I cani da riporto della controinformazione italiana: parlano solo di Palantir, ma tacciono sulle cyber-armate, sull’intelligenza artificiale militare e sui regimi autoritari che reprimono il proprio popolo

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Da anni assistiamo allo stesso schema comunicativo.

Ogni contratto di Palantir diventa la prova definitiva dell’esistenza di uno Stato di sorveglianza occidentale. Ogni collaborazione tra Big Tech americane e governi democratici viene descritta come l’anticamera della dittatura digitale. Ogni progetto di intelligenza artificiale sviluppato negli Stati Uniti o in Israele viene trasformato in un simbolo del controllo globale.

Ma basta spostare lo sguardo verso Cina, Russia o Iran perché il racconto cambi improvvisamente.

Silenzio.

È questo il vero problema della controinformazione italiana: non critica il potere, critica selettivamente un solo blocco geopolitico.

Non è una ricerca della verità.

È una narrazione costruita su un preciso pregiudizio ideologico.

Palantir è visibile perché opera in un sistema trasparente

Palantir viene continuamente citata perché è una società privata quotata in borsa.

Ogni trimestre pubblica bilanci.

Comunica i contratti più importanti agli investitori.

È sottoposta ai controlli della SEC, agli azionisti, ai giornalisti, alle commissioni parlamentari e all’attenzione dell’opinione pubblica.

I suoi software sono oggetto di dibattiti pubblici proprio perché esiste un sistema democratico che permette di discuterne.

Questo significa che Palantir non debba essere criticata?

Assolutamente no.

Ma significa che le informazioni sono pubbliche proprio perché esiste trasparenza.

E i programmi militari di Cina, Russia e Iran?

Qui la controinformazione scompare.

La Cina investe miliardi nello sviluppo dell’intelligenza artificiale applicata alla difesa, al riconoscimento automatico degli obiettivi, alla guerra elettronica, ai sistemi autonomi e al supporto decisionale militare.

La Russia utilizza da anni strumenti avanzati di guerra elettronica, cyberwarfare, ricognizione automatizzata e supporto operativo basato su algoritmi.

L’Iran sviluppa sistemi per il coordinamento di droni, acquisizione degli obiettivi, guerra informatica e operazioni cyber offensive.

Di tutto questo si parla pochissimo.

Perché?

Perché questi programmi sono sviluppati quasi interamente all’interno degli apparati statali o militari.

Non esistono società quotate obbligate a pubblicare contratti.

Non esistono investitori da informare.

Non esistono media indipendenti che possano indagare liberamente.

L’opacità viene trasformata, paradossalmente, in invisibilità mediatica.

Le cyber-armate di cui quasi nessuno parla

Secondo numerosi rapporti di intelligence occidentali e delle principali società di cybersicurezza, Cina, Russia e Iran rappresentano alcuni dei principali attori mondiali nelle operazioni cyber.

Campagne di spionaggio.

Raccolta massiva di informazioni.

Operazioni di influenza.

Cyber-attacchi contro infrastrutture.

Gruppi specializzati nella compromissione di reti governative e industriali.

La Cina viene indicata da molte analisi come uno degli attori più avanzati nel cyber-spionaggio strategico.

L’Iran è considerato uno dei protagonisti delle campagne offensive contro istituzioni governative, aziende e infrastrutture.

La Russia continua a essere uno dei principali protagonisti della guerra informatica moderna.

Eppure, per molti professionisti della controinformazione italiana, il problema continua a chiamarsi soltanto Palantir.

Le bot farm e la propaganda digitale

Quando si parla di manipolazione dell’opinione pubblica, il racconto è ancora più sbilanciato.

Si denunciano gli algoritmi occidentali.

Ma si dimenticano le enormi operazioni di influenza attribuite da ricercatori, aziende tecnologiche e servizi di sicurezza a reti riconducibili a Cina, Russia e Iran.

Account falsi.

Propaganda coordinata.

Campagne di disinformazione.

Amplificazione artificiale di hashtag.

Manipolazione del dibattito pubblico.

Questi fenomeni sono documentati da anni.

Eppure ricevono una copertura enormemente inferiore.

