Per mesi ogni fallimento diplomatico è stato attribuito a Trump. Ma dietro Hormuz emerge una realtà molto diversa: il governo iraniano non dispone di un potere assoluto e una parte dell’apparato militare e ideologico considera lo Stretto non semplicemente materia di negoziato, ma uno strumento strategico da preservare
Per mesi una parte della cosiddetta controinformazione italiana ha raccontato il confronto tra Stati Uniti e Iran attraverso uno schema elementare.
Da una parte Donald Trump, dipinto come l’uomo intenzionato a sabotare qualsiasi accordo; dall’altra un Iran sostanzialmente compatto, razionale, disponibile alla diplomazia e costretto continuamente a reagire alle provocazioni americane.
Una rappresentazione comoda.
E soprattutto incompleta.
Gli sviluppi dell’estate 2026 stanno infatti portando in superficie un problema che avrebbe dovuto accompagnare qualsiasi analisi seria fin dall’inizio:
quando Washington tratta con Teheran, con chi sta realmente trattando?
Con il presidente Masoud Pezeshkian?
Con il ministro degli Esteri Abbas Araghchi?
Con il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf?
Con il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale?
Con il Leader Supremo e il suo entourage?
Oppure, sulle questioni militari e strategiche, con una struttura di potere nella quale il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica — l’IRGC — dispone di un peso tale da poter condizionare profondamente ciò che il governo civile può concedere?
È questa la domanda che la narrazione binaria “Trump cattivo, Iran disponibile all’accordo” ha sistematicamente evitato.
E la crisi dello Stretto di Hormuz la rende ormai impossibile da ignorare.
NON ESISTE UN SOLO IRAN
Il primo errore consiste nel parlare dell’Iran come se fosse una normale democrazia presidenziale nella quale il presidente eletto stabilisce la politica estera e le forze armate eseguono.
La Repubblica Islamica è costruita diversamente.
Il presidente possiede poteri reali, il governo gestisce una parte importante dell’amministrazione e il ministero degli Esteri conduce formalmente la diplomazia.
Ma sopra questo livello esiste l’architettura della Repubblica Islamica: Leader Supremo, Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, apparati religiosi, strutture militari e soprattutto IRGC.
E quando si entra nei dossier della sicurezza nazionale, delle forze armate, della deterrenza regionale e dello Stretto di Hormuz, il peso dell’apparato militare diventa inevitabilmente enorme.
Per questo è fuorviante interpretare ogni dichiarazione di Araghchi come se rappresentasse automaticamente l’intera struttura del potere iraniano.
Il ministro può negoziare.
Il problema è capire entro quali limiti può negoziare.
Ed è esattamente questo che gli ultimi sviluppi stanno mettendo in evidenza.
HORMUZ: IL PUNTO NEL QUALE DIPLOMAZIA E POTERE MILITARE SI SCONTRANO
Il 4 agosto il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha confermato pubblicamente che Iran e Oman stavano lavorando alla definizione di rotte sicure per le navi in entrata e in uscita dallo Stretto.
Non si tratta quindi soltanto di indiscrezioni occidentali.
Teheran stessa ha riconosciuto l’esistenza del negoziato tecnico.
Baghaei ha spiegato che le discussioni riguardavano la creazione di percorsi di navigazione capaci di tutelare contemporaneamente i diritti sovrani e le esigenze di sicurezza nazionale di Iran e Oman.
Questo particolare è fondamentale.
Significa che l’idea delle corsie separate per il traffico marittimo è entrata realmente nella discussione diplomatica.
Ma è proprio qui che emerge il conflitto politico.
Per il governo e per la diplomazia, Hormuz può essere utilizzato per costruire un accordo capace di ridurre la pressione internazionale, riattivare il commercio e ottenere contropartite economiche.
Per le componenti più dure del sistema, invece, il controllo dello Stretto rappresenta qualcosa di molto più importante.
È uno strumento di deterrenza.
Un moltiplicatore della forza iraniana.
Un’arma geopolitica.
E un’arma, dal loro punto di vista, non viene consegnata gratuitamente.
