Urlano contro il “tecnofeudalesimo” americano, ma ignorano il tecnocolonialismo cinese
Negli ultimi anni una parte della controinformazione italiana ha fatto del “tecnofeudalesimo” una delle proprie parole d’ordine. Ogni piattaforma americana viene descritta come il simbolo del nuovo feudalesimo digitale: Google, Microsoft, Meta, Amazon, Apple, OpenAI e tutte le Big Tech vengono accusate di voler trasformare gli utenti in semplici sudditi tecnologici.
È una critica che merita attenzione, perché il tema della concentrazione del potere digitale è reale e riguarda tutte le grandi piattaforme globali.
Il problema nasce quando questo stesso metodo di analisi viene improvvisamente abbandonato non appena il discorso si sposta sulla Cina.
Improvvisamente il tecnofeudalesimo scompare.
Il tecnocolonialismo non esiste più.
Le domande cessano.
Lo spirito critico evapora.
Eppure proprio la Repubblica Popolare Cinese sta investendo enormi risorse per espandere la propria presenza tecnologica nel mondo.
La Belt and Road Initiative, conosciuta come Nuova Via della Seta, non riguarda soltanto porti, ferrovie e infrastrutture fisiche. Da anni Pechino sviluppa anche la cosiddetta Digital Silk Road, un progetto che comprende reti di telecomunicazione, data center, cloud computing, cavi sottomarini, satelliti, città intelligenti, videosorveglianza, pagamenti digitali e intelligenza artificiale.
L’obiettivo dichiarato è rafforzare la cooperazione tecnologica internazionale. Al tempo stesso, numerosi analisti osservano che questi investimenti contribuiscono ad accrescere l’influenza economica e strategica della Cina in molti Paesi.
È esattamente questo che gli studiosi definiscono proiezione di influenza tecnologica.
Eppure, quando a realizzarla è Pechino, molti commentatori smettono improvvisamente di utilizzare il linguaggio del tecnocolonialismo.
Perché?
Se è corretto interrogarsi sull’influenza esercitata dalle Big Tech americane, dovrebbe essere altrettanto legittimo interrogarsi sull’espansione globale delle tecnologie cinesi.
La stessa domanda dovrebbe valere per l’intelligenza artificiale.
Negli ultimi anni aziende cinesi hanno accelerato enormemente lo sviluppo di modelli linguistici, piattaforme cloud e servizi di IA destinati anche ai mercati internazionali. Come ogni altra grande impresa tecnologica, cercano di conquistare quote di mercato, attrarre sviluppatori, fidelizzare utenti e costruire ecosistemi digitali.
Questo è normale.
È il funzionamento della competizione tecnologica globale.
Ciò che non è normale è applicare due pesi e due misure.
Quando un’azienda americana offre gratuitamente un servizio digitale, viene immediatamente accusata di voler costruire un sistema di controllo globale.
Quando un’azienda cinese propone un servizio analogo, la gratuità viene presentata come una prova della sua superiorità morale.
È un ragionamento che non regge.
Ogni piattaforma digitale, indipendentemente dalla nazionalità, dovrebbe essere valutata ponendosi sempre le stesse domande:
- Quale quadro normativo disciplina il trattamento dei dati?
- Quali diritti hanno gli utenti?
- Quali autorità possono intervenire?
- Quali strumenti di ricorso esistono?
- Quale livello di trasparenza viene garantito?
Sono queste le domande che distinguono l’analisi dalla propaganda.
La realtà è che il XXI secolo sarà caratterizzato da una competizione sempre più intensa per il controllo delle infrastrutture digitali, dell’intelligenza artificiale, del cloud, dei semiconduttori e dei dati. Stati Uniti, Cina, Unione Europea e altre grandi potenze stanno investendo risorse enormi per rafforzare la propria posizione.
Ignorare una di queste dinamiche mentre si denuncia esclusivamente l’altra significa costruire una narrazione incompleta.
La vera indipendenza intellettuale non consiste nel sostituire il tecnocapitalismo americano con un presunto modello “liberatore” cinese.
Consiste nell’applicare lo stesso rigore analitico a ogni forma di concentrazione del potere tecnologico, qualunque sia il Paese che la promuove.
Perché il tecnofeudalesimo non cambia natura a seconda della bandiera sotto cui si presenta.
Negli ultimi anni è successo qualcosa di sorprendente nel panorama della cosiddetta controinformazione italiana.
Movimenti nati con l’obiettivo dichiarato di denunciare il potere delle grandi élite economiche, della finanza internazionale, delle multinazionali tecnologiche e dei sistemi di controllo digitale hanno progressivamente smesso di applicare lo stesso metodo critico a tutti gli attori geopolitici.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Per una parte della controinformazione il mondo è ormai diviso in due categorie estremamente semplicistiche.
Da una parte esistono gli eterni colpevoli: Stati Uniti, Israele, NATO, Unione Europea e Big Tech occidentali.
Dall’altra parte esistono invece gli “anti-imperialisti”: Cina, Russia, Iran e chiunque si contrapponga a Washington.
Non importa quale sia il tema.
Non importa quali siano i fatti.
La conclusione è sempre la stessa.
L’America è il male.
Israele è il male.
La Cina rappresenta l’alternativa.
Questa non è analisi geopolitica.
È propaganda.
La nuova religione geopolitica
La controinformazione nasceva per mettere in discussione il pensiero dominante.
Oggi una parte di essa ha semplicemente sostituito un dogma con un altro.
Non analizza più.
Tifa.
Ogni notizia viene filtrata attraverso una lente ideologica.
Se una tecnologia arriva dagli Stati Uniti è automaticamente uno strumento di controllo.
Se la stessa tecnologia arriva dalla Cina diventa improvvisamente un simbolo di emancipazione.
Se OpenAI raccoglie dati è uno scandalo mondiale.
Se un modello di intelligenza artificiale viene sviluppato in Cina, il problema sembra non esistere più.
La domanda che nessuno pone è estremamente semplice.
Perché?
Per quale motivo persone che dichiarano di combattere ogni forma di centralizzazione del potere sembrano improvvisamente perdere ogni spirito critico quando il centro del potere si trova a Pechino?
L’ossessione selettiva
Prendiamo il tema della raccolta dei dati.
Da anni la controinformazione denuncia:
- Google;
- Microsoft;
- Meta;
- Amazon;
- Apple;
- OpenAI;
- Palantir.
Tutto legittimo.
Le grandi piattaforme occidentali raccolgono enormi quantità di informazioni.
Su questo esiste un ampio dibattito pubblico.
Esistono inchieste.
Esistono procedimenti giudiziari.
Esistono autorità garanti.
Esistono giornalisti investigativi.
Esistono organizzazioni indipendenti che monitorano continuamente queste attività.
Ma quando il discorso si sposta sulla Cina accade qualcosa di curioso.
Improvvisamente il livello di approfondimento scompare.
Non si parla più delle leggi.
