La memoria corta della politica contemporanea
Se esiste una caratteristica che definisce il dibattito pubblico contemporaneo è la perdita quasi totale della memoria storica.
Le persone ricordano ciò che è accaduto ieri.
A volte ricordano ciò che è accaduto la settimana scorsa.
Molto raramente ricordano cosa sostenevano i propri leader politici, i propri giornalisti di riferimento o i propri influencer soltanto dieci o quindici anni fa.
Eppure è proprio questa mancanza di memoria che permette alle narrative di cambiare continuamente senza incontrare alcuna resistenza.
L’opinione pubblica viene trascinata da una parte all’altra come una nave in balia delle correnti.
I protagonisti cambiano.
Le parole d’ordine cambiano.
I nemici cambiano.
Le bandiere cambiano.
Ma il meccanismo rimane identico.
La vicenda del rapporto tra la sinistra europea, Israele, Palestina e sionismo rappresenta probabilmente uno degli esempi più evidenti di questo fenomeno.
Quando Israele era il “buono”
Chi oggi ha meno di trent’anni fatica persino a immaginarlo.
Per decenni Israele è stato considerato da gran parte della sinistra europea una sorta di modello.
Veniva raccontato come una democrazia avanzata.
Uno Stato moderno.
Una società dinamica.
Un alleato dell’Occidente.
Una realtà capace di combinare sviluppo economico, innovazione tecnologica e pluralismo politico.
In molti ambienti progressisti Israele godeva di una reputazione largamente positiva.
La questione palestinese esisteva già.
Le tensioni esistevano già.
Le critiche esistevano già.
Ma occupavano uno spazio molto diverso rispetto a quello attuale.
Oggi sembra che tutto questo non sia mai esistito.
Sembra che la sinistra europea sia sempre stata schierata contro Israele.
Sembra che il sostegno alla causa palestinese sia sempre stato il suo principale tratto distintivo.
La realtà storica racconta una storia molto diversa.
Il laboratorio di Londra e Parigi
Per comprendere il cambiamento bisogna guardare alle grandi capitali europee.
In particolare a London e Paris.
Queste città rappresentano non soltanto due centri politici fondamentali del continente.
Rappresentano anche due giganteschi laboratori culturali.
Ciò che accade a Londra e Parigi tende spesso a diffondersi nel resto d’Europa.
Dopo il conflitto di Gaza il cambiamento è diventato evidente.
Le grandi manifestazioni filopalestinesi hanno occupato il centro della scena.
Le università hanno iniziato a mobilitarsi.
Le organizzazioni non governative hanno intensificato le campagne.
I media hanno progressivamente modificato il tono della copertura.
I partiti hanno seguito il cambiamento.
Gli influencer hanno seguito i partiti.
Il pubblico ha seguito gli influencer.
E nel giro di pochi anni il panorama è apparso completamente diverso.
La politica non segue i principi. Segue gli incentivi.
Questo è forse il punto più importante.
Molti cittadini continuano a immaginare la politica come uno scontro tra idee.
La realtà spesso assomiglia molto di più a uno scontro tra interessi.
I partiti seguono gli elettori.
I media seguono il pubblico.
Gli influencer seguono gli algoritmi.
Gli algoritmi seguono l’attenzione.
L’attenzione segue le emozioni.
E le emozioni raramente seguono la razionalità.
Seguono la paura.
La rabbia.
L’indignazione.
L’appartenenza.
Per questo motivo le narrative possono cambiare molto rapidamente.
Non perché vengano improvvisamente scoperti nuovi fatti.
Ma perché cambia il contesto entro cui quei fatti vengono interpretati.
Il conformismo travestito da pensiero critico
Uno degli aspetti più paradossali della situazione attuale riguarda la controinformazione.
Per anni la controinformazione ha accusato il mainstream di uniformità.
Di conformismo.
Di propaganda.
Di pensiero unico.
Molte di queste accuse avevano una base reale.
Ma con il passare del tempo una parte della controinformazione ha sviluppato esattamente gli stessi difetti.
Ha creato le proprie ortodossie.
I propri dogmi.
I propri tabù.
I propri sacerdoti mediatici.
Le proprie verità intoccabili.
Il risultato è che oggi esistono persone che si definiscono antisistema ma reagiscono alle informazioni esattamente come i sostenitori più fanatici del sistema.
La sola differenza è che seguono guru diversi.
Il sionismo visto come spiegazione universale
Uno degli esempi più evidenti riguarda l’uso del termine “sionismo”.
In alcuni ambienti il termine è diventato una spiegazione universale.
Qualunque evento accada viene ricondotto al sionismo.
Qualunque crisi geopolitica viene interpretata attraverso quella lente.
Qualunque personaggio pubblico viene classificato come sionista o antisionista.
La complessità scompare.
La storia scompare.
Le differenze interne scompaiono.
Tutto viene ridotto a una sola categoria.
È esattamente il tipo di semplificazione che la controinformazione ha sempre rimproverato ai media tradizionali.
L’errore di confondere ebraismo e sionismo
Uno dei problemi più evidenti è la tendenza a trattare gli ebrei come un blocco unico.
Si tratta di una rappresentazione storicamente errata.
Esistono ebrei religiosi antisionisti.
Esistono ebrei laici antisionisti.
Esistono ebrei sionisti.
Esistono ebrei che non si identificano in nessuna di queste categorie.
Pensare che ogni ebreo sia automaticamente sionista significa rinunciare all’analisi per abbracciare uno stereotipo.
E gli stereotipi sono il carburante della propaganda.
Il grande rimosso: il sionismo cristiano
Esiste poi un fatto che raramente trova spazio nel dibattito.
Una delle correnti politiche più influenti a sostegno di Israele non è composta da ebrei.
È composta da cristiani.
In particolare da milioni di evangelici statunitensi.
Il cosiddetto sionismo cristiano rappresenta da decenni una forza politica e culturale enorme.
Eppure molti di coloro che parlano continuamente di sionismo sembrano ignorarne completamente l’esistenza.
Perché?
Perché la realtà è molto più complessa delle narrazioni che vengono diffuse quotidianamente.
I cani di Pavlov del XXI secolo
La metafora dei “cani di Pavlov” può apparire brutale.
Ma descrive un fenomeno reale.
Milioni di persone non analizzano gli eventi.
Analizzano le reazioni del proprio gruppo.
Se il gruppo approva, approvano.
Se il gruppo condanna, condannano.
Se il gruppo cambia posizione, cambiano posizione.
La coerenza diventa irrilevante.
La memoria diventa irrilevante.
Conta soltanto l’appartenenza.
E una società che rinuncia alla memoria è una società estremamente facile da orientare.
La vera domanda
La questione centrale non è decidere se avere ragione stia da una parte o dall’altra.
La vera domanda è un’altra.
Come è possibile che milioni di persone cambino opinione contemporaneamente?
Come è possibile che interi movimenti politici invertano la propria posizione senza alcuna autocritica?
Come è possibile che la controinformazione finisca per replicare gli stessi meccanismi che denuncia?
Forse perché il vero potere non consiste nel controllare ciò che le persone pensano.
Consiste nel controllare il perimetro entro cui pensano.
E quando il dibattito pubblico viene trasformato in una successione infinita di tifoserie contrapposte, la libertà di pensiero lascia il posto alla fedeltà ideologica.
Fonti e approfondimenti
- Pew Research Center
- European Council on Foreign Relations
- Council on Foreign Relations
- Chatham House
- Christians United for Israel (CUFI)
- United Nations – Middle East Resources
Entità citate
- London
- Paris
- Israel
- Palestine
- Christians United for Israel