L’IRGC NON VEDE HORMUZ COME UNA SEMPLICE PEDINA
Qui si trova probabilmente il cuore dell’intera vicenda.
Lo Stretto di Hormuz non è soltanto una questione commerciale.
Chi riesce a minacciare seriamente la navigazione attraverso quel passaggio possiede uno strumento capace di produrre conseguenze energetiche globali.
E gli eventi del 2026 hanno dimostrato quanto sia enorme questa leva.
Secondo le dichiarazioni riportate all’inizio di agosto dell’amministratore delegato di Saudi Aramco Amin Nasser, i flussi commerciali attraverso Hormuz erano precipitati a circa un decimo dei livelli precedenti alla crisi.
È difficile immaginare una dimostrazione più evidente del potere strategico dello Stretto.
Ed è quindi perfettamente comprensibile — dal punto di vista dell’apparato militare iraniano — perché rinunciare a questo vantaggio senza ottenere enormi contropartite possa essere considerato un errore.
Qui nasce lo scontro.
Il governo ha bisogno di ossigeno economico.
La diplomazia cerca una soluzione.
L’apparato militare vuole evitare che la soluzione diplomatica distrugga la leva strategica conquistata.
Non significa necessariamente che governo e IRGC abbiano obiettivi finali completamente opposti.
Significa però che possono divergere profondamente sui mezzi, sui tempi e sul prezzo dell’accordo.
Ed è una distinzione decisiva.
TRE CORRENTI DENTRO TEHERAN
Una delle analisi più interessanti pubblicate nelle ultime settimane arriva dal Critical Threats Project dell’American Enterprise Institute insieme all’Institute for the Study of War.
La loro ricostruzione individua almeno tre orientamenti nel sistema iraniano.
Il primo sarebbe quello favorevole al negoziato e a una forma di compromesso, associato a figure come:
Masoud Pezeshkian, Abbas Araghchi e Mohammad Bagher Ghalibaf.
Non si tratterebbe necessariamente di una corrente filo-occidentale. Sarebbe più corretto definirla una componente che considera la trattativa uno strumento necessario per salvaguardare gli interessi iraniani.
Il secondo polo sarebbe invece collegato maggiormente all’IRGC e alle figure della sicurezza nazionale.
Anche questa componente potrebbe accettare un negoziato, ma a condizioni molto più rigide e soprattutto senza rinunciare al controllo strategico acquisito su Hormuz.
Infine esisterebbe una terza componente ancora più radicale, contraria sostanzialmente alla trattativa con gli Stati Uniti.
Questa distinzione distrugge la caricatura secondo cui esisterebbero semplicemente “Iran” e “America”.
Dentro Teheran esiste una battaglia sulla strategia.
ARAGHCHI: IL MINISTRO CHE NEGOZIA E RISCHIA L’IMPEACHMENT
Ed eccoci al particolare probabilmente più importante.
Il 4 agosto il parlamentare iraniano Hosseinali Hajideligani, vicepresidente della Commissione parlamentare dell’Articolo 90, ha dichiarato pubblicamente che alcuni parlamentari stavano raccogliendo documentazione per procedere contro il ministro degli Esteri Abbas Araghchi.
Le sue parole sono inequivocabili:
“Stiamo compilando e raccogliendo la documentazione per l’impeachment di Abbas Araghchi, in modo da poterlo avviare al momento opportuno.”
Questa dichiarazione cambia radicalmente il significato politico della vicenda.
Non siamo più soltanto davanti alle supposizioni di qualche analista occidentale.
Esiste un parlamentare iraniano che annuncia pubblicamente la raccolta di materiale per mettere sotto accusa il proprio ministro degli Esteri.
Hajideligani ha inoltre attaccato direttamente il concetto stesso di negoziato durante il cessate il fuoco, sostenendo che parlare di “negoziazione” possa essere interpretato come un segnale capace di preparare una nuova guerra.
Ha poi posto una linea rossa ancora più significativa: qualsiasi accordo che compromettesse la sovranità iraniana o cedesse il controllo su parte delle acque territoriali sarebbe, secondo lui, contrario alla Costituzione.
