IRAN, LA CRISI È MOLTO PIÙ PROFONDA: ORA UN AYATOLLAH ULTRARADICALE VUOLE SUPERARE LA REPUBBLICA ISLAMICA E ATTACCA PEZESHKIAN

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Dopo lo scontro tra governo e IRGC su Hormuz emerge un’altra frattura nel cuore del regime. Mohammad Baqer Kharrazi propone di superare l’attuale struttura della Repubblica Islamica per arrivare a un sistema ancora più teocratico. E sostiene di avere un rapporto privilegiato con Mojtaba Khamenei. Ma l’ufficio della Guida ha già contestato pubblicamente le sue affermazioni.

Quello che sta accadendo in Iran non assomiglia più a una normale disputa tra “moderati” e “conservatori”.

E non riguarda soltanto lo Stretto di Hormuz.

La crisi sembra essersi spostata direttamente sulla domanda più pericolosa che possa esistere all’interno di qualsiasi regime:

chi deve governare?

Nel precedente approfondimento abbiamo documentato la crescente tensione tra il governo di Masoud Pezeshkian, la diplomazia guidata da Abbas Araghchi e le componenti più dure dell’apparato militare iraniano.

Abbiamo visto un Araghchi impegnato nei negoziati e contemporaneamente minacciato politicamente in patria.

Abbiamo visto lo Stretto di Hormuz trasformarsi nel terreno sul quale interessi economici, necessità diplomatiche e strategia militare dell’IRGC entrano in collisione.

Adesso arriva un altro segnale.

Ed è forse ancora più inquietante.

Perché questa volta l’attacco al governo non arriva dagli Stati Uniti.

Non arriva da Israele.

Non arriva dagli oppositori iraniani in esilio.

Arriva da un ayatollah iraniano ultraconservatore appartenente a una delle famiglie più integrate nell’establishment della Repubblica Islamica.

Il suo nome è Mohammad Baqer Kharrazi.

E il progetto politico che sta descrivendo non punta a rendere l’Iran più democratico.

Punta esattamente nella direzione opposta.


CHI È MOHAMMAD BAQER KHARRAZI

Prima di analizzare le sue dichiarazioni bisogna chiarire chi sia.

Mohammad Baqer Kharrazi non è la Guida Suprema dell’Iran e sarebbe scorretto presentarlo come tale.

Ma non è nemmeno uno sconosciuto predicatore ai margini del sistema.

È un religioso sciita ultraconservatore, conosciuto come segretario generale di Hezbollah of Iran, una formazione politico-religiosa iraniana da non confondere con l’Hezbollah libanese.

La sua storia politica è documentata da molto tempo.

Nel 2013 annunciò persino la propria candidatura alla presidenza iraniana.

E già allora le sue dichiarazioni provocarono una controversia internazionale.

Kharrazi parlò della possibilità di riportare sotto l’Iran territori oggi appartenenti a Tagikistan, Armenia e Azerbaigian.

Le dichiarazioni furono sufficientemente serie da provocare una reazione ufficiale del ministero degli Esteri tagiko.

Questo particolare è importante perché dimostra che il radicalismo attribuito oggi a Kharrazi non nasce nell’estate del 2026.

Ha radici molto più profonde.


UNA FAMIGLIA DENTRO IL SISTEMA

Ancora più importante è la famiglia alla quale appartiene.

Il padre, l’ayatollah Mohsen Kharrazi, ha fatto parte dell’Assemblea degli Esperti, l’organo costituzionalmente incaricato della scelta della Guida Suprema.

La famiglia Kharrazi possiede inoltre legami matrimoniali con quella Khamenei.

Sadegh Kharrazi è stato diplomatico di alto livello e ambasciatore iraniano in Francia.

Kamal Kharrazi è stato ministro degli Esteri e successivamente presidente dello Strategic Council on Foreign Relations.

E Mohammad Baqer appartiene proprio a questa rete familiare, politica e religiosa.

Non stiamo quindi parlando di un oppositore che osserva il regime dall’esterno.

Stiamo parlando di qualcuno proveniente dall’universo ideologico che ha contribuito a sostenere la Repubblica Islamica.

Ed è proprio questo a rendere le sue parole politicamente esplosive.


NON VUOLE ABBATTERE LA TEOCRAZIA. VUOLE RENDERLA ANCORA PIÙ PURA

Qui bisogna comprendere una distinzione fondamentale.

Quando Kharrazi sostiene che l’attuale Repubblica Islamica avrebbe esaurito la propria funzione, non sta proponendo una democrazia liberale.

Non vuole separare religione e Stato.

Non vuole ridurre il potere del clero.

La sua critica va nella direzione opposta.

L’attuale sistema sarebbe, dal suo punto di vista, ancora troppo compromesso con strutture politiche di natura repubblicana.

Presidenza.

Ministeri.

Parlamento.

Procedure costituzionali.

Elezioni.

Mediazioni istituzionali.

Per Kharrazi la rivoluzione del 1979 non sarebbe quindi il punto finale.

Sarebbe soltanto una fase.

L’obiettivo successivo sarebbe il passaggio dalla “Repubblica Islamica” al “Governo Islamico”.

La differenza terminologica sembra piccola.

Politicamente è enorme.


DALLA “REPUBBLICA ISLAMICA” AL “GOVERNO ISLAMICO”

La Repubblica Islamica iraniana contiene fin dalla nascita una contraddizione.

Da una parte esiste la sovranità popolare, seppure fortemente limitata.

Gli iraniani eleggono un presidente.

Eleggeono il Parlamento.

Esistono istituzioni formalmente repubblicane.

Dall’altra esiste la sovranità religiosa.

La Guida Suprema.

Il Consiglio dei Guardiani.

Gli apparati religiosi.

L’IRGC.

Le strutture poste a protezione della rivoluzione.

L’intero sistema iraniano nasce dall’equilibrio instabile tra queste due dimensioni.

Ed è proprio questo equilibrio che Kharrazi sembra voler spezzare.

La componente “repubblicana” dovrebbe essere progressivamente eliminata.

La componente “islamica” dovrebbe diventare dominante.

Non più una repubblica controllata dal clero.

Ma uno Stato governato direttamente secondo una determinata interpretazione religiosa della legge islamica.


PEZESHKIAN DIVENTA IL BERSAGLIO

È qui che il presidente Masoud Pezeshkian assume un significato simbolico enorme.

Kharrazi lo avrebbe definito sprezzantemente un “buffone”.

Non è soltanto un insulto.

È una dichiarazione politica.

Pezeshkian rappresenta esattamente quella componente istituzionale che il progetto ultrateocratico considera superflua.

Il presidente negozia.

Il presidente amministra.

Il presidente deve rispondere alle necessità economiche della popolazione.

Il presidente deve confrontarsi con il Parlamento.

Il presidente rappresenta, almeno formalmente, il voto popolare.

Tutto questo introduce compromesso.

Per un progetto rivoluzionario integralista, invece, il compromesso può diventare un problema.

Ed ecco perché la battaglia contro Pezeshkian è molto più importante della sorte personale dell’attuale presidente.

La vera domanda è:

serve ancora un presidente?

Kharrazi sembra rispondere di no.


UN “GOVERNO OMBRA” GIÀ PRONTO?

Le dichiarazioni più sorprendenti attribuite a Kharrazi riguardano l’esistenza di un progetto politico già elaborato.

Durante un incontro religioso avrebbe sostenuto che esisterebbe già una sorta di governo ombra, dotato di un programma estremamente dettagliato.

Ha parlato addirittura di decine di volumi contenenti il progetto per trasformare l’attuale Repubblica Islamica in un autentico “Governo Islamico”.

Se questa descrizione corrisponde realmente al progetto della sua organizzazione, siamo davanti a qualcosa di più di uno sfogo religioso.

Siamo davanti alla rivendicazione dell’esistenza di una struttura ideologica alternativa allo Stato attuale.

Un’organizzazione che non dice semplicemente:

“il governo sta sbagliando”.

Dice:

“questo modello di governo deve essere superato”.

Ed è una differenza gigantesca.