Non si parla più del sistema normativo.
Non si parla più del rapporto tra imprese e autorità pubbliche.
Non si parla più delle differenze tra i modelli giuridici.
Semplicemente si cambia argomento.
Il silenzio sulla legislazione cinese
La cosa più sorprendente è che moltissimi opinionisti dedicano ore a parlare di OpenAI senza avere mai letto una sola riga della legislazione cinese sulla sicurezza nazionale o sulla protezione dei dati.
Eppure è proprio lì che dovrebbe iniziare qualsiasi analisi seria.
La Cina non è semplicemente un altro mercato.
È uno Stato che ha sviluppato un proprio modello di governance digitale, fondato su una diversa concezione del rapporto tra individuo, impresa e autorità pubblica.
Questo non significa che ogni impresa cinese operi nello stesso modo o che ogni piattaforma tecnologica rappresenti automaticamente uno strumento governativo.
Significa però che qualsiasi valutazione sulle tecnologie sviluppate in Cina dovrebbe tenere conto del contesto normativo in cui tali aziende operano.
Ed è proprio questo che una parte della controinformazione evita sistematicamente di fare.
Il mito della Cina “liberatrice”
Negli ultimi anni la Repubblica Popolare Cinese è stata trasformata da alcuni commentatori in una sorta di modello ideale.
Il Paese che dovrebbe liberare il mondo dal dominio americano.
Il Paese che rappresenterebbe la vera alternativa al globalismo.
Una narrazione che raramente viene accompagnata da un’analisi delle politiche interne cinesi, del ruolo dello Stato nell’economia, del sistema di governance digitale o del quadro normativo che disciplina la gestione dei dati.
È come se bastasse opporsi agli Stati Uniti per diventare automaticamente il simbolo della libertà.
Ma la geopolitica non funziona così.
Le grandi potenze perseguono interessi strategici.
Lo fanno Washington.
Lo fa Bruxelles.
Lo fa Mosca.
Lo fa Pechino.
Pensare che una superpotenza investa centinaia di miliardi di dollari nell’intelligenza artificiale, nelle telecomunicazioni, nei semiconduttori, nelle reti cloud e nelle infrastrutture digitali senza perseguire una propria strategia di influenza significa rinunciare completamente all’analisi.
La geopolitica non è una partita di calcio
Il problema principale della controinformazione contemporanea è proprio questo.
Ha smesso di ragionare.
Ha iniziato a tifare.
Chiunque si opponga agli Stati Uniti diventa automaticamente un alleato.
Chiunque venga criticato dai media occidentali diventa automaticamente un esempio da seguire.
È un meccanismo psicologico prima ancora che politico.
Ma il mondo reale è molto più complesso.
La competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina rappresenta probabilmente il principale confronto strategico del XXI secolo.
Ridurre tutto a una favola nella quale una parte rappresenta il male assoluto e l’altra la salvezza dell’umanità significa sostituire l’analisi con la propaganda.
Ed è proprio questo il paradosso.
Coloro che affermano di combattere la propaganda rischiano di diventarne i principali diffusori.
La domanda che nessuno vuole affrontare
Se davvero il criterio di giudizio è la difesa della libertà individuale, della privacy e della sovranità digitale, allora dovrebbe essere applicato a tutti.
Senza eccezioni.
Senza simpatie ideologiche.
Senza trasformare una potenza geopolitica nel nuovo idolo da difendere.
Perché la libertà non consiste nello scegliere quale impero applaudire.
Consiste nell’avere il coraggio di sottoporre ogni centro di potere allo stesso livello di scrutinio.
Ed è proprio qui che la narrazione di una parte della controinformazione mostra tutta la propria fragilità.
Nel prossimo capitolo entreremo nel merito delle norme che regolano il trattamento dei dati nella Repubblica Popolare Cinese, analizzando la National Intelligence Law, la Cybersecurity Law, la Data Security Law e la Personal Information Protection Law, per comprendere quali differenze esistano rispetto ai modelli giuridici occidentali e perché tali differenze siano al centro del dibattito internazionale.
La National Intelligence Law (2017): perché è il punto che la controinformazione evita accuratamente di affrontare
Se si ascolta una parte della controinformazione italiana, sembra che il problema della raccolta dei dati riguardi esclusivamente gli Stati Uniti.
Google.
Meta.
Microsoft.
OpenAI.
Palantir.
Amazon.
Apple.
Per giorni si analizzano i termini di servizio, le informative privacy, le autorizzazioni richieste dalle applicazioni, i cookie, le API, il cloud, i server, le collaborazioni con il Pentagono e la NSA.
Poi, improvvisamente, quando si parla della Cina, tutto questo rigore sparisce.
Nessuno cita la legislazione.
Nessuno apre il testo delle leggi.
Nessuno spiega come funziona realmente il sistema giuridico cinese.
Eppure, se si vuole discutere seriamente di sovranità digitale e protezione dei dati, il punto di partenza dovrebbe essere proprio quello.
Bisognerebbe leggere le norme.
Non i comunicati stampa.
Non la propaganda.
Le norme.
Ed è proprio qui che emerge la prima grande differenza.
Una diversa concezione del rapporto tra Stato e cittadino
Il dibattito occidentale sulla privacy parte da un presupposto molto preciso.
L’individuo possiede diritti fondamentali che limitano il potere dello Stato.
Questo principio attraversa tutta la tradizione giuridica europea.
Il GDPR nasce esattamente da questa impostazione.
La privacy non è una concessione del governo.
È un diritto.
In Cina la logica è differente.
La stabilità dello Stato, la sicurezza nazionale e l’interesse collettivo occupano una posizione centrale nell’ordinamento.
Questo non significa che non esistano norme sulla protezione dei dati personali.
Esistono.
Ma operano all’interno di un sistema giuridico che attribuisce allo Stato un ruolo molto più ampio rispetto a quello previsto negli ordinamenti liberaldemocratici.
È una differenza culturale prima ancora che normativa.
La National Intelligence Law
Nel giugno 2017 il Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo ha approvato la National Intelligence Law.
Si tratta della legge che disciplina le attività degli organi di intelligence della Repubblica Popolare Cinese.
Non è una legge sulla privacy.
Non è una legge sulle imprese tecnologiche.
È una legge che definisce i poteri degli apparati di intelligence e i doveri di collaborazione previsti dall’ordinamento.
Ed è proprio uno dei suoi articoli ad aver attirato l’attenzione di governi, giuristi e analisti di tutto il mondo.
L’articolo 7
L’articolo più citato è il numero 7.
La traduzione inglese ufficialmente utilizzata dagli studiosi recita:
“Any organization and citizen shall support, assist, and cooperate with state intelligence work in accordance with the law.”
Tradotto:
“Ogni organizzazione e ogni cittadino devono sostenere, assistere e cooperare con il lavoro dell’intelligence dello Stato secondo la legge.”