Il doppio standard sull’intelligenza artificiale

Quando un algoritmo occidentale supporta un’operazione militare, diventa immediatamente la prova della “distopia tecnologica”.

Quando programmi analoghi vengono sviluppati dagli eserciti cinese, russo o iraniano, improvvisamente il tema scompare.

Non perché quei programmi non esistano.

Ma perché raccontarli metterebbe in crisi una narrazione costruita sull’idea che ogni minaccia tecnologica provenga esclusivamente dall’Occidente.

La grande rimozione dei regimi autoritari

La contraddizione più evidente riguarda però il piano politico.

Una parte della controinformazione italiana si presenta come difensore della libertà, della verità e dei diritti civili.

Poi però dedica gran parte delle proprie energie a giustificare, minimizzare o ignorare governi che reprimono sistematicamente il dissenso.

In Iran oppositori politici, giornalisti, attivisti e manifestanti sono stati arrestati, processati e, in numerosi casi documentati, condannati a morte. Le esecuzioni mediante impiccagione, anche con gru o piattaforme mobili, sono state documentate nel corso degli anni da organizzazioni internazionali per i diritti umani.

In Cina il Partito Comunista mantiene un controllo capillare sull’informazione, sulla rete, sui media e sulla società civile, limitando fortemente il dissenso politico.

In Russia le restrizioni nei confronti dei media indipendenti, degli oppositori e delle organizzazioni civiche si sono intensificate negli ultimi anni.

Eppure questi aspetti vengono spesso relegati in secondo piano, mentre ogni errore dell’Occidente viene trasformato nella prova definitiva della sua presunta natura totalitaria.

Il grande paradosso

Esiste un paradosso che molti sembrano non cogliere.

Molti degli opinionisti che oggi attaccano quotidianamente Stati Uniti, Israele ed Europa possono pubblicare video, organizzare conferenze, aprire siti internet, monetizzare contenuti e criticare apertamente governi e istituzioni proprio perché vivono in Paesi dove queste libertà sono generalmente tutelate dalla legge.

Se esprimessero lo stesso livello di critica nei confronti delle autorità di alcuni dei regimi che oggi descrivono come modelli alternativi o come semplici vittime dell’Occidente, potrebbero affrontare conseguenze molto più severe, dalla censura e dall’arresto fino, nei contesti più repressivi, a pene gravissime previste dagli ordinamenti di quei Paesi.

Questo non significa che le democrazie occidentali siano perfette.

Non lo sono.

Ma equipararle a regimi che reprimono sistematicamente il dissenso significa ignorare differenze sostanziali nella tutela delle libertà civili, della stampa indipendente e del pluralismo politico.

La propaganda del doppio standard

Criticare Palantir è legittimo.

Criticare gli Stati Uniti è legittimo.

Criticare Israele è legittimo.

Ma chi vuole davvero denunciare il potere dovrebbe applicare lo stesso metro a tutti.

Se si denuncia la sorveglianza digitale, bisogna denunciare anche quella cinese.

Se si denuncia l’intelligenza artificiale militare, bisogna parlare anche dei programmi sviluppati da Cina, Russia e Iran.

Se si denuncia la propaganda, bisogna raccontare anche le bot farm, le cyber-armate e le operazioni di influenza degli Stati autoritari.

Se si difendono i diritti umani, bisogna ricordare anche chi reprime il proprio popolo, imprigiona gli oppositori, censura i media e utilizza la paura come strumento di governo.

Quando tutto questo viene sistematicamente ignorato, non siamo più davanti a un’informazione indipendente.

Siamo davanti a una propaganda costruita sul doppio standard.

Ed è per questo che una parte della controinformazione italiana finisce per comportarsi come un cane da riporto di una precisa narrazione geopolitica: abbaia sempre nella stessa direzione, indipendentemente dai fatti, e tace ogni volta che i fatti mettono in difficoltà i regimi che ha scelto di non criticare.

