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L’ombra della Guerra Fredda: due assassinii politici, due narrazioni ufficiali e molte domande ancora aperte (Parte I)

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Da Kennedy a Verwoerd: quando la storia chiude troppo in fretta i casi più scomodi

Il Novecento è stato il secolo delle grandi guerre ideologiche, delle operazioni clandestine e delle lotte tra superpotenze. In quel contesto, gli assassinii di capi di Stato hanno spesso assunto un significato che va ben oltre il gesto del singolo attentatore. La morte di un leader politico può modificare gli equilibri internazionali, cambiare la direzione strategica di un Paese e influenzare intere generazioni.

Tra gli episodi più noti figura naturalmente l’assassinio del presidente americano John Fitzgerald Kennedy, avvenuto il 22 novembre 1963 a Dallas. Molto meno conosciuto, almeno fuori dal Sudafrica, è invece l’omicidio del primo ministro Hendrik Verwoerd, accoltellato il 6 settembre 1966 all’interno del Parlamento di Città del Capo.

I due episodi appartengono a contesti politici profondamente differenti e non possono essere equiparati sul piano morale o storico. Kennedy guidava una democrazia occidentale nel pieno della Guerra Fredda; Verwoerd era invece il principale artefice del sistema dell’apartheid, una politica di segregazione razziale che avrebbe segnato per decenni la storia del Sudafrica.

Eppure, osservando esclusivamente il profilo investigativo dei due casi, emergono alcune analogie che meritano un’analisi critica.

L’obiettivo di questo approfondimento non è dimostrare l’esistenza di un complotto, bensì esaminare ciò che sappiamo, distinguendo accuratamente tra fatti documentati, elementi controversi e ipotesi formulate nel corso degli anni.


Due leader molto diversi

Sotto quasi ogni aspetto Kennedy e Verwoerd rappresentavano modelli politici opposti.

Kennedy era il simbolo della nuova America degli anni Sessanta, favorevole a una politica estera più flessibile dopo la crisi dei missili di Cuba e promotore di importanti riforme interne.

Verwoerd incarnava invece il nazionalismo afrikaner e la costruzione dello Stato sudafricano fondato sulla separazione razziale.

Le loro ideologie erano incompatibili.

Ciò che li accomuna non è quindi il pensiero politico, bensì il fatto che entrambi morirono nel pieno del loro mandato, mentre stavano conducendo importanti trasformazioni istituzionali dei rispettivi Paesi.


Il contesto della Guerra Fredda

Per comprendere entrambe le vicende bisogna ricordare il contesto internazionale.

Tra il 1947 e il 1991 il mondo fu attraversato da una competizione permanente tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

La Guerra Fredda non fu soltanto una corsa agli armamenti.

Fu soprattutto una gigantesca guerra d’influenza combattuta attraverso:

  • servizi segreti;
  • propaganda;
  • colpi di Stato;
  • rivoluzioni;
  • guerriglie;
  • operazioni psicologiche;
  • infiltrazioni politiche.

Oggi è storicamente accertato che sia la CIA sia il KGB sostennero, finanziarono o tentarono di influenzare numerosi movimenti politici in Africa, Asia, America Latina ed Europa.

Le declassificazioni degli ultimi decenni hanno confermato operazioni clandestine in Iran (1953), Guatemala (1954), Congo (1961), Cile (1973) e in numerosi altri Paesi.

Questo significa automaticamente che dietro ogni assassinio vi fosse un servizio segreto?

No.

Significa però che il contesto storico rende legittimo analizzare con attenzione tutte le anomalie investigative.


Kennedy: un caso ancora discusso

L’assassinio di John Kennedy è probabilmente il fatto storico più studiato del XX secolo.

La Commissione Warren concluse nel 1964 che Lee Harvey Oswald aveva agito da solo.

Successivamente numerose commissioni governative americane hanno però riconosciuto che permangono aspetti non completamente chiariti.

Nel 1979 la House Select Committee on Assassinations affermò che Kennedy fu probabilmente vittima di una cospirazione, pur non riuscendo a identificarne gli autori.

Negli ultimi sessant’anni sono stati desecretati milioni di pagine di documenti relativi alla CIA, all’FBI e ad altri organismi federali.

Questo enorme patrimonio documentale ha alimentato decine di interpretazioni differenti.


Verwoerd: il grande dimenticato

Se Kennedy ha prodotto migliaia di libri, film e documentari, l’assassinio di Hendrik Verwoerd rimane invece quasi sconosciuto al grande pubblico.

La narrazione ufficiale è estremamente semplice.

Il responsabile fu Dimitri Tsafendas, un dipendente parlamentare che accoltellò il primo ministro durante una seduta.

Dopo poche settimane venne dichiarato incapace di intendere e di volere.

Il processo penale non si svolse mai.

Tsafendas trascorse il resto della propria vita in ospedali psichiatrici e morì nel 1999.

Il caso, di fatto, venne archiviato.


Chi era Dimitri Tsafendas?

È qui che la vicenda diventa molto più interessante.

Tsafendas non era un cittadino qualunque.

Era nato nel Mozambico portoghese nel 1918.

Parlava numerose lingue.

Aveva vissuto o viaggiato in oltre una decina di Paesi.

Secondo la documentazione disponibile, aveva avuto contatti con il Partito Comunista Sudafricano già negli anni Quaranta.

Durante la propria vita risultò:

  • marinaio;
  • attivista politico;
  • emigrante;
  • detenuto;
  • ricoverato in ospedali psichiatrici;
  • viaggiatore internazionale.

Le autorità di diversi Stati possedevano fascicoli sul suo conto.

Questo non dimostra alcuna cospirazione.

Dimostra però che non si trattava di un soggetto sconosciuto.


Una biografia fuori dal comune

Nel corso della sua vita Tsafendas attraversò:

  • Grecia;
  • Portogallo;
  • Mozambico;
  • Sudafrica;
  • Regno Unito;
  • Stati Uniti;
  • Medio Oriente.

In Grecia frequentò ambienti comunisti durante la guerra civile.

In Portogallo fu incarcerato dalla PIDE, la polizia politica del regime di Salazar.

Negli Stati Uniti trascorse periodi in strutture psichiatriche.

Questa traiettoria biografica è insolita per qualunque individuo.

Lo diventa ancora di più considerando che, nonostante numerosi precedenti amministrativi, riuscì successivamente a entrare in Sudafrica e ad ottenere un impiego direttamente nel Parlamento.


L’elemento della malattia mentale

La diagnosi psichiatrica costituisce uno dei punti più controversi dell’intera vicenda.

Dopo l’omicidio, Tsafendas venne descritto come schizofrenico.

Le autorità sostennero che fosse convinto di avere un gigantesco verme solitario nello stomaco che gli impartiva ordini.

Questa storia divenne rapidamente il fulcro della narrazione ufficiale.

Esistono effettivamente cartelle cliniche che documentano ricoveri psichiatrici.

Esistono anche testimonianze secondo cui Tsafendas alternava periodi di apparente normalità a episodi deliranti.

Tuttavia alcuni studiosi hanno sostenuto che l’assassino fosse perfettamente lucido sul piano politico e che la componente ideologica fosse stata sottovalutata.

Non esiste consenso definitivo su questo punto.


La questione politica

Secondo diversi documenti storici, durante gli interrogatori Tsafendas avrebbe dichiarato di aver ucciso Verwoerd per motivazioni politiche.

Successivamente questa versione venne sostanzialmente oscurata dalla dichiarazione d’infermità mentale.

Molti storici ritengono oggi che entrambe le dimensioni possano aver convissuto:

  • fragilità psichiatrica;
  • convinzioni politiche radicali.

Non si tratta necessariamente di elementi incompatibili.


I servizi segreti seguivano il Sudafrica?

Questa domanda ha una risposta semplice.

Sì.

La documentazione desecretata della CIA dimostra che Washington seguiva con estrema attenzione gli sviluppi politici sudafricani durante gli anni Sessanta.

Anche l’Unione Sovietica mostrava grande interesse per l’Africa australe.

Ciò era perfettamente coerente con la competizione globale della Guerra Fredda.

Da questo fatto non discende automaticamente un coinvolgimento operativo nell’assassinio.

È però corretto affermare che il Sudafrica rappresentasse un teatro strategico osservato da numerosi servizi d’intelligence.


Il ruolo economico del Sudafrica

Per comprendere il peso geopolitico del Paese bisogna ricordare che negli anni Sessanta il Sudafrica possedeva:

  • enormi riserve minerarie;
  • produzione di oro;
  • uranio;
  • diamanti;
  • carbone;
  • una delle economie industriali più sviluppate del continente.

Secondo i dati della Banca Mondiale e delle statistiche economiche dell’epoca, il Paese registrava tassi di crescita molto elevati.

Questi numeri sono un fatto storico.

Non costituiscono ovviamente un giudizio politico sull’apartheid.

Le due questioni devono rimanere rigorosamente separate.


Il programma nucleare

Un altro elemento interessante riguarda il nucleare.

Durante il governo Verwoerd prese forma il centro di ricerca di Pelindaba.

Negli anni successivi il Sudafrica sviluppò un proprio programma nucleare che, molti anni dopo, avrebbe portato alla costruzione di ordigni atomici.

Nel 1990 il governo di Frederik de Klerk decise volontariamente di smantellare tutto l’arsenale.

