I cani da riporto della controinformazione italiana: antiamericani a comando, propagandisti di Cina e Iran per vocazione

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Urlano contro il tecnofeudalesimo occidentale, ma tacciono sul controllo dei dati, sulla repressione politica e sull’espansione tecnologica dei regimi che hanno scelto di idolatrare

C’è una deformazione ideologica che attraversa ormai una parte consistente della cosiddetta controinformazione italiana.

È un ambiente nato dichiarando di voler smascherare la propaganda, contestare il potere, denunciare la sorveglianza digitale, opporsi alle élite economiche e difendere le libertà individuali. Una missione apparentemente nobile, almeno sulla carta.

Poi, però, basta osservare il metodo utilizzato per accorgersi che qualcosa non torna.

Quando si parla di Stati Uniti, Israele, NATO, Unione Europea, Google, Microsoft, Meta, Amazon, OpenAI o Palantir, ogni rapporto commerciale diventa una prova di dominio, ogni contratto pubblico diventa una cospirazione, ogni raccolta di dati viene descritta come l’anticamera del totalitarismo e ogni tecnologia digitale viene trasformata nel mattone di una prigione globale.

Quando invece si parla di Cina o Iran, la severità scompare.

Le domande cessano.

Le leggi non vengono più lette.

I diritti umani diventano un dettaglio.

La repressione viene relativizzata.

La raccolta dei dati viene ignorata.

Le infrastrutture digitali non sono più strumenti di penetrazione, ma improvvisamente diventano “cooperazione multipolare”.

La tecnologia americana sarebbe sempre tecnofeudalesimo; quella cinese, anche quando nasce e opera dentro un sistema politico autoritario, viene presentata come liberazione.

Questa non è controinformazione.

È propaganda rovesciata.

È il vecchio riflesso marxista secondo il quale il nemico principale resta sempre l’Occidente e, di conseguenza, qualsiasi potenza che si opponga a Washington debba essere assolta, idealizzata o addirittura celebrata.

I cani da riporto della propaganda non hanno smesso di obbedire. Hanno semplicemente cambiato padrone.

Il mondo ridotto a una favola ideologica

Lo schema è elementare.

Da una parte ci sarebbero Stati Uniti e Israele: imperialismo, fascismo, capitalismo predatorio, colonialismo, controllo dei dati e guerra permanente.

Dall’altra Cina, Iran, Russia e il cosiddetto Asse della Resistenza: sovranità, multipolarismo, emancipazione e lotta contro il globalismo.

È una semplificazione infantile che trasforma la geopolitica in una partita di calcio.

Gli Stati, però, non agiscono per beneficenza. Perseguono interessi.

Lo fanno gli Stati Uniti.

Lo fa Israele.

Lo fa l’Unione Europea.

Lo fanno Russia, Iran e Cina.

Ogni grande potenza cerca accesso a mercati, risorse, infrastrutture, informazioni, alleanze, standard tecnologici e posizioni strategiche. La questione non è stabilire chi sia moralmente puro, perché la purezza non appartiene alla politica internazionale. La questione è osservare ogni attore con il medesimo criterio.

Ed è proprio qui che una parte della controinformazione fallisce.

Non usa un criterio.

Usa una fedeltà.

Quando una notizia danneggia Washington, viene accettata immediatamente. Quando mette in difficoltà Pechino o Teheran, viene liquidata come propaganda occidentale prima ancora di essere esaminata.

Non è scetticismo.

È credulità selettiva.

La Cina trasformata nel nuovo paradiso ideologico

La Repubblica Popolare Cinese viene spesso raccontata come la grande alternativa al capitalismo occidentale.

Una potenza ordinata, efficiente, sovrana, tecnologicamente avanzata e capace di sottrarsi al dominio delle multinazionali americane.

In questa rappresentazione scompare però la realtà di un Paese guidato da un partito unico, nel quale il potere politico esercita un ruolo determinante sulle istituzioni, sui media, sul settore tecnologico, sull’informazione pubblica e sulle grandi imprese.

La Cina contemporanea non è neppure l’opposto della globalizzazione economica.

È una delle sue maggiori protagoniste.

È profondamente inserita nel commercio mondiale, esporta capitali e infrastrutture, controlla segmenti fondamentali delle catene produttive, investe nei porti, nelle telecomunicazioni, nelle reti energetiche, nei data center, nei cavi, nei satelliti, nell’intelligenza artificiale e nella definizione degli standard internazionali.

La Belt and Road Initiative, lanciata nel 2013, è stata presentata come un grande progetto di connettività e cooperazione transcontinentale. La Banca Mondiale ha riconosciuto che le infrastrutture collegate all’iniziativa possono produrre benefici economici, ma ha evidenziato anche rischi legati al debito, alla trasparenza, alla governance e agli effetti economici e politici dei corridoi infrastrutturali.

