Plutonio nel deserto: il reattore clandestino di Assad e l’ombra strategica di Teheran

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L’AIEA chiude il caso Al-Kibar: la Siria costruiva un reattore nucleare non dichiarato con tecnologia nordcoreana. Ma sul finanziamento iraniano le ricostruzioni d’intelligence non equivalgono ancora a una prova definitiva

Per quasi vent’anni il regime di Bashar al-Assad ha sostenuto che nel deserto di Deir ez-Zor non esistesse alcun reattore nucleare clandestino. L’edificio distrutto dall’aviazione israeliana il 6 settembre 2007 sarebbe stato, secondo la versione ufficiale siriana, una normale installazione militare.

Quella versione oggi è definitivamente crollata.

Il rapporto riservato dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, trasmesso agli Stati membri il 1° settembre 2026, conclude che la Siria costruiva effettivamente un reattore nucleare non dichiarato e che il precedente governo aveva occultato materiali, impianti e attività sottoposti agli obblighi dell’accordo di salvaguardia previsto dal Trattato di non proliferazione.

Le nuove verifiche condotte dall’AIEA hanno inoltre portato alla luce circa 73 tonnellate di uranio naturale metallico: 55 tonnellate erano già state trasformate in migliaia di barre di combustibile. Non un progetto teorico, dunque, ma una filiera materiale avanzata e predisposta per alimentare il reattore.

La Corea del Nord fornì con ogni probabilità la tecnologia. Il regime di Assad mise a disposizione territorio, segretezza e apparato militare. L’Iran, principale alleato regionale di Damasco, compare nelle ricostruzioni d’intelligence come possibile finanziatore e beneficiario strategico dell’operazione. Ma su quest’ultimo passaggio occorre distinguere nettamente ciò che è stato provato dall’AIEA da ciò che rimane una valutazione d’intelligence.

La conferma dell’AIEA: Al-Kibar era un reattore nucleare

Il pronunciamento del 2026 rappresenta il punto di arrivo di un’indagine cominciata dopo il bombardamento israeliano del 2007.

Già nel 2011 l’AIEA aveva stabilito che l’edificio distrutto a Dair Alzour — denominazione utilizzata dall’Agenzia per il sito conosciuto come Al-Kibar — era «molto probabilmente» un reattore nucleare che avrebbe dovuto essere dichiarato. La Siria continuò tuttavia a negare e impedì agli ispettori di ricostruire l’intera rete.

La caduta del regime di Assad, nel dicembre 2024, ha cambiato radicalmente il quadro. Le nuove autorità siriane hanno concesso agli ispettori accesso ai siti, documentazione e assistenza tecnica.

Durante le verifiche effettuate nell’agosto 2026, gli ispettori hanno esaminato le strutture emerse dagli scavi nell’area di Deir ez-Zor. Secondo il rapporto citato da Reuters e Associated Press, l’infrastruttura di raffreddamento riportata alla luce è compatibile con quella di un reattore nucleare.

L’Agenzia ha quindi potuto confermare formalmente che:

  • ad Al-Kibar era in costruzione un reattore nucleare non dichiarato;
  • la Siria aveva realizzato una capacità interna di fabbricazione del combustibile;
  • circa 73 tonnellate di uranio naturale metallico erano state conservate in un sito collegato;
  • 55 tonnellate erano già state convertite in circa 8.800 barre di combustibile;
  • le autorità precedenti avevano omesso di dichiarare materiali, strutture e attività nucleari.

Il materiale non risulta arricchito e non costituisce, nelle condizioni attuali, un ordigno né una riserva di plutonio già separato. È uranio naturale metallico destinato, secondo la configurazione ricostruita, a essere irradiato nel reattore.

La differenza è essenziale: in Siria non sono state ritrovate 73 tonnellate di plutonio, ma il combustibile che avrebbe potuto permettere al reattore di produrlo.

Un progetto arrivato vicino all’avvio

Le quantità individuate mostrano quanto il programma fosse avanzato.

Un reattore della classe attribuita ad Al-Kibar avrebbe richiesto, secondo le stime tecniche disponibili, un primo carico nell’ordine delle decine di tonnellate di uranio naturale. Le 55 tonnellate già trasformate in barre non sembrano quindi una scorta sperimentale: erano potenzialmente sufficienti per il caricamento iniziale dell’impianto.

