400 influencer stranieri in Iran: come il regime cerca di costruire la narrazione globale dei funerali di Khamenei

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La morte di Ali Khamenei non rappresenta soltanto un passaggio storico per la Repubblica Islamica dell’Iran. È anche uno dei più grandi eventi propagandistici organizzati dal regime negli ultimi anni.

Mentre televisioni di Stato e media vicini ai Pasdaran diffondono immagini di immense folle in lutto, emerge un elemento che merita particolare attenzione: la presenza organizzata di centinaia di influencer e blogger stranieri invitati ufficialmente in Iran con il compito di raccontare al mondo la versione dei fatti costruita dal regime.

Secondo quanto dichiarato dallo stesso Mohammad Mehdi Imanipour, presidente dell’Organizzazione per la Cultura e la Comunicazione Islamica, circa 400 blogger e influencer stranieri sono stati invitati a Teheran per seguire le cerimonie funebri e produrre contenuti destinati ai social network internazionali. La dichiarazione è stata rilasciata all’agenzia Tasnim, vicina alle Guardie della Rivoluzione, ed è stata successivamente ripresa anche da altri organi di informazione.


La guerra dell’informazione è parte integrante della strategia del regime

L’obiettivo dichiarato non è stato nascosto.

Imanipour ha spiegato che questi influencer avrebbero dovuto:

  • trasmettere una “immagine reale e corretta” della cerimonia;
  • contrastare quella che il regime definisce la “guerra mediatica occidentale”;
  • mostrare al mondo l’apparente sostegno popolare alla Repubblica Islamica.

In altre parole, non si tratta semplicemente della presenza di giornalisti stranieri, ma di una precisa operazione di comunicazione politica destinata ai social media internazionali.


Le immagini raccontano tutta la realtà?

Le immagini diffuse in queste ore mostrano grandi cortei e piazze gremite.

Tuttavia, è importante ricordare che fotografie e riprese televisive, da sole, non permettono di stabilire:

  • quanti partecipanti siano realmente presenti;
  • quanti abbiano aderito spontaneamente;
  • quanti siano funzionari statali, membri delle organizzazioni religiose o militari;
  • quanti provengano dall’estero.

Su questi aspetti esistono affermazioni molto diverse provenienti da fonti governative, media indipendenti e gruppi dell’opposizione. In assenza di dati verificabili in modo indipendente, non è possibile quantificare con certezza la composizione della folla.


Un Paese profondamente diviso

È però altrettanto difficile ignorare ciò che è accaduto negli ultimi anni.

Dal 2019 fino alle proteste di “Donna, Vita, Libertà” del 2022-2023, milioni di iraniani hanno manifestato apertamente contro il regime.

Quelle proteste sono state represse con estrema durezza.

Secondo numerose organizzazioni internazionali per i diritti umani:

  • centinaia di manifestanti sono stati uccisi;
  • migliaia sono stati arrestati;
  • numerosi detenuti hanno denunciato torture;
  • diversi giovani manifestanti sono stati condannati a morte o giustiziati dopo processi fortemente contestati.

La memoria che il regime non può cancellare

Per una parte significativa della popolazione iraniana, il nome di Ali Khamenei è associato a eventi traumatici della storia recente del Paese.

Tra questi vengono frequentemente ricordati:

  • la repressione delle proteste del novembre 2019 (Aban);
  • la repressione del movimento “Donna, Vita, Libertà”;
  • le esecuzioni di oppositori;
  • la limitazione delle libertà civili;
  • la persecuzione di minoranze religiose ed etniche;
  • la crisi economica aggravata da sanzioni, cattiva gestione e corruzione;
  • la scarsità di medicinali e di beni essenziali in molte aree del Paese.

Questi elementi costituiscono una parte fondamentale del contesto che qualsiasi racconto equilibrato dovrebbe prendere in considerazione.


Soft power e propaganda internazionale

L’utilizzo di influencer stranieri non rappresenta una novità.

Negli ultimi anni la Repubblica Islamica ha più volte invitato:

  • giornalisti simpatizzanti;
  • attivisti;
  • blogger;
  • creator digitali;

per raccontare eventi organizzati dal regime, conferenze internazionali, anniversari della Rivoluzione e consultazioni elettorali.

L’obiettivo è amplificare sui social una narrazione favorevole al governo utilizzando volti apparentemente indipendenti, capaci di raggiungere un pubblico che difficilmente seguirebbe i media ufficiali iraniani.


La propaganda non è fatta solo di parole

Le moderne operazioni informative non consistono soltanto nel controllare televisioni e giornali.

Oggi comprendono anche:

  • campagne coordinate sui social;
  • influencer;
  • video virali;
  • immagini emozionali;
  • hashtag;
  • contenuti multilingue;
  • reti di account che rilanciano gli stessi messaggi.

La presenza di centinaia di creator stranieri durante un evento simbolicamente importante come il funerale della Guida Suprema si inserisce pienamente in questa strategia comunicativa.


Un’analisi critica richiede prudenza

Comprendere come i regimi autoritari utilizzino la comunicazione strategica significa distinguere tra fatti documentati, dichiarazioni ufficiali e affermazioni che richiedono ulteriori verifiche.


Fonti

  • IranWire – “Iran Flies in 400 Foreign Influencers for Khamenei Funeral Coverage”
  • Agenzia Tasnim (intervista a Mohammad Mehdi Imanipour, riportata da IranWire)
  • Rapporti annuali di Amnesty International sulla repressione delle proteste in Iran.
  • Rapporti di Human Rights Watch sulla situazione dei diritti umani nella Repubblica Islamica.
  • Rapporti della Missione internazionale indipendente delle Nazioni Unite sull’Iran sulle violazioni dei diritti umani durante le proteste del movimento “Donna, Vita, Libertà”.

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