A questa proiezione fisica si affianca la dimensione digitale: telecomunicazioni, piattaforme cloud, sistemi di sorveglianza, città intelligenti, infrastrutture di rete, intelligenza artificiale e standard tecnologici.

Nel piano cinese 2026-2030, per esempio, sono indicati obiettivi molto ambiziosi per le reti 5G-Advanced, la ricerca sul 6G, le infrastrutture ottiche, l’intelligenza artificiale e l’internet satellitare. La Commissione europea ha riportato il target di 500.000 stazioni 5G-A entro il 2030.

Questa non è carità internazionale.

È politica industriale.

È competizione strategica.

È proiezione di potere.

Chiamarla automaticamente “cooperazione multipolare” mentre analoghi programmi occidentali vengono bollati come colonialismo significa utilizzare due vocabolari diversi per descrivere lo stesso fenomeno: la volontà di una grande potenza di estendere la propria influenza.

Urlano contro il tecnofeudalesimo americano

Il concetto di tecnofeudalesimo viene utilizzato per descrivere un sistema nel quale poche piattaforme possiedono le infrastrutture digitali, raccolgono enormi quantità di dati, controllano l’accesso ai mercati, impongono regole agli utenti e trasformano cittadini e imprese in soggetti dipendenti dai loro ecosistemi.

La critica non è priva di fondamento.

Il potere delle grandi piattaforme statunitensi è reale.

Google domina importanti segmenti della ricerca e della pubblicità.

Amazon controlla una parte rilevante del cloud e del commercio elettronico.

Microsoft possiede infrastrutture, software, servizi cloud e una posizione centrale nello sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Meta raccoglie dati attraverso reti sociali utilizzate da miliardi di persone.

Apple controlla un ecosistema chiuso che comprende dispositivi, sistemi operativi, distribuzione delle applicazioni e pagamenti.

Sono concentrazioni di potere che devono essere discusse, regolamentate e, quando necessario, limitate.

Ma il tecnofeudalesimo non diventa improvvisamente libertà quando assume i colori della bandiera cinese.

Le grandi aziende tecnologiche cinesi costruiscono anch’esse ecosistemi integrati, infrastrutture cloud, piattaforme di pagamento, reti sociali, sistemi di intelligenza artificiale e dispositivi connessi.

Anch’esse competono per conquistare utenti, sviluppatori, imprese, amministrazioni e mercati.

Anch’esse raccolgono dati.

La differenza decisiva è il quadro politico e normativo nel quale operano.

Ed è proprio questo l’argomento che i propagandisti filocinesi evitano.

Le intelligenze artificiali “gratuite” non vivono d’aria

Ogni servizio di intelligenza artificiale tratta informazioni.

Può raccogliere contenuti inseriti dagli utenti, identificativi tecnici, indirizzi IP, dati del dispositivo, log, orari di utilizzo, preferenze, cronologia delle interazioni e dati necessari al funzionamento, alla sicurezza e al miglioramento del servizio.

La quantità effettivamente raccolta dipende dalla piattaforma, dalla versione, dalle impostazioni, dall’informativa applicabile e dalla modalità di accesso.

Non è quindi corretto sostenere, senza prove specifiche, che ogni IA cinese consegni automaticamente ogni conversazione ai servizi segreti.

Ma è altrettanto irresponsabile sostenere che un modello sia sicuro soltanto perché viene distribuito gratuitamente o perché il suo sviluppatore è cinese.

La gratuità non elimina il modello economico.

Può servire a conquistare mercato, creare dipendenza tecnologica, attrarre sviluppatori, migliorare il prodotto, raccogliere segnali di utilizzo, diffondere standard, indebolire i concorrenti o spingere gli utenti verso servizi commerciali collegati.

Quello che dovrebbe essere studiato è il contesto giuridico.

Quali dati vengono raccolti?

Dove vengono conservati?

Per quanto tempo?

Con chi possono essere condivisi?

Quali autorità possono richiederli?

Quali strumenti reali ha un utente straniero per esercitare i propri diritti?

Quale tribunale può effettivamente tutelarlo?

Queste domande vengono poste ossessivamente alle piattaforme americane. Quando si parla di servizi cinesi, invece, molti sedicenti paladini della sovranità digitale sembrano perdere improvvisamente la capacità di leggere.

La National Intelligence Law del 2017

Uno dei testi centrali è la National Intelligence Law, approvata nel 2017.

La disposizione più discussa è l’articolo 7, secondo il quale organizzazioni e cittadini devono sostenere, assistere e cooperare con le attività dell’intelligence statale secondo la legge e mantenere il segreto sulle attività di cui vengano a conoscenza.

