilisce che una donna sposata che si reca dai propri familiari senza il permesso del marito e rimane lì nonostante questi ne chieda il ritorno può essere condannata a tre mesi di carcere.

Persino i familiari che non la riconsegnano al marito possono essere puniti.

Fermiamoci sui numeri.

Marito che provoca alla moglie lesioni visibili: 15 giorni.

Donna che rimane dalla propria famiglia contro la volontà del marito: 3 mesi.

È difficile immaginare una rappresentazione più brutale della gerarchia incorporata nel sistema.

La donna che cerca rifugio rischia dunque una pena enormemente superiore a quella prevista per determinate forme di violenza commesse dal marito.

Susan Ferguson, rappresentante speciale di UN Women in Afghanistan, ha affermato che il decreto elimina formalmente l’uguaglianza tra uomini e donne davanti alla legge e colloca i mariti in una posizione di autorità sulle mogli.

E il famoso cammello?

Qui bisogna essere precisi, perché la realtà è già sufficientemente assurda senza bisogno di esagerarla.

La formula diventata virale — “cinque mesi se maltratti un cammello” — semplifica la disposizione.

Le fonti che hanno esaminato il decreto riferiscono che la pena di cinque mesi riguarda in particolare chi organizza o provoca combattimenti tra animali o uccelli, pratica proibita dai Talebani.

Il confronto resta comunque impressionante:

15 giorni per il marito che provoca alla moglie lesioni fisiche previste dalla norma; fino a cinque mesi per determinate condotte riguardanti combattimenti tra animali.

Associated Press ha infatti sintetizzato la questione osservando che il nuovo sistema prevede pene più severe per determinati maltrattamenti degli animali che per la violenza domestica sulle donne.

Non serve inventare nulla.

È il testo stesso a essere scandaloso.

“Marito”, “padrone”, “libero”, “schiavo”

C’è poi un aspetto ancora più inquietante.

L’analisi pubblicata dal Georgetown Institute sostiene che il regolamento utilizzi categorie giuridiche riferite a “schiavo” e “libero” e riconosca capacità disciplinari non soltanto all’autorità pubblica, ma in determinati contesti anche al marito e al padrone. L’istituto arriva per questo a descrivere il regolamento come una codificazione che normalizza riferimenti alla schiavitù e alla repressione delle donne.

Questo punto merita particolare attenzione.

Non significa automaticamente che l’Afghanistan abbia creato nel 2026 un moderno “mercato degli schiavi” legalizzato: sarebbe un’affermazione ulteriore che richiederebbe prove specifiche.

Significa però qualcosa di sufficientemente grave: categorie che distinguono persone libere e schiavi continuano ad apparire nel linguaggio normativo adottato dal regime talebano.

Nel XXI secolo.

Non solo sesso: anche la classe sociale determina la punizione

Il decreto contiene inoltre un elemento che dovrebbe provocare qualche imbarazzo anche in quella parte della controinformazione che pretende di leggere qualunque conflitto mondiale attraverso la lente della lotta di classe.

Secondo AP, il sistema distingue infatti le persone anche in base alla posizione sociale.

Studiosi religiosi e persone di alto rango possono ricevere un semplice ammonimento; leader tribali e commercianti un richiamo e una convocazione; persone comuni possono essere incarcerate; i soggetti appartenenti agli strati sociali inferiori possono essere sottoposti anche a punizioni corporali.

Una specie di giustizia a caste.

E allora la domanda diventa inevitabile.

Dove sono quelli che parlano continuamente di oppressori e oppressi?

Dove sono quelli che denunciano ogni privilegio sociale occidentale?

Dove sono i professionisti della “lotta contro il sistema” quando un regime stabilisce letteralmente che la posizione sociale può incidere sulla punizione?

Il problema non è criticare l’Occidente. È applicare due pesi e due misure

Criticare gli Stati Uniti è legittimo.

Criticare Israele è legittimo.

Criticare l’Europa è legittimo.

Criticare il colonialismo, le guerre occidentali, le operazioni clandestine, gli errori della NATO o qualsiasi governo occidentale è perfettamente legittimo.

Il problema nasce quando la bussola morale cambia a seconda di chi commette l’abuso.

Se un governo occidentale limita una libertà, partono editoriali, video, dirette e accuse di dittatura.

Quando un regime islamista impedisce alle ragazze di proseguire normalmente gli studi, limita drasticamente il lavoro femminile, impone restrizioni alla presenza pubblica delle donne e costruisce un ordinamento che attribuisce al marito poteri enormi sulla moglie, improvvisamente arrivano distinguo, contestualizzazioni e silenzi.

Non è controinformazione.

È informazione ideologicamente selettiva.

Afghanistan: cinque anni di cancellazione progressiva delle donne

Il nuovo codice non nasce nel vuoto.

Dal ritorno dei Talebani al potere nell’agosto 2021, le restrizioni sulle donne si sono accumulate.

L’accesso delle ragazze all’istruzione oltre la scuola primaria è stato sostanzialmente cancellato; l’accesso femminile a numerosi lavori è stato limitato; sono state introdotte severe prescrizioni sull’abbigliamento e sul comportamento pubblico.

Nel 2026 milioni di ragazze afghane continuano a essere escluse dall’istruzione secondaria. Le restrizioni economiche e sociali aggravano inoltre una crisi umanitaria che colpisce soprattutto donne e bambini.

E contemporaneamente emergono casi sempre più drammatici di violenza domestica e femminicidio in un sistema nel quale le possibilità delle vittime di ottenere giustizia sono estremamente limitate. Un’inchiesta citata dal Guardian ha esaminato 231 casi di femminicidio in dieci province, documentando arresti soltanto in una parte dei casi.

Questa è la realtà che merita attenzione.

Il cortocircuito di certa “controinformazione”

Ed eccoci alla questione politica e mediatica.

Esiste un ambiente della cosiddetta controinformazione occidentale che sembra avere trasformato l’anti-occidentalismo in una specie di sistema operativo.

La logica diventa semplicissima:

se combatte Washington, merita comprensione;

se combatte Israele, diventa automaticamente “resistenza”;

se attacca l’Occidente, bisogna innanzitutto “contestualizzare”.

È una lettura infantile del mondo.

Un regime può essere nemico degli Stati Uniti ed essere contemporaneamente autoritario.

Può opporsi a Israele ed essere misogino.

Può denunciare il colonialismo occidentale e praticare repressione religiosa.

Può dichiararsi “anti-imperialista” senza diventare automaticamente progressista, democratico o rispettoso dei diritti umani.

Il nemico del tuo nemico non diventa per magia un liberatore.

Ed è proprio questo il punto che una parte dei riporter sembra non voler comprendere.

Non confondiamo però i Talebani con tutti i musulmani

Anche qui occorre evitare la propaganda speculare.

Quello dei Talebani è un regime islamista fondamentalista, non la rappresentazione automatica di quasi due miliardi di musulmani.

Musulmani, attivisti, giornalisti, dissidenti e organizzazioni della società civile hanno denunciato ripetutamente l’oppressione talebana.

Criticare durissimamente l’islamismo politico e il sistema talebano non richiede quindi di trasformare ogni musulmano nel corresponsabile delle decisioni di Kabul.

Al contrario, moltissime delle persone perseguitate dai Talebani sono esse stesse musulmane.

La distinzione è fondamentale proprio se vogliamo denunciare i fatti senza trasformare una critica documentata in propaganda indiscriminata.

Il patriarcato, quello vero

Per anni in Occidente abbiamo sentito utilizzare la parola “patriarcato” per descrivere fenomeni enormemente differenti tra loro.

In Afghanistan non abbiamo bisogno di interpretazioni sociologiche particolarmente sofisticate.

Abbiamo un sistema nel quale una donna può essere punita perché rimane presso la propria famiglia contro la volontà del marito.

Abbiamo una norma che attribuisce una pena di appena quindici giorni a un marito per determinate aggressioni capaci di produrre lesioni visibili.

Abbiamo un ordinamento che riconosce esplicitamente una posizione gerarchica al marito.

Abbiamo riferimenti giuridici a categorie di libero e schiavo.

Abbiamo differenze di trattamento fondate persino sulla classe sociale.

E abbiamo milioni di donne e ragazze private di diritti fondamentali.

Questo è il patriarcato istituzionalizzato.

Non quello immaginato.

Non quello metaforico.

Quello scritto nero su bianco.

E allora, cari riporter, scegliete

Non si può costruire ogni giorno una narrazione fondata sugli “oppressi” e poi diventare distratti quando gli oppressi sono le donne afghane.

Non si può gridare contro il fondamentalismo cristiano e minimizzare quello islamista.

Non si può denunciare la discriminazione in Occidente e ignorare una legge che stabilisce apertamente gerarchie tra uomo e donna e perfino tra classi sociali.

Non si può sostenere di difendere la libertà mentre si concede una patente morale a qualsiasi movimento purché sufficientemente antiamericano o antioccidentale.

Perché i diritti umani valgono proprio quando è politicamente scomodo difenderli.

Una donna picchiata non diventa meno vittima perché il suo carnefice appartiene al campo geopolitico che qualcuno considera “anti-imperialista”.

Una ragazza privata della scuola non diventa più libera perché chi le impedisce di studiare odia Washington.

Una donna costretta a chiedere il permesso del marito non viene emancipata da cento discorsi sulla “resistenza all’Occidente”.

Se siete contro l’oppressione, denunciate anche questa.

Se siete contro il patriarcato, guardate Kabul.

Se siete contro la discriminazione, leggete quei 119 articoli.

Altrimenti smettete almeno di presentarvi come controinformazione.

Perché quando si raccontano soltanto i crimini utili alla propria ideologia e si dimenticano quelli che la disturbano, non si sta combattendo la propaganda: se ne sta semplicemente producendo un’altra.


Fonti

Associated Press – Afghanistan’s new penal code sets 15 days in prison for wife-beating, 5 months for animal fights
Leggi l’articolo AP

Georgetown Institute for Women, Peace and Security – The Taliban’s New Criminal Regulation Legalizes Slavery, Violence, and Repression of Women
Leggi l’analisi del Georgetown Institute

El País – The Taliban’s new penal code: Two weeks in jail for breaking a woman’s arm and five months for mistreating a camel
Leggi l’approfondimento di El País

Los Angeles Times / Associated Press – Afghanistan penal code sets sentences for wife-beating, animal fights
Leggi l’articolo

The Guardian – approfondimento sulla violenza contro le donne nell’Afghanistan talebano
Leggi l’inchiesta

L’ASSE DELLA RESISTENZA O L’ASSE DEI PEDOFILI? I RIPORTER GRIDANO ALLA “COALIZIONE EPSTEIN, TRUMP PEDOFILO”, MA TACCIONO SULLE SPOSE BAMBINE

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C’è un doppio standard che merita di essere messo sotto una luce impietosa.

Da una parte abbiamo commentatori, attivisti e una certa galassia della cosiddetta controinformazione che utilizza Jeffrey Epstein come una clava politica universale. Un nome compare in un archivio? Diventa automaticamente “complice”. Una fotografia documenta una frequentazione? Diventa una “prova”. Un personaggio pubblico ha conosciuto Epstein? Per alcuni è sufficiente per pronunciare immediatamente la parola più infamante: “pedofilo”.

Donald Trump è diventato uno dei bersagli principali di questa operazione retorica.

La questione Epstein deve essere investigata fino in fondo, senza proteggere nessuno. Se emergono prove di reati contro Trump, Clinton o qualsiasi altro personaggio potente, devono essere perseguite esattamente come quelle contro chiunque altro.

Ma c’è una differenza enorme tra essere nominati, avere frequentato qualcuno, essere accusati ed essere provati colpevoli di un reato.

È una distinzione elementare dello Stato di diritto.

E curiosamente una parte dei professionisti dell’indignazione sembra dimenticarla quando parla dei propri avversari, salvo poi riscoprire improvvisamente infinite sfumature culturali quando si arriva all’Iran e a quella galassia politica celebrata con il nome quasi romantico di “Asse della Resistenza”.

Ed è qui che la questione diventa molto più imbarazzante.

Perché non abbiamo bisogno di inventare complotti, liste segrete o fotografie interpretate arbitrariamente.

Abbiamo leggi, statistiche ufficiali, rapporti delle Nazioni Unite, UNICEF, UNFPA e Human Rights Watch.

E quello che raccontano meriterebbe almeno la stessa indignazione.

IRAN: RAGAZZE SPOSABILI A 13 ANNI. E ANCHE PRIMA CON L’AUTORIZZAZIONE DI UN GIUDICE

Partiamo dall’Iran, centro politico e ideologico dell’Asse della Resistenza.

Human Rights Watch è chiarissima: il Codice civile iraniano consente alle ragazze di sposarsi a 13 anni e ai ragazzi a 15.

Ma c’è un particolare ancora più importante:

un giudice può autorizzare il matrimonio anche sotto queste età.

Quindi bisogna essere precisi.

Non è corretto scrivere semplicemente che “in Iran l’età legale del matrimonio è sei anni”.

La situazione documentata è diversa e, per certi aspetti, istituzionalmente ancora più inquietante: esiste una soglia ordinaria di 13 anni per le ragazze, ma quella soglia non costituisce un limite assolutamente invalicabile perché il giudice può autorizzare matrimoni a età inferiori.

Non è propaganda occidentale.

Non è il Mossad.

Non è una dichiarazione di Trump.

È il quadro normativo denunciato da Human Rights Watch.

I NUMERI CHE FANNO CROLLARE LA RETORICA

E veniamo ai numeri.

Human Rights Watch, citando statistiche ufficiali iraniane, ha riportato che tra marzo 2017 e marzo 2018 furono registrati:

217 matrimoni di bambine sotto i 10 anni.

Non tredicenni.

Non sedicenni.

Sotto i dieci anni.

Nello stesso periodo furono registrati circa 35.000 matrimoni di ragazze tra 10 e 14 anni e 170.926 matrimoni di ragazze tra 15 e 19 anni.

Fermiamoci sui primi due numeri.

217 bambine sotto i dieci anni.

35.000 ragazze fra dieci e quattordici.

Questi dati non autorizzano a chiamare “pedofilo” un intero popolo, un’intera religione o chiunque sostenga politicamente l’Iran. Sarebbe una generalizzazione intellettualmente disonesta.

Ma autorizzano una domanda molto più seria:

dove sono i riporter occidentali che vedono una “coalizione Epstein” dietro ogni fotografia quando si trovano davanti a decine di migliaia di matrimoni precoci realmente registrati?

IL PARLAMENTO PROVÒ AD ALZARE L’ETÀ. LA PROPOSTA FU RESPINTA

C’è un dettaglio ancora più significativo.

Nel settembre 2018 alcuni parlamentari iraniani presentarono una proposta per innalzare l’età minima del matrimonio a 16 anni e sottoporre a ulteriori condizioni giudiziarie i matrimoni tra 13 e 16 anni.

La commissione giudiziaria del Parlamento respinse la proposta.

Quindi non stiamo discutendo soltanto di qualche villaggio remoto o di una pratica clandestina combattuta unanimemente dallo Stato.

Stiamo parlando di un problema che investe direttamente l’ordinamento giuridico.

Ed è precisamente questa distinzione che rende il caso iraniano politicamente importante.

UNA BAMBINA NON DIVENTA ADULTA PERCHÉ QUALCUNO FIRMA UN CONTRATTO

Qui bisogna eliminare uno degli equivoci più comodi.

La parola “matrimonio” non può trasformarsi in un dispositivo linguistico capace di cancellare l’età della persona coinvolta.

Se un adulto occidentale avesse un rapporto sessuale con una bambina di nove anni, nessuno considererebbe una difesa credibile la frase:

“Ma era mia moglie”.

E giustamente.

Perché allora dovremmo abbassare lo standard morale quando cambiano religione, Paese o alleanza geopolitica?

Una bambina di nove anni rimane una bambina.

Una tredicenne rimane una minorenne.

Una firma non modifica la maturità psicologica.

Una cerimonia non produce magicamente capacità adulta di consenso.

Ed è precisamente per questo che il matrimonio infantile viene considerato dalle organizzazioni internazionali un grave problema di diritti umani.

IL PROBLEMA DELLO STUPRO CONIUGALE

La questione diventa ancora più grave quando il matrimonio infantile viene sovrapposto alla legislazione sulla violenza sessuale.

Human Rights Watch ha denunciato che la definizione iraniana di stupro è limitata e problematica perché inquadra il reato attraverso il rapporto sessuale forzato fuori dal matrimonio e esclude esplicitamente lo stupro coniugale.

E adesso uniamo i due elementi.

Da una parte una ragazza può sposarsi a tredici anni, e persino prima con autorizzazione giudiziaria.

Dall’altra lo stupro coniugale non riceve la protezione penale che dovrebbe.

Il risultato è un cortocircuito gigantesco:

una minorenne può diventare legalmente moglie mentre proprio il matrimonio può ridurre le protezioni disponibili contro una relazione sessuale imposta dal marito.

Questa dovrebbe essere una battaglia centrale per chiunque sostenga realmente i diritti delle donne.

Invece troppo spesso diventa una nota a piè di pagina.

QUANDO IL “MATRIMONIO” RISCHIA DI DIVENTARE LO SCUDO DELLA VIOLENZA

È questo il punto che la propaganda evita.

Non basta chiedersi se formalmente esista un contratto matrimoniale.

Bisogna chiedersi quanti anni abbia la persona che lo sottoscrive, quanto sia libera di rifiutarlo e quali protezioni possieda dopo il matrimonio.

Una bambina economicamente dipendente dalla famiglia, sottoposta all’autorità degli adulti e data in moglie a un uomo più grande non acquisisce improvvisamente la stessa libertà contrattuale di una trentenne indipendente.

Chiamarla “moglie” non risolve il problema.

Può invece servire a nasconderlo.

IL MATRIMONIO TEMPORANEO E IL SIGHEH

A questo quadro si aggiunge l’istituto iraniano del matrimonio temporaneo, generalmente conosciuto come sigheh o mut’a.

Qui bisogna evitare un’altra semplificazione.

Il matrimonio temporaneo non equivale automaticamente alla prostituzione, né ogni matrimonio temporaneo costituisce necessariamente sfruttamento sessuale.

Ma il problema cambia completamente quando questa istituzione viene collocata dentro un sistema nel quale sono possibili anche matrimoni di minorenni.

La domanda diventa allora inevitabile:

quali garanzie concrete impediscono che uno strumento matrimoniale temporaneo venga utilizzato in situazioni di vulnerabilità economica o familiare?

È questo il terreno sul quale dovrebbe concentrarsi un giornalismo realmente interessato alla tutela delle donne.

Non basta cambiare il nome di una relazione per eliminare la possibilità dello sfruttamento.

GAZA: 400 RAGAZZE DI 14-16 ANNI AUTORIZZATE A SPOSARSI IN SOLI QUATTRO MESI

Passiamo a Gaza.

E anche qui lasciamo perdere fotografie controverse, meme, social network e materiale facilmente manipolabile.

Utilizziamo direttamente UNFPA.

Nell’aprile 2026 il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione ha pubblicato dati estremamente preoccupanti sulla crescita dei matrimoni infantili nella Striscia.

Prima della guerra il fenomeno in Palestina stava diminuendo: secondo UNFPA, la percentuale era passata dal 26% nel 2009 all’11% nel 2022.

Poi la situazione è precipitata.

UNFPA riferisce che, sulla base dei registri cartacei d’emergenza esaminati dalle organizzazioni partner, almeno 400 ragazze tra i 14 e i 16 anni hanno ricevuto il permesso di sposarsi in appena quattro mesi del 2025.

Quattrocento ragazze.

Quattro mesi.

E parliamo soltanto dei casi intercettati attraverso registri d’emergenza disponibili in un territorio nel quale gran parte delle strutture amministrative è stata devastata.

LA GUERRA HA AGGRAVATO IL PROBLEMA: NEGARLO SAREBBE PROPAGANDA

Qui però bisogna avere l’onestà intellettuale che chiediamo agli altri.

La crescita dei matrimoni infantili a Gaza non può essere spiegata semplicemente con Hamas o con l’Islam.

UNFPA collega l’aumento recente a oltre due anni di guerra, sfollamento e privazioni e ricorda che prima del conflitto il matrimonio infantile era diminuito sensibilmente.

Fame, distruzione delle abitazioni, perdita del reddito, sfollamento, insicurezza e disgregazione familiare possono spingere famiglie disperate verso decisioni che in condizioni normali non prenderebbero.

Questo va detto.

Ma spiegare non significa giustificare.

Una guerra può spiegare perché aumentino i matrimoni precoci. Non rende accettabile il matrimonio di una bambina.

Esattamente come la povertà può spiegare la prostituzione minorile senza renderla moralmente accettabile.

IL VERO DOPPIO STANDARD

Ed eccoci alla questione politica.

Immaginiamo che domani emergesse un registro americano contenente 217 matrimoni di bambine sotto i dieci anni.

Quanto tempo passerebbe prima delle aperture dei giornali?

Immaginiamo che negli Stati Uniti la legge permettesse ordinariamente alle ragazze di sposarsi a tredici anni e consentisse deroghe giudiziarie sotto quella soglia.

Quanti editoriali leggeremmo?

Immaginiamo che una legge americana escludesse esplicitamente lo stupro coniugale dalla definizione applicabile di stupro.

Quanto durerebbe l’indignazione?

Settimane?

Mesi?

Anni?

E invece quando queste questioni riguardano l’Iran, improvvisamente una parte della cosiddetta controinformazione occidentale sembra perdere la voce.

TRUMP, EPSTEIN E LA DIFFERENZA TRA SOSPETTO E PROVA

Questo non significa concedere alcuna immunità politica a Donald Trump.

Il caso Epstein deve essere investigato senza guardare tessere di partito.

I documenti devono essere esaminati.

Le vittime devono essere ascoltate.

Le accuse credibili devono essere investigate.

Chiunque abbia commesso reati deve risponderne.

Ma un collegamento con Epstein non costituisce automaticamente la prova di partecipazione ai crimini di Epstein.

Questo principio vale persino per persone molto più strettamente collegate al finanziere.

Un esempio recente è quello di Daniel Siad: Reuters ha riferito nel luglio 2026 che il suo nome compariva quasi 2.000 volte nei documenti relativi a Epstein; gli investigatori francesi lo avevano sorvegliato nell’ambito di un’indagine, ma non avevano trovato elementi sufficienti per arrestarlo.

È un esempio perfetto del principio.

Comparire nei file non equivale automaticamente a essere colpevoli.

Duemila citazioni non sostituiscono una prova penale.

