C’è ormai un riflesso quasi automatico in una parte della cosiddetta controinformazione italiana.
Succede qualcosa nel Mediterraneo? Mossad.
Cade un governo? Mossad.
Scoppia una protesta? Mossad.
Esplode una crisi diplomatica? Mossad.
Arrivano migliaia di migranti a Ceuta? Naturalmente Mossad.
Cambiano gli attori, cambiano i Paesi e cambiano gli eventi, ma il colpevole sembra essere stato deciso prima ancora di cominciare l’analisi.
Ed è proprio questo il problema.
Non siamo più davanti a un metodo di indagine nel quale si raccolgono fatti, si confrontano fonti e successivamente si formula un’ipotesi. Siamo davanti al procedimento opposto: prima viene scelto il colpevole, poi si cercano elementi capaci di adattarsi alla narrazione.
E quando il bersaglio è Israele, il Mossad diventa il passe-partout perfetto.
CEUTA: DOV’È LA PROVA DELLA REGIA ISRAELIANA?
Partiamo dalla domanda più semplice.
Qual è la prova pubblicamente verificabile che il Mossad abbia organizzato la crisi di Ceuta?
Un documento operativo?
Un ordine intercettato?
Un rapporto ufficiale di un servizio di intelligence?
Tracce finanziarie?
Comunicazioni tra agenti israeliani e organizzatori dei flussi?
Arresti?
Un’inchiesta giudiziaria?
Una dichiarazione ufficiale accompagnata da elementi verificabili?
Se queste prove esistono, vengano pubblicate.
Altrimenti siamo davanti a un’ipotesi.
E un’ipotesi, anche quando viene ripetuta cento volte sui social, rimane un’ipotesi.
Il paradosso è che spesso gli stessi ambienti che accusano i media occidentali di costruire narrazioni sulla base di “fonti anonime dell’intelligence” diventano improvvisamente molto meno prudenti quando una fonte anonima suggerisce una responsabilità israeliana.
A quel punto non servono più documenti.
Basta la formula magica:
“ambienti dell’intelligence”.
Ma di quale intelligence?
Quale ufficio?
Quale rapporto?
Quali prove?
Quale livello di affidabilità della fonte?
Silenzio.
IL MOSSAD COME CAPRO ESPIATORIO UNIVERSALE
Questo schema ha una funzione politica evidente: costruire un nemico permanente capace di spiegare eventi estremamente diversi attraverso una sola chiave interpretativa.
È una tecnica propagandistica antica.
La realtà geopolitica è complessa?
La si semplifica.
Ci sono interessi contrapposti tra Marocco, Spagna, Algeria, Unione Europea, Stati Uniti, Cina, monarchie del Golfo e Israele?
Troppo complicato.
Meglio raccontare che dietro tutto c’è il Mossad.
In questo modo non occorre più studiare le dinamiche interne del Marocco, le rivendicazioni su Ceuta e Melilla, il Sahara Occidentale, i rapporti Madrid-Rabat, la pressione migratoria o gli accordi economici.
Esiste già il cattivo.
E soprattutto esiste un pubblico predisposto a crederci.
L’ELEFANTE NELLA STANZA SI CHIAMA MAROCCO
C’è poi una domanda ancora più imbarazzante.
Perché cercare immediatamente una regia israeliana quando esiste un attore geograficamente presente sul terreno che possiede direttamente gli strumenti per incidere sulla pressione migratoria verso Ceuta?
Il Marocco.
Ceuta confina con il Marocco.
Le persone che tentano l’ingresso devono attraversare territorio sottoposto al controllo marocchino.
Le autorità marocchine controllano — con efficacia variabile — strade, coste e aree prossime alla frontiera.
E soprattutto esiste un precedente enorme.
Nel maggio 2021 circa 8.000 persone entrarono a Ceuta in pochissimo tempo mentre Spagna e Marocco attraversavano una gravissima crisi diplomatica legata alla presenza in Spagna del leader del Fronte Polisario Brahim Ghali.
Quello è un precedente concreto.
Non dimostra automaticamente chi abbia organizzato ogni crisi successiva, ma dimostra qualcosa di fondamentale: la pressione migratoria sul confine di Ceuta può diventare uno strumento geopolitico nel rapporto tra Madrid e Rabat.
Prima di cercare agenti segreti israeliani dietro ogni cespuglio, sarebbe quindi opportuno analizzare ciò che accade davanti agli occhi di tutti.
LA DISINFORMAZIONE FUNZIONA PER RIPETIZIONE
Il meccanismo diventa ancora più evidente sui social.
Un account pubblica una supposizione.
Un secondo account la riprende citando il primo.
Un terzo scrive che “diverse fonti confermano”.
Un sito pubblica un articolo citando genericamente “analisti”.