La norma aggiunge inoltre che tali organizzazioni e cittadini devono mantenere riservate le attività di intelligence delle quali vengano a conoscenza.
È una disposizione molto diversa dall’impianto normativo europeo.
Ed è questo il punto che alimenta gran parte del dibattito internazionale.
Che cosa significa realmente?
Qui bisogna evitare sia la propaganda occidentale sia quella filocinese.
L’articolo 7 non dice che ogni azienda cinese consegna automaticamente tutti i dati raccolti ai servizi di intelligence.
Questo sarebbe un salto logico che il testo della legge, da solo, non consente di fare.
Dice però qualcosa di altrettanto rilevante.
Stabilisce un obbligo generale di collaborazione con le attività di intelligence previste dalla legge.
È una differenza sostanziale.
Nel dibattito internazionale il problema non riguarda ciò che avviene quotidianamente, ma il quadro giuridico entro cui potrebbe essere richiesto tale supporto.
Gli articoli successivi
La National Intelligence Law contiene anche altre disposizioni significative.
Gli organi di intelligence possono richiedere il supporto degli enti competenti nello svolgimento delle proprie attività.
Possono utilizzare strumenti tecnici e risorse informative nei limiti previsti dalla legge.
Le istituzioni pubbliche sono chiamate a collaborare con tali attività.
Ancora una volta emerge un’impostazione diversa rispetto ai modelli occidentali.
Lo Stato viene concepito come il fulcro della sicurezza nazionale e le organizzazioni operano all’interno di tale quadro.
Perché questa legge suscita preoccupazioni
È proprio questa impostazione ad aver generato numerose discussioni.
Diversi governi occidentali hanno espresso preoccupazioni circa il fatto che imprese private possano trovarsi giuridicamente obbligate a collaborare con le autorità cinesi quando ciò venga richiesto secondo la normativa vigente.
Questa è una delle ragioni che hanno alimentato il dibattito internazionale su aziende come Huawei, ZTE e altre società tecnologiche cinesi.
Non perché esistano prove pubbliche che ogni dato venga automaticamente trasferito allo Stato.
Ma perché il quadro normativo attribuisce alle autorità poteri che molti ordinamenti occidentali considerano significativamente più estesi.
È una distinzione fondamentale.
La risposta di Pechino
Le autorità cinesi respingono regolarmente queste critiche.
Secondo il governo di Pechino, la National Intelligence Law viene spesso interpretata in maniera distorta dai governi occidentali.
Le autorità sostengono che la collaborazione prevista dalla legge debba avvenire nel rispetto delle procedure normative e che il sistema cinese garantisca comunque la tutela degli interessi legittimi delle imprese.
È importante riportare anche questa posizione, perché una valutazione seria deve distinguere tra il testo della legge, le interpretazioni degli osservatori e la posizione ufficiale del governo interessato.
Il doppio standard della controinformazione
Ed è qui che emerge la contraddizione.
Quando OpenAI modifica una privacy policy, la controinformazione produce decine di video.
Quando Meta aggiorna i termini di servizio, si parla di dittatura digitale.
Quando Google introduce una nuova funzionalità basata sull’intelligenza artificiale, si grida al controllo globale.
Tutto legittimo.
Ma allora perché nessuno dedica lo stesso tempo a spiegare la National Intelligence Law?
Perché quasi nessuno legge il testo della legge?
Perché nessuno mette a confronto i diversi modelli giuridici?
La risposta sembra evidente.
Perché farlo romperebbe una narrazione costruita negli anni.
Una narrazione nella quale esiste un solo imperialismo.
Un solo sistema di controllo.
Un solo nemico.
La realtà, invece, è molto più complessa.
Le grandi potenze stanno costruendo modelli differenti di governance tecnologica.
Ignorare uno di questi modelli mentre si denuncia esclusivamente l’altro significa rinunciare al principio fondamentale di qualsiasi analisi indipendente: applicare lo stesso criterio di giudizio a tutti.
Nel prossimo capitolo entreremo nel dettaglio della Cybersecurity Law del 2017, della Data Security Law del 2021 e della Personal Information Protection Law, analizzando come queste norme si integrino tra loro e perché il sistema cinese non possa essere compreso leggendo una singola legge isolatamente.
Cybersecurity Law, Data Security Law e PIPL: perché il modello cinese non può essere paragonato semplicemente al GDPR
La controinformazione italiana ripete spesso un mantra:
“La Cina ha il suo GDPR.”
È una frase apparentemente rassicurante.
Ma è anche una delle più fuorvianti.
È vero che nel 2021 la Repubblica Popolare Cinese ha approvato la Personal Information Protection Law (PIPL), una legge che introduce diritti per gli interessati e obblighi per chi tratta dati personali.
Ma fermarsi qui significa non aver compreso come funziona realmente il sistema giuridico cinese.
Perché la PIPL non vive da sola.
Fa parte di un sistema molto più ampio.
Per capire davvero come Pechino disciplina i dati bisogna considerare almeno quattro grandi leggi:
- National Intelligence Law (2017)
- Cybersecurity Law (2017)
- Data Security Law (2021)
- Personal Information Protection Law (2021)
Queste norme non sono alternative tra loro.
Sono complementari.
Ed è proprio la loro interazione che rende il modello cinese profondamente diverso da quello europeo.
La Cybersecurity Law del 2017
La prima pietra del nuovo sistema normativo cinese è la Cybersecurity Law, entrata in vigore nel giugno 2017.
L’obiettivo dichiarato è duplice:
- proteggere la sicurezza delle infrastrutture digitali;
- garantire la sicurezza nazionale.
Ed è proprio questo secondo punto che cambia completamente la prospettiva.
Mentre il GDPR nasce principalmente per proteggere i cittadini, la Cybersecurity Law nasce innanzitutto per proteggere lo Stato.
La differenza può sembrare sottile.
In realtà è enorme.
Le Critical Information Infrastructure
Uno dei concetti fondamentali della legge è quello di Critical Information Infrastructure (CII).
Si tratta delle infrastrutture considerate strategiche per il funzionamento dello Stato.
Tra queste possono rientrare:
- energia;
- telecomunicazioni;
- trasporti;
- sistema bancario;
- sanità;
- servizi pubblici;
- grandi piattaforme digitali;
- altri settori ritenuti essenziali.
Gli operatori che gestiscono tali infrastrutture sono soggetti a obblighi particolarmente rigorosi.
La localizzazione dei dati
Uno degli aspetti più discussi riguarda la cosiddetta data localization.
In determinate circostanze, alcune categorie di dati devono essere conservate all’interno del territorio cinese.
L’esportazione all’estero richiede specifiche verifiche di sicurezza.
Questa scelta è coerente con una strategia che Pechino definisce “sovranità digitale”.
L’idea è semplice:
i dati rappresentano una risorsa strategica.
E, come tali, devono rimanere sotto la giurisdizione cinese quando riguardano interessi considerati sensibili.
