Douglas Macgregor: «Trump rischia la vita dopo essersi scontrato con Israele». L’ex consigliere del Pentagono lancia l’allarme sul futuro degli Stati Uniti e del Medio Oriente

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Le parole pronunciate dal colonnello in pensione Douglas Macgregor durante la sua ultima intervista rappresentano probabilmente una delle analisi più dure e controverse mai espresse da una figura appartenuta ai vertici militari americani.

Ex consigliere del Dipartimento della Difesa e per anni uno degli strateghi più ascoltati dell’esercito statunitense, Macgregor ha dipinto uno scenario nel quale Donald Trump si troverebbe oggi al centro di una battaglia politica e geopolitica che va ben oltre il conflitto con l’Iran e che potrebbe avere conseguenze profonde sul futuro degli Stati Uniti stessi.

Trump non voleva la guerra

Secondo Macgregor, Donald Trump non avrebbe mai realmente desiderato una guerra contro l’Iran.

L’ex colonnello ha ricordato di aver avuto in passato diversi colloqui con Trump e di aver sempre percepito in lui una convinzione molto chiara: gli Stati Uniti non avrebbero avuto alcun interesse a entrare in un nuovo conflitto in Medio Oriente.

Trump, sostiene Macgregor, sarebbe sempre stato convinto che un accordo con Teheran fosse possibile e che l’America dovesse concentrarsi principalmente sui propri interessi interni.

L’intervento militare e i bombardamenti contro l’Iran sarebbero stati, secondo la sua ricostruzione, il risultato di pressioni enormi provenienti dall’establishment politico e dai gruppi più favorevoli a una linea di confronto permanente.

«Trump è stato sopraffatto dalle pressioni»

Macgregor ritiene che il presidente americano abbia inizialmente creduto di poter ottenere una rapida vittoria militare.

Tuttavia, dopo le prime settimane di escalation, avrebbe compreso che non esisteva una soluzione militare definitiva.

Secondo l’ex ufficiale:

«Non importa quante volte bombardi queste persone, non funzionerà.»

Per Macgregor, Trump avrebbe compreso che continuare il conflitto avrebbe significato trascinare gli Stati Uniti verso una spirale di costi economici, instabilità finanziaria e ulteriore perdita di influenza internazionale.

Il vero problema di Trump: Benjamin Netanyahu

Secondo Macgregor, il nodo principale sarebbe oggi rappresentato dal rapporto con il governo israeliano.

L’ex colonnello sostiene che Benjamin Netanyahu e i suoi sostenitori a Washington stiano cercando di influenzare i termini di qualsiasi accordo con Teheran e di mantenere viva una strategia di pressione permanente.

Macgregor arriva a sostenere che il primo ministro israeliano sarebbe pronto a mobilitare senatori, think tank, media e gruppi di pressione per costringere Trump a tornare su posizioni più aggressive.

Secondo la sua analisi, una parte significativa della classe politica americana continuerebbe a considerare la sicurezza di Israele il perno della politica estera degli Stati Uniti.

«La priorità non è il Grande Israele ma la sopravvivenza dello Stato israeliano»

Macgregor afferma che l’obiettivo strategico dovrebbe cambiare radicalmente.

A suo giudizio, la priorità non dovrebbe essere l’espansione geopolitica israeliana, ma la sopravvivenza stessa dello Stato di Israele.

Per l’ex consigliere del Pentagono, proseguire lungo la strada dell’escalation potrebbe portare a conseguenze imprevedibili e ad una crescente instabilità regionale.

La grande svolta di Trump

Uno dei passaggi che più hanno colpito Macgregor riguarda alcune recenti dichiarazioni del presidente americano.

Trump ha infatti criticato apertamente le operazioni militari israeliane, chiedendosi perché fosse necessario distruggere interi edifici pieni di persone per eliminare un singolo obiettivo.

Secondo Macgregor, quelle parole rappresenterebbero soltanto «la punta dell’iceberg».

L’ex colonnello ipotizza che Trump abbia finalmente preso visione di informazioni e immagini riguardanti le devastazioni provocate dai conflitti a Gaza, in Libano e nel resto del Medio Oriente e che abbia deciso che fosse arrivato il momento di fermare l’escalation.

L’allarme più inquietante: «Temo per la sua vita»

Ma è nella parte finale dell’intervista che Macgregor pronuncia le parole più drammatiche.

