Ceuta, morti e dispersi trasformati in una leva emotiva: il dolore delle famiglie merita rispetto, ma non può essere usato per cancellare le domande sul collasso del confine, sulle responsabilità politiche e sul ruolo dei social network
CEUTA, LA PROPAGANDA DELLE LACRIME: QUANDO I DISPERSI DIVENTANO LO SCHERMO PER NASCONDERE IL COLLASSO DEL CONFINE
Il dramma delle famiglie è reale. Ma proprio per questo non può diventare uno strumento per cancellare le domande sulle responsabilità politiche, sulla mobilitazione attraverso i social e sul cedimento di una frontiera europea
C’è un modo molto efficace per impedire che l’opinione pubblica faccia domande scomode: spostare il dibattito dai fatti alle emozioni.
È ciò che sta accadendo intorno alla crisi di Ceuta.
Le immagini provenienti da Fnideq, in Marocco, sono potenti: famiglie che mostrano fotografie dei propri cari, madri che aspettano notizie dei figli, persone che controllano i rimpatriati nella speranza di riconoscere un volto.
Sono immagini drammatiche.
E nessuno dovrebbe deridere o minimizzare il dolore di chi non sa se un figlio sia vivo o morto.
Ma proprio il rispetto per queste persone impone una domanda fondamentale: come siamo arrivati fin qui?
Perché raccontare solamente l’ultimo capitolo della vicenda — i morti, i dispersi, le madri disperate — senza interrogarsi seriamente su ciò che è accaduto prima significa trasformare una tragedia umana in una gigantesca operazione di rimozione politica.
Ed è qui che entra in gioco una tecnica comunicativa ricorrente in una parte della narrazione ideologica sulla migrazione: la sostituzione dell’analisi con l’emozione.
Non si discute più di frontiere.
Non si discute più di responsabilità.
Non si discute più di sicurezza.
Non si discute più del ruolo dei social network.
Non si discute più di come decine di migliaia di persone abbiano potuto concentrarsi contemporaneamente verso una minuscola frontiera europea.
Si mostra una madre.
E improvvisamente qualsiasi domanda sul resto rischia di essere dipinta come cinica o disumana.
Ma la politica non può funzionare così.
Il fatto che nessuna fotografia può cancellare
La prima cosa da ricordare è la dimensione assolutamente eccezionale di quanto accaduto.
Secondo Reuters, circa 72.000 persone hanno raggiunto Ceuta nell’arco di una settimana durante la crisi iniziata alla fine di luglio.
Numeri enormi rispetto alle dimensioni della città.
Ceuta ha una popolazione di poco superiore agli 80.000 abitanti.
Significa che nell’arco di pochissimo tempo è arrivato un numero di persone paragonabile quasi all’intera popolazione residente.
Questa non è una normale oscillazione dei flussi migratori.
È un evento straordinario che riguarda direttamente la sicurezza di una frontiera esterna dell’Unione Europea.
Ed è proprio questo il punto che rischia di scomparire dietro il racconto esclusivamente umanitario.
Ceuta non è soltanto una città sulla costa africana.
È territorio spagnolo.
Di conseguenza è territorio dell’Unione Europea.
Quando il suo confine viene attraversato in massa, ciò che accade non riguarda soltanto Madrid o Rabat.
Riguarda l’intero sistema europeo di libera circolazione.
La domanda proibita: come è stato possibile?
Davanti a una mobilitazione di queste dimensioni, la prima domanda dovrebbe essere semplicissima:
come è stato possibile?
Decine di migliaia di persone non compaiono improvvisamente nello stesso punto geografico per coincidenza.
Serve una dinamica di mobilitazione.
Serve la diffusione di informazioni.
Serve la convinzione collettiva che attraversare il confine sia possibile.
Ed è particolarmente significativo che persino le ricostruzioni concentrate sul dramma dei dispersi riconoscano il ruolo avuto dai social network.
Le piattaforme che oggi vengono utilizzate per pubblicare fotografie e appelli alla ricerca degli scomparsi sarebbero state utilizzate precedentemente anche per diffondere informazioni e messaggi sull’opportunità di raggiungere Ceuta.
Questa circostanza dovrebbe essere al centro dell’inchiesta giornalistica.
Chi ha originato quei messaggi?
Quanto rapidamente sono diventati virali?
Erano spontanei oppure amplificati?
Quali informazioni circolavano?
Perché così tante persone hanno creduto contemporaneamente che fosse possibile raggiungere la Spagna attraverso Ceuta?