La sicurezza viene prima della privacy
Ed è qui che emerge una differenza fondamentale rispetto al modello europeo.
Nel GDPR la protezione dei dati personali costituisce il principio generale.
Le eccezioni devono essere motivate.
Nel sistema cinese la sicurezza nazionale rappresenta invece uno dei principi centrali dell’intero impianto normativo.
La privacy continua a esistere.
Ma opera all’interno di un sistema nel quale lo Stato mantiene un ruolo molto più incisivo.
La Data Security Law
Nel 2021 entra in vigore la Data Security Law.
Questa legge amplia ulteriormente il quadro normativo.
Il suo oggetto non riguarda soltanto i dati personali.
Riguarda tutti i dati.
Industriali.
Economici.
Tecnologici.
Scientifici.
Strategici.
Lo Stato introduce un sistema di classificazione.
Non tutti i dati hanno la stessa importanza.
Alcuni vengono considerati rilevanti per la sicurezza nazionale.
Altri assumono valore strategico per lo sviluppo economico.
Altri ancora possono incidere sulla stabilità sociale.
È il governo a definire i criteri di classificazione.
Chi decide cosa è sensibile?
Questo è probabilmente uno dei punti più importanti.
Nel modello europeo la categoria dei dati sensibili è definita dal legislatore con criteri piuttosto precisi.
Nel sistema cinese il margine di valutazione attribuito alle autorità è significativamente più ampio.
Lo Stato mantiene un ruolo centrale nella classificazione dei dati e nella definizione delle misure di sicurezza applicabili.
Per molti studiosi questo rappresenta una delle principali differenze tra il modello cinese e quello europeo.
La Personal Information Protection Law (PIPL)
Ed eccoci finalmente alla legge che viene più spesso citata.
La PIPL.
Molti la descrivono come il “GDPR cinese”.
In parte è vero.
La legge introduce numerosi principi già presenti anche nella normativa europea.
Ad esempio:
- consenso al trattamento;
- limitazione delle finalità;
- minimizzazione dei dati;
- obblighi di trasparenza;
- responsabilità del titolare del trattamento;
- misure di sicurezza.
Anche gli interessati dispongono di alcuni diritti.
Tra questi:
- accesso;
- rettifica;
- cancellazione nei casi previsti;
- limitazione del trattamento.
A una prima lettura sembrerebbe davvero molto simile al GDPR.
Ma è qui che occorre fermarsi.
Perché la PIPL non può essere letta isolatamente.
Le eccezioni
La legge prevede numerose eccezioni.
Tra queste:
- sicurezza nazionale;
- sicurezza pubblica;
- salute pubblica;
- attività investigative;
- altri casi previsti dalla legge.
In altre parole:
i diritti riconosciuti ai cittadini convivono con un sistema normativo che attribuisce allo Stato poteri molto più ampi rispetto a quelli normalmente previsti negli ordinamenti europei.
È questo l’aspetto che rende il confronto con il GDPR molto più complesso di quanto venga spesso raccontato.
Il confronto con l’Europa
Nel GDPR il cittadino dispone di un insieme articolato di strumenti di tutela.
Può:
- chiedere l’accesso ai dati;
- conoscere le finalità del trattamento;
- richiederne la rettifica;
- opporsi in determinate circostanze;
- chiedere la cancellazione quando ricorrono i presupposti;
- presentare reclamo a un’autorità indipendente;
- ricorrere davanti ai tribunali.
Il sistema europeo nasce proprio dall’idea che il potere pubblico e quello privato debbano essere sottoposti a limiti.
Nel modello cinese la tutela della privacy è inserita in un ordinamento nel quale la sicurezza nazionale rappresenta un interesse prioritario.
Non significa che i cittadini siano privi di diritti.
Significa che tali diritti operano in un contesto giuridico differente.
Perché tutto questo conta anche per l’intelligenza artificiale
Ed eccoci al punto che la controinformazione sembra evitare accuratamente.
Ogni sistema di intelligenza artificiale moderno si basa sui dati.
Più dati.
Più addestramento.
Più capacità di apprendimento.
Per questo motivo il contesto normativo entro cui opera un’impresa tecnologica diventa un elemento fondamentale da analizzare.
Non basta chiedersi se una piattaforma raccolga dati.
Bisogna domandarsi:
Quali norme disciplinano quella raccolta?
Quali autorità possono intervenire?
Quali garanzie hanno gli utenti?
Quali strumenti di ricorso esistono?
Quali obblighi ricadono sulle imprese?
Sono queste le domande che dovrebbero guidare qualsiasi analisi seria.
Eppure sono proprio le domande che raramente vengono affrontate da chi dedica ore a denunciare il “controllo occidentale” senza applicare lo stesso livello di approfondimento al sistema normativo cinese.
Nel prossimo capitolo analizzeremo il confronto diretto tra Cina, Unione Europea e Stati Uniti, mostrando come tre modelli giuridici molto diversi riflettano tre differenti concezioni del rapporto tra individuo, mercato e Stato.
Cina, Unione Europea e Stati Uniti: tre modelli completamente diversi di gestione dei dati
Uno degli errori più frequenti commessi nel dibattito pubblico consiste nel parlare genericamente di “privacy” come se tutti gli Stati condividessero la stessa concezione del rapporto tra individuo, imprese e potere pubblico.
Non è così.
Dietro la parola privacy si nascondono filosofie giuridiche profondamente differenti.
Ed è proprio questa differenza che la controinformazione italiana evita quasi sempre di affrontare.
Quando si parla di raccolta dati, infatti, il confronto viene ridotto a uno slogan:
“Anche gli americani raccolgono dati.”
È vero.
Ma la questione non è semplicemente chi raccolga dati.
La vera domanda è molto più complessa.
Quali diritti possiede il cittadino?
Quali limiti incontra lo Stato?
Quali controlli indipendenti esistono?
Quali strumenti giuridici sono disponibili per contestare un abuso?
Sono queste le domande che permettono di comprendere le profonde differenze tra i tre modelli.
Il modello europeo
L’Unione Europea ha costruito uno dei sistemi più garantisti al mondo in materia di protezione dei dati personali.
Il GDPR parte da un principio preciso:
il dato personale appartiene alla persona.
Da questo principio discendono una serie di diritti.
Il cittadino può sapere:
- quali dati vengono raccolti;
- perché vengono raccolti;
- per quanto tempo vengono conservati;
- a chi vengono comunicati;
- come vengono utilizzati.
Può inoltre:
- richiederne la rettifica;
- ottenerne la cancellazione nei casi previsti dalla legge;
- opporsi ad alcuni trattamenti;
- richiedere la portabilità dei dati;
- presentare reclamo alle Autorità Garanti;
- rivolgersi ai tribunali.
Il GDPR non impedisce la raccolta dei dati.
La disciplina.
Soprattutto introduce un elemento fondamentale:
il titolare del trattamento deve rendere conto del proprio operato.
