C’è un cortocircuito politico che meriterebbe qualche spiegazione da parte di quella controinformazione ideologica che dipinge sistematicamente la Cina come alternativa virtuosa all’Occidente e, nello stesso tempo, tratta quasi qualsiasi critica all’islamizzazione dell’Europa come xenofobia, razzismo o “islamofobia”.
Lo Xinjiang mette queste due narrazioni una contro l’altra.
Secondo la stima pubblicata dall’Australian Strategic Policy Institute, circa 16.000 moschee dello Xinjiang sarebbero state distrutte o danneggiate, comprese circa 8.450 demolizioni complete. L’ONU non ha certificato quel numero preciso, ma nel suo rapporto del 2022 ha riconosciuto l’esistenza di molteplici analisi satellitari sulla distruzione delle moschee e ha verificato direttamente immagini nelle quali numerosi edifici religiosi risultavano rimossi oppure privati di elementi distintivi come i minareti.
E allora la domanda diventa inevitabile.
Dove sono quelli che in Europa gridano alla persecuzione dell’Islam davanti a qualsiasi discussione su immigrazione, moschee, velo, radicalizzazione o integrazione?
E soprattutto: dove sono quelli che contemporaneamente raccontano la Cina di Xi Jinping come il modello da contrapporre all’Occidente decadente, imperialista e oppressore?
Qui le due propagande non possono convivere comodamente.
Se la libertà religiosa dei musulmani è un principio universale, deve valere anche quando a limitarla è Pechino.
Se invece tutto ciò che fa Pechino viene giustificato in nome della sovranità, della sicurezza e della lotta all’estremismo, allora diventa molto difficile sostenere che persino misure europee enormemente meno invasive rappresentino automaticamente una persecuzione dei musulmani.
Non si può utilizzare un metro a Roma, Parigi e Londra e quello opposto a Pechino.
Il problema non è difendere o attaccare l’Islam: è applicare lo stesso criterio
È perfettamente possibile sostenere contemporaneamente che l’Europa debba contrastare islamismo politico, radicalizzazione e organizzazioni incompatibili con l’ordine costituzionale, e che la Cina non debba per questo avere carta bianca per cancellare arbitrariamente luoghi di culto e identità culturali.
Questa è una posizione coerente.
Quello che non è coerente è trasformare ogni controversia europea sull’Islam in una prova dell’“Occidente razzista” e poi diventare improvvisamente prudentissimi quando il governo coinvolto è quello cinese.
Il caso Xinjiang costringe quindi certi propagandisti a scegliere: i diritti sono universali oppure dipendono dall’identità geopolitica di chi li viola?
Perché se diventano universali soltanto quando l’accusato appartiene al blocco occidentale, non stiamo più parlando di diritti umani.
Stiamo parlando di propaganda.
La Cina reale è molto meno romantica della Cina raccontata
Pechino respinge le accuse e sostiene che la propria politica nello Xinjiang sia diretta contro terrorismo, separatismo ed estremismo, non contro l’Islam in quanto tale. Questa posizione va riportata.
Ma proprio qui emerge un altro paradosso.
Molti degli stessi commentatori che considerano inaccettabile collegare immigrazione, estremismo e sicurezza quando il discorso riguarda l’Europa sembrano molto più disponibili ad accettare la spiegazione securitaria quando arriva dal Partito Comunista Cinese.
Perché?
Perché improvvisamente “sicurezza nazionale” diventa una spiegazione accettabile?
Perché il controllo dell’estremismo diventa legittimo?
Perché la sovranità nazionale torna improvvisamente importante?
La risposta dovrebbe interessare soprattutto chi pretende di fare informazione alternativa.
La critica all’Occidente è legittima. La critica agli Stati Uniti è legittima. La critica alla NATO è legittima.
Ma sostituire l’occidentalismo con il filocinesismo non significa diventare indipendenti: significa semplicemente cambiare propaganda di riferimento.
La libertà religiosa non può essere à la carte
La questione dello Xinjiang permette infine di separare due cose che troppo spesso vengono deliberatamente confuse.
Difendere la libertà religiosa dei musulmani non significa sostenere l’islamizzazione dell’Europa.
E contrastare l’islamismo politico non significa approvare la distruzione delle moschee.
Una democrazia liberale può dire contemporaneamente:
un musulmano deve essere libero di pregare;
un cristiano deve essere libero di pregare;
un ateo deve essere libero di non credere;
nessuna religione deve poter imporre le proprie norme allo Stato;
nessun governo deve poter cancellare arbitrariamente una religione perché la considera politicamente scomoda.
È precisamente questa distinzione che manca quando l’analisi viene subordinata all’ideologia.
