SPOSE BAMBINE: L’EUROPA NON DEVE IMPORTARE PRATICHE CHE NEGANO L’INFANZIA

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L’immagine che circola sui social è brutale nella sua semplicità: Sudan 34%, Yemen 32%, Iraq 28%, Egitto e Iran 17%, Marocco 16%, Palestina 15%, Siria 13%, Giordania 9%, Libano 6%.

Prima di trasformarla in uno slogan, però, bisogna capire che cosa misurano realmente questi numeri.

L’indicatore utilizzato da UNICEF non significa che oggi quella percentuale delle bambine venga necessariamente fatta sposare ogni anno. Misura la quota di donne tra 20 e 24 anni che risultano essersi sposate o essere entrate in un’unione prima dei 18 anni.

La distinzione è importante. Ma non rende il fenomeno meno grave.

UNICEF definisce infatti il matrimonio prima dei 18 anni una violazione fondamentale dei diritti umani.

Ed è da questo punto che dovrebbe partire una discussione seria sull’Europa.

Una bambina non è una sposa

Non esistono tradizioni, consuetudini familiari o precetti religiosi che possano trasformare una bambina in un’adulta.

Una bambina deve poter studiare, crescere, scegliere il proprio futuro e sviluppare liberamente la propria personalità.

Il matrimonio precoce può invece significare abbandono scolastico, dipendenza economica, isolamento sociale, gravidanze adolescenziali e maggiore vulnerabilità alla violenza domestica.

UNICEF sottolinea precisamente questi rischi.

Il principio dovrebbe quindi essere elementare:

i diritti del bambino vengono prima della tradizione.

Sempre.

Il problema esiste davvero nel Medio Oriente e Nord Africa

Secondo UNICEF, nell’area Medio Oriente e Nord Africa circa il 15% delle donne tra 20 e 24 anni risulta essersi sposato o essere entrato in un’unione prima dei 18 anni.

In alcuni paesi la percentuale è molto superiore.

Per il Sudan UNICEF riporta il 34%. Per lo Yemen le banche dati UNICEF riportano valori intorno al 30-32%, a seconda dell’aggiornamento e della fonte statistica utilizzata.

Sono percentuali enormi.

Ma bisogna anche evitare una manipolazione opposta: il matrimonio infantile non è un fenomeno esclusivamente musulmano e non può essere spiegato semplicemente contando quanti musulmani vivono in un paese.

A livello mondiale UNICEF stima che circa 650 milioni di donne e ragazze oggi viventi siano state sposate prima dei diciotto anni.

Il problema attraversa continenti, religioni e culture.

Povertà, guerra, assenza di istruzione, disuguaglianza tra uomini e donne, pressione familiare e norme sociali sono tutte variabili importanti.

Tra queste, però, UNICEF include esplicitamente anche norme consuetudinarie o religiose che tollerano il matrimonio precoce.

Ed è proprio qui che la critica delle dottrine religiose diventa perfettamente legittima.

L’Islam non deve essere sottratto alla critica

Una società libera deve poter discutere criticamente anche dell’Islam.

Non esistono religioni poste al di sopra dell’analisi storica, morale o politica.

Cristianesimo, ebraismo, induismo, Islam e qualsiasi altra tradizione possono essere sottoposti allo stesso esame.

Quando interpretazioni della legge islamica, autorità religiose o tradizioni radicate in società musulmane vengono utilizzate per difendere matrimoni precoci, subordinazione femminile o differenti diritti tra uomo e donna, l’Europa non ha alcun obbligo di trattare quelle idee come intoccabili.

La libertà religiosa protegge le persone. Non rende sacra ogni pratica compiuta in nome della religione.

Questa distinzione è essenziale.

Un musulmano europeo deve godere degli stessi diritti fondamentali di un cristiano, di un ebreo, di un ateo o di chiunque altro.

Ma nessuna comunità religiosa può pretendere un diritto parallelo capace di diminuire la protezione riconosciuta a una bambina.

Il vero confine dell’integrazione

È qui che il dibattito sull’immigrazione e sull’integrazione diventa inevitabile.

Accogliere persone provenienti da società culturalmente differenti non significa accogliere automaticamente ogni norma sociale del paese d’origine.

L’integrazione deve funzionare nella direzione opposta.

Chi vive in Europa mantiene la propria fede, le proprie tradizioni innocue, la propria cucina, la propria lingua familiare e la propria identità.

Ma deve contemporaneamente accettare alcuni principi non negoziabili dello Stato di diritto:

libertà individuale, uguaglianza davanti alla legge, tutela dei minori, libertà delle donne e prevalenza della legge civile.

Non possono esistere quartieri nei quali la pressione della comunità sostituisca la legge.

