Home Blog Page 27

Galibaf, l’aereo della propaganda e i bambini dimenticati: quando le vittime valgono solo se utili alla narrativa

0

https://images.openai.com/static-rsc-4/jIwPKSkr9yU-L1UIg9AURP98_0wuV5wjVUOO2mKVwDr7Q6BBhlyvK3FF36oOn67wDUn0AnHxBg5QEY0yMuMpTpV8fQGn--MHvWM6b1pC93EG1u4pGGkc9UouWHeKSrk4oMwSyOvQh38bZYK3w_TSfZDUt7m704PlqzjbeJNmDrUfUxRYzmDSnZOEulyuRJuX?purpose=fullsize
https://images.openai.com/static-rsc-4/NpoWxz5N_2pJMkHmdlzMSmHm0vlodZeDt3dRGTdVsKnxTFxXg6p0CzUTzrownh6zpfuNJs4sIaZidT9lCzcgyNmFchIIJQLooxKCYOGNLh7Aqmu5DezrwtCulD2ftNvWWOV4V1jMcGsi-pkIPHxXgwvAa9qktBsqws5rk6j50-LerrQ9bEIiu8VhpixMvUB4?purpose=fullsize
https://images.openai.com/static-rsc-4/H8k7Xm8U_xF9qc9duBAHFA-hkExykAriBqwG1FY74aCDk0zavEMDte_ycY1InSOJO4IGhTm8P9SDjHlRzC6CRx0DSA0xIfzMCcyYMQIGLPFeOW4F0Zg9JonWrGWQtdqGXQPfevO_PRytowRCFhk-3qLLe6ocCKvjaMSnJHjKuCx7BsDiuEhheV7YHvIp0yEz?purpose=fullsize

L’arrivo di Mohammad Bagher Galibaf ai colloqui sul Memorandum d’Intesa a Ginevra è stato accompagnato da una potente operazione simbolica. Sull’aereo utilizzato dalla delegazione iraniana erano state collocate le fotografie e gli zainetti delle bambine morte nel tragico attacco alla scuola di Minab. Le immagini sono state diffuse dai media vicini al regime e hanno fatto il giro del mondo.

Nessuno può restare indifferente davanti alla morte di bambini.

Quelle bambine meritano verità, giustizia e un’indagine completa.

Ma proprio perché la vita di un bambino non ha nazionalità né appartenenza politica, è impossibile non notare la gigantesca ipocrisia che emerge da questa operazione propagandistica.

Le vittime che Teheran ricorda e quelle che preferisce dimenticare

Per la propaganda della Repubblica Islamica esistono bambini di serie A e bambini di serie B.

Esistono i bambini di Minab, esibiti come simbolo della sofferenza iraniana.

E poi esistono i bambini uccisi dal regime stesso.

Esistono i minori morti durante le repressioni interne.

Esistono i bambini utilizzati come soldati dagli Houthi.

Esistono i bambini israeliani massacrati e rapiti da Hamas il 7 ottobre.

Esistono le vittime civili provocate dai proxy sciiti sostenuti da Teheran.

Di loro, sugli aerei di Galibaf, non compare nessuna fotografia.

Nessuno zainetto.

Nessuna lacrima.

Nessuna indignazione.

Perché, evidentemente, quelle vite non servono alla costruzione della narrativa.

Le ombre sulla tragedia di Minab

La distruzione della scuola di Minab rappresenta una tragedia immane che ha provocato oltre 150 vittime secondo le autorità iraniane. ONU e UNESCO hanno chiesto un’indagine indipendente, definendo l’attacco una grave violazione del diritto internazionale umanitario.

Ma esiste un aspetto della vicenda che rende il caso ancora più delicato.

Le indagini americane e numerose ricostruzioni indipendenti hanno evidenziato che la scuola si trovava in prossimità di una base operativa del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, identificata dal Comando Centrale americano come un sito attivo per missili da crociera. Proprio la presenza di questa installazione militare avrebbe reso estremamente complessa la ricostruzione dell’accaduto.

La vicinanza tra l’istituto e l’infrastruttura militare è stata confermata anche da immagini satellitari e da numerose ricostruzioni giornalistiche.

Perché i bambini non furono evacuati?

È una domanda scomoda.

Ma è una domanda che qualunque inchiesta seria dovrebbe porsi.

Se le autorità iraniane erano consapevoli che quell’area costituiva un obiettivo militare, perché non vennero adottate misure di evacuazione preventive?

Perché una scuola rimase operativa a ridosso di una struttura appartenente ai Pasdaran?

Perché centinaia di bambine continuarono a frequentare un complesso collocato in una zona che, in caso di guerra, sarebbe inevitabilmente diventata un bersaglio?

Si tratta di interrogativi che meritano risposte.

E che, almeno fino ad oggi, la propaganda ufficiale di Teheran sembra voler evitare.

La cultura del martirio e il valore politico delle vittime

Da decenni la Repubblica Islamica costruisce una parte della propria legittimazione sulla retorica del martirio.

La glorificazione del sacrificio e della morte come strumenti di mobilitazione ideologica rappresenta uno degli elementi fondanti del sistema nato nel 1979.

Proprio per questo, alcuni osservatori hanno avanzato dubbi inquietanti:

la volontà di trasformare la tragedia di Minab in un enorme strumento propagandistico potrebbe aver prevalso sulla necessità di proteggere preventivamente i civili?

Al momento non esistono prove definitive che consentano di rispondere affermativamente a questa domanda.

Sarebbe irresponsabile trasformare un sospetto in una certezza.

Ma sarebbe altrettanto irresponsabile impedire che questa possibilità venga indagata.

Aspettando le conclusioni delle inchieste internazionali

Le responsabilità materiali dell’attacco sono ancora oggetto di indagini. Fonti americane hanno indicato la possibilità che siano stati utilizzati dati di puntamento obsoleti e il Pentagono ha dichiarato di voler completare l’inchiesta con la massima trasparenza.

Sarà compito degli organismi internazionali e delle indagini indipendenti ricostruire l’intera catena degli eventi.

Ma una cosa appare già evidente.

Se davvero la Repubblica Islamica vuole onorare la memoria delle bambine di Minab, dovrebbe avere il coraggio di riconoscere che tutti i bambini hanno lo stesso valore.

Anche quelli uccisi dal regime.

Anche quelli uccisi dai suoi proxy.

Anche quelli che non sono utili alla propaganda.

Perché il dolore non può essere selettivo.

E la memoria delle vittime non può diventare un’arma politica.

Fonti

  • Reuters – Indagini sul bombardamento della scuola di Minab.
  • Ufficio ONU per i Diritti Umani – Richiesta di indagine indipendente.
  • UNESCO – Condanna dell’attacco alla scuola.
  • Anadolu Agency – Le fotografie delle bambine sull’aereo di Galibaf.
  • The Guardian – Analisi satellitare e ricostruzione dell’area colpita.
  • Hengaw – Localizzazione della scuola accanto alla base dei Pasdaran.
  • ABC Australia – Ipotesi sui dati di puntamento obsoleti.

Galibaf, l’aereo della propaganda e i bambini dimenticati: quando le vittime valgono solo se utili alla narrativa


Bambini uccisi dal regime iraniano e dai suoi proxy: una panoramica delle principali vittime documentate

https://images.openai.com/static-rsc-4/lpPfRca3I5flpGbD2EcsVuFGPenKaD-wpNfTf9AHCQSqZff09z7X0fvj8WNxX5agyKImSOMdO646Tx6hNxAhCoGJ4YJBrGbC1FzRHzRUchYE5UkbJK_lYpqc72OCsywyYstnFeZPhtUPxO-50QMV36G-3UeAh62gqATz1_5ta99XgHKa8LCDF5HpRhIrbJqR?purpose=fullsize
https://images.openai.com/static-rsc-4/zt87AY10RbcyKihIB0FhWVgPbc_iEKHdjf3T3R1nPowHB_SmkwUk05j47b4HGUkc6JM5HShEvGFmcmw14udmNhu1sgz4kEeyW_fMCxKb-xWDx0-qtaD7Yyu27UaUn7HrDdcpGWYDQvCMglhywgrhtZg3EP0IBe1Gvwp9SIyf6GFg27LWszrnWa_wkKTFSulv?purpose=fullsize
https://images.openai.com/static-rsc-4/_x_Ujzi4G4ygVH9g0E7Tk9ANjWnDUSOXsJhvPnyNVtbztbJ1NxHdzkAuvh7r_woTqyAJCZ_plTIgQ5GttZDQo8S6Js1SC7cvFtH7xkWgtt_Uch2vRhGLWqhzbc27aKNNqnt6VWtmLx3-0TcfZMKUwZ8GfNvFnrqgoF-zTNw46U-QxXZ30SoYfrd-7EsS7UYv?purpose=fullsize

Quando si parla delle vittime infantili causate direttamente o indirettamente dalla Repubblica Islamica dell’Iran, occorre distinguere tra:

  • bambini uccisi dal regime iraniano all’interno dell’Iran;
  • bambini uccisi o utilizzati dai gruppi armati sostenuti da Teheran;
  • bambini israeliani, palestinesi, libanesi, yemeniti, siriani e iracheni coinvolti nelle attività dei proxy iraniani.

È impossibile compilare un elenco nominativo completo delle migliaia di vittime, ma è possibile individuare le principali categorie e alcuni casi simbolici.


Bambini uccisi dal regime iraniano

Proteste del 2019

Amnesty International documentò almeno 23 minori uccisi dalle forze di sicurezza durante la repressione delle proteste del novembre 2019.

Tra loro:

  • Kianoush Jafari (17 anni)
  • Mohammad Moghimi (17 anni)
  • Sina Mohammadi (17 anni)

Proteste del 2022 (Mahsa Amini)

Amnesty International identificò inizialmente almeno 23 bambini uccisi, numero successivamente rivisto al rialzo fino a 44 minori.

Tra le vittime più note:

  • Kian Pirfalak (9 anni)
  • Nika Shakarami (16 anni)
  • Sarina Esmailzadeh (16 anni)
  • Asra Panahi (15 anni)
  • Abolfazl Adinezadeh (17 anni)

Proteste del 2026

Secondo HRANA e Iran Human Rights, il numero dei minori uccisi nella repressione del gennaio 2026 supera le cento unità.


Bambini israeliani uccisi da Hamas (proxy iraniano)

https://images.openai.com/static-rsc-4/iO-H70VWY-aXPmo7sFtWzuVMvxl7Mf_TKkLIaZ_md-cexbvfV5mmKTSsBWCwztqPZikx3u0s67mt9IJD6RLPh1ZUCUJ3Mk5tkNbs_lWUPck8KaRvkAme8dAmYysWIC3cHsrXYzW1TU1TGp0yC5dXbESueyFtGuWBAjlLS6dKuS3YngIA5UWZzLkXyvkB5Xoh?purpose=fullsize
https://images.openai.com/static-rsc-4/fONL-xaklH-O-I01aTIINnyTCl-75NaPVNKY5oSiP7FJc3_6YXb63Kjcsv8AzX1Xb_HWgEFThNyVYVeeIB40cBdz7lt2TQEGBpaFa-9oX6W9w4QbcAeq3l27albDUb8jgIlCckiNkD4RbMWutoZpFrQBU-OkZbtndC-thew0tvH18-thLWfGKxLTSDCPkgEJ?purpose=fullsize
https://images.openai.com/static-rsc-4/bVvgKNI2Z9l1Wvn5Hb-_rrAyhJCvzwDE3hhq47qNmzTZqGACVIcRbkHH_YRy1BjR51ZQPAIUGXzB6InlvIWW6hw6iqRX6KKXhHk6yqPg3i3vuCrkK3RJScMlIrhVKX5baSYc5H4Nx5nrwfMQVBMzY61tLwciqUucYMFZReIFQfdvKpYowNO9vSuRw6x-_i-q?purpose=fullsize

L’attacco del 7 ottobre 2023 provocò la morte di circa 46 bambini israeliani e il rapimento di numerosi minori.

Tra le vittime più conosciute:

  • Ariel Bibas (4 anni)
  • Kfir Bibas (9 mesi)
  • Yahel Shoham (3 anni)
  • Naveh Shoham (8 anni)
  • numerosi bambini dei kibbutz Be’eri, Kfar Aza e Nir Oz.

