I soliti cani da riporto della controinformazione: quando l’ideologia sostituisce i documenti e la propaganda si traveste da analisi geopolitica

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La controinformazione dovrebbe nascere da un principio semplice: verificare ciò che il potere racconta, cercare i documenti, distinguere i fatti dalle opinioni, separare le ipotesi dalle prove. Quando però questo metodo viene abbandonato, la controinformazione smette di essere uno strumento di ricerca e diventa il suo contrario: propaganda ideologica travestita da analisi.

È esattamente ciò che emerge da una recente narrazione costruita attorno agli attacchi americani contro l’Iran, al vertice NATO di Ankara, alla revoca della licenza petrolifera concessa a Teheran e al riavvicinamento tra Stati Uniti e Turchia. Il racconto parte da fatti reali, ma li piega subito dentro una cornice già decisa: gli Stati Uniti avrebbero deliberatamente riaperto la guerra, avrebbero organizzato una provocazione navale nello Stretto di Hormuz, avrebbero sabotato un memorandum sfavorevole e starebbero usando la NATO per drenare risorse europee verso il complesso militare-industriale americano.

Il problema non è criticare gli Stati Uniti, la NATO o le scelte militari occidentali. Il problema è farlo senza documenti.

I fatti reali esistono. Il Comando Centrale americano ha confermato che il 7 luglio 2026 le forze statunitensi hanno colpito oltre 80 obiettivi in Iran con munizionamento di precisione, definendo l’operazione una risposta agli attacchi iraniani contro navi commerciali nello Stretto di Hormuz. Questo è un dato documentato da CENTCOM.

Anche la revoca della licenza petrolifera iraniana è documentata. L’Office of Foreign Assets Control del Tesoro americano ha comunicato il 7 luglio 2026 la revoca della General License X e la sua sostituzione con la General License X1, destinata alla chiusura graduale dell’autorizzazione del 21 giugno relativa alla produzione, consegna e vendita di petrolio greggio, prodotti petrolchimici e prodotti petroliferi di origine iraniana.

Anche il vertice NATO di Ankara è documentato. Il Segretario generale dell’Alleanza ha confermato l’impegno degli alleati verso il 5% del PIL per difesa e sicurezza entro il 2035 e almeno 70 miliardi di euro in equipaggiamenti militari, assistenza e addestramento all’Ucraina per quest’anno e per il prossimo.

Il riavvicinamento tra Washington e Ankara è altrettanto reale. Reuters ha riportato che Donald Trump ha annunciato l’intenzione di rimuovere le sanzioni contro la Turchia e di valutare la possibile vendita degli F-35, pur con ostacoli legali e congressuali ancora aperti.

Fin qui siamo nel campo dei fatti. Da qui in poi, però, comincia la costruzione propagandistica.

La prima affermazione centrale è che gli Stati Uniti avrebbero “probabilmente” ordinato a cinque imbarcazioni, tra cui petroliere, di violare deliberatamente disposizioni iraniane nello Stretto di Hormuz per provocare una reazione e giustificare i bombardamenti. È un’accusa enorme. Se fosse vera, implicherebbe una provocazione militare deliberata, costruita per creare un casus belli.

Ma dove sono le prove?

Per sostenere un’accusa di questo tipo servirebbero ordini operativi, comunicazioni intercettate, dati AIS delle navi, testimonianze degli armatori, documenti assicurativi, rapporti delle autorità marittime o almeno una ricostruzione tecnica indipendente. Nulla di tutto questo viene presentato. L’intera accusa nasce da un “probabilmente” e viene poi trattata come una certezza.

Questo è il primo trucco propagandistico: usare una parola cautelativa all’inizio, per poi costruirci sopra una narrazione assoluta. Si parte da “probabilmente” e si arriva a “è chiaro che”. Ma nel mezzo non compare alcun documento.

Il secondo punto riguarda lo stato militare dell’Iran. La narrazione sostiene che Teheran avrebbe conservato intatte le proprie capacità offensive, che i magazzini missilistici sarebbero ancora pieni, che i lanciatori sarebbero operativi, che l’aviazione sarebbe “perfettamente efficiente”, che le difese radar sarebbero state rinnovate e che continuerebbero ad arrivare sistemi d’arma dalla Cina.

Anche qui, le affermazioni sono tecniche e molto precise. Proprio per questo richiederebbero prove tecniche.

