Per anni si sono presentati come gli unici in grado di smascherare la propaganda dei grandi media. Hanno costruito la propria credibilità denunciando CNN, MSNBC, il New York Times, il Washington Post e tutto l’establishment liberal americano. Eppure oggi assistiamo a un paradosso sempre più evidente: una parte della controinformazione italiana finisce per rilanciare, spesso inconsapevolmente, le stesse narrazioni costruite proprio da quel mondo politico che dice di combattere.
È un fenomeno curioso. Cambiano i toni, cambiano le parole, ma il risultato finale è sorprendentemente identico.
La propaganda cambia lingua, non obiettivo
Negli Stati Uniti esiste da anni una fortissima contrapposizione politica tra l’amministrazione repubblicana e l’apparato politico-mediatico vicino al Partito Democratico.
Da una parte vi sono le posizioni ufficiali dell’amministrazione Trump.
Dall’altra una vasta rete composta da media tradizionali, think tank, ex funzionari, analisti e commentatori che spesso interpretano ogni iniziativa della Casa Bianca come un fallimento, una sconfitta o una prova di incompetenza.
Il problema nasce quando una parte della controinformazione italiana prende esclusivamente queste critiche, le traduce in italiano e le presenta come analisi indipendente.
Non si tratta più di fare controinformazione.
Si tratta semplicemente di importare propaganda politica americana.
Il caso Rubio: una frase trasformata in una guerra interna
Un esempio recente riguarda le dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio.
Rubio ha dichiarato che un determinato processo diplomatico rappresenta:
“the beginning of the beginning”
Una normale espressione diplomatica, utilizzata decine di volte nella storia delle trattative internazionali per indicare che un negoziato richiederà tempo.
Nella controinformazione italiana quella frase è diventata improvvisamente la prova che:
- Trump sarebbe isolato;
- Rubio starebbe sabotando Trump;
- l’amministrazione sarebbe spaccata;
- gli Stati Uniti non rispetterebbero alcun accordo.
Nessuna di queste conclusioni emerge dalle parole di Rubio.
Sono semplicemente interpretazioni.
Le opinioni diventano “prove”
Il metodo è ormai sempre lo stesso.
Si parte da un fatto reale.
Poi si aggiunge una lettura personale.
Infine quella lettura viene raccontata come se fosse un fatto ormai accertato.
Così una dichiarazione di Lavrov diventa automaticamente una conferma oggettiva.
Una voce giornalistica diventa una prova.
Una ricostruzione anonima diventa un documento.
Una semplice indiscrezione viene raccontata come un fatto storico.
Il pubblico, inevitabilmente, finisce per confondere ciò che è realmente documentato con ciò che è soltanto un’interpretazione.
Il paradosso della propaganda “antiamericana”
La cosa più sorprendente è che molti di questi canali sostengono di combattere l’imperialismo americano.
Eppure finiscono per rilanciare proprio le narrazioni costruite dai principali oppositori politici di Trump negli Stati Uniti.
Quando CNN attacca Trump, loro applaudono.
Quando il Washington Post costruisce una narrazione contro l’amministrazione americana, la riprendono.
Quando gli ambienti democratici parlano di caos alla Casa Bianca, loro traducono il messaggio e lo amplificano.
Il risultato è che, nel tentativo di essere “contro”, finiscono per diventare megafoni della propaganda dell’altra parte.
Il caso della “chat segreta”
Uno degli esempi più evidenti riguarda la presunta chat segreta tra leader europei.
Ne sono nate immediatamente conclusioni categoriche:
- complotto contro Trump;
- prove definitive;
- coordinamento occulto;
- tradimento europeo.
Ma quali prove sono state realmente pubblicate?
Dove sono i messaggi?
Dove sono i documenti integrali?
Dove sono gli ordini impartiti?
Nella maggior parte dei casi non vengono mostrati.
Si costruisce una narrazione molto più grande dei fatti disponibili.
Quando le ipotesi sostituiscono il giornalismo
Il problema non è formulare ipotesi.
Il giornalismo investigativo vive anche di ipotesi.
Il problema nasce quando le ipotesi vengono presentate come verità assolute.
Una corretta analisi distingue sempre tra:
- fatti verificabili;
- documenti;
- dichiarazioni ufficiali;
- interpretazioni;
- opinioni.
Nella nuova controinformazione, invece, tutto viene mescolato.