Quando gli viene chiesto se Trump rischi politicamente dopo aver preso le distanze dalla linea più dura sostenuta da Netanyahu, l’ex ufficiale risponde senza esitazioni:

«La mia più grande paura non è che si dimetta. La mia più grande paura è l’assassinio.»

Macgregor precisa immediatamente di non possedere alcuna informazione segreta o elementi di intelligence.

Non parla di complotti né di piani in corso.

Si tratta, sottolinea, di una preoccupazione personale maturata osservando la violenza della lotta politica americana e le enormi forze che potrebbero mobilitarsi contro un presidente deciso a modificare decenni di politica estera.

Kennedy come precedente storico

Macgregor ricorda di aver vissuto personalmente l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy nel 1963.

Un evento che, secondo lui, dimostra come i presidenti americani possano diventare figure estremamente vulnerabili nei momenti di maggiore tensione politica.

Per questo motivo l’ex colonnello ritiene che Trump dovrebbe rivalutare molte persone che lo circondano e riconsiderare diversi incarichi all’interno della propria amministrazione.

Le pressioni potrebbero diventare enormi

Secondo Macgregor, uno scontro aperto con gli ambienti più vicini a Israele potrebbe tradursi in:

  • campagne mediatiche aggressive;
  • indagini politiche;
  • utilizzo di scandali e dossier;
  • mobilitazione del Congresso;
  • tentativi di isolamento politico;
  • attacchi continui da parte di settori influenti dell’establishment americano.

Il sistema americano non è onnipotente

L’ex consigliere del Pentagono descrive inoltre una struttura di potere molto più complessa di quella immaginata dall’opinione pubblica.

Secondo lui, il presidente degli Stati Uniti non governa da solo.

Esistono enormi centri di influenza:

  • complesso militare-industriale;
  • lobby farmaceutiche;
  • gruppi finanziari;
  • apparati burocratici;
  • industria agricola;
  • Congresso;
  • apparati militari.

Tutti soggetti che possono rallentare, modificare o addirittura bloccare l’azione del presidente.

La guerra con l’Iran ha cambiato tutto

Macgregor sostiene che il conflitto abbia segnato un cambiamento epocale.

Secondo la sua visione, l’epoca nella quale gli Stati Uniti potevano intervenire militarmente ovunque imponendo la propria volontà starebbe giungendo al termine.

L’evoluzione tecnologica, i missili balistici, i droni, i sistemi di sorveglianza satellitare e la diffusione delle nuove capacità militari avrebbero reso impossibile replicare i modelli di guerra del passato.

Iran e Turchia saranno le nuove potenze del Medio Oriente

Una delle tesi più forti sostenute dall’ex ufficiale riguarda i futuri equilibri regionali.

Secondo Macgregor:

  • l’Iran emergerà come uno dei grandi vincitori strategici;
  • la Turchia rappresenterà l’altra grande potenza destinata a dominare il Medio Oriente;
  • la NATO sarebbe avviata verso un progressivo declino;
  • l’Europa starebbe perdendo centralità;
  • il sistema internazionale si starebbe muovendo verso una configurazione multipolare.

Russia, Cina, India, Iran e Turchia sarebbero, secondo la sua analisi, i protagonisti del nuovo ordine mondiale emergente.

«L’America non ha bisogno di un impero»

Richiamando il declino dell’Impero britannico dopo la crisi di Suez, Macgregor sostiene che gli Stati Uniti non abbiano bisogno di mantenere una presenza militare globale.

Secondo lui, Donald Trump avrebbe sempre compreso una verità fondamentale:

«L’America che va dall’Atlantico al Pacifico è già il nostro impero. Non abbiamo bisogno di altro.»

Una visione che si contrappone direttamente a quella dei neoconservatori, i quali continuano a immaginare un mondo dominato dalla presenza militare americana.

Un passaggio storico

Per Douglas Macgregor, la questione non riguarda soltanto Israele, l’Iran o Donald Trump.

La guerra avrebbe semplicemente accelerato un processo storico molto più ampio.

Il mondo unipolare nato dopo la Guerra Fredda starebbe lasciando il posto ad un sistema nel quale nessuna potenza sarà più in grado di dominare da sola.

E proprio questa transizione, secondo l’ex consigliere del Pentagono, starebbe generando tensioni sempre più forti all’interno degli stessi Stati Uniti.

Una fase storica che, nelle sue parole, potrebbe rivelarsi molto più pericolosa di quanto oggi molti siano disposti ad ammettere.


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