Il Sudafrica rimane ancora oggi l’unico Stato ad aver sviluppato autonomamente armi nucleari e ad averle poi eliminate volontariamente.


Perché il caso continua a interessare gli storici?

La risposta è semplice.

Non perché esistano prove definitive di una cospirazione.

Ma perché rimangono numerosi interrogativi documentali.

Ad esempio:

  • come riuscì Tsafendas a superare i controlli di sicurezza?
  • perché ottenne un incarico parlamentare?
  • quanto erano complete le verifiche effettuate?
  • quale peso ebbero realmente le sue convinzioni politiche?
  • la dichiarazione d’infermità mentale chiuse troppo rapidamente ogni approfondimento?

Sono domande legittime.

E rappresentano il punto di partenza di qualsiasi ricerca storica seria.


Una differenza fondamentale

Esiste però una differenza sostanziale tra ricerca storica e teoria del complotto.

La ricerca storica formula domande.

La teoria del complotto pretende già di conoscere le risposte.

Nel caso Verwoerd, così come nel caso Kennedy, molti documenti sono stati desecretati nel corso degli anni, mentre altri rimangono incompleti o classificati.

Questo alimenta inevitabilmente il dibattito.

Ma ogni conclusione deve essere sostenuta da prove verificabili.


Continua nella Parte II

Nella seconda parte analizzeremo:

  • il confronto tra Dimitri Tsafendas e Lee Harvey Oswald;
  • il ruolo delle diagnosi psichiatriche nei grandi casi politici della Guerra Fredda;
  • i programmi di controllo comportamentale come MKUltra e ciò che è storicamente documentato;
  • cosa sappiamo davvero dei dossier desecretati;
  • quali ipotesi trovano riscontro documentale e quali rimangono semplici speculazioni.

Fonti principali (Parte I):

  • Archivi desecretati della CIA (CREST/FOIA)
  • John F. Kennedy Presidential Library
  • National Security Archive (George Washington University)
  • World Bank Historical Data
  • Nuclear Threat Initiative (NTI)
  • World Nuclear Association
  • South African History Online
  • Harris Dousemetzis, The Man Who Killed Apartheid
  • Henk van Woerden, The Assassin

I cani da riporto della controinformazione italiana: quando la propaganda democratica americana diventa “controinformazione”

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Per anni si sono presentati come gli unici in grado di smascherare la propaganda dei grandi media. Hanno costruito la propria credibilità denunciando CNN, MSNBC, il New York Times, il Washington Post e tutto l’establishment liberal americano. Eppure oggi assistiamo a un paradosso sempre più evidente: una parte della controinformazione italiana finisce per rilanciare, spesso inconsapevolmente, le stesse narrazioni costruite proprio da quel mondo politico che dice di combattere.

È un fenomeno curioso. Cambiano i toni, cambiano le parole, ma il risultato finale è sorprendentemente identico.

La propaganda cambia lingua, non obiettivo

Negli Stati Uniti esiste da anni una fortissima contrapposizione politica tra l’amministrazione repubblicana e l’apparato politico-mediatico vicino al Partito Democratico.

Da una parte vi sono le posizioni ufficiali dell’amministrazione Trump.

Dall’altra una vasta rete composta da media tradizionali, think tank, ex funzionari, analisti e commentatori che spesso interpretano ogni iniziativa della Casa Bianca come un fallimento, una sconfitta o una prova di incompetenza.

Il problema nasce quando una parte della controinformazione italiana prende esclusivamente queste critiche, le traduce in italiano e le presenta come analisi indipendente.

Non si tratta più di fare controinformazione.

Si tratta semplicemente di importare propaganda politica americana.

Il caso Rubio: una frase trasformata in una guerra interna

Un esempio recente riguarda le dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio.

Rubio ha dichiarato che un determinato processo diplomatico rappresenta:

“the beginning of the beginning”

Una normale espressione diplomatica, utilizzata decine di volte nella storia delle trattative internazionali per indicare che un negoziato richiederà tempo.

Nella controinformazione italiana quella frase è diventata improvvisamente la prova che:

  • Trump sarebbe isolato;
  • Rubio starebbe sabotando Trump;
  • l’amministrazione sarebbe spaccata;
  • gli Stati Uniti non rispetterebbero alcun accordo.

Nessuna di queste conclusioni emerge dalle parole di Rubio.

Sono semplicemente interpretazioni.

Le opinioni diventano “prove”

Il metodo è ormai sempre lo stesso.

Si parte da un fatto reale.

Poi si aggiunge una lettura personale.

Infine quella lettura viene raccontata come se fosse un fatto ormai accertato.

Così una dichiarazione di Lavrov diventa automaticamente una conferma oggettiva.

Una voce giornalistica diventa una prova.

Una ricostruzione anonima diventa un documento.

Una semplice indiscrezione viene raccontata come un fatto storico.

Il pubblico, inevitabilmente, finisce per confondere ciò che è realmente documentato con ciò che è soltanto un’interpretazione.

Il paradosso della propaganda “antiamericana”

La cosa più sorprendente è che molti di questi canali sostengono di combattere l’imperialismo americano.

Eppure finiscono per rilanciare proprio le narrazioni costruite dai principali oppositori politici di Trump negli Stati Uniti.

Quando CNN attacca Trump, loro applaudono.

Quando il Washington Post costruisce una narrazione contro l’amministrazione americana, la riprendono.

Quando gli ambienti democratici parlano di caos alla Casa Bianca, loro traducono il messaggio e lo amplificano.

Il risultato è che, nel tentativo di essere “contro”, finiscono per diventare megafoni della propaganda dell’altra parte.

Il caso della “chat segreta”

Uno degli esempi più evidenti riguarda la presunta chat segreta tra leader europei.

Ne sono nate immediatamente conclusioni categoriche:

  • complotto contro Trump;
  • prove definitive;
  • coordinamento occulto;
  • tradimento europeo.

Ma quali prove sono state realmente pubblicate?

Dove sono i messaggi?

Dove sono i documenti integrali?

Dove sono gli ordini impartiti?

Nella maggior parte dei casi non vengono mostrati.

Si costruisce una narrazione molto più grande dei fatti disponibili.

Quando le ipotesi sostituiscono il giornalismo

Il problema non è formulare ipotesi.

Il giornalismo investigativo vive anche di ipotesi.

Il problema nasce quando le ipotesi vengono presentate come verità assolute.

Una corretta analisi distingue sempre tra:

  • fatti verificabili;
  • documenti;
  • dichiarazioni ufficiali;
  • interpretazioni;
  • opinioni.

Nella nuova controinformazione, invece, tutto viene mescolato.

Alla fine lo spettatore non riesce più a distinguere cosa sia realmente dimostrato e cosa rappresenti soltanto una convinzione dell’analista.

La perdita del metodo

La vera controinformazione non consiste nel dire l’opposto dei media mainstream.

Consiste nel verificare.

Sempre.

Anche quando il fatto conferma la propria visione politica.

Anche quando la realtà smentisce la narrativa che piace al proprio pubblico.

La credibilità nasce proprio dalla capacità di correggersi quando emergono nuovi elementi.

Chi invece seleziona soltanto le informazioni che confermano la propria ideologia non sta facendo informazione alternativa.

Sta semplicemente facendo propaganda alternativa.

Il nuovo conformismo

Esiste ormai un curioso conformismo anche nella cosiddetta controinformazione.

Le stesse fonti.

Le stesse interpretazioni.

Gli stessi slogan.

Gli stessi nemici.

Gli stessi eroi.

Chiunque provi a introdurre complessità viene immediatamente etichettato come “venduto”, “filoamericano” o “traditore”.

È esattamente il meccanismo che per anni questi ambienti hanno rimproverato ai media tradizionali.

Di seguito una confutazione punto per punto.


1. “Gli accordi tra Israele e Libano dimostrano profonde divisioni nell’amministrazione Trump”

Affermazione

Viene sostenuto che gli accordi sul Libano e i colloqui con l’Iran dimostrerebbero una guerra interna tra Trump, Rubio e JD Vance.

I fatti

Non esiste alcuna prova pubblica di una frattura strategica.

È normale che:

  • Trump utilizzi una comunicazione politica;
  • Rubio mantenga un linguaggio diplomatico;
  • il vicepresidente segua dossier differenti.

Nelle amministrazioni americane è prassi che esistano differenti registri comunicativi senza che questo significhi una divisione politica.

La frase di Rubio:

“This is the beginning of the beginning”

non implica alcun dissenso con Trump.

È una normale formula diplomatica usata per indicare che un processo negoziale richiederà tempo.


2. “Axios ha dimostrato che gli accordi sono contraddittori”

Questa è una manipolazione.

Axios ha pubblicato articoli descrittivi.

Non ha mai scritto che:

  • gli accordi si smentiscono;
  • l’amministrazione americana è divisa;
  • esiste una guerra interna.

L’intervistato trasforma una propria interpretazione in un fatto.


3. “Washington vuole provocare una guerra civile in Libano”

Questa è un’accusa enorme.

Per sostenerla servirebbero prove documentali.

Non vengono fornite.

Non esistono:

  • documenti USA;
  • documenti israeliani;
  • dichiarazioni ufficiali;
  • prove di intelligence.

È una semplice opinione.


4. “Israele vuole ripulire etnicamente il sud del Libano”

L’espressione “pulizia etnica” ha un significato giuridico preciso.

Per parlare di pulizia etnica servono elementi quali:

  • piano sistematico;
  • espulsione permanente;
  • intento dimostrabile.

