DALLA COLOMBIA ALL’ITALIA: L’ATTACCO DI PETRO A MELONI
La politica contemporanea offre spesso spettacoli sorprendenti, ma raramente raggiunge il livello di paradosso visto nelle recenti dichiarazioni del presidente colombiano Gustavo Petro contro il premier italiano Giorgia Meloni.
“Meloni, te lo dico dalla Colombia: o Mussolini o le brigate di Giuseppe Garibaldi. Noi siamo delle camicie rosse di Garibaldi e non siamo scagnozzi della mafia. Rispetta la Colombia.”
Una frase che, nelle intenzioni del presidente colombiano, avrebbe dovuto rappresentare un’affermazione di orgoglio democratico e antifascista. Il risultato, tuttavia, è stato ben diverso.
Perché evocare Garibaldi come simbolo di indipendenza nazionale e di resistenza all’ingerenza straniera apre inevitabilmente una serie di interrogativi storici che Petro sembra aver completamente ignorato.
La vicenda nasce sullo sfondo delle tensioni politiche colombiane e delle polemiche successive al primo turno delle elezioni presidenziali, ma si è rapidamente trasformata in qualcosa di più ampio: l’ennesimo esempio di come la storia venga utilizzata come arma propagandistica senza alcuna attenzione alla sua complessità.
IL MITO GARIBALDINO E LE OMBRE DEL RISORGIMENTO
Nella narrazione scolastica tradizionale, Giuseppe Garibaldi è il patriota per eccellenza.
L’eroe dei due mondi.
Il liberatore.
L’uomo che avrebbe contribuito all’unificazione italiana spinto esclusivamente da ideali nazionali.
Tuttavia, da decenni esiste un ampio dibattito storico che mette in discussione questa rappresentazione semplicistica.
Molti studiosi hanno evidenziato come il processo di unificazione italiana si inserisse perfettamente negli equilibri geopolitici dell’epoca, dominati dall’Impero britannico.
La Gran Bretagna aveva enormi interessi strategici nel Mediterraneo.
Controllare indirettamente la penisola italiana significava limitare l’influenza francese e austriaca, garantire rotte commerciali fondamentali e consolidare la propria posizione nel mare interno europeo.
In questo contesto, l’impresa dei Mille non può essere analizzata come un evento isolato.
Numerose fonti storiche documentano la simpatia dell’establishment britannico verso il progetto unitario italiano.
Garibaldi fu accolto come una celebrità a Londra.
La stampa inglese lo celebrò come un eroe.
Ambienti finanziari e politici britannici guardarono con favore alle sue iniziative.
Tutto ciò non significa necessariamente che Garibaldi fosse un “agente inglese”, come sostengono alcune interpretazioni estreme, ma certamente rende discutibile il suo utilizzo come simbolo assoluto della lotta contro le influenze internazionali.
Ed è proprio qui che emerge la prima grande contraddizione del discorso di Petro.
IL PARADOSSO DELLE CAMICIE ROSSE
Quando Petro dichiara:
“Noi siamo delle camicie rosse di Garibaldi”
probabilmente immagina di richiamare un’immagine romantica di rivoluzione popolare.
Ma la realtà storica è molto più complessa.
Le spedizioni garibaldine erano composte da volontari provenienti da diverse nazioni.
Garibaldi stesso combatté in America Latina, in Brasile e in Uruguay.
Fu una figura profondamente internazionalista.
Non rappresentò mai una visione nazionalista nel senso moderno del termine.
Per certi aspetti, il garibaldinismo può essere considerato uno dei primi fenomeni politici transnazionali dell’età contemporanea.
Ecco dunque il paradosso.
Petro utilizza Garibaldi come simbolo della sovranità colombiana contro presunte interferenze esterne.
Ma Garibaldi fu probabilmente uno degli esempi storici più evidenti di internazionalismo politico ottocentesco.
QUANDO LE ELEZIONI NON PIACCIONO
La parte più controversa della vicenda riguarda però il comportamento dello stesso Petro nei confronti delle elezioni colombiane.
Dopo il risultato elettorale, il presidente ha sostenuto che il sistema di conteggio sarebbe stato modificato.
