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La bolla delle auto elettriche cinesi: il prossimo terremoto economico globale? Sovraccapacità, sussidi, guerra dei prezzi e il rischio di un nuovo “caso Evergrande”

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Negli ultimi dieci anni la Cina ha costruito il più grande ecosistema industriale dell’automobile elettrica mai visto nella storia. Quello che fino a pochi anni fa sembrava il simbolo del futuro della mobilità oggi presenta però caratteristiche che ricordano inquietantemente un’altra grande crisi cinese: quella immobiliare culminata con il collasso di Evergrande.

Il dibattito non riguarda più se esista un problema, ma quanto grande sia e quali saranno le conseguenze per l’economia mondiale.

Le dichiarazioni provenienti dagli stessi dirigenti dell’industria automobilistica cinese stanno diventando sempre più esplicite. Parallelamente, Reuters, AP, Financial Times, Deutsche Bank e numerosi analisti internazionali descrivono un settore caratterizzato da eccesso di capacità produttiva, margini in compressione, prezzi artificialmente bassi e forte dipendenza dagli aiuti statali.


Il primo segnale: Warren Buffett esce completamente da BYD

Per quasi vent’anni Berkshire Hathaway di Warren Buffett è stata uno dei maggiori investitori di BYD.

L’investimento, effettuato nel 2008, è stato uno dei più redditizi della storia del gruppo.

Tuttavia Buffett ha progressivamente liquidato tutta la propria partecipazione fino ad azzerarla completamente.

Naturalmente nessuno può affermare che Buffett abbia venduto perché prevedeva una crisi del settore.

Sarebbe una deduzione non dimostrabile.

Tuttavia è un fatto che:

  • l’uscita è avvenuta dopo oltre 17 anni;
  • coincide con l’inizio della guerra dei prezzi in Cina;
  • coincide con il deterioramento dei margini dell’intero comparto.

Per molti osservatori rappresenta comunque un segnale importante di prudenza.


L’allarme arriva dall’interno della Cina

L’aspetto più interessante è che oggi le critiche non arrivano più soltanto dagli analisti occidentali.

Sono gli stessi protagonisti dell’industria cinese a lanciare l’allarme.

Il presidente di Great Wall Motor, Wei Jianjun, ha paragonato la situazione del settore automobilistico alla crisi di Evergrande, sostenendo che il rischio sistemico esiste già e che il mercato sta vivendo una competizione distruttiva.

Anche Reuters riporta che la stessa leadership cinese ha iniziato a denunciare quella che viene definita “involution”, cioè una concorrenza esasperata che porta tutti a vendere sotto costo pur di mantenere quote di mercato.


Da 500 produttori a poche decine

Nel 2018 la Cina contava circa 500 produttori di veicoli elettrici.

L’enorme disponibilità di:

  • incentivi statali;
  • terreni concessi a basso costo;
  • finanziamenti agevolati;
  • credito facile;

ha favorito la nascita di centinaia di aziende.

Oggi però il mercato sta entrando nella fase opposta.

Secondo numerose analisi internazionali, soltanto una piccola parte di queste aziende sopravvivrà nel lungo periodo. Reuters osserva che già negli ultimi anni le uscite dal mercato hanno superato le nuove entrate e che la consolidazione appare inevitabile.


Il vero problema: la sovraccapacità produttiva

Il nodo centrale non è la domanda mondiale di auto elettriche.

È l’offerta.

Reuters stima che la capacità produttiva cinese abbia raggiunto circa 55 milioni di veicoli, mentre il mercato domestico ne assorbe circa la metà.

Questo significa che:

  • le fabbriche continuano a produrre;
  • i costi fissi rimangono elevati;
  • le aziende sono costrette a vendere sempre più a basso prezzo.

Si crea così una spirale in cui ogni produttore cerca di guadagnare quote di mercato sacrificando completamente i margini.


Una guerra dei prezzi senza precedenti

Negli ultimi due anni BYD ha avviato ripetute campagne di ribasso dei prezzi.

Gli altri costruttori hanno risposto abbassando ulteriormente i propri listini.

L’Associated Press e Reuters riferiscono che il governo cinese è intervenuto pubblicamente criticando questa competizione definita “irrazionale”, invitando le imprese a fermare la guerra dei prezzi e a rispettare tempi di pagamento più rapidi verso i fornitori.


I sussidi pubblici: quanto pesa realmente lo Stato?

Uno degli aspetti più controversi riguarda il ruolo dello Stato cinese.

Per oltre quindici anni il governo centrale e le amministrazioni locali hanno sostenuto il settore con:

  • incentivi fiscali;
  • sussidi diretti;
  • finanziamenti;
  • terreni industriali;
  • agevolazioni energetiche.

Reuters evidenzia come molte amministrazioni locali abbiano incentivato la costruzione di stabilimenti anche quando la domanda reale non lo giustificava, contribuendo così alla sovraccapacità odierna.

È proprio questa politica industriale che ha consentito alla Cina di conquistare rapidamente la leadership mondiale nelle batterie e nei veicoli elettrici.


Il caso dei pagamenti ai fornitori

Un altro elemento emerso dalle analisi Reuters riguarda i tempi di pagamento.

Secondo dati LSEG riportati dall’agenzia:

  • BYD arrivava a tempi medi di circa 127 giorni;
  • Geely oltre 190 giorni;
  • altri produttori ancora di più.

Per confronto, molte case automobilistiche occidentali pagano normalmente entro circa 60 giorni.

Per questo motivo Pechino ha introdotto nuove regole che impongono tempi di pagamento più rapidi.


L’inventario cresce

Reuters evidenzia anche che:

  • gli stock di veicoli sono aumentati;
  • molti concessionari lamentano pressioni ad assorbire automobili per raggiungere gli obiettivi di vendita;
  • il debito complessivo del settore è cresciuto sensibilmente.

Questi fenomeni vengono osservati con attenzione perché possono comprimere ulteriormente la redditività.


L’Europa è già coinvolta

L’impatto non riguarda soltanto la Cina.

L’Unione Europea ha introdotto dazi aggiuntivi sulle auto elettriche prodotte in Cina, sostenendo che i produttori beneficiano di sussidi pubblici che alterano la concorrenza.

L’obiettivo è limitare il dumping commerciale e proteggere i costruttori europei.

Tuttavia i produttori cinesi stanno reagendo:

  • costruendo fabbriche direttamente in Europa;
  • aumentando le esportazioni;
  • ampliando l’offerta di modelli.

Perché la Cina insiste?

Ridurre tutto a una semplice politica industriale sarebbe riduttivo.

L’automobile elettrica rappresenta anche uno strumento geopolitico.

La Cina importa enormi quantità di petrolio.

Ridurre la dipendenza energetica:

  • diminuisce la vulnerabilità strategica;
  • rafforza l’autonomia nazionale;
  • consolida la leadership tecnologica nelle batterie.

Il settore delle “New Energy Vehicles” è stato per anni uno dei pilastri della strategia industriale cinese, anche se oggi Pechino sta rivedendo alcune priorità a causa dell’eccesso di capacità.


Esiste davvero una “bolla”?

La parola “bolla” viene utilizzata sempre più spesso.

Tuttavia è opportuno distinguere tra:

Fatti accertati

  • forte sovraccapacità produttiva;
  • guerra dei prezzi;
  • margini in calo;
  • consolidamento del settore;
  • interventi del governo per fermare la competizione distruttiva.

Ipotesi

  • un collasso sistemico simile a Evergrande;
  • una crisi finanziaria globale originata dal comparto automobilistico.

Questi scenari sono oggi oggetto di analisi e dibattito, ma non costituiscono fatti già verificatisi.


Le conseguenze per i consumatori europei

Per chi acquista un’auto elettrica cinese esistono aspetti positivi e aspetti di rischio.

I vantaggi

  • prezzi molto competitivi;
  • tecnologie avanzate;
  • batterie di elevata qualità;
  • ricca dotazione.

Le incognite

  • valore residuo dell’usato;
  • eventuale uscita dal mercato di alcuni marchi;
  • disponibilità futura di ricambi e assistenza;
  • evoluzione delle politiche commerciali tra Europa e Cina.

Conclusioni

L’industria cinese dell’auto elettrica ha raggiunto risultati straordinari in termini di innovazione, produzione ed esportazioni. Allo stesso tempo, emergono segnali concreti di squilibrio: eccesso di capacità produttiva, compressione dei margini, guerra dei prezzi e crescente pressione finanziaria sulle imprese.

Non è possibile affermare con certezza che il settore andrà incontro a un collasso paragonabile a Evergrande. Tuttavia, il fatto che i richiami alla crisi immobiliare provengano dagli stessi dirigenti dell’industria, unito alle misure adottate da Pechino per frenare la competizione distruttiva, indica che il governo considera il problema reale.

Per l’Europa e per l’Italia la questione non è marginale: riguarda la competitività dell’industria automobilistica, la sicurezza delle filiere, la politica commerciale e la transizione energetica. Nei prossimi anni la capacità della Cina di gestire questa fase di consolidamento senza provocare una crisi sistemica sarà uno dei fattori più importanti per gli equilibri dell’economia mondiale.


Fonti principali

  • Reuters Breakingviews – China’s carmakers are heading for a crash
  • Reuters – China automakers’ price war, overcapacity hurt finances
  • Reuters – China’s EV makers turn on BYD as price war escalates
  • Reuters – Warren Buffett’s Berkshire Hathaway exits BYD
  • Associated Press – China shows signs of tackling the price wars…

Power of Siberia-2 si ferma: il gelo di Pechino cambia gli equilibri mondiali e spinge Mosca verso un nuovo dialogo con Washington

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Per oltre due anni il Cremlino ha costruito una narrazione precisa: la Russia avrebbe sostituito l’Europa con l’Asia, trasformando la Cina nel proprio principale partner economico e dimostrando che le sanzioni occidentali erano fallite. Il simbolo di questa strategia era un’opera titanica, il gasdotto Power of Siberia-2, destinato a convogliare circa 50 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno dai giacimenti della Siberia occidentale verso il mercato cinese.

Quel progetto non rappresentava semplicemente un’infrastruttura energetica. Era la colonna portante dell’intera strategia geopolitica di Vladimir Putin.

Oggi, però, quella colonna rischia di sgretolarsi.

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, la leadership cinese avrebbe congelato a tempo indeterminato i negoziati, rifiutando di accettare le condizioni richieste da Mosca e pretendendo prezzi e clausole estremamente favorevoli agli interessi di Pechino. Dietro quello che apparentemente sembra un normale stallo commerciale si nasconde invece una delle evoluzioni geopolitiche più significative degli ultimi anni.

Il grande sogno del “Pivot to Asia”

Quando l’Europa ha progressivamente ridotto gli acquisti di gas russo dopo il 2022, Mosca ha perso il mercato energetico più redditizio della propria storia.

Per decenni Gazprom aveva costruito una rete di infrastrutture che guardava esclusivamente verso occidente:

  • Nord Stream;
  • Yamal-Europe;
  • Brotherhood;
  • TurkStream.

L’intero sistema produttivo della Siberia occidentale era stato progettato per servire il mercato europeo.

Con il crollo delle esportazioni verso l’Unione Europea, il Cremlino ha accelerato il cosiddetto Pivot to Asia, confidando che la Cina avrebbe assorbito gran parte del gas rimasto senza acquirenti.

Power of Siberia-2 doveva essere la soluzione.

Non solo avrebbe consentito di vendere il gas precedentemente destinato all’Europa, ma avrebbe anche dimostrato al mondo che Mosca disponeva di alternative strategiche sufficienti per neutralizzare l’effetto delle sanzioni occidentali.

Quella narrativa oggi mostra profonde crepe.

La Cina detta le condizioni

Molti osservatori occidentali hanno descritto negli ultimi anni il rapporto sino-russo come un’alleanza strategica quasi perfetta.

La realtà è molto più complessa.

La Cina non è mai entrata nel conflitto ucraino a fianco della Russia.

Non ha mai riconosciuto formalmente le annessioni territoriali.

Ha mantenuto relazioni economiche con Mosca, ma senza compromettere i propri interessi globali.

Pechino ragiona esclusivamente in termini di convenienza nazionale.

E oggi la convenienza le suggerisce di attendere.

Perché dovrebbe pagare il gas russo a prezzi elevati quando:

  • dispone di forniture dall’Asia Centrale;
  • importa enormi quantità di GNL;
  • acquista petrolio e gas da numerosi fornitori;
  • sa che Mosca ha bisogno della Cina molto più di quanto la Cina abbia bisogno della Russia?

Questa è la vera forza negoziale di Xi Jinping.

Non serve rompere l’alleanza.

È sufficiente lasciare il partner in attesa.

La dipendenza è ormai asimmetrica

Negli anni Novanta molti analisti parlavano della Russia come della potenza dominante nello spazio eurasiatico.

Oggi il rapporto si è completamente ribaltato.

L’economia cinese è circa dieci volte più grande di quella russa.

Il commercio estero russo dipende sempre di più dal mercato cinese.

Le banche russe utilizzano sistemi finanziari cinesi per aggirare parte delle restrizioni occidentali.

Molti componenti industriali arrivano ormai dalla Cina.

Perfino numerosi beni di consumo sono stati sostituiti da prodotti cinesi dopo l’uscita delle aziende occidentali.

In altre parole:

la Russia ha bisogno della Cina.

La Cina non ha lo stesso livello di dipendenza dalla Russia.

Ed è proprio questa asimmetria che emerge con forza nel dossier Power of Siberia-2.

Il partner junior

Per anni il Cremlino ha parlato di una “partnership tra pari”.

Ma gli ultimi sviluppi sembrano raccontare altro.

La Cina negozia come fanno tutte le grandi potenze:

  • acquista solo se il prezzo è conveniente;
  • sfrutta il momento di debolezza del venditore;
  • evita di assumersi rischi inutili.

