Il doppio standard del Partito Comunista Cinese: pretende rispetto, ma esporta pressione, censura e intimidazione

Date:

Per decenni il Partito Comunista Cinese (PCC) ha costruito una narrazione precisa della propria politica estera: la Cina sarebbe una potenza responsabile, vittima delle interferenze occidentali, impegnata esclusivamente a difendere la propria sovranità e i propri “interessi fondamentali”. Ogni critica viene rapidamente etichettata come ingerenza negli affari interni, ogni sanzione come provocazione, ogni presa di posizione come un tentativo di contenere l’ascesa di Pechino.

Eppure, osservando il comportamento concreto del regime cinese, emerge una realtà profondamente diversa.

La Repubblica Popolare Cinese chiede costantemente al resto del mondo di rispettare i propri limiti politici, diplomatici e ideologici, ma contemporaneamente esercita una pressione sistematica su governi stranieri, imprese, università, organizzazioni internazionali, media e perfino sul mondo della cultura affinché tutti si adeguino alle linee politiche stabilite dal Partito Comunista.

Non si tratta di episodi isolati.

È un metodo.

È una strategia.

È una forma di proiezione del potere che va ben oltre la normale diplomazia.


Il principio della non ingerenza… valido solo per gli altri

Uno dei pilastri della politica estera cinese è il principio della non interferenza negli affari interni degli Stati.

Pechino lo richiama continuamente quando vengono affrontati temi come:

  • Taiwan;
  • Hong Kong;
  • Xinjiang;
  • Tibet;
  • diritti umani;
  • repressione politica;
  • libertà religiosa.

Ogni dichiarazione proveniente da governi occidentali viene immediatamente definita una violazione della sovranità cinese.

Tuttavia, lo stesso principio sembra cessare di esistere quando è il Partito Comunista a esercitare pressioni sul resto del mondo.

In quei casi la narrazione cambia improvvisamente.

Le pressioni diventano “dialogo”.

Le minacce diventano “difesa degli interessi fondamentali”.

Le ritorsioni economiche vengono descritte come “normali conseguenze”.

È un doppio standard ormai consolidato.


Taiwan: Pechino pretende di decidere anche cosa possono dire gli altri Paesi

L’esempio più evidente riguarda Taiwan.

La Cina considera l’isola una propria provincia e pretende che ogni Stato aderisca alla propria interpretazione del principio dell'”Unica Cina”.

Il problema non è soltanto la posizione diplomatica.

Pechino pretende che tale posizione venga rispettata da:

  • aziende private;
  • compagnie aeree;
  • alberghi;
  • piattaforme digitali;
  • editori;
  • università;
  • eventi culturali;
  • organizzazioni sportive;
  • musei.

Negli ultimi anni numerose multinazionali hanno modificato i propri siti internet dopo pressioni provenienti da Pechino, eliminando riferimenti a Taiwan come Stato separato.

Anche semplici mappe geografiche sono diventate oggetto di controversie diplomatiche.

Il messaggio è semplice:

“Se volete fare affari con la Cina, dovete accettare la nostra narrativa politica.”

Questa non è cooperazione.

È pressione economica utilizzata come leva geopolitica.


Hong Kong: la libertà vale solo quando conviene al Partito

Quando nel 2019 migliaia di cittadini di Hong Kong protestavano chiedendo maggiori libertà politiche, il governo cinese accusò immediatamente governi occidentali e ONG straniere di aver organizzato le manifestazioni.

Secondo la narrativa ufficiale ogni protesta sarebbe stata il risultato di una cospirazione internazionale.

Successivamente è arrivata la Legge sulla Sicurezza Nazionale.

Le conseguenze sono note:

  • arresti di oppositori;
  • chiusura di giornali;
  • repressione del dissenso;
  • modifica del sistema elettorale;
  • controllo sulle università.

Ogni critica internazionale è stata nuovamente definita “ingerenza”.

Ancora una volta il principio vale soltanto quando protegge il Partito.


Xinjiang: negare ogni critica e intimidire chi indaga

Lo stesso schema si osserva nello Xinjiang.

Numerosi governi occidentali, organismi internazionali e organizzazioni per i diritti umani hanno espresso preoccupazioni riguardo alle politiche adottate contro parte della popolazione uigura, incluse accuse di detenzioni arbitrarie, sorveglianza di massa e programmi di assimilazione forzata. Pechino respinge sistematicamente tali accuse, definendole propaganda o interferenza straniera.

Nel frattempo diplomatici, ricercatori, giornalisti e parlamentari che affrontano l’argomento diventano spesso bersaglio di:

  • campagne mediatiche;
  • sanzioni cinesi;
  • limitazioni all’ingresso nel Paese;
  • pressioni diplomatiche.

La strategia è sempre la stessa:

delegittimare il messaggero invece di affrontare il contenuto delle accuse.


L’intimidazione economica come strumento politico

Una delle caratteristiche più evidenti della diplomazia cinese moderna è l’utilizzo del mercato come arma politica.

Negli ultimi anni diversi Paesi hanno sperimentato restrizioni commerciali o altre forme di pressione dopo decisioni considerate ostili da Pechino.

Tra i casi più noti figurano tensioni commerciali con:

  • Australia;
  • Lituania;
  • Corea del Sud;
  • Canada.

In vari episodi sono stati colpiti prodotti agricoli, vino, carbone, carne, orzo o altri beni di esportazione.

Il messaggio implicito è chiaro:

chi mette in discussione gli interessi del Partito Comunista rischia conseguenze economiche.

Questa pratica viene spesso definita dagli analisti coercizione economica.

Una forma di pressione che utilizza il peso del mercato cinese come leva geopolitica.


Le università occidentali diventano terreno di influenza

Le pressioni non riguardano soltanto governi.

