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I cani da riporto della controinformazione italiana Come una parte dell’anti-globalismo è finita per diventare il miglior ufficio stampa della Repubblica Popolare Cinese

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Urlano contro il “tecnofeudalesimo” americano, ma ignorano il tecnocolonialismo cinese

Negli ultimi anni una parte della controinformazione italiana ha fatto del “tecnofeudalesimo” una delle proprie parole d’ordine. Ogni piattaforma americana viene descritta come il simbolo del nuovo feudalesimo digitale: Google, Microsoft, Meta, Amazon, Apple, OpenAI e tutte le Big Tech vengono accusate di voler trasformare gli utenti in semplici sudditi tecnologici.

È una critica che merita attenzione, perché il tema della concentrazione del potere digitale è reale e riguarda tutte le grandi piattaforme globali.

Il problema nasce quando questo stesso metodo di analisi viene improvvisamente abbandonato non appena il discorso si sposta sulla Cina.

Improvvisamente il tecnofeudalesimo scompare.

Il tecnocolonialismo non esiste più.

Le domande cessano.

Lo spirito critico evapora.

Eppure proprio la Repubblica Popolare Cinese sta investendo enormi risorse per espandere la propria presenza tecnologica nel mondo.

La Belt and Road Initiative, conosciuta come Nuova Via della Seta, non riguarda soltanto porti, ferrovie e infrastrutture fisiche. Da anni Pechino sviluppa anche la cosiddetta Digital Silk Road, un progetto che comprende reti di telecomunicazione, data center, cloud computing, cavi sottomarini, satelliti, città intelligenti, videosorveglianza, pagamenti digitali e intelligenza artificiale.

L’obiettivo dichiarato è rafforzare la cooperazione tecnologica internazionale. Al tempo stesso, numerosi analisti osservano che questi investimenti contribuiscono ad accrescere l’influenza economica e strategica della Cina in molti Paesi.

È esattamente questo che gli studiosi definiscono proiezione di influenza tecnologica.

Eppure, quando a realizzarla è Pechino, molti commentatori smettono improvvisamente di utilizzare il linguaggio del tecnocolonialismo.

Perché?

Se è corretto interrogarsi sull’influenza esercitata dalle Big Tech americane, dovrebbe essere altrettanto legittimo interrogarsi sull’espansione globale delle tecnologie cinesi.

La stessa domanda dovrebbe valere per l’intelligenza artificiale.

Negli ultimi anni aziende cinesi hanno accelerato enormemente lo sviluppo di modelli linguistici, piattaforme cloud e servizi di IA destinati anche ai mercati internazionali. Come ogni altra grande impresa tecnologica, cercano di conquistare quote di mercato, attrarre sviluppatori, fidelizzare utenti e costruire ecosistemi digitali.

Questo è normale.

È il funzionamento della competizione tecnologica globale.

Ciò che non è normale è applicare due pesi e due misure.

Quando un’azienda americana offre gratuitamente un servizio digitale, viene immediatamente accusata di voler costruire un sistema di controllo globale.

Quando un’azienda cinese propone un servizio analogo, la gratuità viene presentata come una prova della sua superiorità morale.

È un ragionamento che non regge.

Ogni piattaforma digitale, indipendentemente dalla nazionalità, dovrebbe essere valutata ponendosi sempre le stesse domande:

  • Quale quadro normativo disciplina il trattamento dei dati?
  • Quali diritti hanno gli utenti?
  • Quali autorità possono intervenire?
  • Quali strumenti di ricorso esistono?
  • Quale livello di trasparenza viene garantito?

Sono queste le domande che distinguono l’analisi dalla propaganda.

La realtà è che il XXI secolo sarà caratterizzato da una competizione sempre più intensa per il controllo delle infrastrutture digitali, dell’intelligenza artificiale, del cloud, dei semiconduttori e dei dati. Stati Uniti, Cina, Unione Europea e altre grandi potenze stanno investendo risorse enormi per rafforzare la propria posizione.

Ignorare una di queste dinamiche mentre si denuncia esclusivamente l’altra significa costruire una narrazione incompleta.

La vera indipendenza intellettuale non consiste nel sostituire il tecnocapitalismo americano con un presunto modello “liberatore” cinese.

Consiste nell’applicare lo stesso rigore analitico a ogni forma di concentrazione del potere tecnologico, qualunque sia il Paese che la promuove.

Perché il tecnofeudalesimo non cambia natura a seconda della bandiera sotto cui si presenta.

Negli ultimi anni è successo qualcosa di sorprendente nel panorama della cosiddetta controinformazione italiana.

Movimenti nati con l’obiettivo dichiarato di denunciare il potere delle grandi élite economiche, della finanza internazionale, delle multinazionali tecnologiche e dei sistemi di controllo digitale hanno progressivamente smesso di applicare lo stesso metodo critico a tutti gli attori geopolitici.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Per una parte della controinformazione il mondo è ormai diviso in due categorie estremamente semplicistiche.

Da una parte esistono gli eterni colpevoli: Stati Uniti, Israele, NATO, Unione Europea e Big Tech occidentali.

Dall’altra parte esistono invece gli “anti-imperialisti”: Cina, Russia, Iran e chiunque si contrapponga a Washington.

Non importa quale sia il tema.

Non importa quali siano i fatti.

La conclusione è sempre la stessa.

L’America è il male.

Israele è il male.

La Cina rappresenta l’alternativa.

Questa non è analisi geopolitica.

È propaganda.

La nuova religione geopolitica

La controinformazione nasceva per mettere in discussione il pensiero dominante.

Oggi una parte di essa ha semplicemente sostituito un dogma con un altro.

Non analizza più.

Tifa.

Ogni notizia viene filtrata attraverso una lente ideologica.

Se una tecnologia arriva dagli Stati Uniti è automaticamente uno strumento di controllo.

Se la stessa tecnologia arriva dalla Cina diventa improvvisamente un simbolo di emancipazione.

Se OpenAI raccoglie dati è uno scandalo mondiale.

Se un modello di intelligenza artificiale viene sviluppato in Cina, il problema sembra non esistere più.

La domanda che nessuno pone è estremamente semplice.

Perché?

Per quale motivo persone che dichiarano di combattere ogni forma di centralizzazione del potere sembrano improvvisamente perdere ogni spirito critico quando il centro del potere si trova a Pechino?

L’ossessione selettiva

Prendiamo il tema della raccolta dei dati.

Da anni la controinformazione denuncia:

  • Google;
  • Microsoft;
  • Meta;
  • Amazon;
  • Apple;
  • OpenAI;
  • Palantir.

Tutto legittimo.

Le grandi piattaforme occidentali raccolgono enormi quantità di informazioni.

Su questo esiste un ampio dibattito pubblico.

Esistono inchieste.

Esistono procedimenti giudiziari.

Esistono autorità garanti.

Esistono giornalisti investigativi.

Esistono organizzazioni indipendenti che monitorano continuamente queste attività.

Ma quando il discorso si sposta sulla Cina accade qualcosa di curioso.

Improvvisamente il livello di approfondimento scompare.

Non si parla più delle leggi.

Non si parla più del sistema normativo.

Non si parla più del rapporto tra imprese e autorità pubbliche.

Non si parla più delle differenze tra i modelli giuridici.

Semplicemente si cambia argomento.

Il silenzio sulla legislazione cinese

La cosa più sorprendente è che moltissimi opinionisti dedicano ore a parlare di OpenAI senza avere mai letto una sola riga della legislazione cinese sulla sicurezza nazionale o sulla protezione dei dati.

Eppure è proprio lì che dovrebbe iniziare qualsiasi analisi seria.

La Cina non è semplicemente un altro mercato.

È uno Stato che ha sviluppato un proprio modello di governance digitale, fondato su una diversa concezione del rapporto tra individuo, impresa e autorità pubblica.

Questo non significa che ogni impresa cinese operi nello stesso modo o che ogni piattaforma tecnologica rappresenti automaticamente uno strumento governativo.

Significa però che qualsiasi valutazione sulle tecnologie sviluppate in Cina dovrebbe tenere conto del contesto normativo in cui tali aziende operano.

Ed è proprio questo che una parte della controinformazione evita sistematicamente di fare.

Il mito della Cina “liberatrice”

Negli ultimi anni la Repubblica Popolare Cinese è stata trasformata da alcuni commentatori in una sorta di modello ideale.

Il Paese che dovrebbe liberare il mondo dal dominio americano.

Il Paese che rappresenterebbe la vera alternativa al globalismo.

Una narrazione che raramente viene accompagnata da un’analisi delle politiche interne cinesi, del ruolo dello Stato nell’economia, del sistema di governance digitale o del quadro normativo che disciplina la gestione dei dati.

È come se bastasse opporsi agli Stati Uniti per diventare automaticamente il simbolo della libertà.

Ma la geopolitica non funziona così.

Le grandi potenze perseguono interessi strategici.

Lo fanno Washington.

Lo fa Bruxelles.

Lo fa Mosca.

Lo fa Pechino.

Pensare che una superpotenza investa centinaia di miliardi di dollari nell’intelligenza artificiale, nelle telecomunicazioni, nei semiconduttori, nelle reti cloud e nelle infrastrutture digitali senza perseguire una propria strategia di influenza significa rinunciare completamente all’analisi.

La geopolitica non è una partita di calcio

Il problema principale della controinformazione contemporanea è proprio questo.

Ha smesso di ragionare.

Ha iniziato a tifare.

Chiunque si opponga agli Stati Uniti diventa automaticamente un alleato.

Chiunque venga criticato dai media occidentali diventa automaticamente un esempio da seguire.

È un meccanismo psicologico prima ancora che politico.

Ma il mondo reale è molto più complesso.

La competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina rappresenta probabilmente il principale confronto strategico del XXI secolo.

Ridurre tutto a una favola nella quale una parte rappresenta il male assoluto e l’altra la salvezza dell’umanità significa sostituire l’analisi con la propaganda.

Ed è proprio questo il paradosso.

Coloro che affermano di combattere la propaganda rischiano di diventarne i principali diffusori.

La domanda che nessuno vuole affrontare

Se davvero il criterio di giudizio è la difesa della libertà individuale, della privacy e della sovranità digitale, allora dovrebbe essere applicato a tutti.

Senza eccezioni.

Senza simpatie ideologiche.

Senza trasformare una potenza geopolitica nel nuovo idolo da difendere.

Perché la libertà non consiste nello scegliere quale impero applaudire.

Consiste nell’avere il coraggio di sottoporre ogni centro di potere allo stesso livello di scrutinio.

Ed è proprio qui che la narrazione di una parte della controinformazione mostra tutta la propria fragilità.

Nel prossimo capitolo entreremo nel merito delle norme che regolano il trattamento dei dati nella Repubblica Popolare Cinese, analizzando la National Intelligence Law, la Cybersecurity Law, la Data Security Law e la Personal Information Protection Law, per comprendere quali differenze esistano rispetto ai modelli giuridici occidentali e perché tali differenze siano al centro del dibattito internazionale.

La National Intelligence Law (2017): perché è il punto che la controinformazione evita accuratamente di affrontare

Se si ascolta una parte della controinformazione italiana, sembra che il problema della raccolta dei dati riguardi esclusivamente gli Stati Uniti.

Google.

Meta.

Microsoft.

OpenAI.

Palantir.

Amazon.

Apple.

Per giorni si analizzano i termini di servizio, le informative privacy, le autorizzazioni richieste dalle applicazioni, i cookie, le API, il cloud, i server, le collaborazioni con il Pentagono e la NSA.

Poi, improvvisamente, quando si parla della Cina, tutto questo rigore sparisce.

Nessuno cita la legislazione.

Nessuno apre il testo delle leggi.

Nessuno spiega come funziona realmente il sistema giuridico cinese.

Eppure, se si vuole discutere seriamente di sovranità digitale e protezione dei dati, il punto di partenza dovrebbe essere proprio quello.

Bisognerebbe leggere le norme.

Non i comunicati stampa.

Non la propaganda.

Le norme.

Ed è proprio qui che emerge la prima grande differenza.

Una diversa concezione del rapporto tra Stato e cittadino

Il dibattito occidentale sulla privacy parte da un presupposto molto preciso.

L’individuo possiede diritti fondamentali che limitano il potere dello Stato.

Questo principio attraversa tutta la tradizione giuridica europea.

Il GDPR nasce esattamente da questa impostazione.

La privacy non è una concessione del governo.

È un diritto.

In Cina la logica è differente.

La stabilità dello Stato, la sicurezza nazionale e l’interesse collettivo occupano una posizione centrale nell’ordinamento.

Questo non significa che non esistano norme sulla protezione dei dati personali.

Esistono.

Ma operano all’interno di un sistema giuridico che attribuisce allo Stato un ruolo molto più ampio rispetto a quello previsto negli ordinamenti liberaldemocratici.

È una differenza culturale prima ancora che normativa.

La National Intelligence Law

Nel giugno 2017 il Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo ha approvato la National Intelligence Law.

Si tratta della legge che disciplina le attività degli organi di intelligence della Repubblica Popolare Cinese.

Non è una legge sulla privacy.

Non è una legge sulle imprese tecnologiche.

È una legge che definisce i poteri degli apparati di intelligence e i doveri di collaborazione previsti dall’ordinamento.

Ed è proprio uno dei suoi articoli ad aver attirato l’attenzione di governi, giuristi e analisti di tutto il mondo.

L’articolo 7

L’articolo più citato è il numero 7.

La traduzione inglese ufficialmente utilizzata dagli studiosi recita:

“Any organization and citizen shall support, assist, and cooperate with state intelligence work in accordance with the law.”

Tradotto:

“Ogni organizzazione e ogni cittadino devono sostenere, assistere e cooperare con il lavoro dell’intelligence dello Stato secondo la legge.”

La norma aggiunge inoltre che tali organizzazioni e cittadini devono mantenere riservate le attività di intelligence delle quali vengano a conoscenza.

È una disposizione molto diversa dall’impianto normativo europeo.

Ed è questo il punto che alimenta gran parte del dibattito internazionale.

Che cosa significa realmente?

Qui bisogna evitare sia la propaganda occidentale sia quella filocinese.

L’articolo 7 non dice che ogni azienda cinese consegna automaticamente tutti i dati raccolti ai servizi di intelligence.

Questo sarebbe un salto logico che il testo della legge, da solo, non consente di fare.

Dice però qualcosa di altrettanto rilevante.

Stabilisce un obbligo generale di collaborazione con le attività di intelligence previste dalla legge.

È una differenza sostanziale.

Nel dibattito internazionale il problema non riguarda ciò che avviene quotidianamente, ma il quadro giuridico entro cui potrebbe essere richiesto tale supporto.

Gli articoli successivi

La National Intelligence Law contiene anche altre disposizioni significative.

Gli organi di intelligence possono richiedere il supporto degli enti competenti nello svolgimento delle proprie attività.

Possono utilizzare strumenti tecnici e risorse informative nei limiti previsti dalla legge.

Le istituzioni pubbliche sono chiamate a collaborare con tali attività.

Ancora una volta emerge un’impostazione diversa rispetto ai modelli occidentali.

Lo Stato viene concepito come il fulcro della sicurezza nazionale e le organizzazioni operano all’interno di tale quadro.

Perché questa legge suscita preoccupazioni

È proprio questa impostazione ad aver generato numerose discussioni.

Diversi governi occidentali hanno espresso preoccupazioni circa il fatto che imprese private possano trovarsi giuridicamente obbligate a collaborare con le autorità cinesi quando ciò venga richiesto secondo la normativa vigente.

Questa è una delle ragioni che hanno alimentato il dibattito internazionale su aziende come Huawei, ZTE e altre società tecnologiche cinesi.

Non perché esistano prove pubbliche che ogni dato venga automaticamente trasferito allo Stato.

Ma perché il quadro normativo attribuisce alle autorità poteri che molti ordinamenti occidentali considerano significativamente più estesi.

È una distinzione fondamentale.

La risposta di Pechino

Le autorità cinesi respingono regolarmente queste critiche.

Secondo il governo di Pechino, la National Intelligence Law viene spesso interpretata in maniera distorta dai governi occidentali.

Le autorità sostengono che la collaborazione prevista dalla legge debba avvenire nel rispetto delle procedure normative e che il sistema cinese garantisca comunque la tutela degli interessi legittimi delle imprese.

È importante riportare anche questa posizione, perché una valutazione seria deve distinguere tra il testo della legge, le interpretazioni degli osservatori e la posizione ufficiale del governo interessato.

Il doppio standard della controinformazione

Ed è qui che emerge la contraddizione.

Quando OpenAI modifica una privacy policy, la controinformazione produce decine di video.

Quando Meta aggiorna i termini di servizio, si parla di dittatura digitale.

Quando Google introduce una nuova funzionalità basata sull’intelligenza artificiale, si grida al controllo globale.

Tutto legittimo.

Ma allora perché nessuno dedica lo stesso tempo a spiegare la National Intelligence Law?

Perché quasi nessuno legge il testo della legge?

Perché nessuno mette a confronto i diversi modelli giuridici?

La risposta sembra evidente.

Perché farlo romperebbe una narrazione costruita negli anni.

Una narrazione nella quale esiste un solo imperialismo.

Un solo sistema di controllo.

Un solo nemico.

La realtà, invece, è molto più complessa.

Le grandi potenze stanno costruendo modelli differenti di governance tecnologica.

Ignorare uno di questi modelli mentre si denuncia esclusivamente l’altro significa rinunciare al principio fondamentale di qualsiasi analisi indipendente: applicare lo stesso criterio di giudizio a tutti.

Nel prossimo capitolo entreremo nel dettaglio della Cybersecurity Law del 2017, della Data Security Law del 2021 e della Personal Information Protection Law, analizzando come queste norme si integrino tra loro e perché il sistema cinese non possa essere compreso leggendo una singola legge isolatamente.

Cybersecurity Law, Data Security Law e PIPL: perché il modello cinese non può essere paragonato semplicemente al GDPR

La controinformazione italiana ripete spesso un mantra:

“La Cina ha il suo GDPR.”

È una frase apparentemente rassicurante.

Ma è anche una delle più fuorvianti.

È vero che nel 2021 la Repubblica Popolare Cinese ha approvato la Personal Information Protection Law (PIPL), una legge che introduce diritti per gli interessati e obblighi per chi tratta dati personali.

Ma fermarsi qui significa non aver compreso come funziona realmente il sistema giuridico cinese.

Perché la PIPL non vive da sola.

Fa parte di un sistema molto più ampio.

