Colonialismo a senso unico? Il caso del Libano, il ruolo dell’Iran e gli scenari che potrebbero cambiare il Medio Oriente

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I cani da riporto della controinformazione italiana: quando l’Asse della Resistenza diventa intoccabile tra ideologia antioccidentale e antisionismo di comodo

Per decenni il termine colonialismo è stato utilizzato per descrivere l’occupazione diretta o indiretta di un territorio da parte di una potenza straniera, capace di influenzarne le istituzioni, la sicurezza, l’economia e la politica interna. Nella narrazione politica contemporanea, tuttavia, questa definizione sembra essere applicata con estrema selettività.

Ciò che accade oggi in Libano solleva una domanda scomoda: se gli stessi meccanismi fossero stati messi in atto da una potenza occidentale, il dibattito internazionale utilizzerebbe parole diverse?

È una questione che merita un’analisi al di là della propaganda e delle appartenenze ideologiche.


Hezbollah: un attore politico, militare e armato

È un dato ampiamente documentato che Hezbollah non sia semplicemente un partito politico.

Dispone infatti di:

  • un esercito autonomo;
  • una propria catena di comando;
  • capacità missilistiche indipendenti;
  • sistemi di intelligence;
  • reti economiche e assistenziali;
  • un controllo capillare di parte del territorio libanese.

Numerosi analisti descrivono questa situazione come quella di uno “Stato nello Stato”, capace di esercitare un’influenza che supera quella delle istituzioni ufficiali.

Questo elemento distingue il Libano dalla maggior parte delle democrazie contemporanee, nelle quali il monopolio della forza appartiene allo Stato.


Il rapporto con Teheran

Anche il rapporto tra Hezbollah e la Repubblica Islamica dell’Iran è ben documentato.

L’organizzazione nasce negli anni Ottanta con il sostegno dei Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, ricevendo negli anni:

  • finanziamenti;
  • addestramento;
  • supporto tecnologico;
  • assistenza logistica;
  • armamenti.

Molti osservatori descrivono Hezbollah come il principale strumento della strategia regionale iraniana nel Levante.

Ciò non significa che ogni decisione venga presa direttamente da Teheran, ma che l’allineamento strategico tra le due realtà rappresenti uno degli elementi più consolidati della geopolitica mediorientale.


La percezione di una parte dei libanesi

Uno degli aspetti meno raccontati riguarda proprio il punto di vista interno.

Negli ultimi anni numerosi cittadini libanesi, specialmente dopo la gravissima crisi economica iniziata nel 2019, hanno espresso una crescente insofferenza verso il ruolo delle milizie armate.

Le proteste popolari hanno spesso coinvolto anche aree tradizionalmente considerate vicine a Hezbollah.

Una parte della popolazione sostiene che:

  • il Libano sia stato trascinato in conflitti non scelti democraticamente;
  • la politica estera venga condizionata da interessi esterni;
  • lo Stato non possa esercitare pienamente la propria sovranità.

Naturalmente il Paese è profondamente diviso e non esiste una posizione unitaria: Hezbollah mantiene ancora un importante consenso in parte della popolazione sciita e continua a essere considerato da molti un movimento di resistenza contro Israele.

Ridurre il Libano a una sola voce sarebbe quindi una semplificazione.


Se fosse stato un Paese occidentale?

Qui emerge il nodo principale.

Immaginiamo, come esercizio teorico, uno scenario diverso.

Supponiamo che:

  • uno Stato europeo finanziasse una milizia armata in Medio Oriente;
  • quella milizia possedesse migliaia di missili;
  • controllasse parte del territorio;
  • decidesse autonomamente quando entrare in guerra;
  • influenzasse il governo locale.

È plausibile ritenere che buona parte del dibattito internazionale parlerebbe di:

  • colonialismo;
  • neocolonialismo;
  • occupazione indiretta;
  • guerra per procura (proxy war);
  • ingerenza straniera.

Quando invece l’attore è la Repubblica Islamica dell’Iran, il linguaggio utilizzato nel dibattito pubblico appare spesso diverso, privilegiando categorie come “resistenza”, “asse della resistenza” o “fronte anti-imperialista”.

Ciò non implica che tali definizioni siano necessariamente errate, ma evidenzia come il lessico politico possa cambiare sensibilmente in funzione dell’identità dell’attore coinvolto.


Il precedente storico della guerra civile

Molti ufficiali dell’esercito libanese appartenenti alla generazione che ha vissuto la guerra civile ricordano come il conflitto degli anni Settanta sia stato alimentato anche dalla presenza di organizzazioni armate che operavano parallelamente allo Stato.

Il riferimento è alla presenza dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina guidata da Yasser Arafat, che contribuì a modificare gli equilibri interni del Paese.

Sebbene il contesto storico odierno sia diverso e i parallelismi vadano trattati con cautela, alcuni osservatori vedono analogie nella difficoltà dello Stato libanese di esercitare un controllo esclusivo sul proprio territorio.


