URLANO ALLA “BATTAGLIA VERTICALE”, MA FINISCONO SEMPRE PER CONSEGNARVI A UN’ALTRA ÉLITE

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Si proclamano anti-imperialisti, anti-sionisti e nemici del sistema. Difendono l’Iran, celebrano l’“Asse della Resistenza”, giustificano Hamas e Hezbollah e guardano con simpatia ai regimi antiamericani. Dicono di voler liberare i popoli dal potere verticale. Ma il risultato politico è quasi sempre lo stesso: sostituire un centro di potere con un altro e chiedere alle masse di obbedire alla nuova avanguardia.

C’è una parola che ricorre continuamente nella retorica di certi ambienti dell’antagonismo occidentale: verticale.

La battaglia dovrebbe essere verticale.

Popolo contro élite.

Basso contro alto.

Oppressi contro oppressori.

Sovranità contro imperialismo.

È una formula potente perché intercetta una frustrazione reale: concentrazione della ricchezza, perdita di sovranità, apparati sovranazionali poco controllabili democraticamente, grandi interessi economici e distanza crescente tra cittadini e classi dirigenti.

Poi, però, bisogna guardare dove conduce concretamente questa presunta insurrezione contro il potere.

Ed è qui che comincia il paradosso.

Per combattere le élite occidentali, questi ambienti finiscono frequentemente per celebrare altre élite.

Per combattere Washington guardano a Teheran.

Per combattere l’Occidente trasformano Hezbollah in “resistenza”.

Per combattere Israele minimizzano o razionalizzano persino il terrorismo di Hamas.

Per combattere il capitalismo occidentale scoprono improvvisamente indulgenza verso oligarchie, apparati militari, servizi di sicurezza e regimi autoritari purché abbiano il nemico geopolitico giusto.

Questa sarebbe la liberazione?

No.

È semplicemente un cambio di padrone geopolitico.

LA RIVOLUZIONE CHE FINISCE SEMPRE CON QUALCUNO CHE COMANDA

La contraddizione fondamentale è questa.

Dicono alle masse:

“Non fatevi comandare dalle élite.”

Subito dopo aggiungono:

fidatevi dell’avanguardia.

Fidatevi del partito.

Fidatevi del leader rivoluzionario.

Fidatevi della Repubblica Islamica.

Fidatevi della “Resistenza”.

Fidatevi del regime che combatte gli americani.

Fidatevi del gruppo armato che dice di combattere Israele.

Alla fine della catena c’è sempre qualcuno che deve pensare per voi.

Qualcuno che conosce la “vera” struttura del potere.

Qualcuno che ha compreso la Storia.

Qualcuno che stabilisce quali morti meritano indignazione e quali devono essere relativizzati perché disturbano la narrazione.

Questa non è una battaglia verticale contro il potere.

È una battaglia orizzontale tra blocchi di potere, nella quale al cittadino viene chiesto semplicemente di scegliere da quale apparato farsi rappresentare.

ANTI-IMPERIALISTI A GEOMETRIA VARIABILE

La parola magica è “imperialismo”.

Ma anche qui il significato cambia a seconda della bandiera.

Quando intervengono gli Stati Uniti, è imperialismo.

Quando una potenza avversaria estende influenza politica, militare ed economica oltre i propri confini, improvvisamente bisogna studiare “il contesto”.

Quando Washington sostiene un alleato, sarebbe una prova di subordinazione.

Quando Teheran finanzia, addestra o sostiene organizzazioni armate fuori dai propri confini, diventa “solidarietà internazionalista” o “Asse della Resistenza”.

È un anti-imperialismo curiosissimo:

non combatte l’imperialismo come principio. Combatte principalmente l’imperialismo del campo avversario.

L’espansione politica del proprio campo viene invece ribattezzata resistenza.

L’IRAN TRASFORMATO IN SIMBOLO DELLA LIBERAZIONE

Il caso iraniano rende la contraddizione quasi grottesca.

Una parte della sinistra antagonista occidentale, teoricamente nata dalla liberazione dell’individuo, dall’emancipazione e dalla lotta contro l’autoritarismo, ha finito per guardare alla Repubblica Islamica come a un pilastro della resistenza mondiale.

Ma che tipo di potere rappresenta Teheran?

