I cani da riporto della controinformazione: l’antisionismo come grimaldello per delegittimare Israele e rafforzare l’Asse della Resistenza

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Negli ultimi anni una parte della cosiddetta “controinformazione” ha costruito la propria identità su un presupposto tanto semplice quanto fuorviante: qualsiasi nemico dell’Occidente deve automaticamente essere un alleato della libertà.

È una logica infantile, priva di qualsiasi profondità geopolitica.

Così, nel nome dell’antisionismo, molti sedicenti analisti hanno finito per trasformarsi nei più efficaci amplificatori delle narrative dell’Asse della Resistenza: Iran, Hamas, Hezbollah, Houthi e tutte quelle organizzazioni che utilizzano la causa palestinese come strumento di mobilitazione politica e militare.

Paradossalmente, persone che si definiscono “antisistema” sono diventate i migliori propagandisti di altri sistemi di potere.

L’ossessione contro Israele

Per certa controinformazione Israele è diventato la spiegazione universale di qualsiasi evento internazionale.

Crisi economiche?

Colpa di Israele.

Guerre?

Colpa di Israele.

Globalismo?

Colpa di Israele.

Finanza?

Colpa di Israele.

Una narrazione totalizzante che finisce per sostituire l’analisi con il dogma.

Nel frattempo spariscono completamente dal radar i grandi protagonisti della geopolitica contemporanea: Cina, Russia, Turchia, Qatar, Iran, reti economiche internazionali, competizione energetica, strategie imperiali e interessi nazionali.

Tutto viene ridotto a un unico bersaglio.

Quando una teoria spiega tutto, molto spesso non spiega più nulla.

Israele non è il centro del mondo

Che piaccia o no, Israele rappresenta appena lo 0,1% della popolazione mondiale.

Eppure, ascoltando certa controinformazione, sembrerebbe che controlli ogni banca, ogni governo, ogni guerra e ogni decisione internazionale.

È una rappresentazione che sacrifica la complessità della geopolitica a favore di una chiave di lettura unica, incapace di spiegare gli interessi spesso divergenti delle grandi potenze.

Le relazioni internazionali non funzionano per simpatie o antipatie, ma per interessi strategici.

Perché Israele è stato strategicamente importante

Per oltre settant’anni Israele è stato considerato dagli Stati Uniti e da diversi Paesi occidentali un alleato strategico nel Mediterraneo orientale.

Non per motivi sentimentali.

Ma perché rappresentava:

  • una piattaforma di intelligence;
  • un centro tecnologico avanzato;
  • una potenza militare stabile;
  • un elemento di deterrenza regionale;
  • un alleato affidabile in un’area cruciale per le rotte energetiche mondiali.

Ridurre tutto al “complotto sionista” significa ignorare la logica con cui gli Stati costruiscono le proprie alleanze.

Il Medio Oriente che molti fingono di non vedere

Esiste una domanda che quasi nessuno pone.

Cosa sarebbe successo se il Medio Oriente fosse stato dominato da un unico blocco regionale ostile all’Occidente?

La risposta non è semplice e non può essere ridotta a slogan. Le divisioni tra Stati arabi, le rivalità tra sunniti e sciiti, gli interessi delle potenze esterne e molte altre dinamiche hanno impedito la nascita di un soggetto politico unitario. Tuttavia, è altrettanto vero che Israele ha rappresentato uno degli elementi dell’equilibrio regionale, contribuendo a limitare l’espansione di attori che perseguivano obiettivi contrari agli interessi occidentali.

Questa è geopolitica.

Non propaganda.

La sinistra radicale continua a leggere il mondo con gli occhiali del Novecento

Gran parte della controinformazione proviene culturalmente dalla sinistra radicale.

È rimasta prigioniera dello stesso schema mentale:

oppressore contro oppresso.

capitalismo contro rivoluzione.

imperialismo contro resistenza.

Uno schema nato nel Novecento che oggi viene applicato meccanicamente a realtà completamente differenti.

Così movimenti religiosi fondamentalisti vengono descritti come movimenti di liberazione.

Regimi autoritari diventano improvvisamente “antimperialisti”.

Teocrazie vengono celebrate come alternative al globalismo.

È il paradosso perfetto.

Chi ha passato una vita a dichiararsi laico e progressista finisce spesso per giustificare organizzazioni che rivendicano apertamente un ordine politico fondato sulla religione.

L’Asse della Resistenza non combatte per la libertà dell’Occidente

L’Iran, Hezbollah, Hamas e gli Houthi perseguono i propri interessi strategici.

Non combattono per la sovranità europea.

Non combattono per difendere le libertà occidentali.

Non combattono per salvare il continente europeo.

Chi trasforma automaticamente questi attori nei “buoni” della storia sostituisce l’analisi geopolitica con il tifo ideologico.

Antisionismo o cecità geopolitica?

Criticare il governo israeliano è legittimo.

Criticare singole operazioni militari è legittimo.

Criticare qualsiasi Stato è parte del normale dibattito democratico.

Ma trasformare l’antisionismo nell’unica lente attraverso cui interpretare ogni crisi internazionale rischia di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato: oscurare gli interessi delle altre potenze e finire, volontariamente o meno, per rilanciare le narrative di attori che perseguono obiettivi propri.

Conclusione

La geopolitica non è una tifoseria.

Non esistono santi.

Non esistono demoni assoluti.

Esistono interessi.

Ed è proprio qui che una parte della controinformazione mostra il suo limite più evidente.

Convinta di combattere il sistema, finisce spesso per sostituire un’ideologia con un’altra.

Convinta di fare informazione indipendente, rinuncia all’analisi critica quando questa mette in discussione i propri presupposti.

La domanda, allora, non è se si possa criticare Israele.

La vera domanda è un’altra:

chi trae vantaggio quando ogni conflitto, ogni crisi e ogni dinamica internazionale vengono ridotti a un’unica chiave di lettura, mentre il resto dello scenario geopolitico scompare dal campo visivo?

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