Negli ultimi anni una parte della cosiddetta controinformazione ha costruito il proprio successo denunciando, spesso giustamente, gli errori, le omissioni e la propaganda dei grandi media. Tuttavia, criticare l’informazione ufficiale non significa automaticamente fare buon giornalismo.
Esiste infatti una differenza fondamentale tra mettere in discussione una narrazione e sostituirla con un’altra priva di prove verificabili.
Il video analizzato rappresenta un caso emblematico di questo fenomeno. Per oltre quaranta minuti gli spettatori vengono accompagnati attraverso una narrazione ricca di rivelazioni, “fonti interne”, “informazioni riservate” e presunti retroscena geopolitici che, però, raramente vengono supportati da documenti verificabili.
La conseguenza è un prodotto comunicativo che assomiglia molto più ad una costruzione narrativa che ad un’inchiesta giornalistica.
La costruzione dell’autorità attraverso il mistero
L’intero impianto del video ruota attorno ad un messaggio molto preciso:
“Noi sappiamo quello che nessun altro può raccontare.”
È una tecnica comunicativa estremamente efficace.
Gli autori ripetono continuamente espressioni come:
- “abbiamo fonti dirette”;
- “questa è la vera storia”;
- “i media non possono dirvelo”;
- “noi conosciamo ciò che accade dietro le quinte.”
Questo approccio crea nello spettatore la sensazione di appartenere ad una ristretta cerchia di persone che hanno finalmente accesso alla “vera verità”.
Ma la credibilità non nasce dall’esclusività.
Nasce dalle prove.
Ed è proprio questo il grande assente dell’intero video.
Le accuse agli Stati Uniti senza alcuna documentazione
Uno dei passaggi centrali sostiene che gli Stati Uniti avrebbero deliberatamente bombardato infrastrutture civili iraniane:
- linee ferroviarie;
- ponti ferroviari;
- infrastrutture logistiche;
- il porto di Chabahar.
Sono accuse gravissime.
Accuse che, se vere, costituirebbero possibili violazioni del diritto internazionale.
Eppure il pubblico non vede:
- immagini satellitari;
- fotografie geolocalizzate;
- rapporti ONU;
- analisi OSINT;
- comunicati ufficiali;
- verifiche indipendenti.
Le accuse vengono semplicemente raccontate.
Nel giornalismo investigativo questo non basta.
Chi formula accuse di tale portata ha l’onere di dimostrarle.
Dalle infrastrutture ai BRICS: il salto logico
Subito dopo il video compie un secondo passaggio.
Poiché alcune delle infrastrutture sarebbero collegate alla Belt and Road Initiative cinese, gli autori concludono che Washington starebbe attaccando direttamente i BRICS.
Ma questa è una deduzione politica.
Non una prova.
Una ferrovia può essere inserita in un progetto infrastrutturale internazionale senza che ciò dimostri automaticamente quale fosse il reale obiettivo militare di un eventuale attacco.
La conclusione precede la dimostrazione.
La teoria della provocazione delle petroliere
Secondo gli autori gli Stati Uniti avrebbero deliberatamente provocato l’Iran facendo transitare alcune petroliere in modo da ottenere il pretesto per nuovi bombardamenti.
Anche qui manca completamente la documentazione.
Non vengono mostrati:
- tracciati AIS;
- comunicazioni navali;
- rapporti della Marina americana;
- analisi indipendenti del traffico marittimo.
Il pubblico deve limitarsi a credere alla ricostruzione proposta.
È una modalità narrativa che ricorre frequentemente nelle teorie geopolitiche prive di riscontri documentali.
Trump starebbe “implorando” Teheran
Uno dei temi ricorrenti del video riguarda Donald Trump.
Secondo gli autori sarebbe lui, e non Teheran, a chiedere disperatamente una ripresa dei negoziati attraverso la mediazione pakistana.
La fonte?
“Persone vicine ai negoziatori.”
Non viene mostrato alcun telegramma diplomatico.
Nessuna nota ufficiale.
Nessuna dichiarazione del governo pakistano.
Nessuna conferma indipendente.
Una notizia di enorme rilevanza internazionale viene quindi affidata esclusivamente alla fiducia personale nei confronti degli autori.
La “bomba” sull’uscita iraniana dal Trattato di Non Proliferazione
L’intero video culmina con quella che viene presentata come una rivelazione destinata a cambiare gli equilibri mondiali.
Secondo gli autori una persona appartenente al ristretto entourage di Mojtaba Khamenei avrebbe comunicato l’intenzione dell’Iran di uscire dal Trattato di Non Proliferazione.
Anche in questo caso la notizia si basa esclusivamente su:
- una fonte anonima;
- una conversazione privata;
- una conferma non verificabile.
Nessun documento.
Nessuna comunicazione ufficiale.
Nessun riscontro indipendente.