Questa norma non dimostra, da sola, che ogni azienda cinese consegni continuamente tutti i propri dati allo Stato.

Dimostra però l’esistenza di un obbligo legale generale di cooperazione con il lavoro degli organi di intelligence.

È questo il punto.

Non si tratta di inventare uno scenario nel quale qualsiasi dato fluisce automaticamente verso un archivio governativo. Si tratta di comprendere che le imprese operano in un ordinamento nel quale la collaborazione con l’intelligence può essere imposta per legge e deve rimanere riservata.

Questa caratteristica deve essere inclusa in qualunque seria valutazione del rischio.

Ometterla mentre si analizza ogni rapporto tra le Big Tech statunitensi e le agenzie federali significa costruire deliberatamente un quadro manipolato.

La Cybersecurity Law e la sovranità dello Stato sulla rete

La Cybersecurity Law, entrata in vigore nel 2017, ha consolidato un sistema fondato sulla sicurezza delle reti, sulla protezione delle infrastrutture critiche, sulla supervisione pubblica e sulla localizzazione di determinate categorie di informazioni.

Gli operatori delle infrastrutture informative critiche sono soggetti a obblighi rafforzati. Determinati dati personali e importanti raccolti o prodotti nel territorio cinese devono essere conservati in Cina, salvo il superamento delle procedure previste per il trasferimento all’estero.

La logica è quella della sovranità digitale.

Una logica che può apparire coerente a chi critica la dipendenza europea dai cloud statunitensi.

Ma la sovranità dello Stato non coincide necessariamente con la sovranità del cittadino.

Un dato può essere sottratto alla giurisdizione americana e contemporaneamente sottoposto a un controllo politico ancora più esteso da parte di un altro governo.

Cambiare il luogo nel quale si concentra il potere non significa liberare l’individuo dal potere.

La Data Security Law del 2021

La Data Security Law, entrata in vigore il 1º settembre 2021, riguarda un ambito molto più ampio rispetto ai soli dati personali.

La legge definisce “dato” qualsiasi registrazione di informazioni in forma elettronica o diversa e considera attività di trattamento la raccolta, la conservazione, l’uso, l’elaborazione, la trasmissione, la fornitura e la divulgazione.

Tra i suoi obiettivi dichiara la protezione dei diritti legittimi di individui e organizzazioni, ma anche la difesa della sovranità, della sicurezza e degli interessi di sviluppo dello Stato. Stabilisce inoltre che, nella tutela della sicurezza dei dati, debba essere adottato un approccio complessivo alla sicurezza nazionale.

La legge introduce un sistema graduato di classificazione e protezione dei dati.

Le autorità possono identificare categorie considerate “importanti” o rilevanti per la sicurezza nazionale, l’economia, la stabilità sociale o l’interesse pubblico.

I responsabili del trattamento di dati importanti devono istituire strutture organizzative e misure di sicurezza dedicate.

Questo dimostra che l’ordinamento cinese non tratta i dati soltanto come una proprietà commerciale o come una dimensione della vita privata.

Li tratta come una risorsa strategica nazionale.

La PIPL non è semplicemente il “GDPR cinese”

Nel 2021 la Cina ha approvato anche la Personal Information Protection Law, spesso definita superficialmente “GDPR cinese”.

È vero che la PIPL introduce principi e tutele significative.

La legge afferma che i dati personali delle persone fisiche sono protetti; vieta le violazioni dei relativi diritti; impone che il trattamento sia necessario, giustificato, lecito e svolto in buona fede; disciplina consenso, finalità, dati sensibili, decisioni automatizzate, trasferimenti internazionali e responsabilità dei titolari.

Riconosce inoltre diritti individuali.

La PIPL prevede, in determinate condizioni, accesso, copia, correzione, integrazione e cancellazione dei dati. Impone anche obblighi ai responsabili del trattamento e contiene regole per i soggetti stranieri che offrono servizi o analizzano persone presenti in Cina.

Regola perfino l’uso di strumenti di identificazione e raccolta di immagini negli spazi pubblici, stabilendo formalmente che debbano essere necessari per la sicurezza pubblica e normalmente utilizzati per quella finalità.

Quindi è scorretto affermare che la legge cinese non riconosca alcun diritto o che sia sempre impossibile richiedere la cancellazione.

Il problema reale è un altro.

La PIPL deve essere letta insieme alla National Intelligence Law, alla Cybersecurity Law, alla Data Security Law e all’intero sistema politico-istituzionale cinese.

I diritti esistono formalmente, ma operano dentro un ordinamento nel quale sicurezza nazionale, ordine pubblico, interessi dello Stato e poteri delle autorità assumono una posizione centrale.