E dovrebbe essere esattamente questo lo standard applicato a Trump come a chiunque altro.

“COALIZIONE EPSTEIN”: QUANDO LA PEDOFILIA DIVENTA UNO SLOGAN POLITICO

La formula “coalizione Epstein” rivela quindi un problema ancora più profondo.

Se Epstein diventa semplicemente un’etichetta con cui marchiare gli avversari politici, le vittime reali finiscono paradossalmente in secondo piano.

La pedofilia diventa un meme.

L’abuso diventa un hashtag.

La vittima diventa uno strumento per vincere una discussione geopolitica.

E questo è particolarmente grottesco quando chi utilizza continuamente quell’accusa dedica pochissimo spazio alle bambine realmente coinvolte in matrimoni precoci documentati.

In Iran non stiamo parlando di supposizioni.

Stiamo parlando di una legislazione che consente il matrimonio a tredici anni e sotto quella soglia con autorizzazione giudiziaria.

Stiamo parlando di 217 matrimoni registrati di bambine sotto i dieci anni in un solo periodo annuale, oltre a 35.000 matrimoni nella fascia 10-14 anni.

Stiamo parlando di una legislazione penale che Human Rights Watch ha criticato perché esclude lo stupro coniugale.

A Gaza abbiamo UNFPA che documenta almeno 400 autorizzazioni matrimoniali per ragazze di 14-16 anni in appena quattro mesi del 2025.

Questi sono numeri.

Non slogan.

L’“ASSE DEI PEDOFILI”? IL TITOLO È UNA PROVOCAZIONE. I DATI, PURTROPPO, NO

Naturalmente il titolo di questo articolo è provocatorio.

Non esiste un “asse dei pedofili” nel senso letterale del termine e sarebbe assurdo attribuire collettivamente la pedofilia a iraniani, palestinesi, musulmani, sciiti o sostenitori dell’Asse della Resistenza.

Ma proprio qui sta la provocazione.

Se è intellettualmente scorretto trasformare un’associazione con Epstein in una condanna automatica per pedofilia, perché gli stessi commentatori che usano questo metodo contro Trump diventano improvvisamente garantisti davanti a sistemi nei quali il matrimonio infantile è documentato dalla legge e dalle statistiche?

Non chiediamo di sostituire una propaganda con un’altra.

Chiediamo lo stesso metro di giudizio.

217 BAMBINE SOTTO I DIECI ANNI DOVREBBERO VALERE PIÙ DI MILLE SLOGAN

Questa cifra merita di essere ripetuta:

217 matrimoni di bambine sotto i dieci anni registrati ufficialmente in Iran tra marzo 2017 e marzo 2018.

Non significa 217 casi di pedofilia giudiziariamente accertati, perché matrimonio infantile e diagnosi o fattispecie penale di pedofilia non sono sinonimi.

Ma significa 217 bambine sotto i dieci anni registrate come sposate.

Ed è già abbastanza terribile senza inventare nulla.

Perché la domanda dovrebbe essere:

come può una bambina di quell’età comprendere pienamente un matrimonio?

Come può esercitare una scelta realmente autonoma?

Come può opporsi alla propria famiglia?

Quale rapporto di potere esiste con un eventuale marito adulto?

E quali strumenti possiede per sottrarsi a una relazione abusiva?

Sono domande di diritti umani.

Non di destra o di sinistra.

LA DIFESA DEI BAMBINI NON PUÒ AVERE UNA GEOPOLITICA

Questo dovrebbe essere il punto sul quale non esistono fazioni.

Una bambina americana abusata da un miliardario merita giustizia.

Una bambina iraniana data in matrimonio merita protezione.

Una ragazzina palestinese costretta dalle circostanze familiari a sposarsi merita protezione.

Una bambina israeliana vittima di violenza merita protezione.

Una bambina cristiana, musulmana, ebrea, atea, occidentale o mediorientale possiede esattamente gli stessi diritti.

Nel momento in cui iniziamo a scegliere quali vittime meritano indignazione sulla base dell’ideologia dell’aggressore, abbiamo smesso di difendere i bambini.

Stiamo difendendo una fazione.

AI RIPORTER DELLA PROPAGANDA: AVETE IL CORAGGIO DI APPLICARE LO STESSO METRO?

Ed eccoci allora alla domanda conclusiva per i professionisti della “coalizione Epstein”.

Volete indagare Trump?

Indagatelo.

Volete pubblicare i file Epstein?

Pubblicate tutto ciò che può essere legalmente pubblicato tutelando le vittime.

Volete perseguire chiunque abbia abusato di minorenni?

Fatelo senza guardare il nome, il partito, il conto corrente o la bandiera.

Ma poi abbiate almeno la coerenza di guardare anche dall’altra parte.

Parlate delle ragazze iraniane sposabili a tredici anni.

Parlate delle deroghe che permettono matrimoni ancora più precoci.

Parlate delle 217 bambine sotto i dieci anni registrate come sposate.

Parlate delle 35.000 ragazze fra dieci e quattordici anni registrate nello stesso periodo.

Parlate dell’esclusione dello stupro coniugale denunciata da Human Rights Watch.

Parlate delle 400 ragazze di Gaza tra 14 e 16 anni autorizzate a sposarsi in appena quattro mesi del 2025.

Poi possiamo discutere di imperialismo, sionismo, capitalismo, marxismo, BRICS, Washington, Teheran e “resistenza”.

Ma prima rispondete a una domanda semplicissima:

una bambina è una bambina soltanto quando il presunto colpevole appartiene alla fazione politica che odiate?

Perché se la risposta è sì, non state combattendo la pedofilia.

Non state difendendo le donne.

Non state difendendo i bambini.

State usando il loro dolore come propaganda.

E forse è proprio questo il volto più disgustoso dell’indignazione selettiva: trasformare Epstein in una clava quando serve contro Trump e contemporaneamente abbassare gli occhi davanti a matrimoni infantili che non hanno bisogno di complotti, fotografie o interpretazioni.

Sono scritti nei rapporti.

Sono scritti nelle statistiche.

Sono scritti nelle leggi.

Le bambine non hanno bisogno della vostra ideologia. Hanno bisogno che qualcuno abbia il coraggio di applicare gli stessi diritti a tutte.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Human Rights Watch – World Report: Iran
https://www.hrw.org/world-report/2025/country-chapters/iran

Human Rights Watch – Iran: Child Protection Law Positive, but Insufficient
Contiene i dati ufficiali sui 217 matrimoni sotto i 10 anni, circa 35.000 tra 10 e 14 anni e 170.926 tra 15 e 19 anni.
https://www.hrw.org/news/2020/06/23/iran-child-protection-law-positive-insufficient

Human Rights Watch – Iran: Adopt Draft Law to Protect Women
Approfondimento su matrimonio infantile, matrimonio forzato e stupro coniugale.
https://www.hrw.org/news/2020/12/04/iran-adopt-draft-law-protect-women

Human Rights Watch – World Report 2021: Iran
Approfondimento sulla definizione iraniana di stupro e sull’esclusione dello stupro coniugale.
https://www.hrw.org/world-report/2021/country-chapters/iran

UNFPA Palestine – Surge in Child Marriage and Adolescent Pregnancy Threatens a Generation of Girls in Gaza
Dati 2026: almeno 400 ragazze di 14-16 anni autorizzate al matrimonio in quattro mesi del 2025.
https://palestine.unfpa.org/en/news/surge-child-marriage-and-adolescent-pregnancy-threatens-generation-girls-gaza

UNICEF – Child Marriage
https://data.unicef.org/topic/child-protection/child-marriage/

Reuters – documenti Epstein e distinzione tra presenza nei file e prova di reato
https://www.reuters.com/world/no-sign-violence-death-epstein-linked-french-modelling-scout-prosecutors-day-2026-07-24/

I soliti “riporter” della propaganda marxista e la grande menzogna dell’Asse della Resistenza: Teheran combatte per procura, esporta la rivoluzione e vende l’espansione regionale come antisionismo

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Per decenni ci hanno raccontato una favola.

Da una parte ci sarebbe l’Occidente: imperialista, coloniale, predatore, militarista, sfruttatore.

Dall’altra starebbero i “popoli resistenti”: rivoluzionari, antimperialisti, liberatori, vittime permanenti di Washington e di Israele.

È una rappresentazione tanto semplice quanto politicamente utile.

Peccato che basti aprire i documenti di Europol, Nazioni Unite, DEA, Dipartimento di Stato americano, Human Rights Watch e Amnesty International per scoprire un mondo molto più sporco di quello raccontato dai soliti professionisti della propaganda.

Un mondo nel quale la Repubblica islamica iraniana ha costruito nel corso dei decenni una rete internazionale di organizzazioni armate, milizie, apparati politici e proxy capace di estendere l’influenza di Teheran dal Libano allo Yemen, dall’Iraq alla Siria e ai territori palestinesi. Nel rapporto sul terrorismo nell’Unione europea pubblicato nel 2026, Europol dedica addirittura un paragrafo specifico all’“Axis of Resistance”, scrivendo che l’Iran ha progressivamente sviluppato una rete di proxy comprendente Hezbollah, Hamas, Ansar Allah/Houthi e numerose milizie irachene.

Questa non è un’invenzione dei “sionisti”.

Non è uno slogan di Netanyahu.

Lo scrive Europol.

E a questo punto la domanda diventa inevitabile:

che razza di “resistenza” è quella nella quale uno Stato finanzia, arma, addestra e sostiene organizzazioni straniere per combattere guerre che gli consentono di moltiplicare la propria influenza senza esporsi sempre direttamente alle conseguenze?

La risposta è politicamente scomoda.

Perché dietro l’immagine romantica della “Resistenza” appare qualcosa di assai più concreto:

una strategia di potenza.


Prima bugia: chiamarlo “Asse marxista” sarebbe storicamente falso

Partiamo dalla precisione che i propagandisti spesso evitano.

La Repubblica islamica iraniana non è marxista.

Hezbollah non è marxista.

Hamas non è marxista.

Gli Houthi non sono marxisti.

L’Iran rivoluzionario del 1979 è uno Stato islamista sciita fondato sul principio della velayat-e faqih, il governo del giurisperito islamico. Dopo la rivoluzione, la componente khomeinista eliminò progressivamente anche molti alleati di sinistra che avevano contribuito alla caduta dello Shah.

La convergenza con una parte della sinistra radicale occidentale avviene quindi su un altro terreno.

L’antioccidentalismo.

Antiamericanismo.

Antisionismo.

Retorica antimperialista.

Visione dicotomica “oppressori contro oppressi”.

Ed è proprio questa convergenza che spiega perché movimenti religiosi ultraconservatori possano diventare improvvisamente “compagni di strada” per settori politici che, almeno teoricamente, dovrebbero considerare incompatibili molte delle loro idee sociali e religiose.

Il nemico comune diventa più importante delle contraddizioni.


Le radici: dalla Guerra fredda alla religione rivoluzionaria

Nemmeno il marxismo nasce durante la Guerra fredda.

Marx ed Engels pubblicano il Manifesto del Partito Comunista nel 1848.

La rivoluzione bolscevica avviene nel 1917.

L’URSS nasce nel 1922.

Ma è durante la Guerra fredda che la rivoluzione diventa pienamente anche strumento geopolitico globale.

Il confronto tra Washington e Mosca produce guerre per procura, finanziamenti clandestini, movimenti rivoluzionari, guerriglie, governi satelliti e apparati militari disseminati in mezzo pianeta.

America Latina.

Africa.

Asia.

Medio Oriente.

La violenza diventa accettabile quando viene presentata come “liberazione”.

Il terrorismo può essere ribattezzato “resistenza”.

L’estorsione diventa “tassa rivoluzionaria”.

Il sequestro diventa “finanziamento della lotta”.

La repressione diventa “difesa della rivoluzione”.

Il bambino arruolato diventa “giovane combattente”.

Ed è esattamente questo meccanismo mentale che sopravvive alla caduta dell’URSS.

Cambiano le bandiere.

Non cambia il metodo di giustificazione.


1979: Teheran prende il testimone della rivoluzione esportabile

Con la rivoluzione iraniana del 1979 nasce un progetto completamente diverso dal comunismo sovietico ma dotato dello stesso elemento fondamentale:

la rivoluzione non deve necessariamente restare confinata entro i confini nazionali.

La Costituzione iraniana contiene esplicitamente riferimenti al sostegno agli “oppressi” e alla costruzione di relazioni con movimenti islamici e popolari oltre i confini iraniani.

La stessa narrativa ufficiale iraniana continua a presentare il sostegno internazionale agli “oppressi” come uno dei principi della Repubblica islamica.

Questo non significa automaticamente che ogni relazione iraniana con un movimento straniero costituisca terrorismo.

Significa però qualcosa di molto importante:

l’internazionalizzazione della rivoluzione è parte dell’identità politica dello Stato iraniano fin dalle sue origini.

Ed è da questo humus che nascerà il modello perfezionato successivamente dalla Forza Quds dell’IRGC:

non occupare necessariamente ogni territorio con divisioni iraniane.

Costruire alleati locali.

Finanziarli.

Addestrarli.

Armarli.

Legarli politicamente a Teheran.

Fare in modo che abbiano contemporaneamente una legittimità locale e una funzione strategica regionale.

È infinitamente meno costoso che occupare direttamente un Paese.

Ed è politicamente molto più utile.


Hezbollah: il prototipo

Il laboratorio fondamentale è il Libano.

Hezbollah nasce negli anni Ottanta nel contesto dell’invasione israeliana del Libano e della guerra civile, con un decisivo sostegno iraniano.

Secondo l’Iran Primer dello United States Institute of Peace, Hezbollah è diventato dal 1982 l’esempio più importante della strategia iraniana di costruire una rete di forze alleate nel Medio Oriente per ampliare l’influenza di Teheran e creare deterrenza nei confronti dei suoi avversari.

È un modello perfetto.

Hezbollah è libanese.

Ha una base sociale libanese.

Ha rappresentanza politica.

Dispone di strutture sociali.

Ma contemporaneamente costituisce uno dei più potenti strumenti regionali dell’influenza iraniana.

Ed è da questo modello che si sviluppa progressivamente la grande architettura dell’Asse della Resistenza.


Iraq: milizie locali, influenza iraniana

Dopo il 2003 l’Iraq diventa uno degli spazi fondamentali della competizione iraniana.

Diversi leader di milizie sciite hanno trascorso anni in Iran o mantenuto forti rapporti con Teheran; nel tempo l’influenza iraniana attraverso partiti e formazioni armate è cresciuta considerevolmente.

Ed eccoci davanti alla prima enorme contraddizione della propaganda.

Quando Washington esercita influenza politica su Baghdad, viene definita occupazione americana.

Quando Teheran costruisce una rete di milizie e interlocutori politici capaci di condizionare il Paese, improvvisamente diventa solidarietà tra popoli resistenti.

Due pesi.

Due misure.

La sovranità nazionale sembra sacra soltanto quando viene violata dall’avversario geopolitico.


Siria: salvare Assad significava salvare il corridoio iraniano

La Siria è stata per decenni l’anello fondamentale che collegava territorialmente e logisticamente l’Iran al Libano.

Per questo la sopravvivenza del regime siriano durante la guerra civile aveva per Teheran un’importanza strategica enorme.

L’Iran sostenne Damasco direttamente e attraverso Hezbollah e altre formazioni alleate.

Dopo la caduta del regime Assad, analisti dello United States Institute of Peace hanno descritto la perdita della Siria come un colpo strategico enorme per l’architettura regionale iraniana e per la possibilità di sostenere logisticamente Hezbollah.

La questione quindi non era soltanto Israele.

Era profondità strategica iraniana.

Influenza.

Corridoi logistici.

Deterrenza.

Proiezione di potenza.

Questa è geopolitica.

Chiamarla semplicemente “solidarietà con la Palestina” significa nasconderne almeno metà.


Yemen: Teheran arriva alle porte del Mar Rosso

Poi c’è lo Yemen.

Gli Houthi erano inizialmente uno degli attori più periferici della rete iraniana, ma negli anni il rapporto con Teheran si è rafforzato enormemente.

La conseguenza strategica è evidente.

Con gli Houthi, l’Iran dispone di un partner armato affacciato sul Bab el-Mandeb, uno degli snodi marittimi più importanti del pianeta.

Questo permette all’“Asse della Resistenza” di esercitare pressione non soltanto su Israele ma sul traffico internazionale e sulle economie che dipendono dalle rotte del Mar Rosso.

È ancora “soltanto antisionismo”?

Oppure stiamo parlando di capacità di coercizione geopolitica?


La strategia del proxy: far combattere gli altri

Ed eccoci all’aspetto politicamente più cinico.

Teheran ha costruito per decenni un sistema nel quale molte operazioni militari possono essere affidate a soggetti formalmente autonomi.

Il vantaggio è enorme.

Quando un proxy colpisce, l’Iran può sfruttare l’effetto strategico dell’attacco mantenendo un certo margine di distanza politica.

Quando il proxy viene colpito, a morire sono prima di tutto libanesi, iracheni, siriani, yemeniti o palestinesi.

Quando esplode una guerra, le città distrutte possono essere Beirut, Gaza, Sana’a o altre città della regione.

La popolazione iraniana non paga immediatamente lo stesso prezzo.

È una strategia razionale dal punto di vista dello Stato iraniano.

Ma chiamarla romanticamente “resistenza dei popoli” nasconde chi beneficia strategicamente dell’intero sistema.

Europol nel suo rapporto 2026 usa esplicitamente l’espressione “Iran and its proxies” e identifica Hezbollah, Hamas, Ansar Allah e milizie irachene dentro la rete iraniana.

Quindi sì: definire politicamente vigliacca questa forma di guerra è un giudizio.

Ma la struttura che rende possibile quel giudizio è reale:

Teheran ha costruito una rete attraverso la quale può proiettare potenza utilizzando combattenti stranieri.


Il grande scudo ideologico: “lo facciamo per la Palestina”

L’antisionismo è diventato il più potente collante politico dell’Asse.

È perfetto.

Permette di collegare:

una teocrazia sciita iraniana;

un movimento sciita libanese;

milizie sciite irachene;

un’organizzazione islamista sunnita palestinese;

gli Houthi zaiditi dello Yemen.

Organizzazioni religiosamente, nazionalmente e politicamente differenti possono essere riunite sotto un unico messaggio:

Israele è il nemico.

Ma ridurre tutto a Israele significa ignorare che la rete ha prodotto contemporaneamente influenza iraniana in Libano, Iraq, Siria e Yemen.

L’antisionismo non è necessariamente finto.

La leadership iraniana è realmente ostile a Israele.

Ma può essere contemporaneamente convinzione ideologica e straordinario strumento geopolitico.

Le due cose non si escludono.

Ed è qui che la propaganda compie il suo trucco.

Trasforma qualsiasi espansione dell’influenza iraniana in un episodio della lotta palestinese.

Come se Teheran non avesse propri interessi.

Come se la Repubblica islamica fosse una gigantesca ONG altruista.

Come se miliardi spesi in armi, addestramento, missili, milizie e apparati clandestini servissero esclusivamente a “difendere gli oppressi”.

La geopolitica non funziona così.


Il problema arriva anche in Europa

E qui cade definitivamente la favola secondo cui tutto questo riguarderebbe soltanto Israele.

Europol scrive nel suo rapporto 2026 che le guerre mediorientali hanno alimentato in Europa narrazioni anti-israeliane, antisemite e antioccidentali e che in alcuni casi queste dinamiche hanno contribuito ad attività terroristiche o violente nell’UE, comprese azioni contro obiettivi ebraici.

Europol aggiunge che, mentre nel passato le reti dell’Asse presenti nell’UE erano utilizzate soprattutto per raccolta fondi e supporto logistico, la pressione sulla rete iraniana potrebbe aumentare il rischio di azioni contro obiettivi israeliani, ebraici o altri obiettivi in Europa.

E nel 2026 l’agenzia europea segnala anche indicazioni di coinvolgimento di attori iraniani e proxy, anche attraverso reti criminali, in diversi incidenti negli Stati membri.

Quindi attenzione alle parole.

Non esiste oggi una prova seria che Teheran abbia un piano operativo per “colonizzare territorialmente l’Europa”.

Scriverlo come fatto sarebbe propaganda.

Ma esiste qualcosa di documentato e sufficientemente grave senza inventare nulla:

reti di finanziamento, logistica, propaganda, radicalizzazione e possibili operazioni ostili collegate all’ambiente iraniano e ai suoi proxy sono una questione concreta di sicurezza europea.

Questa è la differenza tra allarme documentato e slogan.


Hezbollah e l’Europa: non soltanto politica

Europol aveva già segnalato nel 2022 che Hezbollah utilizzava l’Unione europea come base per raccolta fondi, reclutamento e attività criminali redditizie.

Secondo Europol, collaboratori collegati all’organizzazione erano sospettati di occuparsi di:

distribuzione di droghe illegali;

traffico di armi;

operazioni professionali di riciclaggio del denaro.

Altro che romantica guerriglia di montagna.

Qui siamo nel mondo reale del finanziamento delle organizzazioni armate contemporanee.

Soldi.

Cash courier.

Imprese.

Traffici.

Riciclaggio.

Rotte internazionali.


DEA: cocaina, milioni di euro e Hezbollah

Nel 2016 la Drug Enforcement Administration americana annunciò un’operazione internazionale contro il Business Affairs Component dell’External Security Organization di Hezbollah.

Secondo la DEA, la rete era coinvolta nel traffico internazionale di droga e nel riciclaggio dei proventi.

La DEA affermò che membri della rete avevano sviluppato rapporti con cartelli sudamericani e che grandi quantità di cocaina raggiungevano i mercati europei e statunitensi.

Gli investigatori descrissero inoltre una rete di corrieri che raccoglieva e trasportava milioni di euro provenienti dal narcotraffico dall’Europa verso il Medio Oriente, con una parte significativa dei proventi che, secondo l’indagine, beneficiava Hezbollah.

Questa è una delle parti che i celebratori della “Resistenza” sembrano dimenticare più facilmente.

Perché è difficile vendere il mito romantico dell’eroico guerrigliero quando entrano in scena:

cocaina;

cartelli;

riciclaggio;

corrieri di denaro;

hawala;

società di copertura.


Il caso Tajideen: fino a un miliardo attraverso il sistema finanziario americano

Nel 2019 il Dipartimento di Giustizia americano annunciò la condanna di Kassim Tajideen, uomo d’affari libanese precedentemente designato dal Tesoro statunitense come finanziatore di Hezbollah.

