Quando il dissenso smette di essere dissenso
Uno dei fenomeni più curiosi degli ultimi anni è la trasformazione di una parte della cosiddetta controinformazione in una sorta di specchio deformante della propaganda ufficiale.
Sulla carta questi soggetti dovrebbero rappresentare l’opposizione al sistema.
Dovrebbero mettere in discussione il potere.
Dovrebbero analizzare criticamente le decisioni delle istituzioni sovranazionali.
Dovrebbero denunciare gli interessi delle lobby economiche e finanziarie.
Eppure, osservando attentamente molte delle narrative che vengono diffuse quotidianamente, emerge un quadro sorprendente.
Molti di coloro che si definiscono “antisistema” finiscono regolarmente per sostenere campagne politiche, mediatiche e ideologiche che coincidono perfettamente con gli interessi delle stesse strutture di potere che dichiarano di combattere.
Il risultato è un paradosso straordinario:
persone convinte di stare combattendo il sistema finiscono per fare il lavoro del sistema.
La fabbrica permanente dell’indignazione
La controinformazione moderna è diventata un mercato.
Un business.
Un settore economico che vive di visualizzazioni, click, donazioni, abbonamenti e sponsorizzazioni.
In questo contesto la verità diventa spesso secondaria rispetto alla necessità di mantenere alto il coinvolgimento del pubblico.
Ogni giorno occorre trovare un nuovo nemico.
Ogni settimana occorre individuare una nuova emergenza.
Ogni mese occorre costruire una nuova narrazione.
L’obiettivo non è necessariamente capire cosa stia realmente accadendo.
L’obiettivo è mantenere viva l’attenzione.
E per ottenere attenzione servono emozioni forti.
Paura.
Rabbia.
Scandalo.
Indignazione.
Così l’analisi viene sostituita dalla reazione emotiva.
Il ragionamento viene sostituito dallo slogan.
La complessità viene sostituita dalla semplificazione.
La geopolitica ridotta a fumetto
Uno degli effetti più evidenti di questo processo è la trasformazione della geopolitica in una storia per bambini.
Esistono i buoni.
Esistono i cattivi.
Esistono gli eroi.
Esistono i traditori.
Fine della discussione.
La realtà, però, è molto diversa.
Le relazioni internazionali sono il risultato di interessi economici, militari, energetici, industriali e strategici spesso in conflitto tra loro.
Gli alleati litigano.
I rivali collaborano.
Le coalizioni cambiano.
Le priorità mutano.
Le stesse élite economiche non costituiscono un blocco monolitico.
Ma queste sfumature rendono difficile costruire contenuti virali.
Molto più semplice trasformare ogni vicenda in una battaglia tra il bene assoluto e il male assoluto.
Il caso Albania-Kushner e il cortocircuito della propaganda
La recente vicenda del progetto turistico collegato a Jared Kushner in Albania rappresenta un esempio perfetto.
Per settimane una parte della controinformazione ha raccontato la storia come l’ennesima operazione del presunto potere globale.
Poi è arrivata la realtà.
La Commissione Europea ha avvertito l’Albania che il progetto potrebbe compromettere il percorso di adesione all’Unione Europea.
Bruxelles ha chiesto verifiche.
Bruxelles ha esercitato pressioni.
Bruxelles ha minacciato conseguenze politiche.
A quel punto emerge una domanda inevitabile.
Se il progetto rappresentasse davvero uno strumento del potere globale sostenuto dalle élite europee, perché le istituzioni europee stanno cercando di ostacolarlo?
Come è possibile che i presunti nemici di Bruxelles si ritrovino improvvisamente a sostenere la stessa posizione di Bruxelles?
È un interrogativo che molti propagandisti del dissenso evitano accuratamente.
Le lobby finanziarie non hanno bisogno di controllare tutti
Uno degli errori più frequenti consiste nell’immaginare il potere come una piramide perfettamente organizzata.
La realtà è molto più sofisticata.
Le grandi lobby finanziarie non hanno bisogno di controllare ogni giornalista.
Non hanno bisogno di controllare ogni influencer.
Non hanno bisogno di controllare ogni canale informativo.
È sufficiente influenzare il quadro generale del dibattito.
Se milioni di persone vengono continuamente distratte da polemiche secondarie, i veri temi strategici spariscono dall’orizzonte.
Mentre si discute per settimane di simboli, slogan e polemiche costruite artificialmente, passano quasi inosservati temi come:
- politiche monetarie;
- debito pubblico;
- concentrazione bancaria;
- fusioni finanziarie;
- acquisizione di infrastrutture strategiche;
- regolamentazione dei mercati;
- controllo dei dati digitali;
- politiche industriali europee.
Eppure è lì che si concentra il vero potere.
Il dissenso trasformato in prodotto commerciale
Un’altra questione raramente affrontata riguarda il modello economico della controinformazione moderna.
Molti influencer costruiscono la propria attività economica attorno a una specifica narrazione.
La loro comunità si forma attorno a determinate convinzioni.
Il loro pubblico si aspetta determinate conclusioni.
Il problema nasce quando i fatti iniziano a contraddire quelle convinzioni.
In quel momento esistono due possibilità.
La prima consiste nel seguire i fatti.
La seconda consiste nel difendere la narrativa.
Troppo spesso viene scelta la seconda strada.
Perché la narrativa genera consenso.
Il consenso genera visualizzazioni.
Le visualizzazioni generano entrate.
L’opposizione controllata del XXI secolo
Il concetto di opposizione controllata è antico.
Non significa necessariamente che esista un coordinamento segreto.
Significa qualcosa di più semplice.
Un’opposizione che finisce per produrre risultati favorevoli al sistema che sostiene di combattere.
Quando il dissenso diventa prevedibile.
Quando il dissenso diventa ideologico.
Quando il dissenso rifiuta qualsiasi informazione che contraddica le proprie convinzioni.
Quando il dissenso sostituisce l’analisi con il tifo.
Allora smette di rappresentare una minaccia per il potere.
Diventa una componente del sistema stesso.
La differenza tra informazione e propaganda
L’informazione pone domande.
La propaganda fornisce risposte preconfezionate.
L’informazione accetta la complessità.
La propaganda offre scorciatoie.
L’informazione può cambiare idea davanti alle prove.
La propaganda deve difendere una conclusione già stabilita.
È proprio qui che si gioca la differenza fondamentale.
Non tra mainstream e controinformazione.
Non tra destra e sinistra.
Non tra governo e opposizione.
Ma tra chi cerca sinceramente di comprendere la realtà e chi utilizza la realtà per promuovere una narrativa.
Conclusione
La vera sfida oggi non consiste nello scegliere tra informazione ufficiale e controinformazione.
Consiste nel mantenere uno spirito critico verso entrambe.
Ogni volta che una narrativa sembra troppo perfetta.
Ogni volta che una spiegazione appare troppo semplice.
Ogni volta che qualcuno sostiene di possedere tutte le risposte.
È probabilmente il momento di iniziare a fare domande.
Perché la propaganda non si riconosce da chi la pronuncia.
Si riconosce dal metodo che utilizza.
E quando chi si presenta come ribelle finisce sistematicamente per rafforzare gli interessi delle stesse strutture che dichiara di combattere, forse il problema non è più il sistema.
Forse il problema è il falso dissenso.