Bambini palestinesi uccisi dalle attività di Hamas

Secondo varie indagini internazionali:

  • Hamas ha utilizzato scuole, ospedali e aree densamente popolate per attività militari;
  • l’impiego di infrastrutture civili ha contribuito ad aumentare enormemente il numero delle vittime infantili palestinesi durante le guerre con Israele;
  • numerosi minori sono stati reclutati e addestrati dalle Brigate al-Qassam.

Le vittime palestinesi minorenni vengono contate in migliaia, ma non tutte sono attribuibili direttamente ad Hamas, poiché il conflitto coinvolge entrambe le parti.


Bambini libanesi vittime di Hezbollah

https://images.openai.com/static-rsc-4/hbR1hHCqsY4HIRQ_gBM8SXHY1W2yLpVT7P2uWVBQ-JovinuNA3ZsalCBVXZHNlDZH-Tqgjz3XKROALhN27Kv4y9VkSYPWYYkEVn3O1DKntiUcJUOzIX8679vv9Y1t3sxSjSyaZfdQSh839UCBTKUg04-vQsrQUJLnI6YtxSymX8FVwUl7yoZirVnW9X4tE4v?purpose=fullsize
https://images.openai.com/static-rsc-4/RdkGeecgqk3yIagwAuimTYzsv3LIdrF36VTkRz-SP8EG9G2OKdSxp_iEca7ecy_TcoNnNCWeWbrFuWivZfQRClZDEHo1YTb_-E4AmYlqMugQ0OVxo3vtf4sUW_dXRQspWNhNRFUtKqlA7Plu0LtxYmpSkREIWfnLK1tITI6jlT_Pd-WRCJISqnza3TU24nNV?purpose=fullsize
https://images.openai.com/static-rsc-4/6Nc7XzOydILgXM7SfYzOOrhch8LGetN74_KOoC27fpGMOyroCgFbORyZITOv_RQ1RgbC0fV-vbKEOIkW0ObjEQb1gQVgYIkb7IHvklUL7jvDM2Ya4cMP_774nJU7QYptrccdPPBVNxxcscI5AfambUNgYxgn1nPbp10FNYGHqzsJzvY0Gl2rNVCkOasXyPl4?purpose=fullsize

Hezbollah è stato accusato di:

  • lanciare missili da aree civili;
  • utilizzare infrastrutture civili per attività militari;
  • esporre la popolazione libanese alle rappresaglie.

Fra le vittime vi sono centinaia di bambini libanesi morti nei conflitti del 2006 e del 2023-2025.


Bambini yemeniti coinvolti dagli Houthi

Gli Houthi, sostenuti dall’Iran, sono stati ripetutamente denunciati dalle Nazioni Unite e da Amnesty International per:

  • reclutamento di bambini soldato;
  • utilizzo di minori in prima linea;
  • indottrinamento militare dei bambini.

Migliaia di minori yemeniti sono stati coinvolti o uccisi nella guerra civile.


Bambini siriani

Le milizie sciite sostenute dall’Iran e i Pasdaran hanno preso parte alla guerra civile siriana.

Le Nazioni Unite hanno verificato migliaia di violazioni contro i minori in Siria, comprese uccisioni, mutilazioni e reclutamento.


Bambini iracheni

Le milizie sciite irachene appoggiate da Teheran sono state accusate di varie violazioni contro i minori, sebbene negli ultimi anni siano stati firmati accordi con l’ONU per limitarne il reclutamento.


Una realtà spesso ignorata

La propaganda della Repubblica Islamica tende a enfatizzare alcune vittime e a dimenticarne altre.

Tuttavia, i bambini uccisi:

  • dalle repressioni interne iraniane;
  • da Hamas;
  • da Hezbollah;
  • dagli Houthi;
  • dalle milizie sciite sostenute dai Pasdaran;

sono anch’essi parte del bilancio umano legato all’espansione regionale della Repubblica Islamica.

Allo stesso tempo, sarebbe scorretto attribuire automaticamente ogni bambino palestinese, libanese o yemenita morto alla sola responsabilità iraniana, poiché in questi conflitti intervengono molteplici attori e le responsabilità vengono valutate caso per caso dalle organizzazioni internazionali e dalle commissioni d’inchiesta.

Fonti e link

Bambini uccisi dal regime iraniano durante le proteste del 2022


Repressione delle proteste del 2025-2026


Reclutamento di minori da parte dei Pasdaran


Crimini di Hamas contro i bambini israeliani


Bambini palestinesi e uso di infrastrutture civili da parte di Hamas


Vittime infantili palestinesi a Gaza


Rapporto ONU sui bambini nei conflitti armati


Approfondimenti sui crimini del 7 ottobre

Queste fonti documentano sia i bambini uccisi dal regime iraniano nella repressione interna, sia le vittime infantili provocate direttamente o indirettamente dai principali proxy sostenuti da Teheran (Hamas, milizie affiliate e altri gruppi armati).

Mentre tutti guardano il Memorandum d’Intesa, la vera battaglia potrebbe essere dentro il regime iraniano

0
https://images.openai.com/static-rsc-4/M2_rpXz1cqwCOh2SYXPVjQzqiWXidAuHaUblgUDThCsiPweTupB6a7zCgUqpsGeMGB2rmYZ0JUCZXi1dV8qXSP7zftCGzvPhJYsZU8k7q6d_hgqTNkYOq78yJp426-ywe7Cwudrr7xh4OPhNmtR6i-_pD3sNvX1v6re9580y9WIz1ZXcDILZjkRPM0DPIhOh?purpose=fullsize
https://images.openai.com/static-rsc-4/NqIxc5A1m3Otca3NmYeJsWfR58XFu_zG6M403XMSBri_lRs1hTAMfZ8r9H3yb3LXS3oyAYIK2ZAhXhWBKi-5eFINEXs_ItUK9eGBZMFHje6E9sE0LX37-bTIZh0drart-wPAfFOsUZH8vbjYjVmhy-xz4YaD4R_FO-RZJto0Z3GU7TyT0oYcHMoskdS_7tqh?purpose=fullsize
https://images.openai.com/static-rsc-4/hKKoS5G5reANUXgd2CddRe7Jz8g8lyRxoAI8h0IS1wm8NUkX3K-sD1QGXSGLz1gO4-IzIoxDXzQl8P3jLCaFXB2tfl9ZYEnXOdRx1HaxKsMDXYbF8gDNA-gYSXYJlH5IMIXlvqJK4AlFnZOEoY-6909FQeTAa_f1rzmZN9BAxrtT8Uo9n99P9eXulT2ZhpvT?purpose=fullsize

Negli ultimi mesi gran parte dell’attenzione mediatica si è concentrata sul Memorandum d’Intesa tra Stati Uniti e Iran, interpretato da alcuni come una resa di Teheran e da altri come una vittoria strategica della Repubblica Islamica. Tuttavia, dietro il piano diplomatico potrebbe nascondersi una dinamica ancora più importante: la crescente competizione tra le diverse fazioni che compongono l’apparato di potere iraniano.

Più che il documento in sé, infatti, a destare interesse sono le frizioni che stanno emergendo all’interno del sistema costruito negli ultimi quarant’anni dalla Guida Suprema Ali Khamenei.

Il sistema creato da Khamenei

Uno degli elementi meno compresi della Repubblica Islamica riguarda la struttura stessa del potere.

Nel corso degli anni Ali Khamenei ha progressivamente rafforzato il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC o Pasdaran), trasformandolo da semplice forza militare ideologica in una gigantesca organizzazione che esercita influenza sulla politica, sull’economia, sui servizi segreti, sui media e sulla sicurezza nazionale.

Tuttavia, proprio la crescita enorme dei Pasdaran ha generato un problema.

Concentrando troppo potere nelle mani di un’unica struttura, si sarebbe creato il rischio che questa potesse diventare autonoma rispetto alla Guida Suprema stessa.

Per evitare la nascita di un potenziale concorrente, Khamenei avrebbe favorito nel tempo la formazione di diversi centri di potere e di fazioni interne in competizione tra loro.

In altre parole, il sistema iraniano sarebbe stato costruito secondo un equilibrio basato sulla rivalità reciproca.

Dopo Khamenei, chi controllerà realmente l’Iran?

La questione della successione rappresenta probabilmente il tema più importante per l’establishment iraniano.

Con l’avanzare dell’età della Guida Suprema, diverse componenti del sistema sembrano prepararsi alla futura redistribuzione del potere.

Non esiste infatti un blocco monolitico.

Al contrario, all’interno dell’IRGC convivono interessi economici, ideologici e politici differenti.

Da una parte vi sono ambienti più pragmatici, interessati a una progressiva normalizzazione dei rapporti internazionali e alla revoca delle sanzioni.

Dall’altra si trovano i settori più ideologici e radicali, convinti che qualsiasi apertura verso Washington rappresenti una minaccia esistenziale per la Repubblica Islamica.

Il caso delle lettere attribuite a Mojtaba Khamenei

Negli ultimi giorni le tensioni sono emerse pubblicamente.

Al centro della controversia vi sarebbero alcune presunte lettere attribuite a Mojtaba Khamenei, figlio della Guida Suprema e considerato da molti uno dei possibili candidati alla successione.

Secondo diverse ricostruzioni circolate negli ambienti politici iraniani, alcune fazioni avrebbero utilizzato questi documenti per sostenere che i negoziati con Washington fossero stati autorizzati direttamente dal figlio di Khamenei.

Altre correnti avrebbero invece diffuso documenti opposti, sostenendo che Mojtaba fosse contrario all’attuale linea negoziale.

Indipendentemente dall’autenticità delle lettere, il fatto stesso che tali dispute siano finite nello spazio pubblico rappresenta un elemento significativo.

Ciò suggerisce infatti l’esistenza di una lotta interna sempre meno nascosta.

Lo scontro tra i falchi e i pragmatici

Tra le figure più vicine all’ala dura del sistema viene frequentemente indicato Saeed Jalili, già negoziatore nucleare e storico rappresentante dell’orientamento più ideologico.

All’interno di questa corrente viene spesso citato anche Mahmoud Nabavian, religioso e membro del Parlamento.

Secondo quanto riportato dai media iraniani, Nabavian sarebbe arrivato a tentare di leggere in diretta televisiva documenti riservati riguardanti la posizione di Mojtaba Khamenei sui negoziati con gli Stati Uniti.

La trasmissione sarebbe stata interrotta bruscamente e la televisione di Stato avrebbe successivamente definito l’accaduto una grave violazione, annunciando provvedimenti disciplinari.

L’episodio ha mostrato come le tensioni tra le diverse fazioni siano ormai difficili da nascondere.

Ginevra e il tentativo di bloccare i negoziati

Nonostante le resistenze dei falchi, la delegazione iraniana vicina all’area più pragmatica, associata politicamente a Mohammad Bagher Qalibaf, avrebbe comunque raggiunto Ginevra per proseguire i colloqui.

Alcune indiscrezioni riferiscono che persino all’interno del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale l’approvazione del Memorandum d’Intesa non sarebbe stata unanime.

Secondo queste ricostruzioni, un solo membro avrebbe espresso voto contrario, circostanza interpretata da molti osservatori come indice delle profonde divisioni esistenti.

Hormuz e la guerra delle narrative

Parallelamente ai negoziati sono emerse anche dichiarazioni riguardanti una possibile chiusura dello Stretto di Hormuz.

La minaccia, rilanciata da ambienti vicini ai settori più radicali, avrebbe avuto l’obiettivo di aumentare la pressione internazionale.

Tuttavia, la situazione operativa sul campo e le comunicazioni americane hanno continuato a indicare la regolare apertura delle rotte marittime, mentre il traffico commerciale proseguiva.

Anche questo episodio viene interpretato da alcuni analisti come un riflesso delle differenti strategie presenti all’interno dell’apparato iraniano.

La strategia di Trump: pressione economica anziché guerra

Una delle caratteristiche principali della politica di Donald Trump nei confronti dell’Iran è sempre stata la pressione economica.

Durante il suo primo mandato la strategia della “massima pressione” puntava a colpire le capacità finanziarie della Repubblica Islamica senza ricorrere a una guerra diretta.

Secondo alcuni osservatori, l’attuale approccio continuerebbe a seguire la stessa logica.