Sono domande fondamentali.
E porle non significa criminalizzare i migranti.
Significa cercare di comprendere un evento.
Il confine che improvvisamente non esiste più
C’è poi un secondo problema ancora più grave.
Se decine di migliaia di persone sono riuscite a raggiungere Ceuta nell’arco di pochissimo tempo, bisogna interrogarsi sull’efficacia del dispositivo di frontiera.
Il confine tra Marocco e Ceuta è uno dei più sensibili del Mediterraneo.
Non è un sentiero dimenticato in mezzo alle montagne.
È una frontiera sorvegliata, politicamente delicatissima e conosciuta da decenni come uno dei principali punti di pressione migratoria verso l’Europa.
Come può quindi un sistema progettato proprio per controllare quella frontiera trovarsi improvvisamente travolto?
La risposta non può essere semplicemente:
“Guardate le famiglie dei dispersi”.
Le due questioni possono e devono convivere.
Si può provare compassione per una madre marocchina che cerca suo figlio e contemporaneamente chiedere conto alle autorità di quanto accaduto.
Anzi: proprio perché esistono morti e dispersi, quelle domande diventano ancora più necessarie.
Il ruolo del Marocco
Esiste inoltre un’altra questione politicamente esplosiva: il comportamento delle autorità marocchine.
Marocco e Spagna cooperano da anni sul controllo dell’immigrazione irregolare.
Rabat svolge quindi un ruolo essenziale nel contenimento delle partenze e nel controllo della frontiera.
Quando questa cooperazione funziona, la pressione può essere contenuta.
Quando viene meno, le conseguenze possono essere immediate.
È quindi inevitabile chiedersi cosa sia accaduto nei giorni precedenti alla crisi.
Le autorità marocchine disponevano di informazioni sull’enorme concentrazione di persone?
Quando hanno compreso ciò che stava succedendo?
Quali misure sono state adottate?
Madrid era stata informata?
Sono esistiti segnali d’allarme ignorati?
Domande politiche.
Non slogan.
E Madrid cosa sapeva?
La stessa attenzione deve essere rivolta al governo spagnolo.
Una mobilitazione di questa portata difficilmente può essere trattata come un fenomeno completamente imprevedibile.
Quando migliaia di persone iniziano a spostarsi verso una frontiera, esistono intelligence, polizia, Guardia Civil, autorità locali e cooperazione internazionale proprio per intercettare i segnali.
Per questo bisogna ricostruire una cronologia precisa.
Quando Madrid ha ricevuto le prime informazioni?
Quando è stato compreso che non si trattava di poche centinaia di persone?
Quando sono stati rafforzati i dispositivi di sicurezza?
Erano disponibili uomini e mezzi sufficienti?
Quali comunicazioni sono intercorse tra Spagna e Marocco?
Sono domande che riguardano direttamente la responsabilità politica.
Ed è precisamente questo livello di analisi che rischia di essere soffocato quando tutto viene ridotto alla dimensione emotiva.
I morti: attenzione alla guerra dei numeri
Il capitolo più delicato riguarda inevitabilmente le vittime.
Ed è proprio qui che il giornalismo dovrebbe mostrare la massima prudenza.
Sono circolate cifre differenti.
Reuters ha riferito di almeno 75 morti, mentre altre ricostruzioni hanno indicato bilanci superiori distinguendo tra corpi recuperati nelle acque spagnole e marocchine.
È quindi necessario evitare un errore molto comune: trasformare immediatamente la cifra più alta disponibile nel “numero ufficiale”.
Esistono categorie differenti:
corpi recuperati;
vittime identificate;
segnalazioni delle ONG;
persone dichiarate disperse;
stime delle autorità;
testimonianze delle famiglie.
Non sono la stessa cosa.
Il bilancio può purtroppo aumentare, ma proprio per rispetto dei morti bisogna utilizzare numeri verificabili e attribuire sempre ogni cifra alla fonte che l’ha fornita.
La tragedia non ha bisogno di essere gonfiata.
È già abbastanza grave.
I bambini: la domanda che manca
Uno degli elementi emotivamente più potenti del racconto riguarda i minori.
Secondo le testimonianze raccolte, a Ceuta sarebbero arrivati anche bambini molto piccoli, alcuni dei quali avrebbero chiesto un telefono per chiamare le proprie madri.
È un’immagine devastante.
Ma anche in questo caso l’emozione non può rappresentare la conclusione dell’analisi.