Dove sono le immagini satellitari? Dove sono i rapporti sulle basi colpite? Dove sono i dati sulle sortite aeree iraniane? Dove sono le prove di consegne cinesi successive agli attacchi? Dove sono le valutazioni indipendenti sulle perdite effettive delle difese radar?

Non vengono mostrate. La conseguenza è semplice: quella non è un’analisi militare, ma una dichiarazione di fiducia ideologica nella resilienza iraniana.

Che l’Iran possa conservare capacità offensive è possibile. Che sia stato degradato solo parzialmente è possibile. Che alcuni sistemi siano sopravvissuti è possibile. Ma “possibile” non significa “dimostrato”. La differenza tra un analista e un propagandista sta proprio qui: il primo misura l’incertezza, il secondo la cancella.

Il terzo punto riguarda il memorandum tra Stati Uniti e Iran. La narrazione sostiene che quell’intesa fosse talmente sfavorevole a Washington da costringere gli Stati Uniti a sabotarla, revocare la licenza petrolifera e tornare ai bombardamenti per ragioni di politica interna.

Anche qui, il dato reale viene piegato oltre ciò che dimostra.

È vero che l’OFAC ha revocato la licenza petrolifera del 21 giugno e l’ha sostituita con una licenza di chiusura graduale. È vero che questo rappresenta un cambio di linea rispetto all’autorizzazione precedente. Ma il documento OFAC non dice che il memorandum fosse “una sconfitta” per gli Stati Uniti. Non dice che Washington lo abbia considerato insostenibile. Non dice che la revoca sia stata decisa per evitare un costo elettorale.

Queste sono interpretazioni politiche. Possono essere discusse, ma non possono essere presentate come fatti.

Il quarto punto riguarda la NATO. La narrazione sostiene che il vertice di Ankara avrebbe sancito la trasformazione dell’Europa in una mucca da mungere a vantaggio dell’industria militare americana. Anche qui c’è una parte vera e una parte manipolata.

La parte vera è che l’aumento delle spese militari è reale. La NATO ha confermato il percorso verso il 5% del PIL entro il 2035. Ha confermato anche almeno 70 miliardi di euro in sostegno militare, assistenza e addestramento all’Ucraina.

È anche vero che una quota importante della spesa europea può finire in sistemi americani, licenze, munizionamento, sistemi antiaerei e contratti industriali con aziende statunitensi. L’annuncio riportato da AP sulla licenza concessa all’Ucraina per produrre sistemi Patriot conferma che il tema delle licenze e della formazione industriale è concreto.

Ma da qui a dire che tutto sia soltanto un trasferimento automatico di ricchezza dagli europei agli Stati Uniti c’è un salto logico. L’industria europea della difesa esiste. Le spese NATO includono capacità nazionali, infrastrutture, logistica, cyberdifesa, produzione industriale europea, munizioni, addestramento, mobilità militare e sistemi sviluppati anche da aziende europee. Ridurre tutto alla formula “gli americani mungono l’Europa” è comunicativamente efficace, ma analiticamente povero.

La critica alla militarizzazione dell’Europa è legittima. La denuncia del peso economico sui cittadini europei è legittima. Ma un’inchiesta seria deve distinguere tra critica politica e dimostrazione documentale. Dire “una parte significativa può favorire aziende americane” è un fatto da verificare contratto per contratto. Dire “tutto serve solo ad arricchire Washington” è propaganda.

Il quinto punto riguarda la Turchia. La narrazione sostiene che Washington avrebbe spostato il proprio baricentro mediorientale da Israele alla Turchia. Anche qui si parte da un elemento reale: il riavvicinamento tra Trump ed Erdogan.

Reuters ha documentato che Trump ha dichiarato di voler rimuovere le sanzioni imposte alla Turchia per l’acquisto dei sistemi russi S-400 e di valutare la vendita degli F-35 ad Ankara. Reuters ha anche riportato che Erdogan ha chiesto agli alleati NATO di rimuovere restrizioni industriali nel settore della difesa e di includere la Turchia nei programmi europei di sicurezza.

È quindi corretto parlare di riavvicinamento USA-Turchia. È corretto dire che Ankara sta cercando di sfruttare il vertice per rafforzare il proprio peso strategico. È corretto osservare che la Turchia vuole rientrare nei circuiti più avanzati della difesa occidentale.