Le distruzioni durante una guerra possono costituire violazioni del diritto internazionale, ma definirle automaticamente “pulizia etnica” è una conclusione politica, non un fatto accertato.


5. “Trump ha perso la guerra con l’Iran”

Questa è un’opinione.

Non un fatto.

La realtà è che:

  • gli USA hanno colpito siti iraniani;
  • l’Iran ha risposto;
  • entrambe le parti hanno evitato un conflitto totale;
  • successivamente sono stati riaperti canali diplomatici.

Dire che uno dei due abbia “perso” è una valutazione politica.


6. “Gli Stati Uniti pagheranno 300 miliardi di riparazioni all’Iran”

Questa affermazione è falsa.

Non esiste:

  • alcun trattato;
  • alcuna decisione ONU;
  • alcun documento americano;
  • alcun accordo internazionale

che obblighi Washington a versare 300 miliardi di dollari all’Iran.

È una cifra priva di conferme ufficiali.


7. “Gli USA stanno abbandonando tutte le basi nel Golfo”

Non è vero.

Gli Stati Uniti stanno semplicemente:

  • ridistribuendo alcune forze;
  • aumentando altre;
  • adattando il dispositivo militare.

Le basi in:

  • Qatar
  • Bahrain
  • Kuwait
  • Emirati

continuano ad essere operative.

Non esiste alcun piano annunciato di abbandono del Golfo Persico.


8. “Hormuz ormai è dell’Iran”

Anche questa è falsa.

Lo Stretto di Hormuz è disciplinato dal diritto internazionale.

L’Iran controlla solo la propria costa.

Le acque internazionali restano aperte alla navigazione.

Nessun trattato ha trasferito agli iraniani il controllo esclusivo dello stretto.


9. “Gli incontri tra Iran e Oman dimostrano che Hormuz è diventato iraniano”

No.

Iran e Oman dialogano da decenni sulla sicurezza marittima.

Questo non modifica:

  • la sovranità;
  • il diritto di passaggio;
  • il diritto internazionale del mare.

10. “Rubio ha ammesso che gli accordi americani non valgono”

Questa è una deformazione.

Rubio ha semplicemente detto che:

il lavoro diplomatico è appena iniziato.

Non ha mai detto:

  • che gli accordi non valgono;
  • che gli USA cambiano continuamente idea;
  • che i memorandum sono inutili.

11. “Anchorage dimostra che gli USA trattano in malafede”

Viene citata Lavrov come prova.

Ma Lavrov è:

  • parte direttamente coinvolta nel conflitto;
  • ministro degli Esteri della Federazione Russa.

Le sue dichiarazioni rappresentano la posizione diplomatica russa.

Non costituiscono una prova oggettiva.


12. “Esiste una chat segreta anti-Trump”

Questa è una delle affermazioni più deboli.

Non vengono mostrati:

  • messaggi;
  • screenshot;
  • verbali;
  • documenti autentici.

Viene semplicemente affermato che:

Politico avrebbe parlato di una chat.

Anche ammesso che esista una chat tra leader europei, da ciò non segue automaticamente che fosse organizzata “contro Trump”.

È un salto logico.


13. “Meloni, Macron, Merz e Starmer complottano contro Trump”

Anche qui manca qualsiasi prova.

Le cancellerie occidentali comunicano continuamente tramite:

  • Signal
  • canali NATO
  • sistemi UE
  • videoconferenze

Questo non dimostra un complotto.


14. “L’Italia è ufficialmente in guerra con l’Iran”

No.

Dal punto di vista giuridico internazionale:

  • l’Italia non ha dichiarato guerra;
  • il Parlamento non ha autorizzato uno stato di guerra;
  • non esiste alcuna partecipazione italiana diretta ai bombardamenti.

È vero che basi statunitensi presenti in Italia possono essere utilizzate in operazioni militari secondo gli accordi bilaterali e NATO, ma ciò non equivale automaticamente, sul piano del diritto internazionale, a dire che “l’Italia è in guerra con l’Iran”. È una questione giuridicamente molto più complessa.


15. “Rutte ha dimostrato che Meloni mentiva”

No.

Le dichiarazioni di Rutte riguardavano il ruolo logistico delle basi NATO e statunitensi.

Da ciò non deriva automaticamente che il governo italiano abbia mentito.

Dipende dal significato attribuito ai termini:

  • missione operativa;
  • supporto logistico;
  • partecipazione diretta.

16. “Merz conta più della Meloni perché viene da BlackRock”

Questa è una deduzione personale.

Non esiste alcuna prova che:

  • Washington preferisca Merz;
  • ciò dipenda dal suo passato professionale;
  • BlackRock influenzi direttamente le decisioni della Casa Bianca.

17. “Vannacci è stato creato per portare Draghi al Quirinale”

Questa è pura speculazione politica.

Non viene presentata alcuna evidenza.

È una teoria, non un fatto.


18. “Draghi diventerà Presidente della Repubblica”

Anche questa è soltanto una previsione.

Non esiste alcuna prova.


Conclusione

L’intervento utilizza una tecnica retorica ricorrente:

  • si parte da fatti reali (dichiarazioni di Rubio, colloqui diplomatici, incontri internazionali, uso delle basi);
  • si aggiungono interpretazioni personali;
  • tali interpretazioni vengono presentate come se fossero fatti accertati;
  • infine si costruisce una narrazione coerente ma priva di adeguato supporto documentale.

Questo non significa che tutte le conclusioni siano necessariamente false, ma significa che non vengono dimostrate. In un’analisi rigorosa è fondamentale distinguere tra:

  • fatti verificabili (documenti ufficiali, dichiarazioni confermate, trattati, dati);
  • analisi (interpretazioni basate sui fatti);
  • speculazioni (ipotesi prive di riscontri).

Nel testo queste tre categorie vengono spesso sovrapposte, inducendo il lettore a percepire come accertate conclusioni che, allo stato delle informazioni pubbliche, restano opinioni o congetture.

Rutte, i 500 aerei e la polemica costruita: quando una comunicazione ambigua diventa un’arma politica contro il Governo italiano

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Nel pieno della crisi tra Stati Uniti e Iran, una delle polemiche più accese in Italia non è nata da un’azione militare, ma da una dichiarazione. A pronunciarla è stato il segretario generale della NATO, Mark Rutte, che in un’intervista ha affermato che circa 500 aerei statunitensi erano decollati dalle basi americane presenti in Italia a supporto dell’operazione “Epic Fury”.

Una frase che, estrapolata dal contesto e priva di ulteriori precisazioni, ha immediatamente fatto il giro delle redazioni italiane, alimentando il sospetto che il Governo Meloni avesse raccontato una versione incompleta dei fatti.

Eppure, osservando con attenzione l’intera vicenda, emerge una realtà ben diversa.

Cosa aveva detto Giorgia Meloni

Fin dall’inizio della crisi, il Governo italiano aveva mantenuto una linea estremamente chiara.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva ribadito che l’Italia avrebbe rispettato gli accordi internazionali che regolano la presenza delle basi militari statunitensi sul territorio nazionale, ma che non avrebbe autorizzato l’utilizzo delle basi italiane per operazioni offensive al di fuori del quadro previsto dagli accordi bilaterali.

Una posizione successivamente confermata anche dal ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha spiegato come le autorizzazioni concesse riguardassero esclusivamente attività di carattere logistico e tecnico, escludendo missioni “cinetiche”, cioè operazioni di combattimento.

Una distinzione fondamentale, che però è completamente scomparsa dal dibattito mediatico dopo le parole di Rutte.

Il problema non sono i 500 voli

Molti commentatori hanno concentrato l’attenzione sul numero: cinquecento aerei.

In realtà il numero, da solo, non dice assolutamente nulla.

Una base militare americana ospita quotidianamente decolli e atterraggi di velivoli destinati a trasporto, rifornimento, evacuazione sanitaria, movimentazione del personale, ricognizione, supporto logistico e numerose altre attività.

Affermare semplicemente che “500 aerei sono partiti dalle basi italiane” senza specificarne la natura significa lasciare volutamente aperta la porta all’interpretazione più spettacolare possibile.

Per il grande pubblico, infatti, la frase evoca immediatamente uno scenario ben diverso: bombardieri che decollano dall’Italia per colpire l’Iran.

Ed è esattamente questa l’interpretazione che ha dominato i titoli dei giornali e il dibattito politico.

La precisazione arrivata solo dopo

Soltanto dopo l’esplosione della polemica sono arrivate le precisazioni.

Il Ministero della Difesa italiano ha spiegato che quei voli riguardavano attività di:

  • trasporto logistico;
  • rifornimento;
  • movimentazione di personale;
  • supporto tecnico;
  • operazioni previste dagli accordi tra Italia e Stati Uniti.

Lo stesso quartier generale della NATO ha successivamente chiarito che le parole di Rutte non intendevano sostenere che quei 500 voli fossero missioni offensive o bombardamenti partiti dall’Italia.

In altre parole, la precisazione che avrebbe dovuto accompagnare la dichiarazione iniziale è arrivata solo quando la polemica politica era ormai esplosa.

Una comunicazione istituzionale discutibile

Qui nasce il vero problema.

Quando a parlare è il Segretario Generale della NATO, ogni parola viene pesata dai governi, dai media e dai mercati.

È quindi difficile sostenere che una frase di questo tipo possa essere considerata una semplice leggerezza comunicativa.