Deve rappresentarne l’inizio.
Se un bambino di dieci o dodici anni attraversa una frontiera internazionale in mezzo a un movimento di massa, bisogna chiedersi:
come è arrivato lì?
Chi lo accompagnava?
Chi gli ha indicato la strada?
Chi gli ha fatto credere che fosse possibile entrare in Europa?
Perché non è stato fermato prima?
Dove erano gli adulti responsabili?
Quale rete di informazioni ha reso possibile una decisione tanto pericolosa?
Limitarsi a mostrare il bambino dopo l’arrivo significa raccontare soltanto metà della storia.
E l’altra metà potrebbe essere quella decisiva per impedire che accada nuovamente.
La propaganda emotiva funziona sempre allo stesso modo
Il meccanismo comunicativo è antico.
Quando un problema politico complesso viene trasformato in una singola storia personale, il cervello umano tende naturalmente a concentrarsi sulla persona.
Una madre che piange produce più coinvolgimento di una tabella sugli ingressi.
La fotografia di un bambino produce più emozione di un rapporto sulla sicurezza delle frontiere.
È perfettamente comprensibile.
Il problema nasce quando questo meccanismo viene utilizzato per suggerire implicitamente che discutere del quadro generale sia moralmente illegittimo.
A quel punto non siamo più davanti all’empatia.
Siamo davanti alla manipolazione attraverso l’empatia.
Si costruisce una falsa alternativa:
o provi compassione per i migranti;
oppure difendi le frontiere.
Ma è un’alternativa assurda.
Si possono fare entrambe le cose.
È possibile salvare chi rischia di annegare e contemporaneamente impedire partenze illegali.
È possibile assistere un minore e contemporaneamente chiedere come sia arrivato illegalmente alla frontiera.
È possibile rispettare una madre che cerca suo figlio e contemporaneamente pretendere responsabilità dai governi.
La reazione italiana dimostra che il problema è europeo
La crisi ha avuto conseguenze anche oltre la Spagna.
L’Italia ha temporaneamente reintrodotto controlli sui collegamenti provenienti dalla Spagna, soprattutto nei confronti dei cittadini extra-UE.
È importante essere precisi.
Non significa che l’Italia abbia “abolito Schengen con la Spagna”.
Il sistema Schengen permette in determinate circostanze il ripristino temporaneo dei controlli.
Ma proprio l’attivazione di questo strumento dimostra la dimensione europea della crisi.
Perché se un’enorme quantità di persone entra irregolarmente in territorio spagnolo, successivamente può tentare di raggiungere altri Stati dell’area Schengen.
Il problema quindi non termina a Ceuta.
Comincia a Ceuta.
Schengen funziona soltanto se funzionano le frontiere esterne
Qui emerge una delle contraddizioni fondamentali della politica migratoria europea.
Schengen elimina normalmente i controlli sistematici alle frontiere interne perché presuppone che le frontiere esterne dell’area siano controllate efficacemente.
È un principio elementare.
Se una frontiera esterna collassa, inevitabilmente aumenta la pressione politica affinché gli Stati ripristinino controlli interni.
In altre parole:
senza frontiere esterne credibili, prima o poi diventano inevitabili nuove frontiere interne.
È questo uno dei grandi paradossi dell’immigrazione incontrollata.
Chi sostiene di voler difendere la libera circolazione europea dovrebbe essere tra i primi a chiedere frontiere esterne efficaci.
La responsabilità non scompare davanti a una fotografia
Il problema del racconto proveniente da Fnideq non sono dunque le fotografie.
Quelle fotografie devono essere mostrate.
Quelle famiglie meritano risposte.
Il problema nasce quando la fotografia diventa un sostituto dell’inchiesta.
Quando una madre che cerca il figlio viene implicitamente utilizzata come argomento politico contro chiunque chieda:
chi ha lasciato collassare il confine?
Chi ha diffuso gli appelli sui social?
Chi sapeva?
Quando lo sapeva?
Perché non è intervenuto?
Qual è stato il ruolo delle autorità marocchine?
Qual è stata la risposta del governo spagnolo?
Quali conseguenze avrà tutto questo sul sistema Schengen?
Sono queste le domande che una democrazia dovrebbe pretendere.
La vera compassione consiste nell’impedire che accada ancora
C’è infine un paradosso che dovrebbe essere evidente.
Se davvero ci preoccupano quelle madri, quei bambini, quei dispersi e quei morti, allora la priorità dovrebbe essere impedire che migliaia di persone tentino nuovamente un attraversamento di massa tanto pericoloso.