LA STRATEGIA DEI 250.000

Ancora più inquietante è il modello organizzativo descritto.

Secondo quanto riportato, Kharrazi avrebbe indicato una struttura di reclutamento progressivo.

Ogni aderente dovrebbe reclutare altri sostenitori.

Il meccanismo dovrebbe moltiplicarsi fino a costruire una massa organizzata nell’ordine delle centinaia di migliaia di persone.

L’obiettivo dichiarato sarebbe arrivare a circa 250.000 mobilitati.

E cosa dovrebbero fare?

Concentrarsi attorno ai ministeri e ai centri del potere.

A quel punto il discorso non riguarda più soltanto teologia.

Riguarda il controllo fisico delle istituzioni.


IRGC E BASIJ: IL PUNTO PIÙ DELICATO

Le ricostruzioni circolate sulle dichiarazioni di Kharrazi attribuiscono al religioso anche appelli rivolti a componenti dell’IRGC e del Basij.

Ed è questo il punto che richiede maggiore cautela ma anche maggiore attenzione.

Perché il Basij non è un movimento politico qualunque.

È una struttura paramilitare integrata nel sistema dell’IRGC.

L’IRGC possiede inoltre una presenza territoriale capillare attraverso i propri comandi provinciali.

Se una battaglia politica interna riuscisse realmente a conquistare una parte significativa di queste strutture, il conflitto cesserebbe immediatamente di essere soltanto istituzionale.

Diventerebbe una lotta per il controllo materiale dello Stato.

Non esistono, allo stato delle informazioni pubblicamente verificabili, elementi sufficienti per sostenere che l’IRGC nel suo complesso abbia aderito al progetto di Kharrazi.

Sarebbe scorretto affermarlo.

Ma il fatto stesso che un religioso ultraradicale cerchi di parlare a quella base è politicamente significativo.


IL PUNTO PIÙ GRAVE: LA LEGITTIMAZIONE DELLA VIOLENZA

Ancora più grave sarebbe l’invito, attribuito a Kharrazi, a confrontarsi con gli apparati dello Stato qualora tentassero di impedire la mobilitazione.

Le versioni più estreme circolate in queste ore gli attribuiscono persino la legittimazione dell’uccisione di chi cercasse di bloccare la presa dei centri istituzionali.

Un’affermazione di questa gravità necessita della verifica sul materiale originale in lingua persiana e non dovrebbe essere trasformata in una citazione letterale senza il filmato integrale.

Ma esiste un elemento storico che rende la questione particolarmente interessante.

Kharrazi è stato associato da anni a una concezione estremamente radicale del rapporto tra autorità religiosa, potere politico e uso della forza.

Analisi pubblicate già molti anni fa collegavano il suo ambiente ideologico alla convinzione che il mantenimento del potere religioso richiedesse nuclei paramilitari capaci di agire in sua difesa.

Quindi il problema non nasce oggi.


E POI C’È MOJTABA KHAMENEI

È qui che la storia diventa ancora più delicata.

Kharrazi sostiene di conoscere Mojtaba Khamenei da circa quarant’anni.

E avrebbe affermato che il pensiero dell’attuale Guida sarebbe addirittura più radicale di quello del padre.

Questa affermazione, se vera, avrebbe conseguenze enormi.

Ma attenzione:

Kharrazi sostiene di parlare conoscendo Mojtaba. Questo non significa automaticamente che Mojtaba approvi Kharrazi.

La distinzione è fondamentale.

Anzi, secondo quanto riportato, l’ufficio della Guida avrebbe già respinto precedenti affermazioni di Kharrazi definendole prive di fondamento.

Questo crea una situazione ancora più interessante.

Un religioso collegato per famiglia all’establishment rivendica una particolare vicinanza alla Guida.

L’ufficio della Guida prende le distanze.

Kharrazi continua a rilanciare il proprio progetto.

È il segnale di un sistema perfettamente compatto?

Evidentemente no.


LA GUIDA SUPREMA È COSTRETTA A PRENDERE LE DISTANZE

Questo elemento merita di essere sottolineato.

