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FAUCI E L’AMMINISTRAZIONE BIDEN: IN PRIVATO DISCUTEVANO IL RISCHIO DI ABORTO, IN PUBBLICO ARRIVAVANO LE RASSICURAZIONI

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Per anni Anthony Fauci è stato presentato come la voce indiscutibile della scienza americana. Chi sollevava dubbi sulla gestione della pandemia veniva spesso liquidato come irresponsabile, disinformato o pericoloso.

Adesso, però, a parlare non sono i suoi critici.

A parlare sono i messaggi privati dello stesso Anthony Fauci.

I senatori repubblicani Ron Johnson e Rand Paul hanno iniziato a pubblicare materiale recuperato dal telefono governativo dell’ex direttore del NIAID: oltre 34.000 messaggi di testo e 522 messaggi vocali che potrebbero offrire uno spaccato molto più dettagliato di ciò che veniva discusso dietro le quinte durante gli anni della pandemia.

E il primo materiale pubblicato è già politicamente esplosivo.

Nel gennaio 2021, mentre la vaccinazione contro il Covid stava entrando nella sua fase decisiva, Fauci discuteva privatamente con Rochelle Walensky e Vivek Murthy della vaccinazione delle donne incinte.

E scriveva qualcosa che merita di essere ricordato.

FAUCI: “TEORICAMENTE POTREBBE ESSERE ASSOCIATO A UN ABORTO SPONTANEO”

Fauci spiegava che, dopo essersi ulteriormente informato, era emersa un’altra questione della quale i colleghi dovevano essere consapevoli.

Il problema riguardava le reazioni successive alla seconda dose.

Secondo Fauci, febbre e una forte risposta immunitaria:

“theoretically could be associated with miscarriage in the 1st trimester.”

Traduzione:

“teoricamente potrebbero essere associate a un aborto spontaneo nel primo trimestre.”

Attenzione: questo messaggio non dimostra che Fauci sapesse che il vaccino causava aborti.

La parola utilizzata è “teoricamente”.

Ma proprio questo rende la vicenda politicamente devastante sul piano della comunicazione.

Perché dimostra che ai massimi livelli della sanità americana esistevano interrogativi e possibili rischi che venivano discussi privatamente.

Rochelle Walensky, allora direttrice del CDC, rispose:

“Definitely a good point, esp after dose two.”

In altre parole, riteneva quella considerazione degna di attenzione.

Non erano quindi “complottisti di Internet” a discutere possibili problemi.

Erano Fauci e i vertici sanitari americani.

E POI ARRIVAVANO LE RASSICURAZIONI PUBBLICHE

Qui comincia la parte politicamente più imbarazzante.

Poche settimane dopo, nel febbraio 2021, Fauci parlava pubblicamente della vaccinazione delle donne incinte affermando che fino a quel momento non erano emersi:

“no red flags”.

Nessun segnale d’allarme.

Scientificamente le due affermazioni possono convivere: un rischio teorico non equivale a un segnale epidemiologico dimostrato.

Politicamente, però, resta una domanda enorme:

perché il pubblico non riceveva con la stessa chiarezza anche il capitolo delle incertezze?

Perché non dire semplicemente:

“Non abbiamo ancora dati completi sulle donne incinte. Esistono possibili rischi teorici che stiamo valutando e i dati disponibili sono ancora limitati”?

Questa sarebbe stata trasparenza.

Invece oggi scopriamo che dietro le quinte il linguaggio poteva essere molto più prudente di quello utilizzato davanti alle telecamere.

LE DONNE INCINTE NON ERANO STATE ADEGUATAMENTE RAPPRESENTATE NEI TRIAL INIZIALI

Ed è questo il punto che rende ancora più grave il problema della comunicazione.

Le donne incinte non erano state incluse normalmente nei trial clinici iniziali che portarono all’autorizzazione dei vaccini mRNA.

Non esisteva quindi, all’inizio della campagna, la quantità di dati specifici sulla gravidanza che sarebbe stata raccolta successivamente.

Lo riconosceva lo stesso Fauci.

In un altro messaggio spiegava sostanzialmente che, quando mancano dati sulle donne incinte, occorre valutare attentamente rischi e benefici.

Perfettamente ragionevole.

Ma allora perché questa prudenza non diventò il cuore della comunicazione pubblica?

MURTHY TEMEVA L’EFFETTO SULLA “FIDUCIA” DELLE DONNE INCINTE

Ancora più interessante è ciò che emerge dai messaggi di Vivek Murthy, destinato a diventare Surgeon General nell’amministrazione Biden.

Murthy discuteva la posizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sul vaccino Moderna nelle donne incinte e manifestava preoccupazione perché una raccomandazione particolarmente prudente avrebbe potuto risultare:

“quite damaging to public confidence among pregnant women.”

Eccolo, il problema politico.

Non soltanto stabilire cosa si sapeva.

Ma preoccuparsi di come determinate informazioni avrebbero potuto influenzare la fiducia del pubblico.

È una differenza enorme.

Un’autorità sanitaria dovrebbe innanzitutto mettere il cittadino nelle condizioni di conoscere benefici, rischi e incertezze.

Non dovrebbe partire dalla domanda:

“Questa informazione aumenterà o diminuirà la fiducia nella vaccinazione?”

La fiducia non si costruisce selezionando le informazioni più convenienti.

Si costruisce dicendo la verità, compreso ciò che ancora non si conosce.

LA SCIENZA NON È PROPAGANDA

Questo è probabilmente uno degli insegnamenti più importanti dell’intera gestione Covid.

La scienza vera può dire:

“Non lo sappiamo ancora.”

Può dire:

“Esiste un rischio teorico, ma non sappiamo ancora se sia reale.”

Può cambiare posizione quando arrivano nuovi dati.

Può ammettere un’incertezza.

La propaganda istituzionale, invece, ha bisogno di certezze.

Ed è proprio quando la comunicazione scientifica viene subordinata alla necessità di convincere la popolazione che nasce il problema.

Se privatamente discuti rischi e dubbi mentre pubblicamente costruisci una comunicazione molto più rassicurante, non puoi sorprenderti se, quando emergono i documenti, la fiducia crolla.

I DATI SUCCESSIVI NON DIMOSTRANO UN AUMENTO DEGLI ABORTI

Bisogna però essere rigorosi proprio dove la comunicazione istituzionale rischiò di non esserlo abbastanza.

I messaggi non dimostrano che i vaccini Covid provocassero aborti spontanei.

Negli anni successivi sono stati pubblicati studi su numeri molto più grandi di donne incinte che non hanno evidenziato un aumento del rischio di aborto attribuibile alla vaccinazione.

Questo fatto deve essere scritto chiaramente.

Altrimenti si commetterebbe esattamente l’errore che contestiamo: selezionare soltanto le informazioni utili alla propria narrativa.

Ma questo non cancella il contenuto politico dei messaggi.

Anzi.

Lo rende ancora più evidente.

Nel gennaio 2021 non disponevano ancora di tutti quei dati successivi.

Ed è proprio quando i dati sono incompleti che la trasparenza sull’incertezza diventa fondamentale.

IL PROBLEMA NON È AVERE DUBBI. È COME LI COMUNICHI AL PUBBLICO

Fauci non dovrebbe essere criticato perché nel gennaio 2021 si poneva domande sulla sicurezza.

Era esattamente ciò che uno scienziato avrebbe dovuto fare.

Il problema è un altro.

Perché quelle sfumature, quelle cautele e quelle incertezze sembravano molto più evidenti nelle conversazioni interne rispetto alla comunicazione pubblica?

Perché per anni il dibattito sul Covid è stato spesso ridotto a una contrapposizione infantile:

“fidatevi della scienza” contro “disinformazione”.

Ma questi documenti ricordano una cosa fondamentale:

la scienza stessa stava discutendo.

E mentre discuteva, milioni di cittadini erano chiamati a prendere decisioni personali importantissime.

Tra loro c’erano anche donne incinte.

Avevano diritto a conoscere non soltanto ciò che le autorità ritenevano rassicurante, ma anche ciò che ancora non sapevano.

E L’AMMINISTRAZIONE BIDEN?

Questi messaggi risalgono ai primissimi giorni dell’amministrazione Biden e coinvolgono figure centrali della futura macchina sanitaria dell’amministrazione.

Per questo sarebbe sbagliato ridurre tutto alla sola figura di Fauci.

La questione più ampia riguarda il modello di comunicazione sanitaria costruito durante quegli anni.

La Casa Bianca Biden fece della vaccinazione uno dei pilastri della propria politica pandemica.

Proprio per questo aveva una responsabilità enorme: separare la comunicazione scientifica dalla comunicazione politica.

Quando invece il successo della campagna vaccinale diventa anche un obiettivo politico, nasce inevitabilmente il rischio che qualsiasi dubbio venga percepito come un ostacolo da neutralizzare anziché come una domanda alla quale rispondere.

Ed è precisamente per questo che i documenti interni sono così importanti.

Consentono finalmente di confrontare:

ciò che si dicevano tra loro e ciò che veniva raccontato ai cittadini.

34.000 MESSAGGI: QUESTA È SOLTANTO LA PRIMA PORTA CHE SI APRE

E siamo soltanto all’inizio.

Johnson e Paul affermano di avere ricevuto più di 34.000 messaggi e 522 voicemail provenienti dal telefono governativo di Fauci.

La quantità di materiale è enorme.

I senatori hanno annunciato che continueranno a esaminarlo e a pubblicare ciò che riterranno rilevante per l’indagine.

Significa che non bisogna correre a conclusioni prima di vedere il resto.

Ma significa anche che il racconto pubblico degli anni Covid potrebbe essere confrontato, messaggio dopo messaggio, con quello che i protagonisti si dicevano privatamente.

Ed è esattamente ciò che dovrebbe accadere.

ADESSO PUBBLICATE TUTTO

Dopo anni di polemiche, censure, accuse di disinformazione, pressioni politiche e comunicazione emergenziale, non servono altre versioni ufficiali.

Servono i documenti.

Tutti quelli legalmente pubblicabili.

Messaggi.

Email.

Verbali.

Dati.

Comunicazioni tra CDC, NIH, NIAID, FDA e Casa Bianca.

E poi saranno i cittadini a giudicare.

Perché il problema sollevato da questi messaggi non è soltanto il vaccino.

È qualcosa di molto più grande:

il diritto dei cittadini a sapere cosa conosceva davvero il governo mentre chiedeva loro di fidarsi.

Fauci poteva avere dubbi.

Walensky poteva avere dubbi.

Murthy poteva avere dubbi.

La scienza poteva avere dubbi.

Ma allora anche il pubblico aveva il diritto di conoscerli.

La fiducia nelle istituzioni non si pretende.

Non si impone.

E soprattutto non si protegge filtrando ciò che potrebbe risultare “dannoso per la fiducia”.

La fiducia si merita con la trasparenza.

E oggi sono proprio i messaggi privati di Fauci a rendere necessario chiedersi quanta trasparenza ci sia stata davvero durante gli anni dell’amministrazione Biden.


FONTI E LINK

Senato USA – Ron Johnson, pubblicazione ufficiale dei primi messaggi recuperati dal telefono governativo di Fauci:
https://www.ronjohnson.senate.gov/2026/08/10/senators-johnson-paul-release-initial-texts-from-dr-faucis-government-iphone-2/

CBS News – Fauci discussed potential risks and benefits of Covid vaccine for pregnant women:
https://www.cbsnews.com/news/fauci-texts-covid-vaccine-pregnant-women-gop-rand-paul-ron-johnson/

Washington Post – GOP lawmakers release Fauci texts discussing Covid vaccine and pregnancy:
https://www.washingtonpost.com/politics/2026/08/10/gop-lawmakers-release-fauci-texts-discussing-covid-vaccine-pregnancy/

Wall Street Journal – GOP Senators Release Fauci Texts Discussing Covid Vaccine Risk to Pregnant Women:
https://www.wsj.com/politics/policy/gop-senators-release-fauci-texts-discussing-covid-vaccine-risk-to-pregnant-women-ec4eaa12

Forbes – Republican Senators Release Fauci Texts On Safety Of COVID-19 Vaccine For Pregnant Women:
https://www.forbes.com/sites/conormurray/2026/08/11/republican-senators-release-fauci-texts-on-safety-of-covid-19-vaccine-for-pregnant-women/

La Derecha Diario – articolo originale:
https://derechadiario.com.ar/estados-unidos/politica/revelaron-mensajes-texto-secretos-fauci-reconoce-vacuna-covid-es-peligrosa-embarazadas

Trump aveva visto il cambiamento: il sostegno democratico a Israele sta crollando

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Da pilastro bipartisan a linea di frattura: i numeri mostrano quanto il Partito Democratico sia cambiato

Donald Trump lo ha riassunto con il linguaggio che lo contraddistingue: diretto, provocatorio, senza preoccuparsi delle formule diplomatiche.

Parlando del rapporto tra politica americana e Israele, Trump ha sostenuto che uno dei cambiamenti più impressionanti osservati a Washington negli ultimi decenni riguarda proprio il peso politico della causa israeliana e l’atteggiamento dei Democratici.

Il senso delle sue parole è chiarissimo: quello che venti o venticinque anni fa appariva quasi come un pilastro bipartisan della politica estera americana oggi non lo è più.

E, al di là dell’iperbole trumpiana, i dati gli danno un argomento molto difficile da liquidare.

I numeri raccontano un ribaltamento storico

Per capire quanto sia cambiata l’America basta guardare la serie storica di Gallup.

Nel 2001, il 51% degli americani dichiarava maggiore simpatia per gli israeliani e appena il 16% per i palestinesi.

Nel 2013, il divario era diventato enorme:

64% Israele contro 12% palestinesi.

Ancora nel 2020:

60% contro 23%.

Poi il vantaggio ha cominciato a restringersi sempre più velocemente.

Nel 2024 Gallup registrava:

51% israeliani — 27% palestinesi.

Nel 2025:

46% — 33%.

Nel febbraio 2026 è arrivato il dato simbolicamente più importante dell’intera serie storica:

36% simpatizza maggiormente con gli israeliani, il 41% con i palestinesi.

Gallup precisa correttamente che la differenza di cinque punti non è statisticamente significativa considerando il margine d’errore. Ma il dato politicamente rilevante è un altro: per la prima volta nella serie iniziata nel 2001, Israele non gode più del tradizionale vantaggio nella domanda sulle simpatie degli americani.

E non stiamo parlando di impressioni provenienti dai social network. Stiamo parlando della serie storica Gallup.

Ma tra i Democratici il cambiamento è ancora più impressionante

È qui che l’osservazione politica di Trump acquista realmente peso.

Il fenomeno nazionale nasconde infatti una frattura partitica gigantesca.

Già nel 2025 Gallup rilevava che tra Democratici e indipendenti vicini al partito il 59% simpatizzava maggiormente con i palestinesi e soltanto il 21% con gli israeliani.

Un rapporto vicino a tre contro uno.

E pensare che fino al 2022 i Democratici erano sostanzialmente divisi tra le due parti.

Il cambiamento non nasce quindi improvvisamente dalla guerra di Gaza. Era già in corso da anni, ma dopo il 2022 ha subito un’accelerazione impressionante.

Anche Pew Research Center fotografa la stessa trasformazione.

Nel 2025 appena il 18% dei Democratici esprimeva un giudizio favorevole sul governo israeliano, mentre il 77% lo giudicava negativamente.

Allo stesso tempo, il 70% dei Democratici dichiarava un’opinione favorevole del popolo palestinese.

Attenzione, però, a una distinzione fondamentale: criticare Netanyahu o il governo israeliano non significa automaticamente essere contro Israele, e simpatizzare per i civili palestinesi non equivale certo a sostenere Hamas.

Infatti Hamas continua a essere giudicato negativamente dalla stragrande maggioranza degli elettori di entrambi i partiti.

Ma proprio questa precisazione rende il fenomeno ancora più interessante: non serve inventare un Partito Democratico “pro-Hamas” per dimostrare il cambiamento.

Bastano i numeri reali.

Trump provoca, ma individua una trasformazione reale

Trump utilizza Chuck Schumer come simbolo di questa metamorfosi.

La scelta non è casuale.

Schumer non è Alexandria Ocasio-Cortez, non appartiene alla Squad e non proviene dai movimenti radicali dei campus.

È un senatore ebreo di New York e uno degli uomini più importanti dell’establishment democratico americano, storicamente vicino a Israele.

Per questo Trump lo prende di mira.

Il messaggio politico è sostanzialmente: se persino Schumer è arrivato a scontrarsi così duramente con il governo israeliano, immaginate quanto sia cambiato il Partito Democratico.

La provocazione trumpiana non deve essere confusa con una descrizione letterale delle posizioni di Schumer. Definirlo “virtualmente palestinese” è evidentemente un’iperbole politica.

Ma dietro l’iperbole esiste un fenomeno misurabile.

Il baricentro democratico sulla questione israelo-palestinese si è spostato.

Da AIPAC alle vittorie dei candidati contrari agli aiuti a Israele

Nel 2026 il cambiamento non riguarda più soltanto sondaggi e manifestazioni universitarie.

Sta entrando direttamente nelle competizioni elettorali democratiche.

Un esempio particolarmente significativo arriva dal Michigan.

Il progressista Abdul El-Sayed ha conquistato la nomination democratica per il Senato battendo Haley Stevens, candidata molto più vicina all’establishment.

La questione israeliana è stata uno degli elementi centrali della battaglia politica.

El-Sayed ha sostenuto apertamente la fine degli aiuti militari statunitensi a Israele, mentre nella competizione sono entrate enormi quantità di denaro provenienti anche da organizzazioni e gruppi pro-Israele.

Eppure ha vinto.

È difficile immaginare un segnale più evidente del mutamento in corso.

Una posizione che vent’anni fa avrebbe probabilmente rappresentato un enorme problema per un candidato democratico oggi può diventare parte di una piattaforma vincente nelle primarie.

La vecchia coalizione democratica si sta trasformando

Per decenni il Partito Democratico americano ha tenuto insieme progressisti, liberal, moderati, sindacati, minoranze e una parte molto importante dell’elettorato ebraico americano.

Israele rappresentava uno dei dossier sui quali Democratici e Repubblicani potevano litigare sulle modalità, ma raramente sul principio fondamentale dell’alleanza.

Quel mondo sta cambiando.

La nuova generazione progressista interpreta sempre più frequentemente il conflitto attraverso categorie completamente differenti:

colonialismo;

oppressore e oppresso;

identità;

diritti delle minoranze;

anti-imperialismo;

Palestina come causa globale.

Sono categorie provenienti in larga parte dalla nuova sinistra occidentale e particolarmente diffuse nei campus universitari.

È qui che nasce anche la discussa definizione di convergenza “red-green”: settori della sinistra radicale occidentale e movimenti pro-palestinesi, compresi ambienti islamisti, possono ritrovarsi dalla stessa parte della barricata sulla questione israeliana pur partendo da ideologie profondamente differenti.

Ma parlare di una singola alleanza organizzata tra Democratici e islamisti sarebbe una semplificazione. Più corretto parlare di convergenze politiche e mobilitazioni comuni su specifiche battaglie, soprattutto attorno alla Palestina.

Ed è proprio questa convergenza che preoccupa maggiormente la destra americana.

Il paradosso che Trump sfrutta politicamente

Trump può presentarsi così come il difensore dell’alleanza storica tra Stati Uniti e Israele mentre accusa i Democratici di aver abbandonato una posizione che un tempo apparteneva anche a loro.

È una strategia politicamente efficace perché non deve convincere il pubblico che ogni democratico sia diventato anti-israeliano.

Gli basta mostrare la direzione del movimento.

E quella direzione emerge chiaramente dai sondaggi.

Gallup documenta che nel 2026, per la prima volta dal 2001, gli israeliani non sono più davanti ai palestinesi nelle simpatie complessive degli americani.

Pew mostra contemporaneamente una distanza enorme tra elettori democratici e repubblicani.

E le primarie democratiche mostrano candidati molto critici verso Israele capaci di conquistare spazi che soltanto pochi anni fa sarebbero sembrati difficilmente raggiungibili.

Trump può esagerare nei termini.

Ma non ha inventato il fenomeno.

Il vero terremoto non è Schumer: sono gli elettori

Concentrarsi soltanto sulla battuta di Trump contro Chuck Schumer rischia quindi di far perdere di vista la questione principale.

Schumer è il simbolo.

Il fenomeno vero sta sotto.

Sono gli elettori democratici.

Sono le nuove generazioni.

Sono le primarie.

Sono i campus.

Sono i candidati progressisti.

Ed è soprattutto una trasformazione dell’opinione pubblica americana che procede ormai da diversi anni.

Il vecchio consenso bipartisan attorno a Israele non è scomparso dal Congresso e Washington continua ad avere una relazione strategica profondissima con lo Stato ebraico.

Ma politicamente non è più il consenso quasi automatico di venticinque anni fa.

Nel Partito Democratico questo cambiamento è ancora più avanzato.

Ed è esattamente il punto sul quale Trump sta cercando di costruire il suo attacco politico.

Trump guarda indietro di venticinque anni. E il confronto è impietoso

Si può contestare Trump sul linguaggio.

Si può contestare la provocazione contro Schumer.

Si può discutere sulle cause del cambiamento: Gaza, Netanyahu, differenze generazionali, secolarizzazione dell’elettorato democratico, crescita dell’ala progressista o trasformazioni demografiche.

Ma una cosa è ormai molto più difficile da contestare:

il rapporto politico tra il Partito Democratico e Israele è cambiato radicalmente.

E i numeri mostrano una trasformazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata incredibile.

Nel 2013 gli israeliani godevano, nell’intera opinione pubblica americana, di un vantaggio di 52 punti sui palestinesi nella domanda Gallup sulle simpatie.

Nel 2026 quel vantaggio è sparito.

Tra i Democratici il ribaltamento era arrivato ancora prima.

È questo il terremoto politico indicato da Trump.

Non occorre condividere ogni sua parola per riconoscere quello che sta accadendo.

L’America politica che considerava Israele uno dei pochi grandi temi bipartisan sta scomparendo. E il Partito Democratico è il luogo nel quale questa trasformazione è diventata più evidente.

Fonti

Gallup – Israelis No Longer Ahead in Americans’ Middle East Sympathies
Serie storica 2001-2026 e sondaggio febbraio 2026.

Gallup – Less Than Half in U.S. Now Sympathetic Toward Israelis
Analisi delle differenze tra elettori democratici e repubblicani.

Pew Research Center – How Americans View the Israel-Hamas Conflict 2 Years Into the War
Dati sulle opinioni democratiche e repubblicane verso israeliani, palestinesi, governo israeliano, Autorità Palestinese e Hamas.

Pew Research Center – Americans’ views of Israelis have grown increasingly negative
Aggiornamento 2026 sull’ulteriore ampliamento del divario partitico.

Conclusione

Trump ha utilizzato un’espressione volutamente brutale parlando di Schumer.

Ma dietro quella provocazione c’è una domanda politica molto più seria:

che cosa è successo al Partito Democratico americano su Israele?

Vent’anni fa essere saldamente pro-Israele rappresentava quasi la normalità bipartisan di Washington.

Oggi una parte crescente della base democratica simpatizza maggiormente con i palestinesi, considera negativamente il governo israeliano e sostiene candidati disposti a mettere apertamente in discussione gli aiuti militari americani a Israele.

Questa non è propaganda repubblicana.

È una trasformazione politica documentata dai numeri.

Ed è precisamente la trasformazione sulla quale Donald Trump ha deciso di puntare il dito.

Fonti e approfondimenti

E ADESSO COSA DIRANNO I “RIPORTER” DELLA CONTROINFORMAZIONE? I BRICS DISCUTONO DI CBDC E SI INCROCIANO CON LA RIVOLUZIONE DIGITALE DELLE BANCHE CENTRALI, ALLA FINE LAVORANO PER I SIONISTI

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Per anni ci hanno raccontato una favola comodissima.

Da una parte ci sarebbe stato il famigerato “Occidente”: banche centrali, finanza internazionale, moneta digitale, sorveglianza finanziaria, globalizzazione e tecnocrazia.

Dall’altra, quasi per magia, sarebbero comparsi i salvatori: Cina, Russia, Iran e BRICS.

Il “mondo multipolare”.

L’alternativa.

La liberazione dal sistema.

Peccato che oggi arrivi una notizia che dovrebbe creare qualche problema a questa rappresentazione manichea.

L’11 agosto 2026 il governatore della Reserve Bank of India, Sanjay Malhotra, ha confermato che i paesi BRICS stanno discutendo diverse possibilità per collegare i rispettivi sistemi di pagamento rapido e persino le Central Bank Digital Currencies, le famose CBDC.

Avete letto bene.

CBDC.

Proprio quelle valute digitali delle banche centrali che una parte della cosiddetta controinformazione occidentale descrive da anni come uno degli strumenti simbolo del futuro sistema finanziario tecnocratico.

E allora la domanda diventa inevitabile:

ADESSO COSA SI INVENTERANNO?

Perché quando la CBDC viene studiata dalla BCE diventa immediatamente, nella narrativa più estrema, “controllo”.

Quando ne parla la BIS diventa “Grande Reset”.

Quando la digitalizzazione monetaria arriva dall’Occidente diventa “schiavitù digitale”.

Ma quando Cina, India e altri membri BRICS sviluppano CBDC e discutono come renderle interoperabili, improvvisamente rischia di diventare…

“multipolarismo”.

Una contraddizione gigantesca.


NON È UNA SUPPOSIZIONE: LO HA DETTO IL GOVERNATORE DELLA BANCA CENTRALE INDIANA

Bisogna essere precisi.

I BRICS non hanno annunciato una moneta digitale unica e non esiste oggi una “CBDC BRICS”.

Il progetto è ancora in fase di discussione.

Ma proprio questo rende interessante la vicenda.

Malhotra ha spiegato che i pagamenti transfrontalieri sono un settore di particolare interesse per i BRICS perché esiste un grande margine per abbattere i costi.

Tra le opzioni allo studio figurano esplicitamente:

CBDC e collegamento dei sistemi di pagamento rapido.

E non è nemmeno un’idea comparsa improvvisamente questa mattina.

Già nel gennaio 2026 Reuters aveva rivelato che la Reserve Bank of India aveva proposto al governo di inserire nell’agenda del summit BRICS proprio il collegamento delle valute digitali ufficiali dei paesi membri.

L’obiettivo?

Facilitare commercio e pagamenti transfrontalieri e, potenzialmente, ridurre la dipendenza dal dollaro.

Questo è perfettamente comprensibile dal punto di vista geopolitico.

Ma non cambia la natura dello strumento:

stiamo comunque parlando di moneta digitale emessa dalle banche centrali.


IL PARADOSSO CHE LA CONTROINFORMAZIONE NON VUOLE VEDERE

Ed eccoci al punto politicamente più interessante.

Una parte della controinformazione ha costruito per anni un’equazione elementare:

BRICS = anti-globalismo.

Ma questa equivalenza semplicemente non regge.

I BRICS non sono un movimento anarchico contro le banche centrali.

Non vogliono abolire la politica monetaria.

Non vogliono eliminare le infrastrutture finanziarie digitali.

Non stanno progettando un mondo senza Stati, banche centrali e sistemi di regolamento internazionali.

Stanno cercando, semmai, di costruire infrastrutture alternative nelle quali i propri Stati e le proprie banche centrali abbiano maggiore peso.

È una differenza enorme.

Essere contro il predominio americano sul sistema internazionale non significa essere contro il sistema.

Voler ridurre la dipendenza dal dollaro non significa voler abolire la moneta centralizzata.

Voler sostituire un’infrastruttura occidentale con un’infrastruttura BRICS non significa necessariamente decentralizzare il potere.

Significa anche poterlo spostare.


C’È UN ALTRO PARTICOLARE MOLTO IMBARAZZANTE: mBRIDGE

Chi segue realmente l’evoluzione delle CBDC dovrebbe conoscere un progetto chiamato mBridge.

È una piattaforma multi-CBDC progettata per consentire pagamenti transfrontalieri direttamente attraverso valute digitali delle banche centrali.

E chi troviamo nella storia del progetto?

Cina.

Hong Kong.

Thailandia.

Emirati Arabi Uniti.

E successivamente Arabia Saudita.

Ma soprattutto troviamo un nome che dovrebbe provocare qualche cortocircuito nei racconti semplicistici sullo scontro tra “due sistemi”:

Bank for International Settlements — BIS.

La Banca dei Regolamenti Internazionali.

La stessa istituzione che rappresenta uno dei principali centri mondiali della cooperazione tra banche centrali.

La documentazione BIS su mBridge spiega chiaramente l’obiettivo: utilizzare CBDC per rendere i pagamenti internazionali più rapidi, economici e diretti.

E qui la favola del mondo diviso tra “sistema occidentale” e “BRICS antisistema” comincia seriamente a scricchiolare.


LE BANCHE CENTRALI RESTANO BANCHE CENTRALI ANCHE QUANDO PARLANO CINESE

Questo dovrebbe essere il punto elementare.

Se si ritiene che una CBDC presenti potenziali problemi relativi a privacy, controllo, programmabilità o concentrazione del potere monetario, questi problemi devono essere discussi indipendentemente dalla bandiera stampata sopra la valuta.

Una CBDC cinese non diventa automaticamente libertaria perché è cinese.

Una CBDC russa non diventa decentralizzata perché viene utilizzata contro il dollaro.

Una CBDC indiana non smette di essere moneta della banca centrale perché appartiene a un paese BRICS.

E una futura interoperabilità fra CBDC BRICS non diventa “anti-sistema” semplicemente perché aggira parte dell’infrastruttura finanziaria dominata dagli Stati Uniti.

Altrimenti non stiamo facendo analisi.

Stiamo facendo tifo geopolitico.


E INFATTI ANCHE L’OCCIDENTE STA ANDANDO NELLA STESSA DIREZIONE TECNOLOGICA

Qui arriva la parte più interessante.

Mentre India e BRICS discutono dell’interconnessione delle CBDC, altre grandi banche centrali stanno sperimentando infrastrutture per pagamenti internazionali tokenizzati.

Nel maggio 2026 Reuters ha riferito dei progressi del Project Agorá, iniziativa guidata dalla BIS con decine di grandi banche commerciali e diverse importanti banche centrali.

L’obiettivo è sperimentare pagamenti internazionali attraverso riserve di banca centrale tokenizzate e depositi bancari commerciali digitalizzati.

Attenzione però: Agorá e una rete BRICS-CBDC non sono lo stesso progetto.

Non bisogna inventarsi un’unica regia mondiale dove le prove non esistono.

La cosa interessante è un’altra.

Le due aree geopolitiche apparentemente rivali stanno esplorando tecnologie monetarie che presentano alcuni elementi concettualmente simili:

digitalizzazione del regolamento;

interoperabilità;

pagamenti transfrontalieri quasi immediati;

tokenizzazione;

riduzione degli intermediari;

maggiore ruolo dell’infrastruttura digitale delle banche centrali.

La geopolitica può essere completamente diversa.

La traiettoria tecnologica, invece, può convergere.


ALTRO CHE “BRICS CONTRO IL SISTEMA”

Questo è precisamente l’errore della narrazione propagandistica.

I BRICS non sono necessariamente contro la globalizzazione.

Vogliono soprattutto cambiarne gli equilibri di potere.

Persino la comunicazione ufficiale BRICS parla apertamente di cooperazione economica e finanziaria, multilateralismo e riforma della governance globale.

La New Development Bank dei BRICS è arrivata persino a utilizzare l’espressione:

“sustainable reglobalization”.

Reglobalizzazione.

Non de-globalizzazione.

Questo dovrebbe bastare per comprendere quanto sia infantile rappresentare i BRICS come una specie di esercito rivoluzionario lanciato contro l’intero ordine finanziario internazionale.

Stanno costruendo maggiore autonomia all’interno di un mondo interdipendente.

È qualcosa di molto diverso.


CINA CONTRO OCCIDENTE? SÌ. CINA CONTRO IL POTERE DELLE BANCHE CENTRALI? MOLTO MENO

Ed è qui che arriva il problema per chi trasforma quotidianamente Pechino nella capitale mondiale dell’antisistema.

La Cina può certamente essere antagonista degli Stati Uniti.

Può cercare di ridurre il ruolo internazionale del dollaro.

Può costruire sistemi di pagamento alternativi.

Può contestare il peso politico americano nelle istituzioni internazionali.

Ma nessuna di queste cose significa automaticamente essere contrari a un’economia digitalizzata e governata attraverso infrastrutture finanziarie controllate dalle autorità monetarie.

Anzi.

La Cina è stata uno dei grandi laboratori mondiali delle CBDC.

E mBridge dimostra quanto seriamente Pechino abbia considerato anche la loro dimensione internazionale.

Nel frattempo, secondo il Financial Times, la Cina sta preparando mBridge a una fase commerciale più avanzata dopo che la piattaforma ha già processato volumi considerevoli nelle sue sperimentazioni.

Quindi dov’è esattamente la rivoluzione libertaria?


IL PROBLEMA NON SONO I BRICS. È LA PROPAGANDA SUI BRICS

Chiariamo un punto fondamentale.

Non c’è niente di scandaloso nel fatto che India, Cina o altri paesi sperimentino nuove infrastrutture di pagamento.

Ridurre i costi delle transazioni internazionali può produrre vantaggi economici enormi.

Ridurre i tempi di regolamento può aumentare l’efficienza del commercio.

Creare concorrenza a sistemi finanziari dominanti può persino aumentare la resilienza dell’economia mondiale.

Il problema è un altro.

Il doppio standard.

Se considerate pericolosa una CBDC europea, dovete applicare gli stessi criteri a quella cinese.

Se considerate pericolosa la concentrazione monetaria occidentale, dovete analizzare quella orientale.

Se denunciate la BIS quando collabora con le banche centrali occidentali, non potete cancellarla dalla storia quando la cooperazione tecnologica coinvolge la Cina.

Altrimenti non state combattendo il sistema.

State semplicemente scegliendo quale sistema tifare.


E L’“ASSE DELLA RESISTENZA”?

Qui il cortocircuito diventa ancora più evidente.

Per anni una certa area mediatica italiana ha costruito un’unica grande epopea nella quale BRICS, Cina, Russia, Iran e cosiddetto Asse della Resistenza sarebbero parti di una gigantesca rivolta mondiale contro il sistema occidentale.

Ma geopolitica e infrastrutture finanziarie non funzionano così.

L’Iran stesso fa parte dei BRICS.

La Cina mantiene rapporti economici con l’Occidente.

L’India coopera con gli Stati Uniti in numerosi settori strategici.

I paesi del Golfo possono collaborare contemporaneamente con Washington, Pechino e strutture BRICS.

La stessa composizione dei BRICS dimostra che non siamo davanti a un blocco ideologico uniforme. Il gruppo comprende potenze con interessi, alleanze e sistemi politici profondamente differenti.

Il mondo reale è multipolare proprio perché è pieno di queste sovrapposizioni.

Non perché esistano due squadre perfettamente separate.


MA ALLORA “LAVORANO PER I SIONISTI”?

No.

Questa conclusione non deriva dai fatti.

Ed è precisamente qui che bisogna evitare di cadere nella stessa propaganda che si vuole criticare.

Il fatto che BRICS, Cina o India adottino tecnologie monetarie studiate anche dalle banche centrali occidentali non dimostra che “lavorino per i sionisti”, né dimostra l’esistenza di una cabina di regia occulta comune.

Dimostra qualcosa di molto più concreto e, per certi versi, molto più interessante:

le grandi potenze rivali possono competere ferocemente per il potere geopolitico mentre contemporaneamente sviluppano soluzioni tecnologiche simili per governare moneta e pagamenti.

Non serve nessuna cospirazione per spiegarlo.

Serve comprendere gli interessi degli Stati.


LA VERA DOMANDA CHE LA CONTROINFORMAZIONE DOVREBBE PORSI

La domanda seria quindi non è:

“Le CBDC sono buone se le fanno i BRICS?”

La domanda è:

quali garanzie avrà il cittadino indipendentemente da chi emette la moneta digitale?

Privacy?

Anonimato?

Possibilità di utilizzare contante?

Limiti alla programmabilità?

Possibilità di congelamento?

Tracciabilità?

Accesso delle autorità ai dati?

Interoperabilità internazionale?

Sono queste le domande che dovrebbero interessare chi sostiene di voler difendere la libertà individuale.

Perché la libertà non cambia significato attraversando gli Urali.


OCCIDENTE CATTIVO, BRICS BUONI: UNA FIABA CHE STA DIVENTANDO SEMPRE PIÙ DIFFICILE DA RACCONTARE

La notizia dell’11 agosto dovrebbe quindi servire almeno a demolire una semplificazione.

Non esiste un “Occidente digitale e centralizzatore” contrapposto automaticamente a un “Oriente analogico, sovrano e decentralizzato”.

Esistono grandi potenze.

Esistono banche centrali.

Esistono interessi geopolitici.

Esiste una competizione per stabilire chi controllerà le infrastrutture finanziarie del XXI secolo.

E dentro questa competizione quasi tutti stanno studiando digitalizzazione, pagamenti istantanei, tokenizzazione e nuove forme di moneta.

Cambiano gli equilibri.

Cambiano le alleanze.

Cambiano le valute.

Ma la banca centrale resta.

Ed ecco perché oggi la domanda ai “riporter” della controinformazione è semplicissima:

se la CBDC occidentale era il simbolo del sistema, perché quella dei vostri adorati BRICS dovrebbe rappresentare la liberazione dal sistema?

Vedremo quale acrobazia narrativa verrà utilizzata questa volta.

Perché forse il problema non era mai stato capire cosa facessero realmente Cina, Russia, India o Iran.

Il problema era aver deciso in anticipo chi dovesse interpretare il ruolo del buono e chi quello del cattivo.