Adesso aspettiamo le spiegazioni
Aspettiamo quindi che i nostri instancabili “riporter” della controinformazione marxista ci spieghino il miracolo dialettico.
Ci spieghino come possa essere contemporaneamente scandaloso discutere delle conseguenze dell’islamizzazione in Europa e irrilevante discutere delle moschee demolite o trasformate nello Xinjiang.
Ci spieghino perché la sovranità sarebbe una parola pericolosa quando viene pronunciata da un governo europeo, ma diventerebbe improvvisamente sacrosanta quando viene invocata da Pechino.
Ci spieghino soprattutto perché ogni responsabilità occidentale debba essere ingrandita fino a diventare la dimostrazione della malvagità strutturale dell’intero sistema, mentre davanti alle responsabilità di una potenza antioccidentale compaiono immediatamente distinguo, contestualizzazioni e silenzi.
Perché questo è il vero punto.
Non serve trasformare la Cina nel Male assoluto. Basta smettere di trasformarla nel Bene assoluto.
La Cina è una grande potenza che difende i propri interessi, esercita il proprio potere e deve essere giudicata sui fatti esattamente come Stati Uniti, Russia, Iran, Israele o qualsiasi Paese europeo.
Con lo stesso metro.
È proprio questo che la propaganda non sopporta.
Perché quando sparisce il doppio standard, spesso sparisce anche la favola.
XINJIANG, LE MOSCHEE CANCELLATE: QUANDO PECHINO DECIDE CHE ANCHE LA FEDE DEVE OBBEDIRE AL PARTITO
Migliaia di moschee demolite, danneggiate o private di minareti, cupole e simboli islamici. Le immagini satellitari documentano una trasformazione impressionante dello Xinjiang. E il punto politico va ben oltre l’Islam: nella Cina di Xi Jinping nessuna identità autonoma può essere più forte della fedeltà al Partito.
Ci sono numeri che, prima di essere utilizzati come slogan, devono essere verificati. Quello delle 16.000 moschee dello Xinjiang distrutte o danneggiate appartiene precisamente a questa categoria.
Non è un dato ricavato da un censimento indipendente edificio per edificio e non deve essere presentato come tale. È una stima statistica, pubblicata nel 2020 dall’Australian Strategic Policy Institute (ASPI), costruita attraverso l’analisi di immagini satellitari, la mappatura di centinaia di siti e l’estrapolazione dei risultati sull’intera regione.
Ma, fatta questa necessaria precisazione, ciò che emerge resta enorme.
Secondo ASPI, circa 16.000 moschee dello Xinjiang — approssimativamente il 65% del totale preso come riferimento — sarebbero state distrutte o danneggiate dalle politiche governative, soprattutto a partire dal 2017. Circa 8.450 sarebbero state completamente demolite, mentre altre 7.550 sarebbero state danneggiate o sottoposte a quella che le autorità definiscono “rettificazione”, spesso attraverso la rimozione di elementi architettonici islamici.
Non stiamo quindi parlando soltanto della chiusura di qualche edificio religioso.
Stiamo parlando della trasformazione fisica del paesaggio culturale di un’intera regione.
16.000 moschee: da dove arriva realmente il numero
È importante capire la metodologia perché rende l’argomento più serio, non più debole.
L’ASPI ha mappato e studiato oltre 900 moschee e altri luoghi religiosi e culturali uiguri, confrontando la loro situazione precedente e successiva al 2017. I ricercatori hanno quindi utilizzato i risultati per elaborare una stima regionale.
Il rapporto conclude che circa il 35% delle moschee sarebbe stato demolito e un ulteriore 30% danneggiato o modificato.
Tradotto in numeri:
circa 8.450 moschee demolite;
circa 7.550 danneggiate o “rettificate”;
circa 16.000 complessivamente interessate.
Per le moschee demolite, il rapporto sostiene inoltre che in molti casi il terreno sul quale sorgevano sia rimasto vuoto, un elemento difficilmente compatibile con l’idea che tutte le demolizioni fossero semplicemente normali interventi di ricostruzione o sicurezza.
Ed è proprio qui che la vicenda diventa politicamente esplosiva.
Non basta distruggere: bisogna rendere l’Islam architettonicamente invisibile
Una parte degli edifici non è stata rasa al suolo.
È stata trasformata.
Cupole eliminate.
Minareti rimossi.
Ingressi modificati.
Elementi decorativi islamici cancellati.
Simboli e caratteristiche architettoniche considerate eccessivamente “arabizzanti” eliminate.
L’ASPI descrive questa operazione come parte di un processo di “sinicizzazione” attraverso il quale le espressioni religiose e culturali vengono ricondotte all’interno dell’identità nazionale definita dal potere centrale.
