TRUMP CONTRO IL GLOBALISMO: LA GUERRA CHE HA FATTO IMPAZZIRE L’ESTABLISHMENT

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Perché una parte del mondo politico, mediatico e finanziario considera Trump il nemico da abbattere a qualsiasi costo

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Se Donald Trump fosse davvero il burattino dell’establishment che i suoi avversari descrivono da dieci anni, una domanda resterebbe senza risposta:

Perché l’intero apparato politico-mediatico occidentale ha trascorso un decennio tentando di distruggerlo?

Perché contro di lui sono state mobilitate campagne mediatiche senza precedenti?

Perché ogni sua dichiarazione diventa uno scandalo internazionale?

Perché ogni sua vittoria elettorale viene raccontata come una minaccia per la democrazia mondiale?

La risposta fornita dai suoi sostenitori è semplice quanto scomoda:

Trump non è odiato per ciò che dice. È odiato per gli interessi che mette in pericolo.


IL GLOBALISMO NON È UNA TEORIA: È UN MODELLO DI POTERE

Per oltre trent’anni ai cittadini occidentali è stato raccontato che la globalizzazione fosse inevitabile.

Fabbriche trasferite all’estero.

Frontiere sempre più permeabili.

Potere crescente delle istituzioni sovranazionali.

Finanza globale sempre più influente.

Industrie strategiche delocalizzate.

Debito in crescita.

Declino della classe media.

Tutto questo veniva presentato come progresso.

Chi osava contestarlo veniva immediatamente etichettato come populista, estremista o nostalgico.

Poi è arrivato Trump.

E per la prima volta un candidato alla Casa Bianca ha iniziato a porre pubblicamente domande che milioni di americani si stavano facendo da anni:

  • Perché l’America deve finanziare il resto del mondo?
  • Perché le industrie americane devono chiudere?
  • Perché i confini devono restare aperti?
  • Perché le multinazionali devono avere più potere dei governi eletti?

Domande semplici.

Domande che hanno mandato nel panico un intero sistema.


IL DENARO È IL SANGUE DEL POTERE

Ogni sistema politico sopravvive grazie alle risorse che lo alimentano.

Nessuna organizzazione, nessuna lobby, nessuna struttura di potere può sopravvivere senza denaro.

I sostenitori di Trump sostengono che molte delle sue politiche abbiano avuto proprio questo obiettivo:

colpire i flussi economici che alimentano reti di potere consolidate.

Controllo delle frontiere.

Pressione sui cartelli criminali.

Riduzione dell’immigrazione illegale.

Sanzioni economiche.

Rinegoziazione degli accordi commerciali.

Rientro delle produzioni industriali.

Indipendenza energetica.

Secondo questa interpretazione, il problema non sarebbe Trump in sé.

Il problema sarebbe che ha iniziato a mettere le mani sui meccanismi economici che garantiscono influenza a gruppi che per decenni hanno operato indisturbati.


IL CONFINE NON È SOLO UNA LINEA SU UNA MAPPA

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Per anni chiunque parlasse di sicurezza delle frontiere veniva accusato di xenofobia.

Trump ha ribaltato completamente il discorso.

Per lui il confine non è un simbolo.

È uno strumento di sovranità.

I suoi sostenitori sostengono che confini incontrollati favoriscano non soltanto l’immigrazione illegale ma anche:

  • traffico di droga;
  • sfruttamento della prostituzione;
  • tratta di esseri umani;
  • lavoro nero;
  • riciclaggio internazionale;
  • attività delle organizzazioni criminali.

È importante distinguere tra opinioni politiche e fatti accertati: non esiste consenso sul fatto che tutti questi fenomeni dipendano principalmente dall’immigrazione irregolare. Tuttavia questa è una delle argomentazioni centrali avanzate dai sostenitori di Trump.

Ciò che appare evidente è che la questione delle frontiere è diventata uno dei simboli dello scontro tra due visioni opposte del mondo.


LA GUERRA CONTRO L’INDUSTRIA DELLA DIPENDENZA

Secondo molti sostenitori di Trump, il problema dell’Occidente non è soltanto economico.

È culturale.

Una società composta da cittadini indipendenti è difficile da controllare.

Una società dipendente da sussidi, debito, propaganda e burocrazia è molto più gestibile.

Da questa prospettiva, il trumpismo si presenta come una ribellione contro un modello che avrebbe progressivamente sostituito la produzione con la speculazione, il lavoro con l’assistenzialismo e la sovranità con la tecnocrazia.

Che questa analisi sia corretta o meno, essa spiega gran parte del consenso che Trump continua a raccogliere.


PERCHÉ LO ODIANO COSÌ TANTO?

Questa è probabilmente la domanda più interessante.

Nella storia americana ci sono stati presidenti coinvolti in guerre, scandali e crisi economiche.

Pochi però hanno suscitato un livello di ostilità paragonabile a quello riservato a Trump.

Per i suoi sostenitori la spiegazione è evidente.

Trump non viene percepito come un normale avversario politico.

Viene percepito come una minaccia sistemica.

Quando qualcuno mette in discussione meccanismi di potere costruiti nell’arco di decenni, la reazione diventa inevitabilmente feroce.

È ciò che accade in politica.

È ciò che accade negli affari.

È ciò che accade nella storia.


LA BATTAGLIA NON RIGUARDA TRUMP

L’errore più comune è pensare che il fenomeno Trump riguardi soltanto Donald Trump.

In realtà il personaggio è diventato il simbolo di qualcosa di molto più grande.

Milioni di persone non votano Trump perché lo considerano perfetto.

Lo votano perché vedono in lui uno strumento per contrastare un sistema che ritengono ostile ai loro interessi.

Ed è proprio questo che spaventa i suoi avversari.

Perché i leader passano.

I movimenti restano.


CONCLUSIONI

Donald Trump è diventato una figura simbolica della contestazione all’ordine globale emerso dopo la Guerra Fredda.

I suoi sostenitori lo vedono come un argine contro la perdita di sovranità, il declino industriale e l’espansione di strutture di potere percepite come lontane dai cittadini.

I suoi oppositori lo considerano invece una minaccia alle istituzioni democratiche e alla cooperazione internazionale.

Qualunque sia il giudizio, una cosa appare difficile da negare:

Trump ha costretto milioni di persone a rimettere in discussione principi che per decenni erano stati presentati come indiscutibili.

Ed è proprio per questo che continua a suscitare reazioni tanto estreme.


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