Se Rutte avesse dichiarato:

“Circa 500 voli logistici di supporto sono partiti dalle basi americane in Italia, nell’ambito delle attività previste dagli accordi esistenti.”

probabilmente nessuno avrebbe potuto accusare il Governo italiano di aver mentito.

Invece ha scelto una formulazione molto più generica:

“500 aerei sono decollati dalle basi americane in Italia a supporto dell’operazione.”

Tecnicamente può essere una frase corretta.

Politicamente è una frase incompleta.

E proprio questa incompletezza ha offerto ai mezzi di informazione e alle opposizioni un argomento perfetto per sostenere che Giorgia Meloni fosse stata smentita dalla NATO.

Un assist politico involontario o calcolato?

Stabilire quale fosse l’intenzione di Mark Rutte è impossibile e non esistono elementi per affermare con certezza che vi fosse una volontà deliberata di danneggiare il Governo italiano.

Quello che invece è perfettamente verificabile è l’effetto prodotto.

Per ore il dibattito pubblico non si è concentrato sulla natura logistica dei voli, ma sull’idea che l’Italia fosse stata coinvolta direttamente negli attacchi contro l’Iran.

Una rappresentazione che il Governo italiano ha immediatamente contestato e che la stessa NATO ha successivamente ridimensionato con le proprie precisazioni.

Il danno mediatico, però, era ormai stato fatto.

Come spesso accade nell’informazione contemporanea, la smentita o la precisazione ricevono un’attenzione infinitamente minore rispetto al titolo iniziale.

La differenza tra supporto logistico e partecipazione alla guerra

Confondere queste due realtà significa alterare completamente la percezione dei fatti.

Un conto è consentire, nell’ambito degli accordi internazionali vigenti, attività logistiche da parte di forze alleate presenti stabilmente sul territorio italiano.

Altro conto è autorizzare missioni offensive partite dall’Italia contro uno Stato terzo.

Sono due situazioni giuridicamente, politicamente e militarmente completamente diverse.

Ed è proprio questa differenza che rischia di scomparire quando la comunicazione istituzionale rinuncia alla precisione.

Una lezione sulla responsabilità delle parole

L’intera vicenda dimostra quanto sia delicato il ruolo della comunicazione nelle crisi internazionali.

Un’espressione poco precisa può trasformarsi in uno strumento politico, alimentando polemiche che forse sarebbero state facilmente evitabili con una formulazione più accurata.

Ad oggi non esistono elementi pubblici che dimostrino che il Governo italiano abbia autorizzato missioni offensive contro l’Iran in contraddizione con quanto dichiarato da Giorgia Meloni.

Le informazioni ufficiali disponibili indicano invece che l’Italia ha autorizzato esclusivamente attività rientranti nel quadro degli accordi esistenti e di natura logistica.

Per questo motivo, prima di trasformare una frase in una prova politica, sarebbe opportuno chiedersi se quella frase descriva realmente tutti i fatti oppure soltanto una parte di essi.


Fonti

Reuters – Italy rebukes NATO’s Rutte over remarks on U.S. use of bases in Iran war
https://www.reuters.com/business/aerospace-defense/italy-rebukes-natos-rutte-over-remarks-us-use-bases-iran-war-2026-06-24/

Sky TG24 – Rutte: “500 aerei Usa partiti dalle basi in Italia”. Le reazioni del Governo
https://tg24.sky.it/mondo/2026/06/24/rutte-guerra-iran-usa-aerei-basi-italia

Euronews Italia – Rutte: “500 aerei Usa partiti da basi in Italia”. Le opposizioni chiedono chiarimenti
https://it.euronews.com/my-europe/2026/06/24/rutte-500-aerei-usa-partiti-da-basi-in-italia-le-opposizioni-la-premier-chiarisca-in-parla

ANSA – Opposizioni all’attacco sulle parole di Rutte, Meloni chiarisca in Aula
https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/06/24/opposizioni-allattacco-sulle-parole-di-rutte-meloni-chiarisca-subito-in-aula_7329f5e1-6d75-4fc8-b339-ef9194385567.html

HAARP, terremoti e controllo del clima: cosa dice davvero la fisica (e perché le teorie complottistiche non reggono ai numeri)

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Per oltre vent’anni il progetto HAARP è stato al centro di alcune delle più diffuse teorie del complotto del mondo contemporaneo. Secondo queste narrative, gli Stati Uniti sarebbero in grado di provocare terremoti, tsunami, uragani, siccità e perfino manipolare il comportamento umano grazie a un gigantesco impianto installato in Alaska.

Ogni volta che si verifica un terremoto devastante o un evento meteorologico estremo, il nome HAARP torna puntualmente a circolare sui social network.

Il problema è che queste affermazioni non resistono a un’analisi scientifica quantitativa.

Cos’è realmente HAARP

HAARP (High-frequency Active Auroral Research Program) nasce nel 1993 come programma di ricerca finanziato inizialmente dalla US Air Force, dalla US Navy e dalla DARPA.

Lo scopo dichiarato era studiare la ionosfera, uno strato dell’atmosfera compreso tra circa 80 e 600 chilometri di quota che influenza la propagazione delle onde radio.

Dal 2015 l’impianto appartiene alla University of Alaska Fairbanks ed è utilizzato dalla comunità scientifica internazionale.

L’impianto utilizza 180 antenne che trasmettono onde radio ad alta frequenza verso una piccola porzione della ionosfera.

È importante comprendere una cosa fondamentale:

HAARP non “spara energia sulla Terra”.

Le onde radio vengono assorbite a centinaia di chilometri di quota, nella ionosfera.


Il primo problema delle teorie complottistiche: l’energia

La fisica non funziona per opinioni.

Funziona con i numeri.

La potenza massima trasmessa da HAARP è circa:

  • 3,6 Megawatt

Per capire quanto sia poco basta confrontarla con altri fenomeni.

Un uragano

Un uragano medio sviluppa energia termica pari a circa

600.000.000 Megawatt

Ogni giorno.

HAARP sviluppa quindi meno di un duecentomilionesimo dell’energia di un uragano.

Pensare di governare un uragano con questa potenza è come pensare di fermare un treno lanciandogli contro una pallina da ping pong.


Un terremoto

Il terremoto del Giappone del 2011 ha liberato circa

2 × 10¹⁸ Joule

HAARP, funzionando alla massima potenza per un’ora, trasmette circa

1,3 × 10¹⁰ Joule

La differenza è enorme.

Servirebbero circa

150 milioni di ore di funzionamento continuo

per accumulare l’energia di quel terremoto.

Parliamo di oltre

17.000 anni.

E questo assumendo un’impossibile efficienza del 100%.


La ionosfera non è la crosta terrestre

Un altro errore ricorrente riguarda la fisica dell’atmosfera.

HAARP opera a circa

80–300 km

di quota.

I terremoti si originano nella litosfera, da

5 a 700 km

di profondità.

Tra i due ambienti esistono centinaia di chilometri di atmosfera e crosta terrestre.

Non esiste alcun meccanismo fisico dimostrato che permetta a un debole riscaldamento ionosferico di trasferire energia sufficiente alle faglie geologiche.


“Ma esistono brevetti”

Una delle prove più citate riguarda alcuni brevetti di Bernard Eastlund.

Anche questa è una falsa dimostrazione.

Un brevetto dimostra soltanto che qualcuno ha registrato un’idea.

Non dimostra:

  • che sia stata costruita;
  • che funzioni;
  • che sia fisicamente possibile.

Ogni anno vengono registrati migliaia di brevetti che non verranno mai realizzati.


“L’esercito è coinvolto”

È vero.

HAARP nacque con finanziamenti militari.

Ma questo non implica automaticamente l’esistenza di un’arma climatica.

Durante la Guerra Fredda praticamente ogni tecnologia radio avanzata interessava anche i militari.

Lo stesso valeva per:

  • GPS
  • Internet
  • radar
  • satelliti
  • telecomunicazioni

L’interesse militare non dimostra la capacità di modificare il clima.


Tutti gli impianti simili nel mondo

HAARP non è unico.

Esistono o sono esistiti diversi impianti analoghi.

Stati Uniti

  • HAARP (Alaska)
  • HIPAS (Alaska, oggi dismesso)

Russia

  • SURA

Europa

  • EISCAT (Norvegia, Svezia e Finlandia)

Cina

Negli ultimi anni sono stati sviluppati impianti di ricerca ionosferica comparabili, destinati allo studio delle comunicazioni radio, dell’ambiente spaziale e delle interazioni tra atmosfera e ionosfera.

Nessuno di questi impianti ha mai dimostrato capacità di modificare il clima terrestre.


Perché tutti i Paesi studiano la ionosfera?

Per motivi molto più semplici.

La ionosfera influenza:

  • GPS
  • comunicazioni militari
  • comunicazioni navali
  • radar
  • collegamenti con sommergibili
  • propagazione radio
  • tempeste solari

Una tempesta geomagnetica può compromettere reti elettriche e satelliti.

Studiare la ionosfera significa migliorare la resilienza delle infrastrutture.


Il caso dei terremoti “sospetti”

Ogni grande terremoto genera inevitabilmente migliaia di post che accusano HAARP.

È successo dopo:

  • Haiti 2010
  • Giappone 2011
  • Turchia 2023
  • Marocco 2023
  • Myanmar
  • Venezuela

Il problema è che la Terra registra ogni anno:

  • circa 500.000 terremoti
  • oltre 100.000 percepibili
  • migliaia superiori a magnitudo 5

Statisticamente è inevitabile che alcuni coincidano con esperimenti radio o con fenomeni ionosferici naturali.