Quando l’ufficio della massima autorità iraniana deve intervenire per smentire pubblicamente le affermazioni provenienti da una figura appartenente alla stessa galassia ideologica e familiare, significa che esiste almeno un problema di controllo della narrativa interna.

Kharrazi cerca di utilizzare il nome di Mojtaba per rafforzare la propria legittimità.

La Guida deve impedirgli di farlo.

Questa non è necessariamente la prova di una guerra aperta.

Ma è certamente la prova di una tensione.


MOJTABA E IL PROBLEMA DELLA LEGITTIMITÀ

La successione alla guida della Repubblica Islamica ha inoltre prodotto un problema strutturale.

Mojtaba Khamenei non dispone della stessa storia rivoluzionaria della generazione che costruì la Repubblica Islamica.

Non ha guidato la rivoluzione del 1979.

Non possiede l’aura fondativa di Ruhollah Khomeini.

E non possiede nemmeno i decenni di consolidamento del potere del padre.

Deve quindi costruire la propria autorità in un momento eccezionalmente difficile.

Guerra.

Sanzioni.

Crisi economica.

Hormuz.

Scontro con gli Stati Uniti.

Conflitti interni all’establishment.

Pressione dell’IRGC.

E adesso persino un religioso ultraconservatore che pretende di sapere quale sia il suo vero progetto politico.


KHARRAZI POTREBBE ESSERE IL SINTOMO, NON LA CAUSA

Questo è probabilmente il modo più corretto di interpretare la vicenda.

Kharrazi potrebbe non possedere la forza necessaria per realizzare nulla di ciò che propone.

Il suo movimento potrebbe rimanere marginale.

L’IRGC potrebbe ignorarlo.

Mojtaba potrebbe continuare a prenderne pubblicamente le distanze.

Ma sarebbe un errore concludere che, quindi, le sue dichiarazioni non contano.

Kharrazi è importante soprattutto come sintomo.

Dimostra che dentro l’area più radicale del sistema esiste chi ritiene insufficiente persino l’attuale Repubblica Islamica.

Per costoro il problema non è che l’Iran sia troppo teocratico.

È che non lo sarebbe abbastanza.


LA CRISI DI HORMUZ E LA CRISI ISTITUZIONALE SONO DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

A questo punto possiamo collegare questa vicenda a quanto documentato nella nostra precedente analisi.

Da una parte abbiamo Araghchi.

Il ministro cerca di negoziare.

Una componente parlamentare minaccia di metterlo sotto accusa.

Dall’altra abbiamo Pezeshkian.

Il presidente cerca di mantenere in piedi il governo e affrontare la pressione economica.

L’IRGC difende le proprie prerogative strategiche.

E adesso compare un ayatollah ultraradicale che mette in discussione addirittura l’utilità della presidenza.

Non sono necessariamente parti di un unico complotto.

Ma sono manifestazioni dello stesso problema:

la distribuzione del potere nella Repubblica Islamica è diventata instabile.


TRE IRAN STANNO EMERGENDO

Possiamo semplificare la situazione individuando almeno tre grandi orientamenti.

1. L’IRAN ISTITUZIONALE

È quello del governo, della presidenza, della diplomazia e di una parte del Parlamento.

Non è democratico secondo i parametri occidentali e rimane completamente inserito nella Repubblica Islamica.

Ma vuole utilizzare le istituzioni esistenti.

Vuole negoziare.

Vuole ottenere la riduzione delle sanzioni.

Vuole far ripartire l’economia.

2. L’IRAN MILITARE

È quello dell’IRGC e delle strutture della sicurezza.

Considera la sopravvivenza del sistema e la deterrenza priorità assolute.

Hormuz non è semplicemente un problema commerciale.

È un’arma.

Le reti regionali non sono semplicemente alleanze.

Sono profondità strategica.

Il controllo militare non è un ostacolo alla politica.

È parte della politica.

3. L’IRAN TEOCRATICO-RIVOLUZIONARIO

È l’ambiente del quale Kharrazi rappresenta oggi una delle manifestazioni più rumorose.