Le autorità indipendenti
Uno dei pilastri del sistema europeo è rappresentato dalle Autorità Garanti.
Ogni Stato membro dispone di un’autorità indipendente.
Queste autorità possono:
- svolgere ispezioni;
- ordinare modifiche;
- imporre limitazioni;
- applicare sanzioni molto elevate.
Anche grandi multinazionali come Meta, Google, TikTok, Amazon e Microsoft hanno ricevuto negli ultimi anni sanzioni milionarie o miliardarie per violazioni del GDPR.
Questo dimostra un principio essenziale.
Il potere pubblico può intervenire anche contro grandi aziende private.
Il sistema americano
Negli Stati Uniti la situazione è differente.
Non esiste un GDPR federale.
Esiste invece una pluralità di norme.
Tra le più importanti:
- California Consumer Privacy Act (CCPA);
- California Privacy Rights Act (CPRA);
- Health Insurance Portability and Accountability Act (HIPAA);
- Children’s Online Privacy Protection Act (COPPA);
- Gramm-Leach-Bliley Act per il settore finanziario.
Il sistema americano è quindi molto più frammentato.
La tutela varia in base:
- allo Stato;
- al settore;
- alla tipologia dei dati.
È un’impostazione diversa da quella europea.
Ma resta inserita in un sistema caratterizzato da:
- controllo giudiziario;
- separazione dei poteri;
- possibilità di impugnazione davanti ai tribunali;
- libertà di stampa;
- forte attività investigativa della società civile.
Le rivelazioni di Edward Snowden
Naturalmente gli Stati Uniti non sono immuni da critiche.
Le rivelazioni di Edward Snowden nel 2013 hanno mostrato come la NSA avesse sviluppato programmi di sorveglianza estremamente invasivi.
Da allora il dibattito pubblico americano è stato enorme.
Sono nate:
- commissioni parlamentari;
- ricorsi giudiziari;
- modifiche legislative;
- nuove interpretazioni della normativa.
Questo non significa che il problema sia stato risolto.
Significa però che il sistema dispone di strumenti attraverso i quali tali pratiche possono essere portate all’attenzione dell’opinione pubblica, discusse e contestate.
Il modello cinese
Ed eccoci al terzo modello.
La Repubblica Popolare Cinese affronta il tema dei dati partendo da un presupposto differente.
L’interesse collettivo.
La sicurezza nazionale.
La stabilità sociale.
Lo sviluppo economico.
Questi obiettivi occupano una posizione centrale nella costruzione dell’intero sistema normativo.
Per questo motivo le varie leggi sui dati devono essere lette insieme.
La protezione della privacy esiste.
Ma viene bilanciata con esigenze che il legislatore cinese considera prioritarie.
Il ruolo dello Stato
Nel sistema cinese lo Stato mantiene una posizione molto più centrale rispetto agli ordinamenti occidentali.
Questo non riguarda soltanto la sicurezza.
Riguarda l’intera organizzazione economica.
Le grandi imprese tecnologiche operano in un contesto nel quale le autorità pubbliche esercitano un ruolo molto più incisivo.
È una caratteristica strutturale del modello cinese.
Non rappresenta un’anomalia.
Rappresenta il funzionamento ordinario del sistema.
Il confronto che quasi nessuno fa
È curioso osservare il comportamento di molti influencer della controinformazione.
Quando analizzano ChatGPT leggono ogni riga della privacy policy.
Quando parlano di Google analizzano i cookie.
Quando discutono di Meta citano ogni modifica ai termini di servizio.
Ma quanti di loro hanno letto integralmente:
- National Intelligence Law;
- Cybersecurity Law;
- Data Security Law;
- Personal Information Protection Law?
Quanti spiegano come interagiscono tra loro?
Quanti illustrano ai propri lettori le differenze rispetto al GDPR?
La risposta è sconfortante.
Pochissimi.
L’illusione del “nemico unico”
La geopolitica contemporanea non può essere letta come un film nel quale esiste un solo cattivo.
Le grandi potenze investono miliardi di euro nella raccolta dei dati, nell’intelligenza artificiale, nel cloud, nella cybersicurezza e nelle infrastrutture digitali.
Lo fanno:
- Stati Uniti;
- Cina;
- Unione Europea;
- Russia;
- India;
- Israele.
Pensare che soltanto uno di questi attori persegua interessi strategici significa non comprendere come funziona la competizione tecnologica del XXI secolo.
Il doppio standard della controinformazione
Ed è qui che emerge il problema.
Una parte della controinformazione denuncia giustamente la concentrazione del potere tecnologico nelle mani delle Big Tech occidentali.
Ma poi smette improvvisamente di utilizzare lo stesso metodo quando il tema riguarda la Cina.
La critica scompare.
L’approfondimento scompare.
La curiosità scompare.
Rimane soltanto una convinzione ideologica:
“Se è contro gli Stati Uniti, allora deve essere dalla parte della libertà.”
È un ragionamento estremamente fragile.
La libertà non si misura osservando chi si oppone a Washington.
Si misura osservando il rapporto concreto tra Stato, cittadino e potere.
Ed è proprio questo il confronto che troppo spesso viene evitato.
Il rischio dell’idealizzazione
Ogni volta che un sistema politico viene idealizzato, l’analisi lascia il posto alla fede.
La Cina non ha bisogno di essere demonizzata.
Ma non ha nemmeno bisogno di essere trasformata in un mito.
Va studiata.
Analizzata.
Compresa.
Con lo stesso rigore utilizzato per valutare Washington, Bruxelles o qualsiasi altro centro di potere.
Quando invece il metro di giudizio cambia a seconda della bandiera, non siamo più davanti a un’analisi indipendente.
Siamo semplicemente di fronte a una nuova forma di propaganda.
Nel prossimo capitolo entreremo nel tema più delicato: l’intelligenza artificiale cinese, le piattaforme gratuite, le preoccupazioni espresse dai governi occidentali, i limiti delle conoscenze pubbliche sulla raccolta dei dati e ciò che è realmente documentato rispetto a ciò che rimane oggetto di dibattito e di analisi strategica.
PARTE V
Intelligenza artificiale cinese, raccolta dei dati e il silenzio della controinformazione
Negli ultimi mesi si è assistito a un fenomeno curioso.
Ogni volta che viene presentato un nuovo modello di intelligenza artificiale sviluppato in Cina, una parte della controinformazione italiana reagisce con entusiasmo quasi religioso.
Titoli trionfalistici.
Video celebrativi.
Commenti entusiasti.
Secondo questa narrazione, la Cina avrebbe finalmente sconfitto il monopolio tecnologico americano offrendo un’intelligenza artificiale “libera”, “gratuita” e “non controllata dalle Big Tech occidentali”.
Ma c’è una domanda che quasi nessuno sembra voler porre.
Quale sistema giuridico disciplina il trattamento dei dati raccolti da queste piattaforme?
È una domanda fondamentale.