Da questo punto di vista Mosca appare sempre più come un partner junior, privo della forza economica necessaria per imporre le proprie condizioni.

Il rapporto continua a essere strategico.

Ma non è paritario.

Il fallimento della sostituzione del mercato europeo

Un aspetto spesso sottovalutato riguarda la geografia delle infrastrutture.

Non tutto il gas russo può essere semplicemente “spostato” dall’Europa alla Cina.

I grandi giacimenti della Siberia occidentale erano collegati all’Europa attraverso una rete costruita in decenni.

Power of Siberia-2 avrebbe dovuto risolvere proprio questo problema.

Finché il progetto resta fermo, una parte consistente della capacità produttiva di Gazprom rimane inutilizzata.

Questo significa:

  • minori esportazioni;
  • minori entrate fiscali;
  • minori investimenti;
  • maggiore pressione sul bilancio federale.

Ed è qui che entra in gioco Washington

È proprio in questo scenario che emerge uno degli sviluppi geopolitici più interessanti.

Per oltre due anni si è raccontato che la Russia potesse emanciparsi completamente dall’Occidente.

La realtà sembra molto diversa.

Se il principale cliente alternativo, la Cina, rallenta gli investimenti e congela il principale progetto energetico, Mosca si trova davanti a una scelta estremamente difficile.

Ed è qui che gli Stati Uniti tornano centrali.

Non necessariamente perché Washington debba diventare un alleato della Russia.

Ma perché gli Stati Uniti restano l’unica potenza capace di incidere contemporaneamente:

  • sul sistema finanziario globale;
  • sulle sanzioni;
  • sui mercati energetici;
  • sugli investimenti internazionali;
  • sulla stabilità europea.

Nessun altro attore possiede questo livello di influenza.

Trump potrebbe rappresentare una via d’uscita?

Negli ambienti diplomatici si osserva da tempo come un eventuale processo di normalizzazione tra Washington e Mosca potrebbe produrre effetti enormi.

Una riduzione delle tensioni con gli Stati Uniti consentirebbe alla Russia di:

  • alleggerire parte dell’isolamento finanziario;
  • recuperare margini di manovra nei mercati energetici;
  • riequilibrare il rapporto con la Cina;
  • evitare di diventare economicamente subordinata a Pechino.

Da questo punto di vista la Russia avrebbe interesse a non trasformarsi definitivamente nel “fornitore di materie prime” della Cina.

Per il Cremlino, mantenere aperti canali di dialogo con Washington significa anche recuperare capacità negoziale nei confronti di Xi Jinping.

Anche gli Stati Uniti hanno interesse

La questione riguarda anche Washington.

Storicamente la diplomazia americana ha sempre cercato di evitare una saldatura completa tra Mosca e Pechino.

Già negli anni Settanta Henry Kissinger utilizzò l’apertura alla Cina per dividere il blocco comunista.

Oggi alcuni analisti sostengono che la logica potrebbe essere invertita:

evitare che la Russia finisca definitivamente nell’orbita economica cinese.

Una Russia completamente dipendente dalla Cina rafforzerebbe infatti la posizione globale di Pechino.

Per questo motivo un futuro dialogo tra Washington e Mosca non può essere escluso, indipendentemente dalle profonde divergenze esistenti.

Xi Jinping ha mostrato chi comanda

La sospensione del progetto Power of Siberia-2 manda soprattutto un messaggio.

La Cina non considera prioritario salvare l’economia energetica russa.

Se Mosca vuole accedere al mercato cinese dovrà probabilmente accettare condizioni molto più favorevoli a Pechino.

Non è una rottura diplomatica.

È qualcosa di forse ancora più significativo.

È la dimostrazione pratica che, nel rapporto tra le due potenze, il potere contrattuale si è ormai spostato stabilmente verso la Cina.

Una nuova fase della geopolitica mondiale

Negli ultimi anni molti osservatori hanno descritto l’asse Mosca-Pechino come un blocco monolitico destinato a sfidare l’Occidente.

Gli ultimi sviluppi raccontano invece una realtà più articolata.

La Cina continua a perseguire esclusivamente i propri interessi nazionali.

La Russia, privata del mercato europeo e alle prese con crescenti difficoltà economiche, rischia di ritrovarsi sempre più dipendente dalle decisioni di Pechino.

Paradossalmente, proprio questa situazione potrebbe riaprire nel medio periodo spazi di dialogo con gli Stati Uniti. Non perché Washington e Mosca abbiano superato le proprie divergenze strategiche, ma perché entrambe potrebbero avere interesse a evitare che la Russia diventi un partner economicamente subordinato alla Cina.

Il congelamento di Power of Siberia-2 non è soltanto un ritardo nella costruzione di un gasdotto. È il simbolo di un equilibrio internazionale in trasformazione, nel quale la Russia scopre che il suo “pivot verso l’Asia” non le garantisce automaticamente autonomia strategica. Al contrario, più si restringono le alternative economiche di Mosca, più cresce il potere negoziale di Pechino e più aumenta l’incentivo del Cremlino a cercare, prima o poi, un nuovo equilibrio anche con Washington.

Link alle fonti da inserire a fine articolo

Wall Street Journal – Putin Was Xi’s Role Model. Now He’s the Junior Partner
Analisi recente sul crescente squilibrio tra Cina e Russia e sullo stallo del Power of Siberia-2.
https://www.wsj.com/world/x-putin-junior-partner-df611b88

Asia Times – Power of Siberia 2 deadlock belies Russia-China “no-limits” pact
Ricostruzione dello stallo negoziale e delle forti divergenze sul prezzo del gas.
https://asiatimes.com/2026/07/power-of-siberia-2-deadlock-cracks-russia-china-no-limits-pact/

Carnegie Politika – Did Putin Return From China Empty-Handed?
Approfondimento sull’assenza di un accordo definitivo durante la visita di Putin in Cina e sul rischio che la finestra economica per il progetto si chiuda.
https://carnegieendowment.org/russia-eurasia/politika/2026/05/china-russia-no-pipeline

Columbia University – Power of Siberia 2: Russia’s Pivot, China’s Leverage
Analisi energetica sul vantaggio negoziale cinese e sulla necessità russa di trovare uno sbocco alternativo al mercato europeo.
https://www.energypolicy.columbia.edu/power-of-siberia-2-russias-pivot-chinas-leverage-and-global-gas-implications/

CSIS – How the Power of Siberia 2 Deal Could Reshape Global Energy
Studio sulle dimensioni del progetto, sui volumi potenziali e sulle questioni commerciali ancora irrisolte.
https://www.csis.org/analysis/how-power-siberia-2-deal-could-reshape-global-energy

MERICS – Power of Siberia 2: A Litmus Test of Sino-Russian Relations
Analisi della crescente dipendenza energetica russa dalla Cina e della natura asimmetrica della relazione.
https://merics.org/en/comment/power-siberia-2-litmus-test-sino-russian-relations

Washington Post – Distrust Beneath the Russia-China Alliance
Approfondimento sulle tensioni nascoste, sulla dipendenza russa e sulla prudenza strategica di Pechino.
https://www.washingtonpost.com/world/2026/05/19/putin-visits-beijing-amid-growing-imbalance-russia-china-relations/

Interfax – I negoziati sarebbero ancora formalmente in corso
Fonte utile per riportare anche la posizione più prudente: all’inizio di luglio rappresentanti russi dichiaravano che i colloqui proseguivano a livello societario.
https://interfax.com/newsroom/top-stories/118284/

Reuters – Nuove sanzioni statunitensi contro i ricavi energetici russi
Approfondimento sul ruolo ancora centrale degli Stati Uniti e sulla possibilità di colpire anche i principali acquirenti di energia russa, compresa la Cina.
https://www.reuters.com/legal/government/concerns-grow-about-tariffs-us-sanctions-bill-russia-2026-07-15/

Sicurezza elettorale americana: le nuove rivelazioni di Trump riaprono il caso 2020 e il ruolo delle interferenze straniere

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Per quasi sei anni agli americani è stato ripetuto che le elezioni presidenziali del 2020 erano state “le più sicure della storia”. Questa formula è stata rilanciata da istituzioni, media e rappresentanti politici fino a diventare una sorta di dogma. Eppure, negli ultimi anni sono emersi nuovi documenti, rapporti d’intelligence e informazioni che hanno riacceso il dibattito sulla sicurezza dell’infrastruttura elettorale statunitense e sulla capacità di potenze straniere di raccogliere dati, condurre operazioni di influenza e tentare attività di cyber-spionaggio.

L’Indirizzo alla Nazione del Presidente Donald Trump dedicato alla sicurezza elettorale ha riportato queste questioni al centro dell’attenzione. Secondo l’amministrazione, la desecretazione di nuovi documenti dimostrerebbe che alcune vulnerabilità erano note da tempo e che il quadro pubblico presentato ai cittadini non rifletteva pienamente le preoccupazioni espresse all’interno degli apparati di sicurezza.

È importante distinguere due piani diversi. Da un lato vi sono le affermazioni dell’amministrazione Trump, secondo cui le nuove carte mostrerebbero informazioni rimaste nascoste per anni. Dall’altro, restano valide le precedenti valutazioni ufficiali secondo cui non è stata accertata una manipolazione del risultato elettorale del 2020 da parte di governi stranieri. Proprio questa distanza tra le due letture alimenta oggi uno dei confronti più delicati della politica americana.

La vera questione: fiducia o trasparenza?

Il punto più delicato non riguarda soltanto chi abbia vinto le elezioni del 2020, ma il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.

Ogni democrazia moderna si fonda sulla convinzione che il processo elettorale sia trasparente, verificabile e difendibile. Se emergono documenti che descrivono vulnerabilità significative o attività ostili di potenze straniere, è legittimo chiedersi se il dibattito pubblico abbia rappresentato con sufficiente chiarezza la complessità del problema.

Ridurre ogni discussione sulla sicurezza elettorale a una teoria del complotto rischia di essere tanto fuorviante quanto sostenere che ogni vulnerabilità equivalga automaticamente a una frode. La sicurezza informatica non funziona in termini assoluti: un sistema può essere robusto e, allo stesso tempo, presentare punti deboli che richiedono attenzione e aggiornamenti continui.

Il ruolo della Cina: una sfida strategica documentata

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda la Repubblica Popolare Cinese.

Negli ultimi anni numerosi rapporti governativi statunitensi hanno attribuito a gruppi collegati a Pechino vaste campagne di cyber-spionaggio, compromissione di reti informatiche, furto di proprietà intellettuale e raccolta di dati su cittadini americani. Queste attività sono state descritte come parte di una strategia di lungo periodo volta ad accrescere la capacità della Cina di comprendere, influenzare e, se possibile, sfruttare le vulnerabilità delle società occidentali.

Secondo quanto illustrato dall’amministrazione Trump, i documenti desecretati evidenzierebbero anche la portata della raccolta di dati riguardanti milioni di elettori statunitensi. L’acquisizione di grandi quantità di informazioni personali, indipendentemente dalla loro provenienza, rappresenta un vantaggio significativo per chi conduce operazioni di intelligence, di profilazione o di influenza.

È però essenziale distinguere tra il possesso di dati, le attività di influenza e la prova di un’alterazione del risultato elettorale: si tratta di questioni diverse che non possono essere sovrapposte senza evidenze specifiche.

La guerra dell’informazione

Le moderne competizioni tra grandi potenze non si combattono soltanto con eserciti e portaerei.

La raccolta di dati, l’intelligenza artificiale, le campagne di influenza, gli attacchi informatici e la capacità di orientare il dibattito pubblico sono diventati strumenti fondamentali della competizione geopolitica.

Da questo punto di vista, sarebbe riduttivo limitare il problema al solo caso delle elezioni del 2020. La vera domanda è se gli Stati Uniti abbiano costruito difese adeguate contro un ambiente strategico in cui Russia, Cina, Iran e altri attori investono da anni in operazioni digitali sempre più sofisticate.

Le vulnerabilità non sono una teoria

Ogni sistema informatico presenta vulnerabilità. Questo vale per reti militari, banche, ospedali, infrastrutture energetiche e anche per componenti del sistema elettorale.

Negli Stati Uniti il processo elettorale è altamente decentralizzato: ogni Stato adotta procedure e tecnologie differenti. Questa struttura rende più difficile un attacco su larga scala, ma aumenta anche la complessità della protezione dell’intero sistema.

Le discussioni sulle macchine di voto, sui database elettorali, sulle procedure di autenticazione e sugli audit devono quindi essere affrontate con rigore tecnico, evitando sia il sensazionalismo sia la minimizzazione.

Il problema della comunicazione istituzionale

Uno degli aspetti più controversi riguarda il modo in cui le istituzioni hanno comunicato il tema della sicurezza elettorale.

Quando le autorità trasmettono messaggi estremamente rassicuranti mentre, parallelamente, analizzano internamente scenari di rischio e vulnerabilità, è inevitabile che una parte dell’opinione pubblica si chieda se vi sia stata sufficiente trasparenza.

Essere trasparenti sulle minacce non significa affermare che un’elezione sia stata manipolata. Significa riconoscere che la sicurezza assoluta non esiste e che il rafforzamento continuo dei sistemi è una necessità, non un’ammissione di fallimento.

Un confronto ancora aperto

Le nuove iniziative dell’amministrazione Trump hanno riaperto un confronto che difficilmente si chiuderà nel breve periodo.

Da una parte, la Casa Bianca sostiene che la desecretazione dei documenti permetta finalmente ai cittadini di conoscere informazioni che in passato sarebbero rimaste confinate nei circuiti dell’intelligence.

Dall’altra, numerosi esperti e le precedenti valutazioni ufficiali continuano a sostenere che, pur in presenza di campagne di influenza e di attività ostili da parte di governi stranieri, non sia stato dimostrato che tali attività abbiano modificato il risultato delle elezioni del 2020.

Queste due posizioni non sono equivalenti, ma rappresentano il cuore del dibattito attuale.