L’obiettivo non sarebbe tanto quello di rovesciare militarmente il regime, quanto quello di accentuarne le contraddizioni interne, facendo emergere le divisioni tra le componenti più ideologiche e quelle maggiormente interessate ai benefici economici derivanti da una normalizzazione dei rapporti con l’Occidente.

In questa interpretazione, il Memorandum d’Intesa rappresenterebbe soltanto uno strumento e non il fine ultimo.

Una lotta per la successione?

Molti esperti ritengono che il vero tema sia la successione a Khamenei.

Il futuro assetto del potere iraniano dipenderà probabilmente dagli equilibri che emergeranno tra i Pasdaran, il clero, i servizi di sicurezza e le varie reti economiche che orbitano attorno alla Repubblica Islamica.

La competizione attuale potrebbe quindi rappresentare soltanto l’inizio di un processo destinato a ridefinire il sistema politico iraniano.

Conclusioni

Mentre l’attenzione internazionale continua a concentrarsi sul Memorandum d’Intesa e sui negoziati tra Washington e Teheran, la partita più importante potrebbe svolgersi all’interno stesso della Repubblica Islamica.

Le dispute pubbliche, le fughe di notizie, gli scontri tra fazioni e le differenti visioni strategiche mostrano un sistema attraversato da tensioni profonde.

Se queste fratture continueranno ad ampliarsi, il futuro dell’Iran potrebbe essere determinato non tanto da una guerra esterna, quanto dalla competizione tra i diversi centri di potere che compongono il regime.

In questo scenario, il Memorandum d’Intesa potrebbe essere ricordato non come il punto di arrivo, ma come il catalizzatore di una trasformazione molto più profonda.


Fonti e approfondimenti

Rand Paul rilancia il caso dei biolaboratori all’estero: dopo i documenti declassificati da Tulsi Gabbard torna il dibattito sui programmi biologici americani

0
https://images.openai.com/static-rsc-4/1ZuJC9eTqIfDtzRQAk6wCH-audQS2fw7FBP7iUMrmbut3cotM8Wzt7xJ9kqMW9noF24Fw3-eyQ4EzztjCm6ZSWCiJbPYxmsT2H_jNsMmIZ0d8f2_DJwDDB3oOb1PB1wA7Lt_ic0w-nEy9Bnf0FbbFVFd0vH8g4FFybB7WHvkmpye7x4LLlOYHPPeKoXn0cwn?purpose=fullsize
https://images.openai.com/static-rsc-4/nlwwVh7skJTW6k8X5LRNC4uNPmlVbu6X8L_aJlivv5cX_1_NQzk7yb4UDICEjBD7m8zOgv42lQP2vnNTI1tLixLiNqDp_2pbXykav5VlqnEDDWXC6Qj7lLRaHXxaJwLUGXKRNi0I1ulrENziczcscpe2Q384LbRPdKl4QwNun7fhBReCTTPX0s1rJxCBqAh9?purpose=fullsize
https://images.openai.com/static-rsc-4/pKpGs5gD8PdEicJ5KepjaF2GS0iIHlNsvfRDXmoRjigJABW0SNeMdxIXGxzowXlRMGfrCmdaqnltD0CZVABwfyXzvfxqscE67IyAI2ntp1sydg4aykI-tMgEVe8QMqAGsCIotQhGFvrWNkLr0MQ03LKVdcIn1NvToXGSyJs8R-QsudtZ4U-0l39TWKEejTB6?purpose=fullsize

Il dibattito sui biolaboratori finanziati dagli Stati Uniti all’estero è tornato al centro della scena politica americana dopo la decisione della direttrice dell’Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, di declassificare una serie di documenti riguardanti programmi di ricerca biologica sostenuti da Washington in diversi Paesi del mondo.

Tra coloro che hanno immediatamente chiesto nuove indagini figura il senatore repubblicano del Kentucky Rand Paul, protagonista negli ultimi anni di numerosi scontri con Anthony Fauci sulla questione delle ricerche cosiddette “gain-of-function” e sull’origine del Covid-19.


Oltre 120 laboratori in più di 30 Paesi

Secondo quanto riportato dopo la declassificazione dei documenti, gli Stati Uniti avrebbero sostenuto o finanziato oltre 120 laboratori biologici distribuiti in più di 30 nazioni, comprese alcune strutture presenti in Ucraina impegnate nello studio di agenti patogeni potenzialmente pericolosi.

Si tratta di un tema che negli anni della pandemia aveva generato fortissime polemiche.

Molti osservatori sostenevano infatti l’esistenza di programmi biologici internazionali finanziati da Washington, mentre altri accusavano tali affermazioni di essere semplici teorie del complotto.

Rand Paul sostiene oggi che i nuovi documenti dimostrino che quei laboratori esistevano realmente:

«Per anni, quando si parlava di laboratori in Ucraina, ci veniva detto che si trattava di una teoria del complotto. Ora scopriamo che esistevano davvero».


Il nodo delle ricerche “gain-of-function”

Il cuore della controversia riguarda le cosiddette ricerche di “gain-of-function”, cioè esperimenti che modificano virus o altri patogeni per comprenderne meglio l’evoluzione, la trasmissibilità e la capacità di infettare gli esseri umani.

I sostenitori di tali studi ritengono che essi permettano di prepararsi meglio a future pandemie.

I critici, invece, sottolineano il rischio che organismi modificati possano accidentalmente fuoriuscire dai laboratori o essere utilizzati in modo improprio.

Paul ha dichiarato:

«Non vogliamo sostenere un laboratorio che prende un virus e lo rende più adattato agli esseri umani. È quello che stavano facendo a Wuhan».


La teoria dell’esternalizzazione della ricerca

Secondo il senatore repubblicano, alcuni esperimenti particolarmente controversi potrebbero essere stati trasferiti all’estero proprio per evitare le restrizioni e le obiezioni che avrebbero incontrato negli Stati Uniti.

Paul sostiene infatti:

«Alcune ricerche vengono affidate a Paesi stranieri perché chi le promuove sa che sono pericolose e che incontrerebbero una forte opposizione se fossero condotte sul suolo americano».

Questa interpretazione rappresenta uno dei punti più controversi dell’intera vicenda e continua a dividere comunità scientifica, apparato di sicurezza e mondo politico.


Le accuse di mancanza di trasparenza

Il senatore ha inoltre accusato parte della burocrazia federale e dell’apparato d’intelligence di avere ostacolato i tentativi di controllo del Congresso.

Secondo Paul:

«Nascondono le cose perché non vogliono essere sottoposti a scrutinio».

Nel corso degli anni egli ha più volte denunciato difficoltà nell’ottenere documenti classificati relativi ai programmi biologici e alle attività delle agenzie federali.


Nuove polemiche su Anthony Fauci

Le nuove rivelazioni hanno riacceso anche la controversia attorno ad Anthony Fauci.

Secondo documenti recentemente emersi, alcune strutture dell’intelligence americana avrebbero archiviato o ridimensionato accuse riguardanti presunte dichiarazioni fuorvianti rese da Fauci al Congresso sulla natura delle ricerche finanziate presso il laboratorio di Wuhan.

Paul sostiene da anni che durante la pandemia siano state utilizzate definizioni estremamente restrittive del termine “gain-of-function”, consentendo alle agenzie federali di sostenere che determinati esperimenti non rientrassero formalmente in quella categoria.


La proposta di una commissione presidenziale

Per affrontare il problema, Rand Paul propone la creazione di una commissione presidenziale composta da scienziati indipendenti incaricati di esaminare preventivamente i progetti di ricerca riguardanti agenti patogeni pericolosi.

L’obiettivo sarebbe valutare, caso per caso, se i benefici scientifici superino i rischi associati a tali studi.

Secondo il senatore:

«Esamineremo laboratorio per laboratorio e patogeno per patogeno, rendendo pubblici i rischi connessi».


Un dibattito destinato a proseguire

La vicenda riapre una delle questioni più controverse emerse dopo la pandemia:

  • il livello di trasparenza delle agenzie federali;
  • il finanziamento americano a programmi biologici all’estero;
  • la regolamentazione delle ricerche gain-of-function;
  • il ruolo svolto da Wuhan e da altri laboratori internazionali;
  • il bilanciamento tra sicurezza biologica e ricerca scientifica.

Le nuove declassificazioni volute da Tulsi Gabbard e le richieste di ulteriori indagini avanzate da Rand Paul indicano che il confronto politico e scientifico sul tema è tutt’altro che concluso.

Fonti

  • The National Desk: «Rand Paul calls for new scrutiny of overseas biolabs after Gabbard declassifies documents»
  • The National News Desk/AP
  • New York Post: documenti relativi alle controversie su Anthony Fauci e Wuhan

The National Desk

Rand Paul chiede nuove indagini sui biolaboratori all’estero dopo i documenti declassificati da Tulsi Gabbard

https://thenationaldesk.com/news/americas-news-now/rand-paul-calls-for-new-scrutiny-of-overseas-biolabs-after-gabbard-declassifies-documents-covid19-trump-administration-biological-research-ukraine-dangerous-pathogens-research-experiments-influenza-pentagon

New York Post

Tulsi Gabbard rende pubbliche informazioni declassificate su oltre 120 biolaboratori finanziati dagli Stati Uniti

https://nypost.com/2026/06/12/us-news/outgoing-dni-tulsi-gabbard-releases-declassified-info-on-120-foreign-biolabs

New York Post

Nuovi documenti sul ruolo di Anthony Fauci e sulle ricerche gain-of-function

https://nypost.com/2026/06/19/us-news/anthony-fauci-gave-millions-in-taxpayer-dollars-to-fund-wuhan-lab-research-tulsi-gabbard

CBS 12 News

Rand Paul chiede maggiore controllo sui biolaboratori finanziati dagli Stati Uniti

https://cbs12.com/news/nation-world/rand-paul-calls-for-new-scrutiny-of-overseas-biolabs-after-gabbard-declassifies-documents-covid19-trump-administration-biological-research-ukraine-dangerous-pathogens-research-experiments-influenza-pentagon

Ordine esecutivo di Donald Trump sulle ricerche gain-of-function

The White House

https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/05/improving-the-safety-and-security-of-biological-research

U.S. Department of Defense

Cooperative Threat Reduction Program

https://www.defense.gov/Spotlights/Cooperative-Threat-Reduction-Program

Victoria Nuland sulla presenza di laboratori biologici in Ucraina (audizione al Congresso)

https://www.c-span.org/video/?518869-1/undersecretary-state-victoria-nuland-testifies-ukraine

Office of the Director of National Intelligence (ODNI)

Documenti e comunicati dell’intelligence statunitense

https://www.dni.gov

Queste fonti consentono di distinguere tra i dati emersi dai documenti declassificati, le dichiarazioni politiche di Rand Paul e Tulsi Gabbard e le posizioni degli esperti che contestano l’interpretazione secondo cui tali strutture sarebbero state laboratori segreti o programmi di armi biologiche.

Il rabbino Beck e il vero antisionismo ebraico: perché, secondo una parte dell’ebraismo religioso, sionismo e giudaismo sono due realtà profondamente diverse

0

Introduzione: una distinzione quasi scomparsa nel dibattito pubblico

Nel dibattito contemporaneo si tende spesso a considerare ebraismo, sionismo e Stato di Israele come tre concetti perfettamente sovrapponibili. La critica al sionismo viene frequentemente interpretata come una forma di antisemitismo, mentre il sostegno allo Stato di Israele viene presentato come una naturale conseguenza dell’identità ebraica.

Eppure, questa equivalenza non è condivisa da tutti gli ebrei.

Esiste infatti una corrente antisionista interna all’ebraismo, soprattutto nell’ambito ultraortodosso, che considera il sionismo moderno non come l’espressione della tradizione religiosa ebraica, ma come una sua trasformazione radicale.

Tra i rappresentanti più conosciuti di questa posizione vi è il rabbino Beck, il quale sostiene che il giudaismo e il sionismo siano due realtà profondamente diverse e, sotto alcuni aspetti, persino incompatibili. Le sue argomentazioni, pur non rappresentando l’intero mondo ebraico, affondano le loro radici in una lunga tradizione teologica precedente alla nascita dello Stato di Israele.


Ebraismo e sionismo non sono sinonimi

Uno dei punti centrali del pensiero del rabbino Beck è la distinzione tra ebraismo e sionismo.

Secondo il rabbino, l’ebraismo è una religione e non una nazionalità.