Tajideen accettò la confisca di 50 milioni di dollari.

Secondo gli atti riportati dalla DEA, la rete aveva movimentato fino a un miliardo di dollari attraverso il sistema finanziario statunitense nell’ambito delle transazioni oggetto dell’indagine.

Ancora una volta:

questo non significa che ogni attività economica di Hezbollah sia criminale.

Significa che esistono casi giudiziari e investigativi concreti che legano reti di sostegno dell’organizzazione a riciclaggio e sistemi finanziari internazionali.

È esattamente il contrario delle generalizzazioni propagandistiche.

Nome.

Operazione.

Somma.

Indagine.

Sentenza.


Il terrorismo e la criminalità possono utilizzare le stesse infrastrutture

Il rapporto Europol 2026 descrive inoltre un fenomeno particolarmente significativo.

Le relazioni strutturali tra criminalità organizzata e terrorismo non sono sempre sistematiche, ma esistono sovrapposizioni nei metodi e occasionali collaborazioni. Europol segnala che nel 2025 alcuni attori terroristici hanno fatto ricorso ad attività criminali o a reti criminali per obiettivi finanziari e operativi, attraverso riciclaggio, traffico di armi e narcotraffico.

Questo è il mondo reale.

Non quello dei poster con Che Guevara.

Non quello dei video musicali sulla “resistenza”.

Non quello dei “riporter” che raccontano ogni organizzazione antiamericana come se fosse un gruppo di volontari della Croce Rossa.


Ma allora chi sfrutta davvero il popolo?

Qui emerge una delle contraddizioni più devastanti.

L’intera retorica rivoluzionaria pretende di parlare in nome del popolo.

Poi però chi paga?

In Libano paga il libanese.

A Gaza paga il palestinese.

In Yemen paga lo yemenita.

In Iraq paga l’iracheno.

In Siria ha pagato il siriano.

E in Iran paga l’iraniano, mentre risorse immense vengono assorbite dalla politica regionale e dagli apparati militari.

Questa è la domanda che i propagandisti dovrebbero avere il coraggio di rivolgere a Teheran:

quante scuole, ospedali, infrastrutture e opportunità per gli iraniani valgono un missile consegnato a un proxy?

Perché è molto facile presentarsi come liberatori del Medio Oriente quando il conto lo pagano i cittadini.


I bambini: il punto nel quale ogni giustificazione dovrebbe finire

E poi arrivano loro.

I bambini.

Quelli utilizzati dalla propaganda soltanto quando conviene.

Abbiamo già documentato come Amnesty International abbia denunciato il reclutamento iraniano di minorenni, fino alla campagna del 2026 aperta dai 12 anni.

Human Rights Watch ha documentato bambini afghani reclutati per la Divisione Fatemiyoun sostenuta dall’Iran e inviati nella guerra siriana.

Le Nazioni Unite hanno ripetutamente documentato il reclutamento di bambini nello Yemen.

Ed è qui che qualsiasi retorica dovrebbe fermarsi.

Perché non esiste geopolitica capace di trasformare un bambino soldato in qualcosa di moralmente accettabile.


Il paradosso dei “riporter marxisti”

Ed eccoci finalmente ai nostri professionisti dell’indignazione.

Gli stessi che vedono il colonialismo in qualsiasi operazione occidentale.

Gli stessi che individuano l’imperialismo in qualsiasi base NATO.

Gli stessi che spiegano ogni investimento americano come “saccheggio delle risorse”.

Quando arrivano davanti all’Iran sembrano improvvisamente diventare ciechi.

L’Iran finanzia milizie?

“Solidarietà.”

L’Iran arma organizzazioni straniere?

“Resistenza.”

L’Iran estende la propria influenza in Iraq?

“Cooperazione.”

Hezbollah mantiene un esercito parallelo?

“Difesa del Libano.”

Gli Houthi controllano un nodo fondamentale per il commercio mondiale?

“Lotta contro Israele.”

Una rete collegata a Hezbollah viene investigata per cocaina e riciclaggio?

Silenzio.

Europol parla esplicitamente di proxy iraniani e rischio europeo?

Silenzio.

Il modello non è difficile da capire.

Se lo fa l’Occidente è imperialismo.

Se lo fa Teheran è resistenza.

Questa non è analisi.

È fede.


Antisionismo o progetto di potenza?

L’antisionismo iraniano è reale.

Ma proprio perché è reale non significa che spieghi tutto.

Una strategia internazionale può avere contemporaneamente:

una dimensione ideologica;

una dimensione religiosa;

una dimensione militare;

una dimensione economica;

una dimensione geopolitica.

Pensare che Teheran investa da decenni enormi risorse nel Libano, in Siria, Iraq, Yemen e Palestina unicamente per altruismo verso i palestinesi significa sospendere qualsiasi analisi degli interessi nazionali.

Il risultato concreto della strategia è stato evidente:

costruire un arco di influenza iraniana attraverso alcuni dei punti più strategici del Medio Oriente.

Libano.

Siria.

Iraq.

Yemen.

Territori palestinesi.

Dal Mediterraneo al Golfo.

Dal confine israeliano al Mar Rosso.

Questa è una rete di potere.

Chiamarla soltanto “resistenza” significa descriverne lo slogan e nasconderne la struttura.


Conquista del Medio Oriente? La formula va spiegata

Possiamo usare la parola “conquista” in senso politico e strategico, non come se esistesse un piano documentato iraniano per annettere formalmente tutti gli Stati mediorientali.

La strategia iraniana è molto più sofisticata.

Non serve cambiare le frontiere.

Non serve issare la bandiera iraniana sui ministeri.

È sufficiente costruire organizzazioni abbastanza forti da poter condizionare:

governi;

politiche di sicurezza;

guerre;

alleanze;

rotte commerciali;

decisioni diplomatiche.

È egemonia indiretta, non necessariamente annessione territoriale.

Ed è proprio per questo che il sistema dei proxy è così efficace.


E l’Occidente?

Anche qui bisogna evitare la caricatura.

Non esistono prove che l’Iran stia preparando una “colonizzazione” dell’Europa nel significato storico del termine.

Ma Europol documenta qualcosa che dovrebbe preoccupare chiunque.

L’Asse della Resistenza ha proiezioni europee.

Le reti hanno utilizzato l’Europa per finanziamento e logistica.

Esistono collegamenti con radicalizzazione.

Esistono indagini su reti criminali.

Esistono rischi di attentati.

Esistono attività di propaganda.

Nel febbraio 2026 l’Unione europea ha designato formalmente l’IRGC come organizzazione terroristica, e Europol ha successivamente coordinato un’azione contro l’ecosistema propagandistico online collegato alle Guardie rivoluzionarie.

Questa non è colonizzazione territoriale.

È qualcosa di diverso:

proiezione di influenza e rischio di sicurezza interno.

Ed è abbastanza grave senza doverla gonfiare.


L’IRGC non è un’associazione culturale

Un’altra mistificazione consiste nel descrivere l’IRGC come se fosse semplicemente un esercito nazionale.

Le Guardie rivoluzionarie sono contemporaneamente forza militare, struttura politica ed enorme attore economico.

La Forza Quds è lo strumento destinato alle operazioni e alle relazioni esterne.

Il sistema iraniano attribuisce inoltre al leader supremo un controllo fondamentale sulle politiche strategiche e sugli apparati, mentre l’IRGC risponde direttamente alla leadership suprema.

È quindi impossibile raccontare l’Asse della Resistenza senza parlare dell’apparato statale iraniano.


La vigliaccheria strategica della guerra per procura

E qui possiamo chiamare le cose con il loro nome politico.

Combattere attraverso proxy permette di ottenere vantaggi strategici scaricando buona parte del costo umano su altri popoli.

È questo l’aspetto più cinico dell’intero sistema.

Se Hezbollah combatte, muore il libanese.

Se Hamas trascina Gaza in guerra, muore il palestinese.

Se gli Houthi combattono, muore lo yemenita.

Se una milizia irachena attacca, l’escalation ricade sull’Iraq.

Teheran ottiene pressione strategica.

Gli altri spesso ottengono macerie.

Questa è una delle ragioni per cui definire quella strategia vigliacca è un giudizio politico perfettamente comprensibile.

Per decenni il regime ha potuto presentarsi come il grande campione della guerra contro Israele evitando contemporaneamente, quando possibile, di trasformare ogni scontro dei propri alleati in una guerra diretta sul territorio iraniano.

E quando quella distanza è venuta meno, si è visto immediatamente quanto diverso fosse il rischio.


E poi hanno il coraggio di chiamare “assassini” soltanto gli altri

Qui sta l’ipocrisia finale.

Criticare Stati Uniti e Israele è legittimo.

Documentare civili uccisi da operazioni occidentali è doveroso.

Condannare eventuali crimini di guerra è indispensabile.

Ma allora lo stesso criterio deve valere per tutti.

Iran.

Hezbollah.

Hamas.

Houthi.

Milizie irachene.

FARC.

Regimi comunisti.

Guerriglie rivoluzionarie.

Non esistono massacri progressisti.

Non esistono bambini soldato antimperialisti.

Non esistono stupri rivoluzionari.

Non esiste narcotraffico “dalla parte giusta della Storia”.

Non esiste terrorismo moralmente ripulito dalla parola “resistenza”.


La grande frode morale

Il problema dei soliti “riporter” non è che denuncino l’Occidente.

È che spesso smettono di denunciare quando il carnefice cambia bandiera.

Ed è questa la frode.

Parlano dei bambini palestinesi?

Fanno bene.

Ma allora parlino anche dei bambini iraniani.

Dei bambini yemeniti.

Degli afghani mandati in Siria.

Dei bambini israeliani.

Dei bambini colombiani reclutati dalle FARC.

Parlano di narcotraffico?

Perfetto.

Allora leggano i documenti DEA sulle reti Hezbollah.

Parlano di riciclaggio?

Benissimo.

Leggano Europol.

Parlano di terrorismo internazionale?

Allora leggano ciò che Europol scrive nel 2026 sull’Asse della Resistenza e sulla sicurezza europea.

Parlano di imperialismo?

Allora abbiano almeno il coraggio di discutere il tentativo iraniano di costruire influenza politica e militare attraverso milizie straniere.


L’antisionismo come lasciapassare morale

È forse questa la vittoria propagandistica più importante della Repubblica islamica.

Essere riuscita a trasformare l’antisionismo in una specie di lasciapassare morale.

Se combatti Israele, tutto il resto sembra diventare secondario.

Autoritarismo?

“Contesto.”

Repressione?

“Propaganda occidentale.”

Proxy militari?

“Resistenza.”

Bambini reclutati?

“Eccezioni.”

Narcotraffico?

“Accuse americane.”

Riciclaggio?

“Lawfare.”

Milizie straniere?

“Popoli che si autodifendono.”

È un meccanismo perfetto.

Ogni fatto contrario alla narrazione può essere automaticamente trasformato in propaganda nemica.

E a quel punto l’ideologia diventa impermeabile alla realtà.


Ma il Medio Oriente non appartiene all’Iran

Iraq non è Iran.

Libano non è Iran.

Siria non è Iran.

Yemen non è Iran.

Palestina non è Iran.

I popoli di questi Paesi hanno interessi propri, identità proprie e diritto alla propria sovranità.

Ed è proprio per questo che qualsiasi potenza — americana, russa, turca, saudita, israeliana o iraniana — che tenti di controllarne il destino attraverso forze armate locali deve essere sottoposta allo stesso giudizio.

Non esistono imperialismi buoni.

E non basta chiamarsi “Asse della Resistenza” per ottenere l’assoluzione.


La verità che rovina la propaganda

La realtà è più brutale dello slogan.

L’Iran ha costruito una rete di proxy.

Europol lo conferma.

Hezbollah ha avuto reti sospettate di traffico di droga e riciclaggio in Europa.

Europol e DEA lo documentano.

La rete iraniana ha avuto un impatto sulla sicurezza europea.

Europol lo scrive apertamente.

L’IRGC è stato designato organizzazione terroristica dall’UE nel 2026.

L’Iran ha perseguito per decenni una strategia regionale che gli ha permesso di acquisire influenza politica e militare in diversi Paesi.

E tutto questo non viene cancellato pronunciando la parola “Palestina”.


E allora sì: vergognatevi dell’indignazione selettiva

Vergognarsi non significa non criticare Israele.

Significa avere il coraggio di applicare lo stesso metro alla propria parte.

Se siete davvero contro il terrorismo, denunciatelo anche quando colpisce il vostro nemico.

Se siete contro l’imperialismo, denunciate anche l’espansionismo della potenza che considerate amica.

Se siete contro lo sfruttamento dei popoli, guardate cosa succede quando le milizie trasformano interi Paesi in campi di battaglia.

Se siete contro il narcotraffico, non girate la testa davanti alle indagini sulle reti Hezbollah.

Se siete contro il riciclaggio, non fate finta che quei dossier non esistano.

Se siete contro l’utilizzo dei bambini, denunciate ogni bambino soldato.

E soprattutto:

smettete di utilizzare l’antisionismo come detergente morale capace di lavare qualsiasi crimine purché commesso dal fronte geopolitico che avete scelto.


Non è “Resistenza” quando un altro popolo paga la tua guerra

Forse basterebbe questa frase.

Se finanzi una guerra combattuta dagli altri, non sei semplicemente un osservatore solidale. Sei una potenza coinvolta.

Se armi i combattenti, sei coinvolto.

Se li addestri, sei coinvolto.

Se trasferisci tecnologia militare, sei coinvolto.

Se costruisci una rete regionale di milizie, sei coinvolto.

Se quella rete viene utilizzata per moltiplicare il tuo peso geopolitico, non stai soltanto difendendo una causa.

Stai esercitando potenza.

Chiamarla “Resistenza” è una scelta propagandistica.

La geopolitica racconta un’altra storia.


La scelta non è Israele o Iran. È verità o propaganda

Questo è il punto che dovrebbe chiudere la discussione.

Non bisogna scegliere fra propaganda israeliana e propaganda iraniana.

Non bisogna sostituire Washington con Teheran.

Non bisogna trasformare ogni nemico degli Stati Uniti in un santo.

La domanda è molto più semplice.

Il fatto è vero oppure no?

L’Iran ha costruito proxy?

Sì.

Hezbollah ha ricevuto sostegno iraniano?

Sì.

Gli Houthi hanno ricevuto sostegno iraniano?

Sì.

Le milizie irachene fanno parte dell’architettura regionale iraniana?

Sì.

Europol considera questa rete un problema anche per la sicurezza europea?

Sì.

Esistono indagini documentate su narcotraffico e riciclaggio collegati a reti Hezbollah?

Sì.

Allora si parta da qui.

Il resto sono slogan.


Il vero nome dell’Asse

Chiamatelo “Asse della Resistenza” se volete.

È il nome che i suoi protagonisti hanno scelto.

Ma ricordate cosa c’è dietro la confezione.

Una Repubblica islamica che considera la rivoluzione parte della propria identità internazionale.

Un apparato militare che ha costruito legami con organizzazioni straniere.

Una rete di milizie capace di proiettare influenza dal Mediterraneo al Mar Rosso.

Un ecosistema che Europol considera rilevante anche per la sicurezza europea.

Organizzazioni e reti collegate a traffici criminali e riciclaggio documentati dalle autorità.

Popolazioni civili che spesso pagano il prezzo delle guerre.

E bambini che finiscono dentro quelle guerre.

Questa è la realtà che la propaganda non vuole mettere tutta nella stessa fotografia.

Perché una volta che la fotografia è completa, il racconto dei buoni contro i cattivi crolla.

E rimane una verità molto più scomoda:

l’imperialismo non smette di essere imperialismo quando parla persiano.

La guerra per procura non smette di essere guerra perché viene chiamata Resistenza.

Il terrorismo non diventa liberazione perché la vittima è israeliana o occidentale.

Il narcotraffico non diventa rivoluzionario perché finanzia chi combatte Washington.

E un bambino sacrificato alla causa rimane un bambino sacrificato, qualsiasi bandiera sventoli sopra la sua tomba.

Questo i soliti “riporter” dovrebbero finalmente avere il coraggio di scriverlo.

Oppure dovrebbero almeno smettere di fingere che la loro sia informazione.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Europol – European Union Terrorism Situation and Trend Report 2026
https://www.europol.europa.eu/cms/sites/default/files/documents/EU-TE-SAT-2026.pdf

Europol – EU targets Iran’s Revolutionary Guard propaganda ecosystem, maggio 2026
https://www.europol.europa.eu/media-press/newsroom/news/eu-targets-iran-revolutionary-guard-propaganda-ecosystem-in-online-crackdown

Europol – European Union Terrorism Situation and Trend Report 2022
https://www.europol.europa.eu/cms/sites/default/files/documents/Tesat_Report_2022_0.pdf

DEA – Massive Hizballah Drug and Money Laundering Scheme, Project Cassandra
https://www.dea.gov/press-releases/2016/02/01/dea-and-european-authorities-uncover-massive-hizballah-drug-and-money

DEA/DOJ – Kassim Tajideen, Hezbollah financial network
https://www.dea.gov/press-releases/2019/08/09/lebanese-businessman-tied-treasury-department-hezbollah-sentenced-prison

U.S. Department of State – Country Reports on Terrorism 2024
https://www.state.gov/reports/country-reports-on-terrorism-2024

U.S. Department of State – Country Reports on Terrorism 2023
https://www.state.gov/reports/country-reports-on-terrorism-2023

Iran Primer / United States Institute of Peace – Iran and Hezbollah timeline
https://iranprimer.usip.org/blog/2023/oct/19/timeline-iran-and-hezbollah

Iran Primer / USIP – Tehran’s Three Pivotal Militia Allies
https://iranprimer.usip.org/index.php/blog/2024/aug/06/tehran%E2%80%99s-three-pivotal-militia-allies

Iran Primer / USIP – Houthi ties to Iran
https://iranprimer.usip.org/blog/2024/jul/18/houthi-explainer-ties-iran

Iran Primer / USIP – Pro-Iran militias in Iraq
https://iranprimer.usip.org/blog/2021/nov/10/profiles-pro-iran-militias-iraq

Iran Primer / USIP – Iran and Iraq
https://iranprimer.usip.org/resource/iran-and-iraq

Iran Primer / USIP – Iran and the consequences of Assad’s fall
https://iranprimer.usip.org/blog/2024/dec/12/iran-biggest-regional-loser-assad%E2%80%99s-fall

Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran – testo inglese
https://www.constituteproject.org/constitution/Iran_1989

Iranian Constitution – University of Minnesota Human Rights Library
https://hrlibrary.umn.edu/research/iran-constitution.html

Sito ufficiale del leader supremo iraniano – “Support for the oppressed”
https://english.khamenei.ir/news/8328/Support-for-the-oppressed-in-the-Islamic-Republic-of-Iran-s


I soliti riporter della propaganda marxista: si indignano per i bambini palestinesi, ma ignorano quelli uccisi e trasformati in soldati dall’Iran e dai suoi proxy

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C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui una parte della cosiddetta “controinformazione” racconta le guerre del Medio Oriente.

Quando muore un bambino palestinese, titoli, fotografie, editoriali e post indignati invadono immediatamente giornali e social network. Ed è giusto che la morte dei bambini palestinesi venga documentata. Un bambino morto è una tragedia indipendentemente dalla bandiera, dalla religione e dall’esercito responsabile.

Il problema comincia quando questo principio improvvisamente scompare cambiando protagonista.

Dove sono gli stessi “riporter” quando è la Repubblica islamica dell’Iran a reclutare ragazzini?

Dove sono quando gli Houthi arruolano minorenni nello Yemen?

Dove erano quando ragazzini afghani venivano reclutati dall’apparato iraniano e spediti in Siria nella Divisione Fatemiyoun?

Dove sono quando si parla delle decine di migliaia di minorenni iraniani morti durante la guerra Iran-Iraq?

E soprattutto: dov’è l’indignazione davanti al fatto che nel 2026 Amnesty International ha documentato una campagna iraniana aperta persino ai dodicenni?

Non stiamo parlando di una teoria, né di una ricostruzione di parte. Stiamo parlando di rapporti di Amnesty International, Human Rights Watch e Nazioni Unite.

La propaganda funziona precisamente così: non necessariamente inventando le vittime, ma selezionando quali vittime meritino di diventare simboli e quali debbano sparire dalla narrazione.

Il dato che dovrebbe chiudere ogni discussione: 550.000 minori mobilitati dall’Iran

Cominciamo dal numero più impressionante.

Nel suo rapporto del 2 aprile 2026, Amnesty International ricorda che durante la guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta, secondo le stesse ammissioni iraniane, oltre 550.000 bambini furono inviati come child soldiers.

Non cinquecento.

Non cinquemila.

Più di mezzo milione.

E Amnesty aggiunge un secondo numero ancora più terribile:

almeno 36.000 di quei bambini furono uccisi.

Sono cifre riportate da Amnesty nel ricostruire la lunga storia iraniana di mobilitazione militare dei minorenni.

Eppure provate a confrontare la quantità di articoli, documentari e campagne occidentali dedicate a questi 36.000 bambini morti con quelle dedicate ad altri conflitti.

Il risultato è eloquente.

Il bambino sembra diventare politicamente interessante soltanto quando può essere utilizzato contro il nemico ideologico giusto.

Quando invece il responsabile appartiene al campo romanticamente ribattezzato “Asse della Resistenza”, la memoria diventa improvvisamente molto più corta.

2026: Teheran apre il reclutamento persino ai dodicenni

Qualcuno potrebbe tentare la solita difesa: “Sono cose accadute quarant’anni fa.”

Peccato che nell’aprile 2026 Amnesty International abbia pubblicato una denuncia dal titolo inequivocabile:

“Iran: Recruitment of child soldiers as young as 12 amounts to a war crime”.

Il 26 marzo 2026, secondo Amnesty, Rahim Nadali, vicecomandante del Corpo Mohammad Rasoul Allah dell’IRGC nella Grande Teheran, annunciò una campagna denominata “Homeland-Defending Combatants for Iran”, aperta a volontari dai 12 anni in su.

Dodici anni.

La registrazione avveniva attraverso le basi Basij presenti nelle moschee di Teheran.

Non si trattava semplicemente di distribuire acqua o svolgere attività simboliche.

Amnesty ha analizzato 16 fotografie e video comparsi online dal 21 marzo 2026 nei quali compaiono minorenni armati o schierati accanto alle forze iraniane presso checkpoint, pattuglie e manifestazioni militarizzate organizzate dallo Stato.

Tra le armi documentate figuravano anche fucili d’assalto tipo AK.

