BRUXELLES CONSUMA IL TRADIMENTO: L’EUROPA CELEBRA CEUTA PERCHÉ LA CRISI È RIMASTA IN SPAGNA

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Per Bruxelles il confine ha funzionato perché la pressione migratoria non si è trasferita oltre i Pirenei. Ma è proprio questa interpretazione a rivelare il problema geopolitico: Ceuta rischia di essere trattata non come territorio europeo da difendere, ma come una zona-cuscinetto incaricata di assorbire la crisi per proteggere il resto di Schengen.

C’è qualcosa di profondamente disturbante nel modo in cui Bruxelles sta raccontando la crisi di Ceuta.

Non tanto per quello che l’Unione Europea dice, quanto per il parametro attraverso il quale sembra misurare il successo.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha elogiato la gestione della crisi da parte delle autorità spagnole e marocchine, sottolineando in particolare l’efficacia dei ritorni e la necessità di rafforzare ulteriormente il controllo delle frontiere.

Fin qui potrebbe sembrare normale amministrazione.

Ma dietro questa rappresentazione emerge una domanda politicamente esplosiva:

successo per chi?

Per gli abitanti di Ceuta?

Per la sovranità territoriale spagnola?

Per gli agenti chiamati a controllare una delle frontiere più delicate d’Europa?

Oppure semplicemente per gli Stati del centro e del nord Europa, sollevati dal fatto che la pressione migratoria non si sia trasformata in nuovi movimenti secondari verso Francia, Germania, Belgio o Paesi Bassi?

È qui che la retorica comunitaria rischia di trasformarsi in qualcosa di molto diverso dalla solidarietà europea.

CEUTA NON È IL PARCHEGGIO MIGRATORIO DELL’EUROPA

L’Unione Europea riconosce ufficialmente che gli arrivi irregolari alle frontiere esterne rappresentano un problema non soltanto per gli Stati frontalieri ma, attraverso i cosiddetti secondary movements, per l’intera Unione.

È precisamente questo il punto.

Per Bruxelles il sistema funziona quando il migrante viene identificato, trattenuto, sottoposto alla procedura di frontiera oppure rimpatriato prima che possa spostarsi all’interno dell’Europa.

Dal punto di vista amministrativo è comprensibile.

Dal punto di vista geopolitico, però, nasce una deformazione pericolosissima.

Perché significa che un territorio frontaliero come Ceuta rischia di essere giudicato non sulla base della propria sicurezza, ma sulla base della capacità di assorbire la pressione senza esportarla verso il resto dell’Unione.

In altre parole:

se Ceuta soffre, ma Parigi, Bruxelles e Berlino non ricevono nuovi arrivi, il sistema europeo può comunque dichiararsi soddisfatto.

Ed è precisamente questa logica che Madrid avrebbe il dovere di contestare.

La Spagna non dovrebbe essere il cordone sanitario migratorio dell’Europa settentrionale.

Ceuta non è una camera di compensazione.

È territorio spagnolo.

BRUXELLES PARLA DI SOLIDARIETÀ, MA LA GEOGRAFIA DELLA SOLIDARIETÀ È MOLTO PARTICOLARE

La contraddizione diventa ancora più evidente osservando le stesse politiche europee.

La Commissione riconosce formalmente che la Spagna è sottoposta a pressione migratoria e che, nell’ambito del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, deve poter beneficiare degli strumenti europei di solidarietà.

Il principio dovrebbe essere semplice:

responsabilità alla frontiera, solidarietà all’interno dell’Unione.

Ma nella realtà politica il secondo elemento è sempre quello più fragile.

L’esperienza precedente è eloquente: tra agosto 2022 e febbraio 2024 soltanto 237 richiedenti asilo e beneficiari di protezione internazionale erano stati ricollocati dalla Spagna verso altri Paesi europei attraverso i programmi sostenuti da UEAA e IOM.

Una cifra che mostra quanto sia stato storicamente limitato il meccanismo di redistribuzione volontaria.

Il nuovo Patto dovrebbe cambiare questa situazione introducendo forme strutturate di solidarietà, comprendenti ricollocamenti, contributi finanziari e sostegno operativo.

Ma Ceuta mostra quanto rimanga forte un altro istinto politico:

impedire soprattutto che la crisi arrivi a casa propria.

Ed è precisamente questo che trasforma una questione migratoria in una questione geopolitica.

IL CONFINE SPAGNOLO È ANCHE IL CONFINE EUROPEO. SOLO QUANDO FA COMODO?

Bruxelles afferma da anni che la protezione delle frontiere esterne è indispensabile per mantenere Schengen.

La Commissione scrive esplicitamente che avere «frontiere UE forti» e un controllo efficace su chi entra nell’Unione è essenziale per preservare lo spazio Schengen.

Perfetto.

Allora la conseguenza dovrebbe essere inevitabile.

Se Ceuta rappresenta una frontiera esterna strategica dell’Europa, una crisi di Ceuta dovrebbe essere trattata come una crisi europea, non come un problema spagnolo da mantenere geograficamente circoscritto.