Anche il mondo accademico è stato interessato da numerose controversie.

Conferenze annullate.

Relatori contestati.

Ricercatori esclusi.

Materiale didattico modificato.

In diversi Paesi sono stati chiusi o ridimensionati gli Istituti Confucio dopo dibattiti sul loro ruolo nella promozione dell’influenza culturale e politica cinese.

Molti atenei occidentali hanno denunciato crescenti difficoltà nel discutere liberamente temi sensibili riguardanti:

  • Taiwan;
  • Tibet;
  • Hong Kong;
  • Xinjiang.

Quando il semplice dibattito accademico viene considerato una minaccia politica, il problema non riguarda più soltanto la libertà di espressione.

Riguarda la capacità delle democrazie di preservare la propria autonomia culturale.


Hollywood, sport e cultura: la censura preventiva

Negli ultimi anni anche l’industria dell’intrattenimento ha imparato rapidamente quali siano i limiti imposti dal mercato cinese.

Film modificati.

Scene eliminate.

Dialoghi cambiati.

Mappe corrette.

Personaggi riscritti.

Tutto per evitare il rischio di perdere l’accesso al secondo mercato cinematografico mondiale.

Lo stesso fenomeno si è osservato nello sport internazionale, dove dichiarazioni di atleti, dirigenti o federazioni hanno provocato reazioni diplomatiche immediate quando ritenute incompatibili con le posizioni ufficiali di Pechino.

La censura non viene quindi esportata con leggi internazionali.

Viene esportata attraverso incentivi economici.


Le operazioni di influenza silenziosa

Parallelamente alla diplomazia ufficiale operano strumenti molto meno visibili.

Numerose indagini giornalistiche e rapporti di intelligence occidentali hanno documentato attività attribuite alla Cina che includono:

  • campagne coordinate sui social media;
  • reti di influenza politica;
  • tentativi di orientare il dibattito pubblico;
  • pressione sulle comunità della diaspora;
  • raccolta di informazioni strategiche.

Non tutte queste attività sono illegali.

Molte rientrano nelle normali attività di influenza internazionale.

Il problema nasce quando vengono utilizzate in modo sistematico da un regime autoritario che limita fortemente il pluralismo interno ma cerca contemporaneamente di influenzare il dibattito nelle democrazie.


Il paradosso della “sovranità”

Il concetto di sovranità, per il Partito Comunista Cinese, sembra funzionare in una sola direzione.

Quando altri criticano la Cina:

“È interferenza.”

Quando la Cina esercita pressioni sugli altri:

“È tutela degli interessi fondamentali.”

Quando un Parlamento europeo vota una risoluzione critica:

“È ostilità.”

Quando Pechino minaccia ritorsioni economiche:

“È diplomazia.”

Quando un’università ospita una conferenza su Taiwan:

“È provocazione.”

Quando il Partito Comunista pretende di decidere come debbano essere rappresentate le mappe del mondo:

“È rispetto della sovranità.”

Questo doppio standard costituisce uno degli elementi più controversi della politica estera cinese contemporanea.


Business o dipendenza?

Per molti anni numerosi governi occidentali hanno preferito considerare questi episodi come il prezzo inevitabile dell’accesso al gigantesco mercato cinese.

La logica era semplice.

Gli interessi economici avrebbero progressivamente favorito un’apertura politica.

La realtà ha seguito una strada diversa.

L’integrazione economica non ha trasformato il sistema politico cinese in una democrazia liberale.

Al contrario, è stato spesso il peso economico della Cina a consentire una maggiore capacità di pressione internazionale.

Il risultato è che molte aziende, università e governi si trovano oggi a dover bilanciare principi, libertà di espressione e interessi commerciali.


Una questione che riguarda tutte le democrazie

La questione non è demonizzare la Cina né negare il suo ruolo centrale nell’economia mondiale.

La Cina è una delle principali potenze economiche, tecnologiche e manifatturiere del pianeta, e il dialogo con Pechino resta essenziale su molti dossier internazionali.

Il problema riguarda il metodo.

Quando un grande Stato pretende che il proprio sistema politico diventi il parametro con cui giudicare ciò che governi, imprese, università e cittadini stranieri possono dire o fare, il confronto non è più soltanto commerciale o diplomatico.

Diventa una questione di autonomia delle istituzioni democratiche, libertà di espressione e capacità degli Stati di decidere senza condizionamenti esterni.

Una grande potenza può certamente difendere i propri interessi. Tutte lo fanno.

Ma quando la difesa degli interessi si traduce nella pretesa di imporre agli altri cosa possono insegnare, pubblicare, rappresentare o riconoscere, mentre ogni critica viene liquidata come “ingerenza”, il principio della reciprocità viene meno.

È proprio questo doppio standard a suscitare crescente preoccupazione in numerose democrazie. La domanda che molti osservatori pongono oggi non è se la Cina abbia diritto a difendere i propri interessi nazionali, bensì fino a che punto il resto del mondo sia disposto ad accettare come normale un modello di relazioni internazionali in cui le regole sembrano valere soprattutto per gli altri.


Fonti e approfondimenti

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Condividi il post:

Iscriviti

spot_img

Popolari

Altri contenuti simili
Related

I cani da riporto della controinformazione: gridano «BlackRock compra tutta l’Italia», ma ignorano le partecipazioni strategiche cinesi

Un’indagine su proprietà, controllo, gestione del risparmio e infrastrutture...

I cani da riporto della controinformazione e la propaganda: quando le narrazioni sostituiscono i fatti

Negli ultimi anni una parte della cosiddetta controinformazione ha...

LA RACCOLTA DEI DATI NELLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE

Confronto con i sistemi occidentali e tutela dei cittadini...