Le mansioni previste dalla campagna comprendevano pattugliamenti, checkpoint, supporto logistico, distribuzione di equipaggiamento e assistenza alle attività operative e di sicurezza dell’IRGC.

Questo è il punto che dovrebbe interessare chiunque affermi di preoccuparsi dell’utilizzo militare dei bambini.

Il bambino di 11 anni morto a un checkpoint

Poi arriva la conseguenza concreta.

Il 29 marzo 2026, secondo Amnesty International, Alireza Jafari, 11 anni, venne ucciso mentre accompagnava il padre, membro dei Basij, presso un checkpoint di Teheran.

Le stesse autorità iraniane confermarono che il bambino era morto mentre stava “servendo” al checkpoint, colpito durante un attacco israeliano con drone.

La responsabilità di chi effettua un attacco militare resta naturalmente soggetta alle norme del diritto internazionale umanitario.

Ma esiste contemporaneamente un’altra domanda:

che cosa ci faceva un bambino di undici anni presso un obiettivo militare?

La madre raccontò che il marito aveva parlato di carenza di personale ai checkpoint e aveva portato con sé Alireza e il fratellino di appena nove anni.

Secondo la testimonianza riportata da Amnesty, il padre riteneva che Alireza dovesse prepararsi per i giorni successivi.

Questa è precisamente la ragione per cui il diritto internazionale tenta di separare i bambini dalle strutture militari.

Mettere un minorenne accanto a uomini armati, checkpoint e infrastrutture militari significa trasformarlo in una potenziale vittima della guerra.

La legge iraniana apre le porte dei Basij ai minori

Il problema non nasce nel 2026.

Amnesty richiama esplicitamente la normativa iraniana sul reclutamento dell’IRGC.

L’articolo 93 consente ai minori di 15 anni di diventare Basij ordinari e, secondo l’interpretazione di Amnesty, non stabilisce sostanzialmente un’età minima.

L’articolo 94 permette dai 15 anni l’accesso alla categoria dei Basij attivi.

A 16 anni è possibile accedere alla categoria dei Basij speciali o “guardie onorarie”.

Quindi non stiamo osservando semplicemente qualche ragazzino sfuggito ai controlli di un esercito.

Esiste una struttura istituzionale che rende possibile l’inquadramento dei minorenni.

E Amnesty ricorda una distinzione fondamentale: secondo il diritto internazionale umanitario consuetudinario, arruolare bambini sotto i 15 anni o utilizzarli attivamente nelle ostilità costituisce un crimine di guerra.

Siria: bambini afghani reclutati dall’apparato iraniano

Passiamo alla Siria.

Nel 2017 Human Rights Watch documentò il reclutamento di bambini afghani residenti in Iran per combattere nella Divisione Fatemiyoun, formazione afghana sostenuta dall’Iran e impiegata al fianco delle forze governative siriane.

L’età minima documentata?

14 anni.

HRW analizzò fotografie delle lapidi nei cimiteri iraniani e identificò otto bambini afghani apparentemente morti combattendo in Siria.

Ma non finisce qui.

I media iraniani avevano riportato almeno altri sei casi di child soldiers afghani morti in Siria.

Parliamo quindi di almeno 14 casi di minorenni morti documentati o riportati, mentre HRW avvertiva esplicitamente che il fenomeno poteva essere molto più ampio.

In alcuni casi i ragazzi avrebbero dichiarato un’età falsa per riuscire ad arruolarsi.

Ma proprio qui emerge una responsabilità istituzionale: secondo HRW, i reclutatori non verificavano adeguatamente la documentazione anagrafica.

Un combattente afghano intervistato dall’organizzazione raccontò inoltre di avere incontrato nei campi d’addestramento ragazzi di 16 e 17 anni.

Il tredicenne mostrato dalla televisione iraniana

Due mesi dopo arrivò un caso ancora più imbarazzante.

Human Rights Watch descrisse un filmato circolato sui media iraniani nel novembre 2017.

Un ragazzo in uniforme viene intervistato.

Gli chiedono l’età.

Risponde:

13 anni.

Il ragazzino si trovava ad Abu Kamal, in Siria, e si definiva un “difensore del santuario”, espressione utilizzata dalla Repubblica islamica per i combattenti impegnati nelle campagne regionali.

Tredici anni.

Non un adulto scambiato per adolescente.

Non un combattente di diciassette anni la cui età fosse difficile da verificare.

Tredici.

Yemen: gli Houthi e il reclutamento dei bambini

Poi arriviamo a uno dei principali alleati regionali di Teheran: gli Houthi, o Ansar Allah.

Il rapporto annuale del Segretario generale delle Nazioni Unite sui bambini nei conflitti armati, relativo al 2024, fornisce numeri verificati.

In Yemen l’ONU ha verificato 583 gravi violazioni contro 504 bambini.

Nello stesso anno sono stati verificati 182 ragazzi reclutati e utilizzati militarmente dalle diverse parti del conflitto.

Di questi:

85 sono stati attribuiti agli Houthi.

Inoltre, 59 bambini complessivamente risultavano impiegati in ruoli di combattimento dalle varie parti yemenite.

Questo passaggio è importante perché impedisce anche la semplificazione opposta.

Non sono soltanto gli Houthi ad aver reclutato bambini nello Yemen.

Il rapporto attribuisce casi anche alle forze armate yemenite e a numerose formazioni affiliate.

Ma proprio questo dimostra come dovrebbe funzionare un’informazione seria:

si denunciano tutti.

Non si decide che il reclutamento dei bambini sia mostruoso quando lo pratica il nemico e una nota a piè di pagina quando lo pratica un alleato ideologico.

Iran: almeno 68 bambini uccisi nella repressione del 2022

E poi ci sono i bambini iraniani.

Quelli sembrano interessare ancora meno.

La Missione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sull’Iran ha ricostruito la repressione delle proteste seguite alla morte di Jina Mahsa Amini.

Il bilancio considerato credibile dalla missione ONU arriva a:

551 persone uccise.

Tra queste:

almeno 49 donne;

almeno 68 bambini.

Le morti si verificarono in 26 delle 31 province iraniane.

Sessantotto bambini.

La missione ONU ha inoltre documentato l’impiego di armi da fuoco da parte delle forze di sicurezza e arresti, maltrattamenti e violenze contro manifestanti.

Ragazzi e ragazze furono picchiati e arrestati mentre partecipavano alle proteste e alcuni detenuti furono trasferiti in strutture gestite dal Ministero dell’Intelligence, dai Basij e dalle Guardie rivoluzionarie.

Questi bambini erano iraniani.

Non palestinesi.

Non israeliani.

Non americani.

Iraniani uccisi mentre protestavano contro il proprio governo.

Quanto spazio occupano nella narrazione quotidiana di chi presenta Teheran come campione della liberazione dei popoli?

E Hamas? Anche i bambini israeliani esistono

L’indignazione selettiva diventa ancora più evidente parlando del 7 ottobre.

La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha accertato che 40 bambini israeliani furono uccisi il 7 ottobre 2023 e centinaia rimasero feriti.

20 bambini persero entrambi i genitori.

96 persero un genitore.

La Commissione ha inoltre concluso che bambini israeliani furono strumentalizzati da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi.

In un caso documentato, un ragazzo di 17 anni venne utilizzato per convincere i vicini ad aprire le porte delle proprie abitazioni.

Il ragazzo venne successivamente ucciso.

Le sorellastre di 15 e 8 anni furono rapite e portate a Gaza.

La stessa Commissione ha concluso che Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità, compresi crimini contro bambini israeliani e minori presi in ostaggio.

Anche questi bambini esistono.

Ma questo non cancella Gaza

Qui bisogna essere chiarissimi, perché altrimenti si cade precisamente nello stesso errore che stiamo denunciando.

Documentare i bambini vittime dell’Iran, degli Houthi, di Hamas o di altre organizzazioni non cancella minimamente le vittime palestinesi.

Il rapporto ONU relativo al 2023 verificò 2.267 bambini palestinesi uccisi tra Gaza e Cisgiordania, con la responsabilità di 2.051 casi avvenuti a Gaza dopo il 7 ottobre ancora in fase di attribuzione al momento del rapporto.

E i rapporti successivi hanno documentato una tragedia enormemente più vasta.

Nel rapporto ONU sui bambini e i conflitti armati pubblicato nel 2026 sono state verificate 12.445 gravi violazioni contro 5.663 bambini nel teatro israelo-palestinese durante il periodo analizzato; 9.465 violazioni sono state attribuite alle forze israeliane, mentre altre sono state attribuite a coloni israeliani, Iran, Houthi, attori palestinesi e altri responsabili.

Questi numeri devono essere riportati.

Nasconderli sarebbe propaganda.

Esattamente come sarebbe propaganda nascondere quelli iraniani e dei suoi alleati.

I numeri che i “riporter” dovrebbero mettere uno accanto all’altro

Il quadro documentabile è quindi molto diverso dalla caricatura secondo cui da una parte esisterebbero soltanto carnefici e dall’altra soltanto “resistenti”.

Per l’Iran e le formazioni collegate troviamo, tra gli esempi documentati:

  • oltre 550.000 bambini mobilitati dall’Iran durante la guerra Iran-Iraq, secondo le cifre iraniane richiamate da Amnesty;
  • almeno 36.000 bambini morti tra quei minorenni;
  • reclutamento aperto nel 2026 dai 12 anni nella campagna IRGC documentata da Amnesty;
  • un bambino di 11 anni morto mentre si trovava a un checkpoint Basij;
  • presenza documentata di minorenni armati con fucili tipo AK;
  • bambini afghani di appena 14 anni reclutati per combattere in Siria;
  • almeno 8 child soldiers afghani morti identificati direttamente da HRW attraverso le lapidi;
  • almeno 6 ulteriori morti minorenni riportati dai media iraniani;
  • un tredicenne documentato in uniforme in Siria;
  • 85 ragazzi reclutati o utilizzati dagli Houthi nel solo 2024, verificati dall’ONU;
  • 68 bambini uccisi durante la repressione iraniana delle proteste del 2022.

Non tutti questi numeri sono direttamente sommabili: riguardano periodi storici, metodologie e categorie differenti. Inventare un “totale” unico sarebbe metodologicamente scorretto.

Ma sono più che sufficienti per distruggere la favola secondo cui il problema dei bambini nelle guerre mediorientali possa essere raccontato guardando soltanto in una direzione.

Hezbollah: l’indottrinamento comincia molto prima del campo di battaglia

Un altro capitolo riguarda Hezbollah.

Qui bisogna distinguere rigorosamente tra appartenenza a organizzazioni giovanili, indottrinamento politico-militare e reclutamento verificato come child soldier: non sono automaticamente la stessa cosa.

Esiste però da anni un sistema giovanile collegato all’ambiente di Hezbollah.

Nell’agosto 2026 è tornata sotto i riflettori l’organizzazione degli Imam al-Mahdi Scouts, descritta in recenti ricostruzioni come una struttura con circa 75.000 membri, nella quale l’educazione ideologica è fortemente intrecciata alla cultura della “resistenza” e del martirio.

Il numero di 75.000 non significa 75.000 bambini soldato e sarebbe scorretto presentarlo così.

Significa però che esiste una gigantesca infrastruttura educativa e ideologica rivolta ai giovani che merita almeno la stessa attenzione dedicata alla radicalizzazione giovanile quando avviene nel campo politico opposto.

La vera questione non è Gaza contro Teheran

Questo è il punto che i professionisti dell’indignazione selettiva non vogliono affrontare.

Non bisogna scegliere quali bambini meritino compassione.

Bisogna scegliere se i bambini contano sempre oppure soltanto quando sono utili alla propria propaganda.

Se denunciate il bambino palestinese morto sotto una bomba, fate bene.

Ma allora denunciate anche il dodicenne iraniano arruolato dai Basij.

Denunciate il quattordicenne afghano mandato dall’apparato iraniano in Siria.

Denunciate il ragazzino yemenita reclutato dagli Houthi.

Denunciate i 68 bambini iraniani uccisi nella repressione delle proteste.

Denunciate i 40 bambini israeliani uccisi il 7 ottobre.

E ricordate i 36.000 bambini che Amnesty indica come morti tra gli oltre mezzo milione di minorenni mobilitati dall’Iran durante la guerra Iran-Iraq.

Altrimenti non state difendendo i bambini.

State scegliendo i bambini politicamente utili.

La grande ipocrisia della propaganda

Ed è precisamente qui che cade la maschera.

Per anni una parte della propaganda anti-occidentale ha costruito una rappresentazione infantile del Medio Oriente: Washington e Israele sarebbero sempre e soltanto aggressori; l’Iran e l’“Asse della Resistenza” sempre e soltanto vittime o liberatori.

La documentazione internazionale racconta qualcosa di infinitamente più complesso.

L’Iran ha una storia documentata di mobilitazione militare dei minori.

Ha sostenuto una formazione, la Fatemiyoun, nella quale Human Rights Watch ha documentato bambini soldato.

Gli Houthi continuano a comparire nei rapporti ONU sul reclutamento e utilizzo dei minori.

Hamas e altri gruppi palestinesi sono accusati dalla Commissione ONU di gravi crimini anche contro bambini.

E contemporaneamente le stesse Nazioni Unite documentano su scala enorme le violazioni e le morti di bambini palestinesi attribuite alle operazioni israeliane.

Una cosa non cancella l’altra.

Questa dovrebbe essere la regola elementare del giornalismo.

Invece abbiamo trasformato le vittime in bandiere.

Bambini di serie A e bambini di serie B

È questa, alla fine, la domanda che bisognerebbe rivolgere ai soliti “riporter” della propaganda ideologica:

quanto vale un bambino?

Vale soltanto quando può essere utilizzato per accusare Israele?

Vale anche quando viene reclutato dall’IRGC?

Vale quando ha dodici anni e gli mettono un fucile in mano?

Vale quando è afghano e finisce in Siria?

Vale quando è yemenita e viene reclutato dagli Houthi?

Vale quando è iraniano e viene colpito durante una protesta?

Vale quando è israeliano e viene assassinato o rapito da Hamas?

Perché se la risposta cambia a seconda della bandiera del carnefice, allora il problema non è più la tutela dei bambini.

È propaganda.

E forse la forma più cinica di propaganda possibile: quella che utilizza i cadaveri dei bambini per costruire una narrazione politica mentre nasconde deliberatamente tutti quelli che potrebbero rovinarla.

Fonti e approfondimenti

Nota metodologica: le cifre indicate come “verificate” sono quelle accertate dalle organizzazioni citate e non necessariamente rappresentano il numero reale complessivo. Nei conflitti armati l’accesso alle zone interessate è spesso limitato e molti casi rimangono non verificati. Per questo nell’articolo sono stati tenuti distinti i dati verificati, quelli riportati e le stime storiche.

I SOLITI RIPORTER SONO TUTTI PRO-PAL: PIANGONO I BAMBINI DI GAZA, MA TACCIONO SUI MINORI DELLE FARC E DELL’“ASSE DELLA RESISTENZA”

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Da Petro alle FARC, dagli Houthi ad Hamas e Hezbollah: quando i bambini sono vittime del nemico diventano prime pagine, quando vengono reclutati, indottrinati o mandati in guerra dalla parte “giusta” diventano improvvisamente invisibili

C’è qualcosa di profondamente nauseante nel modo in cui una parte dell’informazione occidentale tratta le vittime delle guerre.

Non perché racconti i bambini palestinesi morti.

Deve raccontarli.

Ogni bambino ucciso in guerra è una tragedia e ogni morte civile documentata merita di essere raccontata, indipendentemente dalla bandiera, dalla religione e dall’esercito responsabile.

Lo scandalo comincia quando questo principio apparentemente universale viene applicato a corrente alternata.

Perché se il bambino morto può essere utilizzato contro Israele, contro gli Stati Uniti o contro l’Occidente, allora diventa immediatamente simbolo universale dell’innocenza massacrata.

Titoli.

Fotografie.

Editoriali.

Manifestazioni.

Appelli.

Hashtag.

Indignazione permanente.

Ma quando il bambino viene reclutato dalle FARC, addestrato militarmente da organizzazioni palestinesi, arruolato dagli Houthi, inserito nelle strutture di gruppi armati libanesi oppure sacrificato sull’altare di una rivoluzione ideologica, improvvisamente il vocabolario cambia.

Non abbiamo più carnefici.

Abbiamo il “contesto”.

Non abbiamo più organizzazioni responsabili.

Abbiamo la “resistenza”.

Non abbiamo più bambini trasformati in strumenti della guerra.

Abbiamo le “cause profonde del conflitto”.

E allora facciamola davvero, questa operazione che tanti reporter sembrano detestare:

mettiamo i bambini tutti sullo stesso piano.

Niente propaganda.

Niente cifre gonfiate.

Niente 18 milioni di bambini uccisi dalle FARC, perché quel numero sarebbe falso.

Partiamo invece dai numeri veri.

E sono già abbastanza terribili.


18.677 MINORI: IL NUMERO CHE DOVREBBE PERSEGUITARE LA STORIA DELLE FARC

La cifra corretta è 18.677.

Secondo la Jurisdicción Especial para la Paz, la giustizia transizionale colombiana nata dagli accordi di pace, sono 18.677 i bambini e adolescenti reclutati dalle FARC-EP nel periodo esaminato.

Diciottomilaseicentosettantasette.

Non stiamo parlando di propaganda della destra colombiana.

Non è una cifra inventata da Donald Trump.

Non arriva da un think tank conservatore americano.

Arriva dalla JEP colombiana.

E soprattutto non descrive semplicemente ragazzi che simpatizzavano per una causa politica.

Parliamo di reclutamento di minori all’interno di un conflitto armato.

La documentazione raccolta dalla giustizia colombiana descrive un universo fatto di perdita dell’infanzia, disciplina militare, esposizione alla morte, separazione dalle famiglie e, in alcuni casi, violenze sessuali e altre gravissime forme di abuso.

Questo è il punto da cui dovrebbe cominciare qualsiasi ricostruzione seria delle FARC.

E invece troppo spesso le FARC vengono raccontate quasi esclusivamente attraverso la lente romantica della guerriglia latinoamericana, della disuguaglianza sociale, del latifondo, dell’imperialismo americano e della repressione statale.

Tutti elementi che appartengono alla storia colombiana e che devono essere studiati.

Ma nessuna analisi delle “cause” cancella ciò che è stato fatto alle vittime.


I BAMBINI NON DIVENTANO MENO BAMBINI PERCHÉ IL CARNEFICE È RIVOLUZIONARIO

Qui sta l’enorme ipocrisia.

Quando un esercito regolare provoca vittime civili, viene giustamente chiesto:

chi ha dato l’ordine?

Chi sapeva?

Chi poteva impedirlo?

Quale dottrina militare lo ha consentito?

Perfetto.

Facciamo esattamente le stesse domande alle guerriglie.

Chi reclutava i minori?

Chi li teneva nelle strutture armate?

Chi impartiva gli ordini?

Chi organizzava l’addestramento?

Chi trasformava adolescenti in combattenti?

Chi tollerava gli abusi?

Perché la responsabilità individuale e politica dovrebbe improvvisamente dissolversi quando dall’altra parte della barricata compare una bandiera rivoluzionaria?


E NON C’ERANO SOLTANTO I 18.677 MINORI

La storia delle FARC non si esaurisce nel reclutamento infantile.

La JEP ha inoltre ricostruito una gigantesca macchina dei sequestri.

Sono stati documentati oltre 21.000 sequestri attribuiti alle FARC-EP nell’ambito del relativo macrocaso giudiziario.

Anche qui bisogna fermarsi un secondo.

Ventunmila.

Persone private della libertà.

Famiglie distrutte.

Ostaggi utilizzati come strumenti politici, economici o militari.

Eppure nell’immaginario di una certa controinformazione occidentale le FARC continuano talvolta a beneficiare dell’aura romantica del guerrigliero che combatte l’oligarchia.

La storia reale è molto più sporca.


PETRO NON È LE FARC. MA PETRO DEVE RISPONDERE DELLA SUA POLITICA

Occorre essere precisi anche su Gustavo Petro.

Petro non era un membro delle FARC.

Apparteneva all’M-19, altra organizzazione guerrigliera colombiana.

Attribuirgli personalmente i crimini delle FARC sarebbe storicamente falso e politicamente stupido.

Il problema Petro è un altro.

Ed è molto più interessante.

Petro è arrivato alla presidenza presentandosi come l’uomo capace di superare definitivamente la logica militare del conflitto colombiano.

La parola magica era:

PAZ TOTAL

La pace totale.

Dialogare con le organizzazioni armate.

Ridurre la violenza.

Negoziare.

Integrare.

Disarmare attraverso la politica.

Era una promessa gigantesca.

E alla fine del suo mandato quella promessa deve essere confrontata con i risultati.


MENTRE PETRO PARLAVA DI PACE, I BAMBINI CONTINUAVANO A FINIRE NELLA GUERRA

Questo è uno dei dati più devastanti.

UNICEF, citando dati verificati dalle Nazioni Unite, ha riferito che tra il 2019 e il 2024 oltre 1.200 bambini e adolescenti sono stati reclutati o utilizzati nella guerra in Colombia.

E attenzione:

sono soltanto i casi verificati.

UNICEF sottolinea esplicitamente che la dimensione reale del fenomeno è probabilmente superiore.

Ancora peggio:

tra 2023 e 2024 i casi verificati di reclutamento e utilizzo di minori sarebbero aumentati del 64%, arrivando a 453 casi nel solo 2024.

In media:

un bambino ogni venti ore.

Questa è la Colombia sulla quale dovrebbe essere valutata anche la strategia della Paz Total.

Non basta pronunciare la parola “pace”.

Bisogna produrla.


IL PROBLEMA NON È SOLO COLOMBIANO: GUARDIAMO L’“ASSE DELLA RESISTENZA”

Ed eccoci alla seconda enorme contraddizione.

Una parte della galassia mediatica che difende sistematicamente la cosiddetta “Asse della Resistenza” presenta queste organizzazioni quasi esclusivamente come vittime o movimenti di liberazione.

Ma cosa succede quando apriamo i rapporti delle Nazioni Unite sui bambini nei conflitti armati?

Il quadro diventa molto meno romantico.


HOUTHI: BAMBINI RECLUTATI E INDOTTRINATI

Lo Yemen rappresenta uno dei casi più impressionanti.

Un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha documentato il reclutamento e l’utilizzo da parte degli Houthi di 174 ragazzi tra i 7 e i 17 anni nel periodo esaminato tra il 2015 e il 2020.