Perché qualsiasi sistema di intelligenza artificiale moderno vive di dati.
Non esiste IA senza dati.
Ogni modello necessita di enormi quantità di informazioni per essere addestrato, migliorato, corretto e mantenuto competitivo.
Questo vale per OpenAI.
Vale per Google.
Vale per Anthropic.
Vale per Meta.
Vale per Microsoft.
E vale anche per le aziende cinesi.
Pensare che un modello gratuito possa funzionare senza raccogliere dati di utilizzo, log tecnici, richieste degli utenti o altre informazioni necessarie all’erogazione del servizio non sarebbe realistico.
La vera questione non è se vengano raccolti dati.
La vera questione è come vengono raccolti, quali regole si applicano e quali garanzie esistono per gli utenti.
Ed è qui che il dibattito dovrebbe diventare serio.
L’equivoco della gratuità
Nel mondo digitale esiste un principio molto semplice.
Quando un servizio è gratuito, il modello economico non scompare.
Cambia.
Può basarsi sulla pubblicità.
Sulla vendita di servizi premium.
Sull’acquisizione di clienti.
Sull’addestramento dei modelli.
Sull’integrazione con altri prodotti.
Ogni azienda sviluppa il proprio modello di business.
Questo vale per le piattaforme occidentali.
Vale anche per quelle cinesi.
La gratuità non è mai sinonimo automatico di assenza di raccolta dati.
Per questo motivo il vero nodo non è stabilire se un servizio sia gratuito.
È capire quali informazioni vengono raccolte, per quali finalità dichiarate e quali strumenti di tutela siano previsti.
Le preoccupazioni dei governi occidentali
Negli ultimi anni diversi governi occidentali hanno espresso preoccupazioni riguardo ad alcune tecnologie sviluppate da aziende cinesi.
Le motivazioni variano da caso a caso.
Tra i temi ricorrenti figurano:
- sicurezza delle infrastrutture critiche;
- protezione dei dati;
- trasferimenti internazionali di informazioni;
- rischi di dipendenza tecnologica;
- resilienza delle reti digitali.
Queste preoccupazioni hanno portato, in alcuni Paesi, a limitazioni o divieti per specifiche tecnologie o applicazioni.
È importante sottolineare un punto.
Queste decisioni non costituiscono, di per sé, la prova che una determinata azienda abbia commesso illeciti.
Rappresentano valutazioni di rischio effettuate dai governi sulla base del contesto normativo, delle caratteristiche tecnologiche e delle implicazioni strategiche.
Confondere una valutazione di rischio con una prova giudiziaria sarebbe un errore.
Ma ignorare completamente l’esistenza di tali valutazioni sarebbe altrettanto fuorviante.
Il problema della trasparenza
Uno degli aspetti più discussi dagli esperti riguarda la trasparenza.
Per qualsiasi piattaforma digitale gli utenti dovrebbero poter conoscere, nei limiti previsti dalla normativa applicabile:
- quali dati vengono raccolti;
- per quali finalità;
- per quanto tempo vengono conservati;
- con quali soggetti possono essere condivisi;
- quali diritti possono essere esercitati.
Nel contesto internazionale, gli studiosi osservano che il quadro normativo cinese presenta caratteristiche diverse da quello europeo e statunitense, soprattutto per il ruolo attribuito allo Stato in materia di sicurezza nazionale. Questo alimenta un dibattito sulle garanzie disponibili per gli utenti e sulla possibilità di esercitare concretamente alcuni diritti quando il trattamento dei dati ricade sotto la giurisdizione cinese.
Il rischio dei doppi standard
Ed è qui che la controinformazione cade nella propria contraddizione.
Quando un’azienda americana aggiorna una privacy policy, viene accusata di voler costruire un sistema di sorveglianza globale.
Quando una piattaforma cinese pubblica condizioni d’uso o informative sulla privacy, spesso nessuno le legge.
Quando un’autorità europea apre un’indagine su una Big Tech occidentale, il caso diventa la prova definitiva dell’esistenza di un complotto.
Quando i governi occidentali esprimono preoccupazioni sulle implicazioni della legislazione cinese in materia di dati, tutto viene liquidato come semplice propaganda anti-cinese.
Questo non è spirito critico.
È un doppio standard.
La coerenza imporrebbe di analizzare ogni piattaforma con gli stessi criteri, indipendentemente dal Paese di origine.
Tecnologia e geopolitica
L’intelligenza artificiale non è soltanto una questione economica.
È una questione geopolitica.
Chi sviluppa i modelli più avanzati acquisisce vantaggi in:
- ricerca scientifica;
- industria;
- difesa;
- cybersicurezza;
- finanza;
- medicina;
- logistica;
- intelligence.
Per questo motivo Stati Uniti, Cina, Unione Europea e altri attori investono centinaia di miliardi di euro nello sviluppo dell’IA.
Non si tratta di filantropia.
Si tratta di competizione strategica.
Ridurre tutto alla favola della “Cina buona” contro “l’America cattiva” significa ignorare la complessità della realtà.
Il nuovo tifo ideologico
Forse l’aspetto più sorprendente è che molti di coloro che si definiscono “anti-globalisti” sembrano valutare le tecnologie non in base alle loro caratteristiche, ma in base alla bandiera del produttore.
Se la piattaforma nasce in California è automaticamente uno strumento del potere globale.
Se nasce a Pechino diventa improvvisamente il simbolo della libertà digitale.
È una logica che capovolge il metodo della ricerca.
La domanda non dovrebbe essere:
“Da quale Paese proviene questa tecnologia?”
La domanda dovrebbe essere:
“Quali garanzie offre? Quale quadro normativo la disciplina? Quali diritti riconosce agli utenti? Quali strumenti di controllo indipendente esistono?”
Sono queste le domande che distinguono l’analisi dalla propaganda.
Conclusione della quinta parte
La competizione tra Stati Uniti e Cina nel campo dell’intelligenza artificiale non è uno scontro tra libertà e dittatura, né tra bene e male. È una competizione tra due grandi modelli tecnologici e geopolitici, ciascuno con punti di forza, limiti e criticità.
Ignorare sistematicamente le problematiche poste dal quadro normativo cinese mentre si denunciano esclusivamente quelle occidentali significa rinunciare a un’analisi equilibrata.
Nel prossimo capitolo analizzeremo perché una parte della controinformazione italiana è arrivata a questo punto: quali fattori ideologici, culturali e geopolitici hanno contribuito a trasformare la Cina, per alcuni commentatori, da oggetto di analisi a oggetto di identificazione politica.
Perché una parte della controinformazione è diventata il megafono della propaganda cinese
Esiste una domanda che merita una risposta.
Come è possibile che persone che per anni hanno denunciato:
- il controllo digitale;
- la sorveglianza di massa;
- le multinazionali tecnologiche;
- l’identità digitale;
- le CBDC;
- l’intelligenza artificiale;
- il capitalismo della sorveglianza;
siano improvvisamente diventate entusiaste sostenitrici della Repubblica Popolare Cinese?