Non basta leggere una legge sulla privacy isolandola dal resto del sistema.

La differenza rispetto al GDPR europeo

Il GDPR europeo considera la protezione dei dati personali un diritto fondamentale e impone principi quali liceità, correttezza, trasparenza, limitazione delle finalità, minimizzazione, esattezza, limitazione della conservazione, integrità e responsabilizzazione.

L’interessato può esercitare diritti di accesso, rettifica, cancellazione, limitazione, portabilità e opposizione, secondo le condizioni previste.

Esistono autorità di controllo indipendenti e la possibilità di ricorrere davanti ai tribunali.

Il GDPR è in vigore come regolamento direttamente applicabile nell’Unione europea.

Naturalmente anche l’ordinamento europeo consente limitazioni per sicurezza nazionale, prevenzione dei reati e altri interessi pubblici.

L’Europa non è un paradiso incontaminato.

Esistono sorveglianza, errori, abusi, trasferimenti controversi, profilazioni e tentativi politici di ampliare il controllo digitale.

La differenza, tuttavia, riguarda il sistema di contrappesi: autorità indipendenti, magistratura, pluralismo politico, libertà di stampa, sindacato parlamentare e possibilità per cittadini, associazioni e imprese di contestare pubblicamente e giudiziariamente le decisioni.

Sono meccanismi imperfetti, ma esistono e producono effetti.

Il modello statunitense: lacunoso, frammentato, ma non inesistente

Gli Stati Uniti non dispongono, ancora oggi, di una legge federale generale equivalente al GDPR.

Il Congressional Research Service descrive il sistema americano come frammentato e settoriale: esistono discipline specifiche per dati sanitari, finanziari, creditizi, telecomunicazioni, minori e registri pubblici, affiancate da leggi statali più ampie. Almeno 19 Stati avevano adottato normative generali sulla privacy dei consumatori entro il 2025.

La California, attraverso il CCPA e il CPRA, riconosce diritti ai consumatori e dispone di un’autorità dedicata. Le regole disciplinano le informative, le richieste di accesso, la verifica dell’identità, i diritti dei minori e le modalità con le quali le imprese devono rispondere.

Il sistema americano presenta lacune evidenti e consente una raccolta commerciale estremamente invasiva.

Ma sostenere che non esista alcuna tutela è falso.

Esistono leggi federali settoriali, leggi statali, tribunali, autorità amministrative, azioni della Federal Trade Commission, dibattito parlamentare e una stampa in grado di investigare gli apparati di sicurezza.

Il Privacy Act del 1974, per esempio, disciplina l’uso e la divulgazione da parte delle agenzie federali di registri contenenti informazioni identificabili, pur prevedendo eccezioni.

Anche in questo caso, criticare gli Stati Uniti è legittimo.

Inventare una superiorità automatica del modello cinese non lo è.

Chi controlla i controllori?

La differenza più importante non riguarda soltanto il testo scritto delle leggi.

Riguarda la possibilità concreta di controllare chi esercita il potere.

In Europa un’autorità può essere contestata davanti a un tribunale.

Un giornale può pubblicare un’inchiesta contro il governo.

Un’associazione può promuovere un ricorso.

Un’opposizione parlamentare può interrogare i ministri.

Un’autorità garante può sanzionare un’impresa.

Negli Stati Uniti esistono forti limiti e contraddizioni, ma anche ricorsi costituzionali, giornalismo investigativo, cause collettive, controllo parlamentare e conflitto tra istituzioni.

Nel sistema cinese, invece, il Partito Comunista mantiene una posizione dominante sull’intera architettura politica.

Questo non rende automaticamente falsa ogni garanzia prevista dalla legge.

Rende però molto più difficile separare la tutela del cittadino dall’interesse politico dello Stato-partito quando i due entrano in conflitto.

È questo il nodo che i propagandisti evitano.

Dati, identità digitale e yuan digitale

La Cina è anche uno dei Paesi più avanzati nella sperimentazione di una valuta digitale della banca centrale, l’e-CNY.

Una CBDC non è automaticamente uno strumento totalitario. Può essere progettata con livelli diversi di riservatezza, intermediari, limiti e controlli.

Ma una moneta digitale programmabile e tracciabile, inserita in un ecosistema caratterizzato da forte centralizzazione politica, identità digitale, pagamenti elettronici capillari e ampie capacità di sorveglianza, solleva questioni legittime.

La domanda non è soltanto se lo Stato possa leggere ogni singola transazione in qualsiasi momento.

La domanda è quale architettura di potere si costruisca quando identità, denaro, servizi pubblici, telecomunicazioni, dati biometrici e attività online diventano interoperabili.