Questa è la notizia sulla quale dovrebbe concentrarsi chi vuole capire veramente cosa sta succedendo.
Perché se Araghchi deve contemporaneamente trattare con l’esterno e difendersi da un attacco politico interno, la sua libertà negoziale è inevitabilmente limitata.
IL PARADOSSO: WASHINGTON PUÒ RICEVERE UN “SÌ” CHE TEHERAN NON È IN GRADO DI GARANTIRE
Questo introduce il problema centrale.
Un accordo internazionale vale quanto la capacità delle parti di applicarlo.
Supponiamo che Araghchi trovi una formula accettabile.
Supponiamo che Pezeshkian la approvi.
Supponiamo persino che Ghalibaf partecipi alla costruzione del compromesso.
La domanda rimane:
chi garantisce l’applicazione sul terreno?
Chi controlla le strutture militari che operano nello Stretto?
Chi garantisce che le navi possano transitare?
Chi decide le regole operative?
Chi impedisce una nuova escalation?
Ed è qui che il peso dell’IRGC diventa determinante.
La diplomazia può scrivere il testo.
Ma la sicurezza dello Stretto non dipende esclusivamente dal ministero degli Esteri.
L’IRGC E IL DENARO: HORMUZ È ANCHE UNA QUESTIONE ECONOMICA
C’è poi un secondo elemento che viene spesso dimenticato.
L’IRGC non è soltanto una forza militare.
Nel corso dei decenni è diventato un gigantesco sistema politico, economico, industriale e finanziario.
Il Dipartimento del Tesoro statunitense ha documentato ripetutamente reti commerciali, società di copertura, strutture finanziarie e operazioni petrolifere collegate alle Guardie Rivoluzionarie.
Nel maggio 2026 Washington ha addirittura sanzionato quella che definisce la “Persian Gulf Strait Authority”, sostenendo che si trattasse di un tentativo collegato all’IRGC di monetizzare il controllo del traffico attraverso Hormuz.
Secondo il Tesoro americano, l’obiettivo sarebbe stato quello di ottenere denaro dalle navi in transito.
Naturalmente questa è la posizione ufficiale dell’amministrazione statunitense e va identificata come tale.
Ma il documento è importante perché mostra che il conflitto su Hormuz non riguarda solamente geopolitica e sicurezza.
Riguarda anche chi controlla le rendite generate dal controllo dello Stretto.
Washington ha inoltre documentato reti attraverso le quali l’IRGC avrebbe ottenuto introiti dalla vendita del petrolio iraniano e utilizzato società di copertura per muovere capitali internazionalmente.
Hormuz, quindi, possiede contemporaneamente tre valori:
militare, geopolitico ed economico.
Pensare che una struttura così potente possa semplicemente consegnarne il controllo alla diplomazia senza pretendere garanzie significa non comprendere la natura del sistema iraniano.
IL GOVERNO PEZESHKIAN E IL PROBLEMA DEL POTERE REALE
A rendere tutto ancora più complicato sono le informazioni che arrivano sul rapporto tra il presidente Pezeshkian e il vertice della Repubblica Islamica.
Qui è necessario distinguere con grande attenzione tra fatti pubblici e informazioni attribuite a fonti anonime.
Iran International ha riferito, citando fonti interne, che Pezeshkian avrebbe ripetutamente cercato un incontro con Mojtaba Khamenei e avrebbe persino minacciato le dimissioni.
La stessa testata sostiene che il presidente avrebbe lamentato il crescente controllo delle Guardie Rivoluzionarie sulla gestione dello Stato.
Sono ricostruzioni che non possiamo trattare come documenti ufficiali.
Ma diventano politicamente interessanti quando vengono confrontate con altri segnali pubblici della progressiva militarizzazione del processo decisionale.
Araghchi stesso avrebbe dichiarato pubblicamente di non aver incontrato Mojtaba Khamenei nel periodo successivo alla successione e che soltanto un numero limitato di persone avrebbe avuto accesso al nuovo Leader.
Se queste informazioni vengono considerate insieme, emerge almeno una domanda legittima:
quanto è autonoma oggi la presidenza iraniana?