Una correlazione temporale non dimostra un rapporto di causa-effetto.


E il controllo del clima?

Anche qui occorre distinguere.

Esistono realmente tecniche di modifica meteorologica locale.

Ad esempio:

  • inseminazione delle nuvole con ioduro d’argento;
  • dispersione di sali igroscopici;
  • esperimenti di incremento delle precipitazioni.

Queste tecnologie possono influenzare condizioni molto limitate e solo in presenza di nuvole già esistenti.

Non possono:

  • creare uragani;
  • provocare siccità continentali;
  • generare tornado;
  • controllare il clima mondiale.

Attribuire queste capacità a HAARP significa confondere tecnologie completamente diverse.


Perché la teoria continua a diffondersi?

Le teorie su HAARP sopravvivono perché combinano diversi elementi psicologici:

  • la presenza di installazioni militari reali;
  • un impianto tecnologicamente complesso;
  • fenomeni naturali poco compresi;
  • la tendenza umana a cercare una causa intenzionale dietro ogni catastrofe.

Inoltre, immagini spettacolari delle antenne e documenti militari decontestualizzati alimentano facilmente narrazioni prive di riscontri sperimentali.


La conclusione

HAARP esiste davvero.

È nato con finanziamenti militari.

Studia realmente la ionosfera.

Come molte tecnologie strategiche ha avuto e continua ad avere interesse anche per le comunicazioni militari.

Ma da qui a sostenere che possa provocare terremoti, tsunami, uragani o controllare il clima esiste un salto enorme che non è supportato da alcuna prova scientifica verificabile.

Le leggi della fisica impongono limiti ben precisi: l’energia in gioco negli impianti di riscaldamento ionosferico è infinitesimale rispetto a quella necessaria per alterare i grandi processi geologici e meteorologici.

Le installazioni analoghe presenti in Russia, Europa, Cina e altri Paesi perseguono gli stessi obiettivi di ricerca sulla propagazione delle onde radio e sull’ambiente spaziale. Dopo decenni di attività, nessuna ha fornito evidenze credibili della capacità di generare terremoti, maremoti o modificare il clima su scala regionale o globale.

In un’epoca in cui la disinformazione viaggia più veloce delle verifiche, distinguere tra ricerca scientifica, applicazioni militari reali e affermazioni prive di fondamento è essenziale per comprendere ciò che sappiamo davvero e ciò che, invece, appartiene al mondo delle speculazioni.


Fonti

Washington Group: la chat segreta dei leader europei riapre il dibattito sulla trasparenza dell’Unione Europea

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L’indagine dell’Ombudsman europeo riporta sotto i riflettori una rete informale di coordinamento politico tra Bruxelles, le principali capitali europee e Kiev

Per mesi è rimasta poco più di un retroscena diplomatico raccontato dagli addetti ai lavori. Oggi, invece, il cosiddetto “Washington Group” è diventato oggetto di un’indagine ufficiale dell’Ombudsman europeo, riaccendendo il dibattito sul delicato equilibrio tra diplomazia riservata e trasparenza democratica.

Al centro della vicenda non vi sono soltanto alcuni messaggi scambiati tra leader europei, ma una domanda molto più ampia:

quanto è legittimo che decisioni politicamente sensibili vengano coordinate attraverso canali informali sottratti al controllo pubblico?


Cos’è il Washington Group

Secondo quanto rivelato inizialmente da Politico all’inizio del 2026, esisterebbe un gruppo di comunicazione privato utilizzato da alcuni dei principali leader europei insieme al presidente ucraino Volodymyr Zelensky per coordinare rapidamente le rispettive posizioni politiche.

Tra i partecipanti citati figurerebbero:

  • Ursula von der Leyen
  • Giorgia Meloni
  • Emmanuel Macron
  • Friedrich Merz
  • Keir Starmer
  • Volodymyr Zelensky
  • Alexander Stubb

Secondo le fonti citate da Politico, la chat sarebbe nata dopo gli incontri avvenuti a Washington nel 2025 e avrebbe consentito ai partecipanti di coordinarsi rapidamente ogni volta che l’amministrazione Trump assumeva iniziative considerate potenzialmente destabilizzanti per gli interessi europei.


L’indagine sulla mancata trasparenza

La vicenda ha assunto una nuova rilevanza quando l’organizzazione investigativa Follow The Money ha chiesto alla Commissione europea di poter accedere ai messaggi della chat.

La Commissione ha respinto la richiesta sostenendo che la loro pubblicazione avrebbe potuto compromettere le relazioni internazionali.

Da qui è nato il ricorso presentato all’Ombudsman europeo, che ha deciso di aprire un’indagine per verificare se la Commissione abbia rispettato gli obblighi di trasparenza previsti dalla normativa europea.

È importante sottolineare che l’indagine riguarda principalmente:

  • la gestione della richiesta di accesso ai documenti;
  • la corretta conservazione delle comunicazioni istituzionali;
  • il rispetto delle norme sulla trasparenza amministrativa.

Non rappresenta invece un’indagine penale sul contenuto politico dei messaggi.


Un problema che va oltre questa vicenda

Il caso si inserisce in un contesto più ampio.

Negli ultimi anni la Commissione europea è stata più volte criticata per la gestione delle comunicazioni informali, in particolare durante il cosiddetto Pfizergate, relativo agli SMS tra Ursula von der Leyen e il CEO di Pfizer, Albert Bourla.

Su quel caso:

  • l’Ombudsman europeo parlò di cattiva amministrazione;
  • la Corte Generale dell’UE censurò il rifiuto della Commissione di concedere l’accesso ai documenti;
  • rimangono aperte ulteriori verifiche da parte delle autorità competenti.

Per molti osservatori, la questione della chat del Washington Group rappresenta quindi un nuovo banco di prova sulla cultura della trasparenza delle istituzioni europee.


Coordinamento diplomatico o fronte politico?

Qui iniziano però le interpretazioni.

Secondo Umberto Pascali, la chat dimostrerebbe l’esistenza di una vera e propria operazione politica organizzata per contrastare Donald Trump.

Questa lettura si basa sul fatto che, secondo le fonti citate da Politico, i partecipanti si coordinavano frequentemente in occasione delle iniziative dell’amministrazione Trump.

Tuttavia, le fonti pubbliche disponibili non dimostrano che il gruppo fosse stato creato con finalità di “cospirazione” né che vi fossero attività illegittime. È altrettanto plausibile interpretarlo come uno strumento di coordinamento diplomatico tra governi alleati in una fase di forte incertezza geopolitica.

La valutazione sul significato politico di tale coordinamento rimane quindi oggetto di dibattito.


Il caso Meloni

Uno degli aspetti che ha suscitato maggiore attenzione riguarda la presenza della Presidente del Consiglio italiana.

Se confermata, la partecipazione di Giorgia Meloni al gruppo mostrerebbe come Roma fosse inserita nei principali canali informali di coordinamento europeo.

Da questo dato, tuttavia, non discende automaticamente che il governo italiano condividesse ogni posizione espressa nella chat né che abbia partecipato attivamente a tutte le discussioni.

Anche nei commenti successivi all’articolo di Pascali alcuni lettori hanno osservato che l’appartenenza al gruppo non implica necessariamente un ruolo operativo in tutte le conversazioni.


Una questione di trasparenza istituzionale

Al di là delle diverse interpretazioni politiche, la vicenda pone un interrogativo destinato probabilmente a ripresentarsi sempre più spesso.

Le moderne tecnologie di messaggistica istantanea consentono ai leader di coordinarsi con estrema rapidità, ma rendono anche più difficile distinguere tra comunicazioni private e attività istituzionali.

Se decisioni che incidono sulle politiche europee vengono discusse attraverso chat criptate o sistemi destinati all’autocancellazione dei messaggi, diventa inevitabile chiedersi quali strumenti abbiano cittadini, giornalisti e organi di controllo per esercitare un’effettiva vigilanza democratica.

È proprio su questo punto che si concentra l’indagine dell’Ombudsman europeo: non sul merito delle scelte politiche, bensì sul principio secondo cui anche le comunicazioni informali possono assumere rilevanza pubblica quando riguardano l’esercizio delle funzioni istituzionali.


Fonti

DOCUMENTI DECLASSIFICATI, FAUCI E IL SILENZIO DEI MEDIA: QUANDO IL MESSAGGERO DIVENTA IL BERSAGLIO

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Per anni il dibattito sulle origini del COVID-19 è stato accompagnato da censure, etichette infamanti e campagne mediatiche contro chiunque osasse mettere in discussione la narrativa dominante. La teoria della fuga dal laboratorio di Wuhan veniva liquidata come una fantasia complottista, mentre ogni richiesta di approfondimento veniva spesso presentata come un attacco alla scienza.

Oggi, però, il quadro si è nuovamente riaperto.

Negli ultimi giorni, l’allora Direttrice dell’Intelligence Nazionale americana, Tulsi Gabbard, ha reso pubblica una serie di documenti ufficialmente declassificati che, secondo l’Office of the Director of National Intelligence, mostrerebbero il coinvolgimento di Anthony Fauci nel finanziamento di ricerche sui coronavirus presso il Wuhan Institute of Virology attraverso EcoHealth Alliance, oltre a evidenziare presunte pressioni esercitate sull’apparato d’intelligence durante le indagini sulle origini della pandemia.

