La successione di una guida rivoluzionaria rappresenta spesso il momento più delicato nella vita di un regime. Nel caso della Repubblica Islamica dell’Iran, la morte dell’Imam Khomeini, il 3 giugno 1989, aprì una delle pagine più controverse della storia politica del Paese.
La nomina di Ali Khamenei a Guida Suprema continua ancora oggi ad alimentare interrogativi, polemiche e ricostruzioni contrastanti. Al centro della vicenda vi è una dichiarazione attribuita a Akbar Hashemi Rafsanjani, una testimonianza impossibile da verificare che, secondo molti osservatori, cambiò il destino dell’Iran.
Un problema costituzionale
Quando Khomeini morì, la Costituzione iraniana del 1979 era molto chiara.
La Guida Suprema avrebbe dovuto essere un Marja’-e Taqlid, cioè un Grande Ayatollah riconosciuto come massima autorità religiosa sciita.
Era un requisito fondamentale perché la legittimità politica derivava direttamente dall’autorità religiosa.
Ma esisteva un problema enorme.
Ali Khamenei non possedeva quel titolo.
All’epoca era soltanto un Hojjat al-Islam, un grado importante ma decisamente inferiore rispetto a quello richiesto dalla Costituzione.
In teoria, dunque, non avrebbe potuto essere scelto.
L’Assemblea degli Esperti del 4 giugno 1989
Il giorno successivo alla morte di Khomeini l’Assembly of Experts venne convocata d’urgenza.
All’interno dell’assemblea non esisteva affatto un consenso.
Molti autorevoli religiosi ritenevano che fosse preferibile sostituire il Leader Supremo con una leadership collegiale, composta da più figure religiose.
Paradossalmente anche Khamenei, secondo il verbale e le registrazioni oggi disponibili, sembrava favorevole a questa soluzione.
Durante il suo intervento riconobbe apertamente di non possedere i requisiti religiosi richiesti e manifestò il timore che molti studiosi sciiti non avrebbero mai riconosciuto le sue decisioni religiose come vincolanti.
Si trattava di una confessione sorprendentemente sincera.
L’intervento decisivo di Rafsanjani
Fu allora che entrò in scena Akbar Hashemi Rafsanjani.
Davanti all’Assemblea dichiarò di aver avuto alcuni mesi prima una conversazione privata con Khomeini.
Secondo il suo racconto, il fondatore della Repubblica Islamica gli avrebbe confidato personalmente che Ali Khamenei era la persona più adatta a succedergli.
Il problema è evidente.
Non esisteva:
- alcuna registrazione;
- alcun documento scritto;
- alcun testimone indipendente;
- alcuna conferma diretta.
Era semplicemente la parola di Rafsanjani.
E Khomeini era ormai morto.
Nessuno avrebbe più potuto confermare oppure smentire quel colloquio.
Il voto
Dopo quell’intervento la discussione cambiò radicalmente.
Rafsanjani sostenne che la leadership individuale rappresentava ormai l’unica soluzione praticabile.
L’Assemblea passò rapidamente al voto.
Khamenei venne nominato Guida Suprema ad interim con 60 voti favorevoli su 86.
Le immagini video della seduta — rese pubbliche molti anni dopo — mostrano un Khamenei visibilmente esitante mentre lascia il podio.
Il referendum che cambiò la Costituzione
Poche settimane dopo, nel luglio 1989, si tenne un referendum costituzionale.
Tra le numerose modifiche venne eliminato proprio il requisito che imponeva alla Guida Suprema di essere un Marja’.
Di fatto la Costituzione fu adattata alla persona già scelta.
Quella che inizialmente appariva come una nomina provvisoria divenne definitiva.
Per alcuni studiosi si trattò di un normale adeguamento istituzionale; per altri fu il segno che la scelta politica aveva preceduto la modifica delle regole.
La teoria del “Kingmaker”
Da quel momento nacque una delle interpretazioni politiche più diffuse.
Secondo numerosi dissidenti iraniani e vari analisti occidentali, Rafsanjani avrebbe individuato in Khamenei una figura relativamente debole sul piano religioso, ritenendo di poter esercitare una forte influenza dietro le quinte.
L’idea era semplice.
Un leader con limitata autorevolezza religiosa avrebbe avuto bisogno del sostegno della rete politica costruita da Rafsanjani.
Quest’ultimo, pochi mesi dopo, sarebbe infatti diventato Presidente della Repubblica con poteri ulteriormente rafforzati dalla riforma costituzionale.
Da qui nacque l’immagine del “kingmaker”, l’uomo capace di mettere sul trono un sovrano destinato, almeno nelle intenzioni iniziali, a dipendere da lui.
Naturalmente, questa resta un’interpretazione politica e non un fatto dimostrato.
Quando il piano cambiò
La storia prese però una direzione molto diversa.
Negli anni Novanta Khamenei iniziò progressivamente a consolidare il proprio potere.
Il suo rapporto con il corpo delle Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC) divenne sempre più stretto.
Parallelamente, Rafsanjani perse gradualmente la posizione dominante che aveva esercitato negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione.
La rottura definitiva
2005
Rafsanjani si ricandidò alla Presidenza.
Contro ogni previsione fu sconfitto da Mahmoud Ahmadinejad.
Molti analisti interpretarono quella vittoria come il segnale dell’ascesa definitiva del blocco politico vicino a Khamenei.
2009
Le contestate elezioni presidenziali provocarono la nascita del cosiddetto Iranian Green Movement.
Rafsanjani invitò al dialogo e alla moderazione.
Khamenei sostenne invece la repressione delle proteste.
Da quel momento la frattura tra i due apparve irreversibile.
2013
Quando Rafsanjani tentò nuovamente di candidarsi alla Presidenza, il Guardian Council respinse la sua candidatura.
Pur mantenendo incarichi istituzionali, la sua influenza politica risultò fortemente ridimensionata.
Una morte che continua a far discutere
L’8 gennaio 2017 Rafsanjani morì ufficialmente in seguito a un infarto mentre si trovava in piscina.
Le autorità parlarono di morte naturale.
Tuttavia la famiglia espresse pubblicamente dubbi sulla ricostruzione ufficiale, citando elementi come presunte minacce ricevute in passato, anomalie riscontrate durante gli accertamenti, documentazione ritenuta incompleta e malfunzionamenti di alcune telecamere di sorveglianza. Tali elementi sono stati oggetto di dibattito pubblico, ma non hanno portato a conclusioni ufficiali diverse dalla causa naturale indicata dalle autorità.
L’ironia della storia
Se si accetta la ricostruzione secondo cui Rafsanjani contribuì in modo decisivo all’ascesa di Khamenei, la conclusione assume i contorni di un autentico noir politico.
L’uomo che avrebbe aperto le porte del potere al futuro Leader Supremo finì progressivamente emarginato proprio da quel sistema che aveva contribuito a consolidare.
Il presunto “kingmaker” terminò la propria parabola politica isolato, mentre il leader che molti consideravano inizialmente un compromesso provvisorio è rimasto al vertice della Repubblica Islamica per oltre tre decenni, trasformandosi nella figura più potente dell’Iran contemporaneo.
Resta però una domanda che continua ad accompagnare quella giornata del 4 giugno 1989: la conversazione privata evocata da Rafsanjani con Khomeini avvenne realmente nei termini raccontati oppure fu una testimonianza utilizzata per orientare una decisione già maturata? A oggi non esistono prove indipendenti che consentano di confermare o smentire definitivamente quel colloquio, e proprio questa assenza di riscontri continua ad alimentare il dibattito storico e politico.
Fonti e approfondimenti
- Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran (testo del 1979 e revisione del 1989)
- Verbali e registrazioni della riunione dell’Assemblea degli Esperti del 4 giugno 1989 (diffusi pubblicamente negli anni successivi)
- Constitutional Revolution in Iran
- Brookings Institution – Analisi sull’evoluzione istituzionale della Repubblica Islamica
- Carnegie Endowment for International Peace – Studi sul sistema politico iraniano
- International Crisis Group – Rapporti sulla leadership iraniana
- BBC Persian – Documentazione storica sulla successione del 1989
- Radio Farda – Approfondimenti sulla morte di Rafsanjani e sulle dinamiche del potere iraniano

