Mentre tutti guardano il Memorandum d’Intesa, la vera battaglia potrebbe essere dentro il regime iraniano

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Negli ultimi mesi gran parte dell’attenzione mediatica si è concentrata sul Memorandum d’Intesa tra Stati Uniti e Iran, interpretato da alcuni come una resa di Teheran e da altri come una vittoria strategica della Repubblica Islamica. Tuttavia, dietro il piano diplomatico potrebbe nascondersi una dinamica ancora più importante: la crescente competizione tra le diverse fazioni che compongono l’apparato di potere iraniano.

Più che il documento in sé, infatti, a destare interesse sono le frizioni che stanno emergendo all’interno del sistema costruito negli ultimi quarant’anni dalla Guida Suprema Ali Khamenei.

Il sistema creato da Khamenei

Uno degli elementi meno compresi della Repubblica Islamica riguarda la struttura stessa del potere.

Nel corso degli anni Ali Khamenei ha progressivamente rafforzato il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC o Pasdaran), trasformandolo da semplice forza militare ideologica in una gigantesca organizzazione che esercita influenza sulla politica, sull’economia, sui servizi segreti, sui media e sulla sicurezza nazionale.

Tuttavia, proprio la crescita enorme dei Pasdaran ha generato un problema.

Concentrando troppo potere nelle mani di un’unica struttura, si sarebbe creato il rischio che questa potesse diventare autonoma rispetto alla Guida Suprema stessa.

Per evitare la nascita di un potenziale concorrente, Khamenei avrebbe favorito nel tempo la formazione di diversi centri di potere e di fazioni interne in competizione tra loro.

In altre parole, il sistema iraniano sarebbe stato costruito secondo un equilibrio basato sulla rivalità reciproca.

Dopo Khamenei, chi controllerà realmente l’Iran?

La questione della successione rappresenta probabilmente il tema più importante per l’establishment iraniano.

Con l’avanzare dell’età della Guida Suprema, diverse componenti del sistema sembrano prepararsi alla futura redistribuzione del potere.

Non esiste infatti un blocco monolitico.

Al contrario, all’interno dell’IRGC convivono interessi economici, ideologici e politici differenti.

Da una parte vi sono ambienti più pragmatici, interessati a una progressiva normalizzazione dei rapporti internazionali e alla revoca delle sanzioni.

Dall’altra si trovano i settori più ideologici e radicali, convinti che qualsiasi apertura verso Washington rappresenti una minaccia esistenziale per la Repubblica Islamica.

Il caso delle lettere attribuite a Mojtaba Khamenei

Negli ultimi giorni le tensioni sono emerse pubblicamente.

Al centro della controversia vi sarebbero alcune presunte lettere attribuite a Mojtaba Khamenei, figlio della Guida Suprema e considerato da molti uno dei possibili candidati alla successione.

Secondo diverse ricostruzioni circolate negli ambienti politici iraniani, alcune fazioni avrebbero utilizzato questi documenti per sostenere che i negoziati con Washington fossero stati autorizzati direttamente dal figlio di Khamenei.

Altre correnti avrebbero invece diffuso documenti opposti, sostenendo che Mojtaba fosse contrario all’attuale linea negoziale.

Indipendentemente dall’autenticità delle lettere, il fatto stesso che tali dispute siano finite nello spazio pubblico rappresenta un elemento significativo.

Ciò suggerisce infatti l’esistenza di una lotta interna sempre meno nascosta.

Lo scontro tra i falchi e i pragmatici

Tra le figure più vicine all’ala dura del sistema viene frequentemente indicato Saeed Jalili, già negoziatore nucleare e storico rappresentante dell’orientamento più ideologico.

All’interno di questa corrente viene spesso citato anche Mahmoud Nabavian, religioso e membro del Parlamento.

Secondo quanto riportato dai media iraniani, Nabavian sarebbe arrivato a tentare di leggere in diretta televisiva documenti riservati riguardanti la posizione di Mojtaba Khamenei sui negoziati con gli Stati Uniti.

La trasmissione sarebbe stata interrotta bruscamente e la televisione di Stato avrebbe successivamente definito l’accaduto una grave violazione, annunciando provvedimenti disciplinari.

L’episodio ha mostrato come le tensioni tra le diverse fazioni siano ormai difficili da nascondere.

Ginevra e il tentativo di bloccare i negoziati

Nonostante le resistenze dei falchi, la delegazione iraniana vicina all’area più pragmatica, associata politicamente a Mohammad Bagher Qalibaf, avrebbe comunque raggiunto Ginevra per proseguire i colloqui.

Alcune indiscrezioni riferiscono che persino all’interno del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale l’approvazione del Memorandum d’Intesa non sarebbe stata unanime.

Secondo queste ricostruzioni, un solo membro avrebbe espresso voto contrario, circostanza interpretata da molti osservatori come indice delle profonde divisioni esistenti.

Hormuz e la guerra delle narrative

Parallelamente ai negoziati sono emerse anche dichiarazioni riguardanti una possibile chiusura dello Stretto di Hormuz.

La minaccia, rilanciata da ambienti vicini ai settori più radicali, avrebbe avuto l’obiettivo di aumentare la pressione internazionale.

Tuttavia, la situazione operativa sul campo e le comunicazioni americane hanno continuato a indicare la regolare apertura delle rotte marittime, mentre il traffico commerciale proseguiva.

Anche questo episodio viene interpretato da alcuni analisti come un riflesso delle differenti strategie presenti all’interno dell’apparato iraniano.

La strategia di Trump: pressione economica anziché guerra

Una delle caratteristiche principali della politica di Donald Trump nei confronti dell’Iran è sempre stata la pressione economica.

Durante il suo primo mandato la strategia della “massima pressione” puntava a colpire le capacità finanziarie della Repubblica Islamica senza ricorrere a una guerra diretta.

Secondo alcuni osservatori, l’attuale approccio continuerebbe a seguire la stessa logica.

L’obiettivo non sarebbe tanto quello di rovesciare militarmente il regime, quanto quello di accentuarne le contraddizioni interne, facendo emergere le divisioni tra le componenti più ideologiche e quelle maggiormente interessate ai benefici economici derivanti da una normalizzazione dei rapporti con l’Occidente.

In questa interpretazione, il Memorandum d’Intesa rappresenterebbe soltanto uno strumento e non il fine ultimo.

Una lotta per la successione?

Molti esperti ritengono che il vero tema sia la successione a Khamenei.

Il futuro assetto del potere iraniano dipenderà probabilmente dagli equilibri che emergeranno tra i Pasdaran, il clero, i servizi di sicurezza e le varie reti economiche che orbitano attorno alla Repubblica Islamica.

La competizione attuale potrebbe quindi rappresentare soltanto l’inizio di un processo destinato a ridefinire il sistema politico iraniano.

Conclusioni

Mentre l’attenzione internazionale continua a concentrarsi sul Memorandum d’Intesa e sui negoziati tra Washington e Teheran, la partita più importante potrebbe svolgersi all’interno stesso della Repubblica Islamica.

Le dispute pubbliche, le fughe di notizie, gli scontri tra fazioni e le differenti visioni strategiche mostrano un sistema attraversato da tensioni profonde.

Se queste fratture continueranno ad ampliarsi, il futuro dell’Iran potrebbe essere determinato non tanto da una guerra esterna, quanto dalla competizione tra i diversi centri di potere che compongono il regime.

In questo scenario, il Memorandum d’Intesa potrebbe essere ricordato non come il punto di arrivo, ma come il catalizzatore di una trasformazione molto più profonda.


Fonti e approfondimenti

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