Per capire davvero come Pechino disciplina i dati bisogna considerare almeno quattro grandi leggi:

  • National Intelligence Law (2017)
  • Cybersecurity Law (2017)
  • Data Security Law (2021)
  • Personal Information Protection Law (2021)

Queste norme non sono alternative tra loro.

Sono complementari.

Ed è proprio la loro interazione che rende il modello cinese profondamente diverso da quello europeo.


La Cybersecurity Law del 2017

La prima pietra del nuovo sistema normativo cinese è la Cybersecurity Law, entrata in vigore nel giugno 2017.

L’obiettivo dichiarato è duplice:

  • proteggere la sicurezza delle infrastrutture digitali;
  • garantire la sicurezza nazionale.

Ed è proprio questo secondo punto che cambia completamente la prospettiva.

Mentre il GDPR nasce principalmente per proteggere i cittadini, la Cybersecurity Law nasce innanzitutto per proteggere lo Stato.

La differenza può sembrare sottile.

In realtà è enorme.


Le Critical Information Infrastructure

Uno dei concetti fondamentali della legge è quello di Critical Information Infrastructure (CII).

Si tratta delle infrastrutture considerate strategiche per il funzionamento dello Stato.

Tra queste possono rientrare:

  • energia;
  • telecomunicazioni;
  • trasporti;
  • sistema bancario;
  • sanità;
  • servizi pubblici;
  • grandi piattaforme digitali;
  • altri settori ritenuti essenziali.

Gli operatori che gestiscono tali infrastrutture sono soggetti a obblighi particolarmente rigorosi.


La localizzazione dei dati

Uno degli aspetti più discussi riguarda la cosiddetta data localization.

In determinate circostanze, alcune categorie di dati devono essere conservate all’interno del territorio cinese.

L’esportazione all’estero richiede specifiche verifiche di sicurezza.

Questa scelta è coerente con una strategia che Pechino definisce “sovranità digitale”.

L’idea è semplice:

i dati rappresentano una risorsa strategica.

E, come tali, devono rimanere sotto la giurisdizione cinese quando riguardano interessi considerati sensibili.


La sicurezza viene prima della privacy

Ed è qui che emerge una differenza fondamentale rispetto al modello europeo.

Nel GDPR la protezione dei dati personali costituisce il principio generale.

Le eccezioni devono essere motivate.

Nel sistema cinese la sicurezza nazionale rappresenta invece uno dei principi centrali dell’intero impianto normativo.

La privacy continua a esistere.

Ma opera all’interno di un sistema nel quale lo Stato mantiene un ruolo molto più incisivo.


La Data Security Law

Nel 2021 entra in vigore la Data Security Law.

Questa legge amplia ulteriormente il quadro normativo.

Il suo oggetto non riguarda soltanto i dati personali.

Riguarda tutti i dati.

Industriali.

Economici.

Tecnologici.

Scientifici.

Strategici.

Lo Stato introduce un sistema di classificazione.

Non tutti i dati hanno la stessa importanza.

Alcuni vengono considerati rilevanti per la sicurezza nazionale.

Altri assumono valore strategico per lo sviluppo economico.

Altri ancora possono incidere sulla stabilità sociale.

È il governo a definire i criteri di classificazione.


Chi decide cosa è sensibile?

Questo è probabilmente uno dei punti più importanti.

Nel modello europeo la categoria dei dati sensibili è definita dal legislatore con criteri piuttosto precisi.

Nel sistema cinese il margine di valutazione attribuito alle autorità è significativamente più ampio.

Lo Stato mantiene un ruolo centrale nella classificazione dei dati e nella definizione delle misure di sicurezza applicabili.

Per molti studiosi questo rappresenta una delle principali differenze tra il modello cinese e quello europeo.


La Personal Information Protection Law (PIPL)

Ed eccoci finalmente alla legge che viene più spesso citata.

La PIPL.

Molti la descrivono come il “GDPR cinese”.

In parte è vero.

La legge introduce numerosi principi già presenti anche nella normativa europea.

Ad esempio:

  • consenso al trattamento;
  • limitazione delle finalità;
  • minimizzazione dei dati;
  • obblighi di trasparenza;
  • responsabilità del titolare del trattamento;
  • misure di sicurezza.

Anche gli interessati dispongono di alcuni diritti.

Tra questi:

  • accesso;
  • rettifica;
  • cancellazione nei casi previsti;
  • limitazione del trattamento.

A una prima lettura sembrerebbe davvero molto simile al GDPR.

Ma è qui che occorre fermarsi.

Perché la PIPL non può essere letta isolatamente.


Le eccezioni

La legge prevede numerose eccezioni.

Tra queste:

  • sicurezza nazionale;
  • sicurezza pubblica;
  • salute pubblica;
  • attività investigative;
  • altri casi previsti dalla legge.

In altre parole:

i diritti riconosciuti ai cittadini convivono con un sistema normativo che attribuisce allo Stato poteri molto più ampi rispetto a quelli normalmente previsti negli ordinamenti europei.

È questo l’aspetto che rende il confronto con il GDPR molto più complesso di quanto venga spesso raccontato.


Il confronto con l’Europa

Nel GDPR il cittadino dispone di un insieme articolato di strumenti di tutela.

Può:

  • chiedere l’accesso ai dati;
  • conoscere le finalità del trattamento;
  • richiederne la rettifica;
  • opporsi in determinate circostanze;
  • chiedere la cancellazione quando ricorrono i presupposti;
  • presentare reclamo a un’autorità indipendente;
  • ricorrere davanti ai tribunali.

Il sistema europeo nasce proprio dall’idea che il potere pubblico e quello privato debbano essere sottoposti a limiti.

Nel modello cinese la tutela della privacy è inserita in un ordinamento nel quale la sicurezza nazionale rappresenta un interesse prioritario.

Non significa che i cittadini siano privi di diritti.

Significa che tali diritti operano in un contesto giuridico differente.


Perché tutto questo conta anche per l’intelligenza artificiale

Ed eccoci al punto che la controinformazione sembra evitare accuratamente.

Ogni sistema di intelligenza artificiale moderno si basa sui dati.

Più dati.

Più addestramento.

Più capacità di apprendimento.

Per questo motivo il contesto normativo entro cui opera un’impresa tecnologica diventa un elemento fondamentale da analizzare.

Non basta chiedersi se una piattaforma raccolga dati.

Bisogna domandarsi:

Quali norme disciplinano quella raccolta?

Quali autorità possono intervenire?

Quali garanzie hanno gli utenti?

Quali strumenti di ricorso esistono?

Quali obblighi ricadono sulle imprese?

Sono queste le domande che dovrebbero guidare qualsiasi analisi seria.

Eppure sono proprio le domande che raramente vengono affrontate da chi dedica ore a denunciare il “controllo occidentale” senza applicare lo stesso livello di approfondimento al sistema normativo cinese.

Nel prossimo capitolo analizzeremo il confronto diretto tra Cina, Unione Europea e Stati Uniti, mostrando come tre modelli giuridici molto diversi riflettano tre differenti concezioni del rapporto tra individuo, mercato e Stato.

Cina, Unione Europea e Stati Uniti: tre modelli completamente diversi di gestione dei dati

Uno degli errori più frequenti commessi nel dibattito pubblico consiste nel parlare genericamente di “privacy” come se tutti gli Stati condividessero la stessa concezione del rapporto tra individuo, imprese e potere pubblico.

Non è così.

Dietro la parola privacy si nascondono filosofie giuridiche profondamente differenti.

Ed è proprio questa differenza che la controinformazione italiana evita quasi sempre di affrontare.

Quando si parla di raccolta dati, infatti, il confronto viene ridotto a uno slogan:

“Anche gli americani raccolgono dati.”

È vero.

Ma la questione non è semplicemente chi raccolga dati.

La vera domanda è molto più complessa.

Quali diritti possiede il cittadino?

Quali limiti incontra lo Stato?

Quali controlli indipendenti esistono?

Quali strumenti giuridici sono disponibili per contestare un abuso?

Sono queste le domande che permettono di comprendere le profonde differenze tra i tre modelli.


Il modello europeo

L’Unione Europea ha costruito uno dei sistemi più garantisti al mondo in materia di protezione dei dati personali.

Il GDPR parte da un principio preciso:

il dato personale appartiene alla persona.

Da questo principio discendono una serie di diritti.

Il cittadino può sapere:

  • quali dati vengono raccolti;
  • perché vengono raccolti;
  • per quanto tempo vengono conservati;
  • a chi vengono comunicati;
  • come vengono utilizzati.

Può inoltre:

  • richiederne la rettifica;
  • ottenerne la cancellazione nei casi previsti dalla legge;
  • opporsi ad alcuni trattamenti;
  • richiedere la portabilità dei dati;
  • presentare reclamo alle Autorità Garanti;
  • rivolgersi ai tribunali.

Il GDPR non impedisce la raccolta dei dati.

La disciplina.

Soprattutto introduce un elemento fondamentale:

il titolare del trattamento deve rendere conto del proprio operato.


Le autorità indipendenti

Uno dei pilastri del sistema europeo è rappresentato dalle Autorità Garanti.

Ogni Stato membro dispone di un’autorità indipendente.

Queste autorità possono:

  • svolgere ispezioni;
  • ordinare modifiche;
  • imporre limitazioni;
  • applicare sanzioni molto elevate.

Anche grandi multinazionali come Meta, Google, TikTok, Amazon e Microsoft hanno ricevuto negli ultimi anni sanzioni milionarie o miliardarie per violazioni del GDPR.

Questo dimostra un principio essenziale.

Il potere pubblico può intervenire anche contro grandi aziende private.


Il sistema americano

Negli Stati Uniti la situazione è differente.

Non esiste un GDPR federale.

Esiste invece una pluralità di norme.

Tra le più importanti:

  • California Consumer Privacy Act (CCPA);
  • California Privacy Rights Act (CPRA);
  • Health Insurance Portability and Accountability Act (HIPAA);
  • Children’s Online Privacy Protection Act (COPPA);
  • Gramm-Leach-Bliley Act per il settore finanziario.

Il sistema americano è quindi molto più frammentato.

La tutela varia in base:

  • allo Stato;
  • al settore;
  • alla tipologia dei dati.

È un’impostazione diversa da quella europea.

Ma resta inserita in un sistema caratterizzato da:

  • controllo giudiziario;
  • separazione dei poteri;
  • possibilità di impugnazione davanti ai tribunali;
  • libertà di stampa;
  • forte attività investigativa della società civile.

Le rivelazioni di Edward Snowden

Naturalmente gli Stati Uniti non sono immuni da critiche.

Le rivelazioni di Edward Snowden nel 2013 hanno mostrato come la NSA avesse sviluppato programmi di sorveglianza estremamente invasivi.

Da allora il dibattito pubblico americano è stato enorme.

Sono nate:

  • commissioni parlamentari;
  • ricorsi giudiziari;
  • modifiche legislative;
  • nuove interpretazioni della normativa.

Questo non significa che il problema sia stato risolto.

Significa però che il sistema dispone di strumenti attraverso i quali tali pratiche possono essere portate all’attenzione dell’opinione pubblica, discusse e contestate.


Il modello cinese

Ed eccoci al terzo modello.

La Repubblica Popolare Cinese affronta il tema dei dati partendo da un presupposto differente.

L’interesse collettivo.

La sicurezza nazionale.

La stabilità sociale.

Lo sviluppo economico.

Questi obiettivi occupano una posizione centrale nella costruzione dell’intero sistema normativo.

Per questo motivo le varie leggi sui dati devono essere lette insieme.

La protezione della privacy esiste.

Ma viene bilanciata con esigenze che il legislatore cinese considera prioritarie.


Il ruolo dello Stato

Nel sistema cinese lo Stato mantiene una posizione molto più centrale rispetto agli ordinamenti occidentali.

Questo non riguarda soltanto la sicurezza.

Riguarda l’intera organizzazione economica.

Le grandi imprese tecnologiche operano in un contesto nel quale le autorità pubbliche esercitano un ruolo molto più incisivo.

È una caratteristica strutturale del modello cinese.

Non rappresenta un’anomalia.

Rappresenta il funzionamento ordinario del sistema.


Il confronto che quasi nessuno fa

È curioso osservare il comportamento di molti influencer della controinformazione.

Quando analizzano ChatGPT leggono ogni riga della privacy policy.

Quando parlano di Google analizzano i cookie.

Quando discutono di Meta citano ogni modifica ai termini di servizio.

Ma quanti di loro hanno letto integralmente:

  • National Intelligence Law;
  • Cybersecurity Law;
  • Data Security Law;
  • Personal Information Protection Law?

Quanti spiegano come interagiscono tra loro?

Quanti illustrano ai propri lettori le differenze rispetto al GDPR?

La risposta è sconfortante.

Pochissimi.


L’illusione del “nemico unico”

La geopolitica contemporanea non può essere letta come un film nel quale esiste un solo cattivo.

Le grandi potenze investono miliardi di euro nella raccolta dei dati, nell’intelligenza artificiale, nel cloud, nella cybersicurezza e nelle infrastrutture digitali.

Lo fanno:

  • Stati Uniti;
  • Cina;
  • Unione Europea;
  • Russia;
  • India;
  • Israele.

Pensare che soltanto uno di questi attori persegua interessi strategici significa non comprendere come funziona la competizione tecnologica del XXI secolo.


Il doppio standard della controinformazione

Ed è qui che emerge il problema.

Una parte della controinformazione denuncia giustamente la concentrazione del potere tecnologico nelle mani delle Big Tech occidentali.

Ma poi smette improvvisamente di utilizzare lo stesso metodo quando il tema riguarda la Cina.

La critica scompare.

L’approfondimento scompare.

La curiosità scompare.

Rimane soltanto una convinzione ideologica:

“Se è contro gli Stati Uniti, allora deve essere dalla parte della libertà.”

È un ragionamento estremamente fragile.

La libertà non si misura osservando chi si oppone a Washington.

Si misura osservando il rapporto concreto tra Stato, cittadino e potere.

Ed è proprio questo il confronto che troppo spesso viene evitato.


Il rischio dell’idealizzazione

Ogni volta che un sistema politico viene idealizzato, l’analisi lascia il posto alla fede.

La Cina non ha bisogno di essere demonizzata.

Ma non ha nemmeno bisogno di essere trasformata in un mito.

Va studiata.

Analizzata.

Compresa.

Con lo stesso rigore utilizzato per valutare Washington, Bruxelles o qualsiasi altro centro di potere.

Quando invece il metro di giudizio cambia a seconda della bandiera, non siamo più davanti a un’analisi indipendente.

Siamo semplicemente di fronte a una nuova forma di propaganda.

Nel prossimo capitolo entreremo nel tema più delicato: l’intelligenza artificiale cinese, le piattaforme gratuite, le preoccupazioni espresse dai governi occidentali, i limiti delle conoscenze pubbliche sulla raccolta dei dati e ciò che è realmente documentato rispetto a ciò che rimane oggetto di dibattito e di analisi strategica.

PARTE V

Intelligenza artificiale cinese, raccolta dei dati e il silenzio della controinformazione

Negli ultimi mesi si è assistito a un fenomeno curioso.

Ogni volta che viene presentato un nuovo modello di intelligenza artificiale sviluppato in Cina, una parte della controinformazione italiana reagisce con entusiasmo quasi religioso.

Titoli trionfalistici.

Video celebrativi.

Commenti entusiasti.

Secondo questa narrazione, la Cina avrebbe finalmente sconfitto il monopolio tecnologico americano offrendo un’intelligenza artificiale “libera”, “gratuita” e “non controllata dalle Big Tech occidentali”.

Ma c’è una domanda che quasi nessuno sembra voler porre.

Quale sistema giuridico disciplina il trattamento dei dati raccolti da queste piattaforme?

È una domanda fondamentale.

Perché qualsiasi sistema di intelligenza artificiale moderno vive di dati.

Non esiste IA senza dati.

Ogni modello necessita di enormi quantità di informazioni per essere addestrato, migliorato, corretto e mantenuto competitivo.

Questo vale per OpenAI.

Vale per Google.

Vale per Anthropic.

Vale per Meta.

Vale per Microsoft.

E vale anche per le aziende cinesi.

Pensare che un modello gratuito possa funzionare senza raccogliere dati di utilizzo, log tecnici, richieste degli utenti o altre informazioni necessarie all’erogazione del servizio non sarebbe realistico.

La vera questione non è se vengano raccolti dati.

La vera questione è come vengono raccolti, quali regole si applicano e quali garanzie esistono per gli utenti.

Ed è qui che il dibattito dovrebbe diventare serio.

L’equivoco della gratuità

Nel mondo digitale esiste un principio molto semplice.

Quando un servizio è gratuito, il modello economico non scompare.

Cambia.

Può basarsi sulla pubblicità.

Sulla vendita di servizi premium.

Sull’acquisizione di clienti.

Sull’addestramento dei modelli.

Sull’integrazione con altri prodotti.

Ogni azienda sviluppa il proprio modello di business.

Questo vale per le piattaforme occidentali.

Vale anche per quelle cinesi.

La gratuità non è mai sinonimo automatico di assenza di raccolta dati.

Per questo motivo il vero nodo non è stabilire se un servizio sia gratuito.

È capire quali informazioni vengono raccolte, per quali finalità dichiarate e quali strumenti di tutela siano previsti.

Le preoccupazioni dei governi occidentali

Negli ultimi anni diversi governi occidentali hanno espresso preoccupazioni riguardo ad alcune tecnologie sviluppate da aziende cinesi.

Le motivazioni variano da caso a caso.

Tra i temi ricorrenti figurano:

  • sicurezza delle infrastrutture critiche;
  • protezione dei dati;
  • trasferimenti internazionali di informazioni;
  • rischi di dipendenza tecnologica;
  • resilienza delle reti digitali.

Queste preoccupazioni hanno portato, in alcuni Paesi, a limitazioni o divieti per specifiche tecnologie o applicazioni.

È importante sottolineare un punto.

Queste decisioni non costituiscono, di per sé, la prova che una determinata azienda abbia commesso illeciti.

Rappresentano valutazioni di rischio effettuate dai governi sulla base del contesto normativo, delle caratteristiche tecnologiche e delle implicazioni strategiche.

Confondere una valutazione di rischio con una prova giudiziaria sarebbe un errore.

Ma ignorare completamente l’esistenza di tali valutazioni sarebbe altrettanto fuorviante.

Il problema della trasparenza

Uno degli aspetti più discussi dagli esperti riguarda la trasparenza.

Per qualsiasi piattaforma digitale gli utenti dovrebbero poter conoscere, nei limiti previsti dalla normativa applicabile:

  • quali dati vengono raccolti;
  • per quali finalità;
  • per quanto tempo vengono conservati;
  • con quali soggetti possono essere condivisi;
  • quali diritti possono essere esercitati.