Ma lo stesso rapporto cita dati molto più ampi provenienti dai rapporti del Segretario generale ONU:

1.924 ragazzi attribuiti agli Houthi tra aprile 2013 e dicembre 2018 e altri 439 nel 2019.

Non solo.

Gli esperti descrivono campagne di reclutamento organizzate attraverso:

  • scuole;
  • campi estivi;
  • centri di detenzione;
  • quartieri poveri;
  • reti di reclutatori;
  • propaganda ideologica.

In alcuni casi i ragazzi sarebbero stati giovanissimi.

Il rapporto parla persino di accuse riguardanti bambini di sette anni, pur distinguendo correttamente tra casi verificati individualmente e altre segnalazioni.

Questa distinzione è importante.

Perché non abbiamo bisogno di gonfiare i numeri.

Quelli verificati bastano.


LE SCUOLE COME TERRENO DI MOBILITAZIONE

Il rapporto degli esperti ONU sullo Yemen descrive inoltre attività ideologiche nelle scuole e pressioni sugli insegnanti.

Un testimone raccontò che ai bambini venivano mostrate immagini di cadaveri e corpi mutilati per incoraggiarli a combattere.

Un insegnante sarebbe stato arrestato dopo essersi rifiutato di collaborare alla mobilitazione dei giovani.

Questa non è una favola inventata dalla propaganda occidentale.

È contenuta nella documentazione delle Nazioni Unite.

E allora la domanda è inevitabile:

dove sono gli editoriali quotidiani sull’infanzia rubata dagli Houthi?


3.500 MINORI RECLUTATI NELLA GUERRA DELLO YEMEN

Nel 2022 l’Ufficio ONU per i bambini e i conflitti armati riferiva che dall’inizio del conflitto nello Yemen erano stati verificati quasi 3.500 bambini reclutati e utilizzati.

Nello stesso periodo oltre 10.200 bambini erano stati uccisi o mutilati nel conflitto.

Attenzione però alla distinzione fondamentale:

questi numeri riguardano il conflitto yemenita e le diverse parti coinvolte, non possono essere attribuiti integralmente agli Houthi.

Anche le forze governative e gruppi sostenuti da altri Paesi sono stati accusati di reclutamento di minori.

Questo è esattamente il metodo che dovrebbe adottare il giornalismo:

attribuire ogni crimine a chi è documentato come responsabile, senza trasformare le vittime in munizioni propagandistiche.


HAMAS E JIHAD ISLAMICA: I CAMPI ESTIVI CON CONTENUTI MILITARI

Passiamo alla Palestina.

Qui bisogna essere particolarmente rigorosi perché la propaganda circola in entrambe le direzioni.

Un rapporto ONU relativo al periodo esaminato riferì che non erano stati verificati episodi di reclutamento e utilizzo di bambini in quell’anno.

Ma immediatamente dopo aggiungeva un elemento estremamente significativo.

A Gaza, le Brigate al-Quds della Jihad Islamica Palestinese e le Brigate al-Qassam di Hamas avevano organizzato campi estivi della durata di una settimana destinati anche a bambini di appena 14 anni, esponendoli a contenuti e attività militari.

Questa distinzione è fondamentale.

Non possiamo trasformare automaticamente un quattordicenne presente in un campo con attività militari in un “bambino soldato” se l’ONU non lo ha verificato come tale.

Ma possiamo e dobbiamo domandarci:

perché un’organizzazione armata espone ragazzi di quattordici anni ad attività militari?

Dovrebbe essere una domanda universale.


LIBANO: NEL 2025 L’ONU HA VERIFICATO 132 RAGAZZI RECLUTATI O UTILIZZATI

Ed eccoci al Libano.

Il rapporto ONU pubblicato nel giugno 2026 sui bambini nei conflitti armati contiene un dato estremamente importante.

Nel 2025 sono stati verificati 132 ragazzi reclutati o utilizzati da gruppi armati in Libano.

L’attribuzione indicata dall’ONU comprende:

  • Fatah: 26;
  • Jund Ansar Allah: 21;
  • Hamas: 19;
  • gruppi non identificati: 14;
  • Hezbollah: 13;
  • Asbat al-Ansar: 12;
  • Mujahideen Islamic Movement: 11;
  • Islamic Jihad: 7;
  • altri gruppi per i casi rimanenti.

Quindi possiamo dirlo senza slogan:

nel rapporto ONU 2026 Hezbollah compare tra i gruppi ai quali è stato attribuito il reclutamento o utilizzo di minori nel 2025.

Tredici casi.

Non tredicimila.

Non centotrentamila.

Tredici verificati.

E tredici bastano per chiedere conto.


ECCO IL PUNTO: NON ESISTONO BAMBINI “DELLA PARTE GIUSTA”

È questa la domanda che dovrebbe mettere in difficoltà l’intero sistema della solidarietà selettiva.

Se l’utilizzo militare di un bambino è moralmente ripugnante quando lo compie il tuo nemico, perché dovrebbe diventare meno grave quando lo compie il tuo alleato?

Un quattordicenne palestinese rimane un quattordicenne.

Un tredicenne yemenita rimane un tredicenne.

Un adolescente colombiano rimane un adolescente.

Un ragazzo libanese rimane un ragazzo.

La bandiera non cambia l’età.


IRAN: L’ALTRO VOLTO DELLA “RESISTENZA”

E arriviamo al centro politico e ideologico dell’Asse della Resistenza:

LA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN.

Anche qui una parte dell’informazione alternativa occidentale sembra aver costruito un’immagine quasi mitologica.

Iran uguale anti-imperialismo.

Iran uguale opposizione agli Stati Uniti.

Iran uguale opposizione a Israele.

E quindi, secondo questo schema infantile, Iran uguale “parte giusta”.

Peccato che la storia della Repubblica Islamica sia piena di repressione politica, esecuzioni e violazioni dei diritti umani.


1988: MIGLIAIA DI PRIGIONIERI POLITICI ELIMINATI

Amnesty International ha ricostruito per decenni il massacro delle carceri iraniane del 1988.

Le organizzazioni per i diritti umani hanno stimato che tra 4.500 e 5.000 uomini, donne e anche minori furono uccisi nelle prigioni iraniane durante quella gigantesca operazione repressiva.

Il numero esatto rimane sconosciuto.

Le esecuzioni furono condotte in segreto.

Molte famiglie non furono informate.

In diversi casi non venne comunicato nemmeno dove fossero stati sepolti i loro parenti.

Questo è uno dei capitoli più oscuri della storia della Repubblica Islamica.


E LA REPRESSIONE NON È RIMASTA NEGLI ANNI OTTANTA

Nel novembre 2019 le forze di sicurezza iraniane repressero violentemente le proteste.

Amnesty International ha documentato almeno 23 bambini uccisi.

Ventidue erano ragazzi tra i 12 e i 17 anni.

Una vittima era una bambina indicata tra gli 8 e i 12 anni.

Ancora una volta:

dove sono i professionisti dell’indignazione permanente?

Se ventitré bambini vengono uccisi dalle forze di sicurezza di un Paese alleato dell’Occidente, sappiamo perfettamente quale sarebbe la copertura.

Quando il responsabile è Teheran, per una parte della controinformazione comincia invece il balletto del “sì, però”.

Sì, però le sanzioni.

Sì, però Israele.

Sì, però gli Stati Uniti.

Sì, però il Mossad.

Sì, però l’imperialismo.

Sempre un “però”.


IL “PERÒ” CHE ASSOLVE SEMPRE GLI STESSI

Ed è precisamente questo il meccanismo che deve essere smontato.

Non si tratta di negare i crimini commessi dall’Occidente.

Non si tratta di negare le vittime palestinesi.

Non si tratta di assolvere Israele.

Si tratta di rifiutare una morale nella quale esistono vittime di serie A e vittime di serie B.

Se un bambino palestinese viene ucciso:

indignazione.

Giustamente.

Se un bambino iraniano viene ucciso durante una protesta:

indignazione.

Se un bambino colombiano viene reclutato da una guerriglia:

indignazione.

Se un adolescente yemenita viene portato al fronte:

indignazione.

Se un quattordicenne viene esposto ad addestramento militare da un’organizzazione palestinese:

indignazione.

Non è difficile.

Si chiama coerenza.


E IN AMERICA LATINA? IL MITO DELLA GUERRIGLIA “ROMANTICA”

La stessa rimozione riguarda una parte della storia rivoluzionaria latinoamericana.

Prendiamo il Sendero Luminoso peruviano.

Organizzazione maoista.

Rivoluzione proletaria.

Guerra contro lo Stato “borghese”.

Retorica della liberazione.

E dietro la retorica?

Terrore.

Esecuzioni.

Massacri.

Reclutamento.

Human Rights Watch documentò che Sendero Luminoso arrivò persino a utilizzare bambini nelle esecuzioni di persone dichiarate colpevoli nei cosiddetti “processi popolari”.

Pensiamoci.

Bambini utilizzati per uccidere.

Non semplicemente spettatori.

Non semplicemente vittime collaterali.

Strumenti della violenza rivoluzionaria.


SENDERO LUMINOSO: QUANDO LA RIVOLUZIONE DIVORA I PIÙ DEBOLI

Human Rights Watch descrisse inoltre aree utilizzate per l’addestramento dei giovani e segnalazioni di reclutamento forzato delle popolazioni indigene Asháninka.

Le esecuzioni di civili erano spesso precedute da farseschi “processi popolari”.

Le vittime potevano essere torturate.

In alcuni casi gli omicidi venivano commessi davanti ai familiari e agli abitanti dei villaggi.

Questo era il volto concreto di una parte del maoismo armato latinoamericano.

Non il poster del Che Guevara.

Non la maglietta universitaria.

Non il romanticismo del rivoluzionario.

Cadaveri veri.


NEL 2021 UN’EMANAZIONE DI SENDERO LUMINOSO MASSACRÒ 16 CIVILI, TRA CUI QUATTRO BAMBINI

E non parliamo soltanto degli anni Ottanta.

Human Rights Watch ricorda che il 23 maggio 2021 un gruppo derivato da Sendero Luminoso, il cosiddetto Militarized Communist Party of Peru, fu indicato dalle autorità peruviane come responsabile del massacro di 16 civili a San Miguel del Ene.

Tra le vittime:

quattro bambini.

Quattro.

Provate a immaginare quei quattro bambini con la stessa intensità con cui vengono mostrate le fotografie dei bambini palestinesi.

È così difficile?


NON CONFONDIAMO PERÒ TUTTE LE MORTI DELLE GUERRE CIVILI CON I CRIMINI COMUNISTI

Qui bisogna evitare un’altra manipolazione.

Le guerre civili latinoamericane produssero atrocità enormi anche da parte degli Stati, degli eserciti, degli squadroni della morte e delle forze paramilitari anticomuniste.

In El Salvador, Guatemala, Colombia e Perù non è storicamente serio attribuire automaticamente tutte le vittime alle guerriglie marxiste.

Sarebbe propaganda speculare.

Le commissioni della verità hanno documentato atrocità da più parti e, in diversi conflitti, responsabilità enormi delle forze statali.

Ma proprio per questo la domanda rimane:

perché riconoscere i crimini dello Stato dovrebbe impedirci di riconoscere quelli delle guerriglie?

Non li cancella.

Non li assolve.

Non restituisce l’infanzia a un bambino reclutato.


IL GRANDE INGANNO DELLA MORALITÀ IDEOLOGICA

Il problema di fondo è che una parte del giornalismo militante non giudica più un atto.

Giudica chi lo commette.

Bombardamento del nemico?

Crimine.

Bombardamento dell’alleato?

Contesto.

Repressione del nemico?

Dittatura.

Repressione dell’alleato?

Reazione alle destabilizzazioni straniere.

Propaganda militare del nemico?

Indottrinamento.

Propaganda militare dell’alleato?

Resistenza.

Bambini militarizzati dal nemico?

Bambini soldato.

Bambini esposti alla militarizzazione dall’alleato?

Giovani della resistenza.

È questo vocabolario truccato che deve essere distrutto.


E PETRO DOVE SI COLLOCA IN TUTTO QUESTO?

Gustavo Petro rappresenta perfettamente una certa contraddizione della sinistra latinoamericana contemporanea.

Un uomo proveniente dalla guerriglia dell’M-19 che è riuscito democraticamente a diventare presidente.

Questa trasformazione dovrebbe dimostrare una cosa importante:

la politica può sostituire le armi.

Proprio per questo Petro avrebbe dovuto essere ancora più inflessibile sul reclutamento dei minori.

Ancora più duro con qualsiasi organizzazione armata.

Ancora più ossessionato dal monopolio democratico della forza.

E invece la sua grande strategia della Paz Total non è riuscita a cancellare il fenomeno.

Mentre il governo negoziava, bambini colombiani continuavano a essere reclutati.

UNICEF ha parlato di un incremento del 64% dei casi verificati tra 2023 e 2024.

Questo dato non può essere cancellato da nessun discorso presidenziale.


LA PACE NON SI MISURA DAL NUMERO DEI TAVOLI

La pace non è una conferenza stampa.

Non è un comunicato.

Non è un tavolo negoziale.

Non è una stretta di mano.

La pace si misura guardando se:

i bambini tornano a scuola;

i guerriglieri consegnano le armi;

i sequestri diminuiscono;

le estorsioni finiscono;

i villaggi smettono di essere controllati dagli uomini armati;

le famiglie possono vivere senza paura;

gli adolescenti non vengono più reclutati.

Se questo non accade, puoi chiamarla “Paz Total” quanto vuoi.

La realtà rimane più forte dello slogan.


IL NUMERO CHE SMONTA LA RETORICA

Torniamo allora da dove siamo partiti.

18.677 minori reclutati dalle FARC.

Non 18 milioni.

Non abbiamo bisogno di inventare nulla.

Aggiungiamo:

oltre 1.200 minori verificati come reclutati o utilizzati in Colombia tra 2019 e 2024;

453 casi verificati nel solo 2024;

+64% tra 2023 e 2024;

migliaia di minori verificati come reclutati nel conflitto yemenita;

documentazione ONU sul reclutamento Houthi;

campi di Hamas e Jihad Islamica con ragazzi di 14 anni esposti ad attività militari;

132 ragazzi reclutati o utilizzati da gruppi armati in Libano nel 2025, tra cui casi attribuiti a Hamas, Hezbollah e Jihad Islamica;

almeno 23 minori uccisi nella repressione iraniana del novembre 2019;

migliaia di prigionieri politici eliminati nel massacro iraniano del 1988, comprendente anche minori secondo Amnesty;

bambini utilizzati da Sendero Luminoso persino nelle esecuzioni;

quattro bambini tra i sedici civili massacrati a San Miguel del Ene nel 2021.

Questi non sono slogan.

Sono pezzi di una storia che troppo spesso viene raccontata soltanto quando conviene.


NON CHIAMATELA SOLIDARIETÀ SE FUNZIONA SOLO PER UNA BANDIERA

Il bambino palestinese non deve essere dimenticato.

Ma nemmeno quello colombiano.

Nemmeno quello iraniano.

Nemmeno quello yemenita.

Nemmeno quello libanese.

Nemmeno quello peruviano.

E soprattutto nessuno dovrebbe essere trasformato in una figurina ideologica.

Perché la vera linea di demarcazione non dovrebbe essere:

Israele contro Palestina.

Destra contro sinistra.

Occidente contro BRICS.

Capitalismo contro comunismo.

America contro Iran.

La linea dovrebbe essere molto più semplice:

CHI UTILIZZA I BAMBINI NELLA GUERRA È DALLA PARTE SBAGLIATA.

Punto.


AI REPORTER DELL’INDIGNAZIONE SELETTIVA RESTA UNA DOMANDA

La prossima volta che pubblicherete la fotografia di un bambino palestinese morto — e fate bene a raccontarne la storia quando è verificata — ricordatevi anche degli altri.

Ricordatevi dei 18.677 minori reclutati dalle FARC.

Ricordatevi dei bambini dello Yemen.

Ricordatevi dei ragazzi finiti nelle strutture armate libanesi.

Ricordatevi dei bambini iraniani colpiti durante le proteste.

Ricordatevi dei minori trascinati dentro la macchina ideologica di Sendero Luminoso.

E soprattutto ricordatevi che una vittima non perde il diritto alla vostra indignazione perché il suo carnefice è antiamericano, anti-israeliano, marxista, rivoluzionario o membro della cosiddetta “resistenza”.

Altrimenti smettetela di presentarvi come difensori universali dei bambini.

State facendo qualcosa di completamente diverso.

State scegliendo quali bambini meritano di diventare simboli e quali possono essere dimenticati.

E questa non è solidarietà.

È PROPAGANDA.


FONTI E LINK

UNICEF Colombia – FARC-EP pongono fine al reclutamento infantile
https://www.unicef.org/colombia/comunicados-prensa/farc-ep-ponen-fin-reclutamiento-infantil

UNICEF Colombia – Informe sul reclutamento e utilizzo dei bambini nel conflitto colombiano
https://www.unicef.org/colombia/comunicados-prensa/informe-de-reclutamiento-y-utilizacion-de-ninos-en-conflicto

UNICEF Colombia – Urgenza di porre fine al reclutamento dei minori; dati 2019-2024
https://www.unicef.org/colombia/comunicados-prensa/ponerle-fin-al-reclutamiento-y-utilizacion-de-ninas-ninos-y-adolescentes

UNICEF Colombia – Aumento delle gravi violazioni contro i bambini
https://www.unicef.org/colombia/comunicados-prensa/aumentan-las-graves-violaciones-contra-ni%C3%B1os-y-ni%C3%B1as

ONU – Children and Armed Conflict, documentazione su Gaza e campi militari di Hamas/Jihad Islamica
https://digitallibrary.un.org/record/3865514/files/A_74_845–S_2020_525-EN.pdf

ONU/OHCHR – Yemen: reclutamento e utilizzo di bambini da parte degli Houthi e altre forze
https://www.ohchr.org/sites/default/files/Documents/HRBodies/HRCouncil/GEE-Yemen/A-HRC-45-CRP.7-en.pdf

ONU – Children and Armed Conflict: Yemen
https://childrenandarmedconflict.un.org/en/briefing-to-the-un-security-council-on-yemen

ONU – Piano d’azione sullo Yemen e dati sui bambini reclutati, uccisi o mutilati
https://childrenandarmedconflict.un.org/en/new-action-plan-to-strengthen-the-protection-of-children-affected-by-armed-conflict-in-yemen-signed-with-the-houthis

ONU – Children and Armed Conflict: Libano
https://childrenandarmedconflict.un.org/en/lebanon

ONU – Rapporto 2026 Children and Armed Conflict
https://childrenandarmedconflict.un.org/sites/default/files/2026-06/S_2026_357_UNEDITED.pdf

Amnesty International – Bambini uccisi durante le proteste iraniane del novembre 2019
https://www.amnesty.org/en/documents/mde13/1894/2020/en/

Amnesty International – Massacro delle carceri iraniane del 1988
https://www.amnesty.org/en/latest/news/2013/08/iran-still-seeks-erase-prison-massacre-memories-years/

Amnesty International – Esecuzioni politiche in Iran nel 1988
https://www.amnesty.org/es/documents/MDE13/029/1988/en/

Human Rights Watch – Documentazione sull’utilizzo di bambini da parte di Sendero Luminoso
https://www.hrw.org/reports/1996/General1.htm

Human Rights Watch – Perù, abusi di Sendero Luminoso
https://www.hrw.org/reports/1997/peru/

Human Rights Watch – Perù 2022, massacro di San Miguel del Ene
https://www.hrw.org/world-report/2022/country-chapters/peru

ONU – Commissione della Verità per El Salvador, From Madness to Hope
https://digitallibrary.un.org/record/168913

CEUTA SOTTO ASSEDIO: LA FRONTIERA CHE SÁNCHEZ NON HA DIFESO E IL NUOVO BRACCIO DI FERRO CON IL MAROCCO

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Ceuta non è una terra di nessuno. Non è una zona neutrale e non è una semplice “porta verso l’Europa”. È territorio sovrano spagnolo e, quindi, frontiera esterna dell’Unione Europea.

È questo il dato politico da cui bisogna partire per capire ciò che sta accadendo nell’agosto 2026.

Dopo l’enorme crisi migratoria di fine luglio, la città non ha ancora completamente assorbito l’impatto. Migliaia di persone sono entrate irregolarmente dal Marocco, il sistema di accoglienza è stato travolto, sono esplose tensioni nei quartieri e ora sui social circolano nuovi appelli per un altro attraversamento di massa previsto per il 15 agosto.

La minaccia è considerata abbastanza concreta da aver spinto il Marocco a rafforzare massicciamente il dispositivo di sicurezza alla frontiera. Reuters e Associated Press riferiscono che Rabat ha aumentato le forze nell’area proprio in risposta agli appelli online per una nuova entrata collettiva.

Non siamo quindi davanti a una normale discussione teorica sull’immigrazione.

Ceuta è diventata contemporaneamente una crisi migratoria, una crisi di sicurezza, una crisi diplomatica e una questione di sovranità nazionale.

DOPO DECINE DI MIGLIAIA DI INGRESSI, CEUTA NON È TORNATA ALLA NORMALITÀ

Le dimensioni di quanto accaduto a fine luglio sono impressionanti.

Le stime pubblicate nei giorni della crisi hanno oscillato, ma diverse fonti internazionali parlano ormai di circa 72.000 attraversamenti durante la grande ondata. Reuters riporta inoltre almeno 96 morti nel bilancio successivo della crisi.

Una parte enorme delle persone entrate è successivamente tornata in Marocco. Questo particolare va detto chiaramente perché confondere il numero complessivo degli attraversamenti con quello delle persone rimaste a Ceuta produrrebbe una rappresentazione falsa.

Ma altrettanto falso sarebbe sostenere che tutto sia semplicemente finito.

Il presidente della città autonoma, Juan Jesús Vivas, stimava ancora il 3 agosto la presenza di 3.000-5.000 migranti, dichiarando esplicitamente che Ceuta non era tornata alla normalità.

Il sistema destinato ai minori è stato sottoposto a una pressione enorme. Euronews parlava nei primi giorni della crisi di strutture per minori arrivate al 1.600% della capacità, mentre Save the Children denunciava una pressione eccezionale sul sistema locale di protezione dell’infanzia.

E tutto questo accade in una città di appena circa 83.000 abitanti.

Il rapporto numerico basta a capire la portata dello shock.

Non esiste città europea di queste dimensioni che possa assorbire senza conseguenze un movimento improvviso di decine di migliaia di persone.