Gli scenari possibili

Scenario 1 — Rafforzamento dello Stato libanese

È lo scenario auspicato da molti osservatori internazionali.

Richiederebbe:

  • il rafforzamento dell’esercito nazionale;
  • un accordo politico interno;
  • una progressiva integrazione o smobilitazione delle strutture militari autonome;
  • una riduzione dell’influenza esterna.

Resta però uno scenario complesso, anche alla luce delle profonde divisioni confessionali e politiche.


Scenario 2 — Conflitto limitato ma permanente

È probabilmente lo scenario più realistico nel breve periodo.

Il Libano continuerebbe a vivere:

  • crisi economica;
  • tensioni al confine con Israele;
  • pressione iraniana;
  • rischio di escalation periodiche.

Una situazione di instabilità cronica che impedisce una vera ricostruzione.


Scenario 3 — Nuova guerra civile

È l’ipotesi che molti ex militari e analisti considerano la più pericolosa.

Una combinazione di:

  • collasso economico;
  • polarizzazione politica;
  • scontro confessionale;
  • indebolimento delle istituzioni;
  • interferenze regionali

potrebbe riaprire dinamiche simili a quelle già vissute tra il 1975 e il 1990.

Non esistono elementi per affermare che questo scenario sia inevitabile, ma il rischio viene regolarmente discusso da esperti di sicurezza e studiosi del Libano.


Scenario 4 — Escalation regionale

Qualora il confronto tra Iran e Israele dovesse intensificarsi, il Libano potrebbe trasformarsi nuovamente in uno dei principali teatri del conflitto.

In tale ipotesi:

  • Hezbollah rappresenterebbe il principale fronte settentrionale contro Israele;
  • il territorio libanese rischierebbe di diventare ancora una volta campo di battaglia;
  • la popolazione civile sarebbe la prima a pagarne il prezzo.

Il vero problema: il doppio standard

Al di là delle opinioni politiche, una questione rimane centrale.

Le categorie di analisi dovrebbero essere applicate in modo coerente.

Se l’interferenza militare di uno Stato straniero nella politica di un altro Paese viene definita colonialismo o ingerenza quando a praticarla sono potenze occidentali, lo stesso criterio dovrebbe poter essere discusso anche quando gli attori coinvolti appartengono ad altri blocchi geopolitici.

Questo non significa equiparare situazioni storiche differenti né ignorare le responsabilità di altri attori regionali, ma evitare che il giudizio dipenda esclusivamente dall’identità ideologica di chi esercita l’influenza.


Il rischio della semplificazione ideologica

Un altro elemento ricorrente in una parte della controinformazione italiana è la tendenza a rappresentare l’Occidente come un blocco monolitico, definito indistintamente “sionista”, “imperialista” o “coloniale”. In questa lettura, ogni decisione politica degli Stati Uniti, dell’Europa o di Israele viene interpretata come espressione di un unico progetto politico, senza distinguere tra governi, istituzioni, opinioni pubbliche e orientamenti politici spesso profondamente divergenti.

Parallelamente, gli stessi ambienti tendono a descrivere l’Asse della Resistenza come un fronte sostanzialmente legittimo, arrivando talvolta a minimizzare o giustificare il ruolo svolto da organizzazioni armate e dagli Stati che le sostengono. In questa narrazione, il conflitto non viene più analizzato attraverso le responsabilità concrete dei singoli attori, ma si trasforma in uno scontro ideologico tra un “Occidente assolutamente colpevole” e un “fronte della resistenza” presentato quasi esclusivamente come vittima.

Questa impostazione rischia di produrre un doppio standard: si denunciano con forza le ingerenze occidentali, mentre si tende a ridimensionare o ignorare quelle esercitate da altri attori regionali, come la Repubblica Islamica dell’Iran attraverso i propri alleati. Il risultato è una lettura selettiva della realtà, nella quale il criterio di giudizio non è il rispetto della sovranità degli Stati o del diritto internazionale, ma l’identità ideologica di chi esercita l’influenza.

Una critica coerente dovrebbe invece applicare gli stessi principi a tutti gli attori coinvolti, senza trasformare alcun blocco geopolitico in un soggetto immune da analisi critica.

Conclusione

Il Libano continua a pagare il prezzo di una competizione regionale che supera i suoi confini. Israele, Iran, Hezbollah e altri attori hanno inciso, in modi diversi, sulla stabilità del Paese. Ridurre questa complessità a un unico responsabile rischia di semplificare eccessivamente una realtà segnata da molteplici fattori storici, politici e militari.

Se il Libano vuole recuperare pienamente la propria sovranità, la sfida principale resta quella di rafforzare istituzioni capaci di esercitare il monopolio della forza e di sottrarsi alle logiche delle guerre per procura. Allo stesso tempo, il dibattito internazionale dovrebbe applicare gli stessi criteri di valutazione a tutte le forme di ingerenza esterna, indipendentemente da quale potenza le eserciti. Solo così termini come “colonialismo”, “occupazione indiretta” o “sovranità” possono mantenere un significato coerente e non trasformarsi in semplici strumenti di polemica politica.

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