Una Repubblica Islamica nella quale gli apparati religiosi e di sicurezza esercitano un peso enorme sulla vita politica.

Un sistema che ha represso duramente il dissenso.

Un Paese nel quale oppositori e manifestanti hanno subito arresti e condanne gravissime.

Eppure basta pronunciare tre parole — America, Israele, Palestina — e una parte dell’antagonismo occidentale sembra disposta a dimenticare improvvisamente decenni di retorica contro autoritarismo, repressione e potere religioso.

Perché?

Perché nella logica campista non conta più che cosa sei.

Conta contro chi combatti.

HAMAS: QUANDO IL NEMICO DEL MIO NEMICO DIVENTA PRESENTABILE

La stessa deformazione appare con Hamas.

Si può sostenere la causa nazionale palestinese.

Si può criticare duramente il governo israeliano.

Si possono contestare insediamenti, operazioni militari e politiche israeliane senza alcuna contraddizione.

Ma Hamas è un’altra cosa.

Hamas è un’organizzazione islamista armata designata come terroristica dagli Stati Uniti e dall’Unione europea.

Eppure una parte dell’antagonismo occidentale ha progressivamente sostituito l’analisi con un sillogismo infantile:

Israele è alleato degli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti sono imperialisti.

Hamas combatte Israele.

Quindi Hamas appartiene alla Resistenza.

Tre passaggi e il problema morale è risolto.

No.

Il nemico del tuo nemico non diventa automaticamente un combattente per la libertà.

HEZBOLLAH E LA ROMANTICIZZAZIONE DELLA “RESISTENZA”

Lo stesso vale per Hezbollah.

Ridurre Hezbollah alla semplice etichetta di “resistenza libanese” significa cancellare deliberatamente la complessità di un’organizzazione politico-militare sostenuta dall’Iran e protagonista per decenni delle dinamiche regionali mediorientali.

Ma nella narrazione campista tutto deve diventare semplice.

Da una parte l’Impero.

Dall’altra la Resistenza.

Buoni contro cattivi.

Non importa quanto autoritario sia un alleato.

Non importa quale ideologia professi.

Non importa quali metodi utilizzi.

L’unico certificato morale richiesto è l’ostilità verso Washington e Israele.

È una morale politica costruita interamente per sottrazione.

POI ARRIVA L’AMERICA LATINA

Il meccanismo si ripete attraversando l’Atlantico.

Un governo sudamericano può concentrare il potere, comprimere gli spazi dell’opposizione, devastare economicamente il proprio Paese o costruire un sistema politico sempre meno pluralista.

Ma se litiga con Washington, ecco comparire immediatamente la parola:

sovranità.

Il leader diventa antimperialista.

Il regime diventa laboratorio di emancipazione.

Il fallimento economico diventa sabotaggio americano.

La repressione diventa difesa della rivoluzione.

L’esodo della popolazione diventa guerra economica.

C’è sempre una spiegazione esterna pronta a impedire che venga posta la domanda più semplice:

come governa concretamente questa élite che pretende di rappresentare il popolo?

E LE RETI CRIMINALI?

Qui bisogna evitare scorciatoie propagandistiche.

Non ogni governo antiamericano è collegato al narcotraffico.

Non ogni movimento della cosiddetta Resistenza partecipa a economie criminali.

Le responsabilità devono essere dimostrate caso per caso.

Ma è altrettanto sbagliato fingere che criminalità organizzata, narcotraffico, gruppi armati, organizzazioni terroristiche, Stati e proxy vivano sempre in universi perfettamente separati.

La storia contemporanea offre numerosi esempi di convergenze opportunistiche, finanziamenti illeciti, contrabbando e utilizzo di reti criminali da parte di attori politici o armati.

Il punto, però, è soprattutto politico.

Quando emergono accuse contro il campo occidentale, per questi propagandisti diventano immediatamente sistema.

Quando riguardano il proprio campo, improvvisamente pretendono una sentenza definitiva, tre commissioni internazionali e la confessione autenticata del responsabile.

Anche la soglia della prova diventa ideologica.

LA GRANDE TRUFFA DELLA “BATTAGLIA VERTICALE”

Ed eccoci al cuore del problema.

La battaglia verticale promessa non arriva mai.

