I cani da riporto della propaganda marxista: mentre demonizzano Israele, ignorano l’espansione del modello autoritario cinese

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C’è un copione che si ripete con impressionante regolarità. Ogni crisi internazionale viene letta attraverso un unico schema ideologico: Israele e gli Stati Uniti rappresentano il male assoluto, mentre qualsiasi potenza che si contrapponga all’Occidente viene automaticamente descritta come una forza di liberazione. È una narrazione che non nasce dall’analisi dei fatti, ma da un riflesso ideologico radicato in una parte della propaganda marxista e della cosiddetta controinformazione.

Il risultato è paradossale: mentre si denunciano presunti progetti imperialisti americani, si minimizza o si ignora completamente l’espansione dell’influenza cinese sul piano economico, tecnologico e politico.

La Cina non esporta soltanto merci. Esporta infrastrutture digitali, piattaforme tecnologiche, sistemi di sorveglianza, reti di telecomunicazione, modelli di governance e strumenti di raccolta dati che stanno aumentando la propria presenza in numerosi Paesi. Attraverso iniziative come la Belt and Road Initiative e la Digital Silk Road, Pechino punta ad accrescere la propria influenza in Asia, Africa, America Latina ed Europa, investendo in porti, reti 5G, data center, intelligenza artificiale e tecnologie strategiche.

Eppure tutto questo sembra scomparire dal radar di molti commentatori che dedicano ogni giorno ore a parlare esclusivamente di Washington e Tel Aviv.

Uno degli aspetti più significativi riguarda proprio l’intelligenza artificiale. Negli ultimi anni numerosi modelli di IA sviluppati da aziende cinesi sono stati distribuiti gratuitamente o a costi estremamente contenuti. È naturale che un servizio gratuito raccolga dati di utilizzo e metadati, come fanno molte piattaforme digitali. Tuttavia, nel caso cinese il dibattito assume una dimensione particolare perché il quadro normativo prevede obblighi di cooperazione tra imprese e autorità statali in materia di sicurezza nazionale. Questo alimenta interrogativi legittimi sulla gestione dei dati e sulla tutela della privacy, tanto che diversi governi occidentali hanno espresso preoccupazioni e adottato limitazioni nei confronti di alcune tecnologie cinesi.

Questi interrogativi, però, sembrano non interessare coloro che denunciano ogni giorno il “controllo americano”. Per loro il problema esiste soltanto quando il protagonista è l’Occidente.

La contraddizione diventa ancora più evidente osservando il modello interno della Repubblica Popolare Cinese.

La Cina è uno degli Stati più avanzati nell’uso di strumenti digitali per la gestione amministrativa e il monitoraggio della popolazione. Ha sviluppato uno yuan digitale (e-CNY), promosso sistemi di identificazione digitale e costruito un articolato apparato di sorveglianza che combina videocamere intelligenti, riconoscimento facciale, analisi dei dati e piattaforme digitali. Il sistema di governance digitale cinese è stato descritto da numerosi studiosi come uno dei più estesi al mondo.

Eppure, invece di interrogarsi sulle implicazioni di questo modello, una parte della propaganda continua a presentare Pechino come il baluardo della libertà contro il cosiddetto “imperialismo americano”.

È una rappresentazione profondamente selettiva della realtà.

Nessuno Stato agisce esclusivamente per altruismo. Stati Uniti, Cina, Russia, Unione Europea e le altre grandi potenze perseguono interessi strategici, economici e geopolitici. Ridurre tutto a una lotta tra “imperialismo cattivo” e “anti-imperialismo buono” significa rinunciare all’analisi per sostituirla con la propaganda.

La retorica antiamericana diventa così uno strumento attraverso cui si finisce, spesso inconsapevolmente, per normalizzare altre forme di espansione del potere.

La Cina investe massicciamente nell’intelligenza artificiale, nelle reti digitali, nei semiconduttori, nelle infrastrutture cloud e nella standardizzazione tecnologica internazionale. L’obiettivo dichiarato è diventare una delle principali potenze mondiali nei settori strategici del XXI secolo. Presentare questa dinamica come una semplice “cooperazione disinteressata” significa ignorare la dimensione geopolitica della competizione tecnologica globale.

Nel frattempo, gli stessi opinionisti che denunciano ogni collaborazione tra università occidentali e aziende americane sembrano non avere alcun problema quando le partnership coinvolgono imprese cinesi strettamente integrate nel sistema economico e normativo di Pechino.

Non si tratta di sostenere che una potenza sia “buona” e l’altra “cattiva”. Si tratta di applicare lo stesso criterio di analisi a tutti.

Se si ritiene legittimo discutere dei rischi connessi al predominio tecnologico statunitense, allora dovrebbe essere altrettanto legittimo interrogarsi sulle implicazioni strategiche dell’espansione tecnologica cinese.

Il problema nasce quando il metro di giudizio cambia a seconda dell’attore politico coinvolto.

Così Israele diventa il simbolo universale di ogni male, mentre il crescente peso della Cina nei settori dell’intelligenza artificiale, delle telecomunicazioni, delle infrastrutture digitali e della governance tecnologica viene sistematicamente minimizzato o giustificato.

Questa non è controinformazione.