Gli stessi commentatori che descrivono l’euro digitale come il progetto definitivo di controllo finanziario spesso trattano lo yuan digitale come una semplice innovazione sovrana.

È ancora una volta il medesimo doppio standard.

La tecnologia non cambia natura perché viene amministrata dal partito politico preferito.

Il sistema di credito sociale: realtà e propaganda

Anche il dibattito sul “credito sociale cinese” richiede precisione.

Non esiste necessariamente un unico punteggio nazionale universale che assegna a ogni cittadino un numero onnipotente, come viene talvolta raccontato in Occidente.

Esistono invece sistemi, liste, registri, meccanismi sanzionatori, progetti locali, valutazioni amministrative e strumenti che mirano a premiare l’affidabilità e penalizzare determinati comportamenti o violazioni.

La propaganda occidentale può semplificare.

Ma la correzione della propaganda non consiste nel negare il problema.

Consiste nel descriverlo correttamente.

Il punto politico resta: la Cina ha sviluppato un modello nel quale dati amministrativi, riconoscimento facciale, videosorveglianza, piattaforme digitali e capacità statali possono essere integrati su una scala difficilmente paragonabile a quella delle democrazie europee.

La sorveglianza diventa “ordine” quando è cinese

Gli stessi opinionisti che definiscono ogni telecamera europea un assalto alla libertà descrivono spesso la sorveglianza cinese come efficienza, sicurezza o disciplina collettiva.

Questo rivela il vero problema.

Non contestano il controllo.

Contestano chi lo esercita.

Il controllo occidentale sarebbe sempre fascista.

Il controllo cinese diventerebbe accettabile perché esercitato da un sistema che si definisce socialista.

È la resa completa del pensiero critico all’appartenenza ideologica.

Un cittadino spiato non è più libero perché la telecamera è prodotta a Shenzhen anziché in California.

Un dissidente arrestato non è meno detenuto perché l’autorità si definisce comunista anziché capitalista.

Il silenzio sui diritti umani in Cina

La rimozione non riguarda soltanto i dati.

Riguarda la condizione dei diritti fondamentali.

Le Nazioni Unite e i loro organismi hanno espresso negli anni preoccupazioni su Xinjiang, Hong Kong, libertà di espressione, difensori dei diritti umani, detenzione arbitraria, libertà religiosa e spazio civico.

Un comitato delle Nazioni Unite ha esortato la Cina a porre fine alle violazioni dei diritti umani nello Xinjiang e ad applicare le raccomandazioni formulate dagli organismi internazionali.

Sul fronte di Hong Kong, il Comitato per i diritti umani ha espresso preoccupazione per l’interpretazione ampia e l’applicazione della legge sulla sicurezza nazionale, per gli arresti, per i poteri investigativi e per le limitazioni di numerosi diritti riconosciuti dal Patto internazionale sui diritti civili e politici.

Nel gennaio 2026 esperti ONU hanno inoltre richiamato l’attenzione sul caso di attivisti pro-democrazia detenuti e processati in applicazione della normativa sulla sicurezza nazionale.

Il governo cinese respinge molte critiche.

Sostiene che le misure nello Xinjiang siano legate alla lotta contro terrorismo ed estremismo, che la normativa di Hong Kong sia necessaria per ristabilire stabilità e sicurezza e che i diritti siano tutelati dalla legge.

Anche questa posizione deve essere riportata.

Ma riportare la replica di Pechino non significa cancellare il problema.

Una vera informazione confronta accuse, documenti e risposte.

La propaganda filocinese, invece, liquida qualsiasi critica come invenzione occidentale.

Il grande paradosso dei sedicenti sovranisti

Molti propagandisti della Cina si definiscono sovranisti.

Contestano la perdita di sovranità italiana verso Bruxelles e Washington.

Poi celebrano infrastrutture, piattaforme, IA, capitali e standard tecnologici cinesi come se una nuova dipendenza diventasse automaticamente libertà.

Ma la sovranità non consiste nello scegliere un nuovo centro straniero da cui dipendere.

Sovranità significa capacità nazionale di negoziare, diversificare, controllare le infrastrutture, proteggere i dati, ispezionare il codice, evitare monopoli e poter interrompere un rapporto senza collassare.

Passare da un cloud americano a una dipendenza cinese non è sovranità.

È un cambio di fornitore.

Passare da un sistema operativo statunitense a una piattaforma interamente vincolata agli interessi di Pechino non è liberazione.

È sostituzione della dipendenza.

Il tecnocolonialismo cinese che non vogliono vedere

Il tecnocolonialismo può essere definito come la costruzione di dipendenze attraverso infrastrutture, standard, piattaforme, dati, credito, sistemi operativi e assistenza tecnologica.

