I cani da riporto della controinformazione: come le tecniche della propaganda Dem vengono replicate per sostenere una narrazione precostituita

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Gonfiare le balle non le trasforma in verità: quando la controinformazione finisce per fare propaganda

Da anni una parte della cosiddetta controinformazione italiana rivendica di essere l’antidoto alla propaganda dei grandi media. Denuncia manipolazioni, omissioni, doppi standard e narrazioni costruite a tavolino. È una missione legittima e, quando supportata dai fatti, anche necessaria.

Il problema nasce quando alcuni di questi stessi soggetti finiscono per utilizzare gli identici strumenti propagandistici che dicono di combattere.

La recente analisi sulla guerra tra Stati Uniti e Iran ne rappresenta un esempio emblematico.

Dal fatto alla narrazione

L’errore non consiste necessariamente nel partire da informazioni false. Al contrario, la propaganda moderna funziona molto meglio quando parte da elementi reali.

È vero che le operazioni militari americane hanno avuto costi elevati.

È vero che alcune basi statunitensi hanno subito danni.

È vero che i negoziati attraversano una fase complessa.

Ma da questi fatti si passa improvvisamente a conclusioni assolute:

  • “gli Stati Uniti hanno subito una sconfitta catastrofica”;
  • “tutte le basi americane sono distrutte”;
  • “Trump ha fallito completamente”;
  • “l’Iran ha vinto militarmente e politicamente”;
  • “l’Europa è definitivamente irrilevante”.

Nessuna di queste affermazioni viene dimostrata. Vengono semplicemente ripetute fino a trasformarsi, nella percezione dello spettatore, in verità acquisite.

L’arte di gonfiare ogni notizia

Una tecnica ricorrente consiste nel prendere un fatto documentato e amplificarlo progressivamente.

Una base danneggiata diventa una base distrutta.

Una difficoltà logistica diventa il collasso dell’apparato militare americano.

Un costo economico diventa automaticamente una sconfitta strategica.

Una dichiarazione politica diventa la prova di un complotto.

Le ipotesi vengono raccontate come se fossero fatti già accertati.

Il risultato finale è una realtà completamente diversa da quella descritta dalle stesse fonti da cui si sostiene di attingere.

Le omissioni raccontano quanto le parole

Ogni propaganda seleziona cosa mostrare e cosa nascondere.

Nel racconto proposto quasi non esistono:

  • la crisi economica iraniana;
  • le divisioni interne della Repubblica Islamica;
  • la repressione del dissenso;
  • il ruolo dei Pasdaran;
  • le milizie proxy sostenute da Teheran;
  • i problemi strutturali del sistema iraniano.

Tutto ciò che potrebbe complicare la narrazione viene semplicemente eliminato.

Il pubblico riceve così un racconto binario: da una parte il male assoluto rappresentato dagli Stati Uniti, dalla NATO e dall’Occidente; dall’altra una Repubblica Islamica descritta quasi esclusivamente come vittima e vincitrice.

La realtà, naturalmente, è molto più complessa.

Lo stesso metodo che criticano

L’aspetto più paradossale è che queste tecniche sono sorprendentemente simili a quelle utilizzate dalla propaganda che gli stessi autori denunciano da anni.

Quando i media americani più vicini al Partito Democratico costruivano ogni notizia attorno all’idea che Donald Trump rappresentasse una minaccia esistenziale per la democrazia, molti osservatori denunciavano una narrazione costruita attraverso:

  • selezione dei fatti;
  • omissione degli elementi contrari;
  • personalizzazione del nemico;
  • linguaggio emotivo;
  • conclusioni già scritte prima ancora dell’analisi.

Oggi assistiamo allo stesso schema comunicativo, semplicemente con il segno opposto.

Cambiano i protagonisti.

Non cambia il metodo.

La propaganda non cambia colore

La propaganda non è definita dall’orientamento politico.

È definita dal metodo.

Diventa propaganda quando:

  • le conclusioni precedono i fatti;
  • le fonti vengono utilizzate solo quando confermano la propria tesi;
  • i numeri vengono ingigantiti;
  • le ipotesi vengono presentate come certezze;
  • ogni evento viene interpretato esclusivamente nella direzione della narrativa scelta.

In quel momento non si sta più facendo informazione.

Si sta facendo costruzione del consenso.

Gonfiare una bugia non la rende vera

Ripetere cento volte che gli Stati Uniti hanno perso una guerra non dimostra che l’abbiano persa.

Ripetere cento volte che tutte le basi americane sono state distrutte non sostituisce le prove.

Ripetere cento volte che l’Iran ha ottenuto una vittoria totale non cancella i problemi economici, militari e politici che continua ad affrontare.

La propaganda vive di slogan.

L’informazione vive di verifiche.

Ed è proprio qui che una parte della controinformazione italiana rischia di perdere la propria credibilità: non perché esprima opinioni scomode, ma perché finisce per utilizzare gli stessi strumenti di manipolazione che per anni ha attribuito ai media mainstream.

La verità non si misura dal volume con cui viene gridata.

Si misura dalla qualità delle prove che la sostengono.

E gonfiare sempre di più una balla non la trasformerà mai in un fatto.

Fonti

Queste fonti sono utili perché mostrano un punto fondamentale dell’ articolo: esistono dati reali (costi della guerra, danni a basi USA, difficoltà operative), ma questi non autorizzano automaticamente a sostenere che gli Stati Uniti abbiano subito una “sconfitta catastrofica” o che “tutte le basi americane siano state distrutte”. Sono proprio questi passaggi, non supportati dalle fonti, a rappresentare il salto dalla cronaca alla propaganda.

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