Ma non è documentato che Israele sia stato sostituito come perno regionale degli Stati Uniti. Anzi, proprio la reazione israeliana alla possibile vendita degli F-35 alla Turchia dimostra che Washington sta gestendo un equilibrio delicato, non che abbia abbandonato Israele. Reuters ha riportato tensioni israeliane sulla questione F-35, ma questo indica una frizione, non una rottura strategica.

La differenza è decisiva. Una frizione tattica non è una rivoluzione strategica. Un riavvicinamento con Ankara non equivale automaticamente a un disimpegno da Israele. Una concessione alla Turchia non prova la fine dell’asse USA-Israele.

Il sesto punto è il più ideologico: l’idea che Russia e Iran rappresentino due “nuclei di civiltà” che l’Occidente avrebbe deciso di distruggere attraverso una strategia decennale. Qui la geopolitica scivola apertamente nel linguaggio mitologico.

Che Stati Uniti e NATO considerino Russia e Iran due avversari strategici è evidente e documentato. Che esistano politiche di contenimento, pressione, sanzioni, deterrenza e contrasto militare è fuori discussione. Ma un conto è parlare di competizione strategica tra Stati. Un altro è affermare che esista un piano occidentale per distruggere due “civiltà”.

Dove sono i documenti ufficiali che parlano di distruzione della civiltà iranica o russa? Dove sono le direttive NATO, le strategie americane, gli atti del Congresso o i documenti europei che formulano questo obiettivo in questi termini?

Non ci sono.

Questa è una trasformazione ideologica del conflitto. Serve a spostare la discussione dal piano politico e militare a quello escatologico: non più Stati con interessi divergenti, ma civiltà assediate da un Occidente totalitario. È una cornice potente, perché mobilita identità, paure e senso di accerchiamento. Ma non è una prova.

Il settimo punto è la teoria secondo cui tutti i memorandum, tutti i negoziati e tutti i tentativi diplomatici sarebbero soltanto strumenti per prendere tempo. Anche questa affermazione assoluta è metodologicamente debole.

Ogni negoziato può avere componenti tattiche. Ogni Stato può usare il dialogo per guadagnare tempo, ricostruire capacità, dividere gli avversari o migliorare la propria posizione. Ma sostenere che tutti i negoziati siano sempre e soltanto inganni significa rinunciare ad analizzare i testi, le clausole, gli incentivi e i comportamenti delle parti.

È una formula che non può essere falsificata. Se il negoziato fallisce, era una trappola. Se procede, è una trappola più sofisticata. Se produce risultati, erano risultati temporanei utili alla strategia nascosta. In questo modo ogni evento conferma la teoria, e nessun fatto può metterla in crisi.

Questo non è metodo investigativo. È dogma.

L’ottavo punto riguarda l’idea che i leader visibili siano solo “pupazzi” di poteri superiori. È una narrazione molto diffusa in certa controinformazione, perché ha un enorme vantaggio comunicativo: spiega tutto senza dover dimostrare nulla.

Se un leader cambia posizione, non è incoerenza politica: è il potere invisibile che muove i fili. Se due alleati litigano, è teatro. Se due rivali trattano, è teatro. Se una decisione sembra contraddire la teoria, allora è una mossa ancora più profonda del potere occulto.

Il problema è che una teoria simile non è verificabile. Non indica catene di comando, documenti, organigrammi, atti amministrativi, flussi finanziari o responsabilità precise. Non consente un controllo oggettivo. È una cornice totale che può assorbire qualsiasi fatto.

Una vera inchiesta non si costruisce così. Una vera inchiesta segue documenti, soldi, contratti, firme, comunicazioni ufficiali, atti giudiziari, dati tecnici, decisioni parlamentari, fonti primarie. Senza questi elementi, il “potere occulto” resta un espediente retorico.

Alla fine, il metodo utilizzato da questa narrazione è sempre lo stesso. Si prende un fatto reale e lo si usa come base per una conclusione non dimostrata.

Attacchi USA contro l’Iran: vero.
Conclusione propagandistica: gli USA hanno organizzato una provocazione navale deliberata. Non dimostrato.

Revoca della licenza petrolifera iraniana: vero.
Conclusione propagandistica: Washington ha sabotato un memorandum perché era una sconfitta strategica. Non dimostrato.

Vertice NATO e aumento delle spese militari: vero.
Conclusione propagandistica: l’intero programma serve solo ad arricchire il complesso militare americano. Non dimostrato.