I RESIDENTI SONO STANCHI. E LA TENSIONE STA SALENDO

Poi c’è la parte che troppo spesso viene trasformata in un dibattito ideologico: la vita quotidiana degli abitanti di Ceuta.

Residenti hanno denunciato intrusioni nelle abitazioni, furti e degrado nelle strade. In alcuni quartieri sono nate perfino pattuglie spontanee di cittadini, fenomeno estremamente preoccupante perché rischia di trasformare una crisi di ordine pubblico in scontri tra gruppi.

Sono state segnalate anche tensioni e scontri tra gruppi di migranti nelle vicinanze del CETI e residenti di Fuente Caballo hanno denunciato ripetuti disordini notturni.

Qui occorre essere estremamente chiari.

La responsabilità dello Stato è proprio impedire che si arrivi alla giustizia privata.

Quando i cittadini cominciano a organizzarsi autonomamente per proteggere quartieri e abitazioni significa che la fiducia nella capacità delle istituzioni di garantire sicurezza sta cedendo.

E questa è una sconfitta politica.

Non bisogna giustificare aggressioni indiscriminate contro gli immigrati. Ma nemmeno utilizzare il rischio di xenofobia come scusa per ignorare furti, violenze, intrusioni o disordini quando avvengono.

Uno Stato serio protegge contemporaneamente i diritti delle persone e la sicurezza dei propri cittadini.

Non sacrifica gli uni agli altri.

«CEUTA È SPAGNA»: LA PROTESTA CONTRO MADRID

Il malcontento è ormai uscito dai quartieri.

Il 9 agosto centinaia di persone sono scese in piazza con uno slogan che riassume perfettamente la questione:

«Ceuta es España».

Durante la manifestazione sono comparsi slogan come:

«Basta, Ceuta non si arrende»,
«Ceuta non è in vendita»,
«Sánchez dimettiti».

I manifestanti hanno accusato Madrid di aver abbandonato la città.

Questo è il problema politico che Pedro Sánchez non può più nascondere dietro il linguaggio burocratico della “gestione dei flussi”.

Ceuta non sta chiedendo un seminario sull’integrazione.

Sta chiedendo che venga garantito un confine.

E ORA IL MAROCCO RIMETTE IN DISCUSSIONE CEUTA

Ed è qui che la crisi diventa molto più grave.

Il ministro della Giustizia marocchino Abdellatif Ouahbi ha nuovamente sollevato la rivendicazione marocchina su Ceuta e Melilla.

La risposta spagnola è stata durissima.

Madrid ha dichiarato che la sovranità delle due città non è negoziabile.

Il ministro della Difesa Margarita Robles ha definito Ceuta e Melilla territori pienamente spagnoli e ha affermato che una minaccia contro di essi costituisce una minaccia contro la Spagna.

Finalmente il problema viene chiamato con il suo nome:

sovranità.

Perché un attraversamento individuale clandestino è immigrazione irregolare.

Decine di migliaia di persone che attraversano contemporaneamente una frontiera internazionale rappresentano invece anche una crisi di sicurezza nazionale, indipendentemente dalle motivazioni individuali di chi parte.

E quando dall’altra parte della stessa frontiera esiste uno Stato che rivendica quel territorio, la questione diventa inevitabilmente geopolitica.

IL PRECEDENTE DEL 2021 NON PUÒ ESSERE DIMENTICATO

Non sarebbe neppure la prima volta.

Nel maggio 2021, durante una crisi diplomatica tra Madrid e Rabat, i controlli marocchini alla frontiera vennero drasticamente allentati e circa 8.000 persone entrarono a Ceuta.

Quell’episodio dimostrò qualcosa che oggi dovrebbe essere evidente persino ai più ingenui:

il controllo marocchino dei flussi può diventare uno strumento di pressione politica sulla Spagna.

Il precedente rende quindi legittimo chiedersi quale sia stato esattamente il ruolo delle autorità marocchine nella gigantesca crisi del luglio 2026.

Questo non significa sostenere senza prove che Rabat abbia “ordinato” l’ingresso di decine di migliaia di persone.

Significa pretendere un’indagine seria su come sia stato possibile che una frontiera normalmente sorvegliata abbia ceduto con una rapidità simile.

15 AGOSTO: SI PREPARA UNA NUOVA ONDATA?

Adesso arriva il punto più inquietante.

Sui social network sono circolati appelli per organizzare un nuovo attraversamento di massa il 15 agosto.

La minaccia è stata presa sul serio dalle stesse autorità marocchine.

Rabat sostiene di aver adottato tutte le misure necessarie per impedire una nuova entrata massiccia e ha rafforzato il dispositivo nella zona di Fnideq/Castillejos.

Secondo Associated Press, sono stati dispiegati ingenti contingenti di polizia, mezzi antisommossa, cannoni ad acqua e altri dispositivi di sicurezza.

Questo significa una cosa molto semplice:

la possibilità di un nuovo tentativo non è una fantasia inventata dai social.

Non sappiamo se avverrà né quali dimensioni potrebbe assumere.

Ma sappiamo che le autorità lo considerano abbastanza plausibile da prepararsi.

E dopo quanto accaduto a luglio sarebbe irresponsabile fare diversamente.

SÁNCHEZ HA UN PROBLEMA MOLTO PIÙ GRANDE DI CEUTA

La crisi sta inoltre mettendo sotto pressione il governo di Pedro Sánchez.

Un’analisi di Chatham House osservava già il 31 luglio che la crisi avrebbe potuto indebolire seriamente la posizione del premier e creare nuove fratture all’interno dell’Europa.

Persino all’interno della maggioranza spagnola sono emerse conseguenze politiche: un partner minore del governo ha messo in discussione l’opportunità di organizzare insieme al Marocco i Mondiali del 2030 dopo quanto accaduto.

La contraddizione è evidente.

Da una parte Madrid deve mantenere rapporti privilegiati con Rabat perché il Marocco è fondamentale per controllare l’immigrazione.

Dall’altra proprio questa dipendenza attribuisce al Marocco un’enorme leva negoziale.

È il paradosso della politica europea degli ultimi vent’anni:

delegare la difesa delle proprie frontiere ai Paesi di transito e poi stupirsi quando quei Paesi trasformano il controllo migratorio in potere politico.

IL PROBLEMA EUROPEO: IMMIGRAZIONE SENZA CONTROLLO E INTEGRAZIONE SENZA LIMITI

Ceuta deve essere letta anche nel quadro europeo.

Ma bisogna distinguere i concetti.

Parlare genericamente di “colonizzazione islamica” come se ogni musulmano presente in Europa partecipasse a un progetto organizzato sarebbe una semplificazione che indebolirebbe proprio la critica politica.

Il problema concreto è un altro, ed è già sufficientemente grave:

cosa succede quando immigrazione incontrollata, differenze culturali profonde, concentrazione territoriale, fallimento dell’integrazione e debolezza dello Stato si sommano per decenni?

Una società può accogliere immigrazione.

Può integrare milioni di persone.

Ma nessuna società può pretendere che quantità, velocità e composizione dei flussi siano irrilevanti.

L’integrazione funziona soltanto quando lo Stato mantiene il controllo su chi entra, quanti entrano, a quali condizioni rimangono e quali regole devono rispettare.

Quando invece il messaggio diventa che attraversare illegalmente una frontiera può trasformarsi nel primo passo verso la permanenza nell’Unione Europea, si crea inevitabilmente un incentivo.

E Ceuta è particolarmente vulnerabile proprio perché rappresenta una porta terrestre tra Africa e Unione Europea.

NON È UNA GUERRA CONTRO L’ISLAM. È UNA BATTAGLIA PER LA SOVRANITÀ

Bisogna evitare anche un’altra trappola.

A Ceuta vivono da generazioni cittadini spagnoli musulmani. Sono spagnoli esattamente come i cristiani, gli ebrei o gli induisti della città.

Trasformare la crisi in una guerra religiosa significherebbe regalare agli estremisti di entrambe le parti il terreno che cercano.

La questione decisiva non è la religione del migrante.

È chi controlla il confine.

Uno Stato sovrano deve poter decidere chi entra nel proprio territorio.

Se perde questa capacità, perde una parte fondamentale della propria sovranità.

E quando parliamo di Ceuta non parliamo soltanto della Spagna.

Parliamo della frontiera dell’Unione Europea.

L’EUROPA DEVE DECIDERE SE VUOLE ANCORA AVERE FRONTIERE

Per anni Bruxelles ha discusso dell’immigrazione soprattutto attraverso categorie morali.

Solidarietà.

Accoglienza.

Inclusione.

Diritti.

Sono principi importanti.

Ma manca sempre una parola:

limite.

Qual è il limite numerico che un territorio può sostenere?

Qual è il limite oltre il quale l’accoglienza diventa emergenza permanente?

Qual è il limite oltre il quale l’integrazione diventa impossibile?

E soprattutto:

che cosa deve fare uno Stato quando decine di migliaia di persone tentano contemporaneamente di attraversarne illegalmente la frontiera?

Non rispondere significa lasciare che siano gli eventi a rispondere.

Ed è esattamente ciò che è successo a Ceuta.

CEUTA È IL CAMPANELLO D’ALLARME DELL’EUROPA

La lezione di Ceuta è brutale.

Una frontiera apparentemente stabile può collassare in poche ore.

Una città di 83.000 abitanti può trovarsi improvvisamente davanti a decine di migliaia di persone.

Una crisi migratoria può trasformarsi immediatamente in crisi diplomatica.

Una crisi diplomatica può riaprire rivendicazioni territoriali.

E una popolazione che non si sente protetta può perdere rapidamente fiducia nelle istituzioni.

Questa è la miscela che Madrid deve disinnescare.

Non con gli slogan.

Non accusando automaticamente di razzismo chi chiede frontiere controllate.

Non demonizzando chi chiede solidarietà.

Ma ristabilendo un principio elementare:

prima viene il controllo del territorio.

Senza controllo delle frontiere non esiste una politica migratoria.

Esiste soltanto la gestione delle conseguenze.

E Ceuta oggi rappresenta esattamente questo fallimento.

Pedro Sánchez si trova davanti alla prova più difficile: dimostrare che la Spagna controlla ancora una propria frontiera mentre il Paese confinante continua contemporaneamente a rivendicarne il territorio.

Il Marocco deve essere considerato un interlocutore necessario, ma non può diventare il custode indispensabile della sicurezza spagnola.

L’Europa, infine, deve capire che Ceuta non è un problema periferico spagnolo.

È una frontiera europea.

Se un confine esterno dell’Unione può essere travolto da decine di migliaia di persone nel giro di ore, allora il problema non riguarda soltanto Ceuta.

Riguarda Roma, Parigi, Berlino, Bruxelles e ogni capitale dell’Unione.

E con una nuova mobilitazione annunciata per il 15 agosto, la domanda non è più soltanto cosa sia successo a Ceuta.

La domanda è:

CHE COSA SUCCEDERÀ LA PROSSIMA VOLTA?

Perché una cosa ormai dovrebbe essere evidente.

Una frontiera che esiste soltanto sulla carta non è più una frontiera.

E uno Stato che delega ad altri il compito di decidere quando quella frontiera debba essere aperta o chiusa ha già ceduto una parte della propria sovranità.

FONTI E APPROFONDIMENTI

Reuters – La Spagna respinge le rivendicazioni marocchine su Ceuta e Melilla; nuova mobilitazione prevista per il 15 agosto
https://www.reuters.com/world/africa/spain-rejects-discussing-sovereignty-enclaves-with-morocco-2026-08-12/

Associated Press – Il Marocco rafforza massicciamente la sicurezza alle frontiere di Ceuta e Melilla dopo gli appelli online per nuovi attraversamenti
https://apnews.com/article/cc19f6270dfe276aecd1b1fb559fcb5e

Euronews – “Ceuta is Spain”: proteste contro la gestione della crisi migratoria e contro il governo Sánchez
https://www.euronews.com/my-europe/2026/08/09/ceuta-is-spain-hundreds-protest-government-over-migration-crisis

Euronews – L’Unione Europea esprime solidarietà alla Spagna dopo la crisi di Ceuta
https://www.euronews.com/my-europe/2026/08/04/full-solidarity-with-spain-after-ceuta-as-crisis-tests-eu-resilience-migration-commissione

Euronews Italia – Oltre 1.500 arrivi a nuoto dal Marocco in 15 giorni; strutture per minori al 1.600% della capacità
https://it.euronews.com/my-europe/2026/07/30/ceuta-oltre-1500-migranti-sono-arrivati-a-nuoto-dal-marocco-negli-ultimi-15-giorni

Al Jazeera – Il Marocco annuncia nuove misure per impedire ulteriori attraversamenti di massa verso Ceuta
https://www.aljazeera.com/news/2026/8/12/morocco-says-working-to-prevent-potential-new-ceuta-crossings-surge

Al Jazeera – Ceuta e Melilla e la nuova tensione alla frontiera tra Spagna e Marocco
https://www.aljazeera.com/news/2026/8/5/ceuta-and-melilla-why-europes-african-border-remains-a-flashpoint

EUAA – European Union Agency for Asylum: dati su Ceuta, immigrazione irregolare e capacità del CETI
https://www.euaa.europa.eu/sites/default/files/2026-03/13_comision_espanola_de_ayuda_al_refugiado_cear.pdf

CEAR – Informe 2026: dati ufficiali e analisi degli arrivi a Ceuta e Melilla
https://biblioteca.plataformavoluntariado.org/wp-content/uploads/2026/06/informe_cear_2026-1.pdf

UFO, il Pentagono apre gli archivi: 80 anni di casi irrisolti e il mistero delle sfere sul Golfo dell’Oman

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Per decenni il dibattito sugli UFO è rimasto intrappolato fra due estremi: da una parte chi vedeva extraterrestri dietro qualsiasi luce nel cielo, dall’altra chi liquidava l’intero fenomeno come fantasia, suggestione o folklore.

Nel 2026 questa contrapposizione è diventata molto più difficile da sostenere.

Non perché il governo degli Stati Uniti abbia annunciato l’esistenza degli extraterrestri. Non lo ha fatto.

Non perché sia stata dimostrata l’origine non umana degli oggetti osservati. Non è stata dimostrata.

È accaduto però qualcosa di altrettanto importante dal punto di vista storico: l’amministrazione americana ha iniziato a pubblicare sistematicamente documenti governativi relativi agli UAP — Unidentified Anomalous Phenomena — compresi casi che lo stesso governo continua ufficialmente a classificare come irrisolti.

Ed è proprio questa parola a meritare attenzione.

Non “alieni”.

Non “astronavi extraterrestri”.

Ma nemmeno necessariamente “palloni”, “droni”, “illusioni ottiche” o “fenomeni atmosferici”.

Irrisolti.

Il materiale fornito alla base di questa ricostruzione descrive una lunga sequenza di episodi militari e testimonianze ufficiali, dal secondo dopuerra fino al 2026.

Il portale ufficiale PURSUE conferma inoltre che il governo considera i materiali pubblicati casi nei quali non è stato possibile raggiungere una determinazione definitiva sulla natura del fenomeno osservato. La stessa amministrazione precisa che ciò può dipendere anche dalla mancanza di dati sufficienti.

È una distinzione fondamentale.

Ma ciò che emerge dagli archivi è comunque abbastanza interessante da porre una domanda molto semplice:

che cosa hanno osservato, per decenni, militari, piloti, operatori radar e personale dell’intelligence americana?


PURSUE: l’operazione di trasparenza voluta da Trump

Il programma si chiama PURSUE — Presidential Unsealing and Reporting System for UAP Encounters.

Sul portale ufficiale compare una dichiarazione di Donald Trump del 19 febbraio 2026 nella quale il presidente dispone l’avvio del processo per individuare e rendere pubblici documenti governativi riguardanti vita extraterrestre, UFO e fenomeni anomali non identificati.

Il Department of War, con il supporto dell’Office of the Director of National Intelligence, dichiara di essere impegnato a individuare, riesaminare, declassificare e pubblicare documenti UAP distribuiti nell’amministrazione federale.

Non si tratta di qualche fotografia tirata fuori da un vecchio archivio.

Secondo il Dipartimento, l’operazione richiede il coordinamento di decine di agenzie e l’esame di decine di milioni di documenti, alcuni conservati esclusivamente in formato cartaceo e risalenti a molti decenni fa.

La pubblicazione è avvenuta progressivamente:

  • Release 01 — 8 maggio 2026
  • Release 02 — 22 maggio 2026
  • Release 03 — 12 giugno 2026
  • Release 04 — 10 luglio 2026
  • Release 05 — 7 agosto 2026

La quinta tranche è quindi reale ed è ufficialmente presente nel portale governativo.

Ed è proprio qui che compare uno dei casi più interessanti dell’intera operazione.


Il caso del Golfo dell’Oman

La notte dell’8 settembre 2021 un AC-130J delle forze speciali statunitensi era impegnato in un’esercitazione a fuoco reale nella regione del Golfo dell’Oman.

L’AC-130 non è un normale aereo da trasporto.

È una vera e propria cannoniera volante, equipaggiata con sensori elettro-ottici e infrarossi e sistemi d’arma destinati all’appoggio delle forze a terra.

Secondo il rapporto descritto nel materiale pubblicato, durante l’esercitazione venne sganciato in mare un dispositivo illuminante utilizzato come bersaglio.

L’aereo iniziò quindi a orbitare intorno al bersaglio.

Quando l’operatore riportò il sensore infrarosso verso il punto, comparvero due oggetti.

Il rapporto li descrive come “cold orbs”, sfere fredde, del diametro di circa quattro piedi — poco più di 1,2 metri — sospese a bassissima quota sull’acqua. Il materiale fornito descrive gli oggetti come immobili sopra il dispositivo per circa quindici secondi.

Già questo sarebbe sufficiente per rendere l’episodio interessante.

Ma è quello che avviene immediatamente dopo ad aver attirato maggiormente l’attenzione.


Il grilletto viene premuto. Gli oggetti si allontanano

Secondo il rapporto militare, l’operatore decide di sparare.

Fra la pressione del grilletto e il rinculo effettivo del cannone esiste naturalmente un breve intervallo meccanico.

Ed è durante quell’intervallo che, secondo quanto riportato nel documento, gli oggetti reagiscono.

Le due sfere si allontanano rapidamente dal bersaglio e abbandonano il campo del sensore senza una variazione evidente della quota.

Questo dettaglio è importante perché la sequenza temporale descritta nel rapporto colloca il movimento dopo l’azionamento del comando ma prima del rinculo dell’arma.

Naturalmente ciò non dimostra che gli oggetti “sapessero” che qualcuno stava per sparare.

Esistono possibili variabili tecniche da analizzare: segnali elettromagnetici, modificazioni nell’assetto dell’aereo, sincronizzazione imperfetta degli eventi, limiti della registrazione secondaria e altri fattori.

Ma è precisamente il genere di circostanza che rende il caso degno di un’analisi tecnica seria.

Soprattutto perché non si sarebbe trattato di un singolo avvistamento.


Circa 25 osservazioni durante la stessa missione

Il rapporto parla di circa 25 istanze di oggetti anomali durante la sortita.

Alcuni sarebbero apparsi come oggetti “freddi” nei sensori infrarossi.

Il documento descrive inoltre una coppia di oggetti che si sarebbe mossa in maniera coordinata, salendo e scendendo con un movimento ondulatorio.

Il paragone utilizzato nel rapporto è particolarmente curioso: il movimento ricordava quello dei delfini che nuotano insieme.

Nel materiale viene riportato anche il commento secondo cui gli oggetti sembravano consapevoli di volare in formazione.

Sempre secondo la ricostruzione contenuta nei documenti, non sarebbero stati osservati sistemi di propulsione convenzionali evidenti.

Niente pennacchi di scarico chiaramente riconoscibili.

Niente ali identificabili.

Niente motori visibili.

Questo, ancora una volta, non dimostra un’origine extraterrestre.

Significa semplicemente che sulla base dei dati disponibili non è stata prodotta un’identificazione definitiva.

Ed è esattamente per questo che il governo continua a classificare il caso come unresolved.


Attenzione: i filmati hanno un limite importante

Qui bisogna evitare una trappola nella quale cade spesso sia chi vuole dimostrare gli UFO sia chi vuole demolirli.

I video pubblicati relativi all’episodio non rappresentano necessariamente i dati grezzi originali del sensore.

Nel materiale viene specificato che si tratta di riprese realizzate con un dispositivo rivolto verso il display del sistema di bordo.

È una limitazione enorme dal punto di vista dell’analisi scientifica.

Una registrazione del display può introdurre:

  • artefatti;
  • perdita di risoluzione;
  • problemi di frequenza dei fotogrammi;
  • distorsioni;
  • riflessi;
  • difficoltà nella determinazione delle dimensioni;
  • problemi nella ricostruzione della velocità apparente.

Per questo sarebbe sbagliato prendere qualche secondo di video compresso e pretendere di ricostruire con certezza assoluta la fisica dell’oggetto.

Ma sarebbe altrettanto scorretto ignorare il rapporto militare che accompagna le immagini.

Il video non è l’intero caso.

È soltanto una parte del dossier.


Il punto fondamentale: il governo americano non dice “sono alieni”

Questo concetto deve essere chiarissimo.

Il governo degli Stati Uniti non sta certificando l’esistenza di astronavi extraterrestri.

Sul sito PURSUE viene scritto esplicitamente che i documenti raccolti riguardano casi irrisolti, cioè episodi nei quali il governo non è riuscito a determinare definitivamente la natura dei fenomeni osservati.

E aggiunge qualcosa di ancora più importante:

la mancata identificazione può essere dovuta anche semplicemente a dati insufficienti.

È il punto che separa una ricerca seria dalla propaganda.

UAP non significa alieno.

Significa fenomeno anomalo non identificato.

Ma vale anche il ragionamento opposto:

non identificato non significa automaticamente insignificante.

Se un fenomeno viene osservato da personale militare, registrato da sensori, inserito in rapporti dell’intelligence e rimane senza spiegazione definitiva, la domanda sulla sua natura è perfettamente legittima.


Dal Golfo dell’Oman all’Afghanistan

La quinta pubblicazione non riguarda soltanto sfere sul mare.

Nel materiale fornito viene descritto anche un verbale relativo a un ex pilota militare che racconta un episodio avvenuto nel giugno 2002 presso la base aerea di Bagram, in Afghanistan.

Sono circa le 4:30 del mattino.

Il pilota si trova all’esterno insieme a un collega.

A un certo punto nota che alcune stelle sembrano scomparire.

La ragione, secondo la testimonianza, sarebbe stata un enorme oggetto che attraversava il cielo.