Non richiede necessariamente l’occupazione militare.

È sufficiente che un Paese non possa più gestire autonomamente reti, comunicazioni, archivi, pagamenti e servizi essenziali senza l’intervento del fornitore straniero.

Questa critica viene applicata continuamente alle multinazionali statunitensi.

Dovrebbe essere applicata anche alla Cina.

Quando un Paese importa reti, telecamere, software, cloud, sistemi di identificazione e piattaforme integrate da un solo ecosistema straniero, deve valutare rischi di dipendenza, accesso ai dati, aggiornamenti, manutenzione, interoperabilità, pressione politica e vulnerabilità strategica.

Non significa che ogni tecnologia cinese sia maligna.

Significa che nessuna tecnologia strategica dovrebbe essere adottata con fede religiosa.

Il tecnocolonialismo non smette di essere colonialismo digitale soltanto perché viene promosso in nome del multipolarismo.

L’Iran: il secondo grande idolo della propaganda selettiva

La stessa rimozione si manifesta nei confronti dell’Iran.

Una parte della controinformazione descrive la Repubblica Islamica quasi esclusivamente come vittima dell’Occidente e protagonista della resistenza contro Stati Uniti e Israele.

Le sanzioni, le operazioni clandestine, gli attacchi e le pressioni occidentali sono temi reali e meritano di essere analizzati.

Ma la politica estera non cancella la politica interna.

L’Iran resta una repubblica teocratica nella quale il potere religioso esercita un ruolo determinante, i candidati vengono filtrati attraverso organismi istituzionali, le libertà civili sono sottoposte a forti restrizioni e la dissidenza può incontrare repressione giudiziaria e poliziesca.

Nel gennaio 2026 il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione sulla situazione iraniana, con particolare riferimento alla repressione delle proteste iniziate il 28 dicembre 2025. La risoluzione è stata approvata con 25 voti favorevoli, sette contrari e 14 astensioni.

Le autorità iraniane contestano frequentemente la politicizzazione dei meccanismi internazionali e denunciano l’uso strumentale dei diritti umani da parte dei governi occidentali.

È possibile che alcune campagne internazionali siano selettive o politicamente orientate.

Ma la possibile strumentalizzazione di un’accusa non rende automaticamente inesistente l’abuso denunciato.

Questo è il trucco retorico dei propagandisti: poiché l’Occidente ha interessi, allora ogni denuncia contro un suo avversario deve essere falsa.

È un ragionamento logicamente nullo.

Donne, dissidenti, giornalisti e minoranze non scompaiono per geopolitica

La difesa dei diritti fondamentali non può dipendere dalle alleanze internazionali.

Le restrizioni sulla libertà di espressione restano restrizioni anche se imposte da un governo antiamericano.

Un giornalista arrestato non diventa libero perché il suo carceriere si oppone a Israele.

Una donna costretta a sottostare a norme religiose non acquista diritti perché il suo governo appartiene all’Asse della Resistenza.

Una minoranza religiosa discriminata non può essere sacrificata sull’altare del multipolarismo.

Quando i diritti umani vengono invocati contro l’Occidente e dimenticati davanti ai suoi avversari, cessano di essere diritti universali.

Diventano munizioni propagandistiche.

Islam e islamismo politico non sono la stessa cosa

Per affrontare seriamente il tema è necessario distinguere l’Islam, religione plurale professata da comunità estremamente differenti, dall’islamismo politico.

L’islamismo politico è un progetto che attribuisce alla religione un ruolo normativo nell’organizzazione dello Stato, delle leggi e della società.

Può assumere forme diverse, da movimenti elettorali a sistemi teocratici, fino a organizzazioni rivoluzionarie o terroristiche.

Confondere tutti i musulmani con l’islamismo è scorretto.

Ma è altrettanto scorretto fingere che l’islamismo politico non esista o che non produca conflitti con libertà religiosa, pluralismo, parità tra uomo e donna, libertà di coscienza, diritti delle minoranze e separazione tra potere spirituale e civile.

Una parte della controinformazione, ossessionata dalla lotta contro Israele e gli Stati Uniti, tratta qualsiasi forza islamista contraria all’Occidente come una componente naturale della resistenza.

In questo modo finisce per sostenere movimenti e regimi che, se applicassero le proprie regole in Italia, cancellerebbero molte delle libertà che quegli stessi commentatori sostengono di difendere.

Antisionismo, marxismo e islamismo: l’alleanza delle contraddizioni

Esiste una convergenza politica singolare.

Settori marxisti, gruppi islamisti e ambienti della controinformazione antioccidentale condividono spesso un nemico: Stati Uniti, Israele, liberalismo occidentale e società aperta.