Questo dettaglio è fondamentale.
Perché se lo scopo fosse stato esclusivamente quello di abbattere edifici pericolanti, non sarebbe facile spiegare la sistematica rimozione di cupole, minareti e altri elementi identificativi dell’architettura islamica da edifici che continuano a esistere.
Human Rights Watch ha successivamente documentato politiche analoghe anche fuori dallo Xinjiang, in particolare nelle province di Ningxia e Gansu, verificando attraverso fotografie, video e immagini satellitari la demolizione o alterazione di moschee e la rimozione di cupole e minareti.
Il fenomeno, quindi, non può essere liquidato facilmente come una semplice anomalia urbanistica locale.
Non sono state colpite soltanto le moschee
Il quadro diventa ancora più grave quando si osservano gli altri luoghi della cultura religiosa uigura.
Secondo ASPI, circa il 30% di importanti siti sacri islamici, comprendenti santuari, cimiteri e itinerari di pellegrinaggio, sarebbe stato demolito, mentre un ulteriore 28% sarebbe stato danneggiato o modificato.
Uno degli esempi citati è Ordam Mazar, storico luogo di pellegrinaggio uiguro.
Ma esiste un’altra conferma particolarmente importante.
Non arriva da un think tank australiano.
Arriva dalle Nazioni Unite.
Cosa ha stabilito l’ONU
Nel suo assessment del 2022 sulla situazione dei diritti umani nello Xinjiang, l’Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights ha affrontato esplicitamente la questione.
L’OHCHR ha osservato che diversi ricercatori, utilizzando soprattutto analisi dettagliate di immagini satellitari pubblicamente disponibili, hanno concluso che un gran numero di moschee sia stato distrutto negli anni precedenti.
Il rapporto ONU aggiunge che la tendenza è stata documentata anche da giornalisti investigativi che hanno visitato fisicamente la regione confrontando le condizioni sul terreno con le immagini satellitari.
Soprattutto, l’OHCHR ha effettuato una propria valutazione delle immagini disponibili e ha rilevato che numerosi siti religiosi sembrano essere stati rimossi oppure privati delle loro caratteristiche identificative, come i minareti.
Questo non significa che l’ONU abbia certificato autonomamente il numero esatto di 16.000 moschee.
Significa qualcosa di altrettanto importante: il fenomeno generale della distruzione e trasformazione dei luoghi religiosi trova riscontri indipendenti ulteriori rispetto alla sola ricerca ASPI.
La versione di Pechino
Un’inchiesta seria deve riportare anche la posizione cinese.
Pechino ha respinto le accuse.
Dopo la pubblicazione del rapporto ASPI, il Ministero degli Esteri cinese dichiarò che nello Xinjiang esistevano oltre 24.000 moschee, sostenendo che la regione avesse più moschee pro capite di molti Paesi musulmani.
Il governo cinese ha inoltre sostenuto che alcune strutture religiose fossero deteriorate e che gli interventi fossero necessari per ragioni di sicurezza, ricostruzione o miglioramento delle strutture.
L’OHCHR registra esplicitamente questa posizione: il governo cinese ha costantemente negato demolizioni improprie dei luoghi religiosi, sostenendo che alcune moschee fossero in cattive condizioni e dovessero essere ricostruite.
È giusto riportarlo.
Ma è altrettanto legittimo porre una domanda elementare:
perché una semplice ristrutturazione dovrebbe comportare la cancellazione sistematica degli elementi che rendono riconoscibile un edificio come moschea islamica?
Il vero problema è il monopolio ideologico del Partito
Qui sarebbe un errore trasformare la vicenda in un semplicistico scontro “Cina contro Islam”.
La questione è molto più ampia.
Il modello politico del Partito Comunista Cinese non accetta facilmente l’esistenza di grandi strutture sociali, culturali o religiose che possano sviluppare un’identità autonoma rispetto allo Stato.
Cristiani, musulmani e altre comunità religiose sono sottoposti a differenti forme di regolamentazione e controllo.
Il principio politico fondamentale è evidente: la religione può esistere nella misura in cui non costituisce un centro alternativo di identità, organizzazione e autorità.
Nello Xinjiang questo principio si intreccia inoltre con il problema del separatismo, del terrorismo e dell’estremismo religioso.
Pechino presenta infatti molte delle proprie politiche come strumenti necessari contro terrorismo, separatismo ed estremismo.
Ed è vero che la regione ha conosciuto violenza politica e terrorismo.
Ma combattere il terrorismo è una cosa.
Rimodellare l’identità culturale di milioni di persone è un’altra.
Uno Stato può perseguire terroristi senza cancellare minareti.
Può contrastare organizzazioni separatiste senza demolire santuari.