Lasciare che si diffonda la convinzione che sia sufficiente raggiungere una frontiera europea in numero abbastanza elevato per superarla crea un incentivo potentissimo.
E quell’incentivo può uccidere.
Può spingere adolescenti verso il mare.
Può convincere bambini a seguire gruppi di adulti.
Può alimentare trafficanti e intermediari.
Può trasformare una voce diffusa sui social in una tragedia.
Per questo il controllo della frontiera non è l’opposto dell’umanità.
Può essere uno degli strumenti necessari per evitare altre vittime.
Conclusione: le lacrime non cancellino le responsabilità
Il dolore delle famiglie di Fnideq è autentico.
I morti sono autentici.
I dispersi sono autentici.
Nessuno dovrebbe utilizzarli come bersaglio politico.
Ma proprio per questo nessuno dovrebbe utilizzarli nemmeno come scudo politico.
La tragedia di Ceuta non può essere raccontata soltanto attraverso fotografie, testimonianze e lacrime.
Bisogna ricostruire ciò che è successo prima.
Bisogna capire il ruolo dei social network.
Bisogna stabilire cosa sapessero le autorità marocchine.
Bisogna stabilire cosa sapesse Madrid.
Bisogna comprendere perché il dispositivo di frontiera sia stato travolto.
Bisogna verificare con rigore il numero delle vittime.
Bisogna stabilire come tanti minori siano riusciti ad arrivare fino a Ceuta.
E bisogna comprendere perché altri Paesi europei abbiano ritenuto necessario reagire.
**L’emozione racconta il dolore.
L’inchiesta stabilisce le responsabilità.**
Una stampa che mostra soltanto la prima e dimentica sistematicamente la seconda non sta raccontando tutta la storia.
E quando l’emozione diventa lo strumento con cui impedire le domande, non siamo più davanti all’informazione.
Siamo davanti alla propaganda.
FONTI
Reuters – Spain’s Ceuta seeks transfer of unaccompanied migrant minors to mainland Spain after mass arrivals, 5 agosto 2026.
The Guardian – Hundreds in Morocco gather near Ceuta border in anxious wait for missing loved ones, 5 agosto 2026.
Cadena SER – Copertura e aggiornamenti sulla crisi di Ceuta e sul recupero delle vittime.
Ministerio del Interior – Gobierno de España – Informazioni istituzionali sul controllo delle frontiere e sulla situazione migratoria.
Guardia Civil – Comunicazioni ufficiali relative alla gestione della crisi e alla ricerca delle persone scomparse.
Commissione Europea – Normativa e informazioni sullo spazio Schengen e sulla possibilità di reintroduzione temporanea dei controlli alle frontiere interne.
UNICEF España – Informazioni e dichiarazioni relative alla situazione dei minori coinvolti nella crisi.
FONTI E APPROFONDIMENTI
Reuters – Aggiornamenti sulla crisi migratoria di Ceuta e sui minori non accompagnati
https://www.reuters.com/world/europe/spains-ceuta-seeks-transfer-unaccompanied-migrant-minors-mainland-spain-after-2026-08-05/
The Guardian – Famiglie marocchine alla ricerca dei dispersi dopo gli attraversamenti verso Ceuta
https://www.theguardian.com/world/2026/aug/05/hundreds-in-morocco-gather-near-ceuta-border-in-anxious-wait-for-missing-loved-ones
Reuters – Reintroduzione temporanea dei controlli italiani dopo la crisi di Ceuta
https://www.reuters.com/world/italy-suspends-eu-schengen-free-travel-pact-with-spain-over-ceuta-crisis-2026-07-31/
Cadena SER – Notizie e aggiornamenti dalla Spagna
https://cadenaser.com/
Ministero dell’Interno spagnolo – Informazioni ufficiali su immigrazione, frontiere e sicurezza
https://www.interior.gob.es/
Guardia Civil – Comunicazioni e informazioni ufficiali
https://www.guardiacivil.es/
UNICEF España – Informazioni sulla tutela dei minori
https://www.unicef.es/
Commissione Europea – Schengen, migrazione e gestione delle frontiere
https://home-affairs.ec.europa.eu/policies/schengen-borders-and-visa_en
Frontex – Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera
https://www.frontex.europa.eu/
Gobierno de Ceuta – Portale istituzionale della Città Autonoma di Ceuta
https://www.ceuta.es/