L’identità ebraica, nella prospettiva religiosa tradizionale, non sarebbe fondata sulla razza, sul sangue o sull’appartenenza territoriale, ma sull’adesione ai principi della Torah e ai comandamenti divini.

Un ebreo, afferma Beck, può essere europeo, africano, asiatico o americano; ciò che conta non è la terra di provenienza ma la relazione con Dio e con la Legge rivelata.

Secondo questa visione, il popolo ebraico non sarebbe una nazione nel senso moderno del termine, ma una comunità religiosa unita dalla Torah.


Il vero significato del “popolo eletto”

Uno degli aspetti che il rabbino Beck ritiene maggiormente travisati riguarda il concetto di “popolo eletto”.

Nell’immaginario comune, e soprattutto nella propaganda antiebraica, questa espressione viene talvolta interpretata come una presunta rivendicazione di superiorità razziale o di dominio sugli altri popoli.

Secondo Beck, si tratta di una completa distorsione della tradizione ebraica.

Per il rabbino, l’elezione del popolo ebraico non significa essere “padroni del mondo” né possedere diritti speciali sugli altri uomini.

Significa, piuttosto, essere gravati da una responsabilità spirituale maggiore.

Dio avrebbe dato all’umanità le leggi universali di Noè, mentre agli ebrei avrebbe affidato i 613 precetti della Torah. L’elezione, dunque, sarebbe un compito e non un privilegio.

Essere “popolo eletto” significherebbe:

  • avvicinarsi maggiormente a Dio;
  • vivere una vita più rigorosa dal punto di vista morale e religioso;
  • testimoniare l’esistenza del Creatore;
  • contribuire all’elevazione spirituale dell’umanità.

Secondo Beck, l’idea che il popolo eletto implichi una superiorità etnica o il diritto di fare qualsiasi cosa sarebbe una deformazione del concetto biblico originario.


La Torah fu data nel deserto, non nella Terra Santa

Un altro elemento che Beck considera fondamentale riguarda il luogo stesso nel quale venne consegnata la Torah.

Secondo la tradizione, Dio non consegnò la Legge nella Terra d’Israele, ma nel deserto del Sinai.

Per il rabbino, questo particolare possiede un profondo significato teologico.

Se l’identità ebraica fosse stata fondata sulla terra o sul nazionalismo, Dio avrebbe dato la Torah direttamente nella Terra Promessa.

Il fatto che ciò sia avvenuto nel deserto dimostrerebbe, secondo Beck, che il legame che unisce gli ebrei non è territoriale ma spirituale.

La vera patria dell’ebreo sarebbe quindi la Torah, non uno Stato o un confine geografico.


La Terra Promessa: una promessa condizionata

Uno dei temi più controversi affrontati dal rabbino Beck riguarda la Terra Promessa.

Secondo il rabbino, è vero che nella Torah Dio promise una terra al popolo ebraico.

Tuttavia, quella promessa non sarebbe assoluta, ma subordinata alla fedeltà del popolo a Dio.

Secondo Beck, la Torah conterrebbe decine di riferimenti che avvertono gli ebrei che, qualora si fossero allontanati dai comandamenti divini, sarebbero stati espulsi dalla terra.

In altre parole:

  • Dio concesse la terra;
  • Dio stabilì le condizioni per mantenerla;
  • Dio stesso decretò l’esilio.

I profeti, in particolare Geremia, Isaia ed Ezechiele, avrebbero annunciato l’esilio come conseguenza della disobbedienza del popolo.

Da questa prospettiva, la distruzione del Tempio e la dispersione degli ebrei nel mondo non sarebbero stati semplici eventi storici, ma parte del piano divino.

Lo stesso Dio che aveva concesso la terra sarebbe dunque anche colui che l’avrebbe temporaneamente sottratta.


L’attesa del Messia e la fine dell’esilio

Secondo il rabbino Beck, la conclusione dell’esilio non può essere realizzata dall’uomo.

Il ritorno definitivo nella Terra Santa sarebbe possibile soltanto con la venuta del Messia.

L’uomo, pertanto, non dovrebbe accelerare questo processo attraverso mezzi politici o militari.

Il Messia, nella tradizione ebraica, non sarebbe un conquistatore o un capo di guerra.

Al contrario, egli instaurerebbe un’epoca di pace universale nella quale tutte le nazioni vivrebbero in armonia.

Da qui nasce la convinzione di molte correnti ultraortodosse secondo cui la redenzione non possa essere prodotta dall’azione politica umana.


Le Tre Giuramenti e il divieto di forzare la redenzione

Una delle principali basi teologiche dell’antisionismo religioso è costituita dalle cosiddette Tre Giuramenti del Talmud, nel trattato Ketubot 111a.

Secondo l’interpretazione delle correnti haredi:

  • gli ebrei non devono ribellarsi alle nazioni;
  • non devono conquistare la Terra Santa con la forza;
  • devono attendere pazientemente la redenzione messianica.

Per Beck, il sionismo avrebbe infranto questi principi, cercando di porre fine all’esilio attraverso un progetto politico e nazionale.


La nascita del sionismo moderno

Secondo il rabbino Beck, il sionismo nacque alla fine del XIX secolo con Theodor Herzl.

Herzl, osserva il rabbino, era un pensatore laico e non fondava la propria visione sulla Torah, bensì sul nazionalismo europeo dell’epoca.

Il sionismo avrebbe quindi cercato di operare una trasformazione radicale:

non più l’ebraismo come religione, ma l’ebraismo come nazione.

Non più la centralità della Torah, ma quella dello Stato.

Non più l’attesa messianica, ma l’autodeterminazione politica.

Da qui una delle affermazioni più forti del rabbino:

«Il sionismo ha cercato di trasformare l’ebraismo da religione in movimento nazionale».


La critica all’uso politico della Bibbia

Secondo Beck, i riferimenti alla Terra Promessa e al popolo eletto utilizzati dai leader sionisti sarebbero spesso estrapolati dal loro contesto religioso.

Il rabbino considera contraddittorio che uomini politici laici o non osservanti invochino la Torah per giustificare rivendicazioni territoriali.

La sua critica è semplice:

se la promessa proviene da Dio e dalla Torah, come può essere utilizzata da chi non riconosce l’autorità della Torah stessa?


L’antisionismo ebraico non nasce oggi

Contrariamente a quanto spesso si crede, l’opposizione religiosa al sionismo è precedente alla nascita dello Stato di Israele.

Numerosi rabbini ortodossi si opposero già alla fine del XIX secolo al progetto nazionalista di Herzl.

Ancora oggi movimenti come:

  • Satmar;
  • Neturei Karta;
  • Edah HaChareidis;

continuano a considerare lo Stato di Israele una costruzione politica incompatibile con la tradizione religiosa.


Antisionismo non significa antisemitismo

Uno dei punti fondamentali del rabbino Beck è la distinzione tra ebrei e sionismo.

Secondo questa prospettiva, criticare il sionismo o le politiche dello Stato di Israele non significa automaticamente odiare gli ebrei.

L’antisionismo religioso ebraico si presenta come una critica teologica e politica, non come una forma di antisemitismo.


Conclusione

Le posizioni del rabbino Beck non rappresentano l’intero mondo ebraico e sono contestate da numerosi rabbini e da gran parte dell’ebraismo contemporaneo.

Tuttavia, esse testimoniano l’esistenza di una tradizione antisionista interna all’ebraismo stesso, spesso ignorata nel dibattito pubblico.

Secondo Beck, il vero ebraismo non si identifica con uno Stato, con un esercito o con un progetto nazionale, ma con la Torah, con la fede e con l’attesa del Messia.

In questa prospettiva, il popolo eletto non rappresenta una superiorità sugli altri uomini e la Terra Promessa non è una concessione incondizionata, ma una realtà subordinata alla volontà divina.

Che si condividano o meno queste interpretazioni, esse ricordano come l’ebraismo e il sionismo non siano necessariamente sinonimi e come all’interno della stessa tradizione ebraica esistano letture profondamente diverse del rapporto tra religione, identità nazionale e Terra d’Israele.


Link e riferimenti utili

Testi biblici ebraici e Tanakh


Talmud e Tre Giuramenti


Maimonide (Rambam)


Sionismo e Theodor Herzl


Ebraismo ultraortodosso antisionista


Stato di Israele e sionismo religioso


Fonti sul giudaismo

Douglas Macgregor: «Trump rischia la vita dopo essersi scontrato con Israele». L’ex consigliere del Pentagono lancia l’allarme sul futuro degli Stati Uniti e del Medio Oriente

0

Le parole pronunciate dal colonnello in pensione Douglas Macgregor durante la sua ultima intervista rappresentano probabilmente una delle analisi più dure e controverse mai espresse da una figura appartenuta ai vertici militari americani.

Ex consigliere del Dipartimento della Difesa e per anni uno degli strateghi più ascoltati dell’esercito statunitense, Macgregor ha dipinto uno scenario nel quale Donald Trump si troverebbe oggi al centro di una battaglia politica e geopolitica che va ben oltre il conflitto con l’Iran e che potrebbe avere conseguenze profonde sul futuro degli Stati Uniti stessi.

Trump non voleva la guerra

Secondo Macgregor, Donald Trump non avrebbe mai realmente desiderato una guerra contro l’Iran.

L’ex colonnello ha ricordato di aver avuto in passato diversi colloqui con Trump e di aver sempre percepito in lui una convinzione molto chiara: gli Stati Uniti non avrebbero avuto alcun interesse a entrare in un nuovo conflitto in Medio Oriente.

Trump, sostiene Macgregor, sarebbe sempre stato convinto che un accordo con Teheran fosse possibile e che l’America dovesse concentrarsi principalmente sui propri interessi interni.

L’intervento militare e i bombardamenti contro l’Iran sarebbero stati, secondo la sua ricostruzione, il risultato di pressioni enormi provenienti dall’establishment politico e dai gruppi più favorevoli a una linea di confronto permanente.

«Trump è stato sopraffatto dalle pressioni»

Macgregor ritiene che il presidente americano abbia inizialmente creduto di poter ottenere una rapida vittoria militare.

Tuttavia, dopo le prime settimane di escalation, avrebbe compreso che non esisteva una soluzione militare definitiva.

Secondo l’ex ufficiale:

«Non importa quante volte bombardi queste persone, non funzionerà.»

Per Macgregor, Trump avrebbe compreso che continuare il conflitto avrebbe significato trascinare gli Stati Uniti verso una spirale di costi economici, instabilità finanziaria e ulteriore perdita di influenza internazionale.

Il vero problema di Trump: Benjamin Netanyahu

Secondo Macgregor, il nodo principale sarebbe oggi rappresentato dal rapporto con il governo israeliano.

L’ex colonnello sostiene che Benjamin Netanyahu e i suoi sostenitori a Washington stiano cercando di influenzare i termini di qualsiasi accordo con Teheran e di mantenere viva una strategia di pressione permanente.

Macgregor arriva a sostenere che il primo ministro israeliano sarebbe pronto a mobilitare senatori, think tank, media e gruppi di pressione per costringere Trump a tornare su posizioni più aggressive.

Secondo la sua analisi, una parte significativa della classe politica americana continuerebbe a considerare la sicurezza di Israele il perno della politica estera degli Stati Uniti.

«La priorità non è il Grande Israele ma la sopravvivenza dello Stato israeliano»

Macgregor afferma che l’obiettivo strategico dovrebbe cambiare radicalmente.

A suo giudizio, la priorità non dovrebbe essere l’espansione geopolitica israeliana, ma la sopravvivenza stessa dello Stato di Israele.

Per l’ex consigliere del Pentagono, proseguire lungo la strada dell’escalation potrebbe portare a conseguenze imprevedibili e ad una crescente instabilità regionale.

La grande svolta di Trump

Uno dei passaggi che più hanno colpito Macgregor riguarda alcune recenti dichiarazioni del presidente americano.

Trump ha infatti criticato apertamente le operazioni militari israeliane, chiedendosi perché fosse necessario distruggere interi edifici pieni di persone per eliminare un singolo obiettivo.

Secondo Macgregor, quelle parole rappresenterebbero soltanto «la punta dell’iceberg».