Per questa componente persino la Repubblica Islamica sarebbe un compromesso.

La rivoluzione dovrebbe proseguire.

La struttura repubblicana dovrebbe lasciare spazio a un governo islamico più puro.

La legittimità religiosa dovrebbe prevalere definitivamente sulla legittimità elettorale.


ED È QUI CHE CROLLA ANCORA UNA VOLTA LA NARRATIVA OCCIDENTALE

Per mesi ci è stato raccontato:

Iran contro Stati Uniti.

Come se “Iran” fosse una persona.

Come se possedesse una sola volontà.

Come se ogni decisione fosse automaticamente condivisa da Pezeshkian, Araghchi, Parlamento, IRGC, Basij, clero radicale e Guida Suprema.

La realtà è enormemente più complessa.

Quando Araghchi negozia, deve guardarsi alle spalle.

Quando Pezeshkian governa, deve confrontarsi con apparati che possiedono strumenti di potere autonomi.

Quando l’IRGC stabilisce una linea strategica, non è detto che coincida con le necessità economiche del governo.

E quando un religioso come Kharrazi parla di una nuova rivoluzione islamica, persino l’ufficio della Guida deve intervenire per stabilire chi possa parlare in nome del vertice.


ALTRO CHE “ERA TUTTA COLPA DI TRUMP”

Ed eccoci nuovamente alla grande mistificazione di una parte della controinformazione italiana.

Ogni difficoltà nei negoziati veniva attribuita a Washington.

Ogni irrigidimento iraniano era spiegato come risposta.

Ogni fallimento diventava automaticamente responsabilità di Trump.

Ma come si può analizzare seriamente un negoziato ignorando la struttura interna di una delle due parti?

Se un ministro degli Esteri rischia politicamente per ciò che negozia;

se l’IRGC possiede interessi propri su Hormuz;

se il presidente viene attaccato dagli ultraradicali;

se una componente teocratica arriva a proporre il superamento della presidenza;

se persino il nome della Guida Suprema diventa oggetto di una battaglia sulla legittimità;

allora il problema non può essere ridotto a:

“Trump non vuole l’accordo”.


IL VERO PERICOLO PER PEZESHKIAN NON È WASHINGTON

Il paradosso è proprio questo.

Pezeshkian potrebbe trovarsi davanti a una minaccia politica interna più pericolosa di quella americana.

Washington può imporre sanzioni.

Può esercitare pressione militare.

Può chiedere concessioni.

Ma la sopravvivenza politica del presidente dipende dal sistema iraniano.

Se una parte sufficientemente potente dell’establishment decidesse che la presidenza rappresenta ormai un ostacolo alla rivoluzione, la crisi cambierebbe completamente natura.

Non sarebbe più soltanto geopolitica.

Diventerebbe costituzionale.


LA REPUBBLICA ISLAMICA CONTRO IL “GOVERNO ISLAMICO”

Ed è probabilmente questo il punto più importante di tutta la vicenda.

La grande battaglia iraniana potrebbe non essere semplicemente tra riformisti e conservatori.

Potrebbe diventare una battaglia tra due interpretazioni della rivoluzione.

La prima sostiene:

la Repubblica Islamica deve sopravvivere attraverso le proprie istituzioni.

La seconda risponde:

la Repubblica Islamica è stata soltanto una fase e deve essere superata da un autentico Governo Islamico.

Se questa seconda idea guadagnasse realmente terreno nell’IRGC, nel Basij o negli apparati religiosi, le conseguenze sarebbero enormi.


KHARRAZI NON È ANCORA IL NUOVO PADRONE DELL’IRAN

È altrettanto importante non cadere nell’errore opposto.

Non esistono elementi sufficienti per sostenere che Mohammad Baqer Kharrazi stia per prendere il potere.

Non esistono prove che l’intero IRGC sostenga il suo progetto.

Non esistono prove pubbliche che Mojtaba Khamenei abbia approvato la sua agenda.

Anzi, l’ufficio della Guida ha contestato le sue rivendicazioni.

Ma proprio questa precisazione rende l’analisi più forte.

Non serve inventare un colpo di Stato imminente.