La forma descritta?

Un triangolo equilatero nero.

Silenzioso.

Senza luci.

A quota apparentemente costante.

Le dimensioni vengono stimate in circa 500 piedi, cioè circa 150 metri.

Anche il secondo pilota avrebbe osservato l’oggetto.

Non abbiamo quindi una dimostrazione fisica dell’esistenza di un velivolo triangolare di 150 metri.

Abbiamo una testimonianza formalizzata in un verbale ufficiale.

La differenza è enorme e va mantenuta.

Ma proprio il fatto che testimonianze del genere siano entrate negli archivi federali spiega perché il fenomeno meriti di essere studiato senza pregiudizi.


I triangoli neri ricompaiono

Il caso di Bagram non sarebbe isolato.

Il materiale cita segnalazioni successive negli Stati Uniti e testimonianze provenienti da persone diverse che descrivono strutture triangolari.

Un episodio del 2023 a Colorado Springs coinvolgerebbe un ex dipendente del Dipartimento e un civile.

Un altro verbale del 2026 riguarda invece un gruppo di luci osservato nell’Ovest degli Stati Uniti.

Secondo la deposizione, da lontano apparivano come singoli punti luminosi.

Osservandoli più attentamente, ciascun punto sarebbe apparso composto da tre luci disposte a triangolo.

Ancora una volta: testimonianze non equivalgono a prove della natura extraterrestre degli oggetti.

Ma la ricorrenza di determinate geometrie attraverso epoche e luoghi differenti costituisce una pista investigativa legittima.


Il controverso “missing time”

Uno degli elementi più insoliti della quinta tranche riguarda presunte anomalie temporali.

In un verbale citato nel materiale, dopo l’avvistamento uno dei testimoni confronta il proprio orologio con altri dispositivi.

L’orologio analogico risulterebbe avanti di circa 25 minuti, mentre telefoni, orologio digitale e sistema del veicolo mostrerebbero un’altra ora.

Il particolare viene riportato nel verbale.

Il materiale sostiene inoltre che una circostanza analoga sarebbe presente in due testimonianze distinte.

Qui occorre essere particolarmente prudenti.

Un orologio fuori sincronia non dimostra una dilatazione temporale.

Per dimostrare un fenomeno relativistico servirebbero misurazioni strumentali controllate, sincronizzazione precedente, verifica tecnica dell’orologio e una quantità di informazioni che una semplice testimonianza non può fornire.

Il valore del documento è quindi un altro:

mostra che persino questo particolare, tradizionalmente confinato nella letteratura ufologica, è stato formalmente riportato da un testimone alle autorità.

Non significa che l’interpretazione ufologica sia corretta.

Significa che l’anomalia dichiarata esiste nel verbale e può essere sottoposta ad analisi.


Il fenomeno non nasce nel 2026

Ed è qui che la storia diventa ancora più interessante.

Il materiale pubblicato porta indietro la cronologia fino agli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale.

Un documento del 3 novembre 1948 attribuito all’intelligence dell’Aeronautica americana prendeva in considerazione perfino l’ipotesi che gli oggetti segnalati potessero essere veicoli provenienti da un altro pianeta.

Attenzione alle parole.

“Prendere in considerazione” una possibilità non significa concludere che quella possibilità sia vera.

L’intelligence deve, per definizione, esaminare ipotesi alternative.

Ma il documento dimostra qualcosa di storicamente rilevante:

l’ipotesi extraterrestre era già presente nelle valutazioni militari americane nel 1948.


Il problema tecnologico degli anni Quaranta

Qui emerge una delle domande più difficili.

Oggi è relativamente semplice invocare droni, sistemi autonomi, velivoli stealth, guerra elettronica o programmi militari classificati.

Ma cosa fare delle segnalazioni degli anni Quaranta e Cinquanta?

Il materiale ricorda documenti nei quali l’origine e l’identificazione di alcuni fenomeni non risultavano determinabili e analisi di filmati che non riuscivano a ricondurre quanto osservato a fenomeni naturali conosciuti.

Questo non elimina spiegazioni convenzionali.

Gli anni della Guerra fredda furono anche quelli di programmi aeronautici segretissimi, palloni stratosferici, ricognizione ad alta quota e sperimentazioni militari sconosciute al pubblico.

Molti UFO storici potrebbero certamente essere spiegati in questo modo.

Ma rimane una domanda:

tutti?


La lettera Twining e la realtà del fenomeno

Uno dei documenti storici più frequentemente citati nella storia degli UFO è il memorandum associato al generale Nathan F. Twining.

Nel materiale fornito viene interpretato come una conferma del fatto che il fenomeno osservato fosse considerato reale dall’apparato militare dell’epoca.

Anche qui bisogna distinguere due concetti.

Affermare che esiste un fenomeno reale significa riconoscere che persone e strumenti stanno effettivamente registrando qualcosa.

Non significa averne determinato l’origine.

Questa distinzione è fondamentale ancora oggi.

Possiamo avere contemporaneamente due affermazioni vere:

1. Esistono osservazioni UAP autentiche e non immediatamente spiegabili.

2. Non possediamo prove pubbliche sufficienti per attribuirle a civiltà extraterrestri.

Non c’è alcuna contraddizione.


Il radar cambia tutto

C’è poi una coincidenza storica affascinante.

Il radar viene sviluppato e utilizzato massicciamente durante la Seconda guerra mondiale.

Negli anni immediatamente successivi esplodono le segnalazioni di oggetti anomali nei cieli.

Il testo fornito propone quindi una lettura suggestiva: nel momento in cui l’umanità ha costruito strumenti capaci di osservare sistematicamente il cielo, ha cominciato a registrare anomalie che prima sarebbero potute passare inosservate.

Non dimostra che qualcosa sia “arrivato” in quel momento.

Potrebbe semplicemente significare che la nostra capacità di osservazione è migliorata.

Ed è proprio questo il punto.

Il problema UAP non deve necessariamente essere interpretato come:

“Quando sono arrivati?”

Potrebbe essere formulato diversamente:

“Quando abbiamo cominciato ad avere strumenti abbastanza sofisticati da accorgerci sistematicamente di questi fenomeni?”


Ottant’anni dopo siamo ancora alla stessa domanda

Ed eccoci al paradosso.

Nel 1948 l’intelligence militare discuteva fenomeni aerei di origine non determinata.

Nel 2002 un pilota racconta un gigantesco triangolo sopra Bagram.

Nel 2021 un AC-130 registra oggetti anomali durante un’esercitazione nel Golfo dell’Oman.

Nel 2026 gli Stati Uniti aprono un portale governativo dedicato alla pubblicazione di documenti UAP.

E sul sito ufficiale continuano a comparire casi classificati come:

UNRESOLVED.

Non significa che ottant’anni di indagini non abbiano spiegato nulla.

Al contrario: moltissimi casi UFO sono stati spiegati.

Palloni.

Aerei.

Satelliti.

Droni.

Fenomeni atmosferici.

Errori dei sensori.

Errori di prospettiva.

Ma il problema scientificamente interessante è costituito proprio dal residuo.

Dai casi che, dopo l’analisi disponibile, non ricevono ancora una classificazione definitiva.


Perché pubblicare tutto proprio adesso?

Questa probabilmente è la domanda politica più interessante.

Perché l’amministrazione Trump ha deciso di aprire sistematicamente questi archivi?

Una risposta è dichiarata apertamente dal governo:

trasparenza.

Il segretario Pete Hegseth afferma che documenti rimasti nascosti dietro classificazioni di sicurezza hanno alimentato per molto tempo speculazioni giustificate e che gli americani devono poterli vedere direttamente.

Questa frase merita attenzione.

Il governo non sta dicendo che tutte le teorie nate intorno agli UFO fossero corrette.

Sta riconoscendo però che la segretezza stessa ha alimentato il sospetto pubblico.

Ed è inevitabile.

Se per decenni documenti relativi a fenomeni non identificati vengono classificati, mentre pubblicamente l’argomento viene spesso trattato come una barzelletta, si crea una contraddizione.

Se non c’era nulla di interessante, perché classificare?

La risposta può essere perfettamente convenzionale.

Un rapporto UAP può rivelare:

capacità dei radar;

risoluzione dei sensori;

procedure operative;

posizione delle piattaforme;

metodi dell’intelligence;

capacità di intercettazione;

vulnerabilità delle installazioni militari.

In altre parole, la classificazione di un documento UFO non prova affatto che il governo stesse nascondendo alieni.

Può semplicemente proteggere informazioni militari.

Ma dopo la declassificazione possiamo finalmente separare le due cose.


Il vero scandalo sarebbe smettere di fare domande

Per settant’anni il dibattito UFO è stato spesso avvelenato dal ridicolo.

Chiunque facesse domande veniva facilmente inserito nella categoria dei complottisti.

Ma oggi esiste un portale ufficiale del governo degli Stati Uniti chiamato Presidential Unsealing and Reporting System for UAP Encounters.

Esistono documenti governativi.

Esistono rapporti militari.

Esistono testimonianze di piloti.

Esistono filmati.

Esistono casi risolti.

Ed esistono casi che il governo continua a definire irrisolti.

Questo cambia inevitabilmente il livello della discussione.

Non autorizza a dire:

“Gli alieni esistono e il Pentagono lo ha ammesso.”

Sarebbe falso.

Ma rende altrettanto superficiale affermare:

“Non esiste alcun fenomeno da studiare.”

Il governo americano stesso sta dicendo il contrario.


Tre grandi ipotesi rimangono sul tavolo

Alla fine possiamo ridurre il problema a tre grandi famiglie di spiegazioni.

1. Fenomeni convenzionali non correttamente identificati

È certamente la spiegazione di una parte consistente degli avvistamenti.

Palloni, droni, satelliti, aerei, fenomeni atmosferici, errori percettivi e artefatti dei sensori possono produrre osservazioni apparentemente straordinarie.

2. Tecnologia umana classificata

Una parte degli avvistamenti potrebbe riguardare programmi militari segreti americani oppure sistemi sviluppati da potenze straniere.

Storicamente è già successo che programmi classificati venissero scambiati per UFO.

Ma questa spiegazione diventa più problematica quando viene applicata indiscriminatamente a episodi molto antichi.

Se un oggetto manifestasse realmente caratteristiche tecnologiche enormemente superiori a quelle conosciute negli anni Quaranta, bisognerebbe spiegare chi disponesse di quella tecnologia e perché, ottant’anni dopo, essa non sia emersa chiaramente nella storia aeronautica conosciuta.

3. Un’origine non convenzionale

È l’ipotesi più affascinante e contemporaneamente quella che richiede le prove più forti.

Extraterrestre?

Qualcos’altro?

Non lo sappiamo.

E proprio perché non lo sappiamo, non dobbiamo trasformare un interrogativo in una certezza.


La posizione più razionale: né credulità né negazione

Il punto non dovrebbe essere scegliere una fede.

Credere agli alieni contro non credere agli alieni.

È una falsa alternativa.

La posizione razionale consiste nel prendere i documenti, analizzare i dati e classificare ogni episodio sulla base delle evidenze.

Se è un pallone, chiamarlo pallone.

Se è un drone, chiamarlo drone.

Se è un artefatto del sensore, dimostrarlo.

Se è un velivolo militare classificato e un giorno diventa possibile dirlo, documentarlo.

E se dopo tutto questo rimane qualcosa che non sappiamo spiegare, avere l’onestà intellettuale di scrivere:

NON IDENTIFICATO.

È precisamente ciò che il governo americano sta facendo con almeno una parte dell’archivio PURSUE.


Conclusione: la vera notizia non sono gli alieni, ma l’apertura degli archivi

Forse un giorno scopriremo che tutti i casi più spettacolari avevano spiegazioni perfettamente terrestri.

Forse scopriremo che una piccola percentuale riguardava tecnologie segrete.

Oppure potremmo scoprire qualcosa di molto più importante.

Oggi non possiamo saperlo.

Ma qualcosa è già cambiato.

Il fenomeno UAP non può più essere liquidato semplicemente come folklore da internet.

Esistono documenti ufficiali, rapporti militari, materiale dell’intelligence e testimonianze raccolte dalle autorità federali.

E soprattutto esiste un governo che ha deciso di aprire progressivamente archivi rimasti classificati per decenni.

Nel Golfo dell’Oman, nel 2021, un equipaggio militare americano riferì di aver osservato circa 25 istanze di oggetti anomali durante una missione; due delle cosiddette “cold orbs” vennero osservate vicino al bersaglio e, secondo il rapporto, si allontanarono rapidamente dopo l’azionamento del comando di fuoco.

Cinque anni dopo quel materiale è pubblico.

E il governo non lo presenta come la prova dell’arrivo degli extraterrestri.

Lo presenta come qualcosa di forse ancora più provocatorio per chi pretende risposte semplici:

un caso irrisolto.

Dopo decenni nei quali la questione UFO è stata sospesa fra segretezza, ridicolo, testimonianze, errori, spiegazioni convenzionali e autentiche anomalie, forse la domanda corretta non è più:

“Credete agli UFO?”

La domanda dovrebbe essere:

che cosa mostrano realmente i dati?

E soprattutto:

fra migliaia di casi spiegabili, che cosa rimane quando abbiamo eliminato tutto ciò che sappiamo identificare?

Perché è proprio lì, in quel residuo ancora senza nome, che comincia la parte interessante della ricerca.


Fonti e documenti

Portale ufficiale PURSUE – U.S. Department of War:
Presidential Unsealing and Reporting System for UAP Encounters

Release 05 – 7 agosto 2026: disponibile direttamente attraverso il database e i pacchetti della quinta tranche sul portale PURSUE.

AARO – All-domain Anomaly Resolution Office:
Sito ufficiale AARO

National Archives – documentazione governativa statunitense:
U.S. National Archives

FBI Vault – UFO:
FBI Vault

Piramide di Cheope, il paper Biondi-Malanga ritirato dopo quattro anni: se gli errori sono così gravi, MDPI li mostri

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C’è un modo molto semplice per chiudere una controversia scientifica: mostrare i dati, indicare gli errori, pubblicare le contestazioni tecniche e permettere agli autori di rispondere punto per punto.

Poi c’è un altro modo: dichiarare che esistono “gravi difetti metodologici ed errori statistici”, ritirare un articolo pubblicato quasi quattro anni prima e aspettarsi che la formula dell’autorità editoriale basti a chiudere la questione.

È precisamente qui che nasce il problema del clamoroso ritiro del lavoro di Filippo Biondi e Corrado Malanga sulla Grande Piramide di Giza.

Il 10 agosto 2026 la rivista scientifica Remote Sensing, pubblicata da MDPI, ha formalmente ritirato il paper del 2022 Synthetic Aperture Radar Doppler Tomography Reveals Details of Undiscovered High-Resolution Internal Structure of the Great Pyramid of Giza.

La rivista afferma che un’indagine interna avrebbe confermato problemi metodologici ed errori statistici sufficientemente seri da compromettere le conclusioni dell’articolo.

Benissimo.

Quali?

È questa la domanda che dovrebbe interessare chiunque abbia ancora a cuore il metodo scientifico.


QUATTRO ANNI DOPO SCOPRONO CHE IL PAPER AVREBBE “GRAVI DIFETTI”

Ricostruiamo prima un particolare che qualcuno potrebbe trovare leggermente imbarazzante.

Il paper non è apparso ieri su un blog personale.

È stato pubblicato da Remote Sensing nel 2022.

È rimasto nella letteratura scientifica per quasi quattro anni.

È stato consultato, discusso e citato.

E soprattutto era stato sottoposto al processo editoriale della stessa rivista che oggi lo ritira.

Ora MDPI comunica che nell’articolo esisterebbero “serious methodological flaws and statistical errors”, cioè gravi difetti metodologici ed errori statistici tali da minarne le conclusioni.

La domanda sorge spontanea:

dove erano questi errori quando il paper venne esaminato, revisionato, accettato e pubblicato?

Naturalmente una peer review può sbagliare.

Non sarebbe né il primo né l’ultimo caso.

La scienza procede anche correggendo i propri errori e una retrazione, di per sé, non è uno scandalo.

Ma proprio perché gli errori possono essere scoperti successivamente, quando si arriva alla misura estrema del ritiro sarebbe auspicabile spiegare con estrema precisione che cosa è stato scoperto.

Non basta agitare la bacchetta magica delle parole “errore metodologico”.


SE GLI ERRORI SONO COSÌ GRAVI, PUBBLICATELI

Qui sta il cuore dell’intera vicenda.

MDPI sostiene che la propria indagine abbia individuato problemi sufficientemente gravi da invalidare le conclusioni scientifiche.

Allora dovrebbe essere semplicissimo rispondere ad alcune domande.

Quale passaggio metodologico è sbagliato?

Quale modello matematico non funziona?

Quale elaborazione SAR produce risultati erronei?

Quale test statistico sarebbe stato utilizzato impropriamente?

Quali risultati non sarebbero riproducibili?

Quali strutture individuate sarebbero artefatti matematici?

Quali conclusioni deriverebbero da assunzioni non valide?

Questo sarebbe estremamente più utile di una formula editoriale generica.

Perché la scienza funziona attraverso argomenti verificabili, non attraverso formule di autorità.

Non dovrebbe bastare dire:

abbiamo indagato e abbiamo stabilito che è sbagliato.

La risposta scientifica dovrebbe essere:

questo passaggio è sbagliato per questa ragione, questi dati non supportano questa conclusione e questo test produce questo risultato.

A quel punto Biondi e Malanga potrebbero rispondere.

E altri ricercatori potrebbero controllare chi ha ragione.

Questo si chiama dibattito scientifico.


TUTTO PARTE DALLA SEGNALAZIONE DI UN LETTORE

C’è poi un elemento che inevitabilmente alimenta la polemica.

Secondo la dichiarazione di retrazione, dopo la pubblicazione un lettore ha portato all’attenzione dell’Editorial Office alcune preoccupazioni riguardanti questioni metodologiche.

Occorre essere precisi: non significa che sia bastata automaticamente la protesta di un lettore per cancellare l’articolo.

MDPI sostiene infatti che la segnalazione abbia dato origine a un’indagine dell’ufficio editoriale e dell’Editorial Board, e che sarebbe stata tale indagine a confermare i problemi.

Ma questo rende ancora più interessante la domanda:

possiamo conoscere nel dettaglio il contenuto tecnico dell’indagine?

Perché un conto è sapere che qualcuno ha segnalato un problema.

Un altro è sapere quale problema, quali verifiche sono state effettuate e attraverso quali argomenti si è arrivati alla conclusione estrema della retrazione.

Se esiste una confutazione scientifica devastante del metodo Biondi-Malanga, perché non renderla il più possibile trasparente?

Sarebbe persino nell’interesse di MDPI.


IL PARADOSSO DELLA PEER REVIEW

La vicenda diventa ancora più interessante ricordando che il paper aveva superato il processo di revisione.

E questo crea un paradosso che MDPI dovrebbe avere tutto l’interesse a chiarire.

Nel 2022:

revisione → correzioni → accettazione → pubblicazione.

Nel 2026:

gravi difetti metodologici → errori statistici → conclusioni compromesse → retrazione.

Possibile?

Certamente.

Ma allora vogliamo sapere cosa è cambiato.

Quale errore fondamentale non venne individuato dai revisori?

Chi lo ha individuato successivamente?

Quale nuova analisi ha dimostrato l’errore?

È stata tentata una riproduzione?

Sono stati riesaminati i dati?

Sono stati rieseguiti gli algoritmi?

Esiste una relazione tecnica?

Perché queste informazioni sarebbero infinitamente più importanti della semplice etichetta RETRACTED piazzata sopra il paper.


IL RITIRO NON DIMOSTRA AUTOMATICAMENTE CHE BIONDI E MALANGA AVESSERO RAGIONE

Bisogna però evitare anche l’errore opposto.

Il fatto che una retrazione possa apparire insufficientemente dettagliata non dimostra automaticamente che il metodo Biondi-Malanga funzioni.

E soprattutto non dimostra che tutte le strutture ipotizzate attraverso quelle elaborazioni esistano realmente.

Questa distinzione è fondamentale.

Biondi e Malanga possono avere ragione.

Possono avere torto.

Possono avere sviluppato una tecnica interessante ma sovrastimato alcuni risultati.

Oppure il metodo può presentare problemi fondamentali.

Ma nessuna di queste possibilità si decide attraverso il tifo.

Si decide attraverso verifica e riproducibilità.

Ed è proprio per questo che una contestazione tecnica dettagliata sarebbe così importante.


GLI AUTORI NON HANNO ACCETTATO LA DECISIONE

Un altro particolare significativo è esplicitamente riportato nella comunicazione della rivista:

gli autori sono stati informati della retrazione e hanno espresso il loro disaccordo.

Non siamo quindi davanti al caso nel quale due ricercatori riconoscono:

“Abbiamo scoperto un errore, ritiriamo il lavoro”.

No.

La rivista ritira.

Gli autori contestano.

Questo significa che esiste una controversia scientifica aperta.

E quando esiste una controversia scientifica, la risposta migliore non è diminuire la quantità di informazioni disponibili.

È aumentarla.


400.000 VISUALIZZAZIONI: UN PAPER DIVENTATO UN CASO MONDIALE

Il lavoro aveva inoltre ottenuto una diffusione fuori dal comune per un articolo scientifico estremamente tecnico.

Secondo le metriche riportate sulla pagina MDPI, il paper aveva accumulato centinaia di migliaia di visualizzazioni.

Non sorprende.

Stiamo parlando della Grande Piramide di Giza e della possibilità di individuare strutture interne sconosciute attraverso tecniche di elaborazione radar.

Era inevitabile che una simile ricerca attirasse enorme attenzione.

Ed è proprio l’enorme visibilità del lavoro che rende ancora più necessaria una spiegazione tecnica estremamente robusta della retrazione.

Più una pubblicazione diventa importante e controversa, maggiore dovrebbe essere la trasparenza utilizzata per correggerla.


“DAVA FASTIDIO A QUALCUNO?”

È la domanda che inevitabilmente molti si stanno facendo.

A chi dava fastidio questa ricerca?

La tentazione di arrivare immediatamente a una risposta è comprensibile.

Ma sarebbe intellettualmente scorretto trasformare un sospetto in un fatto.

Non abbiamo prove che MDPI abbia ritirato il lavoro perché qualcuno volesse impedire determinate scoperte sulla Piramide di Cheope.

Non abbiamo prove di un intervento politico.

Non abbiamo prove di pressioni dell’egittologia ufficiale.

E proprio per questo non serve inventare complotti.