Il post iniziale viene quindi rilanciato citando quell’articolo come conferma.
Il cerchio è chiuso.
Dieci account stanno apparentemente raccontando la stessa storia.
Ma seguendo la catena delle citazioni si può scoprire che le dieci presunte conferme derivano dalla stessa affermazione iniziale mai dimostrata.
Questo fenomeno è particolarmente potente quando viene combinato con contenuti emotivi, titoli sensazionalistici e algoritmi social che premiano engagement e polarizzazione.
Una voce diventa “indiscrezione”.
L’indiscrezione diventa “fonti”.
Le fonti diventano “intelligence”.
E dopo qualche migliaio di condivisioni qualcuno scrive:
“Ormai è confermato.”
No.
È stata semplicemente ripetuta.
E SE COMINCIASSIMO A GUARDARE ANCHE CHI ALIMENTA QUESTE NARRAZIONI?
Qui nasce una questione che meriterebbe un’inchiesta seria.
Se alcune narrazioni anti-occidentali e anti-israeliane vengono sistematicamente amplificate attraverso reti di account, chi gestisce realmente quegli account?
Non possiamo rispondere “la Cina” senza prove.
Sarebbe esattamente lo stesso errore metodologico che stiamo denunciando.
Ma possiamo — e dobbiamo — porre delle domande.
Esistono account apparentemente indipendenti che pubblicano contemporaneamente gli stessi contenuti?
Utilizzano le stesse fonti?
Ripetono le stesse formulazioni?
Condividono sistematicamente narrative favorevoli agli interessi strategici di Pechino?
Esistono collegamenti tecnici, finanziari o organizzativi?
È qui che dovrebbe cominciare un’inchiesta.
Perché le operazioni d’influenza cinesi non sono un’invenzione: negli ultimi anni piattaforme tecnologiche e società specializzate hanno documentato campagne coordinate attribuite ad attori collegati alla Cina, spesso indicate con denominazioni come Spamouflage.
Questo però non autorizza ad attribuire automaticamente alla Cina qualsiasi account che sostenga posizioni filocinesi.
Occorrono indicatori verificabili: infrastrutture comuni, comportamenti coordinati, pattern temporali, identità artificiali, reti di rilancio e, soprattutto, attribuzioni tecniche solide.
La domanda corretta quindi non è:
“Dietro questi account c’è sicuramente Pechino?”
La domanda corretta è:
“Qualcuno sta verificando se determinate reti apparentemente spontanee siano davvero spontanee?”
LA CINA NON È UN OSSERVATORE SENZA INTERESSI
Anche Pechino possiede interessi geopolitici.
La Cina ha rapporti economici importanti con la Spagna, investimenti nel Mediterraneo, relazioni con il Marocco e un interesse strategico evidente verso l’Europa.
Pensare che soltanto Washington, Mosca o Tel Aviv conducano operazioni d’influenza mentre Pechino osserva innocentemente il mondo dalla finestra sarebbe ingenuo.
Le grandi potenze utilizzano comunicazione strategica, diplomazia pubblica e strumenti d’influenza.
La Cina non costituisce un’eccezione.
Ed è precisamente per questo che qualsiasi informazione proveniente da ambienti vicini a una grande potenza dovrebbe essere analizzata con lo stesso scetticismo.
Se una fonte americana accusa la Cina: prove.
Se una fonte israeliana accusa l’Iran: prove.
Se una fonte russa accusa gli Stati Uniti: prove.
E se qualcuno sostiene che ambienti cinesi attribuiscono una crisi al Mossad:
esattamente la stessa cosa. Prove.
LA VECCHIA RETORICA HA SOLTANTO CAMBIATO VOCABOLARIO
Una parte della controinformazione sostiene di avere superato le vecchie categorie ideologiche.
Non sarebbe più marxista.
Non sarebbe più comunista.
Non sarebbe nemmeno più “di sinistra”.
Adesso sarebbe “multipolarista”, “sovranista”, “eurasiatista”, “anti-imperialista”.
Poi però il vocabolario rimane curiosamente familiare.
Imperialismo occidentale.
Colonialismo.
Resistenza.
Liberazione.
Popoli oppressi.
Egemonia americana.
Sionismo.
Asse della resistenza.
Il packaging cambia.
La struttura narrativa molto meno.
Occidente e Israele vengono sistematicamente collocati nel ruolo dell’aggressore, mentre le responsabilità degli attori contrapposti vengono relativizzate, ignorate o reinterpretate come “resistenza”.
E il Mossad diventa uno strumento narrativo formidabile perché consente di collegare praticamente qualsiasi evento al nemico prescelto.
PRIMA IL VERDETTO, POI L’INDAGINE
Questo è il punto fondamentale.
Un analista serio dice:
“Non sappiamo chi abbia organizzato questo evento. Analizziamo gli elementi disponibili.”