È una contraddizione evidente.
Eppure accade ogni giorno.
Non appena un nuovo modello di IA viene presentato da un’azienda cinese, la narrazione cambia completamente.
Le domande spariscono.
I dubbi spariscono.
Lo spirito critico sparisce.
Rimane soltanto l’entusiasmo.
Per capire questo fenomeno bisogna uscire dal terreno della tecnologia ed entrare in quello della psicologia politica.
L’errore del “nemico del mio nemico”
La controinformazione contemporanea è caduta in una delle trappole più antiche della geopolitica.
L’idea che:
“Il nemico del mio nemico sia automaticamente mio amico.”
È un errore enorme.
Gli Stati non hanno amici.
Hanno interessi.
La Cina non investe centinaia di miliardi nell’intelligenza artificiale per liberare l’Occidente.
Lo fa per diventare la principale potenza tecnologica del XXI secolo.
Gli Stati Uniti non sviluppano semiconduttori avanzati per beneficenza.
Lo fanno per mantenere il proprio vantaggio strategico.
L’Unione Europea investe in sovranità digitale per ridurre dipendenze tecnologiche.
Ogni potenza segue una logica di interesse nazionale.
Pensare che una di esse combatta esclusivamente per la libertà significa leggere la geopolitica come fosse una favola.
L’antiamericanismo come filtro ideologico
Una parte della controinformazione osserva il mondo attraverso un unico filtro.
L’antiamericanismo.
Qualunque notizia viene interpretata partendo da un presupposto.
Se danneggia Washington…
allora è positiva.
Se indebolisce la NATO…
allora è positiva.
Se favorisce un concorrente degli Stati Uniti…
allora è positiva.
È un metodo completamente opposto a quello dell’analisi.
L’analista osserva i fatti.
L’ideologo osserva la bandiera.
Il ritorno del vecchio riflesso marxista
Questo meccanismo affonda le proprie radici nella cultura politica del Novecento.
Per decenni una parte della sinistra rivoluzionaria ha interpretato il mondo attraverso una contrapposizione rigida.
Da un lato:
- capitalismo;
- imperialismo americano;
- NATO.
Dall’altro:
- socialismo;
- anti-imperialismo;
- blocco orientale.
Il crollo dell’Unione Sovietica non ha cancellato completamente questa impostazione mentale.
Ha semplicemente cambiato protagonista.
Oggi, per alcuni commentatori, il ruolo che un tempo apparteneva a Mosca viene attribuito a Pechino.
La Cina diventa automaticamente il nuovo baluardo contro l’imperialismo occidentale.
Ma il mondo del 2026 non è quello del 1976.
La Cina contemporanea è una superpotenza economica, industriale e tecnologica pienamente inserita nei mercati globali.
È il principale esportatore mondiale di beni.
È uno dei maggiori investitori internazionali.
È leader in numerosi settori manifatturieri.
Parlare della Cina come di una semplice forza “anti-imperialista” significa ignorare la complessità della sua proiezione globale.
La confusione tra multipolarismo e assenza di potere
Molti commentatori sembrano confondere due concetti completamente diversi.
Il multipolarismo.
E l’assenza di potere.
Non sono la stessa cosa.
Che il sistema internazionale stia diventando multipolare è ormai riconosciuto da gran parte degli analisti.
Ma multipolare non significa privo di competizione.
Significa semplicemente che esistono più centri di potere.
Washington.
Pechino.
Bruxelles.
Mosca.
Nuova Delhi.
Ognuno cerca di rafforzare la propria influenza.
Pensare che soltanto uno di questi persegua interessi geopolitici significa non comprendere la natura stessa della politica internazionale.
L’illusione della tecnologia neutrale
Esiste poi un altro errore molto diffuso.
Pensare che la tecnologia sia neutrale.
Non lo è.
Ogni infrastruttura digitale riflette il contesto giuridico e istituzionale nel quale nasce.
Cloud.
Reti 5G.
Semiconduttori.
Sistemi operativi.
Intelligenza artificiale.
Tutto questo non vive nel vuoto.
Opera all’interno di ordinamenti giuridici.
Per questo motivo non basta valutare le prestazioni di un modello di IA.
Bisogna anche chiedersi:
Quali norme regolano quella tecnologia?
Quali autorità possono intervenire?
Quali diritti hanno gli utenti?
Quali strumenti di ricorso esistono?
Queste sono le domande che una parte della controinformazione evita accuratamente.
Il mito della Cina “anti-globalista”
Forse il paradosso più grande riguarda proprio il termine “globalismo”.
Molti influencer descrivono la Cina come il principale avversario del globalismo.
Ma basta osservare i dati economici.
La Cina è profondamente integrata nel commercio mondiale.
Partecipa alle principali istituzioni economiche internazionali.
Investe in infrastrutture strategiche in decine di Paesi.
Promuove iniziative globali come la Belt and Road Initiative.
Sviluppa standard tecnologici destinati a competere su scala internazionale.
Questo non significa che persegua gli stessi obiettivi politici di Stati Uniti o Unione Europea.
Significa però che è anch’essa una grande potenza globale con una propria strategia di influenza economica, industriale e tecnologica.
Ridurre tutto allo schema “globalisti contro anti-globalisti” rischia di semplificare eccessivamente una realtà molto più articolata.
La propaganda cambia colore
La propaganda non è un monopolio occidentale.
Ogni grande potenza utilizza strumenti di comunicazione strategica.
Ogni governo cerca di promuovere la propria immagine.
Ogni sistema politico tende a valorizzare i propri successi e a minimizzare le proprie criticità.
Pensare che soltanto Washington faccia propaganda e che Pechino rappresenti la pura verità significa sostituire un pregiudizio con un altro.
La vera indipendenza intellettuale consiste nel diffidare di tutte le narrazioni ufficiali.
Non soltanto di quelle occidentali.
La controinformazione ha smesso di verificare
Il problema principale non è nemmeno la simpatia verso la Cina.
Ognuno è libero di preferire un modello politico a un altro.
Il problema nasce quando si smette di verificare.
Quando non si leggono più le leggi.
Quando non si consultano più le fonti.
Quando non si confrontano più gli ordinamenti.
Quando si accetta qualsiasi narrazione purché confermi le proprie convinzioni.
In quel momento la controinformazione smette di essere ricerca.
Diventa semplicemente un’altra forma di informazione militante.
E il rischio è enorme.
Perché chi si abitua a credere senza verificare finisce inevitabilmente per diventare il miglior alleato di qualunque propaganda, indipendentemente dalla bandiera che la produce.
Verso la conclusione
Nel prossimo e ultimo capitolo tireremo le fila dell’intero dossier. Analizzeremo come la critica alla concentrazione del potere tecnologico possa essere coerente solo se applicata a tutti gli attori internazionali, senza eccezioni, e perché il vero antidoto alla propaganda non sia scegliere una potenza da tifare, ma mantenere lo stesso livello di rigore verso qualsiasi centro di potere.
