L’antisionismo iraniano come copertura strategica: la rete dei proxy e il progetto di egemonia regionale della Repubblica Islamica

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Introduzione: Israele come nemico assoluto, l’Iran come potenza regionale

La propaganda della Repubblica Islamica dell’Iran presenta da quasi mezzo secolo il conflitto contro Israele come una battaglia morale, religiosa e universale: da una parte gli “oppressi”, dall’altra il “sionismo”, gli Stati Uniti e le potenze occidentali accusate di dominare il Medio Oriente.

Questa rappresentazione contiene una componente ideologica reale. Sarebbe però ingenuo considerarla soltanto una manifestazione di solidarietà verso i palestinesi.

Dietro la retorica della “liberazione di Gerusalemme”, Teheran ha costruito una delle più vaste infrastrutture di proiezione indiretta del potere presenti nel mondo contemporaneo: una rete di partiti armati, milizie, organizzazioni terroristiche, strutture finanziarie, apparati mediatici, canali logistici e governi alleati che si estende dal Libano allo Yemen, dall’Iraq alla Siria, fino ai territori palestinesi.

Questa architettura è generalmente indicata come Asse della Resistenza. Nei documenti militari statunitensi più recenti viene definita anche Iranian Threat Network, la rete iraniana della minaccia.

L’obiettivo dichiarato è combattere Israele e allontanare gli Stati Uniti dal Medio Oriente. L’effetto concreto è però molto più ampio: ridurre la sovranità degli Stati arabi, condizionarne le istituzioni, accerchiare i rivali regionali, creare fronti militari avanzati e attribuire a Teheran una capacità di pressione sproporzionata rispetto alle sue risorse economiche convenzionali.

Non si tratta necessariamente di una “conquista” condotta attraverso l’annessione formale dei territori. Il progetto iraniano assomiglia piuttosto a un sistema imperiale contemporaneo fondato sull’influenza politico-militare, sulla penetrazione delle istituzioni e sull’impiego di forze locali che rispondono, in misura diversa, agli interessi strategici iraniani.

L’antisionismo diventa così il linguaggio che legittima l’espansione.

La Palestina fornisce la causa emotiva. Israele offre il nemico permanente. I proxy realizzano la proiezione del potere.


La matrice ideologica: esportare la Rivoluzione islamica

La politica regionale iraniana non nasce come semplice reazione alle guerre degli ultimi anni. Le sue fondamenta sono presenti nell’ideologia rivoluzionaria del 1979 e nella Costituzione della Repubblica Islamica.

Il preambolo costituzionale attribuisce alla rivoluzione iraniana una dimensione che supera i confini nazionali. Il testo parla della continuazione della rivoluzione “all’interno e all’esterno” del Paese e della cooperazione con altri movimenti islamici e popolari, nella prospettiva di una più vasta comunità islamica.

L’articolo 3 impegna lo Stato a organizzare la propria politica estera sulla base dei criteri islamici, della solidarietà verso i musulmani e del sostegno agli “oppressi”. L’articolo 154 dichiara che la Repubblica Islamica sostiene le lotte degli oppressi contro gli oppressori nel mondo, pur affermando formalmente di astenersi dall’interferenza negli affari interni degli altri Paesi.

Quest’ultima clausola evidenzia una contraddizione centrale del sistema iraniano: la Costituzione proclama contemporaneamente la non interferenza e una missione internazionale di sostegno politico alle lotte rivoluzionarie.

Nella pratica, il concetto di “sostegno agli oppressi” ha consentito alla leadership iraniana di rappresentare la proiezione militare all’estero non come espansionismo, ma come solidarietà rivoluzionaria.

La Repubblica Islamica non afferma di voler dominare il Libano: dichiara di sostenere Hezbollah.

Non afferma di voler condizionare l’Iraq: sostiene le milizie della “resistenza”.

Non dichiara di voler controllare lo Yemen: appoggia gli Houthi contro l’aggressione straniera.

Non ammette di voler costruire una cintura militare attorno a Israele: presenta Hamas e la Jihad Islamica come movimenti di liberazione.

La formula ideologica permette quindi di mascherare la proiezione geopolitica sotto una giustificazione morale e religiosa.


Dall’esportazione della rivoluzione alla profondità strategica

L’obiettivo immediato della strategia iraniana è allontanare il combattimento dai propri confini.

Teheran ha progressivamente costruito una dottrina di difesa avanzata e di profondità strategica. Invece di attendere un eventuale conflitto sul territorio nazionale, l’Iran cerca di creare fronti esterni capaci di minacciare preventivamente i suoi avversari.

