I cani da riporto della controinformazione italiana e la realtà piegata all’ideologia: quando le opinioni diventano fatti

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Esiste un fenomeno sempre più evidente all’interno di una parte della controinformazione italiana. Un fenomeno che, paradossalmente, riproduce esattamente i meccanismi propagandistici che per anni sono stati denunciati nei confronti dei grandi media.

Il problema non è avere opinioni.

Il problema non è nemmeno proporre interpretazioni alternative.

Il problema nasce quando le interpretazioni vengono presentate come fatti accertati e quando ogni evento viene piegato per confermare una visione ideologica preesistente.

La ricerca della verità viene sostituita dalla ricerca della conferma.

Le dichiarazioni mai avvenute diventano fatti

Negli ultimi giorni, alcuni esponenti della controinformazione hanno costruito un’intera analisi geopolitica partendo da una frase attribuita a Donald Trump secondo cui Giorgia Meloni lo avrebbe “implorato” per una fotografia e gli avrebbe “fatto pena”.

Peccato che non esista alcuna conferenza stampa, alcuna intervista ufficiale, alcun comunicato della Casa Bianca o alcuna registrazione che documenti tali parole.

Eppure, da questa frase mai verificata, è stata costruita un’intera teoria sulla rottura definitiva tra Italia e Stati Uniti.

Non si parte dai fatti per arrivare alle conclusioni.

Si parte dalle conclusioni e si cercano elementi per sostenerle.

La sconfitta che esiste perché si è deciso che esiste

Secondo questa narrativa, Donald Trump avrebbe subito una clamorosa sconfitta in Iran.

La prova?

Il fatto che l’Iran esista ancora.

Una tesi curiosa.

Perché la sopravvivenza di uno Stato non equivale automaticamente alla vittoria geopolitica.

Eppure viene presentata come una verità autoevidente.

Contemporaneamente si sostiene che l’Iran avrebbe addirittura diviso gli Stati Uniti e Israele, incrinando un’alleanza storica.

Anche qui le prove non vengono fornite.

Washington continua a garantire aiuti militari a Israele.

Le cooperazioni strategiche proseguono.

Le differenze tattiche vengono trasformate in una frattura epocale.

La diagnosi psicologica fatta dai commentatori

Un’altra caratteristica tipica di questa propaganda consiste nel trasformare giudizi politici in diagnosi psicologiche.

Un leader viene definito emotivamente instabile.

Si mette in dubbio la sua salute mentale.

Si citano impressioni personali di altri leader politici.

Ma una valutazione politica non è una diagnosi medica.

La psicologia non può essere sostituita dalle simpatie ideologiche.

Le grandi semplificazioni

Secondo alcuni commentatori, rompere con gli Stati Uniti e orientarsi verso Russia, Cina e Iran porterebbe “soltanto vantaggi”.

Soltanto vantaggi.

Come se non esistessero:

  • rapporti commerciali;
  • investimenti;
  • alleanze strategiche;
  • mercati finanziari;
  • interdipendenze industriali.

La complessità viene sostituita da slogan.

La geopolitica viene ridotta a una partita tra buoni e cattivi.

Washington decide tutto

Un’altra affermazione ricorrente sostiene che i principali ministeri italiani verrebbero scelti da Washington.

Un’accusa enorme.

Che, se fosse vera, rappresenterebbe uno scandalo storico senza precedenti.

Eppure non vengono mostrati documenti.

Non vengono presentate prove.

Non vengono indicate fonti.

Si pretende che l’affermazione venga accettata per fede.

La paura dell’islamismo sarebbe una costruzione propagandistica

Tra le affermazioni più sorprendenti vi è quella secondo cui il tema dell’islamizzazione verrebbe utilizzato esclusivamente per giustificare Israele.

Una teoria che ignora completamente decenni di storia.

Al-Qaeda.

ISIS.

Madrid.

Londra.

Bruxelles.

Parigi.

Nizza.

Il Bataclan.

Il 7 ottobre.

Tutti eventi documentati.

Riconoscere l’esistenza del terrorismo islamista non significa accusare l’intero mondo musulmano.

Così come riconoscere l’estremismo jihadista non significa negare il diritto di criticare le politiche del governo israeliano.

Ma ridurre tutto a una gigantesca operazione mediatica significa sostituire la storia con l’ideologia.

Le lobby israeliane controllano tutto

Secondo questa visione, le elezioni americane sarebbero finanziate dalle lobby israeliane.

Tutto ricondotto sempre allo stesso schema.

Ma la realtà è infinitamente più articolata.