E quando i fatti distruggono il copione, alla propaganda rimane una sola possibilità:

riscrivere il copione.

FONTI

Reuters, 11 agosto 2026 — “BRICS nations discuss linking payment systems and CBDCs, RBI chief says”.

Reuters, 19 gennaio 2026 — proposta della Reserve Bank of India per collegare le CBDC dei BRICS.

Bank for International Settlements — documentazione Project mBridge e sperimentazione di pagamenti internazionali multi-CBDC.

Reuters, 27 maggio 2026 — Project Agorá e sperimentazioni internazionali su pagamenti tokenizzati.

BRICS — documentazione ufficiale sulla cooperazione economico-finanziaria e sulla governance multilaterale.

BRICS/New Development Bank — riferimento alla “sustainable reglobalization”.

Reuters – 11 agosto 2026: BRICS discutono il collegamento dei sistemi di pagamento e delle CBDC
BRICS nations discuss linking payment systems and CBDCs, RBI chief says
È la fonte fondamentale: il governatore della Reserve Bank of India conferma che tra le possibilità discusse figurano esplicitamente CBDC e sistemi di pagamento rapido interconnessi. BIS – Project mBridge: piattaforma multi-CBDC
Project mBridge reached minimum viable product stage
Documenta la collaborazione iniziata tra BIS Innovation Hub, banca centrale thailandese, UAE, People’s Bank of China/Hong Kong; l’Arabia Saudita è entrata nel 2024. BIS – Rapporto completo mBridge
Project mBridge: connecting economies through CBDC
Qui la BIS descrive una blockchain costruita appositamente per pagamenti transfrontalieri effettuati tramite CBDC. BIS – Il test con denaro reale
BIS and four central banks complete successful cross-border CBDC pilot
Nel test furono effettuate 164 operazioni di pagamento e cambio per oltre 22 milioni di dollari. BIS – mBridge raggiunge lo stadio MVP
Project mBridge reaches minimum viable product stage
La BIS annunciò nel giugno 2024 il passaggio del progetto allo stadio di “minimum viable product” e l’apertura a un’ulteriore partecipazione internazionale. Reuters – Project Agorá: anche le grandi banche centrali occidentali sperimentano sistemi tokenizzati
Top central banks forge ahead with always-on cross-border payments testing
È particolarmente utile per il confronto: Agorá coinvolge BIS, Fed di New York e altre banche centrali, mentre Reuters lo mette in relazione con l’evoluzione di mBridge e ricorda la proposta indiana di collegare le valute digitali BRICS. BRICS – La New Development Bank
New Development Bank – BRICS
Fonte istituzionale utile per spiegare che la NDB è una vera banca multilaterale di sviluppo e che il sistema BRICS comprende anche il Contingent Reserve Arrangement. BRICS – “Sustainable reglobalization”
BRICS Bank welcomes new members and calls for a sustainable reglobalization
Questo è uno dei link più interessanti per la tesi dell’articolo: in una fonte BRICS ufficiale compare esplicitamente l’espressione “sustainable reglobalization”. BRICS – Riformare il sistema finanziario multilaterale, non semplicemente distruggerlo
BRICS Finance Meeting – multilateralism and IMF reform
Il documento parla di riformare l’IMF rendendolo più rappresentativo e ribadisce l’obiettivo della “sustainable reglobalization”.

I DETRATTORI “ANTIVACCINISTI” DI TRUMP ADESSO CHE FANNO? L’AMERICA RIDUCE IL CALENDARIO INFANTILE E RIMETTE AL CENTRO LA SCELTA DEI GENITORI

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Per anni abbiamo sentito ripetere le stesse parole: libertà di scelta, consenso informato, basta imposizioni, basta pressione delle case farmaceutiche, basta medicalizzazione indiscriminata dei bambini.

Durante il Covid questi concetti sono diventati persino una bandiera politica.

Eppure oggi accade qualcosa che dovrebbe costringere una parte dell’universo anti-Trump a fare i conti con una contraddizione piuttosto evidente.

L’amministrazione di Donald Trump ha intrapreso una profonda revisione del calendario vaccinale pediatrico americano, riducendo il numero delle immunizzazioni raccomandate universalmente e spostandone altre verso categorie basate sul rischio individuale o sulla “shared clinical decision-making”, cioè sulla decisione condivisa fra medico e famiglia.

Non è una voce di Telegram.

Non è un post complottista.

Non è una dichiarazione estrapolata da un’intervista.

È documentato dal governo americano e dal CDC.

Il 5 gennaio 2026 il CDC ha annunciato ufficialmente la revisione del calendario pediatrico dopo l’analisi richiesta dal presidente Trump sulle politiche adottate negli altri Paesi sviluppati.

L’HHS ha spiegato che il precedente calendario raccomandava vaccinazioni universali contro 17 malattie, mentre il nuovo modello mantiene una raccomandazione universale per le immunizzazioni sulle quali l’amministrazione ritiene esista un consenso internazionale, comprendendo complessivamente 11 malattie.

Altre vaccinazioni non vengono necessariamente eliminate o proibite: vengono spostate verso gruppi ad alto rischio oppure verso la decisione condivisa tra medico e genitori.

Ed è una distinzione fondamentale.

NON È “VIETARE I VACCINI”: È CAMBIARE IL PRINCIPIO

Questa è probabilmente la parte che verrà maggiormente deformata sia dai sostenitori sia dagli oppositori di Trump.

Trump non ha vietato i vaccini pediatrici.

Non ha ordinato ai genitori di non vaccinare i figli.

Non ha stabilito che tutti i vaccini siano inutili.

La nuova impostazione distingue invece tra vaccinazioni raccomandate universalmente, vaccinazioni destinate a determinate categorie a rischio e vaccinazioni sulle quali medico e famiglia possono decidere sulla base delle circostanze individuali.

Secondo l’HHS, tra quelle ricondotte alla decisione clinica condivisa figurano rotavirus, Covid-19, influenza, meningococco, epatite A ed epatite B.

E soprattutto l’accesso ai vaccini rimane.

Questa differenza dovrebbe essere elementare, soprattutto per chi per anni ha sostenuto:

“Non sono contro i vaccini, sono contro l’obbligo.”

Bene.

Quando un’amministrazione riduce la pressione della raccomandazione universale e aumenta lo spazio della scelta individuale, la coerenza imporrebbe almeno di riconoscere il cambiamento.

LA QUESTIONE DELLE “72 DOSI”

Anche qui bisogna evitare slogan imprecisi.

La Casa Bianca utilizza esplicitamente il numero 72 shots, cioè 72 somministrazioni/dosi previste nel precedente schema considerato dall’amministrazione.

Non significa che esistessero “72 vaccini diversi”.

Una singola vaccinazione può prevedere più dosi e richiami e alcune vaccinazioni, come quella antinfluenzale, possono essere ripetute negli anni.

La distinzione è importante perché una critica seria non ha bisogno di gonfiare i numeri.

Il punto politico resta comunque considerevole: l’amministrazione Trump sostiene apertamente che gli Stati Uniti fossero diventati un’eccezione rispetto a numerosi Paesi sviluppati per numero di malattie coperte dal calendario pediatrico universale e numero complessivo di dosi raccomandate.

Il CDC ha dichiarato che la revisione ha confrontato gli Stati Uniti con 20 Paesi sviluppati e che nel 2024 gli USA raccomandavano più vaccinazioni pediatriche di qualunque Paese comparabile preso in esame e più del doppio delle dosi previste da alcuni Paesi europei.

Questa è una questione che merita una discussione scientifica seria, non una guerra religiosa tra “pro-vax” e “no-vax”.

STEPHEN MILLER ROMPE UN ALTRO TABÙ

Stephen Miller ha espresso la posizione politica dell’amministrazione in termini molto più aggressivi.

Il suo ragionamento è semplice: bisogna chiedersi se sia realmente necessario sottoporre universalmente tutti i bambini allo stesso numero di somministrazioni e se il sistema americano abbia finito per adottare un approccio eccessivamente standardizzato.

Miller ha inoltre attaccato apertamente l’influenza dell’industria farmaceutica e di parte dell’apparato sanitario.

Sono esattamente gli argomenti che per anni abbiamo sentito utilizzare da moltissimi critici del sistema sanitario americano.

Con una differenza piuttosto imbarazzante:

adesso a pronunciarli è l’amministrazione Trump.

E qui arriva la domanda che molti preferiranno evitare.

Se ieri sostenevi che bisognava ridimensionare il potere di Big Pharma, perché oggi non riconosci almeno questo cambiamento?

Se ieri pretendevi maggiore libertà per i genitori, perché oggi la libertà di scelta diventa improvvisamente irrilevante?

Se denunciavi l’eccessiva medicalizzazione dell’infanzia, perché non discuti nel merito una revisione del calendario vaccinale?

La risposta, in alcuni casi, rischia di essere molto semplice:

perché per qualcuno Trump viene prima dei fatti.

Se lo fa Trump, bisogna essere contrari.

ATTENZIONE PERÒ: NON ESISTEVA UN “OBBLIGO FEDERALE DI 72 VACCINI”

Qui bisogna essere rigorosi.

Dire che Trump avrebbe semplicemente “abolito l’obbligo americano dei 72 vaccini” sarebbe tecnicamente sbagliato.

Negli Stati Uniti i requisiti vaccinali necessari per frequentare scuole e asili sono principalmente stabiliti dalle legislazioni statali.

Lo stesso CDC lo specifica chiaramente.

Il governo federale stabilisce raccomandazioni sanitarie e influenza enormemente assicurazioni, programmi sanitari, medici e politiche pubbliche, ma non esisteva una legge federale che obbligasse indistintamente ogni bambino americano a ricevere “72 vaccini”.

Quello che Trump sta facendo è politicamente più interessante: sta tentando di modificare l’architettura culturale e istituzionale sulla quale il sistema era stato costruito.

Meno automatismo.

Più differenziazione del rischio.

Più comparazione internazionale.

Più spazio alla decisione del medico e della famiglia.

E IL 10 AGOSTO TRUMP È ANDATO ANCORA OLTRE

Il 10 agosto 2026 Trump ha firmato un nuovo ordine esecutivo dedicato alle “Gold Standard Childhood Vaccine Recommendations”.

Il provvedimento rafforza la linea intrapresa dall’amministrazione e interviene anche sulla questione dei vaccini combinati.

Trump ha chiesto, fra le altre cose, di favorire la disponibilità separata delle componenti contro morbillo, parotite e rosolia invece di dipendere esclusivamente dalla formulazione combinata MMR.

Ed è qui che entra il paragone con il Giappone richiamato da Miller.

Il principio politico è ancora una volta quello della possibilità di scelta: perché un genitore dovrebbe necessariamente accettare una determinata combinazione se tecnicamente esistono strategie differenti?

Questo non dimostra che somministrare separatamente i vaccini sia clinicamente migliore.

Ed è importante dirlo.

Le principali organizzazioni pediatriche americane contestano infatti questa impostazione e sostengono che separare o ritardare le somministrazioni possa lasciare il bambino vulnerabile alle infezioni per periodi più lunghi.

Questa obiezione deve essere discussa scientificamente, non censurata.

Ma vale anche il contrario: chiedere prove, confrontare calendari internazionali o discutere numero e tempistica delle somministrazioni non dovrebbe automaticamente trasformare qualcuno in un “antiscientifico”.

IL PARADOSSO DEGLI ANTI-TRUMP CHE ERANO CONTRO GLI OBBLIGHI

Ed eccoci al punto politico.

Una parte della cosiddetta controinformazione ha costruito una parte enorme della propria identità sulla battaglia contro gli obblighi sanitari.

Poi è arrivato Trump.

Ha nominato Robert F. Kennedy Jr. alla guida dell’HHS.

Ha ordinato una revisione internazionale del calendario pediatrico.

La sua amministrazione ha ridotto le vaccinazioni considerate universali.

Ha ampliato il principio della decisione condivisa medico-paziente.

Ha mantenuto l’accesso alle altre vaccinazioni per chi desidera riceverle.

Ha messo apertamente in discussione l’influenza dell’industria farmaceutica.

Ha chiesto maggiore trasparenza.

Ha contestato il numero complessivo delle somministrazioni.

E adesso interviene persino sulle formulazioni combinate.

Che cosa avrebbe dovuto fare ancora per meritarsi almeno un’analisi priva del riflesso automatico anti-Trump?

Il problema non è essere favorevoli o contrari a Donald Trump.

Il problema è la coerenza.

Si può sostenere che alcune decisioni dell’amministrazione siano scientificamente sbagliate.

Si può sostenere che separare l’MMR sia inutile.

Si può contestare la metodologia utilizzata per confrontare gli Stati Uniti con gli altri Paesi.

Si può ritenere pericoloso ridurre alcune raccomandazioni universali.

Sono tutte posizioni legittime.

Ma allora bisogna discuterne nel merito.

Non si può passare per anni da:

“Il sistema vaccinale è dominato da Big Pharma e bisogna restituire libertà alle famiglie”

a:

“Trump sta distruggendo la sanità pubblica”

senza spiegare dove sia finita quella precedente battaglia per la libertà di scelta.

IL CONFRONTO INTERNAZIONALE NON È UNA TEORIA DEL COMPLOTTO

C’è inoltre un punto particolarmente interessante.

Il confronto con gli altri Paesi non nasce da un influencer.

Il CDC stesso ha dichiarato di aver esaminato le politiche di 20 nazioni sviluppate.

Il Giappone dispone nel 2026 di un proprio articolato calendario pediatrico e non rappresenta certamente un Paese “antivaccinista”.

Lo stesso vale per Danimarca e altre nazioni europee che organizzano diversamente le vaccinazioni pediatriche.

Questo dimostra una cosa semplicissima che negli anni della polarizzazione sanitaria sembrava essere diventata indicibile:

essere favorevoli ai vaccini non significa necessariamente sostenere che ogni Paese debba adottare lo stesso calendario, lo stesso numero di dosi e lo stesso grado di obbligatorietà.

È possibile essere favorevoli alla vaccinazione contro morbillo, poliomielite o tetano e contemporaneamente discutere se ogni singola raccomandazione debba essere universale.

Sono due questioni differenti.

LA LIBERTÀ DI SCELTA VALE SOLTANTO QUANDO GOVERNA CHI PIACE?

Questa vicenda è quindi molto più grande di Trump.

Riguarda l’incapacità crescente di giudicare una politica indipendentemente dall’identità di chi la propone.

Se Biden avesse ridotto alcune raccomandazioni vaccinali, probabilmente una parte del mondo anti-obbligo avrebbe gridato vittoria.

Se lo fa Trump, una parte di quello stesso ambiente sembra improvvisamente incapace di riconoscerlo.

E dall’altra parte avviene il fenomeno speculare: persone che fino a ieri difendevano il diritto delle autorità sanitarie di modificare le raccomandazioni sulla base dei dati oggi sembrano considerare qualsiasi modifica come un attentato alla scienza semplicemente perché arriva dall’amministrazione Trump.

La scienza non dovrebbe funzionare così.

E nemmeno l’informazione.

NON SERVONO NUOVI DOGMI

La vera occasione offerta dalla revisione americana dovrebbe essere un’altra.

Finalmente discutere seriamente di rischio-beneficio, farmacovigilanza, differenze epidemiologiche, età, condizioni individuali, calendari internazionali, conflitti d’interesse, libertà di scelta e consenso informato senza trasformare immediatamente il dibattito in una guerra tra “vaccinisti” e “antivaccinisti”.

Trump non ha abolito i vaccini.

Non ha cancellato l’accesso alle vaccinazioni.

E non ha magicamente eliminato tutti gli obblighi vaccinali americani, perché molti dipendono dagli Stati.

Ha però contribuito a imprimere una svolta molto significativa alla politica vaccinale federale americana.

E per chi per anni ha chiesto meno imposizioni e più libertà di scelta, fingere che non sia successo nulla soltanto perché il presidente si chiama Donald Trump sarebbe difficile da spiegare.

Ancora più difficile sarebbe continuare ad accusarlo di essere semplicemente il servo delle multinazionali farmaceutiche mentre la sua amministrazione sta conducendo uno degli interventi più controversi degli ultimi decenni proprio sull’architettura delle raccomandazioni vaccinali pediatriche.

Si può essere contrari.

Si può essere favorevoli.

Si può persino ritenere che Trump stia commettendo un grave errore sanitario.

Ma almeno una cosa dovrebbe essere possibile:

guardare quello che è stato realmente fatto prima di decidere cosa pensare soltanto in base al nome di chi lo ha fatto.


FONTI

Casa Bianca – Executive Order, 10 agosto 2026
“Delivering Gold Standard Childhood Vaccine Recommendations for Americans”

Casa Bianca – Fact Sheet, 10 agosto 2026
“President Donald J. Trump Delivers Gold Standard Childhood Vaccine Recommendations for Americans”

CDC – 5 gennaio 2026
“CDC Acts on Presidential Memorandum to Update Childhood Immunization Schedule”

U.S. Department of Health and Human Services – 5 gennaio 2026
“Fact Sheet: CDC Childhood Immunization Recommendations”

CDC – Vaccination Requirements and Laws
Documentazione sulle competenze degli Stati in materia di requisiti vaccinali scolastici.

Japan Institute for Health Security – 2026
Calendario ufficiale delle vaccinazioni in Giappone.

Japan Pediatric Society – 2026
Calendario pediatrico raccomandato dalla Società Pediatrica Giapponese.

I soliti riporter della propaganda marxista vedono sionisti e Kushner ovunque: il caso EA e i numeri che raccontano un’altra storia

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C’è ormai un meccanismo narrativo piuttosto prevedibile in una certa controinformazione politica: quando compare il nome di Jared Kushner, improvvisamente qualsiasi operazione finanziaria diventa una prova di una gigantesca rete politico-economica che collegherebbe Trump, Israele, Arabia Saudita, banche americane, FIFA e grandi multinazionali.

Il caso dell’acquisizione di Electronic Arts (EA) è particolarmente interessante perché permette di osservare quanto facilmente fatti reali possano essere trasformati in una storia molto più grande di ciò che le prove consentono effettivamente di sostenere.

L’operazione esiste.

Jared Kushner è coinvolto.

L’Arabia Saudita è coinvolta.

JPMorgan è coinvolta.

Ma da questi fatti non deriva automaticamente l’esistenza di una fantomatica regia politico-finanziaria trumpiano-sionista sul mondo dei videogiochi e del calcio.

Anzi, basta guardare i numeri per scoprire chi ha veramente messo le mani su Electronic Arts.

L’acquisizione da 55 miliardi è reale

Partiamo dai fatti verificabili.

Nel settembre 2025 Electronic Arts annunciò ufficialmente un accordo per essere acquisita da un consorzio formato da:

  • Public Investment Fund (PIF) dell’Arabia Saudita
  • Silver Lake
  • Affinity Partners, società fondata da Jared Kushner.

Il valore complessivo attribuito a EA era di circa 55 miliardi di dollari.

Agli azionisti furono offerti 210 dollari per azione, con un premio del 25% rispetto alla quotazione precedente all’annuncio.