Conclusione

La sicurezza elettorale non dovrebbe essere un tema di appartenenza politica, bensì una priorità nazionale.

Ogni vulnerabilità individuata deve essere analizzata e corretta. Ogni documento desecretato merita di essere esaminato con attenzione. Ogni affermazione, sia dell’amministrazione in carica sia delle istituzioni che l’hanno preceduta, deve essere sottoposta a verifica.

In una democrazia matura, chiedere maggiore trasparenza sulle attività di intelligence, sulle campagne di influenza straniere e sulla protezione delle infrastrutture elettorali non significa mettere automaticamente in discussione il risultato di un’elezione. Significa riconoscere che la fiducia dei cittadini si costruisce attraverso controlli rigorosi, comunicazioni chiare e la disponibilità a riesaminare criticamente decisioni e valutazioni passate quando emergono nuovi elementi.

Il confronto sulle elezioni del 2020 continua quindi a essere, prima ancora che una disputa politica, un banco di prova per la capacità delle istituzioni di garantire sicurezza, trasparenza e credibilità in un contesto internazionale caratterizzato da una competizione tecnologica e informativa sempre più intensa.

Fonti ufficiali e di approfondimento

Per accompagnare l’articolo puoi inserire, in fondo, una sezione “Fonti e documenti” con i principali riferimenti.

I soliti cani da riporto della controinformazione italiana: quando la propaganda sostituisce i documenti

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Negli ultimi anni una parte della cosiddetta “controinformazione” italiana ha costruito la propria credibilità sostenendo di rappresentare l’alternativa ai media tradizionali. Il messaggio è sempre lo stesso: noi analizziamo i documenti, noi raccontiamo ciò che gli altri nascondono, noi smascheriamo la propaganda del potere.

Ma basta ascoltare con attenzione molti dei loro contenuti per scoprire un paradosso evidente: proprio coloro che accusano gli altri di fare propaganda finiscono spesso per utilizzare gli stessi identici meccanismi propagandistici che dichiarano di combattere.

L’opinione viene presentata come un fatto

Uno degli elementi più ricorrenti consiste nel trasformare una valutazione politica in una presunta verità oggettiva.

Un documento ufficiale viene letto selezionando soltanto le frasi che sembrano confermare una tesi già stabilita, mentre tutte le parti che la smentiscono vengono semplicemente ignorate.

Non è un metodo giornalistico.

È una tecnica di propaganda.

Nel caso del recente vertice NATO, ad esempio, la dichiarazione finale parla contemporaneamente di deterrenza, difesa collettiva, industria militare, cybersicurezza, spazio, intelligenza artificiale, sostegno all’Ucraina, libertà di navigazione e minacce ibride.

La narrazione propagandistica riduce invece tutto a una sola frase:

“È soltanto un contratto commerciale per comprare armi americane.”

È una conclusione politica perfettamente legittima come opinione.

Non è però ciò che afferma il documento.

Le mezze verità valgono più delle bugie

La propaganda moderna raramente inventa tutto.

Preferisce utilizzare dati reali.

Ad esempio:

  • esistono nuovi contratti militari;
  • l’industria americana ne trarrà beneficio;
  • gli alleati europei aumenteranno la spesa per la difesa;
  • l’Ucraina riceverà nuovi aiuti.

Tutti elementi reali.

Il problema nasce nel momento in cui questi fatti vengono utilizzati per sostenere affermazioni molto più grandi, senza alcuna dimostrazione.

Si passa così da:

“gli Stati Uniti venderanno molte armi”

a

“la NATO esiste soltanto per arricchire l’industria bellica americana.”

Sono due affermazioni completamente diverse.

La seconda richiederebbe prove che normalmente non vengono mai presentate.

I documenti spariscono appena diventano scomodi

La caratteristica più evidente di questo tipo di comunicazione è l’uso estremamente selettivo delle fonti.

Quando un documento contiene un passaggio favorevole alla propria tesi viene mostrato in sovrimpressione.

Quando lo stesso documento contiene elementi contrari, semplicemente scompare.

È esattamente ciò che accade con la dichiarazione di Ankara.

Vengono citati gli investimenti militari.

Viene omessa la parte dedicata alla deterrenza collettiva.

Vengono enfatizzati gli acquisti.

Scompare completamente il riferimento alla modernizzazione dell’Alleanza, alle minacce ibride, alle capacità spaziali e cibernetiche e agli altri obiettivi strategici dichiarati.

Il pubblico riceve quindi un documento mutilato.

Le parole vengono usate come armi

Esiste poi una precisa tecnica psicologica.

Prima ancora che inizi l’argomentazione vengono introdotte parole emotivamente forti:

  • vassalli
  • colonie
  • servi
  • padroni
  • regime
  • propaganda
  • golpisti

Questi termini non dimostrano nulla.

Servono soltanto a predisporre emotivamente chi ascolta.

Quando una persona entra in uno stato emotivo forte diventa molto meno incline a verificare le fonti.

È un principio noto nella comunicazione politica.

Ogni ipotesi diventa automaticamente una certezza

Un’altra tecnica estremamente diffusa consiste nell’eliminare completamente il concetto di probabilità.

Non esistono più:

  • potrebbe;
  • probabilmente;
  • secondo alcune fonti;
  • è possibile.

Ogni ricostruzione diventa una certezza assoluta.

Si passa continuamente da:

“potrebbe accadere”

a

“sta sicuramente accadendo.”

È il contrario del metodo analitico.

Chi lavora seriamente distingue sempre tra fatti accertati, ipotesi, valutazioni e scenari.

La propaganda elimina queste distinzioni.

La verifica vale soltanto per gli altri

Uno degli aspetti più curiosi riguarda il diverso trattamento riservato alle fonti.

Quando parla un governo occidentale:

“bisogna verificare.”

Quando parla Mosca, Teheran o qualunque soggetto confermi la narrativa proposta:

“è un fatto.”

Lo stesso criterio critico che viene applicato ai governi occidentali scompare completamente quando la fonte produce dichiarazioni utili alla narrazione.

Questo non è giornalismo.

È selezione ideologica delle fonti.

Si confonde la critica con la tifoseria

Criticare la NATO è legittimo.

Criticare l’industria bellica è legittimo.

Criticare gli Stati Uniti è legittimo.

Così come è legittimo criticare la Russia, la Cina, l’Iran o qualsiasi altro attore internazionale.

Il problema nasce quando ogni errore occidentale diventa automaticamente una giustificazione delle azioni della parte opposta.

È la logica della tifoseria geopolitica.

La realtà internazionale è molto più complessa.

Le omissioni raccontano più delle parole

Ogni forma di propaganda vive soprattutto di ciò che non dice.

Si citano soltanto le informazioni favorevoli.

Si eliminano quelle scomode.

Si trasformano interpretazioni in fatti.

Si confondono opinioni e documenti.

Alla fine il pubblico è convinto di aver assistito a un’analisi.

In realtà ha assistito a una narrazione.

Il vero giornalismo segue un’altra strada

Esiste una differenza fondamentale tra informazione e propaganda.

La propaganda parte dalla conclusione e cerca soltanto gli elementi utili a confermarla.

L’informazione parte invece dai documenti e accetta anche quelle conclusioni che possono risultare scomode rispetto alle proprie convinzioni.

Quando un documento contraddice la nostra idea del mondo non bisogna ignorarlo.

Bisogna spiegarlo.

È proprio questo il punto che distingue un ricercatore da un propagandista.

Conclusione

Il problema non è avere un’opinione.

Ogni giornalista, ogni analista e ogni cittadino ha inevitabilmente una propria visione politica.

Il problema nasce quando quella visione diventa il filtro attraverso cui ogni fatto viene deformato.

La cosiddetta controinformazione ha conquistato negli anni una parte importante del pubblico promettendo di essere diversa dai media tradizionali.

Troppo spesso, però, finisce per copiarne gli stessi difetti.

Cambia soltanto il segno ideologico.

La propaganda non smette di essere propaganda perché viene raccontata da chi si definisce “alternativo”.

Rimane propaganda quando sostituisce i documenti con gli slogan, le verifiche con le convinzioni e le prove con le suggestioni.

Ed è proprio questo il rischio più grande: trasformare la legittima ricerca della verità in un semplice esercizio di appartenenza ideologica.


Anlisi dei fatti:

Verifica delle affermazioni: fatti reali, interpretazioni e propaganda

Il contenuto analizzato parte da alcuni elementi autentici del vertice NATO di Ankara, ma li inserisce dentro una narrazione già decisa in partenza: l’Europa sarebbe una colonia, la NATO esisterebbe quasi esclusivamente per arricchire l’industria bellica americana, la minaccia russa sarebbe inventata, il terrorismo sarebbe soltanto un’etichetta utilizzata contro palestinesi e iraniani, mentre Mosca rappresenterebbe la parte razionale e disponibile al dialogo.

Questa impostazione non è un’analisi neutrale. È una costruzione propagandistica, perché seleziona solo i dati utili alla tesi, trasforma congetture in fatti e omette sistematicamente gli elementi contrari. Il testo completo del video è disponibile nel file fornito.

Il documento NATO non è soltanto un contratto commerciale

È vero che il vertice di Ankara ha attribuito grande importanza alla produzione industriale, agli acquisti congiunti e all’aumento delle capacità militari. La dichiarazione annuncia oltre 50 miliardi di dollari di nuovi approvvigionamenti, investimenti nella produzione, nella difesa aerea, nei droni, nelle capacità di attacco di precisione, nell’intelligence e nelle infrastrutture digitali militari.

Da questo dato, però, gli interlocutori saltano direttamente alla conclusione che la dimensione strategica sarebbe ormai «del tutto secondaria» e funzionale soltanto alla vendita di armi americane.

Il documento dice esattamente il contrario. Collega gli investimenti a:

  • deterrenza e difesa collettiva;
  • capacità convenzionali e nucleari;
  • difesa aerea e antimissile;
  • intelligence, spazio e cybersicurezza;
  • mobilità e sostenimento delle forze;
  • sostegno all’Ucraina;
  • risposta alle minacce ibride e all’instabilità internazionale.

Si può criticare la strategia NATO, il livello della spesa militare o la crescente militarizzazione dell’Europa. Non si può però ridurre l’intero documento a un semplice catalogo commerciale senza amputarne la parte politica e militare.

Verdetto: interpretazione ideologica presentata come fatto.

Gli acquisti non riguardano esclusivamente aziende statunitensi

Il video sostiene ripetutamente che gli europei sarebbero obbligati ad acquistare soprattutto Patriot, droni e sistemi prodotti da Lockheed Martin, RTX e Northrop Grumman, con l’unico risultato di finanziare l’economia americana.

Una quota importante degli acquisti favorisce certamente le aziende statunitensi. La stessa Casa Bianca rivendica apertamente che nel 2025 gli acquisti europei di equipaggiamenti americani superarono i 54 miliardi di dollari e che la maggiore spesa degli alleati avrebbe sostenuto circa 200.000 posti di lavoro negli Stati Uniti.

Questa è una parte reale della vicenda, che merita attenzione critica.

Ma il video omette che ad Ankara sono stati annunciati anche programmi europei e transatlantici:

  • aerei Airbus A330 MRTT;
  • progetto multinazionale Airbus A400M;
  • velivoli svedesi Saab GlobalEye;
  • produzione europea di Stinger;
  • cooperazioni tra industrie statunitensi, tedesche, italiane e di altri paesi;
  • nuove capacità produttive installate direttamente in Europa.

La NATO ha annunciato l’acquisto di fino a dieci Saab GlobalEye, piattaforma svedese destinata a sostituire progressivamente gli E-3, oltre a progetti Airbus guidati industrialmente dall’Europa.

Descrivere tutto questo come un trasferimento unidirezionale di denaro verso Washington è quindi scorretto. Il complesso industriale americano ne trae beneficio, ma non è l’unico beneficiario.

Verdetto: dato vero trasformato in una generalizzazione falsa.

I “300 miliardi” e i “200.000 posti di lavoro” vengono confusi

Nel video si afferma che gli impegni europei per circa 300 miliardi di dollari creeranno quasi 200.000 posti di lavoro negli Stati Uniti.

La Casa Bianca fornisce però una formulazione diversa: sostiene che la spesa europea per la difesa nel 2025, nel suo complesso, abbia sostenuto quasi 200.000 posti di lavoro americani, distinguendo tra vendite di appaltatori statunitensi e aziende europee operanti negli USA. Non afferma che un singolo pacchetto da 300 miliardi annunciato ad Ankara produrrà automaticamente quel numero di impieghi.

Il video fonde cifre differenti e suggerisce un rapporto causale diretto che il documento ufficiale non stabilisce.

Verdetto: cifra reale utilizzata fuori contesto.

La NATO non definisce il terrorismo come “resistenza palestinese”

All’inizio viene affermato:

Per terrorismo chiaramente intendiamo la resistenza palestinese e l’asse della resistenza sciita.

Quel “chiaramente” non è sostenuto da alcuna prova.

La dichiarazione di Ankara parla di «minaccia persistente del terrorismo», ma non identifica in quel passaggio i palestinesi, Hamas, Hezbollah, l’Iran o il cosiddetto Asse della Resistenza.

È possibile sostenere che singoli membri NATO considerino terroristiche organizzazioni come Hamas o Hezbollah. È possibile criticare quelle classificazioni o discuterne l’applicazione politica. Non è invece corretto attribuire automaticamente al documento un significato che il documento non contiene.

Inoltre, “resistenza palestinese” è una categoria politica molto più ampia di Hamas o della Jihad islamica. Comprende movimenti, partiti, organizzazioni civili e correnti differenti. Equipararla interamente al terrorismo oppure, al contrario, assolvere automaticamente qualsiasi organizzazione in quanto “resistenza”, sono entrambe semplificazioni propagandistiche.

Verdetto: inferenza arbitraria spacciata per definizione ufficiale.