La rete dei proxy consente alla Repubblica Islamica di:

  • colpire Israele senza impiegare direttamente le proprie forze regolari;
  • esercitare pressioni sulle basi statunitensi;
  • minacciare le monarchie del Golfo;
  • interferire con le rotte marittime;
  • condizionare i governi arabi;
  • mantenere una capacità di rappresaglia anche dopo un attacco contro il territorio iraniano;
  • negare o ridimensionare la propria responsabilità diretta;
  • distribuire i costi umani e materiali della guerra sulle popolazioni dei Paesi alleati.

Secondo le valutazioni di CENTCOM, le organizzazioni collegate a Teheran hanno costituito per anni la struttura portante dell’azione iraniana volta a destabilizzare gli equilibri regionali. Il comando statunitense ha descritto Hezbollah, gli Houthi, Hamas e le milizie irachene come componenti della rete iraniana della minaccia.

Questo non significa che tutte le organizzazioni siano meri burattini privi di autonomia. Ogni gruppo possiede interessi locali, identità religiose, leadership e basi sociali specifiche.

Il punto decisivo è un altro: l’Iran non ha bisogno di controllare ogni singola decisione dei suoi alleati. È sufficiente che le loro capacità militari, la loro collocazione geografica e i loro obiettivi generali contribuiscano alla strategia iraniana.

La relazione è quindi spesso più complessa del semplice rapporto tra padrone e subordinato. Si tratta di un sistema di dipendenza reciproca, nel quale Teheran fornisce armi, denaro, addestramento, tecnologia e protezione politica, mentre i gruppi locali offrono territorio, uomini, accesso istituzionale e capacità di pressione.


La Forza Quds: il centro operativo della proiezione iraniana

Lo strumento principale della politica estera non convenzionale iraniana è la Forza Quds, componente dei Guardiani della Rivoluzione Islamica incaricata delle operazioni esterne.

La Forza Quds agisce attraverso consiglieri militari, addestratori, intermediari, società di copertura, reti finanziarie, trasferimenti clandestini di armi e rapporti con organizzazioni alleate.

Il Dipartimento di Stato statunitense ha documentato l’impiego della Forza Quds per fornire sostegno, copertura e assistenza a organizzazioni armate operanti fuori dall’Iran.

Il Tesoro statunitense ha inoltre colpito ripetutamente reti finanziarie accusate di trasferire ricavi petroliferi e altre risorse in favore della Forza Quds e di strutture militari iraniane. Alcune di queste reti avrebbero utilizzato società di facciata, cambiavalute, intermediari commerciali e sistemi bancari paralleli per spostare miliardi di dollari.

La funzione della Forza Quds non è semplicemente quella di “finanziare il terrorismo”. La sua missione è più ampia: organizzare un ecosistema regionale capace di sopravvivere alle sanzioni, alle sconfitte militari, ai cambiamenti di governo e all’eliminazione dei singoli comandanti.

L’Iran esporta un modello.

Il modello comprende:

  1. la creazione o il sostegno di un movimento armato;
  2. la costruzione di una sua ala politica;
  3. la penetrazione delle istituzioni statali;
  4. lo sviluppo di un apparato economico autonomo;
  5. la costituzione di un sistema mediatico e sociale;
  6. l’ottenimento di una legittimità fondata sulla “resistenza”;
  7. il mantenimento di armi e catene di comando non pienamente sottoposte allo Stato nazionale.

Hezbollah rappresenta l’applicazione più riuscita di questo modello.


Hezbollah: il prototipo dello Stato dentro lo Stato

Dalla milizia al potere parallelo

Hezbollah nasce nel contesto dell’invasione israeliana del Libano del 1982 e della guerra civile libanese. L’Iran contribuì alla sua formazione ideologica, militare e organizzativa attraverso i Guardiani della Rivoluzione.

Nel corso dei decenni Hezbollah si è trasformato da movimento guerrigliero in una struttura ibrida:

  • partito politico;
  • organizzazione militare;
  • rete assistenziale;
  • apparato mediatico;
  • sistema economico;
  • servizio di sicurezza;
  • forza regionale capace di operare fuori dal Libano.

Hezbollah partecipa formalmente alla politica libanese, ma conserva un arsenale e una capacità militare indipendenti dalle forze armate nazionali.

Questa condizione riduce la sovranità effettiva dello Stato libanese. Le decisioni di guerra e pace possono essere influenzate da un’organizzazione armata collegata strategicamente a una potenza straniera.

La funzione regionale

Hezbollah non è soltanto una forza anti-israeliana. Ha svolto un ruolo fondamentale nella guerra siriana, sostenendo militarmente il regime di Bashar al-Assad. Ha addestrato combattenti, fornito esperienza operativa ad altri gruppi e contribuito alla circolazione delle conoscenze militari all’interno della rete iraniana.

