Tulsi Gabbard contro il “Deep State”: la resa dei conti dentro l’intelligence americana

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Negli Stati Uniti si sta consumando uno degli scontri politici più duri degli ultimi decenni: quello tra la nuova amministrazione trumpiana e l’apparato permanente dell’intelligence americana. Al centro di questa battaglia troviamo Tulsi Gabbard, figura anomala nel panorama politico statunitense, ex democratica, veterana di guerra, critica storica dell’interventismo americano e diventata negli ultimi anni uno dei simboli della guerra interna contro quello che milioni di americani definiscono ormai apertamente “Deep State”.

Secondo quanto riportato da ZeroHedge, Gabbard sarebbe pronta a “diventare nucleare” contro alcune strutture dell’apparato di sicurezza americano prima di lasciare ufficialmente il suo incarico di Director of National Intelligence (ODNI). Una formula volutamente aggressiva che lascia intendere la possibilità di declassificazioni, rivelazioni e attacchi diretti contro reti burocratiche interne accusate di sabotaggio politico, manipolazione mediatica e uso ideologico dell’intelligence.

Chi è davvero Tulsi Gabbard

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Per comprendere il peso di questa vicenda bisogna capire chi rappresenta Tulsi Gabbard nel sistema politico americano.

Ex membro del Partito Democratico, veterana della guerra in Iraq e ufficiale dell’esercito americano, Gabbard è diventata negli anni una delle voci più critiche verso:

  • le guerre infinite in Medio Oriente,
  • il complesso militare-industriale,
  • la politicizzazione dell’intelligence,
  • le operazioni di “regime change”,
  • la manipolazione narrativa dei media mainstream.

Dopo aver lasciato il Partito Democratico accusandolo di essere controllato da una “cabal di guerrafondai elitari”, si è avvicinata all’orbita trumpiana fino a diventare Director of National Intelligence nel 2025.

La sua nomina venne immediatamente osteggiata da gran parte dell’establishment bipartisan americano:

  • neoconservatori,
  • apparati CIA,
  • settori del Pentagono,
  • media liberal,
  • reti atlantiste,
  • think tank legati alla politica estera interventista.

Il motivo era semplice: Gabbard rappresentava un elemento estraneo all’ecosistema tradizionale dell’intelligence americana.

La guerra interna dentro l’ODNI

Durante il suo mandato, Gabbard ha avviato una profonda ristrutturazione dell’ODNI:

  • riduzione drastica del personale,
  • smantellamento di strutture considerate ridondanti,
  • revisione di programmi legati alla “foreign influence”,
  • revoca di security clearance a funzionari accusati di abuso politico,
  • tentativi di declassificazione di documenti storici sensibili.

Secondo i suoi sostenitori, queste operazioni avevano un obiettivo preciso:
ripulire l’intelligence americana dalle infiltrazioni ideologiche e dalla trasformazione dell’apparato di sicurezza in uno strumento politico interno.

Secondo i suoi oppositori, invece, Gabbard avrebbe politicizzato ulteriormente le agenzie, colpendo funzionari di carriera e indebolendo le strutture tradizionali di intelligence.

Questa frattura riflette qualcosa di molto più profondo:
la divisione esistenziale che oggi attraversa gli Stati Uniti.

Iran, guerra e rottura con l’establishment

Uno dei punti più esplosivi del mandato di Gabbard riguarda il dossier Iran.

Nel marzo 2025 e poi nel 2026, Gabbard dichiarò che l’intelligence americana non riteneva che l’Iran stesse costruendo un’arma nucleare nell’immediato. Questa posizione entrò rapidamente in collisione con le componenti più aggressive dell’apparato politico e militare americano.

Successivamente, sotto la pressione politica e mediatica, la posizione venne parzialmente riformulata:
Gabbard iniziò a parlare della possibilità teorica che Teheran potesse sviluppare capacità nucleari “in settimane” o nel lungo periodo.

Questo episodio fu interpretato da molti osservatori come il simbolo della tensione permanente tra:

  • intelligence analitica,
  • narrativa politica,
  • pressione mediatica,
  • interessi geopolitici.

Ed è qui che emerge il vero nodo della questione:
chi controlla realmente l’informazione strategica negli Stati Uniti?

Il mito del “Deep State”

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L’espressione “Deep State” viene spesso liquidata superficialmente come teoria del complotto. In realtà, negli Stati Uniti il termine viene utilizzato anche da analisti mainstream per indicare:

  • continuità burocratiche permanenti,
  • apparati amministrativi non eletti,
  • reti di influenza interagenzia,
  • lobby industriali,
  • ecosistemi mediatici collegati al potere securitario.

Non si tratta necessariamente di una “cupola segreta”, ma di un sistema di potere stabile che sopravvive ai governi eletti.

La stessa vicenda Gabbard dimostra quanto sia difficile per figure outsider modificare gli equilibri dell’intelligence americana senza entrare in collisione con apparati consolidati da decenni.

Le dimissioni: motivazioni ufficiali e retroscena

Ufficialmente, Gabbard ha lasciato l’incarico per assistere il marito malato di una rara forma di cancro osseo.

Tuttavia, numerose fonti giornalistiche americane parlano anche di:

  • isolamento politico crescente,
  • esclusione da decisioni strategiche,
  • conflitti con CIA e Casa Bianca,
  • tensioni sul dossier Iran,
  • contrasti con l’ala neoconservatrice dell’amministrazione.

Reuters ha persino riportato indiscrezioni secondo cui la Casa Bianca avrebbe forzato le sue dimissioni.

Se confermato, questo significherebbe che lo scontro interno all’apparato americano ha raggiunto livelli estremamente elevati.

Il ruolo dei media e la costruzione narrativa

La vicenda Gabbard evidenzia anche un altro aspetto cruciale:
il rapporto tra intelligence, media e consenso pubblico.

Negli ultimi anni:

  • ogni critica all’apparato securitario è stata spesso etichettata come “filo-russa”,
  • ogni richiesta di trasparenza come “minaccia alla democrazia”,
  • ogni opposizione alle guerre come “propaganda nemica”.

Gabbard è stata per anni accusata di:

  • simpatie russe,
  • ambiguità verso Assad,
  • posizioni anti-NATO,
  • isolamento geopolitico.

Eppure molte delle sue posizioni originarie sulla destabilizzazione del Medio Oriente e sulle guerre infinite sono oggi condivise da una parte crescente dell’opinione pubblica americana.

Una frattura storica nell’Impero americano

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La vera questione non è soltanto Tulsi Gabbard.

La vera questione è che gli Stati Uniti stanno vivendo una guerra interna tra:

  • apparato permanente,
  • populismo anti-establishment,
  • intelligence tradizionale,
  • nuova destra sovranista americana,
  • complesso militare-industriale,
  • correnti isolazioniste.

La crisi dell’ODNI sotto Gabbard rappresenta il sintomo di una trasformazione molto più grande:
la perdita di consenso interno dell’ordine geopolitico americano costruito dopo la Guerra Fredda.

Ed è proprio per questo che la figura di Tulsi Gabbard continua a generare reazioni così estreme:
per alcuni è una patriota che ha cercato di ripulire l’intelligence;
per altri è una figura pericolosa che ha minacciato gli equilibri tradizionali del sistema americano.

Qualunque sia la verità, una cosa appare evidente:
la battaglia dentro lo Stato americano è ormai uscita allo scoperto.


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