Il sostegno all’Ucraina da 70 miliardi è reale

Il video riporta correttamente che gli alleati hanno promesso 70 miliardi di euro in equipaggiamenti, assistenza e addestramento per l’Ucraina nel 2026, impegnandosi a mantenere almeno un livello equivalente nel 2027.

È inoltre corretto che il documento sottolinei come gli alleati europei e il Canada finanzino ormai la maggior parte dell’assistenza militare a Kyiv.

La conclusione secondo cui questo dimostrerebbe automaticamente che «vogliono prolungare la guerra» non è però un fatto verificato. È un’interpretazione. I governi NATO sostengono che l’aiuto serva a permettere all’Ucraina di difendersi e a migliorare la sua posizione negoziale. I critici ritengono invece che possa incentivare il proseguimento del conflitto.

Entrambe sono valutazioni politiche. Il video presenta soltanto la seconda come se fosse l’unica spiegazione possibile.

Verdetto: fatto corretto seguito da una conclusione non dimostrata.

La licenza per produrre Patriot esiste, ma il video ne esagera gli effetti

È vero che Trump ha promesso una licenza per permettere all’Ucraina di produrre intercettori Patriot e che Kyiv ha parlato di un’intesa raggiunta sul piano politico.

Non è però ancora un trasferimento industriale pienamente operativo.

Le fonti disponibili indicano che:

  • i produttori non erano stati ancora pienamente coinvolti nei dettagli;
  • l’implementazione potrebbe richiedere almeno un anno;
  • la produzione completa in Ucraina presenta enormi difficoltà tecniche e di sicurezza;
  • inizialmente potrebbe trattarsi soprattutto di assemblaggio o produzione parziale;
  • alcune componenti sensibili potrebbero non essere trasferite;
  • una parte della produzione potrebbe essere localizzata in Germania o altrove in Europa.

Pertanto, affermare che Trump avrebbe già «firmato un accordo» che consente all’Ucraina di costruire autonomamente l’intero sistema Patriot è prematuro.

È una svolta politica importante, ma non significa che l’Ucraina sia già in grado di produrre liberamente batterie, radar, software e intercettori.

Verdetto: fondamento reale, formulazione esagerata.

“La Russia non rappresenta alcun pericolo per l’Europa” non è una conclusione dimostrata

Il video sostiene che gli stessi generali americani avrebbero dichiarato che Mosca non intende attaccare l’Europa e che quindi la minaccia russa sarebbe soltanto uno «spauracchio» commerciale.

Non viene indicato:

  • quale generale;
  • in quale audizione;
  • in quale data;
  • con quale formulazione;
  • se parlasse dell’intenzione attuale o della capacità futura;
  • se si riferisse a un’invasione su larga scala o ad altre forme di aggressione.

Questa omissione è decisiva.

Dire che la Russia probabilmente non desideri oggi una guerra diretta con l’intera NATO è ragionevole. Sarebbe però scorretto dedurne che non esista alcuna minaccia. Mosca ha invaso l’Ucraina, ha annesso territori riconosciuti internazionalmente come ucraini, utilizza strumenti cyber, sabotaggi, coercizione energetica e pressione militare.

La NATO definisce la Russia una minaccia di lungo periodo, mentre il documento di Ankara collega espressamente l’aumento delle capacità militari alla minaccia russa e al terrorismo.

Ciò non prova che ogni previsione NATO sia corretta, ma rende propagandistica l’affermazione opposta secondo cui il pericolo sarebbe completamente inventato.

Verdetto: affermazione assoluta senza fonte e contraddetta dai comportamenti osservabili.

Il riarmo europeo non equivale automaticamente a “subalternità coloniale”

Il termine “vassalli” compare continuamente e sostituisce un’analisi concreta dei rapporti tra gli alleati.

È vero che esiste una forte asimmetria:

  • gli Stati Uniti possiedono capacità nucleari e convenzionali superiori;
  • forniscono intelligence, logistica e comando;
  • molte forze europee dipendono da tecnologie statunitensi;
  • Washington esercita una notevole influenza politica;
  • l’interoperabilità può creare dipendenza industriale.

Ma una colonia non decide per consenso all’interno di un’alleanza, non negozia condizioni industriali, non dispone di governi autonomi, non acquista piattaforme europee e non può teoricamente ritirarsi dal trattato.

La relazione transatlantica è asimmetrica, ma chiamarla semplicemente “coloniale” serve più a produrre indignazione che a descriverne precisamente la natura.

Verdetto: metafora politica legittima come opinione, impropria come descrizione fattuale.

Il “fronte Sud completamente cancellato” è un’esagerazione

La dichiarazione è effettivamente molto sintetica e non include una sezione specifica dedicata al Mediterraneo, all’Africa settentrionale o alla richiesta italiana di rafforzare il cosiddetto fronte Sud.

Si può quindi parlare di una visibilità limitata delle priorità italiane nel comunicato conclusivo.

Tuttavia, il documento richiama:

  • instabilità diffusa;
  • terrorismo;
  • minacce ibride;
  • libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz;
  • Iran;
  • capacità marittime e di sorveglianza;
  • difesa del fianco meridionale nel quadro generale dell’Alleanza.

L’assenza della formula desiderata dal governo italiano non prova che il fronte meridionale sia stato «completamente obliterato».

Verdetto: critica plausibile trasformata in conclusione categorica.

L’Iran e la fatwa contro le armi nucleari

Una delle affermazioni più problematiche è:

L’Iran non ha mai voluto l’arma nucleare. C’è la fatwa di Khomeini, confermata da Khamenei. Punto.

Non è possibile chiudere una questione strategica così complessa con la parola “punto”.

La leadership iraniana ha ripetutamente sostenuto che le armi nucleari sarebbero contrarie ai principi islamici. Questa posizione è un elemento politico rilevante.

Ma una dichiarazione religiosa non sostituisce:

  • le verifiche dell’AIEA;
  • gli obblighi previsti dal Trattato di non proliferazione;
  • le ispezioni;
  • le spiegazioni sui materiali non dichiarati;
  • la trasparenza sugli impianti;
  • il controllo dell’arricchimento.

Il rapporto AIEA del maggio 2025 affermava che restavano questioni irrisolte, che l’Iran non aveva fornito una cooperazione piena e inequivocabile e che ciò limitava la capacità dell’Agenzia di verificare la non diversione di materiale nucleare.

L’AIEA segnalava inoltre che le decisioni iraniane sulla comunicazione anticipata dei nuovi impianti avevano ridotto significativamente la capacità di garantire che il programma fosse interamente pacifico.

Questo non significa automaticamente che Teheran abbia deciso di costruire una bomba. Significa che non esistono basi sufficienti per affermare con certezza assoluta che «non l’ha mai voluta».

La posizione rigorosa è:

Non è stata presentata una prova pubblica conclusiva dell’esistenza di un’arma nucleare iraniana, ma le lacune nelle verifiche e le attività pregresse impediscono di trattare come certe le dichiarazioni politiche e religiose di Teheran.

Verdetto: assoluzione politica non supportata dagli organismi di controllo.

“Aggredito e aggressore” non è uno slogan inventato dai media

Il video sostiene che la formula «c’è un aggredito e c’è un aggressore» sarebbe un ordine comunicativo imposto da centrali propagandistiche statunitensi e britanniche.

Dal punto di vista giuridico e fattuale, però, il 24 febbraio 2022 le forze armate russe hanno attraversato i confini internazionalmente riconosciuti dell’Ucraina e hanno avviato un’invasione su vasta scala.

Si possono discutere:

  • l’espansione NATO;
  • il fallimento degli accordi di Minsk;
  • il conflitto nel Donbas;
  • le responsabilità occidentali;
  • gli errori ucraini;
  • le occasioni diplomatiche perdute.

Nessuno di questi elementi cancella il fatto che la Federazione Russa abbia iniziato l’operazione militare sul territorio ucraino.

La formula può essere impiegata in modo retorico e semplificatorio, ma non è stata inventata dal nulla. Descrive un fatto fondamentale riconosciuto dalla maggior parte della comunità internazionale.

Verdetto: tentativo di trasformare un dato fattuale in mera propaganda occidentale.

La tesi secondo cui l’Europa “poteva semplicemente non intervenire”

Nel video si afferma che l’Europa avrebbe potuto lasciare la guerra confinata a una dimensione regionale, non intervenire e raggiungere rapidamente un accordo nel marzo 2022.

Questa ricostruzione omette alcune domande:

  • quali garanzie avrebbero protetto l’Ucraina?
  • l’occupazione dei territori sarebbe stata riconosciuta?
  • quale sarebbe stato il destino delle forze russe già presenti?
  • Mosca avrebbe rispettato il futuro accordo?
  • Kyiv era realmente libera di accettare tutte le condizioni?
  • le parti avevano già concordato confini, sicurezza e neutralità?

Nel marzo-aprile 2022 vi furono negoziati concreti e furono esplorate formule di neutralità. Tuttavia, non esiste prova che fosse già pronto un trattato definitivo bloccato esclusivamente dall’Europa o da Boris Johnson.

La guerra, le atrocità emerse nei territori riconquistati, le divergenze sulle garanzie e la situazione militare contribuirono tutte al fallimento.

Verdetto: ricostruzione monocausale di una trattativa molto più complessa.

La storia di Nuland viene deformata

Il video richiama la telefonata intercettata del 2014 tra Victoria Nuland e l’ambasciatore Geoffrey Pyatt come prova che gli Stati Uniti avrebbero letteralmente compilato la lista del nuovo governo ucraino.

La conversazione è autentica. Nuland e Pyatt discutevano le proprie preferenze tra esponenti dell’opposizione e Nuland pronunciò la nota espressione offensiva contro l’Unione Europea.

Questo dimostra ingerenza, pressione diplomatica e volontà americana di influenzare gli sviluppi politici.

Non dimostra però che Washington avesse il potere giuridico di “nominare” il governo o che ogni passaggio successivo fosse stato interamente comandato dagli Stati Uniti. Arsenij Jatsenjuk fu nominato attraverso le istituzioni ucraine e ricevette il voto parlamentare.

La distinzione tra interferire, fare pressione e controllare interamente è fondamentale.

Verdetto: episodio vero utilizzato per sostenere una conclusione più ampia di quanto le prove consentano.

Il gruppo dei Patrioti per l’Europa non risulta “creato dagli Stati Uniti”

Il video sostiene che il gruppo europeo dei Patrioti sarebbe stato:

strutturato, creato e ideato per sostenere Trump e fungere da base politica americana in Europa.

Non vengono prodotti documenti, finanziamenti, comunicazioni interne, direttive americane o testimonianze verificabili.

Il gruppo Patrioti per l’Europa fu promosso nel 2024 principalmente da Viktor Orbán, Andrej Babiš e Herbert Kickl e riunì partiti nazionalisti e sovranisti europei. Molti esponenti erano politicamente vicini a Trump, ma la vicinanza ideologica non prova una creazione operativa da parte di Washington.

Definire tali partiti «asset statunitensi» senza prove è lo stesso metodo che il video rimprovera alla propaganda occidentale: colpevolezza per associazione.

Verdetto: teoria politica non documentata.

La presunta ricerca americana di nuovi referenti per le elezioni italiane del 2027

Gli interlocutori ipotizzano che l’amministrazione Trump stia già individuando candidati e fiduciari nella politica italiana in vista delle elezioni.

Non vengono forniti:

  • nomi;
  • incontri;
  • documenti;
  • finanziamenti;
  • cablogrammi;
  • dichiarazioni;
  • fonti giornalistiche attendibili.

Lo stesso ospite ammette indirettamente che servirebbe una «sfera di cristallo». Dopo questa ammissione, però, costruisce una lunga teoria presentata al pubblico come probabile realtà.

È un esempio classico di insinuazione:

non posso dimostrarlo, ma sappiamo che funziona così.

Verdetto: speculazione priva di riscontri.

D’Alema, Agnelli, Kissinger e Renato Ruggiero

Il racconto secondo cui D’Alema sarebbe stato convocato da Agnelli alla presenza di Kissinger per garantire la nomina di Renato Ruggiero può derivare da una testimonianza pubblica dello stesso D’Alema.

Anche qualora la testimonianza fosse riportata correttamente, proverebbe un tentativo di influenza da parte di personalità potenti e favorevoli alla continuità atlantica.

Non dimostrerebbe però che:

  • Washington abbia “creato tutti i governi italiani”;
  • gli elettori e il Parlamento non abbiano avuto alcun ruolo;
  • ogni governo italiano sia stato imposto direttamente dagli Stati Uniti;
  • l’intera politica nazionale sia spiegabile da un unico centro di comando.

Un episodio specifico non può essere esteso a settant’anni di storia politica senza ulteriori prove.

Verdetto: possibile episodio reale trasformato in teoria generale.

La Russia non ha conquistato Kostiantynivka

Il passaggio fattualmente più grave riguarda il campo di battaglia:

La Russia ha conquistato Kostiantynivka e si è aperta la strada verso Kramatorsk e Sloviansk.

Al momento della verifica, questa affermazione risulta falsa.

Le valutazioni disponibili indicavano che forze russe erano penetrate o operavano in alcune aree, ma non avevano conquistato completamente la città. Il 3 luglio l’Institute for the Study of War aveva esplicitamente definito non supportata dalle prove disponibili la proclamazione russa della conquista; nei giorni successivi registrava ancora posizioni e contrattacchi ucraini nell’area.

Persino fonti che riportavano la rivendicazione russa precisavano che Kyiv negava la caduta della città.

Il video assume quindi la dichiarazione di Mosca come fatto compiuto senza verificarla.

Verdetto: affermazione falsa o perlomeno prematura, derivata dalla propaganda militare russa.

“Dopo Kramatorsk e Sloviansk non esiste più alcuna difesa”

Anche questa è un’esagerazione estrema.

Kramatorsk, Sloviansk, Druzhkivka e Kostiantynivka formano una fascia difensiva molto importante nel Donbas. La loro eventuale perdita sarebbe strategicamente grave.