L’edificio principale, il sistema di raffreddamento e il combustibile erano elementi di una stessa architettura. Il bombardamento israeliano intervenne prima che il reattore entrasse in funzione e prima che potesse produrre combustibile irradiato contenente plutonio.

Questo punto impedisce due interpretazioni opposte ma ugualmente scorrette.

Non si può sostenere che Assad possedesse già una bomba atomica o una riserva documentata di plutonio militare. Ma non si può neppure ridurre Al-Kibar a un cantiere embrionale o a un innocuo esperimento scientifico. Il programma disponeva del reattore, del combustibile e di strutture collegate realizzate clandestinamente.

Il gemello siriano di Yongbyon

La configurazione di Al-Kibar riproduceva quella del reattore nordcoreano da 5 megawatt elettrici di Yongbyon: un impianto moderato a grafite, raffreddato a gas e alimentato con uranio naturale.

È una scelta tecnicamente significativa.

L’impiego di uranio naturale consente di evitare la costruzione preliminare di un grande impianto per l’arricchimento. Dopo l’irradiazione, il combustibile può contenere plutonio, separabile attraverso un impianto di riprocessamento chimico.

Il reattore nordcoreano di Yongbyon è stato utilizzato proprio per produrre plutonio destinato al programma nucleare militare di Pyongyang. La somiglianza architettonica, la collaborazione nordcoreana e la segretezza dell’operazione rendevano pertanto scarsamente credibile una finalità esclusivamente civile.

L’intelligence statunitense presentò nel 2008 fotografie e altri elementi che indicavano la presenza in Siria di personale nordcoreano, compreso Chon Chibu, dirigente legato al programma nucleare di Pyongyang. La CIA concluse che Corea del Nord e Siria avevano collaborato per costruire un reattore destinato alla produzione di plutonio.

Anche l’AIEA ha rilevato che le dimensioni e la configurazione dell’edificio erano comparabili a quelle del reattore nordcoreano. Il rapporto del 2026 rafforza quella valutazione con nuovi riscontri sul sistema di raffreddamento e sulla produzione del combustibile.

La rete nascosta intorno al reattore

Al-Kibar non poteva funzionare isolatamente. Un programma di questo genere richiedeva almeno:

  1. l’approvvigionamento dell’uranio;
  2. la sua conversione in forma metallica;
  3. la fabbricazione delle barre;
  4. lo stoccaggio del combustibile;
  5. il reattore per l’irradiazione;
  6. un’eventuale capacità di riprocessamento per separare il plutonio.

Le precedenti indagini avevano individuato tre località sospettate di essere funzionalmente collegate ad Al-Kibar. Tra queste figurava Marj as-Sultan, a est di Damasco, indicata da diverse ricostruzioni come possibile centro per la conversione dell’uranio e la fabbricazione del combustibile.

Nel 2025 l’AIEA aveva comunicato di aver trovato, in uno dei siti collegati, particelle di uranio naturale di origine antropica, cioè sottoposto a lavorazione chimica. Il ritrovamento non dimostrava da solo l’esistenza dell’intera filiera, ma risultava compatibile con attività di conversione connesse al progetto del reattore.

Il nuovo rapporto compie un passo ulteriore: la fabbricazione del combustibile all’interno della Siria viene ora trattata come un fatto accertato.

Più prudenza è necessaria sull’impianto di riprocessamento. Per produrre materialmente plutonio separato e utilizzabile in un ordigno, Assad avrebbe dovuto disporre anche di una struttura chimica dedicata. Le informazioni pubbliche disponibili non consentono ancora di affermare che un simile impianto fosse completo e operativo.

Settantatré tonnellate di uranio occultate

Il ritrovamento più clamoroso riguarda le circa 73 tonnellate di uranio naturale metallico.

Secondo le informazioni emerse dal rapporto:

MaterialeQuantità approssimativaCondizione
Uranio naturale in barre55 tonnellateCirca 8.800 elementi di combustibile
Scarti e residui di uranio18 tonnellateDerivanti dalla lavorazione
Totale73 tonnellateSottoposto alle salvaguardie AIEA

Il materiale non è stato “sequestrato” dall’AIEA. Rimane sotto la custodia dello Stato siriano, ma è stato dichiarato, verificato e sottoposto al sistema internazionale di salvaguardie.