Nel contesto internazionale, gli studiosi osservano che il quadro normativo cinese presenta caratteristiche diverse da quello europeo e statunitense, soprattutto per il ruolo attribuito allo Stato in materia di sicurezza nazionale. Questo alimenta un dibattito sulle garanzie disponibili per gli utenti e sulla possibilità di esercitare concretamente alcuni diritti quando il trattamento dei dati ricade sotto la giurisdizione cinese.

Il rischio dei doppi standard

Ed è qui che la controinformazione cade nella propria contraddizione.

Quando un’azienda americana aggiorna una privacy policy, viene accusata di voler costruire un sistema di sorveglianza globale.

Quando una piattaforma cinese pubblica condizioni d’uso o informative sulla privacy, spesso nessuno le legge.

Quando un’autorità europea apre un’indagine su una Big Tech occidentale, il caso diventa la prova definitiva dell’esistenza di un complotto.

Quando i governi occidentali esprimono preoccupazioni sulle implicazioni della legislazione cinese in materia di dati, tutto viene liquidato come semplice propaganda anti-cinese.

Questo non è spirito critico.

È un doppio standard.

La coerenza imporrebbe di analizzare ogni piattaforma con gli stessi criteri, indipendentemente dal Paese di origine.

Tecnologia e geopolitica

L’intelligenza artificiale non è soltanto una questione economica.

È una questione geopolitica.

Chi sviluppa i modelli più avanzati acquisisce vantaggi in:

  • ricerca scientifica;
  • industria;
  • difesa;
  • cybersicurezza;
  • finanza;
  • medicina;
  • logistica;
  • intelligence.

Per questo motivo Stati Uniti, Cina, Unione Europea e altri attori investono centinaia di miliardi di euro nello sviluppo dell’IA.

Non si tratta di filantropia.

Si tratta di competizione strategica.

Ridurre tutto alla favola della “Cina buona” contro “l’America cattiva” significa ignorare la complessità della realtà.

Il nuovo tifo ideologico

Forse l’aspetto più sorprendente è che molti di coloro che si definiscono “anti-globalisti” sembrano valutare le tecnologie non in base alle loro caratteristiche, ma in base alla bandiera del produttore.

Se la piattaforma nasce in California è automaticamente uno strumento del potere globale.

Se nasce a Pechino diventa improvvisamente il simbolo della libertà digitale.

È una logica che capovolge il metodo della ricerca.

La domanda non dovrebbe essere:

“Da quale Paese proviene questa tecnologia?”

La domanda dovrebbe essere:

“Quali garanzie offre? Quale quadro normativo la disciplina? Quali diritti riconosce agli utenti? Quali strumenti di controllo indipendente esistono?”

Sono queste le domande che distinguono l’analisi dalla propaganda.

Conclusione della quinta parte

La competizione tra Stati Uniti e Cina nel campo dell’intelligenza artificiale non è uno scontro tra libertà e dittatura, né tra bene e male. È una competizione tra due grandi modelli tecnologici e geopolitici, ciascuno con punti di forza, limiti e criticità.

Ignorare sistematicamente le problematiche poste dal quadro normativo cinese mentre si denunciano esclusivamente quelle occidentali significa rinunciare a un’analisi equilibrata.

Nel prossimo capitolo analizzeremo perché una parte della controinformazione italiana è arrivata a questo punto: quali fattori ideologici, culturali e geopolitici hanno contribuito a trasformare la Cina, per alcuni commentatori, da oggetto di analisi a oggetto di identificazione politica.

Perché una parte della controinformazione è diventata il megafono della propaganda cinese

Esiste una domanda che merita una risposta.

Come è possibile che persone che per anni hanno denunciato:

  • il controllo digitale;
  • la sorveglianza di massa;
  • le multinazionali tecnologiche;
  • l’identità digitale;
  • le CBDC;
  • l’intelligenza artificiale;
  • il capitalismo della sorveglianza;

siano improvvisamente diventate entusiaste sostenitrici della Repubblica Popolare Cinese?

È una contraddizione evidente.

Eppure accade ogni giorno.

Non appena un nuovo modello di IA viene presentato da un’azienda cinese, la narrazione cambia completamente.

Le domande spariscono.

I dubbi spariscono.

Lo spirito critico sparisce.

Rimane soltanto l’entusiasmo.

Per capire questo fenomeno bisogna uscire dal terreno della tecnologia ed entrare in quello della psicologia politica.


L’errore del “nemico del mio nemico”

La controinformazione contemporanea è caduta in una delle trappole più antiche della geopolitica.

L’idea che:

“Il nemico del mio nemico sia automaticamente mio amico.”

È un errore enorme.

Gli Stati non hanno amici.

Hanno interessi.

La Cina non investe centinaia di miliardi nell’intelligenza artificiale per liberare l’Occidente.

Lo fa per diventare la principale potenza tecnologica del XXI secolo.

Gli Stati Uniti non sviluppano semiconduttori avanzati per beneficenza.

Lo fanno per mantenere il proprio vantaggio strategico.

L’Unione Europea investe in sovranità digitale per ridurre dipendenze tecnologiche.

Ogni potenza segue una logica di interesse nazionale.

Pensare che una di esse combatta esclusivamente per la libertà significa leggere la geopolitica come fosse una favola.


L’antiamericanismo come filtro ideologico

Una parte della controinformazione osserva il mondo attraverso un unico filtro.

L’antiamericanismo.

Qualunque notizia viene interpretata partendo da un presupposto.

Se danneggia Washington…

allora è positiva.

Se indebolisce la NATO…

allora è positiva.

Se favorisce un concorrente degli Stati Uniti…

allora è positiva.

È un metodo completamente opposto a quello dell’analisi.

L’analista osserva i fatti.

L’ideologo osserva la bandiera.


Il ritorno del vecchio riflesso marxista

Questo meccanismo affonda le proprie radici nella cultura politica del Novecento.

Per decenni una parte della sinistra rivoluzionaria ha interpretato il mondo attraverso una contrapposizione rigida.

Da un lato:

  • capitalismo;
  • imperialismo americano;
  • NATO.

Dall’altro:

  • socialismo;
  • anti-imperialismo;
  • blocco orientale.

Il crollo dell’Unione Sovietica non ha cancellato completamente questa impostazione mentale.

Ha semplicemente cambiato protagonista.

Oggi, per alcuni commentatori, il ruolo che un tempo apparteneva a Mosca viene attribuito a Pechino.

La Cina diventa automaticamente il nuovo baluardo contro l’imperialismo occidentale.

Ma il mondo del 2026 non è quello del 1976.

La Cina contemporanea è una superpotenza economica, industriale e tecnologica pienamente inserita nei mercati globali.

È il principale esportatore mondiale di beni.

È uno dei maggiori investitori internazionali.

È leader in numerosi settori manifatturieri.

Parlare della Cina come di una semplice forza “anti-imperialista” significa ignorare la complessità della sua proiezione globale.


La confusione tra multipolarismo e assenza di potere

Molti commentatori sembrano confondere due concetti completamente diversi.

Il multipolarismo.

E l’assenza di potere.

Non sono la stessa cosa.

Che il sistema internazionale stia diventando multipolare è ormai riconosciuto da gran parte degli analisti.

Ma multipolare non significa privo di competizione.

Significa semplicemente che esistono più centri di potere.

Washington.

Pechino.

Bruxelles.

Mosca.

Nuova Delhi.

Ognuno cerca di rafforzare la propria influenza.

Pensare che soltanto uno di questi persegua interessi geopolitici significa non comprendere la natura stessa della politica internazionale.


L’illusione della tecnologia neutrale

Esiste poi un altro errore molto diffuso.

Pensare che la tecnologia sia neutrale.

Non lo è.

Ogni infrastruttura digitale riflette il contesto giuridico e istituzionale nel quale nasce.

Cloud.

Reti 5G.

Semiconduttori.

Sistemi operativi.

Intelligenza artificiale.

Tutto questo non vive nel vuoto.

Opera all’interno di ordinamenti giuridici.

Per questo motivo non basta valutare le prestazioni di un modello di IA.

Bisogna anche chiedersi:

Quali norme regolano quella tecnologia?

Quali autorità possono intervenire?

Quali diritti hanno gli utenti?

Quali strumenti di ricorso esistono?

Queste sono le domande che una parte della controinformazione evita accuratamente.


Il mito della Cina “anti-globalista”

Forse il paradosso più grande riguarda proprio il termine “globalismo”.

Molti influencer descrivono la Cina come il principale avversario del globalismo.

Ma basta osservare i dati economici.

La Cina è profondamente integrata nel commercio mondiale.

Partecipa alle principali istituzioni economiche internazionali.

Investe in infrastrutture strategiche in decine di Paesi.

Promuove iniziative globali come la Belt and Road Initiative.

Sviluppa standard tecnologici destinati a competere su scala internazionale.

Questo non significa che persegua gli stessi obiettivi politici di Stati Uniti o Unione Europea.

Significa però che è anch’essa una grande potenza globale con una propria strategia di influenza economica, industriale e tecnologica.

Ridurre tutto allo schema “globalisti contro anti-globalisti” rischia di semplificare eccessivamente una realtà molto più articolata.


La propaganda cambia colore

La propaganda non è un monopolio occidentale.

Ogni grande potenza utilizza strumenti di comunicazione strategica.

Ogni governo cerca di promuovere la propria immagine.

Ogni sistema politico tende a valorizzare i propri successi e a minimizzare le proprie criticità.

Pensare che soltanto Washington faccia propaganda e che Pechino rappresenti la pura verità significa sostituire un pregiudizio con un altro.

La vera indipendenza intellettuale consiste nel diffidare di tutte le narrazioni ufficiali.

Non soltanto di quelle occidentali.


La controinformazione ha smesso di verificare

Il problema principale non è nemmeno la simpatia verso la Cina.

Ognuno è libero di preferire un modello politico a un altro.

Il problema nasce quando si smette di verificare.

Quando non si leggono più le leggi.

Quando non si consultano più le fonti.

Quando non si confrontano più gli ordinamenti.

Quando si accetta qualsiasi narrazione purché confermi le proprie convinzioni.

In quel momento la controinformazione smette di essere ricerca.

Diventa semplicemente un’altra forma di informazione militante.

E il rischio è enorme.

Perché chi si abitua a credere senza verificare finisce inevitabilmente per diventare il miglior alleato di qualunque propaganda, indipendentemente dalla bandiera che la produce.

Verso la conclusione

Nel prossimo e ultimo capitolo tireremo le fila dell’intero dossier. Analizzeremo come la critica alla concentrazione del potere tecnologico possa essere coerente solo se applicata a tutti gli attori internazionali, senza eccezioni, e perché il vero antidoto alla propaganda non sia scegliere una potenza da tifare, ma mantenere lo stesso livello di rigore verso qualsiasi centro di potere.

PARTE VII

La vera indipendenza intellettuale non sceglie un impero: sceglie i fatti

Dopo aver analizzato il quadro normativo cinese, confrontandolo con il sistema europeo e con quello statunitense, emerge una conclusione che dovrebbe essere ovvia, ma che nel dibattito pubblico viene spesso ignorata.

La questione non è stabilire quale grande potenza sia “buona” e quale sia “cattiva”.

La vera domanda è un’altra.

Perché una parte della controinformazione applica il proprio spirito critico esclusivamente all’Occidente, rinunciando a farlo quando il centro del potere si sposta verso Oriente?

È una domanda che riguarda il metodo prima ancora delle conclusioni.

Chi denuncia la concentrazione del potere economico dovrebbe interrogarsi anche sulla concentrazione del potere politico.

Chi critica la sorveglianza digitale dovrebbe analizzare con lo stesso rigore ogni modello di governance tecnologica.

Chi combatte il controllo delle informazioni dovrebbe studiare anche i sistemi che limitano l’accesso all’informazione, la libertà di stampa e il pluralismo.

La credibilità nasce dalla coerenza.

Ed è proprio questa coerenza che troppo spesso manca.

La tecnologia non ha nazionalità, ma vive dentro un sistema giuridico

Uno degli errori più diffusi consiste nel valutare una tecnologia soltanto in base al Paese in cui viene sviluppata.

Una piattaforma non diventa automaticamente affidabile perché è cinese.

Così come non diventa automaticamente pericolosa perché è americana.

La valutazione dovrebbe sempre partire da alcuni elementi oggettivi:

  • il quadro normativo entro cui opera;
  • le garanzie offerte agli utenti;
  • i diritti riconosciuti;
  • i meccanismi di controllo indipendente;
  • la trasparenza delle procedure;
  • la possibilità di ricorrere davanti ad autorità imparziali.

È questo il metodo utilizzato dagli studiosi del diritto, dagli esperti di cybersicurezza e dagli analisti delle politiche digitali.

Sostituire questo metodo con il tifo geopolitico significa impoverire il dibattito.

Il rischio della propaganda “alternativa”

Ogni epoca produce la propria propaganda.

Quella occidentale.

Quella russa.

Quella cinese.

Quella iraniana.

Ogni grande potenza cerca di orientare la percezione internazionale dei propri interessi.

È un dato storico.

Pensare che soltanto un blocco geopolitico utilizzi strumenti di influenza significa non comprendere il funzionamento delle relazioni internazionali.

La vera controinformazione dovrebbe essere il luogo nel quale tutte le narrazioni vengono sottoposte allo stesso livello di verifica.

Non il luogo nel quale una propaganda viene semplicemente sostituita con un’altra.

Quando invece si smette di verificare perché una determinata notizia conferma la propria visione del mondo, il processo di ricerca si interrompe.

Rimane soltanto l’adesione ideologica.

Il prezzo dei doppi standard

I doppi standard producono un effetto devastante.

Distruggono la credibilità.

Chi denuncia le Big Tech americane ma ignora completamente il quadro normativo cinese offre l’impressione di non cercare la verità, ma soltanto conferme alle proprie convinzioni.

Chi parla continuamente di identità digitale senza analizzare i modelli di governance digitale sviluppati in altre parti del mondo dimostra di applicare criteri selettivi.

Chi critica le piattaforme occidentali ma non dedica lo stesso approfondimento alle tecnologie provenienti da altri sistemi giuridici non sta facendo analisi comparata.

Sta facendo selezione ideologica.

La geopolitica del XXI secolo

Il XXI secolo non sarà dominato soltanto dalla competizione militare.

Sarà dominato dalla competizione tecnologica.

Intelligenza artificiale.

Semiconduttori.

Cloud computing.

Quantum computing.

Robotica.

Telecomunicazioni.

Cybersicurezza.

Data center.

Chi controllerà questi settori eserciterà una parte significativa dell’influenza economica e strategica globale.

Per questo motivo Stati Uniti, Cina, Unione Europea, India e altre potenze stanno investendo somme enormi.

Non esistono attori privi di interessi.

Esistono strategie differenti.

Comprenderle richiede studio.

Non slogan.

La responsabilità della controinformazione

La controinformazione ha una responsabilità particolare.

Dovrebbe rappresentare uno spazio di approfondimento, non una tifoseria.

Dovrebbe leggere le leggi, confrontare i sistemi giuridici, distinguere tra fatti, interpretazioni e opinioni.

Dovrebbe evitare sia l’apologia sia la demonizzazione.

Il compito dell’analista non è trovare un nuovo impero da difendere.

È comprendere come funzionano i diversi modelli di potere.

Quando questa distinzione viene meno, la controinformazione rischia di perdere la propria funzione originaria.

Conclusione

Il vero pensiero critico non consiste nello scegliere una bandiera.

Consiste nel mantenere lo stesso rigore verso qualsiasi centro di potere.

Chi critica Washington deve essere disposto a studiare anche Pechino.

Chi analizza Bruxelles dovrebbe analizzare con la stessa attenzione Mosca.

Chi denuncia la raccolta dei dati delle piattaforme occidentali dovrebbe approfondire con identico metodo il quadro normativo che disciplina le tecnologie sviluppate altrove.

La libertà di pensiero non nasce dall’appartenenza a un blocco geopolitico.

Nasce dalla capacità di mettere continuamente in discussione ogni narrazione, compresa quella che conferma le nostre convinzioni.

Per questo motivo il compito di chi vuole davvero fare informazione indipendente non è sostituire una propaganda con un’altra.

È costruire un metodo.

Un metodo che parta dalle fonti, distingua i fatti dalle opinioni e utilizzi lo stesso metro di giudizio per tutti.

Solo così la controinformazione può rimanere fedele alla propria missione originaria: non difendere un potere contro un altro, ma aiutare i cittadini a comprendere la complessità del mondo senza cadere nella trappola delle semplificazioni ideologiche.


Fonti principali

Normativa cinese

  • National Intelligence Law (2017)
  • Cybersecurity Law (2017)
  • Data Security Law (2021)
  • Personal Information Protection Law – PIPL (2021)

Normativa europea

  • Regolamento (UE) 2016/679 – GDPR
  • Artificial Intelligence Act dell’Unione Europea
  • European Data Protection Board (EDPB)

Normativa statunitense

  • California Consumer Privacy Act (CCPA)
  • California Privacy Rights Act (CPRA)
  • HIPAA
  • COPPA

Approfondimenti istituzionali

  • ENISA (European Union Agency for Cybersecurity)
  • OECD AI Policy Observatory
  • Stanford DigiChina Project
  • Freedom House – Freedom on the Net
  • Human Rights Watch
  • Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS) – progetti sulle CBDC
  • Commissione Europea – Strategia digitale e protezione dei dati

I cani da riporto della propaganda marxista: mentre demonizzano Israele, ignorano l’espansione del modello autoritario cinese

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C’è un copione che si ripete con impressionante regolarità. Ogni crisi internazionale viene letta attraverso un unico schema ideologico: Israele e gli Stati Uniti rappresentano il male assoluto, mentre qualsiasi potenza che si contrapponga all’Occidente viene automaticamente descritta come una forza di liberazione. È una narrazione che non nasce dall’analisi dei fatti, ma da un riflesso ideologico radicato in una parte della propaganda marxista e della cosiddetta controinformazione.

Il risultato è paradossale: mentre si denunciano presunti progetti imperialisti americani, si minimizza o si ignora completamente l’espansione dell’influenza cinese sul piano economico, tecnologico e politico.

La Cina non esporta soltanto merci. Esporta infrastrutture digitali, piattaforme tecnologiche, sistemi di sorveglianza, reti di telecomunicazione, modelli di governance e strumenti di raccolta dati che stanno aumentando la propria presenza in numerosi Paesi. Attraverso iniziative come la Belt and Road Initiative e la Digital Silk Road, Pechino punta ad accrescere la propria influenza in Asia, Africa, America Latina ed Europa, investendo in porti, reti 5G, data center, intelligenza artificiale e tecnologie strategiche.