È una narrazione ideologica che sostituisce l’analisi con il tifo geopolitico.

Una vera analisi indipendente dovrebbe diffidare di ogni concentrazione di potere, indipendentemente dalla bandiera sotto cui si presenta. Dovrebbe valutare con lo stesso rigore le politiche di Washington, Bruxelles, Mosca, Pechino o Tel Aviv, senza costruire miti o demonizzazioni preventive.

Quando invece si assolve sistematicamente un modello autoritario e si attribuisce ogni responsabilità a un solo blocco geopolitico, non si sta combattendo la propaganda: la si sta semplicemente sostituendo con un’altra.

La libertà di pensiero non consiste nello scegliere quale propaganda ripetere. Consiste nel mantenere uno spirito critico verso tutti i centri di potere, senza eccezioni e senza doppi standard.

La legge cinese sui dati: il vero elefante nella stanza

Uno degli aspetti che raramente viene affrontato da chi denuncia ossessivamente il “controllo americano” riguarda il quadro normativo cinese sulla gestione dei dati. Ed è proprio qui che emerge una delle contraddizioni più evidenti di una certa propaganda ideologica.

In Europa il trattamento dei dati personali è disciplinato dal Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), considerato uno degli standard più rigorosi al mondo in materia di tutela della privacy. Il principio di fondo è semplice: i dati appartengono all’individuo e il loro utilizzo deve rispettare criteri di liceità, trasparenza, proporzionalità e finalità specifiche. Le autorità pubbliche possono accedere ai dati solo nei casi previsti dalla legge e sono soggette al controllo della magistratura e delle autorità indipendenti.

Negli Stati Uniti il sistema è diverso e meno uniforme, poiché non esiste una legge federale unica equivalente al GDPR. La disciplina è affidata a normative settoriali e a leggi statali, come il California Consumer Privacy Act (CCPA). Anche in questo caso, tuttavia, l’accesso governativo ai dati è sottoposto a limiti costituzionali, controllo giudiziario e possibilità di ricorso.

La situazione cinese è profondamente diversa.

Negli ultimi anni Pechino ha costruito un articolato sistema normativo composto principalmente dalla National Intelligence Law (2017), dalla Cybersecurity Law (2017), dalla Data Security Law (2021) e dalla Personal Information Protection Law (2021).

Quest’ultima viene spesso presentata come l’equivalente cinese del GDPR, ma una lettura complessiva dell’ordinamento mostra una differenza sostanziale.

Mentre in Europa il diritto alla privacy costituisce un limite all’azione dello Stato, in Cina la tutela dei dati personali convive con un impianto legislativo che attribuisce un peso prioritario alla sicurezza nazionale e agli interessi dello Stato.

L’articolo 7 della National Intelligence Law stabilisce infatti che tutte le organizzazioni e tutti i cittadini hanno il dovere di sostenere, assistere e cooperare con il lavoro degli organi di intelligence dello Stato secondo la legge, mantenendo inoltre il segreto sulle attività richieste.

Parallelamente, la Data Security Law attribuisce allo Stato ampi poteri nella classificazione e nella gestione dei dati ritenuti rilevanti per la sicurezza nazionale, mentre la Cybersecurity Law impone obblighi di localizzazione di determinate categorie di dati e prevede specifici doveri di collaborazione con le autorità competenti.

La Personal Information Protection Law (PIPL) introduce tutele per i dati personali, ma contiene eccezioni significative per esigenze di sicurezza nazionale, ordine pubblico e altre finalità previste dalla normativa cinese. In pratica, la protezione della privacy opera all’interno di un sistema nel quale lo Stato mantiene ampi poteri di intervento.

È proprio questo il punto che molti commentatori evitano sistematicamente di affrontare.

Le stesse persone che descrivono qualsiasi piattaforma occidentale come uno strumento di sorveglianza sembrano ignorare che molte aziende tecnologiche cinesi operano all’interno di un ordinamento nel quale il rapporto tra imprese e autorità pubbliche è regolato da norme profondamente diverse da quelle europee.

Ciò non significa affermare che ogni applicazione o ogni modello di intelligenza artificiale sviluppato in Cina trasmetta automaticamente dati al governo. Una simile conclusione richiederebbe prove specifiche per ciascun caso. Significa però riconoscere un dato oggettivo: il contesto giuridico cinese attribuisce allo Stato poteri di accesso e di intervento molto più estesi rispetto a quelli previsti negli ordinamenti liberaldemocratici.

Ignorare questa differenza mentre si continua a parlare esclusivamente di “imperialismo americano” significa applicare due pesi e due misure.

La vera analisi geopolitica non consiste nel sostituire Washington con Pechino come nuovo punto di riferimento ideologico. Consiste nel valutare con lo stesso spirito critico ogni modello di potere, senza trasformare una propaganda in un’altra.

Fonti e approfondimenti

Queste fonti coprono i principali temi affrontati nell’articolo: espansione tecnologica cinese, governance dell’IA, Via della Seta Digitale, yuan digitale (CBDC), identità digitale, legislazione cinese sulla sicurezza e il trattamento dei dati, nonché analisi geopolitiche e rapporti sul controllo sociale e sui diritti umani.

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