Il ritorno della questione Wuhan

La stessa amministrazione americana afferma oggi che l’ipotesi della fuga accidentale dal laboratorio rappresenta uno scenario credibile e che il lavoro svolto a Wuhan con fondi americani merita ulteriori approfondimenti. Anche diverse agenzie federali hanno progressivamente modificato le proprie valutazioni negli ultimi anni.

Secondo la nota ufficiale diffusa dall’ODNI, Fauci avrebbe mantenuto contatti con funzionari dell’intelligence e avrebbe contribuito a indirizzare l’analisi sulle origini del virus, mentre la nuova documentazione sostiene che alcune sue testimonianze davanti al Congresso sarebbero in contraddizione con i fatti emersi successivamente.

Si tratta di accuse molto pesanti.

Accuse che, proprio per la loro gravità, dovrebbero essere oggetto di un approfondimento giornalistico rigoroso e di eventuali verifiche istituzionali.

Invece il dibattito si sposta su Tulsi Gabbard

Ma anziché concentrare l’attenzione sui documenti, una parte significativa del dibattito mediatico sembra essersi spostata sulla figura stessa di Tulsi Gabbard.

Un meccanismo già visto in numerose altre occasioni:

  • non si discute il contenuto;
  • si delegittima chi lo rende pubblico;
  • si trasforma il messaggero nella notizia.

È una dinamica che ricorda molte delle controversie emerse durante la pandemia, quando medici, scienziati e ricercatori che ponevano domande scomode venivano spesso etichettati prima ancora che le loro argomentazioni fossero esaminate.

Un copione già visto

Lo abbiamo visto con la lettera dei 51 ex funzionari dell’intelligence sul caso del laptop di Hunter Biden.

Lo abbiamo visto con la censura operata dai social media.

Lo abbiamo visto con la sistematica esclusione di ogni ipotesi alternativa riguardante l’origine del virus.

E lo vediamo ancora oggi.

La domanda fondamentale non è se Tulsi Gabbard piaccia o meno.

La domanda è un’altra:

i documenti sono autentici?

Se la risposta è sì, allora essi meritano un’indagine seria.

Se invece sono falsi o fuorvianti, dovrebbero essere smontati punto per punto.

Ma ignorarne il contenuto per concentrare tutta l’attenzione sulla persona che li ha pubblicati rischia di trasformare il giornalismo in una semplice operazione di difesa narrativa.

Perché questa vicenda è così delicata

Ammettere che la teoria della fuga dal laboratorio fosse plausibile non significherebbe soltanto individuare eventuali responsabilità individuali.

Vorrebbe dire mettere in discussione:

  • la credibilità di importanti istituzioni scientifiche;
  • il ruolo delle agenzie governative;
  • il comportamento dei media durante la pandemia;
  • i meccanismi di censura e controllo dell’informazione;
  • le decisioni che hanno avuto conseguenze economiche e sociali enormi.

In altre parole, significherebbe affrontare una crisi di fiducia senza precedenti.

Ed è forse proprio questo che rende l’argomento ancora così esplosivo.

Giornalismo o protezione delle narrative?

Il compito del giornalismo dovrebbe essere quello di seguire i fatti, anche quando risultano scomodi.

Quando invece l’attenzione viene sistematicamente spostata dalla documentazione alle caratteristiche personali di chi la divulga, il rischio è che l’informazione smetta di svolgere la funzione di controllo del potere per diventare uno strumento di difesa del potere stesso.

I documenti pubblicati dall’ODNI non costituiscono automaticamente una sentenza contro Anthony Fauci.

Ma rappresentano materiale ufficiale che merita di essere esaminato con la massima attenzione.

Perché se una pandemia che ha provocato milioni di morti nel mondo ha avuto origine in un laboratorio finanziato, anche indirettamente, con fondi americani, e se vi sono state pressioni per orientare il dibattito pubblico, allora la questione non riguarda più soltanto il passato.

Riguarda la credibilità delle istituzioni, della scienza, dei media e dell’intero sistema democratico.

E forse è proprio per questo che, ancora oggi, il tema continua a suscitare reazioni tanto violente.


Fonti

  • Office of the Director of National Intelligence – comunicato del 18 giugno 2026 sulla declassificazione dei documenti riguardanti Anthony Fauci e le origini del COVID-19.
  • Documenti ufficiali declassificati dall’ODNI.
  • Anadolu Agency – ricostruzione delle accuse formulate da Tulsi Gabbard.
  • Analisi e dettagli sui documenti pubblicati.

USAID, Cuba e operazioni di influenza: cosa sappiamo davvero e cosa resta da dimostrare

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Negli ultimi mesi sono tornate a circolare sui social e in numerosi ambienti della controinformazione statunitense accuse secondo cui l’amministrazione di Barack Obama avrebbe utilizzato l’USAID come copertura per operazioni di riciclaggio di denaro, programmi di cambio di regime e campagne di propaganda digitale finanziate con i soldi dei contribuenti americani.

Alcune delle affermazioni che circolano online si basano su fatti realmente documentati, mentre altre rappresentano interpretazioni o accuse che, allo stato attuale, non risultano supportate da prove pubbliche definitive.

Il caso ZunZuneo: il “Twitter cubano” finanziato dagli Stati Uniti

Uno degli elementi meno controversi riguarda il progetto ZunZuneo.

Nel 2014 un’inchiesta di Associated Press rivelò l’esistenza di una piattaforma simile a Twitter sviluppata segretamente con fondi USAID per Cuba.

Il nome “ZunZuneo”, che in gergo cubano richiama il canto del colibrì, era stato concepito per apparire come una normale applicazione indipendente creata da cittadini cubani.

Secondo la ricostruzione di AP, la piattaforma inizialmente diffondeva contenuti innocui:

sport;
musica;
meteo;
notizie leggere.

Successivamente il progetto prevedeva di introdurre contenuti più politici e favorire la nascita di reti sociali capaci di mobilitare il dissenso verso il governo cubano.

L’obiettivo dichiarato internamente sarebbe stato quello di creare una massa critica di utenti che potesse favorire dinamiche di protesta e cambiamenti politici.

L’esistenza del programma venne confermata dagli stessi funzionari americani, che tuttavia sostennero la legittimità dell’operazione.

L’USAID e i programmi per la società civile cubana

Per decenni Washington ha finanziato programmi destinati a:

promuovere internet libero;
sostenere gruppi dissidenti;
formare attivisti;
fornire strumenti di comunicazione;
incentivare organizzazioni indipendenti.

Questi programmi sono stati pubblicamente approvati dal Congresso americano e rientrano nella strategia di promozione della democrazia perseguita dagli Stati Uniti nei confronti di Cuba.

I critici sostengono invece che tali iniziative abbiano costituito una forma di interferenza negli affari interni dell’isola e un tentativo di favorire un cambiamento di regime.

Le accuse di riciclaggio attraverso le Isole Cayman

Tra le affermazioni più forti diffuse online compare quella secondo cui miliardi di dollari sarebbero transitati attraverso società offshore nelle Isole Cayman per finanziare operazioni clandestine e arricchire funzionari e intermediari.

Ad oggi, tuttavia, non risultano prove pubbliche che dimostrino:

l’esistenza di un sistema di riciclaggio riconducibile direttamente a Barack Obama;
l’appropriazione personale di fondi da parte dell’ex presidente o dei suoi collaboratori;
un trasferimento sistematico di miliardi di dollari attraverso conti offshore finalizzato ad arricchimenti privati.

Le inchieste giornalistiche e i documenti finora disponibili hanno evidenziato l’utilizzo di società schermo e strutture finanziarie complesse per mantenere la segretezza di alcune operazioni, ma questo non equivale automaticamente a dimostrare un’attività di riciclaggio di denaro in senso giuridico.

Il dibattito sulle “rivoluzioni colorate”

Le accuse rivolte all’USAID si inseriscono in una controversia più ampia che da anni coinvolge:

USAID;
National Endowment for Democracy;
Open Society Foundations;
altre ONG e fondazioni occidentali.

Secondo numerosi studiosi e osservatori geopolitici, queste organizzazioni avrebbero svolto un ruolo significativo nel sostenere movimenti democratici in vari Paesi.

Altri analisti, invece, ritengono che tali attività abbiano rappresentato strumenti di soft power utilizzati da Washington per influenzare processi politici interni e favorire governi più vicini agli interessi americani.

Operazioni di influenza digitale

L’utilizzo dei social media come strumento geopolitico è ormai ampiamente documentato.

Negli ultimi vent’anni diverse potenze hanno investito in:

campagne online;
guerra informativa;
operazioni psicologiche;
manipolazione delle narrative;
utilizzo di influencer e reti sociali.

Non si tratta di una pratica esclusiva degli Stati Uniti.

Anche Russia, Cina, Iran e numerosi altri Paesi sono stati accusati di utilizzare tecniche analoghe.

Un paragone con Gladio?

Alcuni commentatori hanno paragonato queste operazioni alle strutture clandestine della Operation Gladio.

Il confronto rimane però principalmente una valutazione politica e storica.

Le operazioni digitali contemporanee differiscono infatti profondamente dalle strutture paramilitari create durante la Guerra Fredda e non esistono prove che dimostrino una continuità diretta tra i due fenomeni.