IL PARLAMENTO RISCHIA DI ESSERE SCHIACCIATO TRA GOVERNO E APPARATI
La crisi non riguarda soltanto Pezeshkian.
Riguarda anche il Majles.
Diverse ricostruzioni iraniane descrivono un Parlamento sempre più preoccupato per la perdita di influenza nei grandi dossier strategici.
Ed è interessante che proprio mentre una parte del sistema politico lamenta di essere marginalizzata, alcuni parlamentari cerchino di riaffermare il proprio ruolo minacciando l’impeachment del ministro degli Esteri.
È una contraddizione solo apparente.
Se le grandi decisioni vengono trasferite verso strutture di sicurezza e organismi ristretti, il Parlamento possiede pochi strumenti per riaffermare la propria rilevanza.
Uno di questi è proprio il controllo sui ministri.
Araghchi rischia così di trovarsi stretto fra tre pressioni:
Washington e i mediatori che chiedono garanzie;
gli apparati iraniani che impongono linee rosse;
il Parlamento che pretende di non essere escluso.
Non è difficile capire perché un accordo possa diventare fragilissimo.
NON È “MODERATI CONTRO ESTREMISTI”: LA REALTÀ È PIÙ COMPLESSA
Bisogna però evitare un altro errore.
Descrivere Pezeshkian e Araghchi come “buoni moderati” contrapposti ai “cattivi militari” sarebbe semplicistico quanto la propaganda che stiamo criticando.
Anche la componente negoziale vuole tutelare la sovranità iraniana.
Anche Ghalibaf proviene dall’apparato dei Pasdaran.
Anche chi sostiene un compromesso può ritenere strategicamente necessario conservare una qualche forma di controllo iraniano sullo Stretto.
La vera divisione sembra riguardare soprattutto:
quanto concedere;
quando concederlo;
quali garanzie ottenere;
quale controllo conservare;
e soprattutto chi deve avere l’ultima parola.
Questa è la vera battaglia.
PERCHÉ HORMUZ È DIVENTATO L’ARMA DELLA REPUBBLICA ISLAMICA
Per capire la durezza dello scontro bisogna comprendere cosa rappresenta Hormuz.
L’Iran non può competere simmetricamente con gli Stati Uniti sul piano militare convenzionale.
Non possiede una marina globale paragonabile a quella americana.
Non possiede la stessa capacità economica.
Non possiede la stessa rete di basi.
La strategia iraniana ha quindi storicamente puntato sulla guerra asimmetrica.
Missili.
Droni.
Forze proxy.
Piccole unità navali.
Mine.
Minaccia alle infrastrutture energetiche.
E soprattutto la possibilità di rendere estremamente costoso il passaggio attraverso Hormuz.
Lo Stretto è quindi un grande equalizzatore strategico.
È uno dei pochi luoghi al mondo nei quali l’Iran può produrre conseguenze economiche enormemente superiori alle dimensioni della propria economia.
Ecco perché per l’IRGC perderne il controllo operativo significherebbe potenzialmente perdere una delle armi più potenti dell’intero arsenale iraniano.
LA PRESSIONE ECONOMICA SPIEGA PERCHÉ IL GOVERNO VUOLE L’ACCORDO
Dall’altra parte c’è però la realtà economica.
Sanzioni, guerra, isolamento finanziario e difficoltà nell’esportazione del petrolio stanno producendo una pressione gigantesca.
Ed è proprio questa pressione a rendere razionale la posizione di Pezeshkian e Araghchi.
Il governo deve amministrare il Paese.
Deve affrontare inflazione, occupazione, servizi pubblici, infrastrutture e bilancio.
Per un apparato militare, mantenere Hormuz come strumento di deterrenza può essere una priorità.
Per un governo costretto a far funzionare l’economia, riaprire il commercio può diventare altrettanto prioritario.
Da qui nasce la frattura strutturale:
la sicurezza vuole preservare la leva; l’economia vuole monetizzare la pace.
E ALLORA TRUMP ERA DAVVERO L’UNICO OSTACOLO?