Negli Stati Uniti agiscono:

  • colossi tecnologici;
  • fondi finanziari;
  • industria farmaceutica;
  • settore energetico;
  • sindacati;
  • gruppi ambientalisti;
  • organizzazioni religiose;
  • lobby industriali;
  • gruppi pro-Israele;
  • gruppi pro-palestinesi.

Ridurre ogni fenomeno politico a un’unica causa rappresenta la negazione stessa dell’analisi.

Le accuse economiche senza prove

Si arriva persino a sostenere che Trump e la sua famiglia avrebbero guadagnato centinaia di milioni di dollari grazie alla guerra attraverso operazioni speculative.

Si parla di inchieste.

Si parla di prove.

Ma le prove non vengono mostrate.

Le inchieste non vengono citate.

Le autorità competenti non vengono nominate.

L’accusa resta sospesa nel vuoto.

Ma viene ugualmente proposta al pubblico come se fosse già una verità dimostrata.

La contraddizione permanente

La stessa persona può essere descritta contemporaneamente come:

  • espressione delle oligarchie neoliberali;
  • uomo di Peter Thiel ed Elon Musk;
  • difensore del dollaro globale;

e pochi minuti dopo diventare:

  • il distruttore del vecchio sistema;
  • il promotore del multipolarismo;
  • il picconatore dell’ordine mondiale.

Le due tesi si escludono a vicenda.

Ma nella propaganda le contraddizioni non rappresentano un problema.

L’importante è che il messaggio rafforzi la narrativa del momento.

La nuova religione

Il paradosso è che una parte della controinformazione ha smesso di fare informazione.

È diventata una forma di fede.

Chi appartiene al gruppo ha sempre ragione.

Chi dissente viene accusato di essere:

  • servo del sistema;
  • globalista;
  • infiltrato;
  • sionista;
  • agente del nemico.

Il pensiero critico lascia il posto al tifo.

Le prove diventano secondarie.

Le convinzioni diventano dogmi.

E così, nel tentativo di combattere la propaganda, si finisce per produrre una propaganda ancora più aggressiva, più emotiva e più ideologica.

Una propaganda che pretende di essere libera semplicemente perché si definisce “alternativa”.

Ma una bugia non diventa vera soltanto perché viene pronunciata fuori dai grandi media.

E la verità non cambia a seconda della fazione politica o geopolitica di appartenenza.

Perché la ricerca della verità dovrebbe avere un solo padrone.

I fatti.

E i fatti, molto spesso, hanno il brutto vizio di non obbedire alle ideologie.


Fonti e approfondimenti

Edward Bernays e la propaganda

Psicologia delle masse e manipolazione

Bibliografia consigliata

  • Edward L. Bernays, Propaganda.
  • Edward L. Bernays, Crystallizing Public Opinion.
  • Edward L. Bernays, The Engineering of Consent.
  • Walter Lippmann, L’opinione pubblica.
  • Gustave Le Bon, Psicologia delle folle.
  • Jacques Ellul, Propaganda.
  • Noam Chomsky ed Edward Herman, La fabbrica del consenso.
  • Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo.
  • Jean Baudrillard, Simulacri e impostura.

Questi testi e studi permettono di comprendere come la propaganda, la selezione delle informazioni, la costruzione delle narrative e la manipolazione emotiva non siano fenomeni esclusivi dei media mainstream, ma possano manifestarsi anche all’interno della cosiddetta controinformazione, quando l’ideologia prevale sulla verifica dei fatti.


Link e fonti da inserire alla fine dell’articolo

Terrorismo islamista e jihadismo

Al-Qaeda

ISIS

Hamas

Hezbollah

Attentati terroristici

11 settembre 2001

Bataclan – Parigi 2015

Attentati di Madrid 2004

Attentati di Londra 2005

Attentato di Nizza 2016

Attentati di Bruxelles 2016

Attacco del 7 ottobre 2023

Islamismo politico

Propaganda e manipolazione dell’informazione


Approfondimenti consigliati

  • Lorenzo Vidino, Il jihadismo autoctono in Italia.
  • Gilles Kepel, Terrore e Martirio.
  • Olivier Roy, L’Islam globalizzato.
  • Bruce Hoffman, Inside Terrorism.
  • Jessica Stern, Terror in the Name of God.
  • Walter Laqueur, The Age of Terrorism.

Queste fonti mostrano che il terrorismo jihadista e l’islamismo radicale sono fenomeni storicamente documentati e studiati da governi, università, organismi internazionali e specialisti del settore, e non possono essere liquidati come semplici costruzioni propagandistiche.

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