La domanda che rimane aperta

L’aspetto probabilmente più interessante non riguarda tanto le accuse più sensazionalistiche, quanto una questione più generale.

Fino a che punto gli Stati moderni utilizzano:

ONG;
fondazioni;
piattaforme digitali;
programmi di cooperazione internazionale;
campagne mediatiche;

come strumenti di influenza geopolitica?

Il caso ZunZuneo dimostra che programmi di questo tipo sono realmente esistiti e che l’uso delle reti sociali per finalità politiche non è una teoria astratta.

Tuttavia, trasformare fatti documentati in accuse di giganteschi sistemi di riciclaggio o di arricchimento personale richiede prove molto più solide di quelle finora emerse.

La questione più importante, quindi, non è se le grandi potenze utilizzino strumenti di influenza e di guerra informativa — cosa ormai largamente riconosciuta — ma quanto siano trasparenti tali programmi, quale sia il loro controllo democratico e se pratiche simili continuino ancora oggi, non soltanto all’estero, ma anche all’interno delle stesse società occidentali.

Fonti
Associated Press – Inchiesta sul progetto ZunZuneo (2014)
USAID
Government Accountability Office
Audizioni del Congresso degli Stati Uniti sui programmi per Cuba
Documentazione relativa ai programmi di promozione della democrazia a Cuba
Studi sulle operazioni di influenza e sul soft power statunitense.

Quando l’allarmismo diventa business: la propaganda del “governo segreto” costruita per fare click

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Ogni epoca ha avuto le proprie paure. E ogni epoca ha avuto i propri venditori di paura.

Nel mondo digitale di oggi, dove l’attenzione è la vera moneta, il catastrofismo è diventato un modello di business. Più il titolo è inquietante, più genera visualizzazioni. Più lo scenario è apocalittico, più aumenta il coinvolgimento emotivo. E così, anche fatti reali vengono spesso deformati fino a diventare la base per costruire narrazioni sensazionalistiche prive di qualsiasi proporzione con la realtà.

È esattamente ciò che sta accadendo con la recente ondata di contenuti che descrivono Dialogue come una sorta di “società segreta” incaricata di decidere guerre, controllare il pianeta e progettare il futuro dell’umanità all’insaputa di tutti.

Peccato che i fatti raccontino una storia molto diversa.

Dall’informazione all’intrattenimento della paura

La tecnica è sempre la stessa.

Si parte da elementi reali:

  • esistono incontri privati;
  • partecipano imprenditori, militari e politici;
  • vengono utilizzate regole di riservatezza;
  • vengono discussi temi strategici.

Fin qui nulla di falso.

Il problema nasce dopo.

Attraverso una serie di insinuazioni, suggestioni e domande retoriche, si porta progressivamente lo spettatore verso conclusioni che non sono mai dimostrate ma soltanto suggerite:

  • “Decidono le guerre”.
  • “Comandano il mondo”.
  • “Stanno costruendo un culto”.
  • “Programmano la riproduzione delle élite”.
  • “Preparano un governo mondiale”.

Alla fine del percorso, dopo quindici minuti di allusioni, arriva l’immancabile frase:

“Non sto dicendo che esista un piano, ma fatevi delle domande.”

Una formula che consente di lanciare qualsiasi insinuazione senza assumersene la responsabilità.

Gli incontri tra persone influenti esistono da decenni

Non esiste nulla di straordinario nel fatto che uomini d’affari, vertici militari, politici e accademici si incontrino.

Esistono da decenni:

  • il Bilderberg;
  • il World Economic Forum;
  • l’Aspen Institute;
  • il Council on Foreign Relations;
  • la Munich Security Conference;
  • la Trilateral Commission;
  • Chatham House.

Nessuno di questi organismi governa il mondo.

Sono luoghi di incontro, confronto e networking tra persone influenti.

Confondere una rete di relazioni con una cabala onnipotente significa semplificare una realtà immensamente più complessa.

Discutere una guerra non significa volerla

Tra le accuse più assurde circolate vi è quella secondo cui la presenza di sessioni dedicate al rischio nucleare o alla possibilità di una terza guerra mondiale dimostrerebbe l’esistenza di un piano per provocarla.

È un ragionamento privo di logica.

Militari, diplomatici e think tank studiano continuamente scenari di crisi:

  • conflitti con Russia e Cina;
  • cyberwarfare;
  • sicurezza energetica;
  • proliferazione nucleare;
  • terrorismo.

Analizzare un pericolo non significa desiderarlo.

Seguendo questa logica, perfino i vigili del fuoco dovrebbero essere accusati di voler provocare incendi semplicemente perché si addestrano a spegnerli.

La favola della “riproduzione delle élite”

Uno dei punti più grotteschi riguarda l’interpretazione di servizi dedicati alle relazioni personali tra i partecipanti.

Da questo elemento alcuni hanno tratto la conclusione che sarebbe in corso una sorta di programma di eugenetica finalizzato alla creazione di una nuova aristocrazia globale.

Non viene fornita alcuna prova.

Si tratta semplicemente di un salto logico enorme, costruito per suscitare paura e indignazione.

È il tipico meccanismo della propaganda moderna:

si prende un dato reale, lo si carica di significati simbolici e lo si trasforma in qualcosa di completamente diverso.

Il complesso militare-industriale esiste davvero, ma non è una società segreta

Che esista una stretta relazione tra potere economico, apparati militari e grandi aziende tecnologiche non è certo una scoperta.

Fu addirittura il presidente Dwight Eisenhower, nel 1961, a mettere in guardia contro il cosiddetto “complesso militare-industriale”.

Non c’è bisogno di evocare società segrete o governi occulti.

Le dinamiche di influenza esistono alla luce del sole:

  • lobbying;
  • finanziamenti elettorali;
  • think tank;
  • fondazioni;
  • consulenze;
  • rapporti tra Stato e industria.

Sono fenomeni reali, documentati e degni di attenzione.

Ma una cosa è studiare i meccanismi del potere.

Un’altra è trasformarli in un romanzo distopico.

Il business della paura

Il vero problema è che la paura vende.

Molto più della realtà.

Un titolo come:

“Nuovo forum internazionale di imprenditori e politici”

interesserebbe poche persone.

Molto più redditizio è scrivere:

“Scoperta la società segreta che decide le guerre del mondo”.

Il click è garantito.

L’algoritmo premia.

Le visualizzazioni aumentano.

E la paura diventa un prodotto.

Il paradosso è che molti di coloro che per anni hanno denunciato le manipolazioni dei media tradizionali finiscono per utilizzare esattamente gli stessi strumenti:

  • selezione delle informazioni;
  • esasperazione emotiva;
  • titoli sensazionalistici;
  • insinuazioni prive di prove;
  • trasformazione delle ipotesi in fatti.

Cambiano i protagonisti.

Non cambia il metodo.

La realtà è molto meno cinematografica

Il mondo non è governato da una stanza segreta con duecento persone sedute attorno a un tavolo.

La realtà è molto più complessa.

Esistono:

  • interessi economici;
  • lobby;
  • apparati burocratici;
  • alleanze internazionali;
  • grandi aziende;
  • governi;
  • opinione pubblica;
  • istituzioni finanziarie;
  • dinamiche geopolitiche.

Ridurre tutto a una “società segreta” è una semplificazione infantile che finisce per impedire di comprendere davvero come funziona il potere.

Perché la propaganda più efficace non è quella che inventa completamente la realtà.

È quella che prende fatti autentici, li circonda di mistero, li collega arbitrariamente tra loro e infine vende allo spettatore una conclusione già confezionata.

E in un’epoca in cui l’attenzione è denaro, l’allarmismo è diventato uno dei business più redditizi.

Non per informare.

Ma per ottenere click.


Fonti e approfondimenti

Queste fonti consentono di distinguere tra fatti verificabili, dinamiche reali di influenza e interpretazioni allarmistiche utilizzate per creare sensazionalismo e clickbait.

Ghalibaf, the Propaganda Plane, and the Forgotten Children: When Victims Matter Only if They Serve the Narrative

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The arrival of Mohammad Bagher Ghalibaf at the Memorandum of Understanding talks in Geneva was accompanied by a powerful symbolic operation. Photographs and school backpacks belonging to the girls killed in the tragic attack on the school in Minab had been placed inside the aircraft used by the Iranian delegation. The images, widely circulated by media outlets close to the regime, quickly spread around the world.

No one can remain indifferent to the death of children.

Those girls deserve truth, justice, and a full investigation.

But precisely because the life of a child has no nationality or political affiliation, it is impossible not to notice the enormous hypocrisy behind this propaganda operation.

The Victims Tehran Remembers and the Victims It Prefers to Forget

For the propaganda apparatus of the Islamic Republic, there are first-class children and second-class children.

There are the children of Minab, displayed as symbols of Iranian suffering.

And then there are the children killed by the regime itself.

There are the minors killed during internal crackdowns.

There are the child soldiers recruited and used by the Houthis.

There are the Israeli children murdered and abducted by Hamas on October 7.

There are the civilian victims caused by the Shiite proxy groups supported by Tehran.

None of their photographs appeared on Ghalibaf’s plane.

No backpacks.

No tears.

No outrage.

Because, apparently, those lives do not serve the narrative.

The Shadows Surrounding the Minab Tragedy

The destruction of the school in Minab was an immense tragedy that claimed the lives of more than 150 people, according to Iranian authorities. The United Nations and UNESCO called for an independent investigation, describing the attack as a serious violation of international humanitarian law.