PARTE VII
La vera indipendenza intellettuale non sceglie un impero: sceglie i fatti
Dopo aver analizzato il quadro normativo cinese, confrontandolo con il sistema europeo e con quello statunitense, emerge una conclusione che dovrebbe essere ovvia, ma che nel dibattito pubblico viene spesso ignorata.
La questione non è stabilire quale grande potenza sia “buona” e quale sia “cattiva”.
La vera domanda è un’altra.
Perché una parte della controinformazione applica il proprio spirito critico esclusivamente all’Occidente, rinunciando a farlo quando il centro del potere si sposta verso Oriente?
È una domanda che riguarda il metodo prima ancora delle conclusioni.
Chi denuncia la concentrazione del potere economico dovrebbe interrogarsi anche sulla concentrazione del potere politico.
Chi critica la sorveglianza digitale dovrebbe analizzare con lo stesso rigore ogni modello di governance tecnologica.
Chi combatte il controllo delle informazioni dovrebbe studiare anche i sistemi che limitano l’accesso all’informazione, la libertà di stampa e il pluralismo.
La credibilità nasce dalla coerenza.
Ed è proprio questa coerenza che troppo spesso manca.
La tecnologia non ha nazionalità, ma vive dentro un sistema giuridico
Uno degli errori più diffusi consiste nel valutare una tecnologia soltanto in base al Paese in cui viene sviluppata.
Una piattaforma non diventa automaticamente affidabile perché è cinese.
Così come non diventa automaticamente pericolosa perché è americana.
La valutazione dovrebbe sempre partire da alcuni elementi oggettivi:
- il quadro normativo entro cui opera;
- le garanzie offerte agli utenti;
- i diritti riconosciuti;
- i meccanismi di controllo indipendente;
- la trasparenza delle procedure;
- la possibilità di ricorrere davanti ad autorità imparziali.
È questo il metodo utilizzato dagli studiosi del diritto, dagli esperti di cybersicurezza e dagli analisti delle politiche digitali.
Sostituire questo metodo con il tifo geopolitico significa impoverire il dibattito.
Il rischio della propaganda “alternativa”
Ogni epoca produce la propria propaganda.
Quella occidentale.
Quella russa.
Quella cinese.
Quella iraniana.
Ogni grande potenza cerca di orientare la percezione internazionale dei propri interessi.
È un dato storico.
Pensare che soltanto un blocco geopolitico utilizzi strumenti di influenza significa non comprendere il funzionamento delle relazioni internazionali.
La vera controinformazione dovrebbe essere il luogo nel quale tutte le narrazioni vengono sottoposte allo stesso livello di verifica.
Non il luogo nel quale una propaganda viene semplicemente sostituita con un’altra.
Quando invece si smette di verificare perché una determinata notizia conferma la propria visione del mondo, il processo di ricerca si interrompe.
Rimane soltanto l’adesione ideologica.
Il prezzo dei doppi standard
I doppi standard producono un effetto devastante.
Distruggono la credibilità.
Chi denuncia le Big Tech americane ma ignora completamente il quadro normativo cinese offre l’impressione di non cercare la verità, ma soltanto conferme alle proprie convinzioni.
Chi parla continuamente di identità digitale senza analizzare i modelli di governance digitale sviluppati in altre parti del mondo dimostra di applicare criteri selettivi.
Chi critica le piattaforme occidentali ma non dedica lo stesso approfondimento alle tecnologie provenienti da altri sistemi giuridici non sta facendo analisi comparata.
Sta facendo selezione ideologica.
La geopolitica del XXI secolo
Il XXI secolo non sarà dominato soltanto dalla competizione militare.
Sarà dominato dalla competizione tecnologica.
Intelligenza artificiale.
Semiconduttori.
Cloud computing.
Quantum computing.
Robotica.
Telecomunicazioni.
Cybersicurezza.
Data center.
Chi controllerà questi settori eserciterà una parte significativa dell’influenza economica e strategica globale.
Per questo motivo Stati Uniti, Cina, Unione Europea, India e altre potenze stanno investendo somme enormi.
Non esistono attori privi di interessi.
Esistono strategie differenti.
Comprenderle richiede studio.
Non slogan.
La responsabilità della controinformazione
La controinformazione ha una responsabilità particolare.
Dovrebbe rappresentare uno spazio di approfondimento, non una tifoseria.
Dovrebbe leggere le leggi, confrontare i sistemi giuridici, distinguere tra fatti, interpretazioni e opinioni.
Dovrebbe evitare sia l’apologia sia la demonizzazione.
Il compito dell’analista non è trovare un nuovo impero da difendere.
È comprendere come funzionano i diversi modelli di potere.
Quando questa distinzione viene meno, la controinformazione rischia di perdere la propria funzione originaria.
Conclusione
Il vero pensiero critico non consiste nello scegliere una bandiera.
Consiste nel mantenere lo stesso rigore verso qualsiasi centro di potere.
Chi critica Washington deve essere disposto a studiare anche Pechino.
Chi analizza Bruxelles dovrebbe analizzare con la stessa attenzione Mosca.
Chi denuncia la raccolta dei dati delle piattaforme occidentali dovrebbe approfondire con identico metodo il quadro normativo che disciplina le tecnologie sviluppate altrove.
La libertà di pensiero non nasce dall’appartenenza a un blocco geopolitico.
Nasce dalla capacità di mettere continuamente in discussione ogni narrazione, compresa quella che conferma le nostre convinzioni.
Per questo motivo il compito di chi vuole davvero fare informazione indipendente non è sostituire una propaganda con un’altra.
È costruire un metodo.
Un metodo che parta dalle fonti, distingua i fatti dalle opinioni e utilizzi lo stesso metro di giudizio per tutti.
Solo così la controinformazione può rimanere fedele alla propria missione originaria: non difendere un potere contro un altro, ma aiutare i cittadini a comprendere la complessità del mondo senza cadere nella trappola delle semplificazioni ideologiche.
Fonti principali
Normativa cinese
- National Intelligence Law (2017)
- Cybersecurity Law (2017)
- Data Security Law (2021)
- Personal Information Protection Law – PIPL (2021)
Normativa europea
- Regolamento (UE) 2016/679 – GDPR
- Artificial Intelligence Act dell’Unione Europea
- European Data Protection Board (EDPB)
Normativa statunitense
- California Consumer Privacy Act (CCPA)
- California Privacy Rights Act (CPRA)
- HIPAA
- COPPA
Approfondimenti istituzionali
- ENISA (European Union Agency for Cybersecurity)
- OECD AI Policy Observatory
- Stanford DigiChina Project
- Freedom House – Freedom on the Net
- Human Rights Watch
- Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS) – progetti sulle CBDC
- Commissione Europea – Strategia digitale e protezione dei dati