Il propagandista dice:
“Sappiamo chi è stato. Adesso troviamo qualcosa che confermi quello che pensiamo.”
Sono due metodi completamente diversi.
Nel primo caso esiste la possibilità di cambiare opinione davanti alle prove.
Nel secondo la conclusione è impermeabile ai fatti.
Se non emergono prove del Mossad, significa che il Mossad è stato bravissimo a nasconderle.
Se emergono elementi che indicano un altro attore, significa che sono depistaggi.
Se qualcuno chiede documenti, diventa complice della propaganda occidentale.
È una teoria costruita in modo da non poter mai essere falsificata.
E quindi non è analisi.
È fede politica.
CEUTA MERITA DOMANDE VERE
Su Ceuta esistono questioni enormi che meritano risposte.
Chi ha favorito o tollerato la concentrazione delle persone?
Quali informazioni possedevano preventivamente le autorità spagnole?
Che cosa sapevano quelle marocchine?
Quali reti social hanno contribuito alla mobilitazione?
Quali accordi esistono tra Madrid e Rabat sulla gestione dei flussi?
Quali interessi politici ed economici condizionano la risposta spagnola?
E soprattutto:
chi possedeva materialmente la capacità di facilitare, impedire o limitare ciò che stava accadendo sul terreno?
Sono domande molto meno spettacolari di “È STATO IL MOSSAD”.
Ma sono infinitamente più importanti.
BASTA CACCIA AGLI SPETTRI: PUBBLICATE LE PROVE
Il Mossad esiste.
Conduce operazioni clandestine.
Israele difende aggressivamente i propri interessi strategici.
Nessuno dovrebbe essere tanto ingenuo da escludere a priori il coinvolgimento di un servizio segreto in un’operazione geopolitica.
Ma proprio per questo l’attribuzione richiede prove, non suggestioni.
Altrimenti domani potremmo attribuire qualsiasi evento alla CIA, al Mossad, all’FSB, all’MI6 o ai servizi cinesi semplicemente perché possiedono la capacità teorica di condurre operazioni clandestine.
Non funziona così.
Chi sostiene che dietro Ceuta ci sia il Mossad presenti gli elementi verificabili.
Nomi.
Documenti.
Comunicazioni.
Flussi finanziari.
Rapporti d’intelligence identificabili.
Indagini giudiziarie.
Elementi tecnici.
Fino ad allora esiste una tesi.
Non una prova.
E sarebbe altrettanto irresponsabile sostituire automaticamente quella tesi con un’altra raccontando che “dietro gli account ci sono i cinesi”.
Anche quello deve essere dimostrato.
Ma proprio qui potrebbe esserci un’inchiesta molto più interessante: mappare gli account che diffondono sistematicamente determinate narrative, ricostruire da dove partono le notizie, individuare chi le amplifica e verificare se esistano reti coordinate o collegamenti con apparati d’influenza stranieri.
Perché magari alla fine scopriremmo qualcosa.
Oppure scopriremmo che non c’è nessuna regia.
Questa è la differenza tra investigare e fare propaganda.
Prima vengono le prove.
Poi viene il colpevole.
Chi procede al contrario non sta cercando la verità.
Sta soltanto cercando conferme alla propria ideologia.
CEUTA E IL MOSSAD: QUANDO UN’IPOTESI DIVENTA “INTELLIGENCE CINESE”
Ecco come si costruisce una narrazione geopolitica.
Titolo: “Dall’intelligence della Cina: dietro Ceuta la mano del Mossad.”
Poi leggi l’articolo e scopri una cosa piuttosto importante: dov’è il rapporto dell’intelligence cinese?
Non c’è.
Nessun dossier del Ministero della Sicurezza di Stato cinese citato.
Nessuna prova documentale pubblicata.
Nessuna attribuzione ufficiale di Pechino.
Nessun elemento operativo verificabile che dimostri l’intervento del Mossad.
Ci sono invece analisti, diplomatici anonimi, “circoli” e interpretazioni riportate dalla politologa egiziana Nadia Helmy.
E soprattutto lo stesso articolo è costretto ad ammettere:
“non esistono prove certe che colleghino i fatti di Ceuta al Mossad o ad altre agenzie straniere.”
Fine della prova.
Che Israele possa avere interessi geopolitici nella regione è materia di analisi. Che Marocco e Israele abbiano una forte cooperazione militare e d’intelligence è un fatto. Ma da questo a sostenere che il Mossad abbia organizzato la crisi migratoria di Ceuta manca precisamente ciò che dovrebbe contare di più: la prova.
E c’è un gigantesco elefante nella stanza: il Marocco.
La pressione migratoria su Ceuta non nasce nel 2026 e non serve inventarsi il Mossad per sapere che Rabat possiede una leva formidabile sulla Spagna.