Yet one aspect of the case makes the tragedy even more troubling.

Several investigations and independent reports have pointed out that the school was located near an active Islamic Revolutionary Guard Corps facility identified as a missile-related site. The presence of this military infrastructure has complicated efforts to reconstruct exactly what happened.

Satellite imagery and journalistic investigations have also highlighted the close proximity between the school and the military installation.

Why Were the Children Not Evacuated?

It is an uncomfortable question.

But it is a question that any serious investigation should address.

If Iranian authorities knew that the area contained a military target, why were preventive evacuation measures not taken?

Why was a school allowed to continue operating next to a Revolutionary Guard installation?

Why were hundreds of girls left attending classes in a location that, in the event of war, would inevitably become a potential target?

These questions deserve answers.

And so far, they are questions that Tehran’s propaganda machine appears eager to avoid.

The Culture of Martyrdom and the Political Value of Victims

For decades, the Islamic Republic has built part of its legitimacy around the concept of martyrdom.

The glorification of sacrifice and death as tools of ideological mobilization has been one of the pillars of the system established in 1979.

For this reason, some observers have raised disturbing questions:

Could the desire to turn the Minab tragedy into a massive propaganda tool have prevailed over the imperative to protect civilians beforehand?

At present, there is no conclusive evidence that would allow such a conclusion.

It would be irresponsible to turn suspicion into certainty.

But it would be equally irresponsible to prevent this possibility from being investigated.

Waiting for International Investigations

The material responsibility for the attack remains under investigation.

It will be up to international bodies and independent inquiries to reconstruct the full chain of events.

But one fact is already clear.

If the Islamic Republic truly wishes to honor the memory of the girls of Minab, it should have the courage to recognize that all children have the same value.

Including those killed by the regime.

Including those killed by its proxies.

Including those whose suffering is politically inconvenient.

Because grief cannot be selective.

And the memory of children should never become a political weapon.

Every child deserves the same dignity.

Every child deserves the same compassion.

And no government, ideology, or propaganda machine should be allowed to decide which children are worthy of being remembered and which are to be forgotten.

Sources and References

Photos of the Minab School Victims on Ghalibaf’s Plane


UN and International Calls for an Independent Investigation


Investigations into the Minab School Strike


Children Killed by the Iranian Regime During Protests

Amnesty International

Iran Human Rights

Center for Human Rights in Iran


Child Recruitment by the IRGC


Hamas and the October 7 Attack

Human Rights Watch


Palestinian Children and the Use of Civilian Infrastructure by Hamas


Children in Gaza


Child Soldiers Recruited by the Houthis


Children and Armed Conflict in Syria


Children and Armed Groups in Iraq


United Nations Report on Children in Armed Conflict

These sources include reports from the United Nations, Amnesty International, Human Rights Watch, UNICEF, Reuters, and other organizations documenting the deaths of children caused by the Iranian regime and by armed groups supported by Tehran, including Hamas, Hezbollah, the Houthis, and Shiite militias operating throughout the Middle East.

La propaganda che vive di guerra è disperata: mentre i professionisti del fallimento annunciano il collasso, Stati Uniti e Iran continuano ad avvicinarsi

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Da settimane una parte dell’informazione e della controinformazione sembra accomunata da un’unica ossessione: vedere fallire i negoziati tra Stati Uniti e Iran.

Ogni giorno vengono annunciati il collasso imminente delle trattative, la ripresa inevitabile della guerra, il tradimento reciproco, l’impossibilità di qualsiasi accordo.

Eppure, ancora una volta, i fatti stanno raccontando una storia diversa.

Mentre i professionisti dell’apocalisse continuano a sperare nel disastro, Washington e Teheran stanno costruendo, lentamente ma concretamente, una serie di punti di incontro che pochi mesi fa sarebbero sembrati impensabili.

La realtà sta smentendo gli estremisti di ogni schieramento

I falchi americani, gli irriducibili del regime iraniano, i neocon favorevoli allo scontro permanente e persino una parte della cosiddetta controinformazione occidentale sembrano paradossalmente accomunati dallo stesso desiderio:

impedire che la distensione abbia successo.

Per mesi ci è stato raccontato che la guerra era inevitabile.

Che Trump avrebbe distrutto qualsiasi possibilità di accordo.

Che Teheran non avrebbe mai accettato compromessi.

Che il Medio Oriente fosse destinato a una spirale incontrollabile.

Ma la diplomazia, quella vera, raramente segue le narrazioni dei tifosi.

E i risultati emersi dagli ultimi colloqui mostrano che, dietro le dichiarazioni pubbliche, esiste un lavoro politico molto più profondo.

JD Vance conferma due sviluppi di enorme portata

Il vicepresidente americano J.D. Vance ha rivelato due elementi estremamente significativi.

Innanzitutto, l’Iran ha accettato il ritorno degli ispettori internazionali sul programma nucleare, uno dei principali obiettivi perseguiti dagli Stati Uniti.

In secondo luogo, una parte degli asset iraniani sbloccati verrà utilizzata per acquistare prodotti agricoli americani destinati alla popolazione iraniana.

Secondo Vance:

“Alcuni di questi fondi iraniani sbloccati verranno effettivamente utilizzati per acquistare prodotti agricoli americani e poi nutrire il popolo iraniano. E quindi, di nuovo, gli ispettori che entrano in Iran e anche l’acquisto di beni agricoli americani. Due elementi principali dell’agenda per gli americani.”

Dietro queste parole si nasconde qualcosa di molto più importante del semplice commercio.

La storia dimostra che quando due paesi iniziano a costruire relazioni economiche, aumenta anche l’interesse reciproco a evitare nuovi conflitti.

L’interdipendenza economica è spesso uno dei più potenti strumenti di pace.

Anche Teheran conferma che le trattative stanno avanzando

Ancora più sorprendenti sono le dichiarazioni diffuse dal Ministero degli Esteri iraniano al termine dei colloqui con JD Vance.

Secondo Teheran:

  • è stata istituita un’Unità di Controllo dei Conflitti per stabilizzare il Medio Oriente, compreso il Libano;
  • è stata creata una linea diretta di comunicazione per affrontare eventuali crisi nello Stretto di Hormuz;
  • è stato costituito un gruppo di lavoro sul dossier nucleare;
  • sono stati raggiunti accordi con il Qatar per lo sblocco degli asset congelati;
  • gli Stati Uniti hanno fornito documenti che consentirebbero all’Iran di esportare petrolio, gas e prodotti petrolchimici senza sanzioni per sessanta giorni.

Parallelamente, fonti internazionali confermano la creazione di meccanismi di deconfliction per ridurre le tensioni in Libano e garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz.

Sono sviluppi che appartengono al linguaggio della diplomazia, non a quello della guerra.

La pace sembra terrorizzare più della guerra

La cosa più curiosa è osservare la reazione di certi ambienti.

Quando si parlava di bombardamenti, minacce e sanzioni, molti commentatori sembravano sentirsi perfettamente a loro agio.

Adesso che emergono:

  • canali di comunicazione diretti;
  • gruppi di lavoro sul nucleare;
  • sblocco di asset;
  • ripresa delle esportazioni;
  • cooperazione sullo Stretto di Hormuz;
  • ritorno degli ispettori internazionali;
  • accordi economici con gli Stati Uniti;

gli stessi ambienti sembrano improvvisamente nervosi.

Perché la guerra alimenta le tifoserie.

La guerra produce audience.

La guerra permette di dividere il mondo tra buoni e cattivi.

La diplomazia, invece, è fatta di compromessi.

E i compromessi sono insopportabili per chi vive di propaganda.

I fatti stanno demolendo mesi di narrazioni

Nessuno può sapere se questo processo porterà a un accordo definitivo.

Nessuno può escludere sabotaggi o nuove crisi.

Il Medio Oriente resta una delle regioni più instabili del pianeta.

Ma esiste una differenza sostanziale tra analisi e propaganda.

L’analisi osserva i fatti.

La propaganda seleziona soltanto quelli che confermano la narrativa desiderata.

E i fatti, oggi, raccontano qualcosa che molti non vogliono sentire.

Mentre i professionisti dell’indignazione continuano a prevedere il fallimento, americani e iraniani continuano a sedersi allo stesso tavolo.

Continuano a costruire meccanismi di comunicazione.

Continuano a discutere del nucleare.

Continuano a facilitare il commercio.

Continuano a ridurre le tensioni regionali.

E soprattutto continuano a fare ciò che i propagandisti odiano di più:

parlare.

Perché la storia insegna che le guerre iniziano quando i canali di comunicazione vengono chiusi.

E finiscono quando qualcuno, nonostante tutto, decide di tenerli aperti.


Fonti

  • Reuters – Progressi nei colloqui USA-Iran:
    Reuters
  • Associated Press – Dichiarazioni di JD Vance e fondi destinati all’acquisto di prodotti agricoli americani:
    Associated Press
  • Axios – Ritorno degli ispettori nucleari in Iran:
    Axios
  • Financial Times – Meccanismi di de-escalation e linea di comunicazione su Hormuz:
    Financial Times
  • The Guardian – Risultati dei colloqui e stabilizzazione del Libano:
    The Guardian
  • Fox News Live – Utilizzo degli asset sbloccati per acquistare mais, soia e grano americani:
    Fox News Live
  • Dichiarazioni attribuite al Ministero degli Esteri iraniano:
    Sintesi delle dichiarazioni diffuse online