L’Annual Threat Assessment statunitense ha descritto Hezbollah come un’organizzazione dotata sia di capacità terroristiche internazionali sia di crescenti capacità militari convenzionali, in grado di colpire interessi statunitensi nella regione e altrove.

Hezbollah costituisce quindi contemporaneamente:

  • un deterrente contro Israele;
  • una forza expeditionary impiegabile in altri conflitti;
  • uno strumento di influenza sulla politica libanese;
  • un centro di addestramento per altre organizzazioni;
  • un modello esportabile in Iraq, Siria e Yemen.

Il significato strategico

La forza di Hezbollah dimostra che il successo iraniano non consiste necessariamente nel conquistare formalmente un Paese.

È sufficiente creare una struttura armata più forte o più coesa dello Stato, capace di porre un veto sulle decisioni strategiche nazionali.

Il Libano rimane formalmente indipendente. Tuttavia, la sua libertà di scegliere autonomamente la politica di sicurezza, il rapporto con Israele e l’allineamento internazionale è limitata dalla presenza di Hezbollah.

Questo è il modello di espansione indiretta più efficace della Repubblica Islamica.


Siria: il corridoio strategico verso il Mediterraneo

La Siria ha rappresentato per anni un elemento essenziale dell’architettura iraniana.

Il suo territorio collegava l’Iran all’Iraq e al Libano, offrendo una continuità logistica utilizzabile per trasferire armi, personale, tecnologie e componenti missilistiche verso Hezbollah.

La sopravvivenza del regime di Bashar al-Assad era quindi importante non solo per ragioni diplomatiche, ma per preservare il corridoio terrestre e aereo che consentiva all’Iran di proiettarsi fino al Mediterraneo orientale.

Durante la guerra civile, Teheran ha impiegato:

  • consiglieri della Forza Quds;
  • Hezbollah;
  • milizie irachene;
  • combattenti sciiti afghani;
  • formazioni reclutate tra comunità pakistane;
  • reti locali siriane.

Fra le organizzazioni più note figurano la Liwa Fatemiyoun, composta prevalentemente da combattenti afghani sciiti, e la Liwa Zainabiyoun, legata a reclute pakistane.

Queste forze hanno consentito all’Iran di sostenere il regime siriano riducendo l’impiego massiccio di truppe iraniane regolari.

Una legione transnazionale

L’impiego di combattenti afghani, iracheni, libanesi e pakistani evidenzia una caratteristica fondamentale del progetto iraniano: la costruzione di una comunità militare transnazionale unita dall’ideologia della resistenza, dalla fedeltà religiosa o dalla dipendenza economica.

I combattenti vengono trasferiti da un teatro all’altro. Le competenze acquisite in Siria possono essere impiegate in Iraq, Libano o altrove.

In questo modo la Forza Quds ha progressivamente costruito qualcosa di simile a una legione regionale decentrata, non formalmente appartenente alle forze armate iraniane ma collegata al medesimo ecosistema militare.

Il rischio della ricostituzione

Gli sconvolgimenti militari e politici degli anni più recenti hanno indebolito alcune linee di rifornimento iraniane. Nel 2026 CENTCOM ha sostenuto che Teheran non fosse più in grado di rifornire con la precedente affidabilità Hezbollah, Hamas, gli Houthi e le milizie irachene di armamenti avanzati.

Questa valutazione indica un indebolimento, non necessariamente la scomparsa della rete.

Le strutture proxy sono concepite per adattarsi:

  • diversificano i canali logistici;
  • sviluppano produzioni locali;
  • trasferiscono conoscenze invece di sistemi completi;
  • utilizzano componenti commerciali;
  • ricorrono a contrabbando marittimo e terrestre;
  • accumulano arsenali durante le fasi di relativa calma.

La perdita di un corridoio non elimina il progetto. Lo costringe a trasformarsi.


Iraq: le milizie tra Stato nazionale e fedeltà a Teheran

La nascita di un sistema armato parallelo

L’Iraq è forse il teatro nel quale la strategia iraniana mostra più chiaramente la propria capacità di penetrare all’interno delle istituzioni di uno Stato sovrano.

Dopo la caduta di Saddam Hussein, numerose formazioni sciite legate o vicine a Teheran hanno acquisito crescente influenza politica e militare.

Durante la guerra contro lo Stato Islamico, molte di queste organizzazioni sono confluite nelle Forze di Mobilitazione Popolare, note come PMF o Hashd al-Shaabi.

Le PMF sono state integrate formalmente nell’apparato statale iracheno. Tuttavia, non tutte le loro componenti presentano lo stesso grado di subordinazione al governo di Baghdad.