Ha parlato di algoritmi alterati.
Ha denunciato anomalie.
Ha messo in discussione la regolarità del processo.
Si tratta di accuse molto gravi.
Accuse che richiederebbero prove concrete, verifiche indipendenti e approfondimenti istituzionali.
Eppure il dibattito pubblico è stato rapidamente spostato su altri temi.
Fascismo.
Antifascismo.
Garibaldi.
Meloni.
Trump.
Israele.
Una dinamica ormai ben nota.
Quando il confronto sui fatti diventa difficile, la politica contemporanea tende a rifugiarsi nelle narrazioni emotive.
IL RIFERIMENTO A GOEBBELS: UNA RETORICA SEMPRE PIÙ ABUSATA
Petro ha inoltre accusato i suoi avversari di utilizzare tecniche propagandistiche simili a quelle di Joseph Goebbels.
Un paragone che negli ultimi anni è diventato quasi automatico nel dibattito politico globale.
Ogni avversario viene associato al nazismo.
Ogni critica diventa fascismo.
Ogni dissenso viene trasformato in una minaccia esistenziale.
Il risultato è una progressiva banalizzazione della storia.
Quando tutto diventa nazismo, nulla è più realmente nazismo.
Quando ogni oppositore è paragonato a Hitler, il dibattito politico si trasforma in una caricatura.
MELONI, TRUMP E LA NUOVA GEOPOLITICA
Sul piano geopolitico, la polemica appare ancora più curiosa.
L’origine dello scontro risiede infatti nei rapporti tra Meloni e Abelardo de la Espriella, candidato conservatore colombiano spesso descritto come vicino alle posizioni di Donald Trump.
Petro interpreta questi rapporti come una forma di interferenza politica.
I suoi sostenitori parlano di pressione internazionale.
I suoi oppositori parlano invece di normali relazioni diplomatiche.
La realtà è probabilmente meno spettacolare delle narrazioni proposte da entrambe le parti.
I leader politici di tutto il mondo intrattengono regolarmente rapporti con esponenti politici stranieri.
È una pratica comune.
Trasformarla automaticamente in un complotto internazionale rischia di alimentare una lettura semplicistica della politica globale.
LA CRISI DELLA SINISTRA CONTEMPORANEA
Al di là del caso colombiano, la vicenda evidenzia una tendenza più ampia.
Una parte significativa della sinistra occidentale e latinoamericana sembra sempre più dipendente da simboli storici, slogan e riferimenti ideologici costruiti oltre un secolo fa.
Garibaldi.
Marx.
Che Guevara.
La Resistenza.
L’antifascismo.
Simboli che continuano ad avere un valore storico, ma che spesso vengono utilizzati come strumenti retorici per evitare il confronto con problemi concreti:
- inflazione;
- sicurezza;
- crescita economica;
- immigrazione;
- criminalità;
- sovranità energetica;
- sviluppo industriale.
Quando la politica smette di parlare dei problemi reali e inizia a vivere esclusivamente di simboli, il rischio è quello di trasformarsi in una forma di teatro ideologico.
CONCLUSIONI
Le dichiarazioni di Gustavo Petro contro Giorgia Meloni rappresentano molto più di un semplice incidente diplomatico.
Sono il sintomo di una crisi più profonda della politica contemporanea.
Una politica che sempre più spesso sostituisce l’analisi con gli slogan.
I fatti con le emozioni.
La storia con i miti.
La complessità con la propaganda.
E forse il paradosso più grande è proprio questo:
nel tentativo di presentarsi come il difensore della sovranità colombiana contro le interferenze esterne, Petro ha scelto come simbolo politico una figura storica la cui vicenda continua ancora oggi ad alimentare dibattiti sul ruolo delle grandi potenze internazionali nel processo di costruzione degli Stati nazionali.
Una scelta che, più che rafforzare il suo messaggio, ne evidenzia tutte le contraddizioni.
LINK E APPROFONDIMENTI
- Gustavo Petro
- Giuseppe Garibaldi
- Giorgia Meloni
- Abelardo de la Espriella
- Joseph Goebbels
- Expedition of the Thousand
- Risorgimento
Per approfondire il dibattito storico:

