Per mesi una parte della cosiddetta “controinformazione italiana” ha raccontato l’Iran come l’ultimo baluardo della resistenza antioccidentale, trasformando il regime degli ayatollah in una sorta di simbolo romantico della lotta contro l’imperialismo. Una narrazione costruita a colpi di slogan, propaganda ideologica e tifoseria geopolitica, completamente scollegata dalla realtà vissuta dai cittadini iraniani.
Ora però, dopo quasi 90 giorni di blackout digitale, la riapertura parziale di internet sta facendo emergere immagini, testimonianze e video che mostrano una realtà ben diversa: proteste represse nel sangue, civili uccisi nelle strade, manifestanti colpiti da fuoco diretto e città militarizzate.
Novanta giorni di censura totale
Il regime iraniano ha imposto uno dei blackout internet più lunghi mai registrati nella storia moderna. Secondo organizzazioni che monitorano la libertà digitale e diverse testate internazionali, dal gennaio 2026 l’accesso alla rete globale è stato quasi completamente interrotto per impedire la diffusione delle immagini delle proteste e della repressione.
La connessione è crollata fino a livelli minimi. Intere famiglie sono rimaste isolate. Giornalisti indipendenti, attivisti e oppositori sono stati silenziati. Le piattaforme internazionali sono state oscurate e persino le comunicazioni telefoniche sono state limitate in molte aree del paese.
Ma mentre milioni di iraniani venivano tagliati fuori dal mondo, la controinformazione italiana continuava a parlare di “propaganda occidentale”, minimizzando le denunce e riducendo tutto a una presunta operazione mediatica contro Teheran.
Le immagini che stanno uscendo dall’Iran
Con la riapertura parziale della rete stanno emergendo testimonianze devastanti. Video di piazze militarizzate, cortei dispersi con armi da fuoco, corpi trascinati via nella notte e funerali celebrati sotto il controllo delle forze di sicurezza.
Organizzazioni per i diritti umani e fonti internazionali parlano apertamente di repressione brutale e uso sistematico della forza letale. Il Consiglio ONU per i Diritti Umani ha condannato il blackout internet come strumento per nascondere violazioni dei diritti umani e impedire la documentazione delle repressioni.
Secondo diverse testimonianze diffuse dopo il ritorno online della rete, le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco per disperdere le proteste. In alcune aree sarebbero stati utilizzati anche mezzi pesanti e armi automatiche contro i manifestanti.
Il grande cortocircuito ideologico della controinformazione italiana
La cosa più inquietante non è soltanto la repressione iraniana. È il silenzio complice di chi, in Europa e in Italia, continua a giustificare qualsiasi atrocità purché venga compiuta da un regime dichiaratamente “antiamericano” o “antisionista”.
Per anni queste piattaforme hanno costruito una narrativa semplicistica:
- se un governo è contro Washington, allora automaticamente sarebbe “buono”;
- se combatte Israele, allora diventa “resistenza”;
- se reprime il proprio popolo, allora sarebbe colpa della CIA;
- se oscura internet e spara sui manifestanti, allora sarebbe “difesa nazionale”.
È una deformazione ideologica che cancella completamente la sofferenza reale delle persone.
Gli stessi che parlano continuamente di libertà, diritti dei popoli e autodeterminazione diventano improvvisamente ciechi davanti ai cittadini iraniani assassinati nelle strade. Gli stessi che accusano l’Occidente di censura difendono uno dei blackout digitali più estremi mai imposti da uno Stato moderno.
Il mito della “resistenza” e la realtà del regime
Dietro la retorica rivoluzionaria si nasconde un sistema politico che da anni reprime oppositori, limita la libertà di stampa, controlla la rete, perseguita dissidenti e utilizza gli apparati di sicurezza per mantenere il potere.
La narrativa della “resistenza eroica” serve soprattutto a una parte della propaganda occidentale per continuare a leggere il mondo attraverso schemi ideologici rigidi: tutto ciò che è contro gli Stati Uniti diventa automaticamente legittimo, anche quando schiaccia il proprio popolo.
Ma le immagini che stanno uscendo dall’Iran stanno demolendo questa favola.
Dietro gli slogan antioccidentali non c’è alcuna utopia liberatrice. C’è un apparato repressivo che ha avuto bisogno di spegnere internet per quasi tre mesi per impedire al mondo di vedere cosa stava accadendo davvero.
Il fallimento morale della propaganda filoiraniana
La vera tragedia è che molti cittadini iraniani si sono ritrovati completamente soli. Traditi sia dal regime sia da quella falsa controinformazione europea che avrebbe dovuto almeno avere l’onestà intellettuale di distinguere tra popolo e governo.
Invece hanno preferito difendere il simbolo geopolitico piuttosto che ascoltare le vittime. Hanno preferito la propaganda alla realtà. Hanno trasformato un regime repressivo in un feticcio ideologico.
Oggi però, con internet che lentamente torna online, le immagini stanno parlando da sole. E ogni nuovo video che emerge rappresenta una smentita devastante per anni di narrativa costruita sulla pelle degli iraniani.