Alcune milizie mantengono rapporti ideologici, operativi o finanziari con l’Iran. Fra i gruppi più frequentemente indicati come filo-iraniani figurano:

  • Kataib Hezbollah;
  • Asaib Ahl al-Haq;
  • Harakat Hezbollah al-Nujaba;
  • Kataib Sayyid al-Shuhada;
  • Organizzazione Badr.

CENTCOM ha affermato che gruppi iracheni allineati all’Iran possono indebolire il governo, mostrando fedeltà a Teheran e contemporaneamente compromettendo l’autorità delle istituzioni di sicurezza irachene.

Il paradosso istituzionale

Il problema non è soltanto la presenza di milizie illegali.

Alcune formazioni sono contemporaneamente:

  • parte dell’apparato statale;
  • destinatarie di finanziamenti pubblici;
  • organizzazioni politiche;
  • gruppi armati dotati di proprie catene di comando;
  • alleati strategici dell’Iran.

Questa ambiguità rende estremamente difficile separarli dallo Stato senza provocare una crisi politica o militare.

La strategia iraniana raggiunge qui uno dei suoi obiettivi principali: trasformare la presenza proxy in una componente strutturale del sistema politico nazionale.

Gli attacchi contro le forze statunitensi

Tra ottobre 2023 e gennaio 2024, gruppi sostenuti dall’Iran condussero più di 150 attacchi contro le forze statunitensi in Iraq e Siria, secondo quanto confermato dal comandante di CENTCOM durante un’audizione al Senato americano. L’attacco del 28 gennaio 2024 alla base Tower 22, in Giordania, provocò la morte di tre militari statunitensi e il ferimento di numerosi altri.

Questi episodi illustrano la funzione essenziale dei proxy:

  • Teheran può esercitare pressione militare;
  • gli Stati Uniti devono decidere se rispondere contro le milizie o direttamente contro l’Iran;
  • il governo iracheno viene posto tra Washington e le organizzazioni interne;
  • l’attribuzione della responsabilità rimane politicamente contestabile;
  • il rischio di escalation viene controllato o modulato.

La guerra per procura permette di attaccare restando formalmente al di sotto della soglia di una guerra interstatale.


Gli Houthi: la proiezione iraniana sul Mar Rosso

Da movimento locale ad attore regionale

Il movimento Houthi, o Ansar Allah, nasce da dinamiche specificamente yemenite. Non è stato creato artificialmente dall’Iran e mantiene una propria agenda politica, religiosa e territoriale.

Tuttavia, nel corso del conflitto yemenita, il rapporto con Teheran è diventato sempre più rilevante.

L’Iran ha potuto sostenere un alleato situato in una posizione strategica eccezionale: vicino allo stretto di Bab el-Mandeb, passaggio cruciale tra Mar Rosso, Golfo di Aden e Oceano Indiano.

Il controllo o la minaccia su quest’area consente di esercitare pressioni sul traffico commerciale internazionale, sulle rotte energetiche e sui collegamenti tra Asia, Mediterraneo ed Europa.

Le conclusioni dei rapporti ONU

I gruppi di esperti delle Nazioni Unite sullo Yemen hanno documentato negli anni il crescente impiego, da parte degli Houthi, di missili, droni, sistemi anticarro e altre capacità non presenti in precedenza nei loro arsenali tradizionali.

I rapporti ONU hanno analizzato componenti, rotte di contrabbando, sistemi d’arma e reti di approvvigionamento. È importante usare una formulazione precisa: i documenti non sempre attribuiscono ogni singolo trasferimento direttamente al governo iraniano, ma hanno ripetutamente evidenziato caratteristiche tecniche, provenienze e reti compatibili con un sostegno esterno iraniano.

Il rapporto finale del Panel of Experts del 2025 ha inoltre descritto l’evoluzione delle reti di traffico e la dimensione regionale delle attività houthi.

Il fronte marittimo

Gli attacchi alle navi nel Mar Rosso hanno dimostrato come un’organizzazione radicata in uno dei Paesi più poveri del mondo possa influenzare il commercio globale attraverso droni, missili antinave e imbarcazioni esplosive.

La funzione geopolitica degli Houthi supera quindi la guerra civile yemenita.

Essi offrono all’Iran:

  • pressione sul Mar Rosso;
  • capacità di minacciare Israele da sud;
  • leva indiretta contro Arabia Saudita ed Emirati;
  • possibilità di interferire con il commercio globale;
  • profondità strategica nella Penisola Arabica;
  • un ulteriore fronte contro la presenza militare statunitense.

Nel 2025 CENTCOM definì lo Yemen la nuova linea avanzata più importante della rete iraniana, sottolineando come gli Houthi fossero diventati un elemento centrale della strategia regionale di Teheran.


Hamas e Jihad Islamica Palestinese: alleati, non semplici subordinati

Una relazione più complessa

Hamas è un’organizzazione islamista sunnita, mentre la Repubblica Islamica iraniana è fondata sullo sciismo politico. Questa differenza rende il rapporto distinto da quello esistente con Hezbollah o con alcune milizie irachene.

Hamas non è un’organizzazione creata dall’Iran. Possiede una propria leadership, una propria base sociale e una propria agenda palestinese.

Tuttavia, la comune ostilità verso Israele ha consentito una cooperazione basata su:

  • finanziamenti;
  • armi;
  • addestramento;
  • tecnologia missilistica;
  • assistenza nella costruzione di capacità locali;
  • sostegno diplomatico;
  • appoggio mediatico.

La Jihad Islamica Palestinese è generalmente considerata ideologicamente e finanziariamente più vicina a Teheran rispetto ad Hamas.

La funzione dell’antisionismo

Il sostegno ai movimenti palestinesi offre all’Iran un vantaggio politico straordinario.

La Repubblica Islamica, persiana e sciita, può presentarsi come il principale difensore di una causa araba e prevalentemente sunnita.

Questo permette a Teheran di oltrepassare almeno parzialmente la divisione confessionale e di parlare a un pubblico molto più vasto.

La Palestina diventa così:

  • uno strumento di legittimazione nel mondo arabo;
  • un mezzo per delegittimare i governi arabi moderati;
  • un argomento contro la normalizzazione con Israele;
  • una piattaforma per presentare l’Iran come guida della resistenza;
  • una giustificazione per mantenere attive reti armate regionali.

L’interesse iraniano verso la causa palestinese non deve quindi essere interpretato esclusivamente come solidarietà.

Esso è parte integrante della competizione per la leadership del Medio Oriente.

La contraddizione centrale

La propaganda iraniana afferma di difendere la sovranità e l’autodeterminazione dei palestinesi. Allo stesso tempo, Teheran utilizza il conflitto per rafforzare un sistema regionale nel quale organizzazioni armate non statali dipendono da sostegno esterno e possono trascinare intere popolazioni in guerre decise senza un pieno controllo istituzionale.

La causa palestinese viene quindi sostenuta, ma anche incorporata nella strategia iraniana.

L’obiettivo di Hamas è palestinese. L’utilità di Hamas per Teheran è regionale.

Le due dimensioni coincidono in alcuni momenti e divergono in altri.


La rete finanziaria: petrolio, società di copertura e sistemi paralleli

Una rete proxy non può sopravvivere soltanto attraverso l’ideologia.

Servono denaro, componenti, carburante, mezzi di trasporto, documenti, stipendi, sistemi di comunicazione e accesso ai mercati internazionali.

Le sanzioni hanno spinto l’Iran a sviluppare circuiti finanziari alternativi.

Il Tesoro statunitense ha descritto reti di “shadow banking” utilizzate per trasferire fondi mediante:

  • società di facciata;
  • cambiavalute;
  • intermediari in Paesi terzi;
  • commercio petrolifero;
  • fatturazioni commerciali;
  • aziende di spedizione;
  • transazioni apparentemente legittime;
  • uso di più giurisdizioni.

Nel 2025 le autorità statunitensi hanno sanzionato reti accusate di aver riciclato o trasferito miliardi di dollari per conto della Forza Quds e di altre entità militari iraniane.

Il sistema dimostra che la proiezione iraniana non è soltanto militare.

È anche:

  • commerciale;
  • finanziaria;
  • industriale;
  • logistica;
  • informativa;
  • diplomatica.

Colpire un deposito di missili non elimina il meccanismo che consente di ricostruirlo.

Per interrompere la rete è necessario individuare i flussi economici, le società intermediarie, le rotte di contrabbando e le competenze tecniche trasferite ai gruppi locali.


La propaganda: trasformare l’espansione in “resistenza”

Il vocabolario politico

La Repubblica Islamica utilizza un linguaggio estremamente coerente.

I propri alleati non sono proxy, ma movimenti della resistenza.

Le operazioni esterne non sono ingerenze, ma sostegno agli oppressi.

Le milizie non sono strumenti iraniani, ma espressioni spontanee dei popoli.

Gli avversari regionali non sono concorrenti geopolitici, ma collaboratori dell’imperialismo.

Israele non è soltanto uno Stato nemico, ma il simbolo assoluto dell’oppressione.

Questa costruzione retorica produce due risultati.