Eppure tutto questo sembra scomparire dal radar di molti commentatori che dedicano ogni giorno ore a parlare esclusivamente di Washington e Tel Aviv.

Uno degli aspetti più significativi riguarda proprio l’intelligenza artificiale. Negli ultimi anni numerosi modelli di IA sviluppati da aziende cinesi sono stati distribuiti gratuitamente o a costi estremamente contenuti. È naturale che un servizio gratuito raccolga dati di utilizzo e metadati, come fanno molte piattaforme digitali. Tuttavia, nel caso cinese il dibattito assume una dimensione particolare perché il quadro normativo prevede obblighi di cooperazione tra imprese e autorità statali in materia di sicurezza nazionale. Questo alimenta interrogativi legittimi sulla gestione dei dati e sulla tutela della privacy, tanto che diversi governi occidentali hanno espresso preoccupazioni e adottato limitazioni nei confronti di alcune tecnologie cinesi.

Questi interrogativi, però, sembrano non interessare coloro che denunciano ogni giorno il “controllo americano”. Per loro il problema esiste soltanto quando il protagonista è l’Occidente.

La contraddizione diventa ancora più evidente osservando il modello interno della Repubblica Popolare Cinese.

La Cina è uno degli Stati più avanzati nell’uso di strumenti digitali per la gestione amministrativa e il monitoraggio della popolazione. Ha sviluppato uno yuan digitale (e-CNY), promosso sistemi di identificazione digitale e costruito un articolato apparato di sorveglianza che combina videocamere intelligenti, riconoscimento facciale, analisi dei dati e piattaforme digitali. Il sistema di governance digitale cinese è stato descritto da numerosi studiosi come uno dei più estesi al mondo.

Eppure, invece di interrogarsi sulle implicazioni di questo modello, una parte della propaganda continua a presentare Pechino come il baluardo della libertà contro il cosiddetto “imperialismo americano”.

È una rappresentazione profondamente selettiva della realtà.

Nessuno Stato agisce esclusivamente per altruismo. Stati Uniti, Cina, Russia, Unione Europea e le altre grandi potenze perseguono interessi strategici, economici e geopolitici. Ridurre tutto a una lotta tra “imperialismo cattivo” e “anti-imperialismo buono” significa rinunciare all’analisi per sostituirla con la propaganda.

La retorica antiamericana diventa così uno strumento attraverso cui si finisce, spesso inconsapevolmente, per normalizzare altre forme di espansione del potere.

La Cina investe massicciamente nell’intelligenza artificiale, nelle reti digitali, nei semiconduttori, nelle infrastrutture cloud e nella standardizzazione tecnologica internazionale. L’obiettivo dichiarato è diventare una delle principali potenze mondiali nei settori strategici del XXI secolo. Presentare questa dinamica come una semplice “cooperazione disinteressata” significa ignorare la dimensione geopolitica della competizione tecnologica globale.

Nel frattempo, gli stessi opinionisti che denunciano ogni collaborazione tra università occidentali e aziende americane sembrano non avere alcun problema quando le partnership coinvolgono imprese cinesi strettamente integrate nel sistema economico e normativo di Pechino.

Non si tratta di sostenere che una potenza sia “buona” e l’altra “cattiva”. Si tratta di applicare lo stesso criterio di analisi a tutti.

Se si ritiene legittimo discutere dei rischi connessi al predominio tecnologico statunitense, allora dovrebbe essere altrettanto legittimo interrogarsi sulle implicazioni strategiche dell’espansione tecnologica cinese.

Il problema nasce quando il metro di giudizio cambia a seconda dell’attore politico coinvolto.

Così Israele diventa il simbolo universale di ogni male, mentre il crescente peso della Cina nei settori dell’intelligenza artificiale, delle telecomunicazioni, delle infrastrutture digitali e della governance tecnologica viene sistematicamente minimizzato o giustificato.

Questa non è controinformazione.

È una narrazione ideologica che sostituisce l’analisi con il tifo geopolitico.

Una vera analisi indipendente dovrebbe diffidare di ogni concentrazione di potere, indipendentemente dalla bandiera sotto cui si presenta. Dovrebbe valutare con lo stesso rigore le politiche di Washington, Bruxelles, Mosca, Pechino o Tel Aviv, senza costruire miti o demonizzazioni preventive.

Quando invece si assolve sistematicamente un modello autoritario e si attribuisce ogni responsabilità a un solo blocco geopolitico, non si sta combattendo la propaganda: la si sta semplicemente sostituendo con un’altra.

La libertà di pensiero non consiste nello scegliere quale propaganda ripetere. Consiste nel mantenere uno spirito critico verso tutti i centri di potere, senza eccezioni e senza doppi standard.

La legge cinese sui dati: il vero elefante nella stanza

Uno degli aspetti che raramente viene affrontato da chi denuncia ossessivamente il “controllo americano” riguarda il quadro normativo cinese sulla gestione dei dati. Ed è proprio qui che emerge una delle contraddizioni più evidenti di una certa propaganda ideologica.

In Europa il trattamento dei dati personali è disciplinato dal Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), considerato uno degli standard più rigorosi al mondo in materia di tutela della privacy. Il principio di fondo è semplice: i dati appartengono all’individuo e il loro utilizzo deve rispettare criteri di liceità, trasparenza, proporzionalità e finalità specifiche. Le autorità pubbliche possono accedere ai dati solo nei casi previsti dalla legge e sono soggette al controllo della magistratura e delle autorità indipendenti.

Negli Stati Uniti il sistema è diverso e meno uniforme, poiché non esiste una legge federale unica equivalente al GDPR. La disciplina è affidata a normative settoriali e a leggi statali, come il California Consumer Privacy Act (CCPA). Anche in questo caso, tuttavia, l’accesso governativo ai dati è sottoposto a limiti costituzionali, controllo giudiziario e possibilità di ricorso.

La situazione cinese è profondamente diversa.

Negli ultimi anni Pechino ha costruito un articolato sistema normativo composto principalmente dalla National Intelligence Law (2017), dalla Cybersecurity Law (2017), dalla Data Security Law (2021) e dalla Personal Information Protection Law (2021).

Quest’ultima viene spesso presentata come l’equivalente cinese del GDPR, ma una lettura complessiva dell’ordinamento mostra una differenza sostanziale.

Mentre in Europa il diritto alla privacy costituisce un limite all’azione dello Stato, in Cina la tutela dei dati personali convive con un impianto legislativo che attribuisce un peso prioritario alla sicurezza nazionale e agli interessi dello Stato.

L’articolo 7 della National Intelligence Law stabilisce infatti che tutte le organizzazioni e tutti i cittadini hanno il dovere di sostenere, assistere e cooperare con il lavoro degli organi di intelligence dello Stato secondo la legge, mantenendo inoltre il segreto sulle attività richieste.

Parallelamente, la Data Security Law attribuisce allo Stato ampi poteri nella classificazione e nella gestione dei dati ritenuti rilevanti per la sicurezza nazionale, mentre la Cybersecurity Law impone obblighi di localizzazione di determinate categorie di dati e prevede specifici doveri di collaborazione con le autorità competenti.

La Personal Information Protection Law (PIPL) introduce tutele per i dati personali, ma contiene eccezioni significative per esigenze di sicurezza nazionale, ordine pubblico e altre finalità previste dalla normativa cinese. In pratica, la protezione della privacy opera all’interno di un sistema nel quale lo Stato mantiene ampi poteri di intervento.

È proprio questo il punto che molti commentatori evitano sistematicamente di affrontare.

Le stesse persone che descrivono qualsiasi piattaforma occidentale come uno strumento di sorveglianza sembrano ignorare che molte aziende tecnologiche cinesi operano all’interno di un ordinamento nel quale il rapporto tra imprese e autorità pubbliche è regolato da norme profondamente diverse da quelle europee.

Ciò non significa affermare che ogni applicazione o ogni modello di intelligenza artificiale sviluppato in Cina trasmetta automaticamente dati al governo. Una simile conclusione richiederebbe prove specifiche per ciascun caso. Significa però riconoscere un dato oggettivo: il contesto giuridico cinese attribuisce allo Stato poteri di accesso e di intervento molto più estesi rispetto a quelli previsti negli ordinamenti liberaldemocratici.

Ignorare questa differenza mentre si continua a parlare esclusivamente di “imperialismo americano” significa applicare due pesi e due misure.

La vera analisi geopolitica non consiste nel sostituire Washington con Pechino come nuovo punto di riferimento ideologico. Consiste nel valutare con lo stesso spirito critico ogni modello di potere, senza trasformare una propaganda in un’altra.

Fonti e approfondimenti

Queste fonti coprono i principali temi affrontati nell’articolo: espansione tecnologica cinese, governance dell’IA, Via della Seta Digitale, yuan digitale (CBDC), identità digitale, legislazione cinese sulla sicurezza e il trattamento dei dati, nonché analisi geopolitiche e rapporti sul controllo sociale e sui diritti umani.

I cani da riporto della controinformazione: l’antisionismo come grimaldello per delegittimare Israele e rafforzare l’Asse della Resistenza

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Negli ultimi anni una parte della cosiddetta “controinformazione” ha costruito la propria identità su un presupposto tanto semplice quanto fuorviante: qualsiasi nemico dell’Occidente deve automaticamente essere un alleato della libertà.

È una logica infantile, priva di qualsiasi profondità geopolitica.

Così, nel nome dell’antisionismo, molti sedicenti analisti hanno finito per trasformarsi nei più efficaci amplificatori delle narrative dell’Asse della Resistenza: Iran, Hamas, Hezbollah, Houthi e tutte quelle organizzazioni che utilizzano la causa palestinese come strumento di mobilitazione politica e militare.

Paradossalmente, persone che si definiscono “antisistema” sono diventate i migliori propagandisti di altri sistemi di potere.

L’ossessione contro Israele

Per certa controinformazione Israele è diventato la spiegazione universale di qualsiasi evento internazionale.

Crisi economiche?

Colpa di Israele.

Guerre?

Colpa di Israele.

Globalismo?

Colpa di Israele.

Finanza?

Colpa di Israele.

Una narrazione totalizzante che finisce per sostituire l’analisi con il dogma.

Nel frattempo spariscono completamente dal radar i grandi protagonisti della geopolitica contemporanea: Cina, Russia, Turchia, Qatar, Iran, reti economiche internazionali, competizione energetica, strategie imperiali e interessi nazionali.

Tutto viene ridotto a un unico bersaglio.

Quando una teoria spiega tutto, molto spesso non spiega più nulla.

Israele non è il centro del mondo

Che piaccia o no, Israele rappresenta appena lo 0,1% della popolazione mondiale.

Eppure, ascoltando certa controinformazione, sembrerebbe che controlli ogni banca, ogni governo, ogni guerra e ogni decisione internazionale.

È una rappresentazione che sacrifica la complessità della geopolitica a favore di una chiave di lettura unica, incapace di spiegare gli interessi spesso divergenti delle grandi potenze.

Le relazioni internazionali non funzionano per simpatie o antipatie, ma per interessi strategici.

Perché Israele è stato strategicamente importante

Per oltre settant’anni Israele è stato considerato dagli Stati Uniti e da diversi Paesi occidentali un alleato strategico nel Mediterraneo orientale.

Non per motivi sentimentali.

Ma perché rappresentava:

  • una piattaforma di intelligence;
  • un centro tecnologico avanzato;
  • una potenza militare stabile;
  • un elemento di deterrenza regionale;
  • un alleato affidabile in un’area cruciale per le rotte energetiche mondiali.

Ridurre tutto al “complotto sionista” significa ignorare la logica con cui gli Stati costruiscono le proprie alleanze.

Il Medio Oriente che molti fingono di non vedere

Esiste una domanda che quasi nessuno pone.

Cosa sarebbe successo se il Medio Oriente fosse stato dominato da un unico blocco regionale ostile all’Occidente?

La risposta non è semplice e non può essere ridotta a slogan. Le divisioni tra Stati arabi, le rivalità tra sunniti e sciiti, gli interessi delle potenze esterne e molte altre dinamiche hanno impedito la nascita di un soggetto politico unitario. Tuttavia, è altrettanto vero che Israele ha rappresentato uno degli elementi dell’equilibrio regionale, contribuendo a limitare l’espansione di attori che perseguivano obiettivi contrari agli interessi occidentali.

Questa è geopolitica.

Non propaganda.

La sinistra radicale continua a leggere il mondo con gli occhiali del Novecento

Gran parte della controinformazione proviene culturalmente dalla sinistra radicale.

È rimasta prigioniera dello stesso schema mentale:

oppressore contro oppresso.

capitalismo contro rivoluzione.

imperialismo contro resistenza.

Uno schema nato nel Novecento che oggi viene applicato meccanicamente a realtà completamente differenti.

Così movimenti religiosi fondamentalisti vengono descritti come movimenti di liberazione.

Regimi autoritari diventano improvvisamente “antimperialisti”.

Teocrazie vengono celebrate come alternative al globalismo.

È il paradosso perfetto.

Chi ha passato una vita a dichiararsi laico e progressista finisce spesso per giustificare organizzazioni che rivendicano apertamente un ordine politico fondato sulla religione.

L’Asse della Resistenza non combatte per la libertà dell’Occidente

L’Iran, Hezbollah, Hamas e gli Houthi perseguono i propri interessi strategici.

Non combattono per la sovranità europea.

Non combattono per difendere le libertà occidentali.

Non combattono per salvare il continente europeo.

Chi trasforma automaticamente questi attori nei “buoni” della storia sostituisce l’analisi geopolitica con il tifo ideologico.

Antisionismo o cecità geopolitica?

Criticare il governo israeliano è legittimo.

Criticare singole operazioni militari è legittimo.

Criticare qualsiasi Stato è parte del normale dibattito democratico.

Ma trasformare l’antisionismo nell’unica lente attraverso cui interpretare ogni crisi internazionale rischia di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato: oscurare gli interessi delle altre potenze e finire, volontariamente o meno, per rilanciare le narrative di attori che perseguono obiettivi propri.

Conclusione

La geopolitica non è una tifoseria.

Non esistono santi.

Non esistono demoni assoluti.

Esistono interessi.

Ed è proprio qui che una parte della controinformazione mostra il suo limite più evidente.

Convinta di combattere il sistema, finisce spesso per sostituire un’ideologia con un’altra.

Convinta di fare informazione indipendente, rinuncia all’analisi critica quando questa mette in discussione i propri presupposti.

La domanda, allora, non è se si possa criticare Israele.

La vera domanda è un’altra:

chi trae vantaggio quando ogni conflitto, ogni crisi e ogni dinamica internazionale vengono ridotti a un’unica chiave di lettura, mentre il resto dello scenario geopolitico scompare dal campo visivo?

Cremlino, Peskov sorprende: “Trump è sincero”. Segnale di una nuova fase nei rapporti tra Washington e Mosca?

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Le ultime dichiarazioni del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, rappresentano uno degli sviluppi diplomatici più interessanti delle ultime settimane nel conflitto ucraino. In un’intervista rilanciata dall’agenzia russa TASS, Peskov ha espresso un giudizio sorprendentemente positivo nei confronti del presidente americano Donald Trump e della sua amministrazione, affermando che Mosca considera sinceri gli sforzi statunitensi per arrivare a una soluzione negoziata della guerra.

Un messaggio politico preciso

Secondo Peskov:

«Gli americani sono sinceri, il presidente Trump è sincero e i suoi negoziatori sono sinceri nel loro desiderio di formulare opzioni accettabili per tutti.»

Una dichiarazione che si discosta nettamente dalla retorica utilizzata negli ultimi anni nei confronti delle amministrazioni statunitensi e che evidenzia come il Cremlino distingua tra il mantenimento del sostegno militare americano all’Ucraina e la disponibilità di Washington ad esplorare un percorso diplomatico.

Il “dualismo” della politica americana

Peskov ha descritto l’attuale posizione americana come caratterizzata da un evidente dualismo.

Da una parte gli Stati Uniti continuano a fornire armamenti all’Ucraina; dall’altra manifestano la volontà di favorire un negoziato che possa mettere fine al conflitto.

Secondo il portavoce del Cremlino, Mosca intende sfruttare questo doppio binario nella misura in cui esso coincida con gli interessi strategici della Federazione Russa.

«Dobbiamo sfruttare questo dualismo nella posizione dell’amministrazione Trump nella misura in cui ciò sia in linea con i nostri interessi.»

Questa formulazione lascia intendere che il Cremlino ritenga ancora possibile un dialogo diretto con Washington, pur mantenendo aperta l’opzione militare.

La divergenza con Lavrov

Un elemento che diversi osservatori hanno evidenziato riguarda la differenza di tono tra le dichiarazioni di Peskov e quelle del ministro degli Esteri Sergej Lavrov.

Nel materiale fornito da Umberto Pascali viene sottolineato come numerosi media abbiano enfatizzato le posizioni di Lavrov, considerate più rigide, mentre il Cremlino abbia scelto di far parlare direttamente Peskov, portavoce ufficiale del presidente Vladimir Putin. Secondo questa lettura, ciò rappresenterebbe un’indicazione del fatto che la linea politica finale continui a essere dettata direttamente dall’entourage presidenziale.

L’Ucraina accusata di bloccare il negoziato

Peskov sostiene inoltre che la Russia avrebbe accettato una proposta americana di soluzione del conflitto, mentre sarebbe stata Kiev a respingerla.

Sempre secondo il portavoce del Cremlino, gli Stati Uniti non sarebbero riusciti a convincere il governo ucraino a modificare la propria posizione a causa dell’influenza esercitata dai governi europei.

Queste affermazioni riflettono la posizione ufficiale russa e non risultano confermate da fonti indipendenti.

Drapaty e la retorica sul Donbass

Durante l’intervista Peskov ha dedicato ampio spazio anche alle dichiarazioni del nuovo comandante in capo delle forze armate ucraine, Mikhail Drapaty.

Il portavoce del Cremlino ha definito “sconcertanti” le sue parole sui russi e sugli abitanti del Donbass, arrivando ad accusarlo di avere una “natura nazista”. Si tratta di accuse coerenti con la narrativa ufficiale adottata da Mosca sin dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, ma fortemente contestate da Kiev e dai governi occidentali.

Nessun passo indietro sull’operazione militare

Pur aprendo alla possibilità di una soluzione negoziata, Peskov ha ribadito che la Russia continuerà la propria operazione militare finché non saranno raggiunti gli obiettivi fissati dal Cremlino.