Può impedire il finanziamento dell’estremismo senza trasformare sistematicamente l’architettura religiosa di un’intera regione.
Confondere deliberatamente questi piani significa concedere allo Stato un potere praticamente illimitato.
Il doppio standard dell’Occidente
Ed esiste poi una questione che dovrebbe mettere in difficoltà tanto una parte della destra quanto una parte della sinistra occidentale.
In Europa discutiamo continuamente di libertà religiosa, moschee, velo, discriminazione e tutela delle minoranze.
È legittimo discutere anche duramente dell’Islam politico, dell’islamismo, dell’integrazione, della reciprocità religiosa e della compatibilità di determinate pratiche con le società liberali occidentali.
Ma proprio chi critica l’islamismo dovrebbe essere capace di fare una distinzione fondamentale:
contrastare un’ideologia politico-religiosa non significa attribuire allo Stato il diritto di cancellare arbitrariamente la libertà religiosa.
La libertà vale precisamente quando protegge anche ciò che non condividiamo.
Altrimenti non è libertà: è una concessione temporanea del potere.
Allo stesso modo, è difficile non vedere l’ipocrisia di chi denuncia quotidianamente ogni presunta discriminazione contro i musulmani in Europa ma diventa improvvisamente molto più prudente quando migliaia di moschee vengono demolite o trasformate sotto un regime comunista autoritario.
I diritti umani non possono cambiare significato a seconda della bandiera issata sul palazzo del governo.
Criticare l’islamismo e denunciare Pechino non è una contraddizione
Questo punto merita di essere sottolineato.
Si può essere radicalmente contrari all’islamismo politico, all’applicazione della sharia come sistema politico, all’estremismo religioso, alla persecuzione degli apostati, alle discriminazioni contro donne e minoranze e contemporaneamente difendere il diritto di un musulmano pacifico a entrare in una moschea e pregare.
Non esiste alcuna contraddizione.
È esattamente il principio liberale che separa la libertà individuale dalla pretesa totalitaria di imporre un’ideologia alla società.
E lo stesso principio deve valere nei confronti di Pechino.
Non possiamo denunciare l’autoritarismo religioso e poi applaudire l’autoritarismo statale soltanto perché colpisce una religione che non ci piace.
Il problema non è scegliere quale autoritarismo preferire.
Il problema è respingerli entrambi.
Xinjiang: una lezione che riguarda tutti
Le immagini satellitari dello Xinjiang raccontano qualcosa che supera ampiamente la questione delle moschee.
Raccontano quanto rapidamente uno Stato tecnologicamente avanzato possa modificare non soltanto ciò che una popolazione può fare, ma persino i simboli attraverso i quali ricorda chi è.
Una moschea può essere demolita.
Un minareto può essere abbattuto.
Un cimitero può essere spostato.
Un santuario può scomparire.
E dopo qualche anno una nuova generazione può crescere in un paesaggio nel quale quei simboli semplicemente non esistono più.
È questa la dimensione più inquietante della vicenda.
Il potere non deve necessariamente convincerti che il passato fosse sbagliato.
Può semplicemente rimuoverne le tracce materiali.
Per questo il caso dello Xinjiang non dovrebbe interessare soltanto i musulmani o gli studiosi della Cina.
Riguarda chiunque ritenga che esistano limiti che nessuno Stato dovrebbe oltrepassare.
Perché oggi possono essere una cupola e un minareto.
Domani una chiesa.
Dopodomani un libro, una lingua, un monumento, un’associazione o una memoria collettiva.
Quando il potere politico pretende di decidere non soltanto quali leggi devi rispettare, ma anche quale parte della tua identità può continuare a esistere, la questione non è più urbanistica.
È una questione di libertà.
FONTI E DOCUMENTI
Australian Strategic Policy Institute – Cultural Erasure: Tracing the destruction of Uyghur and Islamic spaces in Xinjiang
Rapporto ASPI – Cultural Erasure
Xinjiang Data Project – Cultural Erasure, metodologia, mappe e immagini satellitari
Xinjiang Data Project – Cultural Erasure
ASPI – Dataset sulla distruzione delle moschee
Cultural Destruction – Mosques Dataset
United Nations OHCHR – Assessment of human rights concerns in the Xinjiang Uyghur Autonomous Region
Rapporto OHCHR sullo Xinjiang
Human Rights Watch – China’s Crimes against Humanity Targeting Uyghurs and Other Turkic Muslims
Rapporto Human Rights Watch sugli uiguri
Human Rights Watch – Mosques Shuttered, Razed, Altered in Muslim Areas
Inchiesta HRW sulle moschee cinesi
ABC News – China denies Xinjiang mosque destruction claims
La risposta del governo cinese alle accuse