Arriviamo alla domanda che una parte della controinformazione italiana dovrebbe finalmente porsi.
Se all’interno dell’Iran esistono componenti che:
contestano le concessioni;
vogliono preservare il controllo strategico di Hormuz;
attaccano politicamente il ministro degli Esteri;
mettono in discussione l’autorità negoziale del governo;
e considerano la pressione sul traffico marittimo uno strumento di deterrenza,
come si poteva sostenere con tanta sicurezza che ogni fallimento diplomatico fosse responsabilità esclusiva di Donald Trump?
Questo non significa assolvere automaticamente Washington.
Gli Stati Uniti hanno proprie condizioni, proprie pressioni, proprie sanzioni e propri interessi strategici.
Trump può irrigidire un negoziato.
Può avanzare richieste che Teheran considera inaccettabili.
Può commettere errori.
Ma una cosa è criticare la politica americana.
Un’altra è fingere che dall’altra parte del tavolo esista un attore perfettamente unitario e libero di firmare qualsiasi compromesso.
Gli eventi iraniani mostrano esattamente il contrario.
LA GRANDE OMISSIONE DELLA CONTROINFORMAZIONE ITALIANA
Ed eccoci al problema dell’informazione.
Una parte della controinformazione italiana ha sostituito l’analisi geopolitica con una struttura ideologica.
Se gli Stati Uniti fanno qualcosa, dietro deve esserci l’imperialismo americano.
Se Israele agisce, dietro deve esserci il progetto sionista.
Se l’Iran reagisce, la responsabilità originaria deve necessariamente appartenere all’Occidente.
In questo schema non c’è spazio per analizzare seriamente le contraddizioni interne della Repubblica Islamica.
Non c’è spazio per l’autonomia dell’IRGC.
Non c’è spazio per gli interessi economici delle Guardie Rivoluzionarie.
Non c’è spazio per il conflitto tra governo, Parlamento, Leader Supremo e apparati militari.
E soprattutto non c’è spazio per ammettere una possibilità molto semplice:
anche Teheran può sabotare un accordo.
O, più precisamente, una componente del sistema iraniano può considerare un determinato accordo contrario ai propri interessi e impedirne l’applicazione.
L’IMPEACHMENT DI ARAGHCHI È IL SEGNALE DA OSSERVARE
Per questo la minaccia contro Abbas Araghchi è molto più importante di quanto sembri.
Se resterà soltanto una minaccia parlamentare, dimostrerà comunque l’esistenza di una forte opposizione interna.
Se diventerà una procedura formale, la crisi salirà di livello.
Se dovesse infine portare alla rimozione del ministro, il significato sarebbe ancora più grave:
il sistema iraniano avrebbe punito uno dei principali protagonisti della diplomazia proprio mentre si tenta di costruire un nuovo equilibrio su Hormuz.
È questo il punto da seguire nelle prossime settimane.
Non le dichiarazioni propagandistiche.
Non gli slogan.
Non le tifoserie italiane.
Araghchi.
Perché il destino politico del ministro degli Esteri potrebbe dirci molto più di cento editoriali su chi possiede realmente il potere negoziale nella Repubblica Islamica.
CONCLUSIONE: IL PROBLEMA NON È SOLTANTO L’ACCORDO. È CHI PUÒ GARANTIRLO
Alla fine tutto ritorna alla domanda iniziale.
Con chi stanno negoziando gli Stati Uniti?
Il governo iraniano può raggiungere un’intesa.
Araghchi può costruire formule diplomatiche.
Pezeshkian può sostenere il ritorno a un memorandum.
Ghalibaf può partecipare alla mediazione.
Ma se l’apparato che controlla gli strumenti militari considera Hormuz un’arma strategica che non deve essere neutralizzata, nessun pezzo di carta sarà sufficiente.
Ed è qui che crolla definitivamente la favola raccontata per mesi.
Il problema non era e non è semplicemente:
Trump vuole o non vuole l’accordo?
La vera domanda è doppia:
Washington è disposta ad accettare le condizioni iraniane?
e soprattutto:
chi, dentro l’Iran, possiede davvero l’autorità per garantire che un accordo venga rispettato?