«Continuiamo a raggiungere i nostri obiettivi con mezzi militari. Non è la soluzione preferibile, ma andremo avanti fino alla vittoria.»

Questa dichiarazione conferma che Mosca considera il negoziato come un’opzione percorribile soltanto se compatibile con i propri obiettivi strategici.

Un segnale da osservare

Le parole di Peskov rappresentano un elemento significativo nel quadro diplomatico attuale. Per la prima volta da tempo, il Cremlino attribuisce apertamente buona fede al presidente degli Stati Uniti Donald Trump e ai suoi negoziatori.

Ciò non implica automaticamente un imminente accordo di pace, ma evidenzia come Mosca intenda mantenere aperto un canale politico con Washington, pur continuando le operazioni militari sul terreno.

Resta da verificare se queste aperture troveranno un riscontro concreto nei prossimi sviluppi diplomatici o se rimarranno parte della strategia comunicativa russa.


Fonti

  • TASS – IN BRIEF: Kremlin spokesman on Drapaty’s statements, dualism in Washington’s stance
    https://tass.com/politics/2164833
  • Materiale e traduzione forniti da Umberto Pascali. https://umbertopascali.substack.com/

Lavrov contro Peskov? Le analisi di The Duran alimentano il dibattito sulle dinamiche interne del Cremlino

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Negli ultimi giorni si è intensificato il dibattito sulle possibili differenze di approccio all’interno della leadership russa riguardo ai rapporti con gli Stati Uniti e ai negoziati sulla guerra in Ucraina.

A riaccendere la discussione sono stati alcuni interventi di Alexander Mercouris e Alex Christoforou, analisti del canale The Duran, che hanno proposto una lettura secondo cui all’interno del Cremlino esisterebbero due diverse impostazioni diplomatiche: una rappresentata dal ministro degli Esteri Sergej Lavrov, l’altra dal portavoce presidenziale Dmitrij Peskov.

Il caso Bloomberg e la risposta di Peskov

La polemica nasce anche dopo un articolo pubblicato da Bloomberg il 22 luglio 2026, secondo cui Mosca avrebbe irrigidito ulteriormente le proprie richieste territoriali sull’Ucraina e non sarebbe più disposta a restituire alcun territorio occupato.

Nel briefing quotidiano, Peskov ha liquidato il report definendolo una semplice speculazione.

Secondo la trascrizione riportata nel materiale analizzato, il portavoce del Cremlino ha dichiarato:

«Non bisogna prendere sul serio tali pubblicazioni… appartengono in larga misura alla categoria delle speculazioni.»

Ha inoltre ribadito che le condizioni indicate da Vladimir Putin per la cessazione delle ostilità restano valide e non sono cambiate.

Questa posizione ha alimentato ulteriormente il confronto tra chi considera attendibili le indiscrezioni di Bloomberg e chi invece ritiene che l’unica linea ufficiale sia quella espressa dal Cremlino.


Mercouris: “Mi fido più di Lavrov”

Nel video pubblicato il 23 luglio 2026, intitolato “Manila Meeting: Lavrov, Rubio And Iran Strikes CIA Facilities”, Alexander Mercouris espone una valutazione molto netta.

Secondo l’analista britannico:

«Mi sento più tranquillo se tutta questa vicenda è nelle mani di Lavrov.»

Mercouris sostiene inoltre che Peskov stia favorendo il percorso negoziale rappresentato dagli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, una linea che, a suo giudizio, Lavrov “assolutamente odia”.

Sempre nello stesso intervento aggiunge un’altra considerazione ancora più significativa.

Secondo Mercouris:

  • molti membri dell’élite russa ritengono che Peskov abbia progressivamente oltrepassato il proprio ruolo di semplice portavoce;
  • avrebbe assunto un’influenza diplomatica non prevista dal suo incarico;
  • Lavrov non cita mai pubblicamente Peskov, elemento che Mercouris interpreta come possibile segnale di distanza politica.

Va sottolineato che queste sono valutazioni personali dell’analista, non dichiarazioni attribuite direttamente a Lavrov.


Christoforou parla di “split”

Anche Alex Christoforou, altro volto noto di The Duran, aveva affrontato il tema già il 27 giugno 2026.

Nel video intitolato:

“Lavrov hardline vs Peskov’s soft diplomacy”

descrive apertamente quella che definisce una sorta di “split” interno.

Secondo Christoforou:

  • Lavrov rappresenterebbe una linea diplomatica più rigida (“hardline”);
  • Peskov incarnerebbe invece una strategia di “soft diplomacy”, più incline a mantenere aperti canali negoziali con Washington.

Anche in questo caso si tratta dell’interpretazione proposta dall’analista, non di una conferma proveniente dalle istituzioni russe.


Esistono prove di una spaccatura nel Cremlino?

Qui è opportuno distinguere tra fatti verificabili e interpretazioni.

Dal materiale disponibile emerge che:

  • non esistono prove pubbliche di una frattura istituzionale tra Lavrov e Peskov;
  • entrambi continuano a rappresentare ufficialmente la posizione del Cremlino;
  • le ricostruzioni di Mercouris e Christoforou descrivono soprattutto differenze di stile, priorità diplomatiche e modalità comunicative.

Lo stesso dossier evidenzia infatti che non risultano elementi pubblici che dimostrino l’esistenza di vere e proprie fazioni contrapposte all’interno della leadership russa.


Il ruolo di Witkoff e Kushner

Uno degli aspetti più interessanti riguarda il diverso giudizio attribuito ai due emissari americani.

Secondo Mercouris:

  • Lavrov preferirebbe il tradizionale canale diplomatico istituzionale;
  • Peskov guarderebbe con maggiore favore ai colloqui informali condotti da Steve Witkoff e Jared Kushner.

Parallelamente, il Cremlino continua ad attendere una nuova missione dei due inviati americani a Mosca per proseguire il dialogo diretto con l’amministrazione Trump, segno che questo canale rimane comunque aperto.


Perché questa discussione interessa gli osservatori occidentali?

Secondo il materiale esaminato, numerosi osservatori occidentali tendono a leggere ogni differenza di tono proveniente da Mosca come il possibile segnale di una divisione interna.

Tuttavia:

  • Bloomberg attribuisce le proprie informazioni a fonti anonime vicine al Cremlino;
  • Peskov continua a ribadire la linea ufficiale di Putin;
  • Mercouris e Christoforou propongono una chiave interpretativa basata sulla loro esperienza di osservatori della politica russa, ma non presentano prove documentali di una rottura istituzionale.

Conclusioni

Le analisi di The Duran offrono una lettura interessante delle dinamiche interne al Cremlino, distinguendo tra una diplomazia più tradizionale incarnata da Sergej Lavrov e una comunicazione più flessibile attribuita a Dmitrij Peskov.

Tuttavia, allo stato attuale delle informazioni pubblicamente disponibili, non emergono elementi sufficienti per affermare l’esistenza di una vera lotta di potere o di una spaccatura politica ai vertici dello Stato russo. Le dichiarazioni di Mercouris e Christoforou rappresentano interpretazioni analitiche che contribuiscono al dibattito, ma non costituiscono una conferma ufficiale di divisioni all’interno del Cremlino.

Fonti

  • The Duran – Manila Meeting: Lavrov, Rubio And Iran Strikes CIA Facilities (23 luglio 2026)
  • The Duran – Lavrov Defies Rubio; West Ships Avoid Odessa… (23 luglio 2026)
  • The Duran / Alex Christoforou – Lavrov hardline vs Peskov’s soft diplomacy (27 giugno 2026)
  • Bloomberg – Report del 22 luglio 2026 sulle richieste territoriali russe.
  • Briefing ufficiale del Cremlino del 22 luglio 2026 con Dmitrij Peskov.

Il conflitto israelo-palestinese ha una dimensione islamica strutturale: perché ridurlo a una disputa territoriale è insufficiente

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Il conflitto israelo-palestinese viene spesso descritto come una controversia territoriale tra due popoli che rivendicano la stessa terra. Confini, insediamenti, sicurezza, rifugiati e sovranità rappresentano certamente elementi fondamentali della crisi. Tuttavia, questa interpretazione, pur contenendo una parte di verità, non riesce a spiegare né la straordinaria durata del conflitto né la capacità della causa palestinese di mobilitare milioni di persone in tutto il mondo islamico, comprese popolazioni che non hanno alcun legame geografico diretto con Israele o con i Territori Palestinesi.

Per comprendere pienamente la natura dello scontro è necessario prendere in considerazione una componente che nel dibattito pubblico occidentale viene spesso sottovalutata o trattata con estrema cautela: la dimensione religiosa e, nello specifico, quella islamica.

Questo non significa sostenere che il conflitto sia esclusivamente religioso. Significa riconoscere che la religione rappresenta uno degli elementi strutturali della visione di alcuni dei principali attori coinvolti e che ignorarla porta inevitabilmente a un’analisi incompleta.


Hamas: un movimento islamista prima ancora che nazionalista

Uno degli errori più frequenti consiste nel descrivere Hamas come un semplice movimento nazionalista palestinese.

Il nome stesso dell’organizzazione chiarisce la sua natura:

Harakat al-Muqawama al-Islamiyya, cioè Movimento di Resistenza Islamica.

Fin dalla sua fondazione, Hamas si è definita come un’organizzazione islamista affiliata ideologicamente ai Fratelli Musulmani, con una concezione della politica fortemente intrecciata con la religione.

Lo Statuto del 1988 presenta la lotta contro Israele non come una normale disputa territoriale, ma come parte di un dovere religioso.

Il motto ufficiale afferma:

«Allah è il suo obiettivo, il Profeta il suo modello, il Corano la sua Costituzione, il jihad la sua via e la morte per la causa di Allah la più alta delle sue aspirazioni.»

Questa formulazione colloca immediatamente il conflitto all’interno di una prospettiva teologica e non semplicemente politica.


La Palestina come waqf islamico

Uno dei passaggi più significativi dello Statuto riguarda l’articolo 11.

Qui la Palestina viene definita waqf islamico, ovvero una proprietà religiosa consacrata all’intera comunità musulmana fino al Giorno del Giudizio.

Nel diritto islamico il waqf è un bene destinato permanentemente a fini religiosi e, proprio per questo, non può essere alienato o ceduto.

La conseguenza politica di questa impostazione è rilevante.

Se una terra appartiene in modo permanente all’Islam, nessuna autorità umana può rinunciarvi attraverso trattative diplomatiche o accordi di pace.

La questione non riguarda quindi esclusivamente chi amministri quel territorio, ma la sua stessa appartenenza religiosa.


Il jihad come strumento di liberazione

L’articolo 13 dello Statuto del 1988 afferma esplicitamente che:

«Non esiste soluzione alla questione palestinese se non attraverso il jihad.»

Lo stesso documento respinge conferenze internazionali e iniziative diplomatiche considerate incompatibili con la liberazione della Palestina.

Anche l’articolo 7 richiama un celebre hadith presente nella raccolta di Sahih Muslim riguardante il combattimento escatologico contro gli ebrei prima del Giorno del Giudizio.

Questi riferimenti non provengono da interpretazioni esterne o da analisi dei servizi di intelligence, ma costituiscono parte integrante del documento fondativo elaborato dallo stesso movimento.


Il documento politico del 2017: cosa cambia realmente?

Nel 2017 Hamas ha pubblicato un nuovo documento politico spesso presentato come una svolta moderata.

In realtà il testo introduce alcuni cambiamenti di linguaggio, ma non modifica gli elementi fondamentali della strategia.

Tra i punti principali:

  • accetta l’ipotesi di uno Stato palestinese entro i confini del 1967;
  • distingue formalmente tra ebrei come religione e sionismo come progetto politico;
  • evita molti riferimenti antisemiti presenti nello Statuto del 1988.

Tuttavia:

  • non riconosce lo Stato di Israele;
  • non rinuncia alla “liberazione” dell’intera Palestina storica;
  • mantiene la resistenza armata come diritto e scelta strategica;
  • continua a rifiutare qualsiasi riconoscimento definitivo della sovranità israeliana.

Molti studiosi interpretano il documento del 2017 come un aggiornamento tattico destinato a migliorare l’immagine internazionale del movimento piuttosto che come una trasformazione ideologica sostanziale.


Perché la causa palestinese mobilita tutto il mondo islamico?

Una delle domande più importanti riguarda il consenso che la causa palestinese continua a ricevere in gran parte del mondo musulmano.

Se il conflitto fosse esclusivamente territoriale, sarebbe difficile spiegare perché esso susciti un coinvolgimento emotivo tanto intenso in paesi come:

  • Indonesia;
  • Pakistan;
  • Malesia;
  • Marocco;
  • Algeria;
  • Tunisia;
  • Qatar;
  • Yemen.

La spiegazione non risiede soltanto nella solidarietà politica.

Entrano in gioco concetti religiosi profondamente radicati nella cultura islamica:

  • l’Ummah, ovvero la comunità universale dei credenti;
  • il valore simbolico di Gerusalemme;
  • la presenza della moschea di Al-Aqsa, terzo luogo santo dell’Islam;
  • l’idea che una terra già appartenuta all’Islam debba rimanere tale.

Questi elementi trasformano una disputa locale in una questione percepita come riguardante l’intera comunità musulmana mondiale.


I dati dell’Arab Center

Un’importante conferma arriva dal sondaggio pubblicato nel gennaio 2024 dall’Arab Center for Research and Policy Studies, realizzato su oltre 8.000 intervistati in 16 Paesi arabi.

I risultati mostrano che:

  • il 92% degli intervistati esprime solidarietà verso i palestinesi di Gaza;
  • il 69% dichiara sostegno anche ad Hamas;
  • il 23% sostiene i palestinesi ma non Hamas;
  • il 67% considera il 7 ottobre una “legittima operazione di resistenza”.

Questi dati non autorizzano a concludere che “tutti i musulmani sostengano Hamas”. Sarebbe una generalizzazione scorretta.

Mostrano però che il consenso verso la causa palestinese supera ampiamente il semplice nazionalismo e si intreccia con una dimensione identitaria e religiosa condivisa da ampi settori dell’opinione pubblica araba.


Gli Accordi di Abramo non cancellano la componente religiosa

Gli Accordi di Abramo del 2020 hanno dimostrato che alcuni governi arabi sono disposti a privilegiare interessi strategici, cooperazione economica e sicurezza rispetto alla tradizionale ostilità verso Israele.

Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco hanno normalizzato le relazioni con Israele, mentre altri Paesi hanno intensificato forme di cooperazione informale.

Tuttavia, le scelte dei governi non coincidono necessariamente con gli orientamenti delle rispettive società.

Dopo il 7 ottobre 2023, numerose manifestazioni popolari in diversi Paesi arabi hanno evidenziato un forte sostegno alla causa palestinese e un diffuso rifiuto della normalizzazione.

Questo suggerisce che la componente religiosa e simbolica continui ad avere un peso significativo nell’opinione pubblica, indipendentemente dagli interessi geopolitici perseguiti dagli Stati.


Una pace duratura richiede di riconoscere tutte le dimensioni del conflitto

Ogni processo di pace deve inevitabilmente affrontare questioni territoriali:

  • sicurezza;
  • confini;
  • insediamenti;
  • rifugiati;
  • status di Gerusalemme.

Tuttavia, se una delle principali forze coinvolte considera la presenza di uno Stato ebraico come un’usurpazione religiosa di una terra ritenuta islamica e inalienabile, qualsiasi accordo puramente territoriale rischia di rimanere fragile.

Questo non significa che la religione sia l’unica causa del conflitto.

Le responsabilità politiche, le guerre, le occupazioni, il terrorismo, le dinamiche regionali e le decisioni dei diversi governi hanno contribuito in modo determinante all’evoluzione dello scontro.

Ma ignorare la dimensione religiosa significa trascurare uno degli elementi che gli stessi protagonisti del conflitto dichiarano apertamente nei propri documenti fondativi, nella propria retorica e nella propria azione politica.


Conclusioni

Il conflitto israelo-palestinese non può essere ridotto né a una semplice controversia immobiliare né a unicamente una questione religiosa.

È un conflitto multidimensionale in cui si intrecciano storia, nazionalismo, identità, geopolitica, sicurezza e religione.

Tuttavia, la dimensione islamica rappresenta un elemento strutturale per comprendere la visione di Hamas e il motivo per cui la causa palestinese continua a mobilitare una parte significativa del mondo musulmano.

Analizzare questo aspetto non equivale a identificare l’intero Islam con Hamas, né a negare la pluralità delle posizioni presenti nel mondo musulmano. Significa semplicemente prendere sul serio ciò che Hamas afferma nei propri testi ufficiali e riconoscere che le convinzioni religiose possono influenzare profondamente gli obiettivi politici e la percezione del conflitto.

Solo un’analisi che tenga insieme tutte queste dimensioni può contribuire a comprendere la complessità di una delle crisi più longeve e controverse della storia contemporanea.


Fonti

Hamas contro l’Europa? Le indagini sulle cellule operative che preoccupano i servizi di sicurezza europei

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Un’infrastruttura clandestina costruita nel cuore dell’Europa

Per anni l’Europa ha considerato Hamas principalmente come un’organizzazione concentrata sul conflitto israelo-palestinese. Le più recenti indagini delle autorità tedesche e di diversi servizi di intelligence europei raccontano invece uno scenario molto più complesso: una rete logistica distribuita in diversi Paesi europei, composta da depositi di armi, basi operative e militanti incaricati di predisporre capacità offensive sul territorio europeo.

L’inchiesta pubblicata dalla Neue Zürcher Zeitung (NZZ), basata anche su documentazione investigativa tedesca, sostiene che Hamas avrebbe sviluppato per anni una struttura clandestina in Europa destinata a garantire supporto logistico e operativo ad eventuali attentati futuri. Secondo il quotidiano svizzero, il progetto avrebbe coinvolto Germania, Austria, Danimarca, Grecia, Cipro e Regno Unito.


Le accuse della Procura Federale tedesca

Le affermazioni della NZZ trovano un importante riscontro nelle accuse formulate dalla Procura Federale della Germania (Generalbundesanwaltschaft).

Nel procedimento aperto contro quattro presunti membri di Hamas, i magistrati tedeschi sostengono che gli imputati abbiano:

  • individuato vecchi depositi di armi già predisposti anni prima;
  • creato nuovi arsenali in Europa;
  • movimentato armi tra diversi Paesi europei;
  • operato sotto la direzione delle Brigate al-Qassam con base in Libano;
  • preparato infrastrutture utilizzabili per futuri attacchi contro obiettivi israeliani ed ebraici in Europa.