Non si può utilizzare Madrid come guardiano quando bisogna fermare i flussi e poi considerare soddisfacente il risultato soltanto perché i migranti non sono arrivati nel cuore dell’Europa.

Questa non è solidarietà.

È esternalizzazione interna della frontiera.

Prima l’Europa esternalizza il controllo migratorio verso Paesi terzi come Marocco, Tunisia o Turchia.

Poi, quando il sistema entra in crisi, rischia di esternalizzarne il costo sui Paesi europei geograficamente più esposti: Spagna, Italia, Grecia, Malta e Cipro.

È una piramide comodissima per chi si trova lontano dal Mediterraneo.

Molto meno per chi vive sul confine.

IL MAROCCO È IL VERO ELEFANTE NELLA STANZA

C’è poi il problema che Bruxelles continua a trattare con estrema cautela: Rabat.

Le frontiere di Ceuta e Melilla non sono semplicemente linee migratorie.

Sono leve geopolitiche.

La storia recente dei rapporti tra Spagna e Marocco dimostra quanto rapidamente il dossier migratorio possa intrecciarsi con Sahara Occidentale, Algeria, commercio, cooperazione di sicurezza e riconoscimento politico.

Durante l’ultima crisi il Marocco ha sostenuto di avere avvertito Madrid in anticipo delle conseguenze che la recente decisione del Tribunal Supremo avrebbe potuto avere sulla cooperazione migratoria. Il governo spagnolo ha contestato l’interpretazione marocchina e ha negato che l’intelligence avesse previsto un evento delle dimensioni poi verificatesi.

Questo scontro dovrebbe allarmare Bruxelles molto più di quanto sembri.

Perché quando la stabilità di una frontiera europea dipende in larga misura dalla volontà politica di uno Stato terzo, quell’accordo non è semplicemente cooperazione:

è anche dipendenza strategica.

Ed è esattamente il tipo di dipendenza che permette alla migrazione di trasformarsi in una leva negoziale.

BRUXELLES COMINCIA FINALMENTE A CAPIRE? LE PAROLE DI BRUNNER

Nelle ultime ore è emerso almeno un segnale di cambiamento.

Il commissario europeo alla Migrazione Magnus Brunner ha sostenuto che l’UE dovrebbe utilizzare tutta la propria capacità negoziale — comprese politica commerciale e politica dei visti — per ottenere una cooperazione effettiva dal Marocco sul controllo migratorio.

È probabilmente la questione centrale che Bruxelles avrebbe dovuto affrontare fin dall’inizio.

L’Europa possiede enormi strumenti economici.

Mercato interno.

Tariffe.

Visti.

Aiuti.

Accordi commerciali.

Investimenti.

Accesso preferenziale.

Il problema non è l’assenza di strumenti.

È la volontà politica di utilizzarli.

Perché continuare a finanziare la cooperazione senza stabilire conseguenze credibili quando quella cooperazione fallisce significa trasformare l’incentivo europeo in una rendita geopolitica permanente.

LA SENTENZA DEL SUPREMO HA COMPLICATO IL CONTROLLO DEL CONFINE

Un altro elemento deve essere analizzato senza propaganda.

L’8 luglio il Tribunal Supremo spagnolo ha stabilito che il cosiddetto rechazo en frontera non può essere applicato automaticamente alle persone intercettate in mare mentre cercano di raggiungere Ceuta o Melilla a nuoto. La procedura speciale è applicabile in particolare a chi tenta di superare materialmente gli elementi di contenimento frontaliero.

La conseguenza operativa è evidente.

Madrid si è trovata costretta ad adeguare fisicamente il dispositivo di frontiera.

Il governo ha successivamente installato una barriera galleggiante nell’area del Tarajal proprio per creare un elemento materiale di contenimento compatibile con la nuova interpretazione giuridica.

Questo è un fatto.

Ma da qui a sostenere che esista una prova pubblica di un ordine politico generalizzato agli agenti di «non intervenire» c’è una distanza che, allo stato delle fonti disponibili, non può essere colmata.

La domanda politica, tuttavia, rimane legittima:

perché una frontiera tanto vulnerabile è arrivata impreparata a una crisi annunciata da settimane attraverso segnali politici, giudiziari e migratori sempre più evidenti?

È questo che Madrid dovrebbe spiegare.

IL BLACKOUT POLITICO È PEGGIORE DEL BLACKOUT INFORMATIVO

Il problema non è necessariamente che le informazioni non esistano.

Il problema è come vengono selezionate.

Il governo Sánchez insiste sull’efficienza della risposta.

Bruxelles enfatizza il contenimento.

Il Marocco rivendica la cooperazione.

Ma nella narrazione istituzionale rischia di sparire l’elemento fondamentale:

una frontiera spagnola ed europea è entrata in una situazione gravissima di pressione.

Trasformare tutto questo in una prova di buona gestione perché la crisi non si è propagata verso il continente equivale a cambiare arbitrariamente la domanda.

La domanda non dovrebbe essere:

«Quante persone sono riuscite ad arrivare nel resto dell’Europa?»