Il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shibani ha affermato che l’uranio non rappresenta un pericolo immediato e che la Siria intende conservarlo per eventuali impieghi civili e pacifici. La dichiarazione è giuridicamente legittima: il TNP non vieta il possesso di uranio naturale, purché il materiale e le relative attività siano dichiarati e controllati.

Il problema non è dunque la semplice presenza dell’uranio. Il problema è che il regime precedente lo aveva nascosto e preparato per un reattore altrettanto clandestino.

Assad violò gli obblighi di non proliferazione

La Siria aderì al Trattato di non proliferazione nel 1969 e aveva sottoscritto un accordo di salvaguardia con l’AIEA. Damasco era pertanto obbligata a dichiarare tempestivamente materiali e impianti nucleari.

La costruzione segreta di Al-Kibar, l’occultamento dell’uranio e la mancata dichiarazione delle strutture collegate rappresentano una violazione sostanziale di quegli obblighi.

Il comportamento successivo al raid aggravò il quadro. Il sito fu rapidamente ripulito, l’edificio distrutto venne rimosso e l’area fu modificata prima che l’AIEA potesse effettuare verifiche complete. Per anni Assad negò l’accesso a località considerate essenziali per chiarire il programma.

Nel giugno 2011 il Consiglio dei governatori dell’AIEA dichiarò la Siria inadempiente e trasmise il dossier al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Damasco continuò però a sottrarsi alle verifiche fino alla caduta del regime.

Il ruolo della Corea del Nord: il tassello più solido

Tra i coinvolgimenti stranieri, quello nordcoreano è il più documentato.

La somiglianza con Yongbyon non riguarda soltanto il principio di funzionamento. Le immagini rese pubbliche dagli Stati Uniti mostravano caratteristiche strutturali comuni e contatti tra funzionari siriani e tecnici nordcoreani.

La valutazione americana del 2008 sosteneva che Pyongyang avesse assistito segretamente la Siria nella costruzione del reattore. L’intelligence statunitense affermava inoltre di essere convinta che l’impianto fosse destinato alla produzione di plutonio e che non fosse stato configurato per generare elettricità.

Per la Corea del Nord l’operazione avrebbe avuto almeno tre vantaggi:

  • ricavi finanziari e accesso a risorse estere;
  • esportazione del proprio know-how nucleare;
  • creazione di una capacità plutonigena alleata al di fuori del territorio nordcoreano.

Quest’ultima finalità è stata ipotizzata da analisti e servizi occidentali, ma non risulta dimostrata in modo conclusivo dai documenti pubblici. Non sappiamo se Pyongyang intendesse utilizzare Al-Kibar come “riserva esterna” del proprio programma o se si limitasse a vendere tecnologia e assistenza.

La pista iraniana: plausibile, ma non ancora certificata dall’AIEA

Più complesso è il ruolo attribuito all’Iran.

Teheran era il principale alleato politico, militare ed economico del regime siriano. Negli anni in cui Al-Kibar veniva costruito, l’Iran sviluppava il proprio programma di arricchimento e realizzava ad Arak un reattore ad acqua pesante capace, nella configurazione originaria, di produrre plutonio.

Una capacità siriana clandestina avrebbe potuto rappresentare per Teheran:

  • un secondo percorso tecnologico verso il plutonio;
  • un impianto geograficamente separato dalle installazioni iraniane;
  • una struttura difficilmente collegabile in modo diretto al programma nazionale;
  • un elemento di pressione strategica contro Israele.

Questa convergenza d’interessi rende l’ipotesi del coinvolgimento iraniano credibile sul piano geopolitico. Tuttavia, credibilità e prova documentale sono due cose diverse.

Nel 2009 Der Spiegel, citando fonti d’intelligence, riferì che l’Iran avrebbe finanziato il progetto con una somma nell’ordine del miliardo di dollari. Altre ricostruzioni hanno parlato di incontri e consultazioni tra rappresentanti siriani, nordcoreani e iraniani.

Sono emersi anche riferimenti a Mohsen Fakhrizadeh, figura centrale del programma militare nucleare iraniano, e a colloqui politici avvenuti durante la presidenza di Mahmoud Ahmadinejad. Ma i documenti pubblici dell’AIEA non provano che Fakhrizadeh abbia diretto Al-Kibar, né certificano un trasferimento iraniano da un miliardo di dollari destinato al reattore.