L’ex colonnello ipotizza che Trump abbia finalmente preso visione di informazioni e immagini riguardanti le devastazioni provocate dai conflitti a Gaza, in Libano e nel resto del Medio Oriente e che abbia deciso che fosse arrivato il momento di fermare l’escalation.

L’allarme più inquietante: «Temo per la sua vita»

Ma è nella parte finale dell’intervista che Macgregor pronuncia le parole più drammatiche.

Quando gli viene chiesto se Trump rischi politicamente dopo aver preso le distanze dalla linea più dura sostenuta da Netanyahu, l’ex ufficiale risponde senza esitazioni:

«La mia più grande paura non è che si dimetta. La mia più grande paura è l’assassinio.»

Macgregor precisa immediatamente di non possedere alcuna informazione segreta o elementi di intelligence.

Non parla di complotti né di piani in corso.

Si tratta, sottolinea, di una preoccupazione personale maturata osservando la violenza della lotta politica americana e le enormi forze che potrebbero mobilitarsi contro un presidente deciso a modificare decenni di politica estera.

Kennedy come precedente storico

Macgregor ricorda di aver vissuto personalmente l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy nel 1963.

Un evento che, secondo lui, dimostra come i presidenti americani possano diventare figure estremamente vulnerabili nei momenti di maggiore tensione politica.

Per questo motivo l’ex colonnello ritiene che Trump dovrebbe rivalutare molte persone che lo circondano e riconsiderare diversi incarichi all’interno della propria amministrazione.

Le pressioni potrebbero diventare enormi

Secondo Macgregor, uno scontro aperto con gli ambienti più vicini a Israele potrebbe tradursi in:

  • campagne mediatiche aggressive;
  • indagini politiche;
  • utilizzo di scandali e dossier;
  • mobilitazione del Congresso;
  • tentativi di isolamento politico;
  • attacchi continui da parte di settori influenti dell’establishment americano.

Il sistema americano non è onnipotente

L’ex consigliere del Pentagono descrive inoltre una struttura di potere molto più complessa di quella immaginata dall’opinione pubblica.

Secondo lui, il presidente degli Stati Uniti non governa da solo.

Esistono enormi centri di influenza:

  • complesso militare-industriale;
  • lobby farmaceutiche;
  • gruppi finanziari;
  • apparati burocratici;
  • industria agricola;
  • Congresso;
  • apparati militari.

Tutti soggetti che possono rallentare, modificare o addirittura bloccare l’azione del presidente.

La guerra con l’Iran ha cambiato tutto

Macgregor sostiene che il conflitto abbia segnato un cambiamento epocale.

Secondo la sua visione, l’epoca nella quale gli Stati Uniti potevano intervenire militarmente ovunque imponendo la propria volontà starebbe giungendo al termine.

L’evoluzione tecnologica, i missili balistici, i droni, i sistemi di sorveglianza satellitare e la diffusione delle nuove capacità militari avrebbero reso impossibile replicare i modelli di guerra del passato.

Iran e Turchia saranno le nuove potenze del Medio Oriente

Una delle tesi più forti sostenute dall’ex ufficiale riguarda i futuri equilibri regionali.

Secondo Macgregor:

  • l’Iran emergerà come uno dei grandi vincitori strategici;
  • la Turchia rappresenterà l’altra grande potenza destinata a dominare il Medio Oriente;
  • la NATO sarebbe avviata verso un progressivo declino;
  • l’Europa starebbe perdendo centralità;
  • il sistema internazionale si starebbe muovendo verso una configurazione multipolare.

Russia, Cina, India, Iran e Turchia sarebbero, secondo la sua analisi, i protagonisti del nuovo ordine mondiale emergente.

«L’America non ha bisogno di un impero»

Richiamando il declino dell’Impero britannico dopo la crisi di Suez, Macgregor sostiene che gli Stati Uniti non abbiano bisogno di mantenere una presenza militare globale.

Secondo lui, Donald Trump avrebbe sempre compreso una verità fondamentale:

«L’America che va dall’Atlantico al Pacifico è già il nostro impero. Non abbiamo bisogno di altro.»

Una visione che si contrappone direttamente a quella dei neoconservatori, i quali continuano a immaginare un mondo dominato dalla presenza militare americana.

Un passaggio storico

Per Douglas Macgregor, la questione non riguarda soltanto Israele, l’Iran o Donald Trump.

La guerra avrebbe semplicemente accelerato un processo storico molto più ampio.

Il mondo unipolare nato dopo la Guerra Fredda starebbe lasciando il posto ad un sistema nel quale nessuna potenza sarà più in grado di dominare da sola.

E proprio questa transizione, secondo l’ex consigliere del Pentagono, starebbe generando tensioni sempre più forti all’interno degli stessi Stati Uniti.

Una fase storica che, nelle sue parole, potrebbe rivelarsi molto più pericolosa di quanto oggi molti siano disposti ad ammettere.


Fonti

I cani da riporto della controinformazione italiana e la realtà piegata all’ideologia: quando le opinioni diventano fatti

0

Esiste un fenomeno sempre più evidente all’interno di una parte della controinformazione italiana. Un fenomeno che, paradossalmente, riproduce esattamente i meccanismi propagandistici che per anni sono stati denunciati nei confronti dei grandi media.

Il problema non è avere opinioni.

Il problema non è nemmeno proporre interpretazioni alternative.

Il problema nasce quando le interpretazioni vengono presentate come fatti accertati e quando ogni evento viene piegato per confermare una visione ideologica preesistente.

La ricerca della verità viene sostituita dalla ricerca della conferma.

Le dichiarazioni mai avvenute diventano fatti

Negli ultimi giorni, alcuni esponenti della controinformazione hanno costruito un’intera analisi geopolitica partendo da una frase attribuita a Donald Trump secondo cui Giorgia Meloni lo avrebbe “implorato” per una fotografia e gli avrebbe “fatto pena”.

Peccato che non esista alcuna conferenza stampa, alcuna intervista ufficiale, alcun comunicato della Casa Bianca o alcuna registrazione che documenti tali parole.

Eppure, da questa frase mai verificata, è stata costruita un’intera teoria sulla rottura definitiva tra Italia e Stati Uniti.

Non si parte dai fatti per arrivare alle conclusioni.

Si parte dalle conclusioni e si cercano elementi per sostenerle.

La sconfitta che esiste perché si è deciso che esiste

Secondo questa narrativa, Donald Trump avrebbe subito una clamorosa sconfitta in Iran.

La prova?

Il fatto che l’Iran esista ancora.

Una tesi curiosa.

Perché la sopravvivenza di uno Stato non equivale automaticamente alla vittoria geopolitica.

Eppure viene presentata come una verità autoevidente.

Contemporaneamente si sostiene che l’Iran avrebbe addirittura diviso gli Stati Uniti e Israele, incrinando un’alleanza storica.

Anche qui le prove non vengono fornite.

Washington continua a garantire aiuti militari a Israele.

Le cooperazioni strategiche proseguono.

Le differenze tattiche vengono trasformate in una frattura epocale.

La diagnosi psicologica fatta dai commentatori

Un’altra caratteristica tipica di questa propaganda consiste nel trasformare giudizi politici in diagnosi psicologiche.

Un leader viene definito emotivamente instabile.

Si mette in dubbio la sua salute mentale.

Si citano impressioni personali di altri leader politici.

Ma una valutazione politica non è una diagnosi medica.

La psicologia non può essere sostituita dalle simpatie ideologiche.

Le grandi semplificazioni

Secondo alcuni commentatori, rompere con gli Stati Uniti e orientarsi verso Russia, Cina e Iran porterebbe “soltanto vantaggi”.

Soltanto vantaggi.

Come se non esistessero:

  • rapporti commerciali;
  • investimenti;
  • alleanze strategiche;
  • mercati finanziari;
  • interdipendenze industriali.

La complessità viene sostituita da slogan.

La geopolitica viene ridotta a una partita tra buoni e cattivi.

Washington decide tutto

Un’altra affermazione ricorrente sostiene che i principali ministeri italiani verrebbero scelti da Washington.

Un’accusa enorme.

Che, se fosse vera, rappresenterebbe uno scandalo storico senza precedenti.

Eppure non vengono mostrati documenti.

Non vengono presentate prove.

Non vengono indicate fonti.

Si pretende che l’affermazione venga accettata per fede.

La paura dell’islamismo sarebbe una costruzione propagandistica

Tra le affermazioni più sorprendenti vi è quella secondo cui il tema dell’islamizzazione verrebbe utilizzato esclusivamente per giustificare Israele.

Una teoria che ignora completamente decenni di storia.

Al-Qaeda.

ISIS.

Madrid.

Londra.

Bruxelles.

Parigi.

Nizza.

Il Bataclan.

Il 7 ottobre.

Tutti eventi documentati.

Riconoscere l’esistenza del terrorismo islamista non significa accusare l’intero mondo musulmano.

Così come riconoscere l’estremismo jihadista non significa negare il diritto di criticare le politiche del governo israeliano.

Ma ridurre tutto a una gigantesca operazione mediatica significa sostituire la storia con l’ideologia.

Le lobby israeliane controllano tutto

Secondo questa visione, le elezioni americane sarebbero finanziate dalle lobby israeliane.

Tutto ricondotto sempre allo stesso schema.

Ma la realtà è infinitamente più articolata.

Negli Stati Uniti agiscono:

  • colossi tecnologici;
  • fondi finanziari;
  • industria farmaceutica;
  • settore energetico;
  • sindacati;
  • gruppi ambientalisti;
  • organizzazioni religiose;
  • lobby industriali;
  • gruppi pro-Israele;
  • gruppi pro-palestinesi.

Ridurre ogni fenomeno politico a un’unica causa rappresenta la negazione stessa dell’analisi.

Le accuse economiche senza prove

Si arriva persino a sostenere che Trump e la sua famiglia avrebbero guadagnato centinaia di milioni di dollari grazie alla guerra attraverso operazioni speculative.

Si parla di inchieste.

Si parla di prove.

Ma le prove non vengono mostrate.

Le inchieste non vengono citate.

Le autorità competenti non vengono nominate.

L’accusa resta sospesa nel vuoto.

Ma viene ugualmente proposta al pubblico come se fosse già una verità dimostrata.

La contraddizione permanente

La stessa persona può essere descritta contemporaneamente come:

  • espressione delle oligarchie neoliberali;
  • uomo di Peter Thiel ed Elon Musk;
  • difensore del dollaro globale;

e pochi minuti dopo diventare:

  • il distruttore del vecchio sistema;
  • il promotore del multipolarismo;
  • il picconatore dell’ordine mondiale.

Le due tesi si escludono a vicenda.

Ma nella propaganda le contraddizioni non rappresentano un problema.

L’importante è che il messaggio rafforzi la narrativa del momento.

La nuova religione

Il paradosso è che una parte della controinformazione ha smesso di fare informazione.

È diventata una forma di fede.

Chi appartiene al gruppo ha sempre ragione.

Chi dissente viene accusato di essere:

  • servo del sistema;
  • globalista;
  • infiltrato;
  • sionista;
  • agente del nemico.

Il pensiero critico lascia il posto al tifo.

Le prove diventano secondarie.

Le convinzioni diventano dogmi.

E così, nel tentativo di combattere la propaganda, si finisce per produrre una propaganda ancora più aggressiva, più emotiva e più ideologica.

Una propaganda che pretende di essere libera semplicemente perché si definisce “alternativa”.

Ma una bugia non diventa vera soltanto perché viene pronunciata fuori dai grandi media.

E la verità non cambia a seconda della fazione politica o geopolitica di appartenenza.

Perché la ricerca della verità dovrebbe avere un solo padrone.

I fatti.

E i fatti, molto spesso, hanno il brutto vizio di non obbedire alle ideologie.


Fonti e approfondimenti

Edward Bernays e la propaganda

Psicologia delle masse e manipolazione

Bibliografia consigliata

  • Edward L. Bernays, Propaganda.
  • Edward L. Bernays, Crystallizing Public Opinion.
  • Edward L. Bernays, The Engineering of Consent.
  • Walter Lippmann, L’opinione pubblica.
  • Gustave Le Bon, Psicologia delle folle.
  • Jacques Ellul, Propaganda.
  • Noam Chomsky ed Edward Herman, La fabbrica del consenso.
  • Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo.
  • Jean Baudrillard, Simulacri e impostura.