Nel 2021 circa 8.000 persone entrarono improvvisamente a Ceuta durante la crisi diplomatica provocata dall’ospitalità spagnola al leader del Polisario Brahim Ghali. Da allora studiosi e analisti spagnoli discutono apertamente dell’utilizzo della migrazione come strumento di pressione ibrida.
Quindi facciamo analisi, non propaganda:
Mossad coinvolto? Possibile ipotesi da investigare.
Mossad responsabile? Servono prove.
“Lo dice l’intelligence cinese”? Mostrate il rapporto, l’agenzia, gli elementi raccolti e la valutazione ufficiale.
Finché questi documenti non arrivano, trasformare indiscrezioni e ipotesi in una certezza serve soprattutto a spostare l’attenzione dalla domanda più scomoda:
CHE COSA HA FATTO IL MAROCCO E PERCHÉ MIGLIAIA DI PERSONE HANNO POTUTO RAGGIUNGERE E SUPERARE IL CONFINE DI CEUTA?
Prima i fatti. Poi le conclusioni.
Non il contrario.
Fonti e approfondimenti
- Reuters – Crisi di Ceuta 2026: le ricostruzioni citate da Reuters riferiscono che i servizi spagnoli avrebbero concluso che il Marocco non pianificò direttamente l’afflusso, ma lo lasciò avvenire, con un progressivo allentamento dei controlli di frontiera. È una fonte importante perché riporta ciò che emerge sul terreno senza bisogno di introdurre una regia Mossad non dimostrata.
Reuters – Spain’s Ceuta overwhelmed after migrant border rush - Reuters – Il ruolo dei social nella crisi: alcuni migranti intervistati hanno dichiarato di essere stati attirati da video virali e messaggi sui social secondo cui la frontiera poteva essere attraversata. Questo apre una domanda interessante su origine e amplificazione della mobilitazione online, ma non dimostra chi l’abbia orchestrata.
Reuters – Viral social media and the Ceuta crossings - Parlamento Europeo – precedente di Ceuta del 2021: già nel 2021 un’interrogazione parlamentare europea denunciava esplicitamente la presunta utilizzazione dei flussi migratori da parte del Marocco per esercitare pressione diplomatica sulla Spagna.
Parlamento Europeo – Ceuta migrant crisis
Operazioni d’influenza riconducibili alla Cina
- Google Threat Analysis Group – DRAGONBRIDGE: Google descrive DRAGONBRIDGE/Spamouflage Dragon come una rete d’influenza collegata alla Repubblica Popolare Cinese e afferma di aver interrotto oltre 10.000 istanze di attività nel solo primo trimestre 2024.
Google TAG – DRAGONBRIDGE influence operation - Graphika – Spamouflage: indagine sulla rete che utilizzava account falsi o compromessi su YouTube, Twitter/X e Facebook per amplificare contenuti politici favorevoli alla Cina e attaccare oppositori di Pechino.
Graphika – Spamouflage investigation - Graphika – Spamouflage Breakout: documenta l’evoluzione della rete e i tentativi di far uscire i contenuti dall’ecosistema degli account falsi per raggiungere utenti reali e influencer.
Graphika – Spamouflage Breakout - Graphika – utilizzo dell’intelligenza artificiale: nel 2023 Graphika documentò l’utilizzo da parte di Spamouflage di personaggi fittizi generati con AI all’interno di un’operazione d’influenza filocinese.
Graphika – Deepfake It Till You Make It - Graphika – nuova indagine luglio 2026: è particolarmente interessante per il tuo articolo perché è recentissima. Graphika afferma di aver osservato un’operazione state-linked cinese utilizzare account non autentici su Facebook e X per diffondere volantini manipolati e informazioni false su eventi critici verso il Partito Comunista Cinese negli USA e in Europa.
Graphika – Save the Date for Spamouflage, luglio 2026 - Graphika – #PuppetMaster, aprile 2026: l’indagine ha seguito le tracce di asset collegati a Spamouflage fino a un servizio che generava/vendeva account Facebook non autentici. È un ottimo esempio di quanto possa essere complessa l’infrastruttura dietro una rete: l’intermediario individuato da Graphika risultava localizzato in Bangladesh, pur essendo gli asset collegati all’operazione d’influenza cinese.
Graphika – PuppetMaster investigation - Servizio europeo per l’azione esterna (EEAS): l’UE documenta attività di Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI) e identifica, oltre alla Russia, anche la Cina tra gli attori che utilizzano infrastrutture digitali per manipolare lo spazio informativo europeo.
EEAS – Foreign Information Manipulation and Interference - EEAS – rapporto 2025 pubblicato nel giugno 2026: utile come riferimento istituzionale aggiornato sulle attività europee contro manipolazione informativa e interferenze straniere.
EEAS – 2025 Report on Countering FIMI

