Il conflitto israelo-palestinese viene spesso descritto come una controversia territoriale tra due popoli che rivendicano la stessa terra. Confini, insediamenti, sicurezza, rifugiati e sovranità rappresentano certamente elementi fondamentali della crisi. Tuttavia, questa interpretazione, pur contenendo una parte di verità, non riesce a spiegare né la straordinaria durata del conflitto né la capacità della causa palestinese di mobilitare milioni di persone in tutto il mondo islamico, comprese popolazioni che non hanno alcun legame geografico diretto con Israele o con i Territori Palestinesi.
Per comprendere pienamente la natura dello scontro è necessario prendere in considerazione una componente che nel dibattito pubblico occidentale viene spesso sottovalutata o trattata con estrema cautela: la dimensione religiosa e, nello specifico, quella islamica.
Questo non significa sostenere che il conflitto sia esclusivamente religioso. Significa riconoscere che la religione rappresenta uno degli elementi strutturali della visione di alcuni dei principali attori coinvolti e che ignorarla porta inevitabilmente a un’analisi incompleta.
Hamas: un movimento islamista prima ancora che nazionalista
Uno degli errori più frequenti consiste nel descrivere Hamas come un semplice movimento nazionalista palestinese.
Il nome stesso dell’organizzazione chiarisce la sua natura:
Harakat al-Muqawama al-Islamiyya, cioè Movimento di Resistenza Islamica.
Fin dalla sua fondazione, Hamas si è definita come un’organizzazione islamista affiliata ideologicamente ai Fratelli Musulmani, con una concezione della politica fortemente intrecciata con la religione.
Lo Statuto del 1988 presenta la lotta contro Israele non come una normale disputa territoriale, ma come parte di un dovere religioso.
Il motto ufficiale afferma:
«Allah è il suo obiettivo, il Profeta il suo modello, il Corano la sua Costituzione, il jihad la sua via e la morte per la causa di Allah la più alta delle sue aspirazioni.»
Questa formulazione colloca immediatamente il conflitto all’interno di una prospettiva teologica e non semplicemente politica.
La Palestina come waqf islamico
Uno dei passaggi più significativi dello Statuto riguarda l’articolo 11.
Qui la Palestina viene definita waqf islamico, ovvero una proprietà religiosa consacrata all’intera comunità musulmana fino al Giorno del Giudizio.
Nel diritto islamico il waqf è un bene destinato permanentemente a fini religiosi e, proprio per questo, non può essere alienato o ceduto.
La conseguenza politica di questa impostazione è rilevante.
Se una terra appartiene in modo permanente all’Islam, nessuna autorità umana può rinunciarvi attraverso trattative diplomatiche o accordi di pace.
La questione non riguarda quindi esclusivamente chi amministri quel territorio, ma la sua stessa appartenenza religiosa.
Il jihad come strumento di liberazione
L’articolo 13 dello Statuto del 1988 afferma esplicitamente che:
«Non esiste soluzione alla questione palestinese se non attraverso il jihad.»
Lo stesso documento respinge conferenze internazionali e iniziative diplomatiche considerate incompatibili con la liberazione della Palestina.
Anche l’articolo 7 richiama un celebre hadith presente nella raccolta di Sahih Muslim riguardante il combattimento escatologico contro gli ebrei prima del Giorno del Giudizio.
Questi riferimenti non provengono da interpretazioni esterne o da analisi dei servizi di intelligence, ma costituiscono parte integrante del documento fondativo elaborato dallo stesso movimento.
Il documento politico del 2017: cosa cambia realmente?
Nel 2017 Hamas ha pubblicato un nuovo documento politico spesso presentato come una svolta moderata.
In realtà il testo introduce alcuni cambiamenti di linguaggio, ma non modifica gli elementi fondamentali della strategia.
Tra i punti principali:
- accetta l’ipotesi di uno Stato palestinese entro i confini del 1967;
- distingue formalmente tra ebrei come religione e sionismo come progetto politico;
- evita molti riferimenti antisemiti presenti nello Statuto del 1988.
Tuttavia:
- non riconosce lo Stato di Israele;
- non rinuncia alla “liberazione” dell’intera Palestina storica;
- mantiene la resistenza armata come diritto e scelta strategica;
- continua a rifiutare qualsiasi riconoscimento definitivo della sovranità israeliana.
Molti studiosi interpretano il documento del 2017 come un aggiornamento tattico destinato a migliorare l’immagine internazionale del movimento piuttosto che come una trasformazione ideologica sostanziale.
Perché la causa palestinese mobilita tutto il mondo islamico?
Una delle domande più importanti riguarda il consenso che la causa palestinese continua a ricevere in gran parte del mondo musulmano.
Se il conflitto fosse esclusivamente territoriale, sarebbe difficile spiegare perché esso susciti un coinvolgimento emotivo tanto intenso in paesi come:
- Indonesia;
- Pakistan;
- Malesia;
- Marocco;
- Algeria;
- Tunisia;
- Qatar;
- Yemen.
La spiegazione non risiede soltanto nella solidarietà politica.