Non è vero però che dopo quelle città:

  • non esista più alcuna linea di difesa ucraina;
  • non vi siano fiumi, città, fortificazioni e ostacoli naturali;
  • la NATO non abbia «linee di difesa in Europa»;
  • l’esercito russo potrebbe avanzare senza opposizione fino al territorio NATO.

Il video confonde le fortificazioni ucraine del Donbas con l’intero sistema difensivo europeo. La NATO dispone di forze, aeroporti, comandi, brigate multinazionali, sistemi di difesa aerea e piani regionali in diversi Stati membri.

Verdetto: catastrofismo militare privo di fondamento.

“La sconfitta ucraina provocherebbe automaticamente la fine della NATO e dell’UE”

Non esiste alcun automatismo.

Una vittoria russa o un collasso militare ucraino produrrebbero certamente:

  • una crisi politica occidentale;
  • accuse reciproche;
  • divisioni interne;
  • revisione delle strategie;
  • possibili cambiamenti di governo;
  • aumento delle spese militari.

Non è dimostrato che provocherebbero necessariamente lo scioglimento della NATO o dell’Unione Europea.

Anzi, una sconfitta ucraina potrebbe anche produrre l’effetto contrario: maggiore coesione militare tra gli alleati orientali e incremento del riarmo.

Verdetto: previsione presentata impropriamente come conseguenza inevitabile.

“La NATO aprirà nuovi focolai in Moldavia o nel Baltico”

Il video ammette che si tratta di «fantapolitica», ma subito dopo la incorpora nella conclusione generale secondo cui l’Alleanza continuerà inevitabilmente a provocare guerre.

Non vengono presentati piani, direttive, documenti operativi o decisioni ufficiali per aprire deliberatamente nuovi conflitti.

Il Baltico e la Moldavia sono realmente aree a rischio. Tuttavia, attribuire in anticipo qualsiasi possibile crisi a un piano NATO costituisce una forma di pre-attribuzione propagandistica: qualunque cosa accada sarà interpretata come conferma della teoria.

Verdetto: previsione speculativa non verificabile.

“La Russia ha sempre dimostrato buona volontà”

Questa è una rappresentazione selettiva.

La Russia ha partecipato a negoziati, proposto accordi e cercato in vari momenti un’integrazione economica con l’Occidente. È vero anche che Mosca, durante la fase post-sovietica, cercò relazioni più strette con Stati Uniti, G8 e NATO.

Ma ha anche:

  • invaso la Georgia nel 2008;
  • annesso la Crimea nel 2014;
  • sostenuto militarmente i separatisti nel Donbas;
  • riconosciuto unilateralmente entità separatiste;
  • lanciato l’invasione su vasta scala del 2022;
  • avanzato richieste territoriali e politiche incompatibili con la piena sovranità ucraina.

Dire che una sola parte avrebbe mostrato “sempre” buona volontà e l’altra “sempre” aggressività è linguaggio propagandistico.

Verdetto: assoluzione sistematica di Mosca mediante omissione dei fatti contrari.

Le principali tecniche propagandistiche impiegate

Selezione asimmetrica delle fonti

Le dichiarazioni NATO e della Casa Bianca vengono considerate propaganda interessata. Le dichiarazioni russe, iraniane o antioccidentali vengono invece trattate come fatti attendibili senza applicare lo stesso livello di verifica.

Mescolanza tra fatti e opinioni

Il video parte da cifre autentiche — 50 miliardi di contratti, 70 miliardi per l’Ucraina, aumento della spesa — e vi collega conclusioni non dimostrate:

  • l’Europa è una colonia;
  • la minaccia russa è inventata;
  • gli USA vogliono soltanto profitto;
  • l’Iran non ha mai desiderato la bomba;
  • Washington controlla i governi europei.

Assenza di documenti per le accuse più gravi

Le affermazioni centrali non sono accompagnate da:

  • link;
  • citazioni integrali;
  • documenti desecretati;
  • contratti;
  • trascrizioni;
  • dati militari verificabili;
  • fonti indipendenti.

Linguaggio emotivo

Parole come «vassalli», «pezze da piedi», «padrone», «coloniale», «golpista», «russofobi» e «ordini di scuderia» servono a orientare emotivamente il pubblico prima ancora di dimostrare la tesi.

Falsa dicotomia

La narrazione propone soltanto due possibilità:

  • o si accetta l’interpretazione filorussa;
  • oppure si obbedisce alla propaganda NATO.

In realtà è possibile criticare l’espansione della NATO, il riarmo europeo e l’industria bellica americana senza negare l’invasione russa o ripetere la propaganda del Cremlino.

Conclusione

Il video contiene alcuni fatti corretti:

  • il vertice ha promosso nuovi acquisti militari;
  • una parte significativa della spesa europea favorirà aziende americane;
  • l’Ucraina riceverà almeno 70 miliardi di euro;
  • Washington vuole che gli europei sostengano una quota maggiore dei costi;
  • è stata annunciata politicamente una licenza Patriot;
  • esiste un’evidente asimmetria nei rapporti transatlantici.

Ma questi fatti vengono usati come base per una narrazione molto più ampia che non viene dimostrata.

Le affermazioni più deboli o false sono:

  • terrorismo NATO uguale automaticamente a resistenza palestinese;
  • la Russia non costituisce alcuna minaccia;
  • l’Iran non ha mai voluto armi nucleari;
  • i Patrioti europei sono stati creati dagli USA;
  • Washington sta già scegliendo i prossimi dirigenti italiani;
  • Kostiantynivka è stata conquistata;
  • dopo il Donbas non esistono più difese;
  • la sconfitta ucraina dissolverà automaticamente NATO e UE;
  • Mosca ha sempre dimostrato buona volontà;
  • soltanto gli Stati Uniti traggono vantaggio industriale dal riarmo.

La propaganda non consiste necessariamente nell’inventare tutto. Molto più spesso consiste nel prendere mezze verità, eliminarne il contesto, aggiungere insinuazioni e presentare un’interpretazione politica come se fosse la sola realtà possibile. Questo video segue esattamente quel metodo.

Fonti ufficiali

Ucraina e Patriot

Programma nucleare iraniano

  • Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) – Safeguards Report sull’Iran
    https://www.iaea.org

Approfondimenti sul Vertice

Per verificare le dichiarazioni sul campo di battaglia

Queste fonti coprono direttamente i principali temi affrontati nell’articolo: il vertice NATO di Ankara, gli investimenti nella difesa, il sostegno all’Ucraina, la licenza Patriot, il programma nucleare iraniano e l’andamento del conflitto russo-ucraino.

Quando la “controinformazione” rinuncia alle prove: il caso del video che trasforma ipotesi e fonti anonime in verità assolute

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Negli ultimi anni una parte della cosiddetta controinformazione ha costruito il proprio successo denunciando, spesso giustamente, gli errori, le omissioni e la propaganda dei grandi media. Tuttavia, criticare l’informazione ufficiale non significa automaticamente fare buon giornalismo.

Esiste infatti una differenza fondamentale tra mettere in discussione una narrazione e sostituirla con un’altra priva di prove verificabili.

Il video analizzato rappresenta un caso emblematico di questo fenomeno. Per oltre quaranta minuti gli spettatori vengono accompagnati attraverso una narrazione ricca di rivelazioni, “fonti interne”, “informazioni riservate” e presunti retroscena geopolitici che, però, raramente vengono supportati da documenti verificabili.

La conseguenza è un prodotto comunicativo che assomiglia molto più ad una costruzione narrativa che ad un’inchiesta giornalistica.


La costruzione dell’autorità attraverso il mistero

L’intero impianto del video ruota attorno ad un messaggio molto preciso:

“Noi sappiamo quello che nessun altro può raccontare.”

È una tecnica comunicativa estremamente efficace.

Gli autori ripetono continuamente espressioni come:

  • “abbiamo fonti dirette”;
  • “questa è la vera storia”;
  • “i media non possono dirvelo”;
  • “noi conosciamo ciò che accade dietro le quinte.”

Questo approccio crea nello spettatore la sensazione di appartenere ad una ristretta cerchia di persone che hanno finalmente accesso alla “vera verità”.

Ma la credibilità non nasce dall’esclusività.

Nasce dalle prove.

Ed è proprio questo il grande assente dell’intero video.


Le accuse agli Stati Uniti senza alcuna documentazione

Uno dei passaggi centrali sostiene che gli Stati Uniti avrebbero deliberatamente bombardato infrastrutture civili iraniane:

  • linee ferroviarie;
  • ponti ferroviari;
  • infrastrutture logistiche;
  • il porto di Chabahar.

Sono accuse gravissime.

Accuse che, se vere, costituirebbero possibili violazioni del diritto internazionale.

Eppure il pubblico non vede:

  • immagini satellitari;
  • fotografie geolocalizzate;
  • rapporti ONU;
  • analisi OSINT;
  • comunicati ufficiali;
  • verifiche indipendenti.

Le accuse vengono semplicemente raccontate.

Nel giornalismo investigativo questo non basta.

Chi formula accuse di tale portata ha l’onere di dimostrarle.


Dalle infrastrutture ai BRICS: il salto logico

Subito dopo il video compie un secondo passaggio.

Poiché alcune delle infrastrutture sarebbero collegate alla Belt and Road Initiative cinese, gli autori concludono che Washington starebbe attaccando direttamente i BRICS.

Ma questa è una deduzione politica.

Non una prova.

Una ferrovia può essere inserita in un progetto infrastrutturale internazionale senza che ciò dimostri automaticamente quale fosse il reale obiettivo militare di un eventuale attacco.

La conclusione precede la dimostrazione.


La teoria della provocazione delle petroliere

Secondo gli autori gli Stati Uniti avrebbero deliberatamente provocato l’Iran facendo transitare alcune petroliere in modo da ottenere il pretesto per nuovi bombardamenti.

Anche qui manca completamente la documentazione.

Non vengono mostrati:

  • tracciati AIS;
  • comunicazioni navali;
  • rapporti della Marina americana;
  • analisi indipendenti del traffico marittimo.

Il pubblico deve limitarsi a credere alla ricostruzione proposta.

È una modalità narrativa che ricorre frequentemente nelle teorie geopolitiche prive di riscontri documentali.


Trump starebbe “implorando” Teheran

Uno dei temi ricorrenti del video riguarda Donald Trump.

Secondo gli autori sarebbe lui, e non Teheran, a chiedere disperatamente una ripresa dei negoziati attraverso la mediazione pakistana.

La fonte?

“Persone vicine ai negoziatori.”

Non viene mostrato alcun telegramma diplomatico.

Nessuna nota ufficiale.

Nessuna dichiarazione del governo pakistano.

Nessuna conferma indipendente.

Una notizia di enorme rilevanza internazionale viene quindi affidata esclusivamente alla fiducia personale nei confronti degli autori.


La “bomba” sull’uscita iraniana dal Trattato di Non Proliferazione

L’intero video culmina con quella che viene presentata come una rivelazione destinata a cambiare gli equilibri mondiali.

Secondo gli autori una persona appartenente al ristretto entourage di Mojtaba Khamenei avrebbe comunicato l’intenzione dell’Iran di uscire dal Trattato di Non Proliferazione.

Anche in questo caso la notizia si basa esclusivamente su:

  • una fonte anonima;
  • una conversazione privata;
  • una conferma non verificabile.

Nessun documento.

Nessuna comunicazione ufficiale.

Nessun riscontro indipendente.

Per un evento di tale portata il livello di prova richiesto dovrebbe essere eccezionalmente elevato.

Nel video, invece, il pubblico riceve soltanto un racconto.


Quando le ipotesi diventano certezze

Un elemento retorico ricorre costantemente.

Le frasi iniziano quasi sempre con espressioni prudenti:

  • potrebbe;
  • forse;
  • probabilmente;
  • se accadesse.

Pochi minuti dopo, tuttavia, la narrazione cambia.

Quelle stesse possibilità vengono descritte come eventi ormai praticamente inevitabili.

È una tecnica comunicativa molto efficace.

Lo spettatore finisce per ricordare la conclusione, dimenticando che tutto era partito da semplici ipotesi.


I numeri giganteschi senza alcuna verifica

Secondo il video tra Iran e Iraq avrebbero partecipato ai funerali oltre quaranta milioni di persone.

Gli autori arrivano perfino a sostenere che si tratti del più grande funerale della storia dell’umanità.

Una simile affermazione richiederebbe:

  • studi demografici;
  • immagini satellitari;
  • analisi indipendenti;
  • confronti storici documentati.

Nulla di tutto ciò viene presentato.

Il numero viene semplicemente ripetuto.


Il memorandum invisibile

Per diversi minuti viene sostenuto che gli Stati Uniti avrebbero violato ogni singola clausola di un memorandum d’intesa.

Ma quel memorandum:

  • non viene mostrato;
  • non viene citato integralmente;
  • non viene pubblicato;
  • non viene analizzato.

Lo spettatore non ha alcuna possibilità di verificare se ciò che viene raccontato corrisponda realmente al contenuto dell’accordo.


Petrolio e raffinerie: dati reali, conclusioni discutibili

Larry Johnson richiama un elemento reale.

Molte raffinerie americane sono effettivamente progettate per lavorare greggio pesante o “sour”.

Da questo dato, però, viene tratta una conclusione molto più estrema: gli Stati Uniti sarebbero prossimi a rimanere senza petrolio.

Il ragionamento trascura completamente altri fattori fondamentali:

  • la produzione interna americana;
  • le importazioni da Canada e Messico;
  • la possibilità di approvvigionarsi da altri mercati;
  • la flessibilità del sistema energetico.

Ancora una volta un dato corretto viene utilizzato per costruire una conclusione molto più ampia di quanto le evidenze consentano.


Una sola narrazione possibile

Durante tutto il video esiste una sola prospettiva.

L’Iran appare sempre razionale.

Gli Stati Uniti appaiono sempre irrazionali.

Trump viene descritto come disperato.