Perché per essere davvero verticale dovrebbe mettere in discussione tutti i poteri concentrati.

Quello americano e quello iraniano.

Quello occidentale e quello russo.

Quello israeliano e quello islamista.

Quello delle multinazionali e quello degli oligarchi.

Quello delle tecnocrazie e quello dei Guardiani della Rivoluzione.

Quello delle grandi banche e quello dei partiti-Stato.

Invece viene chiesto continuamente di scegliere un campo.

USA oppure Iran.

Israele oppure Hamas.

Occidente oppure “Asse della Resistenza”.

Capitalismo occidentale oppure socialismo autoritario.

Come se l’essere umano fosse condannato a scegliere quale élite debba governarlo.

Questa non è verticalità.

È orizzontalità geopolitica travestita da rivoluzione.

CAMBIANO LE BANDIERE, NON CAMBIA LA STRUTTURA

Ed è questo che i professionisti della “controinformazione” dovrebbero spiegare.

Se combattete le élite, perché finite continuamente per legittimare altre élite?

Se combattete l’autoritarismo, perché diventate indulgenti quando l’autoritario è antiamericano?

Se combattete il capitalismo globale, perché ignorate ricchezze, clientele e concentrazioni economiche quando appartengono al campo geopolitico giusto?

Se difendete i popoli, perché il popolo iraniano dovrebbe valere meno della strategia geopolitica della Repubblica Islamica?

Se difendete i palestinesi, perché identificarne la causa con Hamas?

Se siete contro l’imperialismo, perché l’espansione dell’influenza di potenze non occidentali dovrebbe essere moralmente diversa per definizione?

La risposta è scomoda:

perché una parte di questo mondo non è realmente contro il potere. È contro il potere dell’avversario.

IL POPOLO RESTA SEMPRE IN FONDO

E alla fine chi paga?

Sempre quello che questi movimenti sostengono di voler liberare.

Il popolo.

Il cittadino iraniano che vuole semplicemente vivere senza repressione.

Il libanese travolto dalle guerre regionali.

Il palestinese schiacciato tra guerra, occupazione, terrorismo e autoritarismo.

Il venezuelano che emigra.

Il dissidente che non coincide con la narrativa del regime.

Il lavoratore occidentale al quale viene raccontato che per liberarsi dalle proprie élite dovrebbe tifare per quelle di un altro Paese.

La massa rimane massa.

Deve soltanto cambiare bandiera.

NON È CONTROINFORMAZIONE. È PROPAGANDA DI BLOCCO

Una vera controinformazione dovrebbe essere spietata con tutti.

Dovrebbe controllare Washington e Teheran.

Israele e Hamas.

Bruxelles e Mosca.

Le multinazionali occidentali e gli oligarchi dei Paesi “antimperialisti”.

Dovrebbe difendere il dissidente americano e quello iraniano con lo stesso metro.

Dovrebbe denunciare un crimine indipendentemente dalla bandiera del responsabile.

Quella sarebbe una battaglia verticale.

Il resto è campismo.

È propaganda geopolitica.

È trasformare cittadini giustamente diffidenti verso il potere occidentale in tifosi di poteri stranieri che non hanno alcuna intenzione di liberarli.

NON VOGLIONO ABBATTERE LA PIRAMIDE. VOGLIONO CAMBIARE CHI STA IN CIMA

Questa è forse la sintesi più brutale.

Dicono di voler abbattere la piramide.

Ma quando si osserva il modello politico che finiscono per giustificare, la piramide rimane perfettamente in piedi.

In cima cambia soltanto il simbolo.

Al posto dell’élite occidentale arriva l’avanguardia rivoluzionaria.

Al posto di Washington arriva Teheran.

Al posto dell’establishment liberale arriva il partito.

Al posto dell’oligarca occidentale arriva quello “multipolare”.

E al cittadino resta esattamente lo stesso ruolo:

obbedire, credere e scegliere il padrone corretto.

Questa non è emancipazione.

È la più vecchia operazione politica della storia:

convincere le masse che stanno combattendo il potere mentre vengono arruolate nella guerra di un altro potere.

Ecco perché la vera domanda da rivolgere ai predicatori della “battaglia verticale” è semplicissima:

se siete davvero contro le élite, perché finite sempre per chiederci di inginocchiarci davanti alle vostre?

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