Non stiamo quindi parlando di una ricostruzione giornalistica o di indiscrezioni: l’operazione è stata annunciata dalla stessa Electronic Arts.

Nell’agosto 2026 l’acquisizione è stata completata e EA è diventata una società privata.

Fin qui nessun mistero.

Il problema comincia quando dal fatto economico si passa alla costruzione politica.

Chi controlla veramente Electronic Arts?

È qui che i numeri diventano devastanti per una certa narrativa.

La nuova struttura proprietaria vede infatti il Public Investment Fund saudita detenere circa il 93,4%.

Silver Lake possiede circa il 5,5%.

Affinity Partners di Jared Kushner circa l’1,1%.

Ripetiamolo:

PIF saudita: 93,4%.

Silver Lake: 5,5%.

Affinity Partners/Kushner: 1,1%.

Allora chi ha realmente preso il controllo di Electronic Arts?

Jared Kushner?

Oppure l’Arabia Saudita?

La risposta matematica è piuttosto difficile da aggirare.

Il protagonista assoluto dell’operazione è il fondo sovrano dell’Arabia Saudita.

Affinity Partners partecipa certamente all’affare e Kushner non è affatto una figura irrilevante. Ma trasformare una partecipazione dell’1,1% nel centro politico dell’intera acquisizione significa spostare l’attenzione dal soggetto che possiede oltre nove decimi della società.

Il dettaglio ancora più importante: i sauditi erano già dentro EA

C’è poi un elemento che rende ancora meno credibile l’idea secondo cui l’ingresso saudita in Electronic Arts sarebbe in qualche modo spiegabile attraverso Kushner.

Il PIF possedeva già circa il 9,9% di Electronic Arts prima dell’acquisizione.

Quando venne annunciato l’accordo, EA specificò infatti che il fondo saudita avrebbe trasferito nella nuova struttura la propria partecipazione preesistente.

Questo significa che l’interesse saudita per EA non nasce con Kushner.

Non nasce con questa acquisizione.

E soprattutto non ha bisogno di Kushner per essere spiegato.

L’Arabia Saudita porta avanti da anni una gigantesca strategia di investimento nei videogiochi, negli esports, nell’intrattenimento e nello sport.

Il PIF dispone di centinaia di miliardi di dollari di attività e rappresenta uno dei principali strumenti economici della strategia saudita di diversificazione.

Pensare che un fondo di queste dimensioni abbia bisogno dell’1,1% di Affinity Partners per “mettere le mani” su EA significa invertire completamente i rapporti di forza.

Il vero elefante nella stanza è l’Arabia Saudita

Qui emerge un curioso paradosso.

Chi vuole vedere Kushner dappertutto rischia di perdere la storia geopoliticamente più importante.

Un fondo sovrano controllato dall’Arabia Saudita possiede oggi oltre il 93% di uno dei più importanti produttori di videogiochi del pianeta.

Electronic Arts controlla proprietà intellettuali e franchise enormi: EA Sports FC, Madden NFL, Battlefield, The Sims e molti altri.

Questo sì che merita un’inchiesta.

Quale ruolo vuole conquistare Riyadh nell’industria mondiale dell’intrattenimento?

Perché sta investendo così pesantemente nei videogiochi?

Come si inserisce EA nella strategia saudita sul gaming e sugli esports?

Quali conseguenze potrà avere una simile concentrazione proprietaria?

Sono domande assolutamente legittime.

Ma forse sono meno utili a chi preferisce raccontare qualsiasi avvenimento attraverso la solita lente ideologica.

Kushner e i sauditi: i rapporti esistono davvero

Naturalmente sarebbe altrettanto scorretto sostenere che fra Kushner e l’Arabia Saudita non esistano importanti rapporti finanziari.

Esistono e sono ampiamente documentati.

Il Senate Finance Committee americano ha indagato su Affinity Partners e sui suoi finanziatori stranieri.

Secondo la documentazione pubblicata dalla commissione, il PIF saudita aveva impegnato 2 miliardi di dollari nel fondo di Kushner.

La commissione ha inoltre riferito che Affinity applicava al PIF una commissione annuale dell’1,25% sul capitale impegnato.

Il senatore democratico Ron Wyden ha formulato accuse molto pesanti riguardo alla natura di questi rapporti.

Ma qui bisogna distinguere accuratamente tra fatti, accuse e conclusioni dimostrate.

È documentato che:

il PIF ha investito miliardi in Affinity Partners.

È documentato che:

Affinity Partners partecipa all’acquisizione di EA.

È documentato che:

Jared Kushner ha rapporti importanti con l’Arabia Saudita.

Ma tutto questo non dimostra automaticamente che l’acquisizione di EA sia parte di una gigantesca operazione politica orchestrata dalla famiglia Trump.

Indagare è legittimo.

Trasformare un collegamento in una prova è un’altra cosa.

Il metodo delle associazioni

È proprio qui che nasce uno dei trucchi narrativi più efficaci.

Si prendono una serie di fatti individualmente veri:

Kushner conosce i sauditi.

I sauditi investono in Affinity.

Affinity investe in EA.

EA produce videogiochi di calcio.

EA ha avuto per decenni rapporti commerciali con FIFA.

Trump conosce Gianni Infantino.

JPMorgan finanzia l’acquisizione.

JPMorgan ha rapporti con moltissimi grandi soggetti economici e politici americani.

A questo punto basta mettere tutti i nomi uno accanto all’altro.

Trump → Kushner → PIF → EA → FIFA → Infantino → JPMorgan.

Graficamente sembra impressionante.

Ma manca la cosa più importante:

la prova che tutti questi rapporti costituiscano un’unica operazione coordinata.

È la vecchia differenza tra correlazione e causalità.

Con lo stesso metodo si potrebbe costruire una gigantesca rete occulta partendo praticamente da qualsiasi acquisizione da decine di miliardi di dollari.

JPMorgan e i 20 miliardi di debito

Anche il ruolo di JPMorgan merita di essere contestualizzato.

Quando EA annunciò l’accordo, specificò che l’operazione sarebbe stata finanziata attraverso circa 36 miliardi di dollari di equity e 20 miliardi di finanziamento tramite debito, impegnato da JPMorgan Chase Bank.

È un finanziamento enorme.

Ma JPMorgan Chase è anche una delle più grandi istituzioni finanziarie del pianeta.

Trovarla coinvolta nel finanziamento di una delle maggiori acquisizioni della storia non rappresenta quindi, da solo, qualcosa di misterioso.

Per trasformare la presenza di JPMorgan nella prova di una rete politica servirebbe dimostrare che la banca abbia partecipato all’operazione per ragioni politiche anziché finanziarie.

Senza quella prova abbiamo semplicemente una grande banca che finanzia una gigantesca acquisizione.

E poi arriva inevitabilmente la FIFA

Electronic Arts e FIFA hanno avuto una delle collaborazioni commerciali più famose della storia dei videogiochi.

Quel rapporto si è concluso e il videogioco precedentemente conosciuto come FIFA è diventato EA Sports FC.

È perfettamente possibile che in futuro FIFA ed EA tornino a discutere una collaborazione.

Nel capitalismo accade continuamente che aziende che hanno interrotto una partnership tornino al tavolo quando cambiano le condizioni economiche.

Ma da qui a sostenere l’esistenza di un progetto politico Kushner-Trump-Arabia Saudita-FIFA esiste una distanza enorme.

Una futura collaborazione FIFA-EA sarebbe un fatto.

La possibilità che possa avvenire è un’ipotesi.

Una regia politica dietro quella collaborazione sarebbe una tesi.

E una tesi richiede prove.

Dire che qualcosa “non può essere escluso” non significa averlo dimostrato.

Praticamente qualsiasi cosa non può essere esclusa finché non disponiamo di informazioni sufficienti.

Il giornalismo dovrebbe funzionare al contrario: prima si trovano le prove e poi si costruisce la conclusione.

Quando compare Kushner, compaiono inevitabilmente anche i “sionisti”

Ed eccoci al riflesso ideologico più curioso.

Jared Kushner è ebreo, ha avuto un ruolo centrale nei rapporti dell’amministrazione Trump con Israele e il Medio Oriente ed è stato uno degli architetti degli Accordi di Abramo.

Da quel momento, per alcuni ambienti, la sua presenza sembra sufficiente per trasformare qualsiasi operazione economica in una storia sul “sionismo”.

Ma l’identità religiosa o etnica di un investitore non costituisce una spiegazione finanziaria.

E soprattutto non dimostra l’esistenza di una regia israeliana.

Nel caso EA la sproporzione diventa quasi grottesca.

Il soggetto dominante non è israeliano.

È saudita.

La quota dominante non appartiene a Kushner.

Appartiene al Public Investment Fund dell’Arabia Saudita.

Se vogliamo discutere l’influenza geopolitica sul settore dei videogiochi, allora discutiamone.

Ma partiamo dai numeri.

93,4% Arabia Saudita.

1,1% Affinity Partners.

Non occorre essere esperti di finanza per capire chi abbia realmente il controllo.

Non bisogna però cadere nell’errore opposto

Tutto questo non significa assolvere Kushner da qualsiasi possibile conflitto d’interesse.

Il rapporto fra Affinity Partners, PIF e governi stranieri merita controllo giornalistico e istituzionale.

Il Congresso americano ha sollevato interrogativi seri.

Sono questioni perfettamente legittime.

Così come è legittimo chiedersi quale influenza l’Arabia Saudita possa esercitare attraverso investimenti enormi nell’intrattenimento occidentale.

Ma un’inchiesta seria deve essere disposta anche ad arrivare alla conclusione che le prove non dimostrano la teoria iniziale.

Altrimenti non stiamo più facendo informazione.

Stiamo cercando elementi utili a confermare una convinzione già stabilita.

La realtà è già abbastanza interessante senza inventare complotti

Il caso Electronic Arts non ha bisogno di essere trasformato nell’ennesima storia di sionisti, Kushner e Trump onnipresenti.

La realtà è già enormemente interessante.

Uno dei maggiori fondi sovrani del mondo ha acquisito il controllo quasi totale di uno dei colossi globali dell’intrattenimento digitale.

L’operazione vale circa 55 miliardi di dollari.

EA è diventata privata.

Il PIF possedeva già quasi il 10% dell’azienda e ora controlla circa il 93,4%.

Silver Lake possiede una quota minoritaria.

Affinity Partners di Kushner una quota ancora più piccola.

Il resto sono domande legittime da investigare.

Ma le domande non sono automaticamente risposte.

Conclusione: prima i numeri, poi l’ideologia

Il problema non è criticare Kushner.

Il problema non è indagare sui rapporti tra Trump, Arabia Saudita, grandi fondi e grandi banche.

Il problema nasce quando ogni rapporto commerciale diventa automaticamente la tessera di una gigantesca cospirazione e quando la presenza di un uomo ebreo viene utilizzata per suggerire una regia “sionista” senza prove specifiche.

Se domani emergeranno documenti che dimostrano un coordinamento politico dietro l’operazione EA, andranno pubblicati e analizzati.

Ma oggi i dati disponibili raccontano innanzitutto un’altra storia:

l’Arabia Saudita ha comprato il controllo di Electronic Arts.

Non Kushner.

Non Israele.

Non una misteriosa internazionale sionista.

Il Public Investment Fund saudita.

E quando un soggetto possiede il 93,4% e quello presentato come protagonista appena l’1,1%, forse prima di costruire gigantesche architetture geopolitiche sarebbe opportuno cominciare dalla matematica.


FONTI E DOCUMENTI

Electronic Arts – annuncio ufficiale dell’acquisizione da 55 miliardi:
https://www.ea.com/news/ea-announces-agreement-to-be-acquired

Electronic Arts Investor Relations – comunicato ufficiale dell’operazione:
https://news.ea.com/press-releases/press-releases-details/2025/EA-Announces-Agreement-to-be-Acquired-by-PIF-Silver-Lake-and-Affinity-Partners-for-55-Billion/default.aspx

Electronic Arts – comunicazione del CEO Andrew Wilson:
https://www.ea.com/security/news/exciting-news-about-our-future

Associated Press – completamento dell’acquisizione nell’agosto 2026:
https://apnews.com/article/e50d653ac4616d063296e2021d826a3c

U.S. Senate Committee on Finance – indagine su Affinity Partners, PIF e finanziamenti stranieri:
https://www.finance.senate.gov/chairmans-news/wyden-investigation-of-kushner-firm-continues-new-letter-outlines-affinity-partners-fee-structure-lack-of-return-to-investors-questionable-deals-with-foreign-governments

Documentazione Senate Finance Committee sui finanziamenti stranieri ad Affinity Partners:
https://www.finance.senate.gov/imo/media/doc/wyden_raskin_kushner_fara.pdf

I SOLITI RIPORTER DELLA PROPAGANDA MARXISTA: MILEI «VENDE L’ARGENTINA AGLI STRANIERI». PECCATO CHE IL CAPITOLO SULLE TERRE SIA STATO ELIMINATO

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Ancora una volta il copione è sempre lo stesso.

Basta pronunciare tre parole — Milei, privatizzazioni, investitori stranieri — e una parte della controinformazione sembra non avere più bisogno di verificare cosa sia realmente accaduto.

La storia viene immediatamente confezionata secondo uno schema ideologico elementare: da una parte il presidente ultraliberista Javier Milei, pronto a «vendere la patria» al capitale internazionale; dall’altra studenti, sindacati, ambientalisti e cittadini che difendono eroicamente il territorio argentino.

Lo slogan è perfetto:

«La patria no se vende».

Il problema è che uno slogan politico non sostituisce l’analisi di una legge.

E soprattutto non dovrebbe consentire di omettere un dettaglio piuttosto importante: il capitolo più controverso sulla liberalizzazione dell’acquisto delle terre rurali da parte degli stranieri è stato eliminato dal provvedimento approvato dal Senato.

Questa omissione cambia parecchio il racconto.

IL PROGETTO ORIGINARIO DI MILEI ESISTEVA DAVVERO

Partiamo dai fatti, perché una confutazione seria non ha bisogno di inventare una realtà alternativa.

Il governo Milei aveva effettivamente presentato una riforma molto aggressiva della normativa argentina sulle terre rurali.

La legislazione vigente limita la concentrazione di terre rurali in mani straniere. Il progetto originario dell’esecutivo puntava invece a liberalizzare fortemente il sistema.

Quindi sostenere che non sia mai esistito un progetto di liberalizzazione sarebbe falso.

Il punto è un altro.

La propaganda prende il progetto originario e continua a raccontarlo come se fosse arrivato intatto fino all’approvazione parlamentare.

Non è ciò che è successo.

Il governo si è scontrato con un’opposizione politica e sociale significativa e, soprattutto, con un problema molto concreto: non aveva i voti sufficienti per approvare il testo nella sua forma originaria.

Il 5 agosto il governo aveva già modificato la proposta, passando dall’idea iniziale di eliminare il tetto alla proprietà straniera a un compromesso che avrebbe innalzato il limite generale dal 15% al 25%. Anche questo compromesso rimaneva contestato.

Poi è arrivato un arretramento ancora maggiore.

IL FATTO CHE DISTURBA LA NARRATIVA: IL CAPITOLO SULLE TERRE È STATO TOLTO

Il 6 agosto, mentre davanti al Congresso si manifestava gridando che «la patria non è in vendita», il processo parlamentare aveva ormai prodotto un risultato fondamentale.

Il capitolo che avrebbe liberalizzato la proprietà straniera delle terre era stato eliminato.

Il Senato ha successivamente dato la media sanción alla Ley de Inviolabilidad de la Propiedad Privada con 37 voti favorevoli e 33 contrari, ma senza due delle parti maggiormente contestate: quella relativa alle terre straniere e quella riguardante la modifica dell’uso dei terreni dopo gli incendi.

Questo non significa che le proteste fossero illegittime.

Significa qualcosa di molto più semplice:

se si racconta la vicenda, bisogna raccontarla tutta.

Si può scrivere:

«Il governo Milei ha tentato di liberalizzare fortemente l’acquisto di terre da parte degli stranieri, ha incontrato una forte opposizione politica e sociale, ha cercato un compromesso e infine il capitolo è stato eliminato dal provvedimento approvato dal Senato».

Questa è una descrizione.

Oppure si può costruire il racconto:

Milei vende l’Argentina agli stranieri e il popolo scende in strada per impedirlo.

Questa è propaganda politica.

La differenza sta proprio nelle informazioni che vengono omesse.

ALTRO DETTAGLIO: LA DEMOCRAZIA ARGENTINA HA FUNZIONATO

C’è poi un paradosso che sembra sfuggire ai soliti narratori dell’apocalisse neoliberista.

Che cosa è successo concretamente?

Un governo ha presentato una riforma.

L’opposizione l’ha contestata.

La società civile ha protestato.

Parte delle forze parlamentari che potevano sostenere Milei non ha accettato alcune disposizioni.

Il governo ha scoperto di non avere abbastanza voti.

Ha modificato il progetto.

Il Parlamento ha eliminato alcune delle norme maggiormente controverse.

E alla fine il Senato ha approvato un testo profondamente diverso su quei punti.

Questa non è la fotografia di una dittatura che vende segretamente il territorio nazionale.

È politica parlamentare.

Si può essere favorevoli o contrari a Milei, ma il meccanismo istituzionale ha fatto esattamente ciò che dovrebbe fare un sistema democratico: limitare, negoziare e modificare la proposta dell’esecutivo quando non esiste una maggioranza sufficiente per approvarla.

Curiosamente, però, nella propaganda questo elemento quasi scompare.

Perché distrugge il copione.

COMPRARE UN TERRENO NON SIGNIFICA COMPRARE LA SOVRANITÀ

C’è poi una confusione concettuale che ritorna continuamente.

Permettere a uno straniero di acquistare un terreno in Argentina non significa trasformare quel terreno in territorio straniero.

Un investitore americano, italiano, cinese, brasiliano o spagnolo che possiede un terreno argentino deve comunque sottostare alla legislazione argentina, alla fiscalità argentina e alla giurisdizione argentina.

La sovranità resta argentina.

Questo non significa che non possano esistere problemi seri.

Una concentrazione eccessiva della proprietà fondiaria straniera può sollevare questioni economiche, ambientali, strategiche e perfino di sicurezza nazionale, soprattutto nelle zone di confine o nelle aree ricche di risorse.

Sono argomenti perfettamente legittimi.

Ma sono argomenti diversi dal sostenere che il Paese venga letteralmente «venduto».

Una cosa è discutere quanta proprietà straniera sia opportuno consentire.

Un’altra è confondere deliberatamente proprietà privata e sovranità nazionale.

E POI ARRIVA L’IDROVIA: «MILEI PRIVATIZZA IL FIUME»

Per rafforzare la narrativa viene spesso aggiunta un’altra vicenda: quella della Vía Navegable Troncal, l’asse navigabile collegato al sistema Paraná-Paraguay fondamentale per il commercio argentino.

Il governo Milei ha effettivamente affidato la gestione attraverso una concessione al consorzio Jan de Nul–Servimagnus.

Anche questo è un fatto.