La stessa intelligence statunitense, nel briefing del 2008, attribuiva con elevata fiducia la costruzione del reattore alla cooperazione tra Siria e Corea del Nord, mentre dichiarava di non possedere prove sufficienti per confermare una partecipazione iraniana.

Teheran ha sempre negato le accuse.

La formulazione corretta è quindi questa: il sostegno finanziario e strategico iraniano costituisce una ricostruzione d’intelligence seria e coerente con l’alleanza tra i due regimi, ma non è una conclusione ufficiale dell’AIEA e non può essere presentato come un fatto definitivamente dimostrato.

La nuova Siria apre gli archivi

Il 17 luglio 2026 le nuove autorità siriane hanno notificato all’AIEA la presenza di materiale nucleare in un luogo che non era stato precedentemente dichiarato.

Nella dichiarazione congiunta del 18 agosto, Rafael Grossi e il ministro al-Shibani hanno confermato l’accesso degli ispettori, la consegna delle informazioni e l’adozione delle misure necessarie per riportare il materiale sotto il sistema di salvaguardie.

È un rovesciamento completo rispetto alla strategia di Assad. Il vecchio regime negava, occultava e impediva le ispezioni. Il nuovo governo, almeno su questo dossier, ha scelto di collaborare.

Ciò non rende automaticamente innocuo il materiale né cancella la necessità di ulteriori verifiche. L’AIEA dovrà continuare a monitorare l’uranio, completare gli scavi e chiarire l’intera catena di approvvigionamento: origine del materiale, processi di conversione, siti coinvolti ed eventuali componenti ancora non localizzati.

Ma il programma progettato intorno ad Al-Kibar non è più operativo. Il reattore è stato distrutto nel 2007 e il combustibile è ora dichiarato e sorvegliato.

Il bombardamento del 2007 fermò una capacità plutonigena reale

Il raid israeliano distrusse Al-Kibar prima del caricamento del combustibile e dell’avvio del reattore. Alla luce delle conclusioni del 2026, non si trattò dell’attacco contro una semplice caserma, come sostenuto per anni da Damasco, ma della neutralizzazione preventiva di un impianto nucleare clandestino.

Questo non elimina le questioni giuridiche poste da un attacco unilaterale contro il territorio di uno Stato sovrano. Dimostra però che la motivazione materiale addotta da Israele — impedire l’attivazione di un reattore non dichiarato capace di produrre plutonio — poggiava su un’infrastruttura reale.

Se Al-Kibar fosse entrato in funzione, la Siria avrebbe potuto accumulare combustibile irradiato. Con una successiva capacità di riprocessamento, avrebbe potuto separare plutonio utilizzabile in un programma militare.

Non sappiamo quanto tempo sarebbe stato necessario per arrivare a un ordigno funzionante. Sappiamo però che il primo anello industriale della catena era quasi pronto e disponeva del combustibile necessario.

L’asse della proliferazione

Il caso siriano mostra come la proliferazione nucleare possa svilupparsi attraverso una divisione internazionale dei compiti.

Pyongyang disponeva della tecnologia e dell’esperienza maturata a Yongbyon. Assad offriva il territorio, la protezione militare e un sistema politico capace di mantenere il segreto. L’Iran aveva un interesse strategico evidente nella sopravvivenza della Siria come piattaforma avanzata contro Israele.

La componente nordcoreana è documentata con un livello elevato di certezza. La responsabilità del regime siriano è stata ora formalmente confermata. Il ruolo operativo e finanziario iraniano rimane invece una pista importante, sostenuta da fonti d’intelligence e ricostruzioni giornalistiche, ma ancora priva della stessa forza probatoria.

È precisamente questa distinzione a rendere il dossier più solido. Non serve gonfiare le prove: ciò che è già accertato è sufficientemente grave.

Assad costruì in segreto un reattore modellato su quello utilizzato dalla Corea del Nord per produrre plutonio. Fece fabbricare migliaia di barre di combustibile, nascose 73 tonnellate di uranio e violò gli obblighi internazionali della Siria. Dopo il bombardamento, demolì le tracce e ostacolò le verifiche per quasi due decenni.

Il reattore non produsse plutonio soltanto perché venne distrutto prima dell’avvio. La scoperta del combustibile dimostra che il progetto non era una fantasia d’intelligence: era un programma industriale avanzato, clandestino e potenzialmente militare.

Fonti e documentazione

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