Riavvicinamento USA-Turchia: vero.
Conclusione propagandistica: Israele è stato sostituito dalla Turchia come perno regionale americano. Non dimostrato.

Russia e Iran avversari strategici dell’Occidente: vero.
Conclusione propagandistica: esiste un piano per distruggerli come civiltà. Non dimostrato.

È qui che la controinformazione crolla. Non perché critica l’Occidente, ma perché rinuncia al rigore. Non perché contesta Washington, ma perché sostituisce la prova con l’ideologia. Non perché mette in dubbio la versione ufficiale, ma perché ne costruisce una alternativa altrettanto dogmatica, spesso più fragile.

Il compito della controinformazione non dovrebbe essere produrre una propaganda opposta a quella dei media mainstream. Dovrebbe essere fare meglio: più documenti, più precisione, più cautela, più trasparenza sulle fonti. Invece, in questo caso, il metodo è identico a quello che si dice di voler combattere: selezione dei fatti utili, omissione delle incertezze, ipotesi trasformate in certezze, linguaggio emotivo, nemico unico, spiegazione totale.

La vera domanda non è se gli Stati Uniti abbiano interessi imperiali. Li hanno. Non è se la NATO stia accelerando il riarmo. Lo sta facendo. Non è se la guerra in Ucraina stia alimentando enormi interessi industriali. Li alimenta. Non è se la Turchia stia cercando di aumentare il proprio peso nella NATO. Lo sta facendo.

La vera domanda è un’altra: le accuse specifiche vengono dimostrate?

Nel caso della presunta provocazione navale americana, no.

Nel caso del memorandum sabotato perché sfavorevole agli Stati Uniti, no.

Nel caso dell’Iran militarmente intatto e già ricostruito grazie alla Cina, no.

Nel caso della sostituzione di Israele con la Turchia, no.

Nel caso del piano occidentale per distruggere Russia e Iran come civiltà, no.

E allora bisogna dirlo chiaramente: questa non è un’inchiesta. È una narrazione ideologica costruita su frammenti di realtà.

La differenza tra informazione e propaganda non sta nel bersaglio politico. Sta nel metodo. Un’informazione seria può essere durissima contro gli Stati Uniti, contro la NATO, contro Israele, contro la Russia, contro l’Iran o contro qualunque altro potere. Ma deve dimostrare ciò che afferma. Deve distinguere tra documenti e deduzioni. Deve dire dove finiscono i fatti e dove cominciano le ipotesi.

Chi non lo fa non sta liberando il pubblico dalla propaganda. Sta semplicemente offrendo una propaganda concorrente.

Fonti e documenti

CENTCOM – U.S. Forces Complete New Round of Retaliatory Strikes Against Iran
https://www.centcom.mil/MEDIA/PUBLIC-RELEASES/Article/4535772/us-forces-complete-new-round-of-retaliatory-strikes-against-iran/

OFAC – Issuance of Amended Iran-related General License, 7 luglio 2026
https://ofac.treasury.gov/recent-actions/20260707

NATO – Secretary General on the Ankara Summit: NATO delivers
https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/08/secretary-general-on-the-ankara-summit-nato-delivers

NATO – Pre-summit press conference ahead of the 2026 NATO Summit in Ankara
https://www.nato.int/en/news-and-events/events/transcripts/2026/07/06/pre-summit-press-conference-by-nato-secretary-general-mark-rutte-ahead-of-the-2026-nato-summit-in-ankara

Reuters – Trump says US will lift sanctions on Turkey, decide on selling F-35s
https://www.reuters.com/world/middle-east/trump-says-will-lift-turkey-sanctions-decide-selling-f-35s-2026-07-07/

Reuters – Erdogan urges NATO allies to lift defence industry restrictions at summit
https://www.reuters.com/world/middle-east/erdogan-urges-nato-allies-lift-defence-industry-restrictions-summit-2026-07-08/

Reuters – Hegseth cancels meeting with Netanyahu over possible sale of F-35s to Turkey
https://www.reuters.com/world/middle-east/hegseth-meet-netanyahu-over-possible-sale-f-35s-turkey-source-tells-reuters-2026-07-08/

AP – Trump says US will give Ukraine license to produce Patriot defense systems
https://apnews.com/article/d393e8ef6103e32c984c4337a82930b1

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