Ma anche qui bisogna leggere cosa sia stato realmente affidato ai privati.

Il governo argentino descrive l’operazione come una concessione della Vía Navegable Troncal e ha formalizzato l’aggiudicazione al consorzio Jan de Nul–Servimagnus dopo una gara internazionale.

Il contratto riguarda attività operative fondamentali quali dragaggio, balizamiento, rilevazioni idrometriche e gestione della navigabilità. Lo Stato argentino mantiene inoltre la propria funzione di autorità di controllo.

Traduzione semplice:

l’Argentina non ha venduto il Paraná a una società belga.

Ha affidato in concessione la gestione di determinati servizi della propria infrastruttura navigabile.

Si può contestare anche questa scelta.

Si può sostenere che un’infrastruttura così strategica dovrebbe essere gestita direttamente dallo Stato.

Si può discutere della durata della concessione, delle tariffe, dei controlli e dei profitti privati.

Ma bisogna chiamare le cose con il loro nome.

E c’è un altro dettaglio storico interessante.

LA GESTIONE PRIVATA DELL’IDROVIA NON L’HA INVENTATA MILEI

La narrazione che presenta Milei come l’uomo che improvvisamente consegna l’arteria fluviale argentina al capitale straniero dimentica un precedente piuttosto ingombrante.

Nel 1995, durante la presidenza di Carlos Menem, l’Argentina approvò già un contratto di concessione per modernizzazione, ampliamento, gestione e manutenzione della Vía Navegable Troncal.

E indovinate quale società figurava già nel consorzio?

Jan De Nul.

Il decreto argentino del 1995 riporta espressamente il consorzio formato da Jan De Nul e altre società per la concessione dell’infrastruttura.

Dunque non siamo davanti all’invenzione improvvisa di Milei.

Siamo davanti alla scelta politica di tornare a un modello di gestione privata attraverso concessione per un’infrastruttura che aveva già conosciuto per decenni una gestione di questo tipo.

Questo non rende automaticamente buona la decisione di Milei.

La colloca semplicemente nella sua corretta dimensione storica.

IL GOVERNO SOSTIENE CHE I COSTI DIMINUIRANNO

C’è infine un elemento che dovrebbe essere riportato almeno per completezza.

Secondo il governo argentino, l’offerta vincitrice dovrebbe produrre una riduzione di circa il 13% dei costi logistici.

È una previsione dell’esecutivo, non un risultato già dimostrato, e come tale deve essere trattata.

Tra qualche anno sarà possibile verificare se quella promessa sia stata rispettata oppure no.

Ma un’informazione corretta dovrebbe riportare entrambe le posizioni:

gli oppositori denunciano i rischi della privatizzazione;

il governo sostiene che la concessione attirerà investimenti, modernizzerà l’infrastruttura e ridurrà i costi logistici.

Il resto lo diranno i risultati.

Questo si chiama giornalismo.

GLI SCONTRI DAVANTI AL CONGRESSO SONO REALI

Anche gli scontri del 6 agosto non devono essere minimizzati.

Durante la manifestazione davanti al Congresso argentino la polizia è intervenuta e ci sono stati arresti e feriti. RTVE ha riferito di più di dodici persone arrestate e almeno cinque feriti.

Sono fatti che devono essere riportati.

Ma neppure le immagini della polizia in tenuta antisommossa dimostrano automaticamente la tesi politica che Milei stia «vendendo la patria».

Per giudicare l’intervento delle forze dell’ordine occorre stabilire cosa sia accaduto durante gli scontri, quali comportamenti abbiano determinato gli arresti e soprattutto se la risposta della polizia sia stata proporzionata.

Altrimenti si sostituisce nuovamente l’analisi con l’immagine emotiva.

IL TRUCCO È SEMPRE LO STESSO

Ed eccoci al cuore della questione.

Il meccanismo della propaganda non consiste necessariamente nell’inventare fatti dal nulla.

È molto più efficace utilizzare fatti veri selezionandoli e concatenandoli in modo da produrre una conclusione predeterminata.

Prendiamo:

una proposta realmente liberalizzatrice;

una manifestazione realmente avvenuta;

una concessione realmente assegnata a privati;

una società straniera realmente coinvolta;

scontri realmente avvenuti con la polizia.

Poi togliamo:

il compromesso dal 15% al 25%;

il successivo ritiro del capitolo sulle terre;

la mancanza dei voti parlamentari;

la differenza tra proprietà privata e sovranità;

la differenza tra vendita di un fiume e concessione dei servizi della via navigabile;

il precedente storico della concessione del 1995;

le motivazioni economiche dichiarate dal governo.

A quel punto resta soltanto una storia:

«Milei vende la patria agli stranieri e reprime il popolo che cerca di impedirglielo».

Perfetta.

Semplice.

Emotiva.

E soprattutto politicamente spendibile.

Peccato che la realtà sia molto più complicata.

MILEI PUÒ ESSERE CRITICATO SENZA INVENTARE UN’ARGENTINA ALL’ASTA

Il governo Milei sta conducendo uno dei più radicali esperimenti di liberalizzazione economica dell’Argentina contemporanea.

Le sue politiche meritano quindi di essere analizzate e criticate con particolare attenzione.

Privatizzazioni, deregolamentazione, investimenti stranieri, gestione delle risorse naturali e concentrazione fondiaria sono questioni enormi.

Proprio per questo non hanno bisogno di caricature.

Il progetto originario sulle terre poteva essere criticato duramente.

Ma il fatto politico fondamentale dell’agosto 2026 è proprio che Milei non è riuscito a far passare quella parte della riforma.

Il governo ha incontrato resistenza.

Ha negoziato.

Ha modificato il progetto.

E il Senato ha approvato la legge senza due dei capitoli più controversi.

Questa è la storia completa.

QUANDO LA REALTÀ NON SERVE PIÙ, RESTA SOLO LO SLOGAN

Ed è precisamente qui che i soliti riporter della propaganda marxista mostrano il loro limite.

Non perché sia illegittimo opporsi a Milei.

Non perché ogni privatizzazione sia automaticamente positiva.

Non perché l’investimento straniero debba essere accettato senza limiti.

Ma perché un’informazione seria dovrebbe distinguere tra ciò che Milei voleva fare, ciò che ha proposto, ciò che è stato modificato e ciò che il Parlamento ha effettivamente approvato.

Sono quattro cose differenti.

Se invece si prende la versione iniziale del progetto, la si congela nel tempo e la si utilizza per descrivere ciò che è successo dopo che quella stessa disposizione è stata eliminata, non stiamo più facendo informazione.

Stiamo costruendo una narrativa.

E allora «La patria non è in vendita» funziona magnificamente come slogan da corteo.

Molto meno come descrizione di ciò che il Senato argentino ha effettivamente votato.

La critica politica è legittima.

La protesta è legittima.

Persino sostenere che Milei rappresenti una visione economica sbagliata è perfettamente legittimo.

Ma prima vengono i fatti.

E i fatti, questa volta, raccontano una storia decisamente meno comoda per i soliti riporter della propaganda.


FONTI

Senato argentino – sito istituzionale
https://www.senado.gob.ar/

El País, 5 agosto 2026 – Milei modifica il progetto sulla proprietà straniera delle terre
https://elpais.com/argentina/2026-08-05/milei-cede-y-modifica-el-proyecto-de-ley-de-extranjerizacion-de-tierras.html

El País, 7 agosto 2026 – approvazione al Senato senza i due capitoli contestati
https://elpais.com/argentina/2026-08-07/la-oposicion-pone-limites-a-milei-en-el-senado-media-sancion-a-la-ley-de-propiedad-privada-sin-dos-capitulos-clave.html

RTVE, 7 agosto 2026 – manifestazione, scontri, feriti e arresti davanti al Congresso
https://www.rtve.es/noticias/20260807/protestas-contra-proyecto-milei-sobre-propiedad-privada-terminan-fuertes-cargas-policiales/17183074.shtml

Governo argentino, 4 giugno 2026 – preaggiudicazione della Vía Navegable Troncal
https://www.argentina.gob.ar/noticias/el-gobierno-preadjudico-la-privatizacion-de-la-navegable-troncal

Governo argentino, 18 giugno 2026 – aggiudicazione Jan de Nul–Servimagnus
https://www.argentina.gob.ar/noticias/con-una-baja-del-13-en-los-costos-logisticos-el-gobierno-completo-con-exito-el-proceso-de

Governo argentino – firma del contratto e attività affidate al concessionario
https://www.argentina.gob.ar/noticias/la-navegable-troncal-inicia-una-nueva-era-de-gestion-privada-con-una-baja-de-costos-la

Normativa argentina – Decreto 253/1995 sulla precedente concessione della Vía Navegable Troncal
https://www.argentina.gob.ar/normativa/nacional/decreto-253-1995-14662/texto

LA SOLITA PROPAGANDA DEI RIPORTER: «HAMAS SI DISARMA, ISRAELE NON SI RITIRA, QUINDI IL GENOCIDIO ERA L’OBIETTIVO». MA COSA DICE DAVVERO IL PIANO DEL BOARD OF PEACE?

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Cosa è vero

È vero che il 9 agosto 2026 Netanyahu ha respinto pubblicamente il documento in 15 punti sostenuto dall’amministrazione Trump. Ha inoltre dichiarato che l’IDF non effettuerà ulteriori ritiri prima di un disarmo effettivo di Hamas. La notizia è confermata, tra gli altri, da Reuters, Washington Post, Guardian e Times of Israel.

Ed è vero che la roadmap del Board of Peace tenta di collegare disarmo progressivo di Hamas e ritiro progressivo israeliano, sotto verifica internazionale. Il piano non prevede semplicemente “Hamas consegna le armi domani e Israele se ne va”, ma un processo articolato con trasferimento dell’amministrazione civile, demilitarizzazione verificata e progressivo ritiro israeliano.

Quindi chi sostenesse che Netanyahu non abbia respinto il piano starebbe semplicemente negando un fatto.

Ma “Hamas ha accettato di disarmarsi” richiede una precisazione enorme

Il 30 luglio Trump ha annunciato un accordo per il “complete disarmament” di Hamas. Reuters riferisce ora che Hamas ha accettato il piano, ma aggiunge una precisazione decisiva: Hamas evita la formulazione “disarmo” e collega la consegna delle armi al ritiro israeliano.

Questo è importante perché appena l’11 giugno Reuters descriveva una situazione molto diversa: Hamas e le altre fazioni avevano accettato 14 punti su 15, mentre proprio il disarmo costituiva il principale punto di rottura. Hamas collegava inoltre il disarmo completo all’apertura di un percorso politico verso uno Stato palestinese.

Ancora il 20 luglio, fonti coinvolte nell’attuazione del piano riferivano che rimanevano forti divergenze sui meccanismi concreti con cui Hamas avrebbe dovuto deporre le armi.

Pertanto:

“Hamas ha accettato una roadmap che contempla il disarmo”

è sostanzialmente corretto.

Ma:

“Hamas si è già disarmato”

è falso.

E persino:

“Hamas ha accettato senza condizioni di consegnare immediatamente tutte le armi”

non descrive correttamente ciò che risulta dalle trattative.

Questa distinzione viene completamente cancellata dalla frase propagandistica.

Ed è proprio qui che nasce lo scontro Netanyahu–Board of Peace

La differenza fondamentale sembra riguardare la sequenza delle azioni.

Il Board of Peace propone sostanzialmente:

disarmo progressivo e verificato ↔ ritiro israeliano progressivo.

Netanyahu pretende invece:

disarmo effettivo di Hamas → poi ritiro israeliano.

Netanyahu ha infatti dichiarato che non vuole un disarmo “fittizio”, specificando di riferirsi alle armi pesanti e a quelle leggere.

Si può giudicare questa posizione eccessiva, politicamente motivata, pericolosa o finalizzata a prolungare la presenza israeliana. È una discussione legittima.

Ma è molto diverso dal sostenere che Israele abbia respinto il disarmo di Hamas.

Israele sta contestando le modalità e soprattutto la sequenza disarmo/ritiro.

Il vero problema per Netanyahu

Qui la critica a Netanyahu ha invece basi concrete.

Il rifiuto israeliano rischia effettivamente di bloccare una delle opportunità diplomatiche più importanti degli ultimi mesi e costituisce una rara divergenza pubblica con Trump. Reuters sottolinea anche le pressioni provenienti dalla coalizione israeliana di destra in vista delle elezioni.

Anche il Guardian interpreta la decisione alla luce delle pressioni elettorali e della destra israeliana.

Quindi sarebbe perfettamente legittimo scrivere:

“Netanyahu rischia di sabotare il piano Trump pretendendo il disarmo completo prima del ritiro.”

È un’interpretazione politica sostenibile.

Ma da questo non deriva:

“Hamas era una scusa.”

Perché il disarmo di Hamas è precisamente uno dei problemi centrali che hanno bloccato per mesi la seconda fase del cessate il fuoco. Un rapporto del Congressional Research Service di luglio ricostruiva proprio le controversie sul disarmo e le condizioni poste da Hamas.

E un rapporto ufficiale del Board of Peace trasmesso alle Nazioni Unite indicava esplicitamente la demilitarizzazione verificata come condizione fondamentale per la ricostruzione.

Non è quindi una “scusa” inventata improvvisamente da Israele.

Ancora più debole: “gli ostaggi erano una scusa”

Questo passaggio non segue proprio dalla premessa.

Il fatto che oggi Netanyahu rifiuti un particolare meccanismo di disarmo e ritiro non dimostra retroattivamente che la questione degli ostaggi fosse falsa o pretestuosa.

Sono due proposizioni completamente differenti.

Per dimostrare che “gli ostaggi erano una scusa” bisognerebbe fornire prove che la leadership israeliana non intendesse realmente recuperarli e utilizzasse consapevolmente la loro prigionia come falso pretesto.

Il rifiuto del piano del Board of Peace non costituisce quella prova.

E il salto finale: “il genocidio è l’obiettivo”

Qui si passa definitivamente dal fatto all’interpretazione.

Che a Gaza vi siano state enormi sofferenze civili, morti e distruzioni è indiscutibile. Anche dopo il cessate il fuoco sono continuati attacchi israeliani e vittime palestinesi; Reuters riferisce oltre 1.250 morti dalla tregua secondo funzionari sanitari di Gaza.

Ma la proposizione:

Netanyahu rifiuta questa roadmap → dunque l’obiettivo della guerra è il genocidio

non è una dimostrazione.

Il termine genocidio ha inoltre un significato giuridico preciso, nel quale l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo protetto è un elemento centrale. La responsabilità giuridica e l’intento genocidario non possono essere dedotti automaticamente dal rifiuto di un accordo diplomatico.

Questo non significa assolvere preventivamente Israele da eventuali violazioni del diritto internazionale. Significa semplicemente non trasformare un’opinione politica in una prova.

La manipolazione retorica

La costruzione del messaggio è efficace proprio perché comprime questioni differenti in quattro frasi:

“Hamas ha accettato di disarmarsi.”
→ vero, ma all’interno di un meccanismo negoziale condizionato e progressivo.

“Israele si è rifiutato di ritirarsi.”
→ incompleto: Netanyahu dice che non vuole ritirarsi prima della demilitarizzazione effettiva.

“Hamas e gli ostaggi erano una scusa.”
→ conclusione non dimostrata.

“Il genocidio è l’obiettivo.”
→ ulteriore conclusione non dimostrata dal fatto precedente.

La critica più solida al governo Netanyahu non ha bisogno di questa scorciatoia: Netanyahu ha realmente respinto una roadmap americana che potrebbe consentire disarmo, ritiro e ricostruzione, e le sue motivazioni possono essere legittimamente sottoposte a durissima critica politica. Ma trasformare quel fatto nella “prova” che Hamas, gli ostaggi e le esigenze di sicurezza siano sempre stati soltanto pretesti significa andare molto oltre ciò che le fonti dimostrano.

In breve: il fatto nuovo è serio e mette Netanyahu in una posizione politicamente difficile; la conclusione “quindi il genocidio è sempre stato l’obiettivo” non è un fatto accertato, ma una tesi politica costruita sopra quel fatto.

Fonti

CHI CONTROLLA DAVVERO LA FINANZA MONDIALE?

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La leggenda del “denaro ebraico”, il peso gigantesco della finanza occidentale e asiatica e l’ascesa dei capitali islamici

Per oltre un secolo una delle teorie politiche più resistenti sostiene che dietro banche, mercati finanziari, grandi aziende e governi esisterebbe una sorta di regia ebraica internazionale.

È una rappresentazione enormemente suggestiva, ma quando si abbandonano cognomi, genealogie e supposizioni e si cominciano a seguire bilanci, attivi, partecipazioni societarie, banche centrali, fondi pensione, fondi sovrani e flussi finanziari transfrontalieri, quella rappresentazione si dissolve.

La finanza mondiale non è organizzata intorno a una religione.

È organizzata intorno al capitale.

E i principali centri di accumulazione del capitale contemporaneo sono Stati Uniti, Europa, Cina, Giappone, grandi economie asiatiche e, con un peso crescente, monarchie petrolifere e finanziarie del Golfo.

Attribuire tutto questo agli “ebrei” non costituisce un’analisi economica.

È precisamente uno dei più antichi miti politici dell’antisemitismo moderno.

L’United States Holocaust Memorial Museum ricorda che i falsi Protocolli dei Savi di Sion costruivano precisamente questa immagine: un’organizzazione ebraica occulta capace di controllare politica, stampa, economia e finanza mondiale. Il documento fu smascherato come falso già all’inizio del Novecento, ma continua ancora oggi a circolare.

IL PRIMO ERRORE: CONFONDERE PERSONE E SISTEMA

Che nella storia della finanza siano esistiti importantissimi banchieri ebrei è evidente.

Come sono esistiti giganteschi banchieri cattolici, protestanti, musulmani, cristiano-ortodossi, induisti, buddhisti, agnostici e atei.

Ma una cosa è trovare personaggi appartenenti a una determinata comunità.

Un’altra è dimostrare che quella comunità controlli il sistema.

Per farlo occorrerebbe dimostrare una proprietà coordinata degli attivi finanziari mondiali.

I dati disponibili mostrano invece tutt’altra struttura.

Alla fine del 2025 le attività bancarie internazionali transfrontaliere rilevate dalla Bank for International Settlements avevano raggiunto circa 46 mila miliardi di dollari. Le statistiche BIS coprono circa il 95% dell’attività bancaria internazionale transfrontaliera.

Ma perfino concentrarsi sulle banche è ormai insufficiente.

Il Financial Stability Board calcola che nel 2024 il settore della Non-Bank Financial Intermediation, cioè fondi d’investimento, assicurazioni, fondi pensione, money market funds, società finanziarie e altri intermediari non bancari, disponesse di circa:

256.800 miliardi di dollari di attivi.

Il 51% degli attivi finanziari mondiali rilevati dal FSB.

Una cifra che da sola rende quasi grottesca l’immagine ottocentesca di alcune famiglie di banchieri che controllerebbero il pianeta.