Alla fine lo spettatore non riesce più a distinguere cosa sia realmente dimostrato e cosa rappresenti soltanto una convinzione dell’analista.
La perdita del metodo
La vera controinformazione non consiste nel dire l’opposto dei media mainstream.
Consiste nel verificare.
Sempre.
Anche quando il fatto conferma la propria visione politica.
Anche quando la realtà smentisce la narrativa che piace al proprio pubblico.
La credibilità nasce proprio dalla capacità di correggersi quando emergono nuovi elementi.
Chi invece seleziona soltanto le informazioni che confermano la propria ideologia non sta facendo informazione alternativa.
Sta semplicemente facendo propaganda alternativa.
Il nuovo conformismo
Esiste ormai un curioso conformismo anche nella cosiddetta controinformazione.
Le stesse fonti.
Le stesse interpretazioni.
Gli stessi slogan.
Gli stessi nemici.
Gli stessi eroi.
Chiunque provi a introdurre complessità viene immediatamente etichettato come “venduto”, “filoamericano” o “traditore”.
È esattamente il meccanismo che per anni questi ambienti hanno rimproverato ai media tradizionali.
Di seguito una confutazione punto per punto.
1. “Gli accordi tra Israele e Libano dimostrano profonde divisioni nell’amministrazione Trump”
Affermazione
Viene sostenuto che gli accordi sul Libano e i colloqui con l’Iran dimostrerebbero una guerra interna tra Trump, Rubio e JD Vance.
I fatti
Non esiste alcuna prova pubblica di una frattura strategica.
È normale che:
- Trump utilizzi una comunicazione politica;
- Rubio mantenga un linguaggio diplomatico;
- il vicepresidente segua dossier differenti.
Nelle amministrazioni americane è prassi che esistano differenti registri comunicativi senza che questo significhi una divisione politica.
La frase di Rubio:
“This is the beginning of the beginning”
non implica alcun dissenso con Trump.
È una normale formula diplomatica usata per indicare che un processo negoziale richiederà tempo.
2. “Axios ha dimostrato che gli accordi sono contraddittori”
Questa è una manipolazione.
Axios ha pubblicato articoli descrittivi.
Non ha mai scritto che:
- gli accordi si smentiscono;
- l’amministrazione americana è divisa;
- esiste una guerra interna.
L’intervistato trasforma una propria interpretazione in un fatto.
3. “Washington vuole provocare una guerra civile in Libano”
Questa è un’accusa enorme.
Per sostenerla servirebbero prove documentali.
Non vengono fornite.
Non esistono:
- documenti USA;
- documenti israeliani;
- dichiarazioni ufficiali;
- prove di intelligence.
È una semplice opinione.
4. “Israele vuole ripulire etnicamente il sud del Libano”
L’espressione “pulizia etnica” ha un significato giuridico preciso.
Per parlare di pulizia etnica servono elementi quali:
- piano sistematico;
- espulsione permanente;
- intento dimostrabile.
Le distruzioni durante una guerra possono costituire violazioni del diritto internazionale, ma definirle automaticamente “pulizia etnica” è una conclusione politica, non un fatto accertato.
5. “Trump ha perso la guerra con l’Iran”
Questa è un’opinione.
Non un fatto.
La realtà è che:
- gli USA hanno colpito siti iraniani;
- l’Iran ha risposto;
- entrambe le parti hanno evitato un conflitto totale;
- successivamente sono stati riaperti canali diplomatici.
Dire che uno dei due abbia “perso” è una valutazione politica.
6. “Gli Stati Uniti pagheranno 300 miliardi di riparazioni all’Iran”
Questa affermazione è falsa.
Non esiste:
- alcun trattato;
- alcuna decisione ONU;
- alcun documento americano;
- alcun accordo internazionale
che obblighi Washington a versare 300 miliardi di dollari all’Iran.
È una cifra priva di conferme ufficiali.
7. “Gli USA stanno abbandonando tutte le basi nel Golfo”
Non è vero.
Gli Stati Uniti stanno semplicemente:
- ridistribuendo alcune forze;
- aumentando altre;
- adattando il dispositivo militare.
Le basi in:
- Qatar
- Bahrain
- Kuwait
- Emirati
continuano ad essere operative.
Non esiste alcun piano annunciato di abbandono del Golfo Persico.
8. “Hormuz ormai è dell’Iran”
Anche questa è falsa.
Lo Stretto di Hormuz è disciplinato dal diritto internazionale.