La realtà è già abbastanza grave.

Un esponente ultraradicale proveniente dal cuore dell’establishment sta apertamente mettendo in discussione l’architettura politica della Repubblica Islamica.

Ed è questo il fatto politicamente rilevante.


CONCLUSIONE: LA BATTAGLIA NON È PIÙ SOLTANTO PER HORMUZ. È PER LA NATURA STESSA DELL’IRAN

Nel precedente articolo avevamo scritto che la battaglia per Hormuz stava diventando una battaglia per il futuro dell’Iran.

Le dichiarazioni di Mohammad Baqer Kharrazi rendono quella frase ancora più attuale.

Perché ormai la domanda non riguarda soltanto chi controllerà lo Stretto.

Riguarda chi controllerà Teheran.

Il governo?

La Guida Suprema?

L’IRGC?

Il Parlamento?

Oppure una nuova corrente rivoluzionaria convinta che quarantasette anni di Repubblica Islamica siano soltanto il preludio a una teocrazia ancora più radicale?

La risposta non è ancora arrivata.

Ma una cosa dovrebbe ormai essere evidente.

L’Iran non è un monolite.

Dietro la facciata della Repubblica Islamica si muovono interessi, apparati, famiglie, militari, religiosi e istituzioni che non sempre vogliono la stessa cosa.

Pezeshkian cerca di governare.

Araghchi cerca di negoziare.

L’IRGC cerca di preservare la propria capacità di deterrenza.

Kharrazi vuole andare oltre la Repubblica.

E Mojtaba Khamenei deve dimostrare di essere realmente in grado di controllare tutti questi centri di potere.

Questa è la crisi iraniana che merita di essere osservata.

Non la favola raccontata per mesi dai cani da riporto della controinformazione italiana secondo cui esisteva un Iran compatto e pacifico al quale Donald Trump impediva semplicemente di firmare un accordo.

La partita vera si sta giocando anche — e forse soprattutto — dentro Teheran.


DOCUMENTI E FONTI

Radio Farda – Mohammad Baqer Kharrazi e le sue posizioni radicali
Archivio sulla candidatura presidenziale di Kharrazi e sulle sue dichiarazioni territoriali del 2013, che provocarono reazioni diplomatiche internazionali.

Radio Farda – Mojtaba Khamenei e l’ambiente ideologico ultraconservatore
Analisi storica dei rapporti ideologici di Mojtaba Khamenei, che identifica Mohammad Baqer Kharrazi tra le figure religiose che hanno avuto influenza sul suo ambiente formativo.

Reuters / Iran International – La famiglia Kharrazi e Nobitex, 1 maggio 2026
Inchiesta sui legami della famiglia Kharrazi con l’establishment politico-religioso iraniano e sulle transazioni attribuite a entità sanzionate, comprese strutture collegate all’IRGC.

Iran International – agosto 2026
Reporting sulle recenti dichiarazioni di Mohammad Baqer Kharrazi, sul progetto di trasformazione della Repubblica Islamica in “Governo Islamico”, sul piano di mobilitazione dei sostenitori, sugli attacchi a Pezeshkian e sulle rivendicazioni relative al rapporto con Mojtaba Khamenei.

U.S. Marine Corps University – Iran’s Islamic Revolutionary Guard Corps
Studio di background sulla struttura dell’IRGC, sulle sue funzioni interne ed esterne e sul rapporto con il Basij.

IranWire – struttura territoriale delle forze terrestri dell’IRGC
Approfondimento sulla presenza provinciale delle Guardie Rivoluzionarie e sull’integrazione delle strutture del Basij.

Tasnim News Agency – messaggi ufficiali della Guida Suprema
Fonte iraniana utile per distinguere le dichiarazioni ufficialmente attribuite a Mojtaba Khamenei dalle rivendicazioni formulate da altri esponenti dell’establishment.

La vicenda Kharrazi è particolarmente attuale: fonti pubblicate nelle ultime ore lo identificano come segretario generale di “Hezbollah of Iran” e riportano la sua offensiva contro l’attuale assetto istituzionale.

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