LA FINANZA MONDIALE NON È PIÙ SOLTANTO “BANCA”

Il vero potere finanziario contemporaneo deve essere cercato almeno in sei grandi categorie:

  • banche commerciali e d’investimento;
  • banche centrali;
  • fondi pensione;
  • compagnie assicurative;
  • asset manager e fondi d’investimento;
  • fondi sovrani controllati dagli Stati.

A questi devono essere aggiunti hedge fund, private equity, private credit, family office e grandi patrimoni industriali.

Il capitale quindi non possiede una sola cabina di comando.

Possiede una rete di centri di potere spesso concorrenti fra loro.

Nel solo settore europeo, gli istituti di credito con sede nell’Unione Europea avevano circa 33.440 miliardi di euro di attivi nel settembre 2025.

Nella sola area euro, inoltre, il settore finanziario non bancario aveva raggiunto circa 58.700 miliardi di euro di attività a metà 2025.

Dove sarebbe quindi il presunto monopolio finanziario ebraico?

I bilanci non lo mostrano.

IL PARADOSSO DELLA TESI DEL “CONTROLLO EBRAICO”

Storicamente gran parte delle maggiori istituzioni finanziarie moderne è nata o si è sviluppata in paesi culturalmente prevalentemente cristiani:

Stati Uniti.

Regno Unito.

Germania.

Francia.

Italia.

Svizzera.

Paesi Bassi.

Canada.

Australia.

Non significa però che la finanza mondiale sia “controllata dai cristiani”.

Significa semplicemente che la rivoluzione industriale, il capitalismo finanziario moderno e i principali mercati dei capitali si svilupparono soprattutto nell’Europa e nel Nord America storicamente cristiani.

Trasformare questa constatazione geografica in una teoria religiosa sarebbe metodologicamente sbagliato esattamente come attribuire Wall Street agli ebrei.

Oggi poi il quadro è ancora più complesso perché Cina, Singapore, Corea del Sud, Giappone, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar sono diventati protagonisti imprescindibili della finanza internazionale.

L’ASCESA DELLA FINANZA ISLAMICA

Ed è qui che emerge una parte della storia quasi completamente assente dalle narrazioni complottiste occidentali.

Esiste oggi un enorme sistema finanziario esplicitamente costruito secondo principi islamici.

Non è un’invenzione.

Non è una teoria.

Si chiama Islamic finance.

Comprende:

Islamic banking,

sukuk,

fondi islamici,

takaful,

mercati finanziari conformi alla Sharia.

Secondo l’Islamic Financial Services Board, gli attivi complessivi dell’industria finanziaria islamica hanno raggiunto circa 4.400 miliardi di dollari nel 2025.

Nel 2024 erano circa 3.880 miliardi.

La crescita annuale era stata del 14,9%.

Circa il 70% dell’intero settore è costituito dall’Islamic banking.

Quattro trilioni e mezzo di dollari sono una potenza finanziaria gigantesca.

Ma bisogna anche mantenere le proporzioni.

Non significa che la finanza islamica domini il pianeta.

Messa a confronto con le centinaia di migliaia di miliardi di attività del sistema finanziario globale, rappresenta ancora una componente minoritaria.

La sua importanza deriva soprattutto da un altro fattore.

I FONDI SOVRANI

Il XXI secolo ha visto crescere enormemente una categoria di investitori che nelle vecchie teorie sul “potere dei banchieri” quasi non compare:

gli Stati stessi.

I Sovereign Wealth Funds sono fondi di investimento controllati direttamente o indirettamente dai governi.

Il loro capitale può derivare da:

petrolio,

gas,

avanzi commerciali,

riserve valutarie,

rendite pubbliche.

Una ricerca della Banca Mondiale osservava già come gli investitori controllati dagli Stati fossero diventati la terza maggiore categoria di detentori di attività finanziarie mondiali dopo banche e assicurazioni.

Ed è impossibile comprendere il sistema contemporaneo senza considerare il Golfo.

Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Kuwait controllano enormi masse di capitale attraverso i propri fondi sovrani.

Il FMI sottolinea oggi il ruolo degli investimenti transfrontalieri e dei Sovereign Wealth Funds nella strategia economica dei paesi del Gulf Cooperation Council.

Negli Emirati la dimensione è particolarmente impressionante.

Un’analisi del FMI pubblicata nel 2025 stimava che le attività dei fondi sovrani degli Emirati superassero complessivamente il 1.200% del PIL, con Abu Dhabi e Dubai sede dei principali veicoli sovrani.

Questi capitali investono nelle stesse economie occidentali che secondo le teorie complottiste sarebbero controllate esclusivamente da qualche dinastia ebraica.

Tecnologia.

Immobiliare.

Banche.

Private equity.

Infrastrutture.

Energia.

Sport.

Industria.

Mercati obbligazionari.

La realtà è quindi molto più interessante della caricatura.

IL PETRODOLLARO HA CAMBIATO LA FINANZA MONDIALE

Dagli anni Settanta un’enorme quantità della ricchezza generata dalla vendita di petrolio e gas del Medio Oriente è stata riciclata attraverso i mercati finanziari occidentali.

È uno dei processi fondamentali per comprendere la globalizzazione finanziaria.

Le monarchie petrolifere non hanno costruito un sistema separato dall’Occidente.

Sono diventate parte del sistema finanziario mondiale.

Investono nei mercati americani ed europei.

Comprano titoli.

Finanziano aziende.

Partecipano a fondi.

Acquistano infrastrutture.

Creano joint venture.

Finanziano grandi operazioni internazionali.

Contemporaneamente sviluppano Dubai, Abu Dhabi, Doha e Riyadh come poli finanziari internazionali.

Non esistono quindi due mondi finanziari completamente separati.

Esiste un sistema globale fortemente interconnesso.

MA ALLORA PERCHÉ CONTINUA LA STORIA DEGLI “EBREI CHE CONTROLLANO LE BANCHE”?

Qui entriamo nel terreno della propaganda.

La risposta non nasce dall’economia moderna.

Nasce dalla storia politica europea.

Il mito dell’ebreo finanziere internazionale precede ampiamente la nascita dei moderni movimenti islamisti.

L’Europa cristiana produsse per secoli stereotipi antiebraici; nel XIX e XX secolo questi furono trasformati nelle moderne teorie razziali e finanziarie del complotto.

I Protocolli dei Savi di Sion, comparsi nella Russia zarista, ne rappresentano l’esempio più famoso.

Quella propaganda fu successivamente esportata anche fuori dall’Europa.

Ed è qui che avviene un fenomeno importante.

QUANDO LA PROPAGANDA ANTISEMITA ENTRA NEL MEDIO ORIENTE

Una parte della propaganda politica araba, islamista e iraniana ha adottato nel corso del Novecento alcuni degli stessi miti prodotti originariamente dall’antisemitismo europeo.

Questo punto è documentabile.

Ma bisogna essere precisi.

Non significa “i musulmani”.

Significa determinati governi, organizzazioni, televisioni, propagandisti e movimenti politici.

L’Holocaust Memorial Museum documenta, per esempio, la diffusione dei falsi Protocolli nel Medio Oriente.

Nel 2003 una copia fu esposta alla Biblioteca di Alessandria.

Nel 2004 la televisione iraniana araba Al-Alam trasmise una serie che riprendeva elementi dei Protocolli e sosteneva l’esistenza di un controllo ebraico di Hollywood.

Un’edizione siriana del 2005 arrivò ad attribuire gli attentati dell’11 settembre a una cospirazione sionista.

Il Dipartimento di Stato americano ha inoltre documentato per anni la circolazione in Medio Oriente delle teorie secondo cui gli ebrei controllerebbero i media americani o il sistema bancario mondiale.

Questo è un fatto politico importante perché produce un gigantesco diversivo.

IL CAPRO ESPIATORIO È PIÙ FACILE DELL’ANALISI

Se si convince una popolazione che dietro ogni crisi economica esiste “il banchiere ebreo”, non bisogna più spiegare:

la corruzione interna,

la gestione delle rendite petrolifere,

le oligarchie locali,

i patrimoni delle famiglie regnanti,

le società statali,

i fondi sovrani,

le banche controllate dagli Stati,

la fuga dei capitali,

le reti clientelari,

la distribuzione della ricchezza.

Il complotto diventa una spiegazione universale.

Ed è precisamente questo uno dei problemi delle narrazioni identitarie sulla finanza.

NON È CORRETTO DIRE CHE “GLI ISLAMICI OPERANO NELL’OMBRA”

Anche questa affermazione deve essere corretta.

Una parte enorme della finanza del Golfo non opera affatto nell’ombra.

Banche islamiche, sukuk, fondi sovrani e società d’investimento operano normalmente nei mercati internazionali, pubblicano bilanci, emettono titoli, partecipano a società quotate e sono monitorati da autorità finanziarie nazionali e internazionali.

L’Islamic Financial Services Board produce addirittura statistiche specifiche sull’intero settore.

Il problema della trasparenza esiste, soprattutto quando si parla di fondi sovrani, strutture societarie, private equity e investimenti indiretti.

Ma non è un problema islamico.

È un problema dell’intera finanza internazionale.

Private credit, hedge fund, società offshore, trust, family office e veicoli societari occidentali possono essere altrettanto opachi.

Lo stesso Financial Stability Board riconosce ancora importanti limiti nella disponibilità di dati sul private credit globale.

Questa è la vera “zona d’ombra” da investigare.

LA DOMANDA GIUSTA NON È “DI CHE RELIGIONE SONO?”

Se vogliamo realmente capire chi controlla la finanza mondiale, le domande da porre sono altre.

Chi possiede gli attivi?

Chi esercita i diritti di voto?

Chi controlla le società attraverso partecipazioni incrociate?

Quali governi controllano i fondi sovrani?

Chi controlla le banche centrali?

Chi gestisce i fondi pensione?

Quali asset manager votano nelle assemblee delle grandi multinazionali?

Dove vengono custoditi i titoli?

In quali valute viene denominato il credito internazionale?

Quest’ultimo punto è particolarmente interessante.

Secondo la BIS, alla fine del terzo trimestre 2024 circa il 90% del credito bancario internazionale diretto era denominato soltanto in cinque valute:

dollaro statunitense,

euro,

yen,

sterlina,

franco svizzero.

Questo racconta molto più del potere finanziario mondiale di qualunque albero genealogico.

Non è una religione.

È una architettura monetaria.

IL VERO SISTEMA DI POTERE

Il sistema finanziario mondiale assomiglia quindi più a una rete multipolare che a una piramide etnica.

Al centro troviamo:

Stati Uniti e dollaro;

Europa ed euro;

centri finanziari britannici e svizzeri;

Giappone;

Cina e Hong Kong;

Singapore;

grandi asset manager occidentali;

fondi pensione;

assicurazioni;

fondi sovrani asiatici;

fondi sovrani del Golfo;

banche islamiche;

banche centrali;

mercati obbligazionari;

private equity;

hedge fund.

Tutti collegati fra loro.

Ed è proprio questa interdipendenza a rendere poco credibile qualsiasi teoria secondo cui un’unica comunità religiosa avrebbe conquistato segretamente il sistema.

LA CONCLUSIONE CHE DISTURBA ENTRAMBE LE PROPAGANDE

La leggenda secondo cui “gli ebrei controllano la finanza mondiale” non sopravvive all’esame dei dati.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato sostituirla con:

“sono i cristiani”,

oppure:

“sono i musulmani”.

Le economie occidentali storicamente cristiane hanno costruito una porzione enorme dell’architettura finanziaria moderna.

Le economie asiatiche hanno conquistato un peso gigantesco.

Le monarchie musulmane del Golfo hanno accumulato patrimoni sovrani immensi.

La finanza islamica ha superato i 4.400 miliardi di dollari di attivi.

E contemporaneamente alcuni governi, media e movimenti politici del Medio Oriente hanno effettivamente diffuso la vecchia teoria europea del complotto finanziario ebraico.

Ma questi due fatti non devono essere confusi.

Il primo riguarda il capitale.

Il secondo riguarda la propaganda.

La vera inchiesta quindi non dovrebbe chiedere:

“Quale religione controlla il mondo?”

Dovrebbe chiedere:

“Chi possiede realmente il capitale mondiale, attraverso quali istituzioni, con quali partecipazioni, attraverso quali Stati e con quale grado di trasparenza?”

Seguendo questa strada spariscono quasi immediatamente le leggende razziali.

E comincia finalmente l’analisi del potere.

Financial Stability Board – Global Monitoring Report on Non-Bank Financial Intermediation 2025 — dimensioni e struttura della finanza non bancaria mondiale. FSB – 256,8 trilioni di dollari nella finanza non bancaria — dati su fondi d’investimento, hedge fund, assicurazioni, fondi pensione e altri intermediari. FSB – Database e visualizzazioni sulla finanza non bancaria mondiale — utile per confrontare paesi e categorie di intermediari. Bank for International Settlements – International Banking Statistics — statistiche ufficiali sulla struttura geografica e valutaria dell’attività bancaria internazionale. BIS – International Banking Statistics, dicembre 2025 — mostra circa 46 trilioni di dollari di attività bancarie transfrontaliere a fine 2025. BIS – Global Liquidity Indicators — dati sul ruolo internazionale di dollaro, euro e yen nel credito globale. Banca Centrale Europea – dati consolidati sulle banche UE — le banche con sede nell’UE avevano circa 33,5 trilioni di euro di attivi a fine 2025. ECB Data Portal – attività delle banche sistemiche — database per approfondire gli attivi delle istituzioni finanziarie sistemicamente importanti.

COME MAI I RIPORTER DELLA CONTROINFORMAZIONE PARLANO SOLO DI “IMPERIALISMO AMERICANO” MA POI SOSTENGONO L’ISLAMIZZAZIONE? LA STORIA DIMENTICATA DI 1.400 ANNI DI CONQUISTE

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C’è una parola che una certa controinformazione italiana pronuncia praticamente ogni giorno: imperialismo.

Imperialismo americano. Imperialismo occidentale. Imperialismo britannico. Imperialismo europeo. Colonialismo. NATO. Washington. Israele.

Su questo si producono ore di trasmissioni, articoli, conferenze, post, libri e interminabili sermoni contro il cosiddetto “Occidente collettivo”.

Poi, però, basta porre una domanda elementare per assistere a un improvviso blackout storico:

l’imperialismo è esistito soltanto quando a praticarlo erano europei e americani?

Perché se conquista militare, occupazione di territori stranieri, imposizione di tributi, deportazione, schiavitù, espansione politica e assoggettamento di altri popoli costituiscono imperialismo, allora è semplicemente impossibile raccontare la storia mondiale cancellando le gigantesche espansioni dei califfati, dei sultanati e degli imperi musulmani.

Non si tratta di accusare “i musulmani” di oggi per quello che fecero eserciti vissuti mille anni fa. Sarebbe storicamente assurdo quanto attribuire a un italiano contemporaneo le guerre di Giulio Cesare.

Si tratta di qualcosa di completamente diverso: applicare lo stesso metro storico a tutti.

Ed è proprio qui che una certa narrazione ideologica comincia a scricchiolare.

PRIMA DI TUTTO UNA PRECISAZIONE: L’ISLAM NON È UN IMPERO

Parlare genericamente di “imperialismo musulmano” rischia di confondere categorie differenti.

L’Islam è una religione mondiale praticata oggi da popolazioni diversissime. Nella storia sono invece esistiti califfati, emirati, sultanati e imperi governati da dinastie musulmane, spesso in guerra persino tra loro.

Arabi, berberi, persiani, turchi, curdi, afghani, mongoli islamizzati e altri popoli hanno costruito entità politiche profondamente differenti.

Inoltre, non ogni guerra combattuta da un sovrano musulmano fu una “guerra religiosa”: potere, territorio, tasse, commercio, rivalità dinastiche e controllo delle rotte strategiche furono motivazioni fondamentali, esattamente come negli imperi cristiani, europei, asiatici e premoderni in generale.

Fatta questa distinzione, rimane però un fatto enorme:

dal VII secolo in avanti alcune delle più spettacolari espansioni imperiali della storia furono realizzate da potenze governate da musulmani.

E cancellarle perché disturbano la favola dell’“Occidente unico conquistatore della storia” significa fare propaganda, non storia.

VII SECOLO: L’ESPANSIONE CHE CAMBIA IL MONDO

Quando Maometto morì nel 632, il nuovo movimento politico-religioso era concentrato soprattutto nella penisola arabica.

Pochi decenni dopo la situazione era completamente diversa.

Gli eserciti dei primi califfati travolsero due grandi potenze dell’epoca: sottrassero enormi territori all’Impero bizantino e provocarono il collasso dell’Impero sasanide.

Caddero o passarono sotto dominio musulmano territori corrispondenti, in tutto o in parte, agli attuali:

Arabia Saudita, Yemen, Oman, Emirati, Iraq, Siria, Giordania, Israele/territori palestinesi, Libano, Egitto, Iran e vaste zone dell’Asia centrale.

Non fu una lenta diffusione esclusivamente missionaria.

Fu anche conquista militare.

Bisogna avere il coraggio intellettuale di chiamarla con il suo nome.

Se un esercito europeo entra in un territorio, sconfigge il potere esistente, incorpora quella regione e impone una nuova autorità politica, lo definiamo conquista.

Per quale ragione dovremmo cambiare vocabolario quando i conquistatori provengono dalla penisola arabica?

IL CALIFFATO OMEYYADE: DALL’ATLANTICO ALL’ASIA CENTRALE

Con gli Omayyadi l’espansione raggiunse dimensioni impressionanti.

Il Nord Africa venne progressivamente conquistato.

Le armate musulmane attraversarono poi lo stretto di Gibilterra nel 711 e abbatterono il regno visigoto nella penisola iberica.

In pochi decenni il dominio omayyade arrivò a comprendere territori che oggi appartengono a:

Spagna, Portogallo, Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Medio Oriente, Iran, Afghanistan, Pakistan e parti dell’Asia centrale.

A est l’espansione raggiunse il bacino dell’Indo.

A ovest penetrò nella penisola iberica e successivamente oltre i Pirenei.

Nel 732 avvenne la celebre battaglia tradizionalmente chiamata di Poitiers o Tours, nella quale le forze franche di Carlo Martello affrontarono un esercito proveniente da al-Andalus.

Possiamo discutere per secoli sull’importanza strategica attribuita successivamente a quella battaglia.

Non possiamo però cancellare il contesto:

un impero nato in Arabia aveva raggiunto in circa un secolo l’Europa occidentale e l’Asia meridionale.

Se questa non è espansione imperiale, allora la parola “imperialismo” ha perso qualsiasi significato.

SICILIA, MEDITERRANEO E ITALIA

Anche l’idea che l’espansione musulmana non abbia riguardato direttamente l’Italia appartiene a una conoscenza estremamente superficiale della storia.

La Sicilia fu progressivamente conquistata dagli Aghlabidi a partire dal IX secolo e rimase sotto diversi domini musulmani fino alla conquista normanna.

Esistettero inoltre incursioni, basi e insediamenti musulmani in varie zone del Mediterraneo e dell’Italia meridionale.

Bari ebbe persino un emirato nel IX secolo.