Per un evento di tale portata il livello di prova richiesto dovrebbe essere eccezionalmente elevato.
Nel video, invece, il pubblico riceve soltanto un racconto.
Quando le ipotesi diventano certezze
Un elemento retorico ricorre costantemente.
Le frasi iniziano quasi sempre con espressioni prudenti:
- potrebbe;
- forse;
- probabilmente;
- se accadesse.
Pochi minuti dopo, tuttavia, la narrazione cambia.
Quelle stesse possibilità vengono descritte come eventi ormai praticamente inevitabili.
È una tecnica comunicativa molto efficace.
Lo spettatore finisce per ricordare la conclusione, dimenticando che tutto era partito da semplici ipotesi.
I numeri giganteschi senza alcuna verifica
Secondo il video tra Iran e Iraq avrebbero partecipato ai funerali oltre quaranta milioni di persone.
Gli autori arrivano perfino a sostenere che si tratti del più grande funerale della storia dell’umanità.
Una simile affermazione richiederebbe:
- studi demografici;
- immagini satellitari;
- analisi indipendenti;
- confronti storici documentati.
Nulla di tutto ciò viene presentato.
Il numero viene semplicemente ripetuto.
Il memorandum invisibile
Per diversi minuti viene sostenuto che gli Stati Uniti avrebbero violato ogni singola clausola di un memorandum d’intesa.
Ma quel memorandum:
- non viene mostrato;
- non viene citato integralmente;
- non viene pubblicato;
- non viene analizzato.
Lo spettatore non ha alcuna possibilità di verificare se ciò che viene raccontato corrisponda realmente al contenuto dell’accordo.
Petrolio e raffinerie: dati reali, conclusioni discutibili
Larry Johnson richiama un elemento reale.
Molte raffinerie americane sono effettivamente progettate per lavorare greggio pesante o “sour”.
Da questo dato, però, viene tratta una conclusione molto più estrema: gli Stati Uniti sarebbero prossimi a rimanere senza petrolio.
Il ragionamento trascura completamente altri fattori fondamentali:
- la produzione interna americana;
- le importazioni da Canada e Messico;
- la possibilità di approvvigionarsi da altri mercati;
- la flessibilità del sistema energetico.
Ancora una volta un dato corretto viene utilizzato per costruire una conclusione molto più ampia di quanto le evidenze consentano.
Una sola narrazione possibile
Durante tutto il video esiste una sola prospettiva.
L’Iran appare sempre razionale.
Gli Stati Uniti appaiono sempre irrazionali.
Trump viene descritto come disperato.
Washington come ormai priva di alternative.
Non viene mai preso in considerazione alcun elemento che possa complicare questa rappresentazione.
Un’analisi geopolitica seria dovrebbe invece confrontare scenari differenti, valutare dati contrari e discutere i limiti delle proprie ipotesi.
Qui tutto converge verso una sola conclusione.
Il linguaggio della propaganda
Le parole utilizzate non sono neutrali.
Si parla continuamente di:
- impero del caos;
- impero della menzogna;
- pirati;
- civiltà iraniana;
- dignità contro barbarie.
È un linguaggio fortemente emotivo.
Serve a rafforzare l’identificazione del pubblico con una delle due parti.
L’analisi lascia spazio alla mobilitazione ideologica.
La forza delle fonti anonime
L’elemento più debole dell’intero video riguarda proprio il metodo.
Le informazioni fondamentali vengono attribuite continuamente a:
- “fonti interne”;
- “persone molto vicine”;
- “nostri contatti”;
- “fonti confermate”.
Le fonti anonime possono certamente essere utilizzate nel giornalismo.
Ma più grande è l’affermazione, maggiore deve essere il livello delle prove indipendenti che la accompagnano.
Qui tali riscontri non arrivano mai.
Conclusioni
Il video contiene alcuni elementi plausibili e richiama questioni geopolitiche reali, come l’importanza dello Stretto di Hormuz, il peso strategico del petrolio e la possibilità giuridica di un eventuale ritiro iraniano dal Trattato di Non Proliferazione.
Tuttavia, questi aspetti vengono intrecciati con una lunga serie di affermazioni che non sono accompagnate da documentazione verificabile.
Il risultato è una narrazione costruita principalmente su:
- fonti anonime;
- deduzioni presentate come fatti;
- linguaggio emotivo;
- assenza di contraddittorio;
- trasformazione delle ipotesi in certezze.
La lezione più importante è forse questa: la qualità dell’informazione non dipende da chi parla, ma dalla solidità delle prove che porta.
Chi critica la propaganda dei grandi media dovrebbe applicare gli stessi standard di rigore anche alle proprie ricostruzioni. Altrimenti il rischio è sostituire una narrazione ideologica con un’altra, chiedendo al pubblico non di verificare i fatti, ma semplicemente di cambiare l’oggetto della propria fiducia.