Le finalità, però, non coincidono.

Il marxista sogna la rivoluzione sociale.

L’islamista vuole subordinare la politica alla legge religiosa.

Il propagandista multipolare immagina una coalizione globale contro l’egemonia americana.

Queste forze possono marciare insieme contro il medesimo avversario, ma non condividono necessariamente il mondo che dovrebbe venire dopo.

La loro alleanza è tattica.

Il punto di contatto non è un autentico progetto di libertà.

È la distruzione del nemico comune.

Il mito dell’anti-globalismo cinese e iraniano

Cina e Iran vengono descritti come avversari del globalismo.

Ma entrambi partecipano a reti internazionali, costruiscono alleanze, cercano mercati, promuovono istituzioni alternative e proiettano influenza oltre i propri confini.

La Cina lo fa con commercio, infrastrutture, credito, standard, tecnologie e investimenti.

L’Iran lo fa attraverso alleanze politiche, reti militari, organizzazioni armate e una propria proiezione regionale.

Si può preferire un mondo multipolare.

Ma multipolarismo non significa assenza di imperialismi.

Significa pluralità di potenze.

E una pluralità di potenze produce una pluralità di pressioni, dipendenze e conflitti.

Il vero problema: non criticano il potere, criticano un potere

I cani da riporto della controinformazione non sono contrari alla propaganda.

Sono contrari alla propaganda dell’avversario.

Non sono contrari al controllo dei dati.

Sono contrari al controllo dei dati esercitato dall’Occidente.

Non sono contrari alle CBDC.

Sono contrari a quella europea, mentre ignorano o giustificano quella cinese.

Non sono contrari alla repressione.

Sono contrari alla repressione quando può essere attribuita ai governi che detestano.

Non sono contrari all’imperialismo.

Sono contrari all’imperialismo americano, mentre definiscono cooperazione qualsiasi espansione compiuta dai loro alleati ideologici.

Questa non è una posizione di libertà.

È una posizione di schieramento.

La critica all’America non assolve la Cina

Gli Stati Uniti meritano critiche profonde.

La sorveglianza della NSA, le guerre, le operazioni clandestine, l’influenza delle corporation, la concentrazione tecnologica, la raccolta commerciale dei dati e le pressioni esercitate sugli alleati sono fatti che devono essere discussi.

Israele deve essere giudicato sulle proprie decisioni politiche e militari, senza immunità.

L’Unione Europea deve essere criticata quando amplia strumenti di identificazione, tracciamento, censura o controllo finanziario.

Ma nessuna di queste critiche assolve Pechino o Teheran.

Due abusi non si cancellano.

Due imperialismi non producono libertà.

Due sistemi di sorveglianza non restituiscono sovranità all’individuo.

La Cina non deve essere demonizzata, ma neppure santificata

Un’analisi seria non deve trasformarsi in sinofobia.

La Cina è una civiltà immensa, un attore economico fondamentale, un centro di innovazione e un Paese con il quale l’Italia deve dialogare e commerciare.

Demonizzare un intero popolo sarebbe assurdo e pericoloso.

Ma proprio perché la Cina è importante, deve essere studiata senza adulazione.

Occorre distinguere il popolo cinese dal Partito Comunista.

La cultura cinese dalle decisioni del governo.

La cooperazione commerciale dalla dipendenza strategica.

L’innovazione tecnologica dalla fiducia cieca.

Criticare il modello politico cinese non significa odiare i cinesi.

Significa applicare a Pechino gli stessi criteri utilizzati per Washington.

La vera sovranità digitale

La risposta non può essere scegliere un nuovo impero.

L’Italia dovrebbe costruire una politica digitale fondata su:

capacità pubblica e nazionale di calcolo;

diversificazione dei fornitori;

software verificabile e standard aperti;

controllo effettivo sulla localizzazione e sull’uso dei dati;

valutazioni di sicurezza indipendenti;

protezione delle infrastrutture critiche;

ricerca nazionale ed europea;

possibilità di migrare da una piattaforma all’altra;

contratti che impediscano dipendenze irreversibili;

reciprocità nei rapporti con tutti i partner stranieri.

Una politica sovrana non rifiuta automaticamente America o Cina.

Negozia con entrambe senza consegnarsi a nessuna.

Conclusione: la propaganda cambia bandiera, il servilismo resta

La controinformazione avrebbe dovuto insegnare a dubitare del potere.

Una parte di essa ha invece insegnato a dubitare soltanto del potere occidentale.

Ha sostituito l’analisi con l’antiamericanismo.

Ha trasformato la Cina in un mito.

Ha trasformato l’Iran in un simbolo.

Ha relativizzato repressione, censura e violazioni dei diritti perché commesse dal campo geopolitico ritenuto “giusto”.