Si tratta del primo processo in Germania contro presunti membri di Hamas per partecipazione diretta all’organizzazione terroristica.


Una rete europea già operativa

Le indagini hanno ricostruito una rete estremamente articolata.

Secondo gli investigatori:

  • un deposito di armi sarebbe stato creato in Bulgaria;
  • un secondo in Danimarca;
  • vi sarebbero stati tentativi di predisporne uno anche in Polonia;
  • parte dell’armamento sarebbe stato movimentato attraverso Germania e Austria.

Le armi comprendevano:

  • pistole;
  • munizioni;
  • caricatori;
  • materiale logistico.

Gli investigatori ritengono che tali depositi dovessero rimanere “dormienti” fino al momento dell’attivazione.


Il caso dell’arsenale scoperto a Vienna

Uno degli sviluppi più significativi è arrivato dall’Austria.

Nel novembre 2025 il servizio di intelligence austriaco (DSN) ha scoperto un deposito clandestino contenente:

  • cinque pistole;
  • dieci caricatori;
  • materiale collegato a una rete internazionale riconducibile, secondo gli investigatori, ad Hamas.

Parallelamente è stato arrestato a Londra un cittadino britannico accusato di aver trasportato quelle armi dalla Germania all’Austria.

Secondo il Ministero dell’Interno austriaco, gli obiettivi previsti sarebbero stati istituzioni israeliane o ebraiche presenti in Europa.


Quali erano i bersagli?

È importante distinguere ciò che è documentato dalle autorità da quanto viene ricostruito in alcune analisi giornalistiche.

Le accuse formalizzate dalla Procura Federale tedesca parlano di possibili attacchi contro:

  • ambasciata israeliana a Berlino;
  • installazioni militari americane come Ramstein;
  • obiettivi israeliani ed ebraici presenti in Europa.

L’articolo della NZZ ipotizza uno scenario ancora più ampio, sostenendo che Hamas stesse sviluppando una capacità di colpire simultaneamente diversi Paesi europei. Questa ricostruzione, tuttavia, deriva dall’interpretazione giornalistica di documenti investigativi e non costituisce, allo stato attuale, un fatto definitivamente accertato in sede giudiziaria.


Un’organizzazione internazionale

Le indagini mostrano come Hamas non operasse esclusivamente da Gaza.

Secondo la Procura tedesca:

  • il coordinamento arrivava dal Libano;
  • i militanti agivano in diversi Paesi europei;
  • le armi venivano spostate attraverso vari Stati membri;
  • la struttura era organizzata secondo criteri tipici delle organizzazioni clandestine internazionali.

Questo elemento conferma una caratteristica ormai nota dell’organizzazione: la presenza di reti esterne dedicate a finanziamento, logistica, raccolta fondi e supporto operativo.


La cooperazione tra intelligence europee

Le operazioni investigative hanno coinvolto contemporaneamente:

  • Germania;
  • Austria;
  • Danimarca;
  • Regno Unito;
  • Grecia;
  • altri Paesi europei.

L’individuazione dei depositi di armi è stata possibile grazie allo scambio di informazioni tra intelligence e magistrature nazionali.


Una minaccia presa sempre più seriamente

Negli ultimi anni diversi governi europei hanno modificato la propria valutazione del rischio rappresentato da Hamas.

Se in passato l’organizzazione veniva considerata prevalentemente una minaccia regionale, oggi le indagini giudiziarie tedesche e le operazioni coordinate tra i servizi di sicurezza indicano l’esistenza di infrastrutture clandestine predisposte anche sul territorio europeo.

Ciò non significa che esistesse necessariamente un piano imminente per colpire indistintamente l’intera Europa, ma dimostra che le autorità hanno raccolto elementi ritenuti sufficienti per contestare la preparazione di depositi di armi e capacità operative destinate a possibili attentati contro obiettivi israeliani ed ebraici presenti nel continente.


Conclusione

Le indagini condotte dalla Procura Federale tedesca, dai servizi di intelligence austriaci e da altre autorità europee descrivono un quadro di crescente preoccupazione: Hamas avrebbe costruito negli anni una rete logistica internazionale composta da depositi di armi, militanti e canali di approvvigionamento distribuiti in vari Paesi europei.

Alcune ricostruzioni giornalistiche, come quella della Neue Zürcher Zeitung, ipotizzano che tale rete fosse destinata a sostenere un’offensiva coordinata su larga scala. Questa interpretazione, tuttavia, va distinta dai fatti già contestati in sede giudiziaria, che riguardano principalmente la predisposizione di arsenali e la preparazione di possibili attacchi contro obiettivi israeliani ed ebraici in Europa.

In ogni caso, le inchieste confermano che la minaccia terroristica di matrice jihadista continua a rappresentare una priorità per le agenzie di sicurezza europee, le quali hanno intensificato la cooperazione internazionale proprio per individuare e neutralizzare queste reti prima che possano essere attivate.

Fonti

  • Neue Zürcher Zeitung – Inchiesta sul network europeo di Hamas.
  • Associated Press – Processo ai quattro presunti membri di Hamas in Germania.
  • Euronews – Processo ai membri di Hamas accusati di creare depositi di armi in Europa.
  • Associated Press – Ritrovamento dell’arsenale a Vienna collegato a Hamas.
  • Euronews – Scoperta del deposito di armi in Austria.
  • Reuters – Processo di Berlino sui depositi di armi di Hamas in Europa.

Il Dipartimento di Stato USA: il chavismo e Cuba hanno trasformato il Venezuela nella principale piattaforma geopolitica ostile agli Stati Uniti

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Per oltre vent’anni il Venezuela è stato raccontato quasi esclusivamente come un Paese devastato dalla crisi economica, dall’iperinflazione, dall’emigrazione di milioni di cittadini e dal progressivo collasso delle istituzioni. Tuttavia, un nuovo rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti propone una lettura molto più ampia del fenomeno chavista, sostenendo che Caracas non sia stata soltanto una dittatura regionale, ma il fulcro di una strategia geopolitica sviluppata insieme al regime cubano per espandere l’influenza di potenze rivali come Iran, Russia e Cina nell’emisfero occidentale.

Secondo il documento, il Venezuela avrebbe rappresentato il principale laboratorio attraverso il quale L’Avana ha esteso il proprio modello politico, di intelligence e di sicurezza ben oltre i confini dell’isola, trasformando Caracas nel centro operativo di una rete di alleanze considerate ostili agli interessi strategici degli Stati Uniti.


Dall’alleanza ideologica alla fusione degli apparati

Il rapporto descrive il rapporto tra Cuba e Venezuela come qualcosa di molto più profondo di una semplice collaborazione diplomatica.

Secondo gli analisti americani, con l’arrivo di Hugo Chávez prima e di Nicolás Maduro poi, il sistema statale venezuelano sarebbe stato progressivamente permeato dall’apparato cubano.

Servizi di intelligence, consulenti militari, organismi di sicurezza e strutture amministrative avrebbero operato per anni in stretta integrazione con L’Avana.

Il rapporto utilizza persino il termine “Cubazuela”, già impiegato in alcuni ambienti analitici latinoamericani, per descrivere questa fusione politico-strategica. Secondo questa interpretazione, il Venezuela avrebbe assunto progressivamente il ruolo di “Stato cliente” della leadership cubana.


Il petrolio venezuelano come carburante della sopravvivenza cubana

Uno degli aspetti storicamente più documentati riguarda il sostegno economico che Caracas ha fornito a Cuba.

Per anni il Venezuela ha inviato centinaia di migliaia di barili di petrolio a condizioni fortemente agevolate attraverso gli accordi energetici dell’ALBA e di Petrocaribe.

In cambio, Cuba ha inviato:

  • consiglieri politici;
  • personale medico;
  • esperti dell’intelligence;
  • istruttori militari;
  • consulenti per la sicurezza interna.

Secondo il Dipartimento di Stato, questa cooperazione sarebbe andata ben oltre gli scambi economici, trasformandosi in un’integrazione strategica finalizzata alla conservazione del potere del regime venezuelano.


Caracas come porta d’ingresso dell’Iran

Uno dei capitoli più significativi del rapporto riguarda la crescente presenza iraniana in America Latina.

Secondo il documento:

  • funzionari della Forza Quds dei Pasdaran avrebbero operato da Caracas sotto copertura diplomatica;
  • la cooperazione tra Iran e Venezuela avrebbe favorito la presenza regionale di reti riconducibili a Hezbollah;
  • il territorio venezuelano sarebbe stato utilizzato per sviluppare relazioni economiche, logistiche e diplomatiche funzionali alla proiezione iraniana nell’emisfero occidentale.

Queste accuse si inseriscono in una lunga serie di preoccupazioni espresse da Washington negli ultimi anni riguardo alla cooperazione tra Teheran e Caracas, soprattutto nei settori energetico, militare e dell’intelligence.


La Russia e il ritorno della competizione strategica

Il rapporto dedica ampio spazio anche al ruolo di Mosca.

Secondo gli analisti statunitensi, la cooperazione russo-venezuelana avrebbe interessato:

  • forniture militari;
  • sistemi radar;
  • cooperazione tecnologica;
  • intelligence;
  • cybersicurezza.

Parallelamente, Cuba continuerebbe a rappresentare uno dei principali avamposti d’intelligence russi a ridosso del territorio statunitense.

Nella lettura del Dipartimento di Stato, l’asse Cuba-Venezuela avrebbe facilitato la presenza strategica russa nell’intero continente americano.


La Cina e la dimensione tecnologica

Il documento attribuisce un ruolo crescente anche alla Repubblica Popolare Cinese.

Secondo il rapporto:

  • Pechino avrebbe incrementato la cooperazione tecnologica con Cuba;
  • aziende cinesi avrebbero fornito sistemi di sorveglianza avanzata;
  • sarebbero state sviluppate infrastrutture utilizzate sia per il controllo interno sia per la raccolta di informazioni elettroniche.

Il Venezuela, secondo questa analisi, avrebbe rappresentato uno dei principali punti di accesso di tali tecnologie nel continente latinoamericano.


Una rete invece di singole alleanze

L’aspetto probabilmente più interessante del rapporto non riguarda un singolo Paese.

Gli autori sostengono infatti che Cuba abbia costruito un sistema di relazioni capace di mettere in comunicazione governi, reti d’influenza, apparati di intelligence e partner strategici diversi.

In questa architettura:

  • Cuba rappresenterebbe il centro organizzativo;
  • il Venezuela il principale hub operativo;
  • Iran, Russia e Cina gli attori esterni maggiormente interessati a sfruttare questa infrastruttura.

Secondo Washington, non si tratterebbe di un’alleanza militare tradizionale, ma di una rete composta da cooperazione tecnologica, intelligence, sostegno politico, diplomazia e sicurezza.


Una lettura da contestualizzare

Il rapporto rappresenta la posizione ufficiale del Dipartimento di Stato statunitense e riflette la valutazione strategica dell’attuale amministrazione americana. Molte delle relazioni descritte – come la cooperazione tra Cuba e Venezuela o i rapporti di Caracas con Russia, Cina e Iran – sono documentate da anni e ampiamente studiate. Altre conclusioni, in particolare sull’estensione dell’influenza o sul coordinamento operativo tra questi attori, restano oggetto di dibattito tra analisti e osservatori internazionali.


Il nuovo fronte della competizione globale

Al di là delle singole accuse, il documento evidenzia un cambiamento di prospettiva nella strategia americana.

Washington non considera più Cuba e Venezuela soltanto come due regimi autoritari dell’America Latina, ma come elementi di un ecosistema geopolitico più ampio, nel quale convergono interessi di potenze rivali e reti di cooperazione politica, tecnologica e di intelligence.

In questa lettura, il Venezuela non rappresenta semplicemente una crisi regionale, bensì un nodo della competizione strategica tra Stati Uniti e blocchi rivali. È questa interpretazione, più ancora delle singole accuse, a spiegare perché il dossier attribuisca a Caracas un’importanza geopolitica ben superiore al suo peso economico attuale e perché l’amministrazione americana continui a considerare l’asse Cuba–Venezuela una questione di sicurezza nazionale.

La guerra invisibile

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Ordine e caos: una lettura filosofica del conflitto tra il bene e il male nella civiltà contemporanea

Ci sono guerre che si combattono con gli eserciti.

Altre con il denaro.

Altre ancora con la propaganda.

Ma esiste una guerra ancora più profonda, una guerra che attraversa tutta la storia dell’umanità e che precede ogni conflitto politico: la lotta tra il principio dell’ordine e quello del caos.

Questa non è soltanto una categoria religiosa. È una delle più antiche intuizioni della filosofia.

Dall’antico Egitto alla Grecia classica, dalla tradizione ebraico-cristiana fino alla filosofia occidentale moderna, la civiltà è stata spesso descritta come il tentativo dell’uomo di costruire ordine contro le forze della dissoluzione.

L’ordine rappresenta la possibilità della giustizia, della legge, della famiglia, della memoria, della cultura e della libertà.

Il caos rappresenta la distruzione delle forme, la negazione della verità, la dissoluzione dei legami e il dominio della forza.

Ogni civiltà nasce quando riesce a trasformare il caos in ordine.

Ogni civiltà muore quando il caos torna a prevalere.


L’ordine come fondamento della libertà

Nella cultura contemporanea si tende spesso a contrapporre ordine e libertà.

È un errore.

Non esiste libertà senza ordine.

La libertà non consiste nell’assenza di regole, ma nell’esistenza di un ordine giusto che protegga la dignità della persona.

Una società nella quale chiunque può imporre la propria volontà con la violenza non è una società libera.

È una società dominata dal più forte.

La legge non limita la libertà.

La rende possibile.

Lo Stato di diritto nasce proprio da questa intuizione: sostituire la forza arbitraria con regole valide per tutti.

Per questo motivo il primo bersaglio di ogni ideologia totalitaria è sempre l’ordine giuridico.


Il caos come metodo di potere

Il caos non produce soltanto distruzione.

Produce anche potere.

Una popolazione spaventata è più facilmente manipolabile.

Una società polarizzata è incapace di trovare un interesse comune.

Una comunità che non distingue più il vero dal falso diventa vulnerabile a ogni forma di propaganda.

Per questo motivo il caos può trasformarsi in uno strumento politico.

Non perché ogni crisi sia pianificata, ma perché molte crisi vengono sfruttate da attori che vedono nell’instabilità un’opportunità.

Quando le istituzioni perdono credibilità, quando la fiducia reciproca si dissolve e quando il conflitto diventa permanente, lo spazio della politica lascia il posto alla logica della forza.

Il caos non costruisce.

Consuma.


La guerra contro la verità

Ogni ordine autentico nasce dalla possibilità di distinguere il vero dal falso.

Se questa distinzione viene distrutta, ogni altra struttura comincia a vacillare.

Non è necessario convincere tutti di una menzogna.

È sufficiente convincere le persone che la verità non esista.

Quando ogni fatto diventa opinione e ogni prova viene equiparata a una semplice narrazione, la ragione perde il proprio ruolo.

Rimane soltanto il potere.

La propaganda moderna non cerca sempre di imporre una sola versione della realtà.

Più spesso produce confusione.

Più aumenta il rumore, più diventa difficile orientarsi.

Il caos informativo precede spesso il caos politico.


La dissoluzione delle comunità

L’essere umano non vive come individuo isolato.

Vive dentro relazioni.

Famiglia.

Comunità.

Tradizione.

Responsabilità.

Ogni società stabile è costruita su legami di fiducia.

Quando questi legami vengono sistematicamente corrotti, la società perde la propria capacità di resistere alle crisi.

L’individuo isolato è più fragile.

Più facilmente manipolabile.

Più facilmente radicalizzabile.

Il caos prospera dove scompare la comunità.


Il terrorismo come negazione dell’ordine morale

Il terrorismo rappresenta una delle manifestazioni più radicali del rifiuto dell’ordine morale.

Non colpisce soltanto persone.

Colpisce il principio stesso secondo cui il civile dovrebbe essere protetto.

L’attentato trasforma l’innocente in bersaglio.

La paura diventa messaggio.

La morte diventa linguaggio.

In questa prospettiva il terrorismo non è soltanto una tecnica militare.

È una filosofia della distruzione.

Vuole dimostrare che nessun luogo è sicuro, nessuna legge è sufficiente e nessuna istituzione è capace di proteggere.

È il trionfo simbolico del caos.


Il bene e il male come categorie filosofiche

Nel linguaggio contemporaneo parlare di bene e male può sembrare ingenuo.

Eppure tutta la storia della filosofia dimostra il contrario.

Il bene non coincide con l’assenza di conflitto.

Coincide con ciò che rende possibile la vita comune.

Il male non coincide semplicemente con l’errore.

Coincide con ciò che distrugge deliberatamente la dignità umana.

Quando un’ideologia giustifica il massacro degli innocenti.

Quando il potere diventa più importante della persona.

Quando la menzogna sostituisce sistematicamente la verità.

Quando la violenza viene trasformata in virtù.

Siamo di fronte non soltanto a un problema politico, ma a una questione morale.


La responsabilità della libertà

La più grande forza delle società aperte è la libertà.

La loro più grande vulnerabilità è pensare che la libertà possa sopravvivere senza responsabilità.

Ogni cittadino partecipa alla costruzione dell’ordine quando ricerca la verità, rifiuta la violenza, rispetta la dignità dell’altro e difende lo Stato di diritto.

L’ordine non nasce spontaneamente.

È il risultato di milioni di scelte quotidiane.

Anche il caos.

Ogni menzogna condivisa senza verificarla.

Ogni giustificazione della violenza.

Ogni indifferenza verso l’ingiustizia.

Ogni rinuncia alla responsabilità.

Contribuisce, in misura diversa, a erodere le fondamenta della convivenza.


la scelta della civiltà

La storia può essere letta come una successione di guerre, imperi e rivoluzioni.

Ma può essere letta anche come il continuo confronto tra due modi opposti di intendere l’uomo.

Da una parte la convinzione che la persona possieda una dignità intrinseca, che la legge debba limitare il potere e che la verità sia ricercabile.

Dall’altra l’idea che il fine giustifichi qualsiasi mezzo, che la forza prevalga sul diritto e che la paura sia uno strumento legittimo di dominio.

Questa tensione attraversa ogni epoca.

Non appartiene a una sola religione, a una sola ideologia o a una sola nazione.

Si manifesta ogni volta che il potere pretende di sostituirsi alla coscienza e ogni volta che il caos viene elevato a metodo di governo.

La vera vittoria del bene non consiste nell’eliminazione definitiva del male, ma nella capacità delle società di continuare a costruire giustizia, verità e libertà anche quando vengono messe alla prova.