Roma stessa subì nell’846 un’incursione durante la quale furono saccheggiate le basiliche di San Pietro e San Paolo, allora esterne alle mura cittadine.

Questo non significa naturalmente che “l’Islam conquistò l’Italia”.

Significa qualcosa di molto più semplice: il Mediterraneo medievale fu teatro di espansioni, incursioni, guerre, commercio, pirateria e schiavitù provenienti da entrambe le sponde.

La storia vera è enormemente più complicata della caricatura “Occidente aggressore contro resto del mondo vittima”.

LA PENISOLA IBERICA: QUASI OTTO SECOLI DI PRESENZA MUSULMANA

La conquista iniziata nel 711 produsse al-Andalus, una delle realtà politiche e culturali più importanti del Medioevo.

Ridurre al-Andalus a una semplice storia di oppressione sarebbe falso.

Fu anche un grande centro urbano, economico, scientifico e culturale.

Ma sarebbe altrettanto falso trasformarlo nella favola di una presenza arrivata pacificamente.

Al-Andalus nacque da una conquista militare.

Nel corso dei secoli i rapporti tra musulmani, cristiani ed ebrei cambiarono radicalmente secondo dinastie, periodi e territori.

Ci furono fasi di relativa tolleranza e altre di repressione.

Ci furono alleanze tra cristiani e musulmani contro altri cristiani o musulmani.

La storia medievale non conosce le categorie propagandistiche semplicistiche che oggi vengono applicate retroattivamente.

La Reconquista cristiana fu a sua volta una lunghissima successione di guerre, conquiste e riconquiste.

Ed è precisamente questo il punto:

perché le conquiste cristiane vengono raccontate come conquiste mentre quelle musulmane vengono spesso trasformate esclusivamente in “espansione culturale”?

L’INDIA: UN ALTRO ENORME CAPITOLO QUASI SEMPRE DIMENTICATO

L’espansione di dinastie musulmane nel subcontinente indiano costituisce un altro gigantesco capitolo.

La conquista araba del Sindh iniziò nell’VIII secolo.

Nei secoli successivi arrivarono le campagne dei Ghaznavidi e dei Ghuridi.

Alla fine del XII e all’inizio del XIII secolo le conquiste nel nord dell’India prepararono la nascita del Sultanato di Delhi, che avrebbe governato ampie parti del subcontinente attraverso diverse dinastie.

Successivamente arrivò l’Impero Mughal.

Anche in questo caso occorre evitare la storia da tifoseria.

I rapporti tra governanti musulmani e popolazioni hindu, sikh, jainiste e appartenenti ad altre comunità variarono enormemente.

Vi furono persecuzioni, distruzioni e guerre, ma anche collaborazioni, amministrazioni miste, alleanze matrimoniali, compromessi e lunghi periodi nei quali sovrani musulmani governarono popolazioni prevalentemente non musulmane.

L’India contemporanea porta ancora le tracce culturali, architettoniche, linguistiche e politiche di quella storia.

Ma rimane un dato impossibile da cancellare:

ampie regioni del subcontinente passarono sotto dinastie musulmane attraverso guerre e conquiste militari.

Perché questo capitolo dovrebbe scomparire quando si discute della storia dell’imperialismo?

ARRIVANO I TURCHI: L’IMPERO OTTOMANO

Poi esiste il gigantesco elefante nella stanza: l’Impero ottomano.

Per secoli fu una delle principali potenze imperiali del pianeta.

Gli Ottomani conquistarono territori bizantini, balcanici, arabi, mediterranei e nordafricani.

Nel 1453, Mehmet II conquistò Costantinopoli, ponendo definitivamente fine all’Impero bizantino.

L’espansione ottomana proseguì nei Balcani e nell’Europa centrale.

Belgrado cadde nel 1521.

La vittoria di Mohács nel 1526 distrusse gran parte dell’assetto politico del Regno d’Ungheria.

Vienna venne assediata nel 1529 e nuovamente nel 1683.

Per lunghi periodi gli Ottomani controllarono territori appartenenti oggi, integralmente o parzialmente, a:

Turchia, Grecia, Bulgaria, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Albania, Kosovo, Macedonia del Nord, Romania, Ungheria, Croazia, Montenegro, Cipro, Siria, Libano, Israele/territori palestinesi, Giordania, Iraq, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria e altre aree.

Era un impero.

Riscuoteva tributi.

Combatteva guerre.

Conquistava territori.

Perdeva territori.

Deportava popolazioni.

Utilizzava schiavi.

Organizzava sistemi amministrativi differenziati secondo appartenenza religiosa.

Combatteva altre potenze musulmane e cristiane.

E praticava una politica imperiale esattamente nel senso storico del termine.

Eppure ascoltando alcuni professionisti dell’“anti-imperialismo” sembrerebbe quasi che gli imperi siano stati inventati a Washington nel 1945.

LA SCHIAVITÙ: L’ALTRO GRANDE BUCO NERO

Lo stesso meccanismo selettivo emerge parlando di schiavitù.

La tratta transatlantica europea è giustamente studiata, documentata e condannata.

Ma esistettero anche vastissime reti schiavistiche nel Mediterraneo, nel Medio Oriente, nell’Africa settentrionale, nell’Oceano Indiano e nei territori governati da potenze musulmane.

Africani subsahariani, europei, slavi, caucasici e popolazioni di altre regioni finirono all’interno di sistemi schiavistici differenti nel corso di molti secoli.

I corsari barbareschi catturarono anche europei.

L’Impero ottomano utilizzò differenti forme di schiavitù.

Il sistema del devşirme, pur non essendo semplicemente equivalente alla tratta atlantica, prevedeva il reclutamento coatto di ragazzi cristiani, soprattutto balcanici, destinati al servizio dello Stato ottomano, inclusi i giannizzeri.

Ancora una volta: studiare questi fenomeni non assolve minimamente la tratta europea.

La completa.

La storia non è un tribunale nel quale bisogna scegliere quale civiltà dichiarare innocente.

QUANTI MORTI? QUI BISOGNA SMONTARE UN’ALTRA FORMA DI PROPAGANDA

Arriviamo alla domanda più delicata: quanti morti provocarono complessivamente quattordici secoli di conquiste compiute da imperi e movimenti politico-militari musulmani?

La risposta seria è:

non lo sappiamo.

E chi vi offre un numero unico e preciso — 20 milioni, 50 milioni, 100 milioni, 200 milioni — senza spiegare metodologia, periodo, territori e categorie utilizzate vi sta probabilmente vendendo propaganda invece di ricerca storica.

Per gran parte della storia medievale non possediamo registrazioni demografiche sufficientemente accurate per costruire un contatore globale affidabile.

Inoltre bisogna decidere che cosa contare:

morti sul campo di battaglia?

Civili massacrati?

Morti durante gli assedi?

Careste provocate dalle guerre?

Epidemie conseguenti alle campagne militari?

Rivolte represse?

Guerre civili tra potenze musulmane?

Schiavi morti durante il trasporto?

Le moderne banche dati sui conflitti mostrano quanto sia difficile determinare le vittime persino delle guerre contemporanee. Our World in Data sottolinea che UCDP, PRIO, Correlates of War e altri database utilizzano criteri differenti e possono arrivare a risultati diversi a seconda della definizione di “morte da conflitto”.

Pretendere quindi un totale scientificamente certo dal VII secolo a oggi sarebbe metodologicamente irresponsabile.

Ma questa incertezza numerica non cancella l’esistenza delle conquiste.

È possibile documentare la gigantesca estensione geografica degli imperi anche quando non possiamo determinare quante persone morirono complessivamente per costruirli.

LA MAPPA DELLE CONQUISTE È ENORME

Se mettiamo insieme, senza fingere che costituissero un unico impero continuo, i territori controllati in periodi diversi da grandi potenze musulmane nate attraverso processi di conquista, troviamo una fascia impressionante:

dalla penisola iberica al Nord Africa;

dal Mediterraneo ai Balcani;

dall’Anatolia al Caucaso;

dal Levante alla Mesopotamia;

dalla Persia all’Asia centrale;

dall’Afghanistan al subcontinente indiano.

Non significa che questi territori siano stati contemporaneamente sotto lo stesso governo.

Non significa che tutti siano stati convertiti con la forza.

Non significa che quattordici secoli di storia possano essere ridotti a una singola guerra religiosa.

Significa semplicemente che l’espansione imperiale non fu affatto un monopolio occidentale.

E OGGI? ATTENZIONE A NON CONFONDERE IMMIGRAZIONE E CONQUISTA

Qui occorre essere ancora più precisi.

Definire automaticamente l’immigrazione musulmana in Europa una “conquista militare” sarebbe storicamente scorretto.

Un immigrato marocchino che lavora a Milano non è un soldato omayyade.

Un cittadino musulmano francese non è l’Impero ottomano.

Una moschea costruita legalmente non equivale all’assedio di Vienna.

Se vogliamo criticare seriamente fenomeni contemporanei come islamismo politico, separatismo comunitario, radicalizzazione, imposizione della sharia da parte di gruppi estremisti o terrorismo jihadista, dobbiamo chiamarli con il loro nome invece di trasformare centinaia di milioni di persone in un unico soggetto politico immaginario.

Ma esiste davvero, ancora oggi, una forma armata di espansionismo jihadista.

E non è un’invenzione della “destra”.

DALLO STATO ISLAMICO AL SAHEL: L’ESPANSIONISMO JIHADISTA ESISTE DAVVERO

Nel 2014 lo Stato Islamico proclamò un “califfato” controllando territori in Iraq e Siria.

Non chiedeva semplicemente libertà religiosa.

Conquistava città, amministrava territori, riscuoteva tasse, imponeva la propria interpretazione della legge islamica, schiavizzava appartenenti a minoranze, perseguitava oppositori e cercava esplicitamente un’espansione territoriale.

Quello era un progetto politico-imperiale jihadista contemporaneo.

Il suo dominio territoriale in Iraq e Siria è stato successivamente distrutto, ma il jihadismo territoriale non è scomparso.

Oggi uno dei fronti più preoccupanti è l’Africa.

Le Nazioni Unite hanno documentato l’espansione delle aree operative di JNIM, affiliato ad al-Qaeda, e la persistente attività dello Stato Islamico nel Sahel. Un rapporto ONU del 2026 segnala significativi guadagni delle affiliate di al-Qaeda e ISIS nell’Africa occidentale e nel Sahel e l’espansione di JNIM verso gli Stati costieri e la Nigeria nord-occidentale.

Il Counter-Terrorism Committee dell’ONU descrive una minaccia terroristica estremamente elevata nell’Africa occidentale e segnala l’espansione di JNIM e dello Stato Islamico nel Grande Sahara attraverso vaste zone di Mali, Burkina Faso e Niger.

Nel 2025 le Nazioni Unite indicavano inoltre che l’Africa subsahariana rappresentava circa il 59% delle morti legate al terrorismo nel mondo, mentre il Sahel superava le 6.000 vittime legate al terrorismo per il terzo anno consecutivo.

Il problema quindi esiste.

Ma proprio perché esiste non abbiamo bisogno di inventarlo o gonfiarlo.

IL VERO SCANDALO È IL DOPPIO STANDARD

Ed eccoci al punto politico.

Non c’è assolutamente nulla di sbagliato nel criticare l’imperialismo americano.

Gli Stati Uniti hanno sostenuto colpi di Stato, combattuto guerre controverse, appoggiato regimi autoritari, effettuato interventi militari e perseguito brutalmente i propri interessi geopolitici.

Studiamolo.

Denunciamolo.

Discutiamolo.

Ma allora facciamolo con tutti gli imperi.

Parliamo dell’imperialismo britannico.

Di quello francese.

Di quello spagnolo.

Di quello portoghese.

Di quello russo.

Di quello sovietico.

Di quello giapponese.

Delle espansioni mongole.

Dell’imperialismo ottomano.

Dei califfati arabi.

Delle dinastie conquistatrici dell’India.

Della Persia imperiale.

Dell’espansionismo jihadista contemporaneo.

Altrimenti non stiamo studiando l’imperialismo.

Stiamo scegliendo un colpevole.

L’“IMPERIALISMO” COME PAROLA D’ORDINE

Ed è proprio questo uno dei problemi di certa controinformazione.

La parola “imperialismo” non viene sempre utilizzata come categoria storica.

Viene utilizzata come parola d’ordine ideologica.

“Imperialismo americano”.

“Imperialismo occidentale”.

“Colonialismo occidentale”.

“Egemonia occidentale”.

Dopodiché interi secoli di espansione di altre potenze vengono ridimensionati, relativizzati o semplicemente ignorati.

È un modo estremamente comodo di costruire la storia.

Si sceglie prima la tesi e poi si selezionano i fatti che la confermano.

Il risultato non è controinformazione.

È propaganda speculare.

Cambiano le bandiere, ma il metodo rimane identico.

E L’ISLAMIZZAZIONE DELL’EUROPA?

Anche qui bisogna distinguere due questioni che troppo spesso vengono mischiate.

L’aumento della popolazione musulmana attraverso immigrazione e natalità non è automaticamente imperialismo.

Ma l’esistenza di movimenti islamisti che vogliono trasformare istituzioni, diritto e società secondo una concezione politico-religiosa dell’Islam è invece un fenomeno politico reale e perfettamente legittimo da analizzare e criticare.

Difendere la libertà religiosa dei musulmani europei è compatibile con l’opposizione più netta all’islamismo politico.

Le due cose non sono in contraddizione.

Una democrazia liberale dovrebbe poter dire contemporaneamente:

un musulmano ha gli stessi diritti di qualsiasi altro cittadino; nessun movimento religioso ha il diritto di imporre le proprie regole alla società.

Il problema nasce quando una parte dell’area “anti-sistema” interpreta qualsiasi politica occidentale come imperialismo, ma considera automaticamente qualsiasi movimento anti-occidentale una forma di “resistenza”.

È qui che l’analisi geopolitica viene sostituita dalla tifoseria.

Essere nemici degli Stati Uniti non trasforma automaticamente nessuno in liberatore.

IL PARADOSSO DELLA CONTROINFORMAZIONE

Ed ecco allora la domanda che molti reporter della cosiddetta controinformazione dovrebbero finalmente affrontare:

perché siete ossessionati dall’imperialismo occidentale ma quasi muti davanti agli imperialismi prodotti dalle altre civiltà?

Perché Washington viene analizzata dal 1776 fino all’ultimo drone lanciato ieri mattina, mentre se si ricordano le conquiste omayyadi, ottomane o dei sultanati islamici improvvisamente bisogna “contestualizzare”?

Contestualizziamo tutto.

Benissimo.

Ma allora contestualizziamo anche l’America.

Contestualizziamo l’Europa.

Contestualizziamo le Crociate.

Contestualizziamo il colonialismo.

Contestualizziamo Israele.

Oppure smettiamo di usare la contestualizzazione come assoluzione selettiva.

LA STORIA NON HA UNA SOLA DIREZIONE

Il mondo non è mai stato diviso semplicemente tra “Occidente colonizzatore” e “resto del pianeta colonizzato”.

Questa è una caricatura ideologica.

La storia reale è infinitamente più scomoda.

Gli imperi hanno conquistato altri imperi.

Popoli precedentemente conquistati sono diventati conquistatori.

Cristiani hanno combattuto cristiani.

Musulmani hanno combattuto musulmani.

Cristiani e musulmani si sono alleati contro altri cristiani e musulmani.

Africani hanno ridotto in schiavitù altri africani.

Europei hanno schiavizzato africani.

Potenze musulmane hanno comprato, venduto e utilizzato schiavi africani ed europei.

Imperi asiatici hanno conquistato altri popoli asiatici.

Nessuna grande civiltà possiede il monopolio storico dell’innocenza.

E nessuna possiede il monopolio della colpa.

IL NUMERO CHE NON POSSIAMO INVENTARE

Per questo un’inchiesta seria sulle conquiste compiute da potenze musulmane dovrebbe rifiutare una tentazione molto diffusa sui social: inventare il “totale definitivo delle vittime dell’Islam”.

Quel numero scientificamente affidabile non esiste.

Possiamo ricostruire singole campagne.

Possiamo confrontare fonti.

Possiamo indicare intervalli quando gli storici li considerano attendibili.

Possiamo documentare città distrutte, massacri, deportazioni e popolazioni ridotte in schiavitù.

Ma sommare quattordici secoli di guerre diversissime e presentare il risultato come se provenisse da un moderno registro anagrafico sarebbe una manipolazione.

Persino per il periodo 1989-2024, per il quale disponiamo di strumenti enormemente migliori, UCDP calcola circa 3,9 milioni di morti dirette nei conflitti armati mondiali, specificando che il dato non comprende le morti indirette per fame e malattie e che le metodologie possono cambiare considerevolmente i risultati.

Figuriamoci stabilire con precisione matematica quanti morirono tra Damasco nel VII secolo, la Spagna nell’VIII, l’India medievale e i Balcani ottomani.

La differenza tra ricerca e propaganda consiste anche nel saper pronunciare tre parole:

non lo sappiamo.

CONCLUSIONE: SE CONDANNIAMO L’IMPERIALISMO, CONDANNIAMOLO TUTTO

Questo è il punto che una parte della controinformazione continua a evitare.

Non serve riscrivere la storia contro i musulmani.

Serve smettere di riscriverla a favore della propria ideologia.

L’espansione dei califfati arabi è storia.

La conquista della Persia è storia.

La conquista del Nord Africa è storia.

La conquista della penisola iberica è storia.

Le guerre nel Mediterraneo sono storia.

Le conquiste dei sultanati nel subcontinente indiano sono storia.

L’espansione ottomana nei Balcani è storia.

La conquista di Costantinopoli è storia.

Gli assedi di Vienna sono storia.

La schiavitù praticata nel mondo islamico è storia.

Il colonialismo europeo è storia.

La tratta atlantica è storia.

L’imperialismo russo è storia.

L’espansionismo americano è storia.

Il jihadismo territoriale contemporaneo è storia presente.

Non si cancella un imperialismo per condannarne un altro.

E soprattutto non si può costruire per decenni una narrativa nella quale qualsiasi movimento ostile all’Occidente diventa automaticamente “resistenza”, mentre qualsiasi azione occidentale diventa automaticamente “imperialismo”.

Quello non è pensiero critico.

È semplicemente la vecchia lettura binaria del mondo con un vestito nuovo.

La domanda quindi rimane sul tavolo:

se l’imperialismo è davvero il problema, perché raccontarne soltanto uno?

Perché indignarsi per Washington e dimenticare Costantinopoli?

Perché ricordare ogni colonia europea e ignorare l’espansione ottomana?

Perché raccontare giustamente la tratta atlantica e dedicare molto meno spazio alle altre gigantesche reti schiavistiche della storia?

Perché parlare continuamente di egemonia americana e molto meno dei movimenti jihadisti che ancora nel 2026 cercano concretamente di conquistare territorio e imporre il proprio ordinamento politico-religioso nel Sahel?

Nel febbraio 2026 un rapporto delle Nazioni Unite continuava a segnalare guadagni significativi delle affiliate di al-Qaeda e dello Stato Islamico nell’Africa occidentale e nel Sahel.