L’affermazione “30 Paesi erano a Teheran per rendere omaggio a Khamenei” suggerisce infatti che 30 governi abbiano inviato ufficialmente i propri leader o delegazioni di alto livello. In realtà, le dichiarazioni diffuse dalle autorità iraniane parlano di richieste di partecipazione o di delegazioni, senza che ciò significhi necessariamente la presenza di capi di Stato o il pieno sostegno politico dei rispettivi governi.

Inoltre è opportuno distinguere tra:

  • delegazioni ufficiali di governo;
  • parlamentari o ex parlamentari;
  • leader religiosi;
  • rappresentanti di movimenti politici;
  • accademici;
  • ONG;
  • attivisti;
  • giornalisti invitati;
  • delegazioni organizzate da associazioni religiose o culturali.

Queste categorie vengono spesso sommate nella comunicazione ufficiale per enfatizzare la dimensione internazionale dell’evento.

Un altro elemento da considerare è che, nei grandi eventi organizzati dalla Repubblica Islamica, è pratica nota invitare delegazioni straniere e, in alcuni casi, sostenere i costi logistici (visti, trasporti, ospitalità) per ospiti internazionali. Tuttavia, senza prove specifiche, non si può affermare che “molti di loro avevano viaggio e permanenza pagati” riferendosi a questo evento in particolare.

Una formulazione più rigorosa potrebbe essere:

La propaganda del regime iraniano ha presentato la presenza di rappresentanti provenienti da oltre 30 Paesi come una dimostrazione di un ampio sostegno internazionale. In realtà, il dato non equivale alla partecipazione di 30 governi ai massimi livelli: comprende categorie diverse di partecipanti e non implica necessariamente un endorsement politico ufficiale da parte degli Stati di provenienza. La comunicazione ufficiale tende inoltre ad accorpare delegazioni governative, figure religiose, rappresentanti di organizzazioni e altri invitati, enfatizzando l’immagine di un consenso internazionale più ampio.

Questa impostazione è più difficile da contestare perché distingue chiaramente tra ciò che è stato dichiarato dalle autorità iraniane e ciò che si può effettivamente dedurre dai fatti disponibili.


Un’altra contraddizione emerge osservando una parte di quelli che si autodefiniscono “controinformazione”. Si presentano come oppositori del potere, ma finiscono spesso per riproporre una visione del mondo in cui lo Stato deve accentrare sempre più competenze, la sovranità nazionale passa in secondo piano e il controllo tecnologico viene denunciato soltanto quando è attribuito all’Occidente.

I cani da riporto della controinformazione italiana sembrano aver sostituito il pensiero critico con un riflesso ideologico. Non analizzano i fatti con lo stesso metro, ma dividono il mondo in “cattivi” e “buoni” a seconda della convenienza narrativa. Così ogni errore delle democrazie occidentali viene amplificato, mentre le repressioni operate da regimi autoritari vengono minimizzate, giustificate o semplicemente ignorate.

Il risultato è un paradosso: chi dice di combattere il totalitarismo finisce spesso per mostrare comprensione verso governi che limitano la libertà di stampa, perseguitano gli oppositori, censurano Internet e reprimono il dissenso.

Allo stesso tempo, vengono rilanciate con entusiasmo idee di governance sovranazionale, pianificazione centralizzata e controllo sempre più esteso delle istituzioni, salvo poi denunciare gli stessi principi quando sono attribuiti ad altri attori. Questo doppio standard rende difficile distinguere la critica legittima dalla propaganda politica.

Non è controinformazione ripetere slogan, qualunque sia la loro provenienza. Il pensiero critico richiede coerenza: se si denunciano il controllo, la censura e il potere concentrato, lo si deve fare ovunque, non soltanto quando il bersaglio è l’Occidente.

Quando le parole d’ordine diventano identiche a quelle promosse da grandi centri di potere o da governi autoritari, vale la pena chiedersi se si stia ancora facendo informazione indipendente o se, al contrario, si stia semplicemente sostituendo una propaganda con un’altra.

Fonti e approfondimenti

Queste fonti documentano temi quali:

  • programmi di IA militare;
  • cyberwarfare;
  • operazioni di influenza e propaganda digitale;
  • minacce attribuite a Cina, Russia e Iran;
  • repressione del dissenso e diritti umani;
  • sorveglianza digitale e censura.

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