La civiltà non è un’eredità garantita.

È una scelta che ogni generazione è chiamata a rinnovare.

La guerra invisibile tra il bene e il male: da Platone a Jordan Peterson

“Ogni civiltà nasce quando l’uomo riesce a dominare il caos. Ogni civiltà muore quando il caos torna a governare l’uomo.”


Introduzione

La storia viene normalmente raccontata come una successione di guerre, rivoluzioni, crisi economiche e cambiamenti politici.

Esiste però una lettura molto più profonda.

Una lettura filosofica.

Dietro ogni impero che nasce e ogni civiltà che crolla sembra ripresentarsi sempre la stessa domanda:

esiste un ordine oggettivo oppure tutto è destinato a dissolversi nel caos?

Questa domanda attraversa oltre duemila anni di filosofia.

Platone la affronta parlando della giustizia.

Aristotele della natura dell’uomo.

Sant’Agostino della lotta tra la Città di Dio e la città terrena.

San Tommaso dell’ordine inscritto nella creazione.

Thomas Hobbes del caos dello stato di natura.

Carl Schmitt del rapporto tra ordine politico e decisione sovrana.

René Girard del meccanismo della violenza.

Jordan Peterson del conflitto simbolico tra ordine e caos.

Pur appartenendo a epoche e contesti molto diversi, tutti riconoscono un’intuizione comune: la civiltà non è lo stato naturale dell’uomo. È una conquista fragile.


Platone: la giustizia come ordine dell’anima

Per Platone il caos nasce quando l’uomo perde il governo di sé stesso.

Nella Repubblica la città giusta è il riflesso dell’anima ordinata. Quando la ragione governa le passioni e gli impulsi, nasce l’armonia. Quando invece desideri e interessi particolari prendono il sopravvento, la polis degenera.

Il male, in questa prospettiva, non è una sostanza autonoma ma un disordine: la perdita della misura, della verità e del bene comune.

Una società incapace di distinguere il vero dal falso diventa facilmente manipolabile. Per Platone, la crisi politica nasce anzitutto da una crisi della conoscenza.


Aristotele: la politica come ricerca del bene comune

Aristotele parte da un presupposto diverso: l’uomo è un animale politico. La comunità non è un limite imposto dall’esterno, ma la condizione attraverso cui l’essere umano può realizzare le proprie capacità.

Lo scopo della politica non è semplicemente mantenere l’ordine pubblico, bensì favorire la vita buona.

Quando il potere viene esercitato nell’interesse di pochi anziché della comunità, il regime si corrompe.

L’ordine, quindi, non coincide con il controllo assoluto, ma con istituzioni orientate al bene comune.


Sant’Agostino: le due città

Per Sant’Agostino la storia è attraversata da una tensione permanente tra due amori.

Da un lato la Città di Dio, fondata sull’amore ordinato verso Dio e il prossimo.

Dall’altro la città terrena, dominata dall’amore disordinato di sé, dal desiderio di dominio e dalla superbia.

Queste due “città” non coincidono con Stati o popoli specifici. Sono orientamenti morali che convivono in ogni epoca e in ogni persona.

Il male, per Agostino, non possiede un’esistenza autonoma: è una privazione del bene, una deformazione dell’ordine originario.


San Tommaso d’Aquino: l’ordine della legge naturale

San Tommaso sviluppa questa intuizione sostenendo che la realtà possiede un ordine intelligibile.

La legge naturale non è un insieme arbitrario di norme, ma la partecipazione della ragione umana a un ordine più ampio.

Quando il diritto positivo contraddice radicalmente la giustizia, perde la propria legittimità morale.

Per Tommaso, la forza dello Stato deriva dalla sua conformità alla giustizia, non semplicemente dalla capacità di imporsi.


Thomas Hobbes: il caos dello stato di natura

Hobbes propone una prospettiva differente.

Immagina una condizione originaria nella quale non esistono autorità comuni.

Il risultato è la celebre guerra di tutti contro tutti.

La paura reciproca impedisce qualsiasi forma stabile di cooperazione.

Per uscire da questa condizione gli uomini stipulano un patto, delegando il monopolio della forza allo Stato.

Anche se Hobbes giunge a conclusioni diverse da Agostino o Tommaso, condivide un punto fondamentale: senza un ordine riconosciuto, la libertà stessa diventa impossibile.


Carl Schmitt: il problema dell’ordine politico

Carl Schmitt concentra l’attenzione sulla crisi dell’autorità.

Secondo lui, nessun ordinamento può sopravvivere se non esiste un soggetto capace di decidere nelle situazioni eccezionali.

Pur essendo una figura controversa e profondamente discussa per il suo coinvolgimento con il regime nazista, Schmitt pone una domanda che continua a interrogare i teorici della politica: come può uno Stato difendere il proprio ordine quando viene attaccato da forze che non ne riconoscono le regole?

Le sue risposte sono oggetto di forti critiche, ma il problema che individua rimane centrale nelle riflessioni contemporanee sulla sicurezza e sullo Stato di diritto.


René Girard: la violenza che si autoalimenta

Girard osserva che molte società tendono a scaricare le proprie tensioni interne su un capro espiatorio.

La violenza genera altra violenza in un ciclo apparentemente infinito.

Quando una comunità perde la capacità di limitare questo meccanismo, il conflitto diventa permanente.

Il terrorismo, la vendetta e la radicalizzazione possono essere letti anche attraverso questa lente: ogni atto violento viene utilizzato per giustificare il successivo.

Il caos si alimenta da sé.


Jordan Peterson: ordine e caos come archetipi

Jordan Peterson riprende simbolicamente temi presenti in molte tradizioni religiose e mitologiche.

Per lui l’ordine rappresenta il territorio della stabilità, della responsabilità e delle strutture conosciute.

Il caos rappresenta l’ignoto, il cambiamento e il potenziale creativo, ma anche il rischio della dissoluzione.

Nella sua interpretazione, una società sana deve mantenere un equilibrio dinamico tra questi due poli.

Troppo ordine può degenerare in rigidità e autoritarismo.

Troppo caos può dissolvere le condizioni stesse della convivenza civile.

È importante sottolineare che Peterson utilizza queste categorie principalmente come archetipi psicologici e simbolici, non come una teoria geopolitica.


Una sintesi filosofica

Pur partendo da prospettive diverse, questi autori convergono su alcune intuizioni:

  • la civiltà richiede un ordine condiviso;
  • la legge trae forza dalla giustizia e dalla legittimità;
  • la violenza tende ad autoalimentarsi quando manca un quadro normativo riconosciuto;
  • la ricerca della verità è condizione essenziale per una società libera;
  • le istituzioni sono fragili e necessitano della responsabilità dei cittadini.

Le loro conclusioni, tuttavia, sono differenti. Hobbes privilegia un forte potere statale per evitare il caos; Agostino e Tommaso insistono sul fondamento morale dell’ordine; Platone e Aristotele mettono al centro la virtù e il bene comune; Girard analizza i meccanismi della violenza; Peterson propone una lettura simbolica della tensione tra ordine e caos.


Conclusione

La contrapposizione tra ordine e caos attraversa la storia del pensiero occidentale molto prima delle attuali crisi geopolitiche.

Essa non offre una spiegazione unica degli eventi, ma una chiave di lettura per comprendere perché le società investano tanto nella costruzione di istituzioni, leggi, cultura e responsabilità civica.

Ogni generazione è chiamata a confrontarsi con questa tensione.

La domanda decisiva non è soltanto come vincere una guerra o superare una crisi, ma quale idea di uomo e di convivenza si desideri preservare.

Per molti filosofi, il bene non coincide semplicemente con la vittoria su un avversario.

Coincide con la capacità di costruire un ordine giusto, nel quale la dignità della persona, la ricerca della verità e il rispetto della legge prevalgano sulla logica della violenza e della sopraffazione.

LA STRATEGIA DEL CAOS

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Terrorismo transnazionale, jihad permanente, reti criminali, guerra ibrida e il ruolo dell’Iran nella destabilizzazione internazionale

Introduzione: il terrorismo non è più soltanto una bomba

Per troppo tempo l’Occidente ha immaginato il terrorismo come un fenomeno lineare: un’organizzazione clandestina, una cellula, un attentatore e un bersaglio. Era una rappresentazione rassicurante perché permetteva di confinare la minaccia in un perimetro visibile. Bastava individuare il gruppo, arrestarne i membri, interrompere un finanziamento e sventare l’attacco.

Quel modello non basta più.

Il terrorismo contemporaneo è inserito in un sistema transnazionale nel quale si sovrappongono ideologia, criminalità organizzata, propaganda digitale, apparati statali, reti finanziarie opache, traffici internazionali, guerre per procura e campagne di destabilizzazione psicologica.

Il terrorista non vive necessariamente in una grotta. Può muoversi tra piattaforme criptate, associazioni di copertura, società commerciali, intermediari finanziari, ambienti carcerari, rotte migratorie illegali e reti criminali già operative.

La minaccia non è costituita soltanto dall’attentato finale. Prima dell’attacco esiste un’intera infrastruttura: chi radicalizza, chi recluta, chi procura documenti, chi trasferisce denaro, chi acquista armi, chi fornisce rifugi, chi produce propaganda e chi giustifica politicamente la violenza.

Il terrorismo moderno non mira esclusivamente a uccidere.

Vuole cambiare il comportamento delle società.

Vuole imporre paura, polarizzazione, sospetto e paralisi politica. Vuole costringere gli Stati democratici a reagire in maniera sproporzionata, dividere le popolazioni e distruggere la fiducia nelle istituzioni. Il vero campo di battaglia non è soltanto il territorio: è la mente collettiva.

Europol continua a descrivere la minaccia terroristica in Europa come grave e indica il jihadismo come una delle principali preoccupazioni per gli Stati membri. L’Agenzia sottolinea inoltre come gli ecosistemi digitali stiano trasformando il modo in cui le identità estremiste nascono online e possono successivamente tradursi in violenza reale.


La strategia del caos

Il caos non è sempre l’effetto imprevisto di una crisi. Può diventare un metodo.

Una società stabile è difficile da penetrare. Una società frammentata, impaurita e incapace di riconoscere un interesse comune è invece più vulnerabile alla propaganda, alle interferenze straniere, alla criminalità e alla radicalizzazione.

La strategia del caos non richiede necessariamente una cabina di regia unica. Può derivare dalla convergenza di attori differenti che, pur senza condividere la stessa ideologia, traggono beneficio dal medesimo risultato: l’indebolimento dell’ordine statale.

Un’organizzazione jihadista vuole distruggere lo Stato secolare.

Una rete criminale vuole uno Stato incapace di controllare il territorio.

Una potenza ostile vuole istituzioni paralizzate.

Un movimento insurrezionale vuole delegittimare le autorità.

Un apparato propagandistico vuole trasformare ogni conflitto in una guerra civile culturale.

Le motivazioni sono diverse, ma il risultato ricercato può coincidere.

Lo schema è riconoscibile: esasperare divisioni reali, diffondere notizie false o manipolate, presentare le istituzioni come irrimediabilmente corrotte, trasformare ogni intervento dello Stato in repressione, legittimare gradualmente la violenza, creare una zona grigia tra attivismo, sabotaggio e terrorismo e sfruttare la reazione pubblica per alimentare nuova radicalizzazione.

Il terrorismo vince politicamente quando riesce a imporre alla società la propria agenda. Anche un attentato tatticamente fallito può ottenere un successo strategico se produce paura, conflitto interno e delegittimazione dello Stato.


La jihad permanente: dalla guerra locale alla mobilitazione globale

Il termine “jihad” possiede significati diversi nella tradizione islamica e non può essere automaticamente identificato con il terrorismo. Il jihadismo contemporaneo, però, ha selezionato e deformato il concetto per costruire una dottrina rivoluzionaria fondata sulla violenza politica permanente.

È indispensabile distinguere l’islam come religione, l’islamismo come progetto politico, il jihadismo come ideologia rivoluzionaria e il terrorismo jihadista come applicazione organizzata della violenza contro civili, istituzioni e avversari.

Confondere queste categorie significa rendere il dibattito inutilizzabile. Ma rifiutarsi di riconoscere l’esistenza dell’ideologia jihadista sarebbe altrettanto irresponsabile.

Al-Qaeda ha costruito una visione transnazionale del conflitto. Lo Stato Islamico l’ha portata a una fase ancora più radicale, tentando di trasformare il terrorismo in amministrazione territoriale, economia di guerra, propaganda globale e reclutamento internazionale.

Il progetto jihadista non si limita a contestare una singola politica occidentale. Nelle sue formulazioni più radicali nega la legittimità degli Stati nazionali, delle costituzioni secolari, della sovranità popolare, del pluralismo religioso e dell’uguaglianza giuridica.

La violenza non è considerata una deviazione.

È presentata come strumento di purificazione politica e religiosa.

Da qui deriva la logica della jihad permanente: il conflitto non termina con una concessione diplomatica perché non nasce da una singola controversia territoriale. Si alimenta di una visione totalizzante nella quale la pace è spesso interpretata solo come tregua tattica, utile a riorganizzare le forze.

Interpol descrive il terrorismo come un insieme complesso di minacce che comprende organizzazioni operanti nelle zone di conflitto, combattenti stranieri, individui radicalizzati autonomamente e possibili attacchi con differenti mezzi.


Dalla struttura gerarchica alla rete fluida

Le prime organizzazioni terroristiche moderne tendevano ad avere una catena di comando relativamente definita. Oggi molte minacce funzionano attraverso reti più fluide.

La propaganda viene prodotta in un Paese, diffusa da server collocati in un altro, finanziata attraverso intermediari in un terzo e consumata da individui residenti altrove.

L’attentatore può non aver mai incontrato fisicamente un dirigente dell’organizzazione.

Può radicalizzarsi online, ottenere istruzioni operative da materiale propagandistico, acquistare strumenti comuni e agire autonomamente. Questa decentralizzazione rende il fenomeno più difficile da prevenire.

Il gruppo terroristico non deve più controllare ogni cellula. Gli basta costruire un marchio ideologico, un repertorio di nemici, una narrazione di vittimismo e un modello operativo replicabile.

L’organizzazione diventa un ecosistema.

In tale ecosistema convivono propagandisti, reclutatori, finanziatori, facilitatori logistici, falsificatori, trafficanti, combattenti, simpatizzanti e individui instabili attratti dall’identità violenta.

Il problema non riguarda dunque soltanto i membri formalmente affiliati. Riguarda l’ambiente che rende possibile il passaggio dall’odio alla violenza.


Terrorismo e criminalità organizzata

Il terrorismo ha bisogno di denaro, documenti, armi, trasporti, rifugi e comunicazioni sicure. La criminalità organizzata dispone già di queste infrastrutture.

È qui che nasce la convergenza.

Un trafficante può non condividere l’ideologia jihadista, separatista o rivoluzionaria del proprio cliente. Non gli interessa la causa. Gli interessa il pagamento.

Allo stesso modo, un gruppo terroristico può disprezzare moralmente il narcotraffico, ma servirsene per finanziare le proprie attività o tassare le rotte criminali presenti sul territorio.

La collaborazione può riguardare contrabbando di armi, produzione di documenti falsi, traffico di esseri umani, narcotraffico, estorsioni, rapimenti, riciclaggio, commercio illegale di petrolio, esportazioni clandestine, trasferimenti di contante, società di copertura e commercio di beni a doppio uso.

Questo rapporto non deve essere romanzato come una misteriosa alleanza onnipotente. È spesso più semplice e più pericoloso: è un mercato.

Il terrorismo compra servizi.

La criminalità vende infrastrutture.

Quando lo Stato perde il controllo di un territorio, questo mercato prospera.


Il denaro: il vero sistema circolatorio del terrorismo

Ogni rete terroristica ha bisogno di un sistema finanziario. Non sempre servono somme enormi per compiere un singolo attentato, ma occorrono risorse significative per mantenere nel tempo strutture militari, propaganda, stipendi, addestramento, protezione delle famiglie dei combattenti e apparati di intelligence.

I fondi possono provenire da donazioni ideologiche, beneficenza deviata, finanziamenti statali, tassazione imposta nei territori controllati, sequestri, traffici illeciti, società di copertura, commercio estero, criptovalute, sistemi informali di trasferimento, prestanome, reti bancarie compiacenti e triangolazioni commerciali.

Il terrorismo contemporaneo sfrutta la globalizzazione mentre dichiara di volerla distruggere.

Utilizza i sistemi bancari, logistici e tecnologici sviluppati dalle economie aperte per attaccare quelle stesse economie.

Questa è una delle grandi contraddizioni del fenomeno: l’estremismo antioccidentale dipende spesso dalle infrastrutture dell’Occidente, dalla sua libertà di comunicazione, dalla mobilità internazionale e dalle debolezze dei suoi controlli finanziari.

La Financial Action Task Force identifica le giurisdizioni con gravi carenze nei sistemi contro riciclaggio, finanziamento del terrorismo e finanziamento della proliferazione. L’Iran continua a essere indicato tra le giurisdizioni ad alto rischio per le quali vengono richieste misure rafforzate di controllo e protezione del sistema finanziario internazionale.


Il ruolo dell’Iran: lo Stato rivoluzionario e la guerra per procura

Dalla rivoluzione del 1979 alla proiezione regionale

Il caso iraniano occupa una posizione particolare.

La Repubblica Islamica non è un’organizzazione jihadista sunnita e non può essere confusa con al-Qaeda o con lo Stato Islamico. L’Iran è uno Stato, possiede istituzioni, forze armate, diplomazia, apparati di sicurezza e una strategia regionale articolata.

Proprio per questo il suo ruolo è più complesso.

Dalla rivoluzione del 1979, una componente centrale del sistema politico iraniano ha sviluppato l’idea che la sopravvivenza del regime dipenda anche dalla proiezione della rivoluzione oltre i confini nazionali.

Questa strategia non si basa soltanto sulla forza convenzionale. Si fonda sull’uso di partner armati, milizie, organizzazioni politiche e reti economiche capaci di esercitare pressione sugli avversari senza attribuire sempre direttamente a Teheran ogni singola operazione.

È la logica della guerra per procura.

L’Iran cerca così di allontanare il fronte dai propri confini, circondare i rivali, costruire profondità strategica e disporre di strumenti di pressione attivabili in diversi teatri.

Questo sistema viene spesso indicato come “asse della resistenza”, ma la definizione propagandistica non deve nasconderne la funzione concreta: una rete politico-militare transnazionale nella quale differenti organizzazioni mantengono un proprio margine di autonomia, pur beneficiando in varia misura di sostegno, armi, addestramento, tecnologia o assistenza iraniana.