Questi testi e studi permettono di comprendere come la propaganda, la selezione delle informazioni, la costruzione delle narrative e la manipolazione emotiva non siano fenomeni esclusivi dei media mainstream, ma possano manifestarsi anche all’interno della cosiddetta controinformazione, quando l’ideologia prevale sulla verifica dei fatti.


Link e fonti da inserire alla fine dell’articolo

Terrorismo islamista e jihadismo

Al-Qaeda

ISIS

Hamas

Hezbollah

Attentati terroristici

11 settembre 2001

Bataclan – Parigi 2015

Attentati di Madrid 2004

Attentati di Londra 2005

Attentato di Nizza 2016

Attentati di Bruxelles 2016

Attacco del 7 ottobre 2023

Islamismo politico

Propaganda e manipolazione dell’informazione


Approfondimenti consigliati

  • Lorenzo Vidino, Il jihadismo autoctono in Italia.
  • Gilles Kepel, Terrore e Martirio.
  • Olivier Roy, L’Islam globalizzato.
  • Bruce Hoffman, Inside Terrorism.
  • Jessica Stern, Terror in the Name of God.
  • Walter Laqueur, The Age of Terrorism.

Queste fonti mostrano che il terrorismo jihadista e l’islamismo radicale sono fenomeni storicamente documentati e studiati da governi, università, organismi internazionali e specialisti del settore, e non possono essere liquidati come semplici costruzioni propagandistiche.

I cani da riporto della controinformazione italiana: quando la propaganda sostituisce i fatti

0

Negli ultimi anni una parte consistente della cosiddetta controinformazione italiana ha finito per sviluppare gli stessi meccanismi propagandistici che per decenni ha denunciato nei media mainstream. Con una differenza fondamentale: mentre i grandi mezzi di comunicazione vengono accusati di manipolare la realtà per difendere il potere costituito, una certa controinformazione ha iniziato a deformare sistematicamente i fatti per sostenere le proprie convinzioni ideologiche.

La ricerca della verità è stata progressivamente sostituita dalla ricerca della conferma.

Non importa più cosa sia realmente accaduto.

Importa soltanto se un determinato evento può essere piegato per rafforzare la narrazione già prestabilita.

Le ipotesi diventano fatti

Uno degli aspetti più preoccupanti consiste nella continua trasformazione di ipotesi, impressioni o interpretazioni personali in verità assolute.

Un’indiscrezione diventa una prova.

Un sospetto si trasforma in una certezza.

Una divergenza diplomatica viene descritta come una rottura irreparabile.

Una dichiarazione non verificata viene trattata come un fatto storico.

Il problema non è proporre interpretazioni alternative. Il pluralismo delle idee è essenziale.

Il problema nasce quando le opinioni vengono presentate come fatti dimostrati senza alcuna documentazione verificabile.

La realtà viene adattata alla narrativa

Quando i fatti non confermano la visione ideologica, vengono semplicemente reinterpretati.

Se un evento favorisce la propria narrativa, esso viene amplificato.

Se la contraddice, viene minimizzato, ignorato o completamente capovolto.

Così una trattativa diplomatica diventa automaticamente una “sconfitta”.

Un compromesso viene presentato come una “resa”.

Una divergenza tattica viene trasformata in una “guerra tra alleati”.

Le sfumature spariscono.

Rimane soltanto la propaganda.

Lo stesso schema che si attribuisce ai media mainstream

Per anni questa parte della controinformazione ha accusato giornali e televisioni di:

  • selezionare le informazioni;
  • manipolare i contesti;
  • omettere elementi scomodi;
  • costruire narrazioni ideologiche;
  • confondere opinioni e fatti.

Eppure, sempre più spesso, utilizza esattamente gli stessi strumenti.

Cambia solamente il colore della propaganda.

Ma la propaganda resta propaganda.

La costruzione dei nemici assoluti

Un altro meccanismo tipico consiste nel dividere il mondo in maniera manichea.

Da una parte i “buoni”.

Dall’altra i “cattivi”.

Non esistono più complessità.

Non esistono interessi multipli.

Non esistono divergenze interne.

Ogni evento internazionale viene letto attraverso schemi rigidissimi:

  • tutto è controllato da qualcuno;
  • ogni crisi è pianificata;
  • ogni conflitto ha un unico responsabile;
  • ogni fenomeno sociale è una costruzione artificiale.

La realtà, però, è infinitamente più complessa delle categorie ideologiche.

La sostituzione dell’analisi con la fede

Il vero problema nasce quando la controinformazione smette di fare controinformazione e comincia a comportarsi come una religione.

Chi appartiene alla propria fazione ha sempre ragione.

Chi pone dubbi viene immediatamente etichettato come:

  • servo del sistema;
  • infiltrato;
  • globalista;
  • agente;
  • traditore.

L’analisi lascia spazio al tifo.

Il pensiero critico viene sostituito dalla fede.

E la fede, per definizione, non necessita di prove.

L’uso selettivo delle fonti

Le fonti vengono utilizzate in maniera strumentale.

Quando una fonte conferma la narrativa desiderata, viene considerata affidabile.

Quando la stessa fonte produce dati contrari, improvvisamente diventa parte del sistema.

Si verifica così una curiosa schizofrenia informativa:

si crede ciecamente a ciò che conferma le proprie convinzioni e si rifiuta tutto ciò che le mette in discussione.

Non è ricerca della verità.

È conferma dei propri pregiudizi.

Il paradosso della controinformazione

La grande ironia è che molti di coloro che si definiscono combattenti contro la propaganda finiscono per diventare essi stessi produttori di propaganda.

Denunciano la manipolazione ma manipolano.

Accusano gli altri di selezionare le notizie ma selezionano le notizie.

Parlano di pensiero critico ma pretendono adesione totale alle loro tesi.

Condannano il tifo ideologico ma vivono di tifoserie.

Combattono il conformismo producendo un nuovo conformismo.

La verità non appartiene a nessuno

La verità non è né di destra né di sinistra.

Non è atlantista né multipolare.

Non è sovranista né globalista.

Non è mainstream né alternativa.

La verità richiede qualcosa di molto più difficile:

la disponibilità a mettere continuamente in discussione le proprie convinzioni.

Perché il vero giornalismo non consiste nel trovare argomenti a sostegno delle proprie idee.

Consiste nel seguire i fatti, anche quando questi smentiscono ciò che vorremmo fosse vero.

Ed è proprio qui che una parte della controinformazione italiana sembra essersi smarrita.

Nel momento in cui l’ideologia prende il posto della realtà, la controinformazione cessa di essere uno strumento di libertà e si trasforma semplicemente in un’altra forma di propaganda.

Più arrabbiata.

Più settaria.

Ma non meno manipolatoria di quella che pretende di combattere.


Link e fonti consigliate da inserire alla fine dell’articolo

Sul concetto di propaganda e manipolazione delle masse

Studi e ricerche sulla propaganda e la disinformazione

Approfondimenti storici


Bibliografia essenziale

  • Edward L. Bernays, Propaganda. Come manipolare l’opinione pubblica.
  • Walter Lippmann, L’opinione pubblica.
  • Gustave Le Bon, Psicologia delle folle.
  • Jacques Ellul, Propaganda.
  • Noam Chomsky e Edward Herman, La fabbrica del consenso.

Questi riferimenti permettono di mostrare come la manipolazione dell’informazione, la costruzione delle narrative e la selezione dei fatti siano fenomeni studiati da oltre un secolo e non appartengano esclusivamente ai media mainstream, ma possano manifestarsi anche all’interno della cosiddetta controinformazione.

La falsa indignazione di informazione e controinformazione: l’ennesima fake news costruita su Trump

4

Ancora una volta si assiste a uno spettacolo ormai diventato quasi rituale. Informazione mainstream e controinformazione apparentemente antagonista, pur dichiarandosi su fronti opposti, finiscono per alimentare la stessa dinamica: prendere una voce non verificata, trasformarla in una certezza assoluta e costruirci sopra ore di commenti indignati.

L’ultima vicenda riguarda una presunta durissima reprimenda di Donald Trump contro il presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni.

Secondo la narrazione diffusa sui social e rilanciata da numerosi siti e commentatori, Trump avrebbe “demolito” politicamente la premier italiana, accusandola di aver cercato un riavvicinamento con Washington dopo essersi opposta agli sforzi americani per impedire all’Iran di ottenere armi nucleari.

Alla presunta lista di accuse si sarebbero aggiunte affermazioni secondo cui Meloni avrebbe insistito per ottenere fotografie con Trump durante il G7, che la sua popolarità sarebbe in calo e che l’Italia avrebbe addirittura negato agli Stati Uniti l’utilizzo di piste e infrastrutture aeroportuali, creando problemi logistici alle forze americane.

Il tutto condito dalla classica conclusione secondo cui Trump sarebbe profondamente scontento sia dell’Italia sia della NATO.

Il problema è uno solo: dove sono le prove?

Come accade sempre più spesso, migliaia di persone si sono indignate prima ancora di verificare se tali dichiarazioni fossero realmente avvenute.

Dove sarebbe il video?

Dove sarebbe la trascrizione ufficiale?

Dove sarebbe il comunicato della Casa Bianca?

Dove sarebbe l’intervista?

Dove sarebbe il post pubblicato da Trump?

Le frasi attribuite al presidente americano sono state rilanciate attraverso una catena di copie e condivisioni nella quale spesso si perde completamente l’origine primaria della notizia.

Si crea così il classico effetto valanga: un sito cita un account social, un altro sito cita il primo sito, alcuni influencer rilanciano il tutto e, nel giro di poche ore, un’informazione non verificata viene percepita come un fatto accertato.

Mainstream e controinformazione: due facce della stessa medaglia

La cosa più curiosa è che questa dinamica coinvolge tanto il mondo dell’informazione tradizionale quanto quello della cosiddetta controinformazione.

I primi utilizzano spesso qualsiasi presunta dichiarazione di Trump per confermare la narrativa del leader impulsivo e aggressivo.

I secondi, invece, utilizzano le stesse notizie per alimentare rabbia, indignazione e polarizzazione.

Cambiano i destinatari dell’odio, ma il meccanismo rimane identico.

Nessuno verifica.

Nessuno cerca la fonte primaria.

Nessuno si domanda se quelle parole siano realmente state pronunciate.

L’importante è poter trasformare immediatamente una voce in un’arma politica.

Il giornalismo dovrebbe partire dalle fonti, non dalle emozioni

Attribuire parole a un capo di Stato senza fornire alcuna prova rappresenta una pratica estremamente pericolosa.

La regola fondamentale del giornalismo è sempre stata una:

prima si verificano i fatti, poi si costruiscono i commenti.

Non il contrario.

Altrimenti si entra nel terreno della propaganda, dove l’obiettivo non è più informare ma provocare reazioni emotive.

La nuova economia dell’indignazione

Viviamo in un ecosistema mediatico nel quale l’indignazione è diventata una moneta.

Più una notizia è scandalosa, più genera clic.

Più genera rabbia, più viene condivisa.

Più viene condivisa, più produce visualizzazioni e guadagni.

E così la verifica delle fonti diventa un ostacolo da aggirare, mentre la velocità della diffusione prevale sulla ricerca della verità.

Il vero problema non è Trump

Che si ami o si detesti Donald Trump è del tutto irrilevante.

Il problema non riguarda Trump.

Il problema riguarda un sistema mediatico che troppo spesso sostituisce i fatti con le emozioni e la verifica con la propaganda.

Perché una notizia falsa resta falsa indipendentemente dal bersaglio.

E quando informazione e controinformazione finiscono per comportarsi nello stesso identico modo, cambiando soltanto la bandiera sotto la quale si schierano, forse è il caso di domandarsi se non siano diventate, in fondo, parte dello stesso meccanismo.

Prima di indignarsi, sarebbe opportuno porsi una domanda molto semplice:

«Dove si trova la fonte originale?»

Perché senza una fonte verificabile, anche la notizia più clamorosa rischia di essere soltanto l’ennesima fake news destinata a diventare virale.


