L’incredibile metamorfosi ideologica
Esiste oggi un paradosso gigantesco dentro una parte della cosiddetta “controinformazione” italiana: gli stessi ambienti che per anni hanno denunciato globalismo, censura, repressione e controllo autoritario finiscono improvvisamente per giustificare — o addirittura difendere — il sistema di potere di Recep Tayyip Erdoğan.
Perché?
La risposta è geopolitica e ideologica allo stesso tempo: Erdoğan viene ormai percepito da una parte della galassia anti-occidentale come un alleato dell’“asse della resistenza” guidato dall’Iran contro gli Stati Uniti e contro Israele.
Ed è qui che esplode il corto circuito.
Gli stessi soggetti che parlano continuamente di libertà dei popoli, autodeterminazione e opposizione ai sistemi repressivi finiscono per chiudere gli occhi davanti alla repressione interna turca, pur di mantenere in piedi la narrativa dell’“anti-imperialismo”.
Erdoğan: il leader che reprime ma viene raccontato come simbolo di resistenza
In Turchia assistiamo da anni a:
- repressione dell’opposizione;
- arresti di giornalisti;
- censura dei media;
- controllo politico della magistratura;
- limitazioni alla libertà di espressione;
- epurazioni amministrative e accademiche;
- repressione delle proteste.
Eppure una parte della controinformazione italiana evita accuratamente di affrontare questi temi. Anzi, spesso li minimizza o li giustifica.
Il motivo è semplice: Erdoğan viene inserito nella grande narrazione dell’“opposizione all’imperialismo americano” e della lotta contro il “sionismo globale”. In questo schema ideologico, tutto ciò che si oppone a Washington viene automaticamente romanticizzato, anche quando adotta pratiche apertamente autoritarie.
È una logica tribale, non analitica.
L’ossessione dell’antiamericanismo che cancella ogni coerenza
Una parte della sinistra radicale europea — insieme a settori pseudo-sovranisti e anti-occidentali — ha trasformato l’antiamericanismo in una religione politica.
E quando l’antiamericanismo diventa assoluto, la coerenza morale scompare.
Così accade che:
- governi teocratici vengano descritti come “resistenza”;
- sistemi repressivi diventino “argini multipolari”;
- censura e repressione vengano ignorate se rivolte contro il “nemico giusto”;
- l’autoritarismo venga giustificato purché anti-occidentale.
Il risultato è devastante: una parte della controinformazione italiana finisce per assomigliare sempre di più a propaganda geopolitica mascherata da dissenso.
L’Asse della Resistenza e la fascinazione ideologica
Il cosiddetto “Asse della Resistenza” è una rete geopolitica costruita attorno all’Iran e ai suoi alleati regionali, nata in opposizione all’influenza americana e israeliana in Medio Oriente.
In teoria, per molti ambienti occidentali radicali, questo asse rappresenterebbe una forma di “resistenza anti-imperialista”.
Ma qui emerge una domanda fondamentale:
come può una parte della sinistra europea, storicamente laica e progressista, finire per idealizzare sistemi politici ultraconservatori, religiosi e repressivi?
È il grande collasso ideologico contemporaneo.
Nel nome dell’antisionismo e dell’antiamericanismo, alcuni ambienti arrivano persino a ignorare:
- la repressione interna iraniana;
- le restrizioni ai diritti civili;
- la persecuzione degli oppositori;
- il ruolo delle milizie proxy;
- la censura sistematica.
Persino Erdoğan, che rappresenta una forma di nazionalismo islamico fortemente autoritario, viene talvolta trattato come figura “anti-sistema”.
La controinformazione che diventa tifoseria geopolitica
Il problema non è criticare gli Stati Uniti o la NATO. La critica geopolitica è legittima e necessaria.
Il problema nasce quando la critica si trasforma in tifoseria cieca.
Molti ambienti della controinformazione italiana non analizzano più i fatti: selezionano i fatti utili alla narrativa.
Se un governo è antiamericano, allora:
- le repressioni diventano “difesa nazionale”;
- la censura diventa “lotta alla destabilizzazione”;
- gli arresti politici diventano “sicurezza interna”.
È esattamente il meccanismo propagandistico che questi stessi ambienti dichiarano di combattere.
Il corto circuito delle sinistre occidentali
Una parte delle sinistre occidentali è entrata in un cortocircuito storico:
nel tentativo di opporsi all’Occidente liberale e al potere americano, finisce spesso per sostenere movimenti, governi e ideologie profondamente incompatibili con i valori progressisti classici.
Laicità, diritti civili, libertà individuali, emancipazione femminile, libertà di stampa: tutto diventa secondario rispetto alla priorità assoluta dell’antioccidentalismo.
Così si crea una strana alleanza culturale tra:
- anti-imperialismo radicale;
- islamismo politico;
- propaganda anti-occidentale;
- nazionalismi autoritari.
Un’alleanza che fino a pochi decenni fa sarebbe sembrata assurda.
Erdoğan non è un simbolo di libertà
Difendere la libertà significa essere coerenti.
Non si può denunciare la censura in Europa e ignorare la repressione in Turchia.
Non si può parlare di diritti civili e chiudere gli occhi davanti agli arresti politici.
Non si può criticare l’autoritarismo occidentale e poi romanticizzare governi che comprimono il dissenso.
La realtà è che Erdoğan non rappresenta un modello di libertà democratica.
Rappresenta un potere fortemente centralizzato che utilizza religione, nazionalismo e controllo statale come strumenti politici.
E il fatto che una parte della controinformazione italiana preferisca ignorarlo racconta molto più della crisi culturale occidentale che della Turchia stessa.