Entrano in gioco concetti religiosi profondamente radicati nella cultura islamica:
- l’Ummah, ovvero la comunità universale dei credenti;
- il valore simbolico di Gerusalemme;
- la presenza della moschea di Al-Aqsa, terzo luogo santo dell’Islam;
- l’idea che una terra già appartenuta all’Islam debba rimanere tale.
Questi elementi trasformano una disputa locale in una questione percepita come riguardante l’intera comunità musulmana mondiale.
I dati dell’Arab Center
Un’importante conferma arriva dal sondaggio pubblicato nel gennaio 2024 dall’Arab Center for Research and Policy Studies, realizzato su oltre 8.000 intervistati in 16 Paesi arabi.
I risultati mostrano che:
- il 92% degli intervistati esprime solidarietà verso i palestinesi di Gaza;
- il 69% dichiara sostegno anche ad Hamas;
- il 23% sostiene i palestinesi ma non Hamas;
- il 67% considera il 7 ottobre una “legittima operazione di resistenza”.
Questi dati non autorizzano a concludere che “tutti i musulmani sostengano Hamas”. Sarebbe una generalizzazione scorretta.
Mostrano però che il consenso verso la causa palestinese supera ampiamente il semplice nazionalismo e si intreccia con una dimensione identitaria e religiosa condivisa da ampi settori dell’opinione pubblica araba.
Gli Accordi di Abramo non cancellano la componente religiosa
Gli Accordi di Abramo del 2020 hanno dimostrato che alcuni governi arabi sono disposti a privilegiare interessi strategici, cooperazione economica e sicurezza rispetto alla tradizionale ostilità verso Israele.
Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco hanno normalizzato le relazioni con Israele, mentre altri Paesi hanno intensificato forme di cooperazione informale.
Tuttavia, le scelte dei governi non coincidono necessariamente con gli orientamenti delle rispettive società.
Dopo il 7 ottobre 2023, numerose manifestazioni popolari in diversi Paesi arabi hanno evidenziato un forte sostegno alla causa palestinese e un diffuso rifiuto della normalizzazione.
Questo suggerisce che la componente religiosa e simbolica continui ad avere un peso significativo nell’opinione pubblica, indipendentemente dagli interessi geopolitici perseguiti dagli Stati.
Una pace duratura richiede di riconoscere tutte le dimensioni del conflitto
Ogni processo di pace deve inevitabilmente affrontare questioni territoriali:
- sicurezza;
- confini;
- insediamenti;
- rifugiati;
- status di Gerusalemme.
Tuttavia, se una delle principali forze coinvolte considera la presenza di uno Stato ebraico come un’usurpazione religiosa di una terra ritenuta islamica e inalienabile, qualsiasi accordo puramente territoriale rischia di rimanere fragile.
Questo non significa che la religione sia l’unica causa del conflitto.
Le responsabilità politiche, le guerre, le occupazioni, il terrorismo, le dinamiche regionali e le decisioni dei diversi governi hanno contribuito in modo determinante all’evoluzione dello scontro.
Ma ignorare la dimensione religiosa significa trascurare uno degli elementi che gli stessi protagonisti del conflitto dichiarano apertamente nei propri documenti fondativi, nella propria retorica e nella propria azione politica.
Conclusioni
Il conflitto israelo-palestinese non può essere ridotto né a una semplice controversia immobiliare né a unicamente una questione religiosa.
È un conflitto multidimensionale in cui si intrecciano storia, nazionalismo, identità, geopolitica, sicurezza e religione.
Tuttavia, la dimensione islamica rappresenta un elemento strutturale per comprendere la visione di Hamas e il motivo per cui la causa palestinese continua a mobilitare una parte significativa del mondo musulmano.
Analizzare questo aspetto non equivale a identificare l’intero Islam con Hamas, né a negare la pluralità delle posizioni presenti nel mondo musulmano. Significa semplicemente prendere sul serio ciò che Hamas afferma nei propri testi ufficiali e riconoscere che le convinzioni religiose possono influenzare profondamente gli obiettivi politici e la percezione del conflitto.
Solo un’analisi che tenga insieme tutte queste dimensioni può contribuire a comprendere la complessità di una delle crisi più longeve e controverse della storia contemporanea.
Fonti
- Hamas Covenant (1988): https://avalon.law.yale.edu/20th_century/hamas.asp
- Hamas, A Document of General Principles and Policies (2017): https://www.middleeasteye.net/news/hamas-2017-document-full
- Arab Center for Research and Policy Studies – The 2023–2024 Arab Opinion Index: https://www.dohainstitute.org/en/Lists/ACRPS-PDFDocumentLibrary/Arab-Opinion-Index-2023-2024-Executive-Summary.pdf
- Pew Research Center – Religion and Global Public Opinion: https://www.pewresearch.org/
- Encyclopaedia Britannica – Waqf: https://www.britannica.com/topic/waqf
- Sahih Muslim (raccolta di hadith): https://sunnah.com/muslim
- United States Institute of Peace – Hamas Explained: https://www.usip.org/publications/2023/10/what-hamas
- Council on Foreign Relations – Hamas: https://www.cfr.org/backgrounder/what-hamas
- International Crisis Group – Hamas and the Search for Palestinian Unity: https://www.crisisgroup.org/middle-east-north-africa/east-mediterranean-mena/israelpalestine