Quindi no: la storia delle conquiste non appartiene esclusivamente al passato.

Ma soprattutto non appartiene esclusivamente all’Occidente.

Chi vuole combattere l’imperialismo deve avere il coraggio di guardare tutti gli imperi.

Chi ne vede soltanto uno non sta facendo storia.

Sta facendo propaganda.

FONTI E APPROFONDIMENTI

Espansione islamica, primi Califfati e conquiste arabe

Encyclopaedia Britannica – Caliphate
https://www.britannica.com/place/Caliphate

Encyclopaedia Britannica – Umayyad dynasty
https://www.britannica.com/topic/Umayyad-dynasty-Islamic-history

Encyclopaedia Britannica – Abbasid Caliphate
https://www.britannica.com/topic/Abbasid-caliphate

Encyclopaedia Britannica – History of Arabia: The rise and expansion of Islam
https://www.britannica.com/place/Arabia-peninsula-Asia

World History Encyclopedia – Early Muslim Conquests
https://www.worldhistory.org/Early_Muslim_Conquests/

Conquista della Persia e scomparsa dell’Impero sasanide

Encyclopaedia Britannica – Sasanian dynasty
https://www.britannica.com/topic/Sasanian-dynasty

Encyclopaedia Iranica – Arab Conquest of Iran
https://iranicaonline.org/articles/arab-ii

Conquista islamica del Nord Africa

Encyclopaedia Britannica – North Africa: The Arab conquest
https://www.britannica.com/place/North-Africa

Conquista della Spagna e al-Andalus

Encyclopaedia Britannica – Al-Andalus
https://www.britannica.com/place/Al-Andalus

Encyclopaedia Britannica – Spain: Muslim Spain
https://www.britannica.com/place/Spain/Muslim-Spain

Battaglia di Tours/Poitiers

Encyclopaedia Britannica – Battle of Tours
https://www.britannica.com/event/Battle-of-Tours-732

Sicilia e presenza musulmana nell’Italia medievale

Encyclopaedia Britannica – Sicily: History
https://www.britannica.com/place/Sicily

Treccani – Emirato di Bari
https://www.treccani.it/enciclopedia/emirato-di-bari/

Espansione musulmana nel subcontinente indiano

Encyclopaedia Britannica – Delhi Sultanate
https://www.britannica.com/place/Delhi-sultanate

Encyclopaedia Britannica – Mughal dynasty
https://www.britannica.com/topic/Mughal-dynasty

Encyclopaedia Britannica – India: The early Muslim period
https://www.britannica.com/place/India

Impero Ottomano ed espansione nei Balcani e in Europa

Encyclopaedia Britannica – Ottoman Empire
https://www.britannica.com/place/Ottoman-Empire

Encyclopaedia Britannica – Mehmed II
https://www.britannica.com/biography/Mehmed-II-Ottoman-sultan

Encyclopaedia Britannica – Fall of Constantinople
https://www.britannica.com/event/Fall-of-Constantinople-1453

Encyclopaedia Britannica – Battle of Mohács
https://www.britannica.com/event/Battle-of-Mohacs

Encyclopaedia Britannica – Siege of Vienna
https://www.britannica.com/event/Siege-of-Vienna-1683

Schiavitù, tratta mediterranea e mondo islamico

Encyclopaedia Britannica – Slavery
https://www.britannica.com/topic/slavery-sociology

Encyclopaedia Britannica – Barbary pirate
https://www.britannica.com/topic/Barbary-pirate

Encyclopaedia Britannica – Janissary e sistema devşirme
https://www.britannica.com/topic/Janissary

Terrorismo jihadista e conquista territoriale contemporanea

United Nations Security Council – Counter-Terrorism Committee: West Africa
https://www.un.org/securitycouncil/ctc/content/west-africa

United Nations – Rapporto sulla minaccia di ISIL/Da’esh, Al-Qaeda e gruppi associati
https://digitallibrary.un.org/record/4102624/files/S_2026_44-EN.pdf

United Nations – Terrorism in Africa and the Sahel
https://www.un.org/sg/en/content/deputy-secretary-general/statements/2025-01-21/deputy-secretary-generals-remarks-the-security-council-maintenance-of-international-peace-and-security-countering-terrorism-africa-delivered

U.S. Department of State – Islamic State of Iraq and Syria (ISIS)
https://www.state.gov/foreign-terrorist-organizations/

Vittime delle guerre e problemi delle stime storiche

Our World in Data – How do researchers measure armed conflicts and their deaths?
https://ourworldindata.org/conflict-data-how-do-researchers-measure-armed-conflicts-and-their-deaths

Our World in Data – War and Peace
https://ourworldindata.org/war-and-peace

Uppsala Conflict Data Program – UCDP
https://ucdp.uu.se/

Per approfondire il jihadismo e i conflitti contemporanei

United Nations Office of Counter-Terrorism
https://www.un.org/counterterrorism/

United Nations Security Council – ISIL (Da’esh) and Al-Qaida Sanctions Committee
https://main.un.org/securitycouncil/en/sanctions/1267

Council on Foreign Relations – Global Conflict Tracker
https://www.cfr.org/global-conflict-tracker

KUSHNER, DROGA E ALBANIA: QUANDO IL WALL STREET JOURNAL TRASFORMA UN’INDAGINE SU UN ALTRO UOMO IN UN CASO CONTRO IL GENERO DI TRUMP

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C’è un sistema molto semplice per costruire una storia politicamente esplosiva senza dover dimostrare l’accusa che il lettore finirà per ricordare.

Si prende Jared Kushner.

Gli si mette accanto un uomo accusato di riciclaggio.

Si aggiungono cocaina, criminalità organizzata, terreni contestati e oltre cento milioni di euro.

Si costruisce il titolo.

E il gioco comunicativo è fatto.

Il problema è che, quando si abbandona il montaggio narrativo e si cominciano a separare indagati, società, compratori, venditori, accuse e prove, la storia assume contorni molto differenti.

Il personaggio al centro dell’indagine penale non è Jared Kushner.

È Artur Shehu.

E questa non è una sottigliezza.

È la differenza fondamentale che dovrebbe separare un’inchiesta giornalistica rigorosa dalla colpevolezza per associazione.

Secondo i documenti della SPAK esaminati da Reuters, Shehu è sospettato di essere coinvolto nel traffico di cocaina sudamericana verso l’Europa, nel riciclaggio dei relativi proventi attraverso il settore immobiliare e nell’utilizzo di documentazione immobiliare presumibilmente falsificata.

Sono accuse gravissime.

Ma sono rivolte a Shehu e ai suoi presunti complici.

L’avvocato di Shehu le respinge.

E soprattutto Reuters precisa un particolare devastante per chi vuole trasformare questa storia nel “caso Kushner”: non risultano accuse di illecito nei confronti di Jared Kushner, delle società del progetto o degli altri investitori.

Non solo.

Reuters riferisce di non aver trovato indicazioni che gli investitori fossero a conoscenza delle accuse penali contro Shehu quando venne acquistato il terreno.

E allora bisogna fare la domanda che dovrebbe fare qualsiasi lettore:

DOV’È IL REATO DI KUSHNER?

Dov’è l’accusa della procura?

Dov’è il mandato di arresto?

Dov’è l’accusa di riciclaggio?

Dov’è l’accusa di traffico di droga?

Dov’è la prova che Kushner conoscesse le presunte attività criminali attribuite a Shehu?

Dov’è la prova di una partecipazione consapevole a quelle attività?

Allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, non c’è.

Eppure il nome che rende internazionale la storia non è quello dell’uomo accusato di riciclaggio.

È quello di Jared Kushner.

Perché?

Perché “uomo d’affari albanese indagato per riciclaggio e falsificazione immobiliare” è una storia.

“Jared Kushner, Albania, droga e 120 milioni” è tutta un’altra storia.

Ed è infinitamente più vendibile.

LA TECNICA È L’ASSOCIAZIONE

Il meccanismo comunicativo è potentissimo perché non richiede necessariamente di scrivere:

“Kushner riciclava denaro della droga.”

Sarebbe un’affermazione enorme da dimostrare.

È molto più efficace costruire invece una sequenza mentale:

KUSHNER → SHEHU → COCAINA → RICICLAGGIO → TERRENI → 120 MILIONI.

Poi lasciare che sia il lettore a completare inconsciamente il collegamento.

Questo è precisamente il punto sul quale la narrativa del Wall Street Journal deve essere contestata.

Perché un conto è documentare che una società collegata al progetto immobiliare abbia acquistato terreni da una persona successivamente finita al centro di un’indagine gravissima.

Un altro è trasformare quella circostanza nell’ennesima nube di sospetto attorno alla famiglia Trump.

Sono due cose completamente diverse.

ANCHE LA FORMULA “KUSHNER HA COMPRATO” SEMPLIFICA LA REALTÀ

C’è poi un altro particolare che viene facilmente sacrificato sull’altare della narrativa.

Reuters identifica l’acquirente come Albania Land Development, collegata agli sviluppatori del progetto e ad altri investitori.

Sazan Real Estate Development ha confermato che Kushner è un investitore, mentre l’esatta dimensione della sua partecipazione non è stata resa pubblica.

Tradotto:

non stiamo parlando necessariamente del semplicistico scenario nel quale Jared Kushner incontra personalmente Shehu, gli consegna cento milioni e compra il suo terreno.

Esiste una struttura societaria e finanziaria.

Se si vuole attribuire una responsabilità personale a Kushner bisogna quindi dimostrarla, non ricavarla semplicemente dal fatto che il suo nome sia associato al progetto.

E I FAMOSI 110 MILIONI?

Anche qui c’è un particolare enorme.

Secondo i documenti SPAK citati da Reuters, il terreno sarebbe stato venduto per circa 110 milioni di euro.

Ma la stessa procura avrebbe ordinato il congelamento del denaro sul conto del notaio.

Il denaro, quindi, secondo questa ricostruzione non sarebbe arrivato a Shehu.

Questo non cancella minimamente il problema della provenienza dei terreni.

Non cancella l’indagine.

Non cancella l’eventuale frode.

Ma cambia completamente la rappresentazione semplicistica secondo cui “il genero di Trump ha versato oltre cento milioni a un narcotrafficante”.

Non è ciò che risulta dai documenti disponibili.

LA QUESTIONE DEI TERRENI È REALE. ED È PROPRIO PER QUESTO CHE NON SERVE MANIPOLARLA

Qui bisogna essere rigorosi.

Esiste una vera controversia sulla proprietà dei terreni.

Esistono abitanti che rivendicano quelle proprietà.

Esistono accuse di falsificazione.

Esiste un’indagine SPAK.

Esistono questioni ambientali molto serie.

E il Wall Street Journal riferisce inoltre che alcuni abitanti avrebbero avvertito in precedenza Kushner dell’esistenza della controversia immobiliare.

Questa è una questione legittima.

Anzi, è probabilmente la domanda più seria da rivolgere agli investitori:

quali verifiche furono effettuate sulla proprietà prima dell’operazione?

Se gli investitori erano stati informati dell’esistenza di una controversia civile sulla titolarità dei terreni, perché decisero comunque di procedere?

Questa è un’inchiesta giornalistica.

Ma attenzione al salto logico.

Sapere che esiste una controversia sulla proprietà non significa sapere che il venditore sia presumibilmente coinvolto nel traffico internazionale di cocaina.

Sono due livelli completamente diversi.

Ed è precisamente qui che bisogna impedire alla narrativa di mescolarli.

“ERA STATO AVVERTITO” NON SIGNIFICA “SAPEVANO DELLA DROGA”

Questo passaggio è fondamentale.

Se Kushner o i suoi collaboratori hanno ricevuto comunicazioni dagli abitanti che contestavano la proprietà di Shehu, questo può diventare rilevante per valutare la due diligence dell’operazione.

Ma non dimostra automaticamente che conoscessero le successive accuse di narcotraffico e riciclaggio.

Confondere le due cose permette di produrre una suggestione potentissima:

“Kushner era stato avvertito e ha comprato lo stesso.”

Avvertito di cosa?

È questa la domanda.

Della controversia immobiliare?

Oppure delle presunte attività di traffico internazionale di droga?

Sono affermazioni enormemente differenti.

Reuters, dopo aver esaminato la documentazione SPAK, scrive che non risultano accuse di illecito contro Kushner e che non ha trovato indicazioni che gli investitori conoscessero i sospetti penali contro Shehu al momento dell’acquisto.

Questo dovrebbe campeggiare in caratteri enormi in qualsiasi ricostruzione seria.

IMMAGINATE LA STESSA TECNICA APPLICATA A CHIUNQUE ALTRO

Una multinazionale acquista un immobile.

Anni o mesi dopo il venditore viene accusato di evasione, riciclaggio o narcotraffico.

Il titolo diventa:

“La multinazionale e il narcotrafficante.”

Sarebbe sufficiente?

Naturalmente no.

La domanda sarebbe immediatamente:

la società sapeva?

Se non lo sapeva, il reato del venditore non diventa magicamente il reato dell’acquirente.

E se esistono prove che lo sapesse, allora quelle prove devono essere pubblicate.

È così che dovrebbe funzionare il giornalismo.

IL COGNOME TRUMP CAMBIA IMMEDIATAMENTE IL VALORE MEDIATICO DELLA STORIA

Kushner non è un investitore qualsiasi.

È il marito di Ivanka Trump e genero del presidente Donald Trump.

Il suo nome trasforma automaticamente una controversia immobiliare albanese in una storia politica internazionale.

Ed è precisamente per questo che il giornalismo dovrebbe applicare più cautela, non meno.

Perché l’enorme forza politica del nome rende ancora più facile trasformare fatti separati in un’unica suggestione.

Shehu è sospettato di determinati reati?

Si racconti.

I terreni venduti sono contestati?

Si racconti.

Gli abitanti avevano avvertito gli investitori?

Si racconti.

La due diligence potrebbe essere stata insufficiente?

Si indaghi.

Il governo albanese ha favorito il progetto?

Si documenti.

Le norme ambientali sono state modificate?

Si approfondisca.

Ma se si vuole insinuare che Jared Kushner abbia consapevolmente fatto affari con denaro o proprietà provenienti dal narcotraffico, allora bisogna portare la prova.

Non una fotografia.

Non una concatenazione di nomi.

Non una suggestione.

Una prova.

PERCHÉ REUTERS È PARTICOLARMENTE INTERESSANTE

Il confronto con Reuters è illuminante proprio perché Reuters racconta praticamente gli stessi elementi esplosivi.

Shehu.

Cocaina.

Riciclaggio.

Falsificazione.

Terreni del resort.

110 milioni di euro.

Kushner.

Ma contemporaneamente introduce la distinzione che impedisce al lettore di confondere i ruoli:

nessuna accusa di illecito contro Kushner o gli investitori e nessuna indicazione trovata da Reuters che conoscessero le accuse contro Shehu al momento dell’acquisto.

Questa frase cambia completamente la percezione della vicenda.

Ed è precisamente la differenza tra raccontare un collegamento commerciale e suggerire una complicità criminale.

NON È UNA DIFESA DI SHEHU

Vale la pena chiarirlo.

Contestare la narrativa non significa difendere Artur Shehu.

Se le accuse della SPAK saranno provate, dovrà risponderne davanti alla giustizia.

E se i documenti immobiliari sono stati falsificati, bisognerà determinare chi siano i veri proprietari e quali operazioni debbano essere annullate.

Analogamente, se emergerà che gli investitori conoscevano attività criminali, documenti falsificati o provenienza illecita dei beni, allora la valutazione dovrà cambiare immediatamente.

Ma questa è precisamente la differenza tra analisi e propaganda:

si giudicano le persone sulla base delle prove disponibili, non sulla base della vicinanza fotografica o commerciale con qualcuno accusato di un reato.

IL VERO TITOLO DOVREBBE ESSERE MOLTO MENO ESPLOSIVO

Se volessimo eliminare completamente il valore politico del nome Trump, la vicenda potrebbe essere sintetizzata così:

“Uomo d’affari albanese che ha venduto terreni a una società immobiliare internazionale indagato per riciclaggio e presunta falsificazione dei titoli di proprietà.”

Notizia grave.

Notizia importante.

Ma decisamente meno esplosiva.

Aggiungiamo:

“progetto sostenuto da Jared Kushner”.

Improvvisamente la storia diventa globale.

Aggiungiamo droga, Trump e cento milioni.

Ed ecco costruito il prodotto mediatico perfetto.

LA DOMANDA CHE SMONTA TUTTO IL CASTELLO

Alla fine basta una domanda.

Quale reato viene contestato a Jared Kushner in questa indagine?

Allo stato delle informazioni pubbliche disponibili: nessuno.

Seconda domanda:

quale prova dimostra che Kushner conoscesse le presunte attività di narcotraffico e riciclaggio attribuite a Shehu quando venne effettuata l’operazione?

Reuters afferma di non aver trovato indicazioni in questo senso.

Terza:

esiste invece una controversia immobiliare della quale gli investitori potrebbero essere stati informati?

Sì.

Ed è su questo che bisogna indagare.

Questa distinzione distrugge la parte più suggestiva della narrativa senza bisogno di nascondere un solo fatto.

IL GIORNALISMO NON DOVREBBE FUNZIONARE PER CONTAMINAZIONE

Il principio dovrebbe essere elementare:

il reato di A non diventa il reato di B perché B ha acquistato qualcosa da A.

Per trasformarlo in responsabilità di B servono altri elementi:

conoscenza,

partecipazione,

accordo,

consapevolezza,

occultamento,

beneficio illecito,

o altre prove concrete.

Altrimenti siamo davanti alla più antica tecnica di manipolazione politica:

la colpevolezza per associazione.

Ed è proprio questo che bisogna tenere a mente leggendo l’ennesimo titolo nel quale compaiono contemporaneamente le parole Kushner, Trump, droga, riciclaggio e milioni di dollari.

La storia albanese merita un’indagine durissima.

Ma proprio perché è seria, non ha bisogno di essere trasformata in una sceneggiatura.

Se emergeranno prove contro Kushner, si pubblichino.

Se emergerà che conosceva la provenienza fraudolenta delle proprietà, si documenti.

Se emergerà che conosceva le attività criminali attribuite a Shehu, diventerà uno scandalo completamente diverso.

Fino ad allora, però, rimane un principio che il giornalismo dovrebbe ricordare soprattutto quando di mezzo c’è qualcuno che politicamente detesta:

le responsabilità penali sono personali.

E mettere Jared Kushner nella stessa frase con cocaina e riciclaggio cento volte non costituisce la centounesima volta una prova.

FONTI

Wall Street Journal – Jared Kushner’s Albania Deal Is Entangled With an Accused Gangster
https://www.wsj.com/world/europe/jared-kushner-albania-shehu-drug-investigation-95391263

Reuters – Businessman who sold land for Kushner resort in Albania suspected of faking the deeds
https://www.reuters.com/world/europe/businessman-who-sold-land-kushner-resort-albania-suspected-faking-deeds-2026-07-11/