Fonti e link utili

Casa Bianca

Account ufficiale di Donald Trump su Truth Social

Account ufficiale della Casa Bianca su X

Presidenza del Consiglio dei Ministri

NATO

G7 Canada 2026

Verifica delle dichiarazioni ufficiali del Presidente degli Stati Uniti

Archivio dei discorsi e delle dichiarazioni presidenziali

Fact-checking e verifica delle notizie

Truth Social (ricerca post di Trump)


Fonti da verificare prima di attribuire dichiarazioni a un capo di Stato

  • Comunicato ufficiale della Casa Bianca.
  • Trascrizione ufficiale di un discorso o di un’intervista.
  • Video integrale dell’intervento.
  • Post pubblicato direttamente dall’interessato.
  • Conferenza stampa registrata.
  • Fonti giornalistiche che riportino la dichiarazione con citazione diretta e verificabile.

In assenza di questi elementi, qualsiasi frase attribuita a Donald Trump, Giorgia Meloni o a qualsiasi altro leader politico dovrebbe essere trattata con estrema cautela e sottoposta a verifica prima di essere considerata autentica.

I cani da riporto della controinformazione italiana e il paradosso Trump: urlano contro l’America mentre gli Stati Uniti sono gli unici a sfidare molti dei sistemi che denunciano

0

Esiste un fenomeno curioso che caratterizza ormai una parte consistente della controinformazione italiana. Da anni essa costruisce gran parte della propria identità politica e culturale attorno a un riflesso quasi pavloviano: qualsiasi cosa faccia Donald Trump, qualsiasi posizione assuma la sua amministrazione, qualsiasi provvedimento venga adottato dagli Stati Uniti, la reazione è sempre la stessa.

Attaccare.

Criticare.

Demonizzare.

Trump è diventato, per molti, il nemico perfetto. Non importa quali politiche vengano realmente adottate. Non importano i fatti. Non importano i risultati concreti. L’antiamericanismo e l’antitrumpismo sono diventati una religione.

Ed è proprio qui che emerge un paradosso straordinario.

Le scie chimiche e il primo bando negli Stati Uniti

Per anni la controinformazione italiana ha denunciato il fenomeno delle scie chimiche come una minaccia globale. Eppure, quando diversi Stati americani hanno iniziato a introdurre normative e divieti contro le operazioni di geoingegneria atmosferica, il silenzio è stato quasi totale.

Secondo i sostenitori di queste teorie, il problema sarebbe enorme e planetario.

Eppure, proprio l’America tanto odiata è diventata il primo Paese al mondo a vedere una mobilitazione legislativa in decine di Stati federati.

Covid e ricerca sulle responsabilità

Per anni la controinformazione italiana ha sostenuto che nessuno avrebbe mai indagato seriamente sulle origini del Covid-19.

Eppure sono stati proprio gli Stati Uniti ad aprire commissioni parlamentari, declassificare documenti, analizzare il ruolo dell’Istituto di Virologia di Wuhan e avviare inchieste sui possibili finanziamenti alla ricerca gain-of-function.

Nel frattempo, molti dei Paesi presentati come “alternativi” hanno mantenuto una posizione molto più prudente o hanno evitato accuratamente qualsiasi confronto con Pechino.

Vaccini e obblighi

Per anni una parte della controinformazione italiana ha denunciato gli obblighi vaccinali.

Ma ancora una volta emerge una contraddizione.

Negli Stati Uniti numerosi Stati hanno limitato o eliminato gli obblighi, mentre il dibattito scientifico sulle politiche vaccinali pediatriche è stato riaperto e nuove indagini sono state avviate.

Eppure tutto questo viene spesso ignorato da chi continua a descrivere gli Stati Uniti come il centro assoluto del “bio-controllo”.

CBDC e moneta programmabile

Le CBDC vengono descritte da anni come uno degli strumenti più pericolosi per la libertà individuale.

Eppure proprio gli Stati Uniti, sotto l’amministrazione Trump, hanno adottato una posizione apertamente contraria alla creazione di una valuta digitale della Federal Reserve.

Nel frattempo:

  • Cina;
  • Unione Europea;
  • numerose banche centrali;

continuano a sviluppare i propri progetti di moneta digitale.

Ma i cani da riporto della controinformazione italiana continuano a concentrare le proprie accuse esclusivamente contro Washington.

Identità digitale e controllo centralizzato

Mentre l’Europa accelera verso il portafoglio digitale europeo e la Cina integra identità digitale, credito sociale e sistemi di sorveglianza, gli Stati Uniti continuano a mantenere un approccio molto più frammentato e diffidente nei confronti di sistemi federali centralizzati.

Anche in questo caso, la narrativa dominante nella controinformazione sembra ignorare completamente i fatti.

L’intelligenza artificiale e il modello cinese

Molti trascorrono le giornate denunciando Palantir, Peter Thiel e Silicon Valley.

Molto meno interesse suscitano:

  • il credito sociale cinese;
  • il riconoscimento facciale di massa;
  • il Great Firewall;
  • la centralizzazione dell’intelligenza artificiale nelle mani dello Stato;
  • l’integrazione tra dati, finanza e sorveglianza.

Paradossalmente, chi denuncia ossessivamente il “totalitarismo americano” sembra non trovare nulla di particolarmente preoccupante nel più grande sistema di controllo digitale mai costruito nella storia.

Banche centrali e stablecoin

Per anni la controinformazione ha denunciato il potere delle banche centrali.

Eppure proprio negli Stati Uniti si sta sviluppando una strategia alternativa basata sulle stablecoin private e sulla concorrenza monetaria, mentre altre aree del mondo puntano alla centralizzazione attraverso le CBDC.

Ma anche questo elemento raramente trova spazio nelle analisi dei professionisti dell’indignazione permanente.

NATO e ridimensionamento americano

Per anni la controinformazione italiana ha accusato la NATO di essere uno strumento dell’imperialismo americano.

Eppure proprio Trump ha più volte:

  • criticato l’Alleanza Atlantica;
  • minacciato un ridimensionamento dell’impegno americano;
  • chiesto agli alleati europei di assumersi maggiori responsabilità;
  • messo in discussione il ruolo tradizionale degli Stati Uniti come “poliziotto del mondo”.

Ma tutto questo sembra non essere mai abbastanza per coloro che hanno bisogno di un nemico permanente.

Sionismo e Israele

Forse il paradosso più grande riguarda Israele.

Molti ambienti della controinformazione passano le giornate a urlare slogan contro il sionismo.

Ma gli slogan non sono politica.

Negli ultimi anni si sono registrati momenti di forte tensione e divergenza tra Washington e il governo israeliano.

Al contrario, molti Paesi celebrati come pilastri del multipolarismo mantengono relazioni economiche e diplomatiche estremamente pragmatiche con Israele, spesso lontane dalla retorica incendiaria utilizzata sui social.

L’ideologia prima dei fatti

Il problema fondamentale è che per una parte della controinformazione italiana i fatti non contano più.

Conta l’ideologia.

Conta la narrativa.

Conta mantenere vivo il mito dell’America come fonte di ogni male.

Così si finisce per ignorare sistematicamente tutto ciò che contraddice questo schema mentale.

Non importa se:

  • gli Stati Uniti vietano le CBDC;
  • si oppongono all’identità digitale centralizzata;
  • riaprono il dibattito sui vaccini;
  • indagano sulle origini del Covid;
  • mettono in discussione la NATO;
  • criticano Israele;
  • ostacolano il modello cinese di controllo digitale.

Per i cani da riporto della controinformazione italiana la conclusione è già scritta prima ancora che i fatti si manifestino.

Trump deve essere il cattivo.

L’America deve essere il nemico.

Il multipolarismo deve essere il bene.

Il suicidio intellettuale della controinformazione

La vera tragedia è che una parte della controinformazione ha smesso da tempo di essere controinformazione.

Si è trasformata in una contro-propaganda.

Ha sostituito l’analisi con il tifo.

Ha sostituito i fatti con i riflessi ideologici.

Ha sostituito la ricerca della verità con la necessità di confermare le proprie convinzioni.

E così, nel tentativo di combattere il sistema, rischia di diventare soltanto un’altra forma di conformismo.

Perché il vero spirito critico non consiste nel dare automaticamente contro agli Stati Uniti.

Consiste nel seguire i fatti anche quando essi contraddicono le proprie convinzioni.

Ed è proprio questo che i cani da riporto della controinformazione italiana sembrano aver dimenticato da molto tempo.


Fonti e approfondimenti

CBDC e divieto del dollaro digitale negli Stati Uniti

Casa Bianca – Executive Order “Strengthening American Leadership in Digital Financial Technology”

https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/01/strengthening-american-leadership-in-digital-financial-technology

Ordine esecutivo del 23 gennaio 2025 che revoca l’ordine di Biden del 2022 e vieta alle agenzie federali di promuovere o sviluppare una CBDC americana.


White House Fact Sheet

https://www.whitehouse.gov/fact-sheets/2025/01/fact-sheet-executive-order-to-establish-united-states-leadership-in-digital-financial-technology

La scheda ufficiale conferma che l’amministrazione Trump proibisce la creazione, emissione o promozione di una Central Bank Digital Currency.


Reuters – Il divieto americano apre la strada a Cina ed Europa

https://www.reuters.com/markets/currencies/trumps-digital-dollar-ban-gives-china-europes-cbdcs-free-rein-2025-01-28

Reuters evidenzia come il bando statunitense abbia lasciato Cina ed Europa come principali promotori delle CBDC.


Elenco mondiale delle CBDC

https://en.wikipedia.org/wiki/Central_bank_digital_currencies_by_country

Panoramica dei progetti di valute digitali delle banche centrali nel mondo e dello stop imposto dagli Stati Uniti nel 2025.


Stablecoin come alternativa alle CBDC

Reed Smith – Analisi dell’Executive Order

https://www.reedsmith.com/articles/trump-signs-executive-order-digital-assets-american-financial-technology

L’ordine esecutivo sostiene esplicitamente le stablecoin ancorate al dollaro e considera le CBDC una minaccia per privacy e sovranità.


Carlton Fields – Trump Administration’s Executive Order on Digital Assets

https://www.carltonfields.com/insights/publications/2025/trump-administrations-executive-order-on-digital-assets-a-significant-shift-in-u-s-crypto-policy

Approfondimento sul sostegno dell’amministrazione Trump alle stablecoin private e sul divieto delle CBDC.


Revoca delle iniziative federali sull’identità digitale

Federal News Network

Analisi dell’ordine esecutivo del giugno 2025 che elimina diverse direttive federali sull’identità digitale introdotte dall’amministrazione precedente.


Origini del Covid e indagini americane

Select Subcommittee on the Coronavirus Pandemic

https://oversight.house.gov/subcommittee/select-subcommittee-on-the-coronavirus-pandemic

Commissione d’inchiesta del Congresso americano sulle origini del Covid e sulla ricerca gain-of-function.


House Oversight Committee

https://oversight.house.gov

Documenti e audizioni sulle responsabilità della pandemia.


CIA – Covid-19 Origins

https://www.cia.gov

Rapporti e valutazioni sulle possibili origini del virus.


Robert F. Kennedy Jr. e la revisione delle politiche vaccinali

Department of Health and Human Services

https://www.hhs.gov


Centers for Disease Control and Prevention

https://www.cdc.gov


National Institutes of Health

https://www.nih.gov


Opposizione al modello cinese di controllo digitale

Human Rights Watch

https://www.hrw.org/news/2020/09/01/china-great-firewall-changing-generation

Analisi sul sistema di censura e controllo dell’informazione cinese.


Stanford University – Social Credit System

https://sccei.fsi.stanford.edu/china-briefs/assessing-chinas-national-model-social-credit-system

Studio sul sistema di credito sociale cinese.


Great Firewall Project

https://en.wikipedia.org/wiki/Great_Firewall

Panoramica sul sistema di censura e filtraggio di internet in Cina.


Digital Services Act europeo

Commissione Europea

https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/digital-services-act-package


European Commission

https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/priorities-2019-2024/europe-fit-digital-age/digital-services-act_en

Documentazione ufficiale sul Digital Services Act.


Identità Digitale Europea

European Digital Identity

https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/european-digital-identity


EUDI Wallet

https://ec.europa.eu/digital-building-blocks/sites/spaces/EUDIGITALIDENTITYWALLET


NATO e critiche di Trump

NATO Official Website

https://www.nato.int


Council on Foreign Relations

https://www.cfr.org/backgrounder/how-trump-has-changed-nato

Analisi sulle posizioni di Trump riguardo al ridimensionamento del ruolo americano nella NATO.