La domanda dovrebbe essere:

«Come è stato possibile che una frontiera europea si trovasse in questa situazione?»

Sono due cose completamente diverse.

IL VERO RISCHIO: TRASFORMARE LA SPAGNA IN UNO STATO-CUSCINETTO

La questione più importante non riguarda però soltanto Ceuta.

Riguarda il futuro dell’Unione Europea.

La politica migratoria europea sta progressivamente creando una gerarchia geografica.

Gli Stati sulla frontiera devono:

controllare,

identificare,

registrare,

ospitare,

processare,

respingere quando possibile,

rimpatriare quando possibile.

Gli Stati interni devono soprattutto evitare i movimenti secondari.

Il risultato può diventare una struttura estremamente sbilanciata.

Europa periferica come contenitore.
Europa centrale come beneficiaria del contenimento.

Se questo modello diventa permanente, il principio di solidarietà europea viene svuotato dall’interno.

Perché la sicurezza collettiva non può significare che alcuni Paesi sopportano permanentemente il costo geografico della frontiera affinché altri mantengano intatto il proprio spazio interno.

MADRID HA UNA RESPONSABILITÀ ENORME

Sarebbe troppo facile scaricare tutto su Bruxelles.

Il governo Sánchez ha una responsabilità altrettanto pesante.

Un governo nazionale dovrebbe essere il primo a ricordare all’Unione che la sicurezza di Ceuta non è negoziabile.

Dovrebbe pretendere cooperazione europea.

Dovrebbe pretendere impegni verificabili dal Marocco.

Dovrebbe pretendere strumenti straordinari per il controllo della frontiera.

E dovrebbe mettere sul tavolo conseguenze economiche e diplomatiche qualora Rabat non garantisse una collaborazione effettiva.

Invece Madrid rischia di accontentarsi degli elogi provenienti dalla Commissione.

Ed è forse questo l’aspetto politicamente più inquietante.

Perché ricevere una pacca sulla spalla da Bruxelles dopo una crisi di questa portata non dovrebbe essere considerato un successo diplomatico.

Dovrebbe essere considerato insufficiente.

CEUTA HA SVELATO LA VERA GERARCHIA EUROPEA

La crisi ha quindi fatto emergere qualcosa che va molto oltre l’immigrazione.

Ha mostrato la geografia del potere europeo.

Finché una crisi resta a Ceuta, Lampedusa, Lesbo o Cipro, può essere amministrata.

Quando rischia di attraversare i confini interni, improvvisamente diventa emergenza europea.

Questa asimmetria non può più essere ignorata.

Perché l’integrità territoriale di uno Stato membro non dovrebbe valere meno della tranquillità politica di un altro.

E un abitante di Ceuta non dovrebbe avere meno diritto alla sicurezza di un abitante di Bruxelles, Monaco o Parigi.

CONCLUSIONE: UNA «PROVA SUPERATA» PER BRUXELLES PUÒ ESSERE UNA SCONFITTA PER L’EUROPA

Il paradosso finale è tutto qui.

Bruxelles può considerare positiva una crisi se i movimenti secondari vengono impediti.

Ma un’Europa che misura il successo esclusivamente sulla capacità di confinare il problema ai propri margini territoriali non sta risolvendo la crisi: la sta semplicemente spostando politicamente sui Paesi più esposti.

Ceuta non può diventare il prezzo pagato dalla Spagna per mantenere tranquillo Schengen.

La Spagna non può essere utilizzata come zona-cuscinetto tra Africa ed Europa.

E il Marocco non può trasformarsi contemporaneamente in partner indispensabile, beneficiario della cooperazione europea e potenziale leva di pressione sulla frontiera senza che Bruxelles costruisca strumenti credibili di deterrenza.

Se l’Europa vuole davvero parlare di «frontiere comuni», deve finalmente assumersi anche responsabilità comuni.

Altrimenti la formula diventa molto più brutale:

la frontiera è europea quando bisogna difendere il nord Europa; diventa spagnola quando arriva il conto.

Ed è esattamente questa contraddizione che Ceuta ha portato alla luce.

Fonti

  • Commissione europea, Irregular migration and return: politica europea sulle frontiere esterne, procedure di frontiera e movimenti secondari.
  • Commissione europea, strategia quinquennale sulla migrazione: protezione delle frontiere esterne e salvaguardia di Schengen.
  • Commissione europea, primo ciclo annuale di gestione della migrazione: Spagna riconosciuta tra gli Stati sottoposti a pressione migratoria.
  • Commissione europea, valutazione sull’applicazione del nuovo Patto migrazione e asilo, 16 luglio 2026.
  • Commissione europea, gestione della migrazione in Spagna e ricollocamenti europei.
  • EL PAÍS, sentenza del Tribunal Supremo sulle procedure di respingimento a Ceuta e Melilla.
  • EL PAÍS, crisi di Ceuta e controversia sugli avvertimenti precedenti provenienti dal Marocco e dall’intelligence.
  • Cadena SER, dichiarazioni del governo spagnolo e reazione di Ursula von der Leyen alla gestione della crisi.

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