Ha urlato contro il tecnofeudalesimo americano mentre nascondeva l’espansione tecnologica cinese.

Ha denunciato la raccolta dati di OpenAI e Google senza spiegare il quadro normativo che disciplina le imprese cinesi.

Ha accusato l’Occidente di totalitarismo digitale mentre minimizzava il ruolo dello Stato-partito nella sorveglianza, nell’informazione e nelle infrastrutture.

Questa non è indipendenza.

È servitù ideologica.

Il vero pensiero critico non sceglie quale propaganda ripetere.

Non sceglie quale impero servire.

Non chiude gli occhi davanti alla repressione dell’alleato.

Applica lo stesso metro a tutti.

La libertà vale a Roma, Washington, Gerusalemme, Pechino e Teheran.

La privacy vale quando viene violata da Google e quando può essere compressa da un’autorità cinese.

I diritti delle donne valgono in Europa e in Iran.

La libertà religiosa vale per cristiani, musulmani, ebrei, baha’i, uiguri e dissidenti di qualsiasi fede.

La censura resta censura anche quando viene esercitata dal partito che si definisce comunista.

Il tecnocolonialismo resta tecnocolonialismo anche quando avanza lungo la Via della Seta.

Chi non riesce a comprendere questo principio non è un ribelle.

È soltanto il cane da riporto di una propaganda diversa.


Fonti e approfondimenti

Normativa cinese sui dati

Personal Information Protection Law della Repubblica Popolare Cinese – testo inglese

https://en.spp.gov.cn/2021-12/29/c_948419.htm

Personal Information Protection Law – database dell’Assemblea Nazionale del Popolo

https://www.npc.gov.cn/npc/c2/c30834/202108/t20210820_313088.html

Data Security Law della Repubblica Popolare Cinese – testo inglese ufficiale

https://www.npc.gov.cn/englishnpc/c2759/c23934/202112/t20211209_385109.html

Data Security Law – versione inglese pubblicata dalla Procura Suprema del Popolo

https://en.spp.gov.cn/2021-06/10/c_948426.htm

Portale delle leggi e dei regolamenti della Procura Suprema del Popolo

https://en.spp.gov.cn/lawsandregulations.html

Normativa europea

Regolamento generale sulla protezione dei dati – GDPR, testo ufficiale italiano

https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2016/679/oj?locale=IT

Normativa statunitense

Congressional Research Service – Preemption and Privacy Law

https://www.congress.gov/crs-product/R48667

Congressional Research Service – Online Consumer Data Collection and Data Privacy

https://www.congress.gov/crs-product/R47298

Congressional Research Service – Data Protection Law: An Overview

https://www.congress.gov/crs-product/R45631

California Department of Justice – CCPA Regulations

https://oag.ca.gov/privacy/ccpa/regs

Congressional Research Service – Privacy Act of 1974

https://www.congress.gov/crs-product/R47863

Cina, infrastrutture e diritti umani

Banca Mondiale – Belt and Road Economics: Opportunities and Risks

https://documents.worldbank.org/en/publication/documents-reports/documentdetail/448361569922674511

Commissione europea – obiettivi cinesi sulle reti 5G-Advanced e 6G

https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/miscellaneous/china-government-targets-500000-5g-advanced-base-stations-2030

OHCHR – osservazioni sulla legge di sicurezza nazionale di Hong Kong

https://docstore.ohchr.org/SelfServices/FilesHandler.ashx?enc=zKDR04Y%2Bnj5G0YIoF9HJ4DWbGaEeOf6NqLMhiBzFrKf6nOvs3pvJMu4IsFffI4l%2B%2B%2BRb%2FqPEXfYEmBCLSjrGlp2SP6cTvtJtYGS4l6k2SwY%3D

OHCHR – comunicazioni riguardanti Hong Kong e difensori dei diritti umani

https://spcommreports.ohchr.org/TmSearch/RelCom?code=CHN+23%2F2025

OHCHR – osservazioni e raccomandazioni riguardanti lo Xinjiang

https://docstore.ohchr.org/SelfServices/FilesHandler.ashx?enc=O9c0oeLiDcuqy70zYHxSCBHtyCr6MB3teJ%2BWiG2MvjkskkO5QF1LREC8LJ2s%2BnCPOvTA3EAyrbja%2FTqdkfU1Vw%3D%3D

Iran e diritti umani

OHCHR – situazione dei diritti umani in Iran e repressione delle proteste iniziate il 28 dicembre 2025

https://searchlibrary.ohchr.org/record/35192?ln=en

OHCHR – archivio delle risoluzioni sulla situazione dei diritti umani in Iran

https://searchlibrary.ohchr.org/record/27147

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