Rapporti USA-Israele e tensioni con Netanyahu

Reuters

https://www.reuters.com/world/us


Times of Israel

https://www.timesofisrael.com


Axios

https://www.axios.com

Approfondimenti sulle divergenze tra amministrazione Trump e governo israeliano.


Elenco degli ordini esecutivi del secondo mandato Trump

https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_executive_orders_in_the_second_Trump_presidency

Panoramica delle principali iniziative dell’amministrazione Trump dal 2025 in avanti.

Queste fonti permettono di verificare direttamente molte delle politiche adottate dall’amministrazione Trump in materia di CBDC, identità digitale, stablecoin, Covid, NATO e rapporti internazionali.

I cani da riporto della controinformazione italiana e il paradosso delle CBDC: mentre urlano contro l’imperialismo americano, aiutano il vero progetto del controllo sociale

0

C’è qualcosa di profondamente ironico e, allo stesso tempo, inquietante, nel panorama della controinformazione italiana contemporanea. Molti di coloro che ogni giorno si proclamano “anti-imperialisti”, “anti-globalisti”, “antisistema” e “antisionisti” finiscono spesso per sostenere proprio quei modelli che, se realizzati su scala planetaria, rappresenterebbero il più grande strumento di controllo sociale mai concepito.

Il paradosso è evidente.

Mentre accusano gli Stati Uniti di essere il centro di ogni male, ignorano o minimizzano il fatto che proprio l’amministrazione americana, almeno sotto Donald Trump, si è espressa contro le valute digitali delle banche centrali (CBDC) e contro l’idea di un’identità digitale federale obbligatoria.

Allo stesso tempo, molti di questi ambienti guardano con simpatia, quando non con aperta ammirazione, a Paesi che stanno costruendo sistemi sempre più integrati di:

  • identità digitale;
  • moneta programmabile;
  • sorveglianza finanziaria;
  • intelligenza artificiale;
  • controllo delle informazioni;
  • sistemi di credito sociale.

L’America demonizzata e la realtà delle CBDC

Negli ultimi anni numerosi esponenti del mondo conservatore americano, libertario e repubblicano hanno espresso una forte opposizione alle Central Bank Digital Currencies.

La preoccupazione è semplice.

Una moneta digitale emessa direttamente dalla banca centrale potrebbe teoricamente consentire:

  • tracciamento totale delle transazioni;
  • denaro programmabile;
  • blocco selettivo dei pagamenti;
  • scadenza del denaro;
  • restrizioni sui consumi;
  • sistemi di punteggio sociale.

Non a caso diversi Stati americani hanno approvato leggi per ostacolare l’introduzione delle CBDC e Donald Trump ha dichiarato pubblicamente la propria opposizione a una valuta digitale della Federal Reserve.

Eppure tutto questo viene quasi ignorato dalla controinformazione italiana.

L’entusiasmo ideologico per i modelli centralizzati

La stessa controinformazione che denuncia ogni giorno Wall Street, il capitalismo e la Silicon Valley mostra spesso una sorprendente indulgenza nei confronti di sistemi molto più centralizzati.

La Cina viene presentata come alternativa al globalismo.

I BRICS vengono descritti come la liberazione definitiva.

Le CBDC vengono dipinte come strumenti di emancipazione dal dollaro.

Eppure pochi sembrano chiedersi:

liberazione per chi?

Perché una CBDC non è semplicemente una nuova moneta.

È un’infrastruttura di potere.

È la possibilità di collegare:

  • identità digitale;
  • conti bancari;
  • intelligenza artificiale;
  • credito sociale;
  • consumi;
  • dati sanitari;
  • mobilità;
  • tassazione.

In altre parole, la CBDC rappresenta la spina dorsale di un sistema di controllo sociale senza precedenti.

Il grande paradosso dei nuovi “anti-imperialisti”

La contraddizione è straordinaria.

Con slogan contro:

  • sionismo;
  • imperialismo;
  • globalismo;
  • élite finanziarie;

molti cani da riporto della controinformazione italiana finiscono per sostenere sistemi che renderebbero possibile il sogno di qualunque tecnocrazia mondiale.

Perché se esiste uno strumento capace di realizzare un controllo capillare delle popolazioni, questo è proprio la combinazione tra:

  • CBDC;
  • identità digitale;
  • intelligenza artificiale;
  • censura algoritmica;
  • sorveglianza permanente.

Ed è qui che emerge un paradosso storico quasi grottesco.

Coloro che si dichiarano nemici del “Nuovo Ordine Mondiale” rischiano di diventare i suoi più inconsapevoli alleati.

Il sogno delle vecchie élite

Da oltre un secolo esistono studi, progetti e visioni che immaginano una società sempre più pianificata e centralizzata.

Molti autori e ricercatori hanno interpretato alcune idee sviluppate in ambienti finanziari e tecnocratici legati a grandi famiglie industriali e bancarie come espressione di una tendenza verso una governance globale più integrata.

Al di là delle interpretazioni e delle teorie che circolano, una cosa è certa:

qualsiasi sistema che concentri nelle stesse mani:

  • denaro;
  • identità;
  • dati;
  • intelligenza artificiale;
  • informazione;

costituisce un potere enormemente superiore a qualsiasi monopolio economico del passato.

E paradossalmente alcuni ambienti che si proclamano anti-Rothschild, anti-Rockefeller e anti-globalisti sembrano non rendersi conto che stanno sostenendo gli strumenti che renderebbero possibile proprio quel tipo di società altamente centralizzata che dichiarano di combattere.

L’ideologia prima della libertà

La verità è che per una parte della controinformazione italiana il problema non è il controllo.

Il problema è chi esercita il controllo.

Se il controllo è americano, allora diventa il male assoluto.

Se il controllo arriva da Pechino, da Bruxelles o da sistemi che si presentano come “multipolari”, improvvisamente diventa accettabile.

È una forma di tribalismo ideologico.

La libertà individuale viene sacrificata sull’altare dell’antiamericanismo.

La difesa dei diritti viene subordinata alla geopolitica.

La persona viene sacrificata all’ideologia.

Il rischio del XXI secolo

Il rischio più grande non è il dollaro.

Non è Wall Street.

Non è Palantir.

Il rischio più grande è la fusione tra:

  • moneta digitale;
  • identità digitale;
  • intelligenza artificiale;
  • sistemi di sorveglianza;
  • controllo dell’informazione.

Perché una volta costruita questa architettura, il problema non sarà più se il potere sia americano, cinese, europeo o russo.

Il problema sarà che esisterà un potere capace di sapere tutto, controllare tutto e, potenzialmente, condizionare ogni aspetto della vita umana.

I cani da riporto della controinformazione e il loro suicidio ideologico

Così, mentre continuano a gridare contro l’imperialismo e contro il sionismo, molti cani da riporto della controinformazione italiana rischiano di trasformarsi nei più preziosi alleati di una società ipercontrollata.

Convinti di combattere il sistema, potrebbero finire per costruirlo.

Convinti di distruggere il globalismo, potrebbero contribuire alla nascita della più potente infrastruttura tecnocratica della storia.

E forse la più grande ironia è proprio questa.

Nel tentativo di abbattere il presunto impero americano, rischiano di preparare il terreno a qualcosa di infinitamente più invasivo:

un Leviatano digitale capace di governare non soltanto le economie, ma le coscienze stesse.

Perché la vera libertà non consiste nel sostituire un padrone con un altro.

Consiste nel non consegnare mai a nessun padrone il potere assoluto.


Fonti e approfondimenti

Opposizione degli Stati Uniti alle CBDC

Casa Bianca – Executive Order del 23 gennaio 2025

“Strengthening American Leadership in Digital Financial Technology”

https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/01/strengthening-american-leadership-in-digital-financial-technology

L’ordine esecutivo dell’amministrazione Trump proibisce alle agenzie federali di promuovere o sviluppare una Central Bank Digital Currency (CBDC).


White House Fact Sheet

https://www.presidency.ucsb.edu/documents/white-house-fact-sheet-executive-order-establish-united-states-leadership-digital

La scheda ufficiale precisa che l’ordine esecutivo vieta alle agenzie federali qualsiasi iniziativa finalizzata alla creazione o promozione di una CBDC.


TRM Labs – Analisi dell’Executive Order

https://www.trmlabs.com/resources/blog/unpacking-trumps-executive-order-on-digital-financial-technology

L’analisi evidenzia che la motivazione principale del divieto riguarda i rischi per la privacy finanziaria e l’indipendenza economica dei cittadini.


Reuters – Il divieto americano e il vantaggio per Cina ed Europa

https://www.reuters.com/markets/currencies/trumps-digital-dollar-ban-gives-china-europes-cbdcs-free-rein-2025-01-28

Reuters sottolinea come la scelta americana abbia lasciato a Cina ed Europa il ruolo di principali promotori delle valute digitali delle banche centrali.


Euro digitale e CBDC europee

Reuters – BCE e euro digitale

https://www.reuters.com/technology/ecb-pitches-digital-euro-response-trumps-crypto-push-2025-01-24

La Banca Centrale Europea considera il progetto dell’euro digitale una risposta strategica all’evoluzione del sistema finanziario globale.


Identità digitale europea

Commissione Europea – European Digital Identity

https://commission.europa.eu/topics/digital-economy-and-society/european-digital-identity_en

La Commissione Europea prevede la creazione di un portafoglio di identità digitale europeo per cittadini e imprese.


European Digital Identity Regulation

https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/eudi-regulation

Descrizione ufficiale del regolamento europeo sull’identità digitale.


EU Digital Identity Wallet Home

https://ec.europa.eu/digital-building-blocks/sites/spaces/EUDIGITALIDENTITYWALLET/pages/694487738/EU+Digital+Identity+Wallet+Home

Presentazione del progetto ufficiale della Commissione Europea.


PagoPA – Portafoglio di identità digitale europea

https://www.pagopa.it/it/prodotti-e-servizi/european-digital-identity-wallet

Pagina informativa italiana sul progetto EUDI Wallet.


Cina e controllo digitale

Great Firewall

https://en.wikipedia.org/wiki/Great_Firewall


Censura di Internet in Cina

https://en.wikipedia.org/wiki/Internet_censorship_in_China


Human Rights Watch

“In China, the Great Firewall Is Changing a Generation”

https://www.hrw.org/news/2020/09/01/china-great-firewall-changing-generation


Sistema di credito sociale cinese

Stanford University

https://sccei.fsi.stanford.edu/china-briefs/assessing-chinas-national-model-social-credit-system


Princeton Journal

https://jpia.princeton.edu/news/social-credit-system-not-just-another-chinese-idiosyncrasy


Bertelsmann Stiftung

https://www.bertelsmann-stiftung.de/fileadmin/files/aam/Asia-Book_A_03_China_Social_Credit_System.pdf


Observer Research Foundation

https://www.orfonline.org/expert-speak/chinas-social-credit-system-and-information-control-regime


Studi accademici sui rischi dell’identità digitale europea

Credential Disclosure in (EU) Digital Identity Wallets

https://arxiv.org/abs/2606.06354

Studio che evidenzia i rischi di violazioni della privacy e condivisione eccessiva dei dati personali.


European Digital Identity: A Missed Opportunity?

https://arxiv.org/abs/2601.14503

Gli autori mettono in guardia dai rischi di recentralizzazione e di monitoraggio dei cittadini.


Self-Sovereign Identity and eIDAS 2.0

https://arxiv.org/abs/2601.19837

Analisi critica dell’architettura dell’identità digitale europea e delle sue implicazioni politiche e giuridiche.


TrustVault: Privacy-first Data Wallet

https://arxiv.org/abs/2210.02987

Studio sul concetto di identità decentralizzata come alternativa ai modelli centralizzati.


Controllo dell’età e dei social media nell’UE

Reuters – Age Verification App

https://www.reuters.com/legal/litigation/eu-urges-fast-rollout-age-verification-app-protect-minors-online-2026-04-29

La Commissione Europea sta accelerando l’implementazione di sistemi di verifica dell’età integrabili con il portafoglio di identità digitale europeo.


Questi riferimenti permettono di confrontare tre modelli differenti:

  • modello americano, caratterizzato dalla recente opposizione federale alle CBDC;
  • modello cinese, basato sulla centralizzazione del controllo tecnologico e dell’informazione;
  • modello europeo, fondato su identità digitale, regolamentazione e crescente integrazione dei servizi digitali.