Washington come ormai priva di alternative.

Non viene mai preso in considerazione alcun elemento che possa complicare questa rappresentazione.

Un’analisi geopolitica seria dovrebbe invece confrontare scenari differenti, valutare dati contrari e discutere i limiti delle proprie ipotesi.

Qui tutto converge verso una sola conclusione.


Il linguaggio della propaganda

Le parole utilizzate non sono neutrali.

Si parla continuamente di:

  • impero del caos;
  • impero della menzogna;
  • pirati;
  • civiltà iraniana;
  • dignità contro barbarie.

È un linguaggio fortemente emotivo.

Serve a rafforzare l’identificazione del pubblico con una delle due parti.

L’analisi lascia spazio alla mobilitazione ideologica.


La forza delle fonti anonime

L’elemento più debole dell’intero video riguarda proprio il metodo.

Le informazioni fondamentali vengono attribuite continuamente a:

  • “fonti interne”;
  • “persone molto vicine”;
  • “nostri contatti”;
  • “fonti confermate”.

Le fonti anonime possono certamente essere utilizzate nel giornalismo.

Ma più grande è l’affermazione, maggiore deve essere il livello delle prove indipendenti che la accompagnano.

Qui tali riscontri non arrivano mai.


Conclusioni

Il video contiene alcuni elementi plausibili e richiama questioni geopolitiche reali, come l’importanza dello Stretto di Hormuz, il peso strategico del petrolio e la possibilità giuridica di un eventuale ritiro iraniano dal Trattato di Non Proliferazione.

Tuttavia, questi aspetti vengono intrecciati con una lunga serie di affermazioni che non sono accompagnate da documentazione verificabile.

Il risultato è una narrazione costruita principalmente su:

  • fonti anonime;
  • deduzioni presentate come fatti;
  • linguaggio emotivo;
  • assenza di contraddittorio;
  • trasformazione delle ipotesi in certezze.

La lezione più importante è forse questa: la qualità dell’informazione non dipende da chi parla, ma dalla solidità delle prove che porta.

Chi critica la propaganda dei grandi media dovrebbe applicare gli stessi standard di rigore anche alle proprie ricostruzioni. Altrimenti il rischio è sostituire una narrazione ideologica con un’altra, chiedendo al pubblico non di verificare i fatti, ma semplicemente di cambiare l’oggetto della propria fiducia.

Fatti contro propaganda: quando l’ideologia sostituisce l’analisi geopolitica

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L’intero ragionamento ruota attorno ad alcuni assi tipici della tradizione marxista-leninista e neo-marxista:

  • l’Occidente viene descritto come unico soggetto imperialista;
  • Stati Uniti e Israele sono rappresentati come il centro assoluto del male geopolitico;
  • Russia e Cina vengono invece presentate come potenze “contenitive” o addirittura stabilizzatrici;
  • la NATO viene ridotta esclusivamente a strumento di aggressione.

Si tratta di una lettura politica legittima, ma non di una descrizione oggettiva della realtà.


«Trump voleva uscire dalla NATO»

Fatti

Donald Trump ha criticato la NATO fin dal 2016.

Ma le sue critiche non erano rivolte all’esistenza dell’Alleanza.

Erano rivolte soprattutto a:

  • mancato rispetto del 2% del PIL per la difesa;
  • squilibrio finanziario tra USA ed Europa;
  • maggiore assunzione di responsabilità da parte degli alleati.

Durante il primo mandato:

  • gli Stati Uniti non sono usciti dalla NATO;
  • hanno aumentato il dispiegamento in Europa orientale;
  • hanno rafforzato la deterrenza verso la Russia;
  • hanno promosso un consistente aumento delle spese militari europee.

Trump ha più volte utilizzato la minaccia dell’uscita come leva negoziale.

È una differenza enorme.


«Trump ha cambiato idea»

Non esattamente.

La posizione di Trump è rimasta sorprendentemente coerente:

Gli USA resteranno nella NATO se gli europei pagheranno la loro parte.

Questa posizione è stata ribadita per anni.

Non rappresenta una retromarcia.


«La NATO nasce per dominare l’Europa»

Questa è una tipica lettura marxista della Guerra Fredda.

La documentazione storica racconta qualcosa di molto più complesso.

La NATO nasce nel 1949 dopo:

  • il colpo di Praga;
  • il blocco di Berlino;
  • l’espansione sovietica nell’Europa orientale;
  • l’annessione forzata dei Paesi baltici;
  • la trasformazione di Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria e Cecoslovacchia in Stati satelliti dell’URSS.

L’obiettivo ufficiale del Trattato di Washington è la difesa collettiva (articolo 5).

Che la NATO abbia poi assunto anche una funzione geopolitica americana è un fatto.

Ma sostenere che sia nata esclusivamente per “dominare l’Europa” significa ignorare completamente il contesto storico del 1948-49.


«La NATO è solo uno strumento di aggressione»

Questa è probabilmente l’affermazione più ideologica del testo.

La realtà è più articolata.

È vero che la NATO è intervenuta:

  • Kosovo
  • Afghanistan
  • Libia

e questi interventi sono stati oggetto di fortissime critiche.

Ma è falso sostenere che l’Alleanza esista esclusivamente per aggredire altri Stati.

Dal 1949:

  • nessun membro NATO è stato conquistato militarmente da un altro Stato;
  • l’articolo 5 è stato invocato una sola volta, dopo gli attentati dell’11 settembre;
  • la maggior parte delle attività NATO riguarda deterrenza, interoperabilità, intelligence e difesa collettiva.

Criticare specifiche operazioni è legittimo.

Trasformare l’intera Alleanza in una macchina esclusivamente offensiva è una semplificazione ideologica.


«Washington Consensus = imperialismo»

Il Washington Consensus è un insieme di politiche economiche formulate alla fine degli anni Ottanta:

  • disciplina fiscale;
  • liberalizzazioni;
  • privatizzazioni;
  • apertura commerciale.

Può essere criticato.

Molti economisti lo criticano.

Ma non coincide con la NATO.

Sono due strumenti completamente differenti.

Nel testo vengono volutamente fusi per creare un’unica narrazione.


«Russia e Cina svolgono una funzione catecontica»

Questa è un’opinione politica.

Non un fatto.

Se davvero fossero semplicemente potenze “contenitive”, come spiegare:

Russia

  • Georgia 2008
  • Crimea 2014
  • Ucraina 2022
  • Siria
  • Wagner in Africa

Cina

  • militarizzazione del Mar Cinese Meridionale;
  • repressione nello Xinjiang;
  • Hong Kong;
  • pressione costante su Taiwan;
  • dispute territoriali con India, Filippine, Vietnam e Giappone.

Anche Mosca e Pechino perseguono interessi geopolitici.

Come ogni grande potenza.


L’imperialismo esiste solo quando è americano?

Qui emerge il vero schema ideologico.

Nel testo:

  • l’espansionismo russo sparisce;
  • quello cinese sparisce;
  • quello iraniano sparisce;
  • quello turco sparisce.

Esiste solo quello americano.

Questa è precisamente la struttura narrativa della propaganda sovietica durante la Guerra Fredda.


La continuità con la propaganda sovietica

Già dagli anni Sessanta, il Dipartimento Internazionale del PCUS e il KGB promuovevano una narrativa fondata su alcuni punti ricorrenti:

  • gli Stati Uniti come unico imperialismo;
  • la NATO come strumento aggressivo;
  • i movimenti antioccidentali come “lotte di liberazione”;
  • l’URSS come forza di pace.

Questa impostazione è documentata anche dalle testimonianze dell’ex generale rumeno Ion Mihai Pacepa, che descrisse numerose campagne di disinformazione sovietica dirette contro gli Stati Uniti e la NATO.

Molti degli schemi retorici presenti nel testo ricalcano quella tradizione, pur adattata al contesto contemporaneo.


L’uso del linguaggio come strumento di propaganda

Il testo è ricco di espressioni emotive:

  • “imperatore a stelle e strisce”;
  • “civiltà del dollaro”;
  • “codino biondo”;
  • “miles gloriosus”;
  • “Washington consensus”;
  • “imperialismo americano”.

Questi termini non aggiungono elementi fattuali.

Servono a orientare emotivamente il lettore.

È una tecnica classica della propaganda politica: sostituire la dimostrazione con etichette e immagini evocative.


La falsa dicotomia morale

L’autore costruisce una contrapposizione netta:

  • USA = aggressori;
  • NATO = aggressione;
  • Israele = imperialismo;
  • Russia e Cina = difensori dell’equilibrio mondiale.

La geopolitica reale è molto più complessa. Tutte le grandi potenze perseguono interessi strategici, utilizzano strumenti di pressione economica, diplomatica e, in alcuni casi, militare. Ridurre il sistema internazionale a una lotta tra un unico “impero del male” e potenze esclusivamente “contenitive” non descrive la realtà: propone una lettura ideologica.

Conclusione

Il testo non dimostra con documenti che la NATO sia nata esclusivamente per il dominio statunitense, né che Trump abbia realmente cambiato posizione in modo incoerente. Mescola fatti verificabili con interpretazioni politiche, usa un linguaggio fortemente connotato e adotta uno schema interpretativo riconducibile alla tradizione anti-imperialista marxista, in cui gli Stati Uniti e i loro alleati sono rappresentati come l’unica fonte dell’instabilità mondiale, mentre le azioni di Russia, Cina e altri attori vengono sostanzialmente omesse o minimizzate.

Una critica alla NATO o alla politica estera degli Stati Uniti è pienamente legittima. Per essere un’analisi rigorosa, però, dovrebbe applicare gli stessi criteri a tutte le grandi potenze, riconoscendone sia le responsabilità sia gli interessi strategici, invece di utilizzare una chiave interpretativa unilaterale.

I soliti cani da riporto della controinformazione italiana fanno propaganda contro Trump e nascondono sempre quello che fa la Cina

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Negli ultimi giorni una parte della cosiddetta controinformazione italiana ha dedicato grande spazio al progetto Trump International Vietnam, presentandolo come l’ennesima prova della presunta immoralità di Donald Trump. Titoli indignati, post virali e commenti infuocati hanno sottolineato il trasferimento di migliaia di tombe e il coinvolgimento di circa 4.000 famiglie interessate dagli espropri necessari alla realizzazione del resort.

È una vicenda che merita attenzione. Quando un grande progetto urbanistico comporta l’allontanamento di comunità locali, la perdita di terreni agricoli o il trasferimento di luoghi di sepoltura, è legittimo porsi domande sul rispetto dei diritti delle persone coinvolte e sull’adeguatezza delle compensazioni.

Il problema nasce quando la stessa severità scompare completamente nel momento in cui i protagonisti non si chiamano Trump, ma Repubblica Popolare Cinese.

È qui che la narrazione smette di essere informazione e diventa selezione politica delle notizie.

Il caso Trump diventa una notizia mondiale

Sul progetto vietnamita si è costruita una narrazione semplice.

Trump viene rappresentato come il diretto responsabile degli espropri, quasi fosse il soggetto che decide chi deve lasciare la propria casa o spostare le tombe degli antenati.

La realtà è più complessa.

Le acquisizioni dei terreni vengono effettuate secondo la legislazione vietnamita dalle autorità locali e dagli sviluppatori autorizzati. La Trump Organization concede il marchio e partecipa alla gestione del progetto, ma non dispone del potere di espropriare terreni in Vietnam.

Ciò non significa che il progetto non possa essere criticato. Significa però che una ricostruzione rigorosa dovrebbe distinguere tra le responsabilità delle autorità vietnamite, degli sviluppatori locali e del partner commerciale internazionale.

Questa distinzione, nella maggior parte dei post virali, semplicemente scompare.

Quando il protagonista è la Cina, il silenzio diventa assordante

Se gli stessi criteri utilizzati contro Trump venissero applicati ai grandi investimenti cinesi nel mondo, assisteremmo probabilmente a una copertura mediatica quotidiana.

Eppure accade esattamente il contrario.

Negli ultimi vent’anni imprese cinesi, spesso sostenute direttamente o indirettamente dallo Stato, hanno partecipato a enormi progetti infrastrutturali e immobiliari in Asia, Africa e America Latina che hanno comportato trasferimenti di popolazioni, demolizioni di villaggi, perdita di terre agricole e profonde trasformazioni ambientali.

Questi casi raramente occupano le prime pagine della controinformazione italiana.

Dara Sakor: decine di migliaia di ettari concessi

In Cambogia il progetto Dara Sakor, sviluppato dalla cinese Union Development Group, ha interessato una concessione di circa 45.000 ettari destinata a resort, aeroporti, infrastrutture turistiche e portuali.

Organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno documentato controversie riguardanti trasferimenti di comunità, compensazioni contestate e impatti ambientali significativi.

Quanti articoli indignati abbiamo letto su questo progetto?

Botum Sakor: resort, casinò e comunità trasferite

Sempre in Cambogia, il progetto di Botum Sakor ha comportato la trasformazione di vaste aree naturali in un complesso comprendente resort, casinò, campo da golf e porto.

Anche in questo caso numerose comunità hanno denunciato di avere perso terreni e mezzi di sostentamento.

La vicenda è stata documentata da organizzazioni internazionali, ma difficilmente è diventata un simbolo della presunta immoralità degli investimenti cinesi.

Rempang Eco-City: migliaia di residenti da trasferire

In Indonesia il progetto Rempang Eco-City, sostenuto anche da investimenti cinesi, ha previsto il trasferimento di circa 7.500 residenti appartenenti a comunità storiche.

Le proteste sono sfociate in scontri con la polizia, uso di gas lacrimogeni e arresti.

La copertura mediatica internazionale è stata limitata e il tema è rimasto pressoché assente nel dibattito della controinformazione italiana.

Hambantota: il simbolo del dibattito sul debito

Il porto di Hambantota, nello Sri Lanka, è diventato uno dei casi più discussi riguardo ai rischi finanziari legati ai grandi investimenti esteri.

Dopo le difficoltà del governo srilankese nel gestire il debito, la gestione del porto è passata per 99 anni a una società cinese.

Economisti e studiosi discutono ancora le cause e le responsabilità dell’operazione, ma è indubbio che si tratti di un progetto di enorme rilevanza geopolitica.

Eppure, anche questo caso riceve un’attenzione molto inferiore rispetto a qualsiasi iniziativa che coinvolga Trump.

Il doppio standard

Il punto centrale non è sostenere che Trump debba essere sottratto alle critiche.

Chi investe in grandi progetti immobiliari deve essere sottoposto a controlli, trasparenza e valutazioni sull’impatto sociale.

Il problema è un altro.

Se si sceglie di denunciare gli espropri, bisogna denunciarli sempre.

Se si ritiene scandaloso il trasferimento di tombe ancestrali, quel principio deve valere indipendentemente dal colore politico o dal Paese dell’investitore.

Se si difendono le comunità locali, occorre farlo anche quando il soggetto coinvolto è una grande impresa cinese o un governo autoritario.

Altrimenti non si sta difendendo un principio.

Si sta semplicemente scegliendo un bersaglio.

La selezione delle notizie costruisce la propaganda

La propaganda moderna raramente consiste nell’inventare completamente una notizia.

Più spesso funziona selezionando quali notizie amplificare e quali relegare nell’ombra.

Il caso Trump in Vietnam esiste ed è legittimo discuterne.

Ma quando progetti analoghi, o persino più estesi, che coinvolgono investitori cinesi producono conseguenze simili su comunità locali, ambiente e territori senza ricevere la stessa attenzione, è inevitabile interrogarsi sui criteri con cui vengono costruite le campagne mediatiche.

Una stampa realmente indipendente dovrebbe applicare lo stesso metro di giudizio a tutti.

Dovrebbe raccontare i fatti indipendentemente dall’identità del protagonista.

Dovrebbe criticare Trump quando vi sono elementi concreti per farlo e criticare con la stessa fermezza la Cina, o qualsiasi altro attore, quando emergono controversie documentate.

Quando invece l’indignazione appare selettiva e ricorrente, il rischio è che il giornalismo perda la propria funzione di controllo del potere e venga percepito come uno strumento di battaglia politica.

Il dibattito pubblico ha bisogno di maggiore coerenza, non di doppi standard. La credibilità dell’informazione si misura proprio nella capacità di applicare gli stessi criteri di analisi a tutti gli attori coinvolti, senza eccezioni.

Fonti sul progetto Trump International Vietnam


Progetti cinesi controversi

Dara Sakor / Botum Sakor (Cambogia)


Rempang Eco City (Indonesia)

  • Ufficio dell’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani (OHCHR) – Comunicazione ufficiale sul progetto Rempang Eco-City

https://spcommreports.ohchr.org/TMResultsBase/DownLoadPublicCommunicationFile?gId=28702

  • Amnesty International Indonesia

Hambantota Port (Sri Lanka)

  • Chatham House

https://www.chathamhouse.org

  • Lowy Institute

https://www.lowyinstitute.org

  • Reuters

https://www.reuters.com


Colombo Port City

  • Reuters

https://www.reuters.com

  • World Bank

https://www.worldbank.org


Kyaukpyu Deep Sea Port (Myanmar)

  • International Crisis Group

https://www.crisisgroup.org

  • Reuters

https://www.reuters.com


Myitsone Dam

  • International Rivers
  • Reuters

https://www.reuters.com


Lower Sesan 2 Dam

  • International Rivers
  • Human Rights Watch

https://www.hrw.org


Laos Railway

  • World Bank

https://www.worldbank.org

  • Asian Development Bank

https://www.adb.org


Gwadar Port

  • Reuters

https://www.reuters.com

  • International Crisis Group

https://www.crisisgroup.org


CPEC (China Pakistan Economic Corridor)

  • World Bank

https://www.worldbank.org

  • International Crisis Group

https://www.crisisgroup.org


Vietnam: sistema degli espropri

  • World Bank – Compulsory Land Acquisition and Voluntary Land Conversion in Vietnam

https://documents.worldbank.org

  • Human Rights Watch – Vietnam

https://www.hrw.org/asia/vietnam


Caso Thủ Thiêm

  • Asia Sentinel

https://www.asiasentinel.com/p/vietnam-land-coercion-not-consensus

  • Human Rights Watch

https://www.hrw.org


Ecopark Văn Giang

  • ecoi.net

https://www.ecoi.net/en/document/1088998.html


Angkor – Trasferimento delle comunità

  • Amnesty International – Rapporto su Angkor

https://www.amnesty.org/en/wp-content/uploads/2023/11/ASA2373742023ENGLISH.pdf


Organizzazioni internazionali

  • Human Rights Watch

https://www.hrw.org

  • Amnesty International

https://www.amnesty.org

  • United Nations OHCHR

https://www.ohchr.org

  • World Bank

https://www.worldbank.org

  • Asian Development Bank

https://www.adb.org

  • International Crisis Group

https://www.crisisgroup.org

  • Reuters

https://www.reuters.com

  • Voice of America

https://www.voanews.com

Ecco perché i cani da riporto della controinformazione “propaganda” italiana sono diventati gli eredi della propaganda marxista sovietica

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Dalla rivoluzione mondiale alla guerra delle narrazioni: come l’Unione Sovietica trasformò il conflitto israelo-palestinese in una causa globale

Introduzione

Durante la Guerra Fredda la competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica non si combatté soltanto con missili nucleari, divisioni corazzate e servizi segreti. Una parte fondamentale dello scontro riguardava il controllo della narrazione politica mondiale.

Mosca comprese molto presto che conquistare il consenso internazionale poteva essere altrettanto importante quanto conquistare territori. Per questo investì enormi risorse nella propaganda, nella disinformazione, nelle organizzazioni internazionali, nei movimenti rivoluzionari e nelle campagne ideologiche capaci di influenzare l’opinione pubblica occidentale.

Secondo numerosi studiosi della Guerra Fredda e diversi ex funzionari dei servizi di intelligence del blocco sovietico, il Cremlino sviluppò una strategia sofisticata: trasformare ogni conflitto regionale in una battaglia universale tra oppressi e oppressori.

Tra tutti i casi, quello israelo-palestinese rappresenta probabilmente l’esempio più significativo.


La strategia sovietica della “guerra politica”

Negli anni Sessanta Mosca comprese che il capitalismo occidentale non poteva essere sconfitto esclusivamente sul piano militare.

L’URSS aveva ormai preso atto della superiorità economica americana e della deterrenza nucleare reciproca.

La soluzione diventò quindi diversa.

L’obiettivo era conquistare le università occidentali, i movimenti studenteschi, gli intellettuali, i sindacati, i movimenti pacifisti e tutte quelle organizzazioni capaci di orientare l’opinione pubblica.

Questa strategia viene oggi definita da numerosi storici come political warfare o active measures.

Le cosiddette Misure Attive comprendevano:

  • propaganda internazionale;
  • campagne di disinformazione;
  • infiltrazione culturale;
  • sostegno economico ai movimenti rivoluzionari;
  • finanziamento di organizzazioni politiche;
  • utilizzo delle agenzie stampa;
  • operazioni psicologiche.

L’obiettivo non era soltanto convincere.

Era modificare il modo in cui le persone interpretavano la realtà.


Il sostegno sovietico ai movimenti rivoluzionari

Tra gli anni Sessanta e Ottanta l’Unione Sovietica, insieme al KGB e ai servizi dei paesi satelliti, sostenne numerosi movimenti armati.

Tra questi:

  • FARC in Colombia;
  • ELN;
  • Sandinisti in Nicaragua;
  • MPLA in Angola;
  • FRELIMO in Mozambico;
  • Viet Cong;
  • Fronte Polisario;
  • numerose organizzazioni marxiste in America Latina.

Anche il Medio Oriente divenne rapidamente un teatro centrale.

L’Egitto di Nasser ricevette enormi quantità di armamenti sovietici.

La Siria divenne uno dei principali alleati di Mosca.

L’Iraq baathista mantenne per anni stretti rapporti militari con l’URSS.

All’interno di questo quadro si inserisce anche la questione palestinese.


Un fatto storico spesso dimenticato: l’OLP nasce nel 1964

Uno dei dati storici più importanti è cronologico.

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) venne fondata nel 1964, durante il vertice della Lega Araba al Cairo.

La Guerra dei Sei Giorni scoppiò invece nel giugno del 1967.

Questo significa che, da un punto di vista strettamente cronologico, l’OLP precede l’occupazione israeliana di Cisgiordania e Gaza.

Questo dato non implica, da solo, conclusioni sulle motivazioni del conflitto, ma è rilevante quando si esaminano affermazioni secondo cui l’OLP sarebbe nata esclusivamente come risposta all’occupazione del 1967.

La Carta Nazionale Palestinese del 1964 definiva già come obiettivo la “liberazione della Palestina”, riferendosi al territorio del Mandato britannico precedente alla nascita di Israele.


Dopo il 1967 cambia la comunicazione

La sconfitta araba nella Guerra dei Sei Giorni modificò profondamente la strategia politica.

Il nazionalismo panarabo di Nasser entrò in crisi.

Da quel momento la questione palestinese assunse un ruolo autonomo.

Fu proprio in questo periodo che il conflitto iniziò ad essere presentato sempre più come una lotta nazionale di liberazione piuttosto che come uno scontro tra Stati arabi e Israele.

Questa trasformazione comunicativa coincise con il crescente sostegno diplomatico, militare e politico fornito dall’Unione Sovietica a diversi gruppi palestinesi.


Ion Mihai Pacepa e le accuse sulle strategie del KGB

Uno dei testimoni più citati su questo tema è Ion Mihai Pacepa, ex generale della Securitate romena e vicecapo dell’intelligence estera della Romania comunista.

Nel 1978 Pacepa disertò negli Stati Uniti.

Successivamente pubblicò diversi libri, tra cui:

  • Red Horizons
  • Disinformation

Secondo Pacepa, il KGB avrebbe svolto un ruolo fondamentale nella costruzione della narrativa internazionale riguardante la causa palestinese.

Le sue affermazioni sostengono che Mosca incoraggiò la trasformazione del conflitto da guerra araba contro Israele a lotta di liberazione nazionale, più facilmente spendibile presso i movimenti progressisti occidentali.

È importante sottolineare che queste ricostruzioni sono influenti ma non universalmente accettate dagli storici: rappresentano la testimonianza di un ex alto funzionario dell’intelligence, corroborata in parte da documentazione emersa dopo la Guerra Fredda, ma oggetto di dibattito nella storiografia.


Le dichiarazioni di Zuhair Muhsin

Uno dei documenti più citati riguarda un’intervista rilasciata nel 1977 da Zuhair Muhsin, dirigente dell’OLP e leader dell’organizzazione filo-siriana al-Sa’iqa.

In un’intervista al quotidiano olandese Trouw, Muhsin affermò:

“Il popolo palestinese non esiste. La creazione di uno Stato palestinese è solo un mezzo per continuare la nostra lotta contro Israele.”

Aggiunse inoltre che:

“Tra giordani, palestinesi, siriani e libanesi non esistono differenze.”

Queste dichiarazioni vengono spesso richiamate per sostenere che, almeno per una parte della leadership dell’epoca, l’identità nazionale palestinese fosse concepita anche come strumento politico. Tuttavia, esse riflettono la posizione di Muhsin e della corrente filo-siriana cui apparteneva, non necessariamente quella dell’intera leadership palestinese o della popolazione.


Dalla guerra alla causa morale

Uno dei maggiori successi della propaganda moderna consiste nel cambiare il linguaggio.

Non si parla più di conquista.

Si parla di liberazione.

Non si parla di guerra.

Si parla di resistenza.

Non si parla di interessi geopolitici.

Si parla di diritti umani.

Questa trasformazione semantica è stata studiata anche da numerosi ricercatori della comunicazione politica.

Il linguaggio modifica il modo in cui il pubblico interpreta gli eventi.


L’influenza nelle università occidentali

Negli anni Settanta e Ottanta molti movimenti studenteschi europei e americani iniziarono ad adottare il lessico della rivoluzione anticoloniale.

Il conflitto israelo-palestinese venne progressivamente inserito nello stesso quadro ideologico utilizzato per Vietnam, Algeria, Sudafrica e America Latina.

Questa lettura contribuì a consolidare una visione del conflitto in termini di colonialismo, imperialismo e liberazione nazionale.

La diffusione di tali categorie fu favorita anche dal sostegno sovietico a conferenze internazionali, reti di solidarietà e organizzazioni politiche vicine al blocco orientale.


Le “Misure Attive” e la disinformazione

Dopo l’apertura di numerosi archivi dell’ex blocco sovietico e le ricerche di studiosi come Christopher Andrew e Vasili Mitrokhin, è emerso come il KGB investisse enormi risorse nelle cosiddette active measures.

Tra queste figuravano:

  • diffusione di notizie false;
  • sostegno a campagne propagandistiche;
  • creazione di organizzazioni di facciata;
  • utilizzo di giornalisti e opinion leader;
  • produzione di documenti contraffatti;
  • operazioni per influenzare il dibattito pubblico occidentale.

L’obiettivo era amplificare le divisioni interne delle democrazie e delegittimare gli avversari.


La forza delle narrazioni

Una narrazione efficace non richiede necessariamente informazioni false.

È sufficiente selezionare alcuni elementi reali, ometterne altri e inserirli in una cornice interpretativa coerente.

La propaganda moderna funziona spesso in questo modo.

Non inventa sempre i fatti.

Li organizza in una storia che orienta il giudizio del pubblico.

È un fenomeno studiato dalla psicologia cognitiva e dalle scienze della comunicazione con il concetto di framing: il modo in cui un evento viene presentato influenza profondamente la percezione che le persone ne hanno.


Comprendere il contesto senza semplificare

Riconoscere il ruolo svolto dalla propaganda sovietica non significa negare l’esistenza delle aspirazioni nazionali palestinesi, né esaurire le cause del conflitto israelo-palestinese. La storia della regione è il risultato di fattori molteplici: il crollo dell’Impero ottomano, il Mandato britannico, il nazionalismo arabo, il sionismo, le guerre arabo-israeliane, le decisioni delle grandi potenze e le dinamiche interne delle società coinvolte.

Tuttavia, ignorare l’intenso coinvolgimento dell’Unione Sovietica nella dimensione propagandistica e diplomatica del conflitto significherebbe trascurare un elemento documentato della Guerra Fredda.


Conclusioni

La Guerra Fredda non si combatté soltanto con i carri armati, ma anche con le idee, le parole e le immagini.

L’Unione Sovietica comprese molto presto che le democrazie occidentali potevano essere influenzate non solo attraverso il confronto militare, ma anche mediante campagne di comunicazione, sostegno ai movimenti rivoluzionari e costruzione di narrazioni capaci di fare leva su valori universalmente condivisi come autodeterminazione, diritti umani e anticolonialismo.

La fondazione dell’OLP nel 1964, precedente alla Guerra dei Sei Giorni, le testimonianze di Ion Mihai Pacepa sul ruolo delle “Misure Attive” del KGB e le dichiarazioni di Zuhair Muhsin costituiscono elementi che alimentano il dibattito storiografico sulla dimensione geopolitica e propagandistica del conflitto.

Studiare questi aspetti non significa ridurre una vicenda complessa a un’unica spiegazione, ma comprendere come, nelle guerre moderne, il controllo della narrazione possa essere tanto decisivo quanto il controllo del territorio. Analizzare criticamente fonti, documenti e contesti storici resta essenziale per distinguere tra ricostruzioni supportate dalle prove, interpretazioni controverse e propaganda di qualsiasi provenienza.

Fonti e riferimenti

  • Ion Mihai Pacepa, Red Horizons (1987).
  • Ion Mihai Pacepa e Ronald J. Rychlak, Disinformation (2013).
  • Christopher Andrew e Vasili Mitrokhin, The Mitrokhin Archive (Vol. I e II).
  • Barry Rubin, The Transformation of Palestinian Politics.
  • Walter Laqueur, The Israel-Arab Reader.
  • Testo della Carta Nazionale Palestinese del 1964 e successive revisioni.
  • Intervista di Zuhair Muhsin al quotidiano olandese Trouw (31 marzo 1977).
  • Documentazione declassificata sulle Active Measures del KGB disponibile presso il Wilson Center Digital Archive e gli archivi della CIA.

Fonti storiche


Propaganda sovietica e Misure Attive


Ion Mihai Pacepa


OLP e storia del conflitto


Zuhair Muhsin

Nota: questa pagina riproduce e commenta la celebre intervista. Poiché il testo originale di Trouw non è facilmente accessibile online, è consigliabile segnalare che si tratta di una citazione riportata da fonti successive.


Studi accademici

Trump: “Se l’Iran riuscisse ad assassinarmi, ho già lasciato istruzioni”. La nuova escalation che cambia la deterrenza tra Washington e Teheran

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Le tensioni tra Stati Uniti e Iran hanno raggiunto un livello senza precedenti.

In una dichiarazione destinata ad avere un enorme impatto geopolitico, il presidente Donald Trump ha rivelato di aver già impartito istruzioni precise nel caso in cui l’Iran riuscisse ad assassinarlo.

Secondo quanto riportato dal New York Post, Trump avrebbe affermato:

“Se dovesse accadere, bombarderanno l’Iran a livelli che non hanno mai visto.”

Una frase che rappresenta molto più di una semplice dichiarazione politica: è un messaggio di deterrenza strategica rivolto direttamente alla leadership iraniana.


Un messaggio studiato per essere ascoltato a Teheran

Le parole di Trump non sembrano rivolte principalmente all’opinione pubblica americana.

Sono un messaggio destinato ai vertici della Repubblica Islamica.

L’obiettivo è chiarissimo:

  • eliminare qualsiasi incentivo ad un attentato;
  • aumentare il costo strategico di un’eventuale operazione;
  • ribadire che una decapitazione della leadership americana non fermerebbe la risposta degli Stati Uniti.

Si tratta di una classica logica di deterrenza.

In sostanza il messaggio è:

“Anche se riusciste ad eliminarmi, il risultato sarebbe la vostra completa distruzione.”


Perché Trump continua a considerarsi il bersaglio numero uno

Trump sostiene da tempo di essere il principale obiettivo dell’Iran.

La motivazione è nota.

Nel gennaio 2020 fu proprio lui ad autorizzare l’operazione che eliminò il generale Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds dei Pasdaran.

Per Teheran quell’operazione rappresenta ancora oggi uno dei più gravi colpi subiti dalla Repubblica Islamica.

Da allora numerosi esponenti iraniani hanno parlato pubblicamente della necessità di “vendicare” Soleimani.

Negli ultimi anni il Dipartimento di Giustizia americano ha inoltre incriminato diversi individui accusati di aver preso parte a presunti complotti iraniani contro funzionari statunitensi, incluso Trump.


Le nuove informazioni dell’intelligence

Secondo indiscrezioni riportate in queste ore, Israele avrebbe condiviso con Washington nuove informazioni riguardanti un presunto piano specifico per colpire Donald Trump.

Le autorità americane non hanno reso pubblici i dettagli operativi.

Lo stesso Trump ha comunque confermato che la minaccia nei suoi confronti viene considerata reale e permanente.


Perché rendere pubbliche queste istruzioni?

Una domanda inevitabile.

Se davvero esistono istruzioni operative, perché divulgarle?

La risposta appartiene alla teoria della deterrenza nucleare e militare.

Le istruzioni funzionano soltanto se il potenziale avversario sa che esistono.

Durante la Guerra Fredda Stati Uniti e Unione Sovietica costruirono l’intero equilibrio strategico proprio sulla certezza della rappresaglia.

L’idea era semplice:

nessuno avrebbe attaccato per primo se fosse stato sicuro della distruzione successiva.

Trump sembra voler applicare la stessa logica.


Una risposta automatica?

Trump non ha specificato la natura tecnica delle istruzioni.

Non è noto se esistano:

  • ordini presidenziali già firmati;
  • piani operativi del Pentagono;
  • direttive riservate al Consiglio di Sicurezza Nazionale.

Le procedure di continuità del governo americano prevedono comunque meccanismi che consentono la prosecuzione della catena di comando anche nel caso in cui il Presidente venga ucciso o reso incapace di esercitare le proprie funzioni.

Le parole di Trump sembrano voler rafforzare proprio questa idea:

la risposta americana non dipenderebbe dalla sopravvivenza del Presidente.


Le dichiarazioni arrivano nel pieno della crisi

Le affermazioni del Presidente arrivano mentre la situazione militare tra Washington e Teheran continua a deteriorarsi.

Negli ultimi giorni:

  • sono ripresi gli scontri militari;
  • il cessate il fuoco è stato dichiarato concluso;
  • Trump ha confermato che i colloqui potranno proseguire, ma senza ripristinare automaticamente la tregua;
  • gli Stati Uniti hanno mantenuto un atteggiamento estremamente duro verso Teheran.

Questa combinazione rende le dichiarazioni ancora più significative.


La comunicazione come arma strategica

Nel XXI secolo la comunicazione politica è diventata parte integrante della guerra.

Le dichiarazioni pubbliche possono produrre effetti concreti quanto alcuni movimenti militari.

Quando un Presidente annuncia pubblicamente di aver lasciato istruzioni per una rappresaglia devastante, non sta semplicemente parlando ai giornalisti.

Sta comunicando direttamente:

  • ai servizi segreti iraniani;
  • ai Pasdaran;
  • agli alleati;
  • agli avversari regionali;
  • ai mercati internazionali.

Ogni parola viene analizzata come parte della strategia complessiva.


Il rischio di errori di calcolo

Proprio per questo motivo cresce anche il rischio di incomprensioni.

In situazioni di forte tensione:

  • una dichiarazione può essere interpretata come una minaccia imminente;
  • una mossa difensiva può apparire offensiva;
  • un errore di valutazione può innescare un’escalation difficilmente controllabile.

La storia della Guerra Fredda dimostra quanto gli incidenti e gli errori di interpretazione abbiano più volte portato il mondo vicino a uno scontro diretto tra grandi potenze.


Una deterrenza sempre più personale

Un elemento distingue questa crisi da molte precedenti.

La deterrenza non riguarda soltanto gli Stati.

Riguarda direttamente la figura del Presidente americano.

Trump lega esplicitamente la propria sicurezza personale alla risposta militare degli Stati Uniti.

In questo modo trasforma un eventuale attentato contro il Capo dello Stato in un possibile casus belli dalle conseguenze devastanti.


Conclusioni

Le parole di Donald Trump rappresentano una delle dichiarazioni più dure pronunciate nei confronti dell’Iran negli ultimi anni.

Dal punto di vista strategico il messaggio è inequivocabile:

qualsiasi tentativo di eliminare il Presidente degli Stati Uniti comporterebbe una risposta militare di proporzioni eccezionali.

Resta da vedere se questa comunicazione rafforzerà la deterrenza o contribuirà ad aumentare ulteriormente la tensione in una regione già profondamente instabile.

Una cosa, però, appare evidente: nella crisi tra Washington e Teheran la guerra delle dichiarazioni è ormai diventata parte integrante del confronto geopolitico.

Fonti

Chat Control: mentre tutti parlano di Palantir, il vero dibattito dovrebbe riguardare la costruzione dell’infrastruttura europea della sorveglianza digitale

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I cani da riporto della controinformazione: ossessionati da Palantir, ma in silenzio sulla vera infrastruttura europea del controllo digitale, che implementa algoritmi Cinesi per il controllo sociale?

Negli ultimi anni il dibattito pubblico sulla sorveglianza digitale è stato spesso ridotto a un nome: Palantir.

Per una parte della controinformazione europea, l’azienda americana rappresenterebbe il simbolo assoluto del controllo tecnologico occidentale. Video, conferenze e articoli si concentrano quasi esclusivamente su questa società, mentre un processo ben più ampio e strutturato procede quasi nell’indifferenza generale: la costruzione di una vera infrastruttura europea per l’identità digitale, la condivisione dei dati e il controllo delle comunicazioni.

Il caso della Chat Control è emblematico.

Con la giustificazione della lotta contro gli abusi sui minori – obiettivo sul quale esiste un consenso praticamente unanime – l’Unione Europea discute da anni strumenti che, secondo numerosi esperti di cybersicurezza, giuristi e associazioni per i diritti digitali, potrebbero incidere profondamente sulla riservatezza delle comunicazioni private.

Il punto centrale della critica non riguarda la necessità di combattere la criminalità, ma il metodo.

Quando si introducono sistemi capaci di analizzare automaticamente comunicazioni private, immagini, file e metadati, il confine tra indagine mirata e sorveglianza generalizzata diventa sempre più sottile.

È proprio questo il motivo per cui organizzazioni come la Electronic Frontier Foundation, European Digital Rights (EDRi), Mozilla, Signal, WhatsApp e numerosi esperti di crittografia hanno espresso forti riserve sui progetti europei che potrebbero indebolire la crittografia end-to-end o richiedere la scansione preventiva dei contenuti.

Eppure gran parte del dibattito alternativo continua a concentrarsi quasi esclusivamente su Palantir.

Una scelta curiosa.

Perché il vero cambiamento strutturale non dipende da una singola azienda privata, ma dall’insieme delle infrastrutture digitali che l’Europa sta costruendo: identità digitale europea (EUDI Wallet), interoperabilità tra banche dati pubbliche, servizi digitali transfrontalieri, sistemi di verifica dell’identità e nuove norme sulla gestione delle informazioni digitali.

Presi singolarmente, questi strumenti possono avere finalità legittime: semplificare l’accesso ai servizi pubblici, ridurre le frodi, migliorare l’interoperabilità amministrativa.

La questione politica nasce quando queste infrastrutture vengono osservate nel loro insieme.

Ogni nuovo sistema raccoglie dati.

Ogni nuova piattaforma aumenta le possibilità di collegare informazioni provenienti da fonti differenti.

Ogni nuova normativa amplia il numero di soggetti che possono accedere, elaborare o verificare dati personali.

Il risultato è un ecosistema digitale sempre più centralizzato.

Questo non significa che esista oggi una “sorveglianza totale”, ma significa che le capacità tecnologiche delle istituzioni aumentano progressivamente e meritano un controllo democratico rigoroso.

Ed è qui che emerge una contraddizione.

Molti commentatori dedicano ore di analisi alle piattaforme americane, ma raramente affrontano con la stessa intensità il tema dell’architettura normativa europea.

La critica diventa selettiva.

Si denuncia il software statunitense, ma si presta molta meno attenzione ai regolamenti europei che definiscono come dati, identità digitali e servizi pubblici potranno essere collegati e utilizzati in futuro.

Un dibattito serio dovrebbe interrogarsi su entrambe le dimensioni.

Quali garanzie impediranno un uso improprio delle nuove infrastrutture digitali?

Chi controllerà realmente gli accessi ai dati?

Quali limiti impediranno che strumenti introdotti per finalità specifiche vengano successivamente estesi ad altri ambiti?

Come sarà garantita la tutela della crittografia e della riservatezza delle comunicazioni?

Sono queste le domande che meritano risposte.

La tutela dei minori e la sicurezza pubblica sono obiettivi fondamentali, ma anche la protezione della privacy, della libertà di espressione e della segretezza delle comunicazioni costituiscono pilastri dello Stato di diritto.

Ridurre il confronto a slogan contro una singola azienda rischia di oscurare il tema più importante: la trasformazione dell’infrastruttura digitale europea e l’equilibrio, sempre più delicato, tra sicurezza, innovazione e libertà fondamentali.