Non possono esistere matrimoni religiosi utilizzati per aggirare le garanzie previste dall’ordinamento.

Non può essere accettata una coercizione familiare soltanto perché viene presentata come “tradizione”.

E soprattutto non dovrebbe mai accadere che le istituzioni abbassino gli standard di tutela per paura di essere accusate di discriminazione.

Criticare una pratica non significa perseguitare una popolazione

Su questo punto bisogna essere altrettanto netti.

Combattere il matrimonio infantile non significa dichiarare colpevoli milioni di musulmani che non lo praticano e che possono esserne essi stessi oppositori.

Attribuire collettivamente a ogni musulmano le pratiche presenti in alcuni paesi sarebbe tanto irrazionale quanto attribuire a ogni cristiano qualsiasi abuso compiuto in una società a maggioranza cristiana.

La battaglia seria è contro idee, leggi, interpretazioni e comportamenti, non contro persone considerate colpevoli semplicemente per la loro appartenenza religiosa.

Anzi, proprio le donne e le ragazze provenienti da famiglie musulmane che rifiutano matrimoni imposti o modelli patriarcali devono sapere che lo Stato europeo è dalla loro parte.

Senza esitazioni.

L’Europa deve avere il coraggio di dire “no”

Esiste però un errore speculare: utilizzare la paura di generalizzare come scusa per non parlare del problema.

È possibile evitare l’odio senza diventare culturalmente relativisti.

Una democrazia può contemporaneamente affermare:

nessuna discriminazione contro i musulmani; nessuna immunità culturale per pratiche incompatibili con i diritti fondamentali.

Questa dovrebbe essere la posizione europea.

Non occorre demonizzare una popolazione.

Occorre difendere un ordinamento.

Se una consuetudine contraddice i diritti del bambino, perde.

Se un’interpretazione religiosa contraddice la legge civile, perde.

Se una famiglia pretende di decidere con chi debba sposarsi una ragazza, perde.

Se qualcuno ritiene che l’onore familiare venga prima della libertà della figlia, perde.

La libertà della ragazza viene prima.

Non chiamatelo “rispetto delle culture”

Il multiculturalismo diventa pericoloso quando smette di significare convivenza tra persone differenti e comincia a significare relativismo dei diritti.

Una bambina non possiede meno diritti perché i suoi genitori provengono dal Sudan, dallo Yemen, dall’Iraq, dall’India o da qualsiasi altra parte del mondo.

Non esistono diritti umani occidentali e diritti umani orientali.

Esistono diritti fondamentali oppure privilegi concessi dalla comunità.

L’Europa deve scegliere i primi.

E deve essere particolarmente severa quando sono coinvolti minori.

La risposta all’islamizzazione non può essere la discriminazione: deve essere lo Stato di diritto

Se per “islamizzazione” intendiamo la semplice presenza di cittadini musulmani, il termine non descrive un problema giuridico: in una società libera le persone possono professare l’Islam.

Se invece intendiamo la richiesta di adattare progressivamente norme civili e diritti fondamentali a prescrizioni religiose, allora la risposta deve essere inequivocabile.

No.

La legge democratica viene prima della norma religiosa.

Vale per l’Islam come per qualsiasi altra religione.

Una moschea è libera di predicare una fede entro i limiti della legge. Una chiesa altrettanto. Nessuna delle due può stabilire diritti civili differenti per i propri fedeli.

Questa non è intolleranza.

È precisamente il principio che permette a credenti e non credenti di vivere insieme senza che una comunità imponga la propria morale alle altre.

Proteggere le bambine significa smettere di avere paura delle parole

Il matrimonio infantile non diventa meno grave chiamandolo “tradizione”.

Un matrimonio imposto non diventa libertà religiosa perché viene celebrato da un’autorità religiosa.

Una bambina privata della possibilità concreta di scegliere non sta esercitando una libertà culturale.

Sta perdendo la propria.

Ed è questa la linea che l’Europa dovrebbe difendere con assoluta fermezza.

Nessuna bambina deve essere sacrificata sull’altare del multiculturalismo.

Nessuna paura di criticare una religione.

Nessuna persecuzione di chi quella religione la professa pacificamente.

Nessuna legge parallela.

Nessuna tolleranza verso matrimoni forzati o infantili.

Una sola legge e gli stessi diritti per tutti.

Perché davanti alla libertà di una bambina non dovrebbe esistere alcun “ma”.

Fonti

UNICEF – Child marriage: dati e definizioni

UNICEF – Dataset mondiale sul matrimonio infantile

UNICEF – Dati sul Sudan

UNICEF – Dati sullo Yemen

Girls Not Brides – risorse e dati sul matrimonio infantile

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