Il primo è la delegittimazione preventiva di qualsiasi opposizione alla presenza iraniana. Un governo arabo che tenta di limitare una milizia filo-iraniana può essere accusato di tradire la Palestina o di collaborare con Israele e gli Stati Uniti.

Il secondo è la moralizzazione della strategia iraniana. Le azioni di Teheran non vengono giudicate sulla base dei loro effetti sulla sovranità del Libano, dell’Iraq, della Siria o dello Yemen, ma sulla base della loro appartenenza al fronte della “resistenza”.

Il nemico permanente

La presenza di un nemico assoluto è indispensabile per mantenere unita una rete composta da soggetti molto differenti.

Hezbollah è sciita e libanese.

Hamas è sunnita e palestinese.

Gli Houthi appartengono alla tradizione zaydita e hanno radici yemenite.

Le milizie irachene rispondono a equilibri tribali, religiosi e politici locali.

Questi gruppi non condividono necessariamente lo stesso progetto nazionale. Condividono però l’opposizione a Israele, agli Stati Uniti e all’ordine regionale sostenuto dall’Occidente.

L’antisionismo opera quindi come collante transnazionale.


Egemonia o conquista? La definizione corretta del progetto iraniano

Parlare di “conquista del Medio Oriente” può evocare erroneamente colonne militari iraniane destinate ad annettere capitali straniere.

La strategia reale è più sofisticata.

Il progetto iraniano mira a costruire una sfera di influenza armata, nella quale Teheran possa:

  • impedire la piena autonomia strategica degli Stati vicini;
  • controllare o condizionare corridoi territoriali;
  • minacciare i rivali da più direzioni;
  • influenzare la formazione dei governi;
  • ottenere accesso a porti, aeroporti e infrastrutture;
  • mobilitare milizie senza dichiarare guerra;
  • esercitare un diritto di veto informale sulla politica regionale;
  • presentarsi come potenza indispensabile in ogni negoziato.

Questa è una forma di egemonia più che di annessione.

Il territorio rimane formalmente appartenente allo Stato locale. La decisione strategica viene però condivisa, limitata o sequestrata da strutture armate collegate a Teheran.

La mezzaluna iraniana

La proiezione geografica è evidente:

Iran → Iraq → Siria → Libano → Mediterraneo

A questo asse terrestre si aggiungono:

Yemen → Bab el-Mandeb → Mar Rosso

e:

Gaza → fronte meridionale israeliano

La rete produce una pressione multilaterale.

Israele può essere minacciato dal Libano, dalla Siria, dall’Iraq, dallo Yemen e dai territori palestinesi.

Le forze statunitensi possono essere colpite in Iraq, Siria, Giordania o nelle acque regionali.

L’Arabia Saudita può essere minacciata dal nord attraverso l’Iraq e dal sud attraverso lo Yemen.

Il traffico marittimo può essere condizionato sia nello Stretto di Hormuz sia nel Mar Rosso.

La vera forza della strategia non risiede in un singolo proxy, ma nella somma dei fronti.


I limiti del sistema iraniano

Per evitare una lettura propagandistica opposta, è necessario riconoscere anche i limiti della rete.

I proxy non sono completamente controllabili

Gli alleati locali possono rifiutare ordini, perseguire interessi propri o trascinare l’Iran in escalation indesiderate.

Il rapporto tra Teheran e i suoi partner varia notevolmente.

Hezbollah presenta una forte integrazione ideologica e strategica.

La Jihad Islamica Palestinese è strettamente dipendente dal sostegno iraniano.

Hamas conserva maggiore autonomia.

Gli Houthi hanno una propria base territoriale e una propria agenda nazionale.

Le milizie irachene competono tra loro e devono confrontarsi con le istituzioni di Baghdad.

Definire ogni gruppo come una semplice marionetta iraniana impedisce di comprendere la complessità del sistema.

Il costo economico e politico

Il sostegno esterno comporta un costo elevato per un Paese sottoposto a sanzioni e attraversato da difficoltà economiche.

Una parte della popolazione iraniana ha contestato in passato l’impiego di risorse in Libano, Siria, Gaza e Yemen, chiedendo che fossero utilizzate all’interno del Paese.

La politica dei proxy può quindi rafforzare la posizione internazionale del regime e contemporaneamente indebolirne la legittimità interna.

Le sconfitte possono propagarsi

Una rete interconnessa moltiplica le capacità, ma anche le vulnerabilità.

La perdita di comandanti, depositi, corridoi logistici o governi alleati può avere effetti su più teatri contemporaneamente.

Le valutazioni militari statunitensi del 2026 descrivono una rete indebolita e una ridotta capacità iraniana di rifornire regolarmente i propri alleati con sistemi avanzati.

Resta tuttavia da verificare se l’indebolimento sia permanente o rappresenti una fase di adattamento.


Proiezioni strategiche 2026-2035

Le proiezioni seguenti non costituiscono fatti accertati, ma scenari elaborati sulla base della struttura della rete, delle valutazioni ufficiali disponibili e del comportamento storico della Repubblica Islamica.

Scenario 1: ricostruzione decentralizzata della rete

È improbabile che Teheran abbandoni volontariamente una strategia che per decenni le ha consentito di compensare la superiorità convenzionale di Israele e degli Stati Uniti.

La ricostruzione potrebbe avvenire attraverso:

  • arsenali più piccoli e dispersi;
  • produzione locale di droni;
  • componenti commerciali a duplice uso;
  • trasferimento digitale dei progetti;
  • maggiore autonomia tecnica dei proxy;
  • depositi sotterranei;
  • rotte di contrabbando frammentate;
  • società di copertura meno direttamente riconducibili all’Iran.

In questo scenario, la rete diventerebbe meno centralizzata ma più difficile da eliminare completamente.

Scenario 2: passaggio dai missili ai droni economici

I droni offrono un rapporto favorevole tra costo ed efficacia.

Possono essere prodotti localmente, assemblati con componenti commerciali e impiegati in sciami o in attacchi combinati.

È prevedibile un crescente trasferimento di:

  • sistemi di navigazione;
  • software;
  • motori;
  • sensori;
  • tecniche di occultamento;
  • capacità di guerra elettronica;
  • conoscenze per la produzione autonoma.

La rete iraniana potrebbe quindi evolvere da sistema fondato sulla consegna di armi finite a sistema fondato sulla diffusione delle competenze produttive.

Scenario 3: consolidamento degli Houthi

La posizione geografica dello Yemen rende gli Houthi particolarmente preziosi.

Anche se Hezbollah e le infrastrutture siriane fossero indeboliti, la capacità houthi di minacciare Bab el-Mandeb e il Mar Rosso continuerebbe a offrire a Teheran una leva globale.

Gli Houthi potrebbero consolidarsi come:

  • forza missilistica regionale;
  • potenza marittima irregolare;
  • interlocutore politico inevitabile nello Yemen;
  • strumento di pressione sulle rotte commerciali;
  • piattaforma di cooperazione con altri gruppi armati.

Scenario 4: maggiore penetrazione politica in Iraq

L’Iraq resterà probabilmente il terreno più importante per l’influenza iraniana.

Teheran potrebbe privilegiare meno gli attacchi visibili e più il controllo politico, economico e istituzionale.

La proiezione potrebbe svilupparsi attraverso:

  • partiti collegati alle milizie;
  • accesso ai bilanci pubblici;
  • controllo delle frontiere;
  • influenza sulle nomine;
  • penetrazione nei servizi di sicurezza;
  • reti commerciali transfrontaliere;
  • campagne mediatiche;
  • mobilitazione religiosa.

Il modello sarebbe meno spettacolare della guerra missilistica, ma potenzialmente più duraturo.

Scenario 5: riattivazione del fronte palestinese

Il conflitto israelo-palestinese continuerà a offrire alla Repubblica Islamica il principale strumento di mobilitazione ideologica.

Anche qualora Hamas fosse militarmente ridimensionato, Teheran potrebbe:

  • sostenere nuove strutture;
  • finanziare cellule più piccole;
  • rafforzare la Jihad Islamica;
  • incoraggiare la produzione locale di armi;
  • utilizzare reti clandestine;
  • promuovere la radicalizzazione attraverso media e propaganda;
  • ostacolare qualsiasi processo di normalizzazione regionale.

La causa palestinese rimarrà essenziale perché consente all’Iran di presentare la propria espansione come difesa di un popolo oppresso.

Scenario 6: escalation incontrollata

Il sistema proxy è progettato per controllare l’escalation, ma non garantisce che il controllo funzioni sempre.

Un attacco con molte vittime, un errore di attribuzione o una risposta sproporzionata potrebbero generare una guerra diretta tra Iran, Israele e Stati Uniti.

L’Annual Threat Assessment statunitense sottolinea che la crescente cooperazione fra attori ostili aumenta il rischio che un conflitto con uno di essi coinvolga anche gli altri.

La moltiplicazione dei proxy produce quindi deterrenza, ma anche possibilità di errore strategico.

Scenario 7: crisi interna iraniana e autonomia dei proxy

Una grave crisi politica interna in Iran potrebbe ridurre i finanziamenti e indebolire il coordinamento centrale.

Tuttavia, alcuni proxy potrebbero sopravvivere autonomamente grazie a:

  • tassazione locale;
  • contrabbando;
  • controllo territoriale;
  • attività commerciali;
  • partecipazione ai governi;
  • finanziamenti provenienti da altri attori;
  • arsenali già accumulati.

La rete potrebbe quindi continuare a esistere anche in presenza di un indebolimento del centro iraniano.

Questo dimostra quanto il modello sia diventato pericolosamente autosufficiente.


La responsabilità delle élite occidentali e arabe

Per anni, una parte dell’analisi politica occidentale ha trattato ogni teatro separatamente.

Il Libano è stato letto come problema libanese.

Lo Yemen come guerra civile yemenita.

L’Iraq come conseguenza dell’invasione americana.

La Siria come guerra tra regime e opposizione.

Gaza come conflitto esclusivamente palestinese.

Ciascuna di queste interpretazioni contiene elementi veri, ma la frammentazione impedisce di vedere l’architettura complessiva.

Teheran ha invece ragionato in termini regionali.

Ha collegato fronti diversi, trasferito competenze, creato alleanze e sfruttato il vuoto lasciato dagli Stati falliti o indeboliti.

Anche alcuni governi arabi hanno sottovalutato il problema, ritenendo di poter cooptare le milizie o assorbirle nelle istituzioni.

In diversi casi è avvenuto il contrario: le milizie hanno utilizzato le istituzioni per legittimarsi, finanziarsi e proteggere la propria autonomia.


Antisionismo e antisemitismo: una distinzione necessaria

Criticare le politiche del governo israeliano non equivale automaticamente ad antisemitismo. Anche l’opposizione ideologica al sionismo può assumere forme differenti e non deve essere meccanicamente identificata con l’odio verso gli ebrei.

Nel caso della propaganda della Repubblica Islamica, tuttavia, la distinzione viene frequentemente erosa da:

  • demonizzazione assoluta di Israele;
  • negazione o relativizzazione della sua legittimità;
  • retorica sulla sua eliminazione;
  • diffusione di rappresentazioni cospirative;
  • sovrapposizione tra sionisti, ebrei e potere mondiale;
  • celebrazione di gruppi che colpiscono deliberatamente civili.

Questa retorica non serve soltanto a criticare una politica statale. Serve a costruire un nemico ontologico, la cui esistenza giustifica una mobilitazione permanente.

Quando il conflitto viene presentato come assoluto, anche la militarizzazione permanente diventa moralmente giustificabile.


Conclusione: la Palestina come bandiera, i proxy come strumento

La Repubblica Islamica dell’Iran non ha inventato il conflitto israelo-palestinese e non controlla completamente tutte le organizzazioni che sostiene.

Non ogni azione di Hamas, Hezbollah, degli Houthi o delle milizie irachene è necessariamente ordinata da Teheran.

Queste precisazioni sono indispensabili per evitare semplificazioni propagandistiche.

Ma altrettanto fuorviante sarebbe negare l’esistenza di una strategia iraniana coerente.

Per decenni Teheran ha investito nella costruzione di un sistema regionale capace di:

  • accerchiare Israele;
  • colpire gli Stati Uniti indirettamente;
  • condizionare gli Stati arabi;
  • controllare corridoi territoriali;
  • minacciare rotte marittime;
  • trasferire armi e tecnologie;
  • penetrare istituzioni politiche;
  • mobilitare l’opinione pubblica attraverso la causa palestinese.

L’antisionismo è il collante ideologico di questo sistema.

La “resistenza” è il suo marchio politico.

La Forza Quds è il suo apparato organizzativo.

I proxy sono il suo strumento militare.

Gli Stati indeboliti sono il suo terreno di espansione.

Il progetto non deve necessariamente culminare nell’annessione territoriale. La sua forma più efficace consiste nella creazione di governi formalmente sovrani ma incapaci di decidere autonomamente la propria politica di sicurezza.

È questa la vera proiezione di potenza iraniana: non occupare direttamente ogni capitale, ma assicurarsi che nessuna capitale della regione possa ignorare gli interessi di Teheran.

Dietro la bandiera della Palestina emerge quindi una competizione molto più vasta: la battaglia per l’egemonia sul Medio Oriente.

E finché l’antisionismo verrà analizzato esclusivamente come posizione morale verso Israele, senza osservare la rete militare, finanziaria e politica costruita attorno a esso, una parte fondamentale della strategia iraniana continuerà a rimanere nascosta.


Documenti e fonti principali

Documenti iraniani

Intelligence e documenti militari statunitensi

Rapporti delle Nazioni Unite sullo Yemen

Finanziamento, sanzioni e Forza Quds

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