L’Iran controlla solo la propria costa.
Le acque internazionali restano aperte alla navigazione.
Nessun trattato ha trasferito agli iraniani il controllo esclusivo dello stretto.
9. “Gli incontri tra Iran e Oman dimostrano che Hormuz è diventato iraniano”
No.
Iran e Oman dialogano da decenni sulla sicurezza marittima.
Questo non modifica:
- la sovranità;
- il diritto di passaggio;
- il diritto internazionale del mare.
10. “Rubio ha ammesso che gli accordi americani non valgono”
Questa è una deformazione.
Rubio ha semplicemente detto che:
il lavoro diplomatico è appena iniziato.
Non ha mai detto:
- che gli accordi non valgono;
- che gli USA cambiano continuamente idea;
- che i memorandum sono inutili.
11. “Anchorage dimostra che gli USA trattano in malafede”
Viene citata Lavrov come prova.
Ma Lavrov è:
- parte direttamente coinvolta nel conflitto;
- ministro degli Esteri della Federazione Russa.
Le sue dichiarazioni rappresentano la posizione diplomatica russa.
Non costituiscono una prova oggettiva.
12. “Esiste una chat segreta anti-Trump”
Questa è una delle affermazioni più deboli.
Non vengono mostrati:
- messaggi;
- screenshot;
- verbali;
- documenti autentici.
Viene semplicemente affermato che:
Politico avrebbe parlato di una chat.
Anche ammesso che esista una chat tra leader europei, da ciò non segue automaticamente che fosse organizzata “contro Trump”.
È un salto logico.
13. “Meloni, Macron, Merz e Starmer complottano contro Trump”
Anche qui manca qualsiasi prova.
Le cancellerie occidentali comunicano continuamente tramite:
- Signal
- canali NATO
- sistemi UE
- videoconferenze
Questo non dimostra un complotto.
14. “L’Italia è ufficialmente in guerra con l’Iran”
No.
Dal punto di vista giuridico internazionale:
- l’Italia non ha dichiarato guerra;
- il Parlamento non ha autorizzato uno stato di guerra;
- non esiste alcuna partecipazione italiana diretta ai bombardamenti.
È vero che basi statunitensi presenti in Italia possono essere utilizzate in operazioni militari secondo gli accordi bilaterali e NATO, ma ciò non equivale automaticamente, sul piano del diritto internazionale, a dire che “l’Italia è in guerra con l’Iran”. È una questione giuridicamente molto più complessa.
15. “Rutte ha dimostrato che Meloni mentiva”
No.
Le dichiarazioni di Rutte riguardavano il ruolo logistico delle basi NATO e statunitensi.
Da ciò non deriva automaticamente che il governo italiano abbia mentito.
Dipende dal significato attribuito ai termini:
- missione operativa;
- supporto logistico;
- partecipazione diretta.
16. “Merz conta più della Meloni perché viene da BlackRock”
Questa è una deduzione personale.
Non esiste alcuna prova che:
- Washington preferisca Merz;
- ciò dipenda dal suo passato professionale;
- BlackRock influenzi direttamente le decisioni della Casa Bianca.
17. “Vannacci è stato creato per portare Draghi al Quirinale”
Questa è pura speculazione politica.
Non viene presentata alcuna evidenza.
È una teoria, non un fatto.
18. “Draghi diventerà Presidente della Repubblica”
Anche questa è soltanto una previsione.
Non esiste alcuna prova.
Conclusione
L’intervento utilizza una tecnica retorica ricorrente:
- si parte da fatti reali (dichiarazioni di Rubio, colloqui diplomatici, incontri internazionali, uso delle basi);
- si aggiungono interpretazioni personali;
- tali interpretazioni vengono presentate come se fossero fatti accertati;
- infine si costruisce una narrazione coerente ma priva di adeguato supporto documentale.
Questo non significa che tutte le conclusioni siano necessariamente false, ma significa che non vengono dimostrate. In un’analisi rigorosa è fondamentale distinguere tra:
- fatti verificabili (documenti ufficiali, dichiarazioni confermate, trattati, dati);
- analisi (interpretazioni basate sui fatti);
- speculazioni (ipotesi prive di riscontri).
Nel testo queste tre categorie vengono spesso sovrapposte, inducendo il lettore a percepire come accertate conclusioni che, allo stato delle informazioni pubbliche, restano opinioni o congetture.

