Auschwitz non è una piazza di Mestre
Da un post sui cancelli di Birkenau alla vertenza della comunità bengalese. Quando una tragedia storica viene trasformata in una scorciatoia retorica per sottrarsi al merito delle questioni.
C’è una soglia oltre la quale il paragone storico smette di chiarire e comincia a manipolare.
Quella soglia viene superata quando Auschwitz viene trascinata dentro una controversia locale su moschee, spazi pubblici, rappresentanza religiosa, lavoro o integrazione.
Abdullah Bin Samrat, vicino alla mobilitazione bengalese che vede tra i suoi protagonisti Prince Howlader a Mestre, ha pubblicato un’immagine legata ad Auschwitz-Birkenau accompagnandola con una domanda pesantissima: «Gli ebrei di ieri sono i musulmani di domani?»
Il messaggio è evidente: la discriminazione deve essere fermata prima che diventi persecuzione e, infine, qualcosa di infinitamente peggiore.
Ma proprio qui nasce il problema.
Perché Auschwitz non è una metafora buona per ogni conflitto sociale.
La Shoah fu un programma di persecuzione e sterminio attuato dalla Germania nazista e dai suoi alleati e collaboratori contro gli ebrei d’Europa. Deportazioni, ghettizzazione, fucilazioni di massa, campi di sterminio e camere a gas appartengono a una realtà storica precisa.
Una discussione italiana sulla disponibilità di un luogo di culto, sulle autorizzazioni urbanistiche, sulla rappresentatività di un’associazione o sui rapporti con un’amministrazione comunale appartiene a un’altra dimensione.
Confondere i due piani non rafforza un argomento.
Lo sostituisce.
Quando Auschwitz diventa un argomento d’autorità
La fotografia del cancello svolge infatti una funzione retorica potentissima.
Una volta evocata Auschwitz, il confronto rischia di non riguardare più documenti, norme, responsabilità, finanziamenti, rappresentanza o rispetto delle leggi italiane.
La domanda implicita diventa un’altra:
da che parte della Storia vuoi stare?
Ed è precisamente questa impostazione che deve essere respinta.
Perché se chi contesta una determinata rivendicazione musulmana viene simbolicamente collocato sulla strada che conduce ad Auschwitz, la discussione democratica diventa impossibile.
Non devi più dimostrare che la tua richiesta sia fondata.
Devi dimostrare di essere una vittima.
E chi ti contraddice deve prima difendersi dall’accusa morale implicita di essere un persecutore.
È il meccanismo della vittimizzazione come capitale politico: una sofferenza reale — propria oppure appartenente alla storia di altri — viene utilizzata per ottenere un vantaggio nella controversia presente.
La memoria smette così di essere memoria e rischia di trasformarsi in un lasciapassare.
Il Medio Oriente e l’eredità britannica
Esiste poi un’altra parte della storia che troppo spesso scompare quando il conflitto mediorientale viene raccontato come uno scontro eterno e inevitabile tra ebrei e musulmani.
Il Medio Oriente contemporaneo porta ancora impressa l’impronta della dissoluzione dell’Impero ottomano e delle decisioni delle potenze europee vincitrici della Prima guerra mondiale.
La Gran Bretagna ebbe un ruolo centrale.
La Dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 affermò il sostegno britannico alla creazione in Palestina di un «national home for the Jewish people», precisando contemporaneamente che non avrebbero dovuto essere pregiudicati i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti.
La contraddizione politica era già evidente: Londra aveva contemporaneamente coltivato rapporti e promesse con il nazionalismo arabo durante la guerra contro l’Impero ottomano.
Poi arrivò il riassetto postbellico.
Nel marzo 1921 Winston Churchill, allora ministro delle Colonie, convocò al Cairo funzionari, militari ed esperti dell’amministrazione britannica del Medio Oriente.
Tra i protagonisti figuravano Percy Cox, Gertrude Bell, T. E. Lawrence, Herbert Samuel e Hubert Young.
Churchill chiamò ironicamente quella compagnia i suoi «Forty Thieves», i “quaranta ladri”.
Non era una riunione folcloristica.
Era politica imperiale.
Da quelle discussioni uscì una parte fondamentale dell’assetto britannico della regione: Faisal sarebbe diventato re dell’Iraq, mentre Abdullah avrebbe governato la Transgiordania sotto tutela britannica.