Basta pretendere trasparenza.

Anzi, è una posizione molto più forte.

Non accusiamo nessuno di censura senza prove.

Chiediamo semplicemente:

pubblicate nel dettaglio gli errori.

Se sono devastanti, il caso sarà chiuso.

Se invece gli autori riusciranno a rispondere, il dibattito dovrà continuare.


LA PAROLA “SCIENZA” NON È UN TIMBRO DI AUTORITÀ

Questa storia mette in luce un problema molto più ampio.

Negli ultimi anni siamo stati abituati troppo spesso a una versione caricaturale della scienza nella quale qualcuno proclama:

“La scienza dice…”

e la discussione dovrebbe terminare.

Ma la scienza non è un ministero.

Non è un’autorità religiosa.

Non è un timbro.

Non è nemmeno una rivista scientifica.

La scienza è un metodo.

Ipotesi.

Esperimenti.

Dati.

Riproducibilità.

Critica.

Confutazione.

Nuovi esperimenti.

E persino un articolo sottoposto a peer review può essere sbagliato.

Esattamente come può essere sbagliata una successiva critica allo stesso articolo.

Per questo l’unico arbitro realmente interessante rimane la verifica.


FACCIAMO L’ESPERIMENTO CHE PUÒ CHIUDERE LA DISCUSSIONE

Invece di trasformare questa storia nell’ennesima guerra tra ortodossi ed eretici, perché non organizzare una verifica indipendente?

Prendiamo una grande struttura della quale conosciamo perfettamente l’interno.

Un bunker.

Una miniera.

Una rete di tunnel.

Una costruzione con camere e cavità documentate.

Forniamo i dati satellitari a Biondi e Malanga senza comunicare la posizione delle strutture interne.

Applichino il loro metodo.

Poi confrontiamo il risultato con la realtà.

Se individuano sistematicamente cavità che non esistono, abbiamo un problema enorme.

Se non riescono a individuare quelle esistenti, abbiamo un altro problema enorme.

Ma se ricostruiscono correttamente strutture nascoste di cui non conoscevano preventivamente l’esistenza?

A quel punto avremmo qualcosa di altrettanto enorme.

Questo sarebbe infinitamente più convincente di mille discussioni sui social.


E POI TORNIAMO A CHEOPE

Una volta validato — oppure falsificato — il metodo su strutture note, si potrebbe tornare alla Grande Piramide.

E confrontare i risultati con tecnologie completamente indipendenti.

Tomografia muonica.

Misure geofisiche.

Microgravimetria.

Tecniche sismiche dove applicabili.

Indagini archeologiche autorizzate.

Se tecnologie differenti individuassero anomalie nello stesso punto, la probabilità di trovarsi davanti a una struttura reale crescerebbe enormemente.

Se invece soltanto l’algoritmo Biondi-Malanga mostrasse determinate strutture, mentre tutti gli altri sistemi non rilevassero nulla, la loro interpretazione diventerebbe molto più difficile da sostenere.

Non servono anatemi.

Servono esperimenti.


LA DOMANDA A MDPI È SEMPLICISSIMA

Il punto quindi non è proclamare che Biondi e Malanga abbiano certamente scoperto qualcosa che qualcuno vuole nascondere.

Sarebbe una conclusione che oggi non possiamo dimostrare.

Il punto è molto più semplice e, proprio per questo, molto più scomodo.

MDPI ha pubblicato quel lavoro.

MDPI lo ha mantenuto nella letteratura scientifica per quasi quattro anni.

MDPI oggi sostiene che contiene gravi difetti metodologici ed errori statistici tali da comprometterne le conclusioni.

Perfetto.

Allora mostrateli.

Non genericamente.

Non attraverso una formula burocratica.

Punto per punto.

Metodo per metodo.

Calcolo per calcolo.

Dato per dato.

Consentendo agli autori di pubblicare integralmente la propria replica e alla comunità scientifica di giudicare.

Perché se gli errori sono davvero così macroscopici, documentarli dettagliatamente non dovrebbe rappresentare un problema.

Al contrario, dovrebbe essere il modo migliore per dimostrare che la retrazione era necessaria.


NON CHIAMATELA CENSURA. CHIAMATELA UNA RICHIESTA DI TRASPARENZA

Non abbiamo bisogno di sapere preventivamente chi abbia ragione.

Non abbiamo bisogno di trasformare Biondi e Malanga in martiri.

E non abbiamo bisogno di inventare oscuri burattinai dietro la decisione.

Abbiamo bisogno di qualcosa di molto più elementare:

prove.

La rivista sostiene che esistano errori gravi?

Li documenti dettagliatamente.

Gli autori sostengono che il ritiro sia ingiustificato?

Rispondano tecnicamente.

Altri ricercatori sostengono che il metodo non funzioni?

Lo riproducano sperimentalmente e pubblichino i risultati.

Biondi e Malanga sostengono che funzioni?

Accettino test indipendenti e possibilmente in cieco.

Poi saranno i dati a parlare.

Perché il metodo scientifico dovrebbe funzionare precisamente così.

E finché una decisione tanto drastica viene accompagnata pubblicamente soprattutto da formule generali come “gravi difetti metodologici ed errori statistici”, la domanda rimane inevitabile:

se avete trovato errori tanto gravi da cancellare quattro anni dopo un paper che avevate revisionato e pubblicato, perché non mostrarli nel massimo dettaglio?

Non è complottismo.

È esattamente la domanda che la scienza dovrebbe incoraggiare.


LINK E DOCUMENTI

Paper originale Biondi-Malanga, Remote Sensing (MDPI):
https://www.mdpi.com/2072-4292/14/20/5231

Retractation ufficiale pubblicata da Remote Sensing il 10 agosto 2026:
https://www.mdpi.com/2072-4292/18/16/2679

Pagina MDPI della retrazione e cronologia degli aggiornamenti:
https://www.mdpi.com/2072-4292/18/16/2679/notes

Peer Review Report del paper originale:
https://www.mdpi.com/2072-4292/14/20/5231/review_report

Versione del paper su arXiv:
https://arxiv.org/abs/2208.00811

Pagina delle metriche del paper MDPI:
https://www.mdpi.com/2072-4292/14/20/5231#metrics

I SOLITI RIPORTER MARXISTI MISTIFICANO LE INFORMAZIONI PER FARE PROPAGANDA: SUL TERREMOTO IN COLOMBIA “NON RICHIEDERE” DIVENTA “RIFIUTARE GLI AIUTI”

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Il terremoto di magnitudo 7,4 che il 10 agosto 2026 ha devastato la Colombia occidentale è una tragedia reale, con un bilancio umano che continua purtroppo ad aggravarsi. Il sisma ha colpito duramente soprattutto l’area del Chocó e diverse città dell’ovest del Paese, provocando morti, feriti, dispersi, edifici crollati e gravissimi danni alle infrastrutture.

Proprio per questo sarebbe necessario raccontare con precisione ciò che sta facendo il nuovo governo di Abelardo de la Espriella.

Invece, ancora una volta, una parte della comunicazione politica sembra preferire una formula molto più utile alla polemica: “De la Espriella respinge gli aiuti internazionali”.

Il problema è che questa frase comprime situazioni differenti fino a farle apparire identiche.

La Colombia non ha chiuso le frontiere agli aiuti stranieri. Ha invece privilegiato, almeno in questa fase, forniture e assistenza materiale, sostenendo di disporre di personale sufficiente per alcune operazioni di emergenza. Fonti che criticano apertamente questa scelta riconoscono comunque questa distinzione.

Ed è precisamente qui che comincia la mistificazione.

“NON ABBIAMO RICHIESTO I VOSTRI SOCCORRITORI” NON SIGNIFICA “RIFIUTIAMO GLI AIUTI INTERNAZIONALI”

Partiamo dalla questione fondamentale.

Dopo un terremoto un governo deve coordinare:

  • ricerca e soccorso;
  • protezione civile;
  • forze armate;
  • personale sanitario;
  • logistica;
  • distribuzione degli aiuti;
  • accesso alle zone disastrate;
  • squadre straniere;
  • aeroporti e trasporti;
  • sistemazione degli sfollati.

L’offerta internazionale di una squadra di soccorso non comporta automaticamente che il Paese colpito debba richiederne l’intervento.

Ed è proprio questo che emerge anche dalle dichiarazioni provenienti dall’estero.

Il presidente salvadoregno Nayib Bukele aveva offerto squadre di soccorso, medici, paramedici, forniture e qualsiasi altra assistenza ritenuta necessaria dalla Colombia.

Successivamente El Salvador ha annunciato l’invio di due aerei con circa 100 tonnellate di aiuti.

Fermiamoci qui.

Se la Colombia avesse realmente “respinto la cooperazione internazionale”, come si spiega l’invio degli aiuti salvadoregni?

La spiegazione è semplicissima:

Bogotá ha distinto tra forniture necessarie e personale straniero non richiesto in quella determinata fase.

Si può discutere se questa valutazione sia stata corretta.

Si può persino sostenere che De la Espriella avrebbe dovuto accettare immediatamente tutte le squadre straniere disponibili.

Ma questa sarebbe una critica politica e operativa legittima.

È completamente diverso dal sostenere che la Colombia abbia respinto gli aiuti internazionali.

IL CASO DEL MESSICO DIMOSTRA ESATTAMENTE LA STESSA COSA

Il Messico di Claudia Sheinbaum si è preparato a intervenire.

Secondo le informazioni disponibili, Città del Messico aveva predisposto 255 militari specializzati nella ricerca e nel soccorso, oltre a materiale e aiuti umanitari.

Sheinbaum ha però spiegato che il governo messicano attendeva la richiesta formale colombiana prima della partenza.

La frase riportata è chiarissima nel suo significato:

“Stiamo aspettando la richiesta formale del governo colombiano.”

Il Messico era dunque pronto.

La Colombia non aveva ancora richiesto quel particolare contingente.

Da questo si può legittimamente ricavare:

“La Colombia non ha ancora richiesto l’invio dei soccorritori messicani.”

Trasformarlo invece in:

“La Colombia respinge gli aiuti internazionali”

significa aggiungere alla notizia una conclusione politica che la notizia stessa non dimostra.

LA CINA CHIEDE UN INTERLOCUTORE: È UNA QUESTIONE CHE MERITA ATTENZIONE, NON UNA PROVA DEL “RIFIUTO”

C’è poi il caso dell’ambasciatore cinese a Bogotá, Zhu Jingyang.

L’ambasciatore ha pubblicamente chiesto che venisse individuato rapidamente un referente colombiano incaricato di coordinare l’assistenza proveniente dall’estero.

Questo elemento non deve essere nascosto.

Anzi, pone una domanda seria:

il coordinamento colombiano delle offerte internazionali è stato sufficientemente rapido ed efficiente?

È una domanda perfettamente legittima.

Se Pechino, Città del Messico o altri governi hanno incontrato difficoltà nel capire con chi coordinarsi, il governo colombiano dovrà spiegare perché.

Ma ancora una volta bisogna distinguere tra:

problemi o ritardi nel coordinamento

e

rifiuto della cooperazione internazionale.

Sono concetti diversi.

POI ARRIVANO GLI STATI UNITI E LA NARRAZIONE COMINCIA A CONTRADDIRSI DA SOLA

La contraddizione più evidente riguarda però gli Stati Uniti.

Washington ha annunciato 15,5 milioni di dollari di assistenza, destinati tra l’altro a rifugi d’emergenza, alimenti, protezione e valutazione dei danni.

Ma non è tutto.

Gli Stati Uniti hanno anche attivato un Disaster Assistance Response Team (DART).

Secondo le informazioni diffuse, membri della squadra americana hanno iniziato ad arrivare in Colombia già nelle ore successive al terremoto per sostenere le operazioni, la programmazione e il coordinamento della risposta.

E qui la propaganda finisce in un cortocircuito logico.

Da una parte ci viene raccontato:

“Il governo respinge categoricamente il personale internazionale.”

Dall’altra scopriamo:

personale specializzato statunitense viene accettato e arriva in Colombia.

Le due affermazioni, prese alla lettera, non possono essere entrambe vere.

La formulazione più accurata è quindi molto diversa:

il governo colombiano ha scelto quali forme di assistenza internazionale richiedere o accettare, privilegiando determinate forniture e accettando il supporto americano, senza richiedere almeno inizialmente tutti i contingenti di soccorso offerti dagli altri Paesi.

Questo non significa necessariamente che abbia fatto bene.

Significa semplicemente raccontare correttamente quello che sappiamo.

PERCHÉ GLI AMERICANI SÌ?

Questa è invece una domanda politica interessante.

Perché il DART statunitense è stato accettato mentre altre squadre straniere erano ancora in attesa?

Il governo dovrebbe spiegarlo chiaramente.

Ma esiste anche una differenza funzionale da considerare.

Un DART non è semplicemente l’equivalente di una squadra di vigili del fuoco stranieri mandata a scavare tra le macerie.

Il dispositivo americano serve anche a valutare i bisogni umanitari, programmare l’assistenza e coordinare la risposta.

Quindi anche qui il paragone automatico tra ogni forma di personale straniero rischia di essere semplicistico.

E ARRIVIAMO AI FAMOSI 450 MILIONI DELLA BANCA MONDIALE

Qui la costruzione propagandistica diventa ancora più evidente.

La deputata colombiana Mafe Carrascal ha criticato duramente la scelta del governo di attivare un finanziamento fino a 450 milioni di dollari con la Banca Mondiale, contrapponendola al mancato utilizzo di parte dell’assistenza internazionale offerta.

Il governo ha effettivamente annunciato l’attivazione, nell’ambito dell’emergenza economica, di un credito fino a 450 milioni di dollari.

Il fatto dunque esiste.

Ma è il collegamento retorico a essere discutibile.

Il ragionamento propagandistico è:

“Non vogliono i soccorritori gratis, però vogliono indebitare il Paese per 450 milioni.”

Suggestivo.

Peccato che si mettano a confronto strumenti destinati a esigenze completamente diverse.

UN SOCCORRITORE NON RICOSTRUISCE UNA CITTÀ

Una squadra internazionale USAR può essere fondamentale nelle prime ore e nei primi giorni successivi a un terremoto.

Può cercare persone sotto le macerie.

Può utilizzare cani, sensori, telecamere, attrezzature da taglio.

Può salvare vite.

Ed è precisamente per questo che sarebbe legittimo chiedere al governo colombiano se avrebbe dovuto accettare più squadre straniere.

Ma un finanziamento da centinaia di milioni serve ad altro.

Dopo la fase immediata arrivano:

ricostruzione delle abitazioni, ospedali, scuole, strade, reti idriche, infrastrutture pubbliche, assistenza agli sfollati e ripristino dell’economia locale.

Le dimensioni economiche della catastrofe potrebbero essere enormi.

El País riporta una valutazione dello US Geological Survey secondo cui le perdite potrebbero raggiungere 10 miliardi di dollari.

Di fronte a una possibile devastazione di queste dimensioni, sostenere che il credito della Banca Mondiale sarebbe contraddittorio perché alcuni Paesi avevano offerto gratuitamente delle squadre di soccorso significa confrontare mele con trattori.

Sono due problemi differenti.

450 MILIONI SONO TANTI, MA POTREBBERO ESSERE SOLO UNA FRAZIONE DEI DANNI

Facciamo anche un semplice confronto.

Se la stima massima dei danni arrivasse davvero a 10 miliardi di dollari, un finanziamento da 450 milioni rappresenterebbe appena il 4,5% di quella cifra.

Questo non dimostra automaticamente che il prestito sia conveniente.

Bisognerà conoscere:

  • condizioni finanziarie;
  • interessi;
  • durata;
  • eventuale periodo di grazia;
  • destinazione precisa dei fondi;
  • controlli sulla spesa;
  • procedure di assegnazione;
  • costi effettivi della ricostruzione.

Queste sono le domande che dovrebbe fare un giornalista.

Dire semplicemente:

“Prima rifiutano gli aiuti gratis, poi corrono dalla Banca Mondiale”

serve invece soprattutto a costruire una narrativa.

IL TERREMOTO DIVENTA COSÌ UN’ARMA CONTRO DE LA ESPRIELLA

Il meccanismo politico è riconoscibile.

Il nuovo presidente deve affrontare una catastrofe enorme.

Qualunque scelta diventa immediatamente materiale per una battaglia ideologica.

Accetta gli americani?

È servo di Washington.

Non richiede immediatamente le squadre offerte da governi latinoamericani?

Rifiuta la solidarietà internazionale.

Chiede risorse alla Banca Mondiale?

Vuole indebitare il Paese.

Se invece accettasse indiscriminatamente centinaia di soccorritori stranieri, probabilmente qualcuno lo accuserebbe di dimostrare che lo Stato colombiano è incapace di gestire autonomamente l’emergenza.

È il classico gioco nel quale la conclusione politica viene stabilita prima e i fatti vengono successivamente selezionati per adattarsi alla conclusione.

QUESTO NON SIGNIFICA ASSOLVERE IL GOVERNO

Sarebbe altrettanto propagandistico sostenere che il governo De la Espriella abbia certamente gestito tutto alla perfezione.

Non lo sappiamo ancora.

La crisi è in pieno svolgimento.

Ci sono almeno tre questioni sulle quali il governo dovrà fornire risposte precise.

Primo: perché alcune squadre internazionali specializzate nella ricerca e soccorso non sono state richieste nelle prime ore?

Secondo: le forze colombiane disponevano davvero di personale e mezzi sufficienti in tutte le aree colpite?

Terzo: perché alcuni governi stranieri hanno lamentato l’assenza di un referente chiaro per il coordinamento degli aiuti?

Queste sono critiche concrete.

E se emergerà che vite avrebbero potuto essere salvate accettando più rapidamente determinate squadre straniere, la responsabilità politica dovrà essere accertata senza sconti.

Ma questa verifica deve essere basata sui fatti.

Non sulle etichette.

ANCHE IL NUMERO DELLE VITTIME IMPONE PRUDENZA

Il bilancio del terremoto è cambiato rapidamente nelle ore successive alla catastrofe.

Le prime notizie parlavano di decine di morti; gli aggiornamenti successivi hanno fatto salire drammaticamente il numero delle vittime e dei dispersi.

È esattamente ciò che accade nelle grandi catastrofi.

Dati, necessità operative e priorità possono cambiare di ora in ora.

Per questo bisogna fare attenzione anche a giudicare una decisione presa alle 10 del mattino utilizzando informazioni disponibili soltanto la sera o il giorno successivo.

LA DISTINZIONE CHE LA PROPAGANDA NON VUOLE FARE

Alla fine tutta la questione può essere riassunta con quattro frasi:

Offerta di aiuto ≠ richiesta di aiuto.

Non richiedere una squadra straniera ≠ rifiutare tutta la cooperazione internazionale.

Accettare forniture ≠ essere obbligati ad accettare ogni contingente straniero.

Finanziare la ricostruzione ≠ finanziare le operazioni di ricerca sotto le macerie.

Quando queste distinzioni vengono eliminate, nasce una storia molto più semplice:

De la Espriella caccia gli aiuti stranieri, accetta soltanto gli americani e poi corre dalla Banca Mondiale a indebitare i colombiani.

È un racconto politicamente efficace.

Ma è molto meno preciso della realtà documentata nelle prime 48 ore dopo il terremoto.

LA REALTÀ È PIÙ COMPLESSA DELLO SLOGAN

Quello che possiamo affermare oggi è che diversi Paesi hanno offerto assistenza alla Colombia.

Il Messico ha preparato personale specializzato ma ha atteso una richiesta formale colombiana.

El Salvador ha offerto personale e materiali e ha poi annunciato l’invio di circa 100 tonnellate di aiuti.

La Cina ha chiesto un coordinamento più chiaro delle offerte straniere.

Gli Stati Uniti hanno stanziato 15,5 milioni di dollari e attivato un DART, con personale arrivato in Colombia per sostenere la risposta.

Il governo colombiano ha inoltre annunciato un credito fino a 450 milioni di dollari con la Banca Mondiale per affrontare l’emergenza economica e la successiva ricostruzione.

Questi sono i fatti disponibili.

Si può discutere duramente ogni singola scelta.

Ma per farlo seriamente bisogna smetterla di trasformare “non richiesto” in “rifiutato”, e soprattutto di presentare un prestito per affrontare danni potenzialmente miliardari come alternativa a qualche squadra internazionale di ricerca e soccorso.

CONCLUSIONE: CRITICARE SÌ, MISTIFICARE NO

La gestione del terremoto rappresenterà inevitabilmente uno dei primi grandi test politici per il governo De la Espriella.

Se sono stati commessi errori, dovranno essere denunciati.

Se squadre straniere indispensabili sono state tenute fuori quando avrebbero potuto salvare vite, bisognerà accertarlo.

Se il prestito della Banca Mondiale avrà condizioni sfavorevoli, bisognerà analizzarle.

Se i 450 milioni saranno gestiti male, bisognerà seguire ogni dollaro.

Ma questo è giornalismo.

Prendere invece un mosaico composto da aiuti accettati, squadre non richieste, personale americano autorizzato, offerte ancora in attesa e finanziamenti destinati alla ricostruzione, cancellare tutte queste differenze e concludere che il governo “respinge la cooperazione internazionale ma corre a indebitarsi con la Banca Mondiale” è un’altra cosa.

È propaganda costruita selezionando pezzi veri e collegandoli attraverso una conclusione che quei pezzi, da soli, non dimostrano.

E ancora una volta il metodo è sempre lo stesso:

non serve inventare completamente i fatti quando basta raccontarli a metà.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Terremoto e situazione generale

RaiNews – Terremoto di magnitudo 7,4 in Colombia e aiuti statunitensi

Euronews – Terremoto di magnitudo 7,4 in Colombia

El País – Prime reazioni e offerte internazionali dopo il terremoto

Aiuti internazionali

Anadolu Agency – Paesi latinoamericani offrono assistenza alla Colombia

Mercopress – Colombia chiede forniture ma non personale straniero di soccorso

Caracol Radio – El Salvador invia 100 tonnellate di aiuti; Cina e Messico attendono richieste

La Jornada – Messico pronto con soccorritori, medicinali e aiuti

Stati Uniti

Ambasciata USA in Colombia – Allerta ufficiale sul terremoto del 10 agosto

Telemundo – Aiuti USA e attivazione della squadra DART

Finanziamento della ricostruzione

Noticias Caracol – Governo colombiano annuncia credito fino a 450 milioni di dollari

Infobae Colombia – Emergenza economica e finanziamento fino a 450 milioni

El País – Stima dei danni e problema finanziario della ricostruzione