La crisi di Hormuz sta facendo emergere qualcosa che i reporter ideologizzati e i cani da riporto della controinformazione italiana avrebbero dovuto spiegare molto tempo fa:
la Repubblica Islamica non è un monolite.
Il potere politico tratta.
Il Parlamento protesta.
Gli apparati di sicurezza impongono limiti.
L’IRGC protegge la propria leva strategica.
E il vertice deve impedire che queste contraddizioni facciano esplodere il sistema.
Attribuire tutto a Trump era molto più semplice.
Capire l’Iran richiede invece di guardare dentro l’Iran.
Ed è proprio lì che, oggi, si combatte una delle battaglie più importanti per il futuro dell’accordo.
DOCUMENTI E FONTI
Institute for the Study of War / Critical Threats Project – Iran Update Special Report, 28 luglio 2026
Analisi delle diverse correnti iraniane sulla gestione dei negoziati e dello Stretto di Hormuz.
Iran Update Special Report – 28 luglio 2026
Institute for the Study of War / Critical Threats Project – Iran Update Special Report, 5 agosto 2026
Aggiornamento sulle tensioni tra la componente negoziale e le fazioni contrarie alle concessioni, comprese quelle associate all’IRGC.
Iran Update Special Report – 5 agosto 2026
Iran International – 4 agosto 2026: minaccia di impeachment contro Abbas Araghchi
Riporta la dichiarazione pubblica di Hosseinali Hajideligani sulla raccolta della documentazione necessaria per procedere contro il ministro degli Esteri.
Iranian lawmaker threatens to impeach Foreign Minister Araghchi
Iran International – 4 agosto 2026: negoziati Iran-Oman sulle rotte di Hormuz
Contiene le dichiarazioni del portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei sulle rotte sicure in entrata e uscita e sul negoziato tecnico con l’Oman.
Iran says talks with Oman on safe Hormuz shipping routes making progress
Iran International – 5 agosto 2026: perdita di peso delle istituzioni politiche
Analisi sul progressivo spostamento del processo decisionale verso l’IRGC e gli apparati di sicurezza.
Iran’s parliament fades further from power after the war
Iran International – 4 agosto 2026: Pezeshkian e Mojtaba Khamenei
Ricostruzione basata in parte su fonti anonime interne. Va quindi letta come reporting investigativo, non come documento ufficiale, ma contiene elementi rilevanti sul rapporto tra presidenza, Leader Supremo e IRGC.
Iran’s president met Mojtaba Khamenei in the back seat of a car
U.S. Treasury – 27 maggio 2026: Persian Gulf Strait Authority
Documento ufficiale statunitense sulle accuse relative al tentativo dell’IRGC di monetizzare il controllo del traffico attraverso Hormuz.
Treasury Targets Iranian Maritime Extortion
U.S. Treasury – 11 maggio 2026: operazioni petrolifere dell’IRGC
Documento sulle società e sugli individui accusati dagli Stati Uniti di facilitare la vendita e il trasporto del petrolio per conto delle Guardie Rivoluzionarie.
Treasury Targets IRGC Oil Operations
U.S. Treasury – 25 giugno 2024: shadow banking dell’IRGC e del MODAFL
Documento di background sulle reti finanziarie internazionali attribuite all’apparato militare iraniano.
Treasury Targets Shadow Banking Network Moving Billions for Iran’s Military
U.S. Treasury – 28 aprile 2026: sistema bancario parallelo iraniano
Documentazione sulle reti finanziarie utilizzate, secondo OFAC, dalle forze armate iraniane e dall’IRGC per petrolio, armamenti e finanziamento delle proprie attività.
Economic Fury Targets Iran Shadow Banking Facilitators
U.S. Treasury – 15 luglio 2026: procurement internazionale dell’IRGC
Documento successivo agli attacchi contro naviglio commerciale nello Stretto di Hormuz, relativo alle reti di approvvigionamento delle Guardie Rivoluzionarie.
Treasury Targets Global Network Procuring Weapons for Iranian Regime