La Palestina occidentale sarebbe rimasta invece sotto il mandato britannico e dentro la cornice politica inaugurata dalla Dichiarazione Balfour.
Non significa che Londra abbia “inventato” ebrei, arabi, sionismo o nazionalismo arabo.
Il sionismo politico precedeva la Prima guerra mondiale: Theodor Herzl aveva pubblicato Der Judenstaat nel 1896 e il primo Congresso sionista si era tenuto a Basilea nel 1897.
Anche il nazionalismo arabo aveva dinamiche proprie.
Significa però qualcosa di storicamente molto importante: l’Impero britannico tentò di governare, indirizzare e utilizzare forze politiche già esistenti secondo i propri interessi strategici.
Palestina, Iraq, Transgiordania, Suez, rotte verso l’India e successivamente petrolio erano pezzi dello stesso gigantesco scacchiere.
Due nazionalismi potevano avere aspirazioni autentiche e contemporaneamente essere inseriti nei calcoli di una potenza imperiale.
Le due cose non si escludono.
La memoria della Shoah non appartiene a uno Stato
Dopo il 1945 si aggiunge un’altra questione delicata: il rapporto fra memoria della Shoah e politica contemporanea.
Qui occorre essere estremamente precisi.
La stima storica oggi generalmente accettata è di circa sei milioni di ebrei assassinati durante la Shoah. Non esiste un unico documento nazista che registri ogni singola vittima: la ricostruzione deriva dall’incrocio di documenti tedeschi, registri delle deportazioni, documentazione dei centri di sterminio e studi demografici prebellici e postbellici.
Esiste invece una famosa revisione riguardante Auschwitz.
La propaganda sovietica aveva indicato circa quattro milioni di morti nel complesso di Auschwitz. Le ricerche storiche successive hanno radicalmente corretto quella cifra.
Oggi il Museo di Auschwitz-Birkenau e lo United States Holocaust Memorial Museum stimano che nel complesso siano state assassinate circa 1,1 milioni di persone, delle quali circa un milione erano ebree.
Questa correzione non significa che il totale delle vittime ebraiche della Shoah sia stato ridotto nella stessa proporzione.
Treblinka, Bełżec, Sobibór, Chełmno, le fucilazioni di massa nell’Europa orientale, i ghetti e numerosi altri luoghi dello sterminio appartengono a una contabilità separata.
La precisione storica è essenziale proprio perché impedisce che la memoria venga trasformata in dogma politico.
Auschwitz appartiene alla storia delle vittime, non alla politica di qualsiasi governo contemporaneo.
Criticare le decisioni dello Stato di Israele non equivale a negare Auschwitz.
Contestare un governo israeliano non significa contestare il diritto degli ebrei a vivere senza persecuzioni.
E, specularmente, essere musulmani nell’Europa del 2026 non significa essere gli ebrei dell’Europa del 1938.
Le analogie automatiche offendono la storia prima ancora che l’avversario politico.
L’America chiuse molte porte
C’è poi un elemento spesso dimenticato quando si raccontano gli anni precedenti allo sterminio.
Fuggire dall’Europa nazista era difficilissimo.
Gli Stati Uniti mantenevano il sistema delle quote introdotto negli anni Venti. Nel giugno 1939 più di 300.000 persone nate in Germania risultavano in lista d’attesa per un visto americano.
La vicenda della St. Louis rimane il simbolo più famoso.
Nel maggio 1939 il transatlantico partì da Amburgo con 937 passeggeri, quasi tutti ebrei.
Cuba rifiutò di far sbarcare la maggioranza dei profughi. La nave arrivò nelle vicinanze della Florida, ma Washington non concesse loro un ingresso straordinario.
La St. Louis dovette tornare in Europa.
Gran Bretagna, Francia, Belgio e Paesi Bassi accolsero successivamente i passeggeri, ma dopo l’invasione tedesca dell’Europa occidentale centinaia finirono nuovamente sotto il controllo nazista e 254 di loro morirono durante la Shoah.
La storia vera è già abbastanza terribile.
Non ha bisogno di mitologie.
Mestre non è Birkenau
Ed eccoci nuovamente a Mestre.
Se una comunità vuole un luogo di culto, se un’associazione vuole essere riconosciuta come interlocutore, se esistono problemi di integrazione, discriminazione o rappresentanza, se qualcuno ritiene di avere subito un torto, esistono strumenti perfettamente normali per discuterne.
Documenti.
Leggi.
Bilanci.
Permessi.
Urbanistica.
Tribunali.
Consiglio comunale.
E soprattutto fatti verificabili.
Non servono i cancelli di Auschwitz.
Perché una democrazia funziona precisamente quando nessuno possiede un credito morale sufficiente a sottrarsi alle regole.
Un cristiano non lo possiede.
Un ebreo non lo possiede.
Un musulmano non lo possiede.
Un ateo non lo possiede.
La libertà religiosa è un diritto fondamentale, ma non significa che qualsiasi organizzazione religiosa abbia automaticamente diritto a qualsiasi edificio, finanziamento, spazio pubblico o trattamento amministrativo richiesto.
Allo stesso modo, contestare una moschea, un’associazione o una determinata leadership non autorizza nessuno a discriminare una persona perché musulmana.
Sono due principi che possono convivere perfettamente.
Il vero ricatto
Il problema nasce quando la discussione viene spostata dalle regole alla colpa.
«Gli ebrei di ieri sono i musulmani di domani?» non è una domanda neutrale quando viene accompagnata dall’immagine di Auschwitz.
Evoca una traiettoria precisa: discriminazione, persecuzione, deportazione, sterminio.
Chiunque venga implicitamente collocato dall’altra parte di quella traiettoria viene così moralmente delegittimato prima ancora che possa discutere il merito della questione.
È questo il ricatto da respingere.
Non perché i musulmani non possano subire discriminazioni. Possono subirle e, quando accade, devono essere tutelati dalla legge esattamente come chiunque altro.
Ma proprio perché Auschwitz rappresenta uno dei punti estremi della barbarie europea, non può diventare la moneta retorica con cui comprare ragione in una controversia amministrativa.
Auschwitz non è una piazza di Mestre.
Birkenau non è un ufficio urbanistica.
E Arbeit macht frei non è uno slogan da riciclare per trasformare ogni controversia sull’integrazione in anticamera dello sterminio.
Chi vuole discutere della comunità bengalese di Mestre discuta della comunità bengalese di Mestre.
Chi denuncia discriminazioni porti fatti.
Chi chiede una moschea presenti progetti, interlocutori, finanziamenti e rispetto delle norme.
Chi governa risponda con la legge, senza discriminazioni e senza privilegi.
La memoria dei morti non deve diventare né uno scudo per Israele, né un’arma contro Israele, né un lasciapassare per una comunità religiosa europea.
I morti di Auschwitz non sono capitale politico da prendere in prestito.
E nessuno può appropriarsene per evitare una domanda molto più semplice:
sui fatti, avete ragione oppure no?
Fonti e approfondimenti
United States Holocaust Memorial Museum – Documenting Numbers of Victims of the Holocaust and Nazi Persecution
https://encyclopedia.ushmm.org/content/en/article/documenting-numbers-of-victims-of-the-holocaust-and-nazi-persecution
United States Holocaust Memorial Museum – Auschwitz
https://encyclopedia.ushmm.org/content/en/article/auschwitz
Auschwitz-Birkenau Memorial and Museum – The number of victims
https://www.auschwitz.org/en/history/auschwitz-and-shoah/the-number-of-victims/
United States Holocaust Memorial Museum – The United States and the Refugee Crisis, 1938–41
https://encyclopedia.ushmm.org/content/en/article/the-united-states-and-the-refugee-crisis-1938-41
United States Holocaust Memorial Museum – Voyage of the St. Louis
https://encyclopedia.ushmm.org/content/en/article/voyage-of-the-st-louis
United Nations – Mandate for Palestine / Balfour Declaration
https://www.un.org/unispal/document/auto-insert-204267/
1914-1918 Online – British Mandate for Palestine
https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/british-mandate-for-palestine/
UK Parliament – Balfour Declaration
https://hansard.parliament.uk/commons/2017-10-30/debates/CB36ACC3-D2D7-441A-836B-736B8C869A13/BalfourDeclaration
International Churchill Society – Churchill’s Official Visit to Palestine, 1921
https://winstonchurchill.org/publications/finest-hour/finest-hour-196/churchills-official-visit-to-palestine-1921/