IRGC e Forza Quds: lo strumento esterno del sistema

Al centro della proiezione iraniana si trova il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, noto come IRGC o Pasdaran.

L’IRGC non è soltanto una struttura militare. Nel corso del tempo ha acquisito un peso economico, politico, industriale e strategico considerevole.

La sua Forza Quds è incaricata principalmente delle operazioni esterne, dei rapporti con milizie alleate, dell’addestramento e della costruzione di capacità asimmetriche.

La logica è evidente: perché affrontare direttamente un avversario tecnologicamente superiore quando è possibile logorarlo attraverso una rete di gruppi armati distribuiti in più Paesi?

Attraverso tale modello, Teheran può esercitare pressione militare senza dichiarare formalmente guerra, mantenere aperti diversi fronti, minacciare basi, ambasciate e rotte commerciali, aumentare il costo politico degli interventi avversari, negare o ridimensionare il proprio coinvolgimento e presentare le milizie come attori interamente locali.

Questa negabilità, però, non deve essere interpretata come prova di controllo assoluto. I gruppi alleati non sono necessariamente semplici telecomandi. Possono avere leadership, interessi e agende proprie.

Il rapporto è spesso una combinazione di dipendenza, cooperazione, convergenza strategica e autonomia locale.

Proprio questa elasticità rende la rete più resistente.


Hezbollah: il modello più avanzato

Hezbollah rappresenta probabilmente il più riuscito esempio di organizzazione politico-militare sostenuta dall’Iran.

Nato nel contesto della guerra civile libanese e dell’invasione israeliana del Libano, Hezbollah si è trasformato nel tempo in un soggetto multidimensionale: partito politico, movimento sociale, organizzazione armata, struttura di intelligence, rete finanziaria e attore regionale.

Il sostegno iraniano ha contribuito alla crescita delle sue capacità militari, missilistiche e organizzative.

Hezbollah non è semplicemente una piccola cellula terroristica clandestina. È una forza radicata in un territorio, dotata di capacità convenzionali e asimmetriche, di un apparato mediatico e di una presenza politica.

È proprio questo il modello che ha attirato l’interesse strategico iraniano: costruire attori capaci di sopravvivere nel tempo, inserirsi nelle istituzioni locali e contemporaneamente mantenere una forza armata indipendente dallo Stato.

Il risultato è una grave erosione della sovranità.

Quando un’organizzazione possiede armi, intelligence e politica estera proprie, lo Stato nel quale opera non detiene più pienamente il monopolio della forza.


Hamas e Jihad Islamica Palestinese

Il rapporto fra Iran, Hamas e Jihad Islamica Palestinese è diverso da quello con Hezbollah.

Hamas è un movimento islamista sunnita con una propria storia, una propria base sociale e propri obiettivi nazionali palestinesi. Non è una creazione iraniana e non può essere ridotto a semplice braccio operativo di Teheran.

Ciò non significa che il sostegno iraniano sia irrilevante.

Teheran ha fornito nel tempo supporto politico, finanziario, tecnico e militare a organizzazioni palestinesi armate, in particolare alla Jihad Islamica Palestinese e, con rapporti più variabili, ad Hamas.

La convergenza nasce dall’avversario comune, non dall’identità religiosa.

L’Iran sciita e Hamas sunnita possono cooperare perché entrambi considerano Israele un nemico strategico e perché Teheran vede nel fronte palestinese uno strumento di pressione regionale.

Questo dimostra un principio importante: nelle strategie di potenza l’ideologia viene spesso adattata agli interessi.

Le differenze dottrinali possono essere sospese quando esiste una finalità geopolitica comune.

Documenti e dichiarazioni presentati in sedi delle Nazioni Unite hanno ripetutamente attribuito all’Iran sostegno militare, tecnologico e finanziario a Hezbollah, Hamas, Jihad Islamica Palestinese e Houthi. È necessario ricordare che molte di queste affermazioni provengono dagli Stati direttamente coinvolti nel conflitto e devono quindi essere valutate nel loro contesto politico; restano tuttavia parte rilevante della documentazione internazionale sul tema.


Le milizie sciite in Iraq

Dopo il crollo del regime di Saddam Hussein e durante la guerra contro lo Stato Islamico, in Iraq si sono rafforzate numerose milizie sciite.

Alcune hanno svolto un ruolo importante nella lotta contro l’ISIS. Questo dato non può essere cancellato.

Ma il problema nasce quando formazioni armate, formalmente inserite o collegate alle strutture statali, mantengono catene di comando, fedeltà politiche e capacità operative non pienamente controllate dal governo centrale.

L’Iran ha costruito relazioni profonde con diverse milizie irachene, utilizzandole come strumento di influenza politica e strategica.

Tali formazioni possono esercitare pressione sul governo iracheno, sulle basi occidentali, sugli avversari politici, sulle comunità locali, sulle infrastrutture energetiche e sulle rappresentanze diplomatiche.

La questione centrale non riguarda l’appartenenza sciita.

Riguarda il rapporto tra sovranità nazionale e apparati armati legati a una potenza straniera.

Uno Stato che non controlla completamente le armi presenti sul proprio territorio è uno Stato incompleto.


Siria: la sopravvivenza dell’alleato

L’intervento iraniano in Siria ha avuto l’obiettivo fondamentale di impedire la caduta del governo alleato di Damasco e preservare il collegamento strategico verso il Libano.

La Siria costituisce infatti un corridoio essenziale per il sistema regionale iraniano.

Attraverso il territorio siriano, Teheran ha potuto sostenere alleati, trasferire capacità militari, mantenere influenza sul Levante e avvicinare la propria infrastruttura strategica ai confini israeliani.

L’intervento ha coinvolto consiglieri, milizie locali, combattenti stranieri e Hezbollah.

Anche in questo caso la narrazione della “resistenza” ha coperto una realtà più concreta: la lotta per mantenere un arco di influenza politico-militare dal territorio iraniano fino al Mediterraneo.


Gli Houthi e la pressione sul Mar Rosso

Il movimento Houthi nello Yemen possiede radici locali e non può essere descritto semplicemente come una creazione iraniana.

La guerra yemenita nasce da dinamiche interne, rivalità tribali, crisi istituzionali e interventi regionali.

Tuttavia, il sostegno attribuito all’Iran ha contribuito ad accrescere le capacità missilistiche, tecnologiche e operative del movimento.

La minaccia alle rotte del Mar Rosso mostra come un attore armato locale possa produrre conseguenze globali.

Un attacco contro una nave commerciale non colpisce soltanto l’equipaggio o il Paese di bandiera. Può aumentare i costi assicurativi, i tempi di trasporto, i prezzi dell’energia, i costi delle merci, il rischio geopolitico e la pressione sulle catene di approvvigionamento.

La guerra per procura diventa così guerra economica.

Non serve bloccare completamente una rotta. Basta renderla pericolosa e imprevedibile.


Iran e negabilità strategica

La forza del modello iraniano consiste nella capacità di distribuire la pressione.

Quando un gruppo alleato attacca, Teheran può sostenere che si tratta di una decisione autonoma.

Quando il gruppo viene colpito, l’Iran può denunciare un’aggressione contro la “resistenza”.

Quando la tensione sale, può utilizzare i propri rapporti con le milizie come leva negoziale.

Quando la tensione scende, può rallentare alcune operazioni senza smantellare la rete.

È un sistema flessibile, economico rispetto alla guerra convenzionale e politicamente difficile da contrastare.

Ma è anche un sistema pericoloso.

Più attori armati esistono, maggiore è il rischio che una singola operazione provochi un’escalation non controllata.

La guerra per procura promette controllo, ma spesso produce moltiplicazione dell’incertezza.


Riciclaggio, sanzioni e circuiti finanziari

La capacità iraniana di sostenere attori regionali dipende anche dalla possibilità di muovere denaro, beni, tecnologia e componenti attraverso reti internazionali.

Le sanzioni hanno spinto il sistema verso meccanismi sempre più complessi: società di facciata, intermediari, triangolazioni, esportazioni indirette, flotte opache, pagamenti informali, scambi compensativi, prestanome e giurisdizioni poco trasparenti.

Non ogni attività volta ad aggirare una sanzione equivale automaticamente a finanziamento del terrorismo. La distinzione giuridica è necessaria.

Tuttavia, quando le stesse infrastrutture finanziarie e commerciali possono servire contemporaneamente a sostenere apparati militari, programmi strategici e gruppi armati, il confine diventa difficile da tracciare.

È per questo che la FATF continua a considerare l’Iran una giurisdizione ad alto rischio, richiedendo controlli rafforzati contro i rischi di riciclaggio, finanziamento del terrorismo e proliferazione.


Le convergenze tra estremismi differenti

Uno dei temi più controversi riguarda la possibile convergenza tra settori della sinistra radicale, movimenti rivoluzionari, anarchismo violento e islamismo politico.

Su questo punto occorre evitare due errori opposti.

Il primo è negare che possano esistere collaborazioni tattiche.

Il secondo è immaginare un’unica organizzazione globale nella quale tutti questi mondi agirebbero sotto una medesima direzione.

Le convergenze esistono soprattutto quando gli attori condividono un nemico: Stati Uniti, Israele, NATO, capitalismo occidentale, Stato nazionale, forze di polizia e ordine liberale.

Questa cooperazione può manifestarsi nella propaganda, nelle campagne di piazza, nella delegittimazione delle istituzioni o nella giustificazione della violenza altrui.

Ma la convergenza tattica non cancella le profonde incompatibilità ideologiche.

Un movimento marxista rivoluzionario e un movimento islamista possono condividere temporaneamente un avversario, ma hanno visioni opposte su religione, società, diritti individuali, proprietà e organizzazione dello Stato.

L’alleanza è dunque spesso negativa: non nasce da ciò che si vuole costruire, ma da ciò che si vuole distruggere.

Il denominatore comune è il rifiuto dell’ordine esistente.

Questo è sufficiente per produrre cooperazione occasionale, reciproca legittimazione e amplificazione propagandistica.

Non è sufficiente, da solo, a dimostrare l’esistenza di una direzione unitaria mondiale.


La propaganda dell’“oppresso” e la cancellazione delle responsabilità

Uno dei meccanismi più efficaci della propaganda contemporanea consiste nel trasformare ogni attore che si oppone all’Occidente in una vittima moralmente innocente.

Secondo questa logica, chiunque combatta gli Stati Uniti, Israele o la NATO diventa automaticamente “resistenza”, indipendentemente dai metodi impiegati.

Le vittime civili vengono selezionate in base all’utilità politica.

La repressione compiuta da un regime antioccidentale viene minimizzata.

Gli attentati vengono descritti come conseguenze inevitabili.

Le milizie diventano “movimenti popolari”.

Il traffico di armi diventa “solidarietà”.

La propaganda diventa “controinformazione”.

Questa distorsione morale è pericolosa perché elimina la responsabilità individuale e collettiva.

Essere più deboli non significa essere innocenti.

Essere opposti all’Occidente non significa rappresentare la libertà.

Essere vittime in un contesto non autorizza a trasformare altri civili in bersagli.

Il terrorismo prospera quando intellettuali, attivisti e comunicatori iniziano a costruirgli un alibi morale.


La rete digitale della radicalizzazione

Internet ha rivoluzionato la propaganda terroristica.

In passato, per essere reclutato, un individuo doveva entrare in contatto con una struttura fisica. Oggi può essere raggiunto direttamente a casa.

I contenuti estremisti utilizzano video emotivi, immagini di vittime, musica e simboli, montaggi selettivi, meme, narrazioni apocalittiche, teorie del complotto, comunità chiuse e algoritmi di raccomandazione.

Il processo di radicalizzazione non parte sempre dalla religione o dalla politica.

Può iniziare dalla solitudine, dall’umiliazione, dalla frustrazione personale o dal bisogno di appartenenza.

L’ideologia arriva dopo, offrendo una spiegazione totale e un nemico assoluto.

Il soggetto non viene semplicemente convinto.

Viene ricostruito.

Gli si offre una nuova identità: guerriero, martire, rivoluzionario, difensore degli oppressi.

La violenza diventa così una forma di realizzazione personale.

Europol avverte che gli ecosistemi online stanno rendendo più fluide le identità estremiste e favorendo contaminazioni tra differenti subculture violente.


Il terrorismo come guerra psicologica

Un attentato ha due bersagli.

Il primo è fisico: le persone uccise o ferite.

Il secondo è psicologico: milioni di individui che osservano l’attacco attraverso i media.

L’obiettivo è produrre una sproporzione fra danno materiale e impatto politico.

Pochi terroristi possono modificare il comportamento di un’intera nazione se riescono a generare panico, vendetta, repressione indiscriminata, odio intercomunitario, crisi economica e sfiducia nelle autorità.

Per questo il terrorismo deve essere trattato anche come comunicazione strategica.

L’attentatore vuole essere visto.

Il gruppo vuole essere nominato.

La propaganda vuole moltiplicare l’impatto.

Ogni rilancio acritico dei contenuti terroristici può contribuire involontariamente al successo dell’operazione.


La debolezza delle democrazie: il relativismo selettivo

Le democrazie sono vulnerabili non perché siano moralmente inferiori, ma perché consentono libertà che i loro nemici possono sfruttare.

La libertà di associazione può essere usata da organizzazioni di copertura.

La libertà religiosa può essere sfruttata da predicatori estremisti.

La libertà di espressione può diventare veicolo di propaganda.

La tutela della privacy può ostacolare le indagini.

La mobilità internazionale può agevolare i facilitatori.

La risposta non può consistere nell’abolire le libertà.

Sarebbe la vittoria del terrorismo.

Ma neppure si può fingere che ogni controllo sia autoritarismo e ogni indagine sia persecuzione.

Lo Stato democratico deve imparare a difendersi senza diventare ciò che combatte.

Questo richiede leggi precise, magistratura indipendente, intelligence controllata, cooperazione internazionale e tracciamento finanziario.


Cosa significa davvero combattere il terrorismo

La lotta al terrorismo non può essere ridotta ai bombardamenti.

La forza militare può distruggere una base, ma non necessariamente una rete.

Può eliminare un comandante, ma non la narrazione che lo sostituirà.

Una strategia efficace deve colpire contemporaneamente leadership, finanziamenti, logistica, propaganda, reclutamento, traffici, società di copertura, protezioni politiche e vulnerabilità sociali.

Occorre anche distinguere tra attori differenti.

Non tutte le milizie sono uguali.

Non tutti i gruppi islamisti sono terroristi.

Non tutti i movimenti di protesta sono insurrezionali.

Non tutte le organizzazioni finanziate dall’estero sono strumenti operativi di una potenza.

La precisione non è debolezza.

È l’unico modo per evitare che la repressione indiscriminata produca nuovi radicalizzati.


Conclusione: difendere l’ordine senza mentire

Il terrorismo transnazionale è una delle manifestazioni più violente della crisi dell’ordine contemporaneo.

Prospera negli Stati falliti, nelle guerre interminabili, nei corridoi criminali, nelle comunità radicalizzate e nelle aree dove nessuna autorità possiede realmente il monopolio della forza.

L’Iran ha costruito nel tempo una sofisticata architettura di influenza basata su alleanze politiche, milizie, sostegno militare, cooperazione ideologica e reti economiche. Questo sistema ha permesso a Teheran di proiettare potenza ben oltre le proprie capacità convenzionali, ma ha anche contribuito alla frammentazione della sovranità in Libano, Siria, Iraq, Yemen e nei territori palestinesi.

Negare questo ruolo significa ignorare una parte essenziale della geopolitica mediorientale.

Esagerarlo fino a descrivere ogni attore regionale come una marionetta priva di volontà significa, però, sostituire l’analisi con la propaganda.

La verità è più complessa e più inquietante.

La rete iraniana funziona proprio perché non è interamente centralizzata. È composta da attori che condividono nemici, risorse, tecnologie e obiettivi, ma conservano differenti gradi di autonomia.

È una struttura flessibile, capace di sopravvivere alla morte dei comandanti, alle sanzioni, ai bombardamenti e alle crisi politiche.

Le democrazie devono quindi smettere di oscillare tra ingenuità e isteria.

Non serve inventare onnipotenti regie occulte quando esistono reti reali, finanziamenti documentati, organizzazioni armate, traffici e strategie dichiarate.

Non serve evocare un complotto metafisico per riconoscere la dimensione morale del problema.

Il “regno del caos” può essere inteso come una potente metafora: il rovesciamento dell’ordine, la glorificazione della morte, la trasformazione dell’uomo in strumento, la menzogna elevata a metodo politico.

Ma il male politico non ha bisogno di simboli esoterici per esistere.

Esiste ogni volta che un civile diventa un bersaglio.

Ogni volta che una scuola viene trasformata in copertura militare.

Ogni volta che una religione viene usata per giustificare un massacro.

Ogni volta che una protesta diventa alibi per il terrorismo.

Ogni volta che il denaro sporco attraversa il mondo protetto dall’indifferenza.

Ogni volta che un regime sacrifica il proprio popolo per conservare il potere.

Difendere l’ordine non significa proteggere qualunque governo o giustificare qualunque guerra.

Significa difendere il principio secondo cui la forza deve essere sottoposta alla legge, la responsabilità deve essere individuale, i civili non devono essere utilizzati come strumenti e nessuna ideologia può rivendicare il diritto di trasformare il mondo in un campo di battaglia permanente.

La vera risposta alla strategia del caos non è un’altra forma di caos.

È uno Stato forte ma limitato dalla legge.

È un’informazione libera ma non servile verso la propaganda.

È una società capace di distinguere il dissenso dalla violenza, la religione dall’estremismo, la solidarietà dalla complicità, la pace dalla resa.

Ed è soprattutto il coraggio di chiamare ogni fenomeno con il proprio nome, senza paura, senza fanatismo e senza menzogne.


Fonti e link di riferimento

Europol – European Union Terrorism Situation and Trend Report:
https://www.europol.europa.eu/publication-events/main-reports/european-union-terrorism-situation-and-trend-report-2025-eu-te-sat

Europol – Terrorism and violent extremism:
https://www.europol.europa.eu/crime-areas/terrorism-and-violent-extremism

Interpol – Terrorism:
https://www.interpol.int/en/Crimes/Terrorism

FATF – High-risk jurisdictions subject to a call for action:
https://www.fatf-gafi.org/en/publications/High-risk-and-other-monitored-jurisdictions/call-for-action-june-2026.html

United Nations Digital Library – Documentazione sul sostegno iraniano a gruppi armati regionali:
https://digitallibrary.un